30 nov 2007

La moglie di Riina chiede i danni per lesione dell'immagine personale. Si sente offesa per la fiction "Il capo dei capi"

Palermo, 30 nov. 2007 - La moglie del boss mafioso Salvatore Riina, attraverso i legali del capo mafia, ha presentato una richiesta di risarcimento danni agli autori della fiction 'Il capo dei capi', andata in onda su Canale 5.

"La richiesta di risarcimento danni per lesioni dell'immagine agli autori della fiction 'Il capo dei capi' riguarda solo la signora Ninetta Bagarella e non il marito Salvatore Riina e neppure i figli", ha precisato all'Adnkronos l'avvocato Luca Cianferone, legale del capo mafia interpretato nella fiction da Claudio Gioè (nella foto). Il danno, nella richiesta avanzata dai legali di Riina, non è ancora stato quantificato. In particolare, la signora Riina ritiene di essere stata danneggiata nel terzo episodio della fiction.

"C'è una scena - ha spiegato l'avvocato - in cui viene lesa gravemente l'immagine della moglie di Riina". E ha aggiunto: "In quella scena si vede la signora Riina che si reca in Tribunale per le misure di prevenzione e nel contempo il marito fa sequestrare una donna con il figlio piccolo per condizionare il giudizio della misura di prevenzione. Tutto ciò è gravissimo e lesivo dell'immagine della signora, ecco perché ha deciso di adire alle vie legali".

"Nella fiction la signora Ninetta Bagarella è stata accomunata al marito - ha proseguito ancora Cianferone -, soprattutto in quell'episodio andato in onda qualche settimana fa. E questo non è corretto ed è molto lesivo nei suoi confronti". Da qui la richiesta di risarcimento danni.

Riina è stato arrestato nel gennaio del '93 dopo anni di latitanza.

Fonte: adnkronos.com

29 nov 2007

Letizia Moratti indagata per abuso d'ufficio

Altri dipendenti comunali devono rispondere di vari reati
Perquisizioni e acquisizioni di documenti a Palazzo Marino nell'ambito dell'inchiesta sugli «incarichi d'oro»

MILANO - Il sindaco di Milano Letizia Moratti è indagato per abuso d'ufficio a scopo patrimoniale nell’ambito dell’inchiesta sugli «incarichi d'oro» assegnati a consulenti esterni. Perquisizioni e acquisizioni di documenti sono in corso a Palazzo Marino da parte della Guardia di finanza e dei carabinieri. Altri quattro dipendenti comunali devono rispondere di vari reati, tra loro ci sono anche Giampietro Borghini, ex sindaco del capoluogo lombardo e attuale direttore generale del Comune, e la sua vice Rita Amabile. Borghini è accusato di corruzione, abuso d'ufficio e truffa aggravata, la Amabile di concussione. Gli altri due indagati sono Alberto Bonetti Baroggi, capo di Gabinetto, accusato di truffa aggravata e Federico Bordogna, ex direttore centrale delle risorse umane, che deve rispondere del reato di concussione. L'indagine era sta avviata dalla Procura di Milano ed è condotta dal pm Alfredo Robledo.

SOLIDARIETA' - «Innanzitutto esprimo totale solidarietà al sindaco. Chiunque ha fatto l'amministratore e fa l'amministratore sa che i cittadini chiedono ad un sindaco di amministrare bene la propria citta».Lo ha detto Il vice commissario milanese di Forza Italia Maurizio Lupi, intervistato dal quotidiano online Affaritaliani.it, sull'indagine nei confronti di Letizia Moratti accusata di abuso d'ufficio. «Letizia sta svolgendo questo ruolo in coerenza con quello che le è stato chiesto. Cosa che sta facendo nella scelta dei propri collaboratori e della macchina amministrativa. Sono preoccupato - sottolinea Lupi - che la magistratura diventi uno strumento del confronto politico. La cosa nasce da una denuncia giusta dell'opposizione che rientra nella dialettica politica. Sono convinto che la magistratura farà il suo dovere, mi auguro che non si utilizzi come sempre nell'ambito di un confronto politico un terzo potere che deve rimanere estraneo».

CALDEROLI - «La notizia sarebbe se qualche amministratore, ministro o sindaco di grandi città, non fosse mai indagato per abuso d’ufficio». Così l’ex ministro della Giustizia, il leghista Roberto Castelli commenta a Sky Tg24 la notizia secondo cui Letizia Moratti sarebbe indagata per abuso d’ufficio a scopo patrimoniale. «Faccio l’esempio del ministero di Giustizia - ha aggiunto il Presidente dei senatori della Lega Nord nel corso dell’approfondimento condotto da Maria Latella - Diliberto, Fassino, Castelli e Mastella: quattro persone completamente diverse per origine, studi, cultura ed esperienza politica, tutti e quattro accomunati da un’unica cosa. Tutti e quattro sono stati indagati per abuso d’ufficio". "Secondo me il sindaco di Milano reagirà con grande misura ed equilibrio - ha aggiunto Castelli - anche se dentro di sé ribollirà perché si sentirà colpita da una grande ingiustizia. Conosco Letizia Moratti e credo che sia una persona adamantina».

Fonte: corriere.it

28 nov 2007

Sundas, l'agente della "Linearom": 'Ahmetovic? È una scommessa. Quella di fare di un assassino una star'

ROMA - La celebrità vale comunque, a qualsiasi prezzo, per promuovere, pubblicizzare, vendere. Insomma fare soldi. E così viene buono anche il rom che ha travolto e ucciso quattro giovani guidando ubriaco, Marco Ahmetovic, che ora si trova agli arresti domiciliari. Tutto parte dalla fervida mente moderna di Alessio Sundas, l'agente pubblicitario che promuove la nuova "Linearom" sotto la quale si trova in vendita su e-Ray un orologio da 159 euro "firmato Ahmetovic". Sundas, già al centro di un caso truffaldino sotto la lente di "Mi manda Raitre", ha detto al Messagero che «è colpa dei giornalisti se Ahmetovic è diventato una star». «La mia - ha ribadito - è una scommessa. Quella di fare di un assassino, di cui comunque non sono stato il complice, una star. Non me ne vergogno, è il mio lavoro». Forte di questa convinzione Alessio Sundas sul suo sito annuncia pure un non meglio identificato "Video Musicale Marco Ahmetovic", lavoro 1- 10 Dicembre 2007, compenso 1.000 euro. Insomma Sundas ci crede, e va avanti imperterrito .

LE PROTESTE E L'INDAGINE DI MASTELLA - La decisione del ministro Mastella di avviare un'indagine segue anche le proteste partire da parlamentari di entrambi gli schieramenti politici. Da Maurizio Fistarol, del Pd, che ha chiesto se una persona possa sfruttare la sua condizione di condannato come veicolo pubblicitario. Sdegno è stato espresso anche da Robero Calderoli e da Piergiorgio Benvenuti, capogruppo di Alleanza nazionale alla Provincia di Roma: «Sono convinto che gli italiani boicotteranno quella casa di moda e coloro che utilizzano tale testimonial e si rifiuteranno di arricchire chi da una tragedia vuol conseguire un vergognoso profitto».

Fonte: corriere.it

Il rom che uccise quattro ragazzi diventa testimonial. Aperta un'inchiesta

Il ministro della giustizia Clemente Mastella ha disposto un'indagine sul caso di Marco Ahemtovic, il rom che ad aprile scorso ubriaco travolse e uccise con la sua auto un gruppo di ciclisti uccidendone quattro. L'imputato, infatti, pur trovandosi agli arresti domiciliari (dove sconta la condanna a sei ani e sei mesi di reclusione) pubblicizza via internet prodotti col marchio "Linearom". "La scelta delle misure cautelari compete esclusivamente al Giudice - si legge in una nota del Ministero della Giustizia - e su di essa non sono possibili interferenze del ministro della Giustizia, e questo a prescindere dai sentimenti personali del Guardasigilli, che prova tristezza e sconcerto di fronte a chi sfrutta le proprie colpe e la morte altrui per acquistare notorietà e denaro".

Mastella, però sul caso di Marco Ahemtovic, "ha chiesto ai propri uffici di avviare accertamenti specifici sulle modalità del regime detentivo cui è attualmente sottoposto l'Ahmetovic, e sulla compatibilità di tale regime con lo svolgimento delle attività lucrative riportate dalla stampa".

OROLOGIO AHMETOVIC ALL'ASTA SUL WEB,PROTESTE - L'orologio "griffato" del Rom Marco Ahmetovic, è all'asta sul portale Ebay fino al 6 dicembre prossimo. L'operazione è stata promossa dall'agente pubblicitario Alessio Sundas, per il quale il giovane rom "è diventato una star non per responsabililtà sua, ma della stampa". L'iniziativa, che prevede la vendita dell'orologio della "linea Rom" a 159 euro, sta scatenando le proteste non solo dei parenti delle vittime dei quattro ragazzini morti nell'incidente stradale avvenuto il 23 aprile scorso, ma anche di tutta la comunità locale e di molti parlamentari.

Tra questi ultimi, il deputato del partito Democratico, Maurizio Fistarol, che ha chiesto al ministro della Giustizia Clemente Mastella di avviare un'indagine sulla licetà dell'operazione, e l'on. Gabriella Carlucci, di Forza Italia, che ha promosso un sit-in di protesta davanti la stessa sede del ministero a Roma, insieme ai familiari delle vittime di Appignano del Tronto e di altre tragedie della strada.

Fonte: libero.it

Conigliera Rai

La Rai non è soggetta a interferenze politiche. Va detto. E’ invece un ambiente familiare di figli, padri, cugine, cognati e nuore. Impermeabile ai partiti. Un blocco di relazioni indistruttibile che sopravvive a qualunque governo. Con matrimoni combinati sin dalla nascita tra i figli di capostrutture e di programmisti. Una difesa naturale dall’ingerenza della politica e anche della libera informazione. Una riaffermazione dei valori della famiglia e dell’impiego statale. L’elenco che pubblico è in rete da tempo. E’ probabile che sia incompleto o in parte superato. E che tra relazioni affettuose e accoppiamenti dei circa 11.000 dipendenti del gruppo , all’interno e all’esterno della struttura, il numero dei figli di, nipoti di, cognati di, sia proliferato. Un po’ come avviene nelle conigliere.

Figli (f):
Tinni Andreatta, responsabile fiction di Raiuno, (f) dell'ex ministro dc Beniamino. Natalia Augias, Gr, (f) del giornalista e scrittore Corrado. Gianfranco Agus, inviato, (f) dell'attore Gianni. Roberto Averardi, Gr, (f) di Giuseppe, ex deputato Psdi. Francesca Barzini, Tg3, (f) dello scrittore e giornalista Luigi junior. Bianca Berlinguer, conduttrice del Tg3, (f) di Enrico, segretario del Pci. Barbara Boncompagni, autrice, (f) di Gianni. Claudio Cappon, direttore generale, (f) di Giorgio, ex direttore generale dell'Imi. Antonio De Martino, Gr, (f) dell'ex ministro socialista Francesco. Antonio Di Bella, direttore Tg3, (f) di Franco, ex direttore del "Corriere della Sera". Claudio Donat-Cattin, capostruttura Raiuno, (f) dell'ex ministro democristiano Carlo. Jessica Japino, programmista regista delle edizioni di "Carramba", (f) di Sergio. Giancarlo Leone, amministratore delegato di Rai Cinema e responsabile della Divisione Uno, (f) dell'ex presidente della Repubblica Giovanni. Marina Letta, contrattista a tempo determinato, (f) di Gianni, sottosegretario alla Presidenza a Palazzo Chigi. Pietro Mancini, Gr, (f) del socialista Giacomo. Maurizio Martinelli,Tg2, (f) del giornalista Roberto. Stefania Pennacchini, Relazioni istituzionali Rai, (f) di Erminio, ex sottosegretario Dc. Claudia Piga, Tg1, (f) dell'ex ministro dc, Franco. Francesco Pionati, notista politico del Tg1, (f) dell'ex sindaco di Avellino. Alessandra Rauti, redattore del Gr, (f) di Pino, segretario del Movimento Sociale-Fiamma Tricolore. Silvia Ronchey, autrice e conduttrice di programmi, (f) di Alberto, ex ministro dell'Ulivo ed ex presidente di Rcs. Paolo Ruffini, direttore Gr, nipote del cardinale e (f) di Attilio, ex deputato e ministro dc. Sara Scalia, capostruttura di Raidue, (f) della giornalista Miriam Mafai. Maurizio Scelba, Tg1, (f) di Tanino, ex portavoce del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Mariano Squillante, ex corrispondente da Londra, poi a RaiNews 24, (f) dell'ex giudice Renato. Giovanna Tatò, Raitre, (f) di Tonino, consigliere di Enrico Berlinguer. Carlotta Tedeschi, Gr, (f) di Mario, senatore Msi. Daniel Toaff, capostruttura e autore della ‘Vita in diretta’, (f) dell 'ex rabbino di Roma, Elio. Stefano Vicario, regista di Giorgio Panariello, (f) del regista cinematografico Marco. Rossella Alimenti, Tg1, (f) di Dante, ex vaticanista Rai. Paola Bernabei, Ufficio stampa, (f) dell'ex direttore generale della Rai, Ettore, proprietario della società di produzione Lux. Giovanna Botteri, Tg3, (f) di Guido, ex direttore sede Trieste Rai. Manuela De Luca, conduttrice Tg1, (f) di Willy, ex direttore generale Rai. Giampiero Di Schiena, Tg1, (f) di Luca, ex direttore dc del Tg3. Annalisa Guglielmi, sede Rai di Milano, (f) di Angelo Guglielmi, ex direttore di Raitre. Piero Marrazzo, conduttore di ‘Mi manda Raitre’, (f) dello scomparso giornalista Giò. Simonetta Martellini, Raiuno, (f) di Nando, radiocronista sportivo. Luca Milano, dell' ufficio contratti, (f) di Emanuele, ex direttore Tg1 ed ex vice direttore generale. Barbara Modesti, Tg1, (f) dell'annunciatrice Gabriella Farinon e del regista Rai Dore. Monica Petacco,Tg2, (f) di Arrigo, storico e consulente di programmi Rai. Andrea Rispoli, Raidue, (f) del conduttore Luciano, ex Rai. Fiammetta Rossi, Tg3, (f) di Nerino, ex direttore del Gr2, e moglie del ex segretario dell'Usigrai, Giorgio Balzoni, caporedattore al politico del Tg1. Cecilia Valmarana, (f) di Paolo, uno dei padri del cinema coprodotto dalla Rai, nella struttura di RaiCinema. Paolo Zefferi, (f) di Ezio, giornalista, è a Rainews 24.

Fratelli (fr) e sorelle (s):
Angela Buttiglione, direttore dei Servizi Parlamentari, (s) di Rocco, segretario del Cdu. Nicola Cariglia, sede Rai di Firenze, (fr) di Antonio, ex segretario del Psdi. Silvio Giulietti, telecineoperatore nella sede Rai di Venezia, (fr) di Giuseppe, uomo Rai e Usigrai, ex responsabile dell'informazione dei Ds. Max Gusberti, vice di Stefano Munafò a Raifiction, (fr) di Simona, capostruttura di Raidue. Sandro Marini, Tg3, (fr) di Franco, ex segretario del Ppi. Giampiero Raveggi, capostruttura di Raiuno, (fr) dell'ideatore del programma "Odeon" Emilio Ravel (nome d'arte). Antonio Sottile, programmista regista di "Linea Verde'', (fr) di Salvo, portavoce di Gianfranco Fini. Maria Zanda, capo della segreteria di Roberto Zaccaria, (s) di Luigi, ex responsabile dell'Agenzia del Giubileo.

Mogli e mariti (m):
Milva Andriolli, sede Rai di Venezia, è l'ex (m) di Silvio Giulietti, fratello di Giuseppe. Anna Maria Callini, dirigente alla segreteria di Raidue, (m) di Gianfranco Comanducci, vice direttore della Divisione Uno. Roberta Carlotto, direttore Radiotre, (m) dell'ex esponente Pci Alfredo Reichlin. Sandra Cimarelli, Palinsesto Raidue, (m) di Franco Modugno, direttore dei Servizi immobiliari Rai. Antonella Del Prino, collaboratrice a "La vita in diretta", (m) del giornalista Oscar Orefice. Simona Ercolani, autrice di programmi Rai, (m) del giornalista Fabrizio Rondolino, ex portavoce di Massimo D'Alema. Paola Ferrari, conduttrice, (m) di Marco De Benedetti. Anna Fraschetti, vice del capo ufficio stampa Bepi Nava, (m) di Mario Colangeli, vice direttore Tg3 e sorella di Luciano, quirinalista Tg3. Giovanna Genovese, compagna di Sergio Silva, padre della ‘Piovra’ è delegata alla produzione. Ginevra Giannetti, consulente Rai International, (m) di Altero Matteoli, ministro dell'Ambiente, An. Giuseppe Grandinetti, Gr, (m) della senatrice verde Loredana De Petris. Francesca Manuti, produttrice di "Sereno variabile" di Raidue, (m) di Paolo Carmignani, vicedirettore Raidue. Lucia Restivo, capo struttura Raidue, (m) di Sergio Valzania, direttore Radiodue. Anna Scalfati, Tg1, conduttrice di programmi, (m) di Giuseppe Sangiorgi, membro dell'Authority ed ex portavoce di De Mita. Cristina Tarantelli, Servizi Parlamentari, (m) di Carlo Brienza, RaiSport. Daniela Vergara, anchorwoman del Tg2, (m) del conduttore Luca Giurato.

Nipoti (n), cognati (c) e vari:
Ferdinando Andreatta, dirigente di Rai- Way, (n) di Nino. Guido Barendson, conduttore Tg2, (n) di Maurizio. Aldo Mancino, dirigente RaiWay (n) dell'ex presidente del Senato, Nicola. Giuseppe Saccà, (n) di Agostino, direttore di Raiuno, nell'orchestra del programma di Raiuno ‘Torno sabato-La lotteria'. Adriana Giannuzzi, ufficio Diritti d'autore, (c) dell'ex senatore ed ex membro del Csm Ernesto Stajano e moglie del vicedirettore della Divisione Due Luigi Ferrari. Alfonso Marrazzo, Tg2, cugino di Piero. Marco Ravaglioli, Tg1, marito di Serena Andreotti, figlia di Giulio. Tommaso Ricci, Tg2, (c) di Angela e Rocco Buttiglione. Carlotta Riccio, regista, (c) di Claudio Cappon direttore generale Rai. Luigi Rocchi, dirigente area Business&development, genero di Biagio Agnes. Laura Terzani,Tg3, nuora di Antonio Ghirelli.

- Richiesta di integrazione: Milva Andriolli è entrata in RAI per concorso (bandito dall'azienda nel '88) e ha incontrato il futuro e poi ex marito Silvio (e futuro e poi ex cognato Beppe) solo nel '92 con l'assunzione presso la sede di Venezia il 2 marzo 1992 (il matrimonio il 26 agosto 1992).

- L'avv. Luca Silvagni, legale del dott. Stefano Ziantoni, comunica quanto segue: "Contrariamente a quanto sino ad oggi pubblicato nella lista denominata "Conigliera RAI" preciso che Stefano Ziantoni non è figlio di Violenzio, ex presidente della provincia di Roma". Ne prendo atto, invitando gli utenti del blog a fare altrettanto.

Fonte: beppegrillo.it

26 nov 2007

Veltroni rimuove il capo dei vigili: in sosta vietata con permesso per disabili scaduto

Una bufera dai contorni e gli effetti ancora non del tutto definiti si è abbattuta oggi su tutto il corpo della polizia municipale di Roma. Il comandante Giovanni Catanzaro, scoperto a sostare con la propria auto in zona vietata, con un permesso per disabili scaduto, è stato immediatamente sollevato dall'incarico dal sindaco Walter Veltroni. Il capo dei vigili urbani si difende e parla di «un atto di superficialità in buona fede» che «nella mia posizione avrei dovuto evitare», ma che non giustifica «la caccia alle streghe che ha scatenato». Unanime e immediato è il plauso che accoglie la decisione «tempestiva e saggia» di Veltroni, come viene definita, sia da parte della maggioranza in Campidoglio, sia da parte sindacale che dall'opposizione. La preoccupazione dei rappresentanti dei lavoratori è che il brutto esempio offerto proprio da chi dovrebbe essere senza macchia, getti fango sui circa 7.000, tra donne e uomini in divisa, che ogni giorno affrontano gli illeciti e le illegalità spesso a rischio della loro incolumità e, come ricordano spesso diversi sindacalisti, «a mani nude».

A scoprire l'uso indebito del permesso per disabili scaduto per andare a cena vicino a piazza di Spagna del Capo dei vigili urbani, un'inchiesta de "Il Messaggero" che ha documentato, anche fotograficamente, la sosta dell'Alfa Romeo rossa del comandante. Lui si difende e spiega: «il permesso scaduto è stato lasciato per errore all'interno dell'autovettura «chiunque avrebbe visto che era scaduto, io non ci ho fatto caso» per errore al posto del permesso regolarmente intestato all'anziana madre della mia compagna anch'esso all'interno dell'automobile, ma non esposto». Ammette l'errore ma aggiunge: «Non credo d'aver compiuto un atto così riprovevole d'aver meritato d'essere additato al pubblico ludibrio». Un atto che lui stesso ha definito «deprecabile ma non una violazione così pesante da prevedere l'ergastolo o l'ostracismo». Parole dure verso il quotidiano: «Hanno fabbricato un dossier come fossero i fotogrammi di un reato gravissimo». Il caso esplode dopo mesi di polemiche che attraversano tutto il Corpo della polizia municipale di Roma divisa tra intransigenti che chiedono, come fa la Cisl Polizia Municipale «che il sindaco trovi il modo per riconoscere che ad oggi deve ancora iniziare la ricostruzione del Corpo». O l'Ugl che suggerisce «che il nuovo comandante sia uomo di spessore ed espressione dei dirigenti della polizia municipale di Roma». Una voce alla quale si aggiunge il Sulpm che chiede la trasformazione del Corpo in «polizia di prossimità».

Insomma i sindacati chiedono una riforma profonda del Corpo nel quale entro febbraio entreranno altre 300 unità grazie al concorso che ha messo in pista 1.412 tra donne e uomini che hanno superato lo scritto (tra questi il figlio di Catanzaro) e dal 10 dicembre affronteranno la selezione orale. La maggioranza in Campidoglio, nell'appoggiare senza riserve la reazione immediata di Veltroni, chiede che venga «restituita fiducia ai cittadini legittimamente offesi e turbati da quanto avvenuto e garantita serenità al corpo dei vigili, ingiustamente colpito dall'inciviltà di un suo rappresentante». Anche l'opposizione plaude alla scelta del sindaco di rimuovere Catanzaro, da Forza Italia con il coordinatore Francesco Giro e Alleanza Nazionale con il presidente del gruppo in campidoglio Marco Marsiglio.
L'incarico di comandante del Corpo di polizia municipale è fiduciario e dunque il sindaco può, a prescindere da un' eventuale indagine amministrativa che si saprà in seguito se verrà avviata, revocare l'incarico al comandante del corpo che tra l'altro dipende direttamente da lui non avendo il sindaco affidato la delega ad alcuno dei suoi assessori. Alcuni, come Giro, fanno gli auguri al possibile reggente, l'attuale vice comandante Angelo Giuliani. Ma da quanto si apprende nulla è ancora deciso.
Anche perchè l'inchiesta de "Il Messaggero" ha gettato un'ombra su una parte importante dell'amministrazione.

Fonte: ilsole24ore.it

E donna Maria creò un partito

Maria D'Agostino è una donna tosta, che sa sempre come ottenere rispetto. Ed è lei forse la protagonista più sorprendente dell'inchiesta che coinvolge Mario Landolfi. Nel 1988, a soli 22 anni, la polizia la sorprende assieme alla cugina mentre nasconde due boss latitanti: le due ragazze vengono anche accusate di custodire le armi del clan. Per questo viene processata e condannata. Ma lei non se ne cura. Assieme al compagno Gennaro Sorrentino pensa in grande. Secondo i magistrati raccolgono il pacchetto di voti controllato dalla camorra e fondano un loro partito. Dopo qualche tentennamento lo battezzano Forza Giovani. Al loro fianco un altro amico più volte coinvolto in storie di mafia: quel Giuseppe Diana promotore della misteriosa cordata che tentò di comprare la Lazio con il sostegno di Giorgio Chinaglia. Forza Giovani ottiene mille preferenze e fa entrare donna Maria nel consiglio comunale: è lei l'ago della bilancia per creare a Mondragone la giunta di centrodestra. Decide di passare in Forza Italia e fa insediare il sindaco Ugo Conte, ora indagato.

Il partito di donna Maria per la Procura è di fatto la camorra. Che così partecipa direttamente alle decisioni del Comune: una pacchia per pilotare appalti e assunzioni. Peccato che la legge vieti l'elezione dei pregiudicati come donna Maria.

Quando la prefettura lo scopre e timidamente segnala l'illecito, a Mondragone si teme la rivoluzione. La rimozione della D'Agostino farebbe entrare in consiglio un nemico del sindaco: tutto il sistema di potere verrebbe messo in discussione, una perdita letale per boss e partiti. Così secondo la Procura antimafia scatta un piano diabolico: viene architettata una complessa operazione di bassa politica e alti interessi. Donna Maria si sarebbe dimessa in cambio dell'assunzione sua e di quattro parenti nella solita 'munnezza spa'. Assunzione fittizia: avrebbero intascato lo stipendio senza lavorare. Immediatamente prima, però, viene fatto dimettere anche un consigliere d'opposizione, Massimo Romano, lasciando
la poltrona a un uomo schierato con il sindaco. Il prezzo di Romano? Un posto per sé e per la moglie. Secondo la Procura antimafia il garante di quest'ultima tranche della manovra sarebbe stato proprio Landolfi. Che poi viene invocato per far mantenere le promesse

Fonte: espresso.repubblica.it

25 nov 2007

Il padrone di Mondragone. Una città in mano alla camorra.

Camorra e politica insieme per gestire il business della spazzatura.

Mondragone è un paesone del Casertano, ricco di storia e povero di lavoro: uno dei tanti in Campania. Lì un graduato dei vigili urbani chiedeva le mazzette ai venditori del mercato, come forse accade in tanti paesi. Un sindacalista degli ambulanti si presentò ai magistrati e denunciò tutto: e forse anche questo accade in molti comuni. Solo che nel 2002, alla vigilia del processo contro il vigile, il sindacalista venne assassinato. E questo è accaduto solo a Mondragone. Perché secondo i magistrati allora come oggi lì i confini tra camorra e pubblica amministrazione sono così confusi che non si capisce più dove finiscano i partiti e comincino i clan.

Con una certezza: i feroci padrini dei Casalesi contano più dei politici. Una regola che avrebbe una sola eccezione: Mario. Nelle intercettazioni che hanno registrato il sistema di potere di Mondragone 'Mario' è quasi una parola magica. Basta pronunciare quel nome per risolvere crisi di giunta, farsi assumere, trovare la strada per ottenere la certificazione antimafia. Non un Mario qualsiasi: secondo i pm si tratta di Mario Landolfi, ex ministro e attuale presidente della Commissione di vigilanza della Rai.

Landolfi è sempre stato presentato come il volto pulito di An: fedelissimo a Gianfranco Fini, insediato due anni fa nello strategico dicastero delle Telecomunicazioni, appena confermato nel vertice di Alleanza nazionale. L'unica vicenda che lo vide protagonista negativo fu quel foglietto sventolato da Gad Lerner nel giorno delle dimissioni dal Tg1: "Landolfi mi ha chiesto: 'Ci sarebbe questa persona da sistemare...'". Invece quella che lo vede accusato di corruzione e truffa "con l'aggravante di aver commesso il fatto per agevolare il clan mafioso La Torre" è tutt'altra storia.

Mondragone è la sua città: Landolfi è nato lì e quello è il suo collegio elettorale. Non si perde un'inaugurazione e durante il governo del centrodestra non ha lesinato attenzioni e fondi. Ma per la direzione distrettuale antimafia di Napoli in più occasioni l'ex ministro avrebbe violato la legge. Contro di lui ci sono soprattutto le telefonate di Raffaele Chianese, ex vicesindaco, amico e collaboratore che lo seguì a Roma come capo dello staff ministeriale. E ci sono le accuse dei fratelli Orsi: due imprenditori diventati i re dei rifiuti in Campania grazie al legame con la camorra e le relazioni politiche a destra e sinistra. Perché al centro di questa storiaccia ci sono proprio gli appalti dell'immondizia, il grande business sporco che avvelena l'intera regione.

Le dichiarazioni raccolte dagli investigatori oscillano tra il folcloristico e l'inquietante. La materia prima sono i posti di lavoro: il mattone che serve a costruire il sistema di potere. Quando i politici chiedevano, il contratto doveva spuntare fuori a tutti i costi. Spiega Michele Orsi: "Circa il 70 per cento delle assunzioni poi operate erano inutili ed erano motivate per lo più da ragioni politico-elettorali, richieste da Landolfi, Valente (il presidente del consorzio comunale, ndr) e Cosentino (il coordinatore regionale di Forza Italia, ndr)... Molte delle assunzioni erano non solo inutili ma sostanzialmente fittizie, dato che questi non svolgevano alcuna attività". Questi 'favori' poi diventavano voti. Chianese, il 'braccio destro' di Landolfi nel raccomandare un uomo vicino alle cosche sottolinea: "Quello vale cento voti!". E Orsi replica promettendo il contratto: "Tieni presente che siamo vicini a te e Mario per queste elezioni. Qualunque cosa...". La risposta? "Grazie, a buon rendere".

Spiega uno dei pentiti di questo romanzo criminale: "Quasi tutte le persone che a Mondragone lavorano per la nettezza urbana sono state raccomandate dal clan. Qualunque iniziativa volessero prendere i lavoratori dovevano concordarla con il clan, compreso l'iscrizione al sindacato o iniziative di protesta. Mi risulta che nel corso degli anni sono stati organizzati dalla cosca vari pranzi elettorali per cercare di far votare tutti i dipendenti della nettezza urbana per una certa persona. Certamente è stato organizzato un incontro per far votare Paolo Russo (onorevole di Forza Italia, ndr). Per le ultime politiche è stato organizzato un rinfresco a favore di Landolfi a cui pure hanno partecipato tutti i dipendenti della nettezza urbana. In quest'ultima occasione il clan si è occupato soltanto di far andare tutti all'incontro".

D'altronde i consorzi che gestiscono i rifiuti sono espressione diretta dei partiti. In questa istruttoria lo ammette Giuseppe Valente, numero uno della società mista che si occupa di pulire 18 comuni sul litorale Domiziano, che dopo l'arresto spiega con candore di avere "assunto la presidenza quale incarico squisitamente politico, previa intesa con i referenti politici, i parlamentari Landolfi, Cosentino e Coronella (senatore e leader provinciale di An, ndr)". È difficile ritenerla una normale lottizzazione. E questo non solo alla luce della drammatica situazione che la questione della spazzatura ha assunto. C'è infatti il dominio della criminalità, che controlla tutto e pretende che i suoi uomini vengano retribuiti per non fare nulla. Il 'portaborse' di Landolfi dice al telefono che prima nella società della nettezza urbana "c'erano 22 assunti ma dieci erano camorristi. Non lavoravano, si pigliavano solo lo stipendio". Il seguito dell'intercettazione è anche peggiore: "Quanti ce ne possono servire per pulire Mondragone? Trentacinque a esagerare. Invece ora ce ne stanno 86, 51 chi li deve pagare?"

La camorra non si accontenta del lavoro: vuole anche i soldi. L'azienda della spazzatura paga ogni mese 15 mila euro di pizzo agli emissari dei padrini. A sollecitare la tangente, scrivono i magistrati, è proprio il presidente del consorzio pubblico. Quello che dichiara di essere stato nominato grazie a Landolfi e Cosentino. Spesso però i boss decidono di fare politica in proprio, violando ogni regola: usano il loro pacchetto di voti per condizionare le scelte del Comune.

Di fronte a questo dilagare della camorra cosa fa lo Stato? Poco o nulla. Dalla Prefettura di Caserta - recitano gli atti della Procura - le informative di polizia arrivavano direttamente nelle mani sbagliate. Anche figure chiave del Commissariato per l'emergenza rifiuti erano a 'disposizione' dei padrini della spazzatura: come Claudio De Biasio, il vice di Bertolaso arrestato nella scorsa primavera. E se si cercava di applicare le misure minime di legge, come l'obbligo di certificato antimafia per gli appalti, c'era sempre un parlamentare pronto a trovare una scorciatoia.

Spiega il solito Orsi: "Quanto alle mie richieste rivolte ai politici di interessarsi per il rilascio della certificazione antimafia, faccio presente che sollecitai direttamente l'onorevole Cosentino e - tramite Valente - Mario Landolfi. Cosentino mi diede assicurazioni sul fatto che si sarebbe interessato: ricordo che questi ebbe a chiamare telefonicamente, innanzi a me, il dottor Provolo (il viceprefetto, ndr) con il quale prese un appuntamento per avere dei chiarimenti". E Landolfi? "Chianese ci disse di aver ricevuto da Landolfi l'indicazione proveniente dalla Prefettura... sottolineando che grazie a lui Landolfi si era recato presso la Prefettura per perorare il rilascio della certificazione antimafia".

Gli elementi di accusa contro il parlamentare di An sono ancora in parte coperti dal segreto. Ma dagli atti spunta un dialogo impressionante. Sergio Orsi, uno dei re dei rifiuti, si fa avanti offrendo "amicizia". E Chianese replica: "Mario i soldi se li può prendere solo da me, e non se li può prendere da nessun altro, quindi è inutile...". Poi precisa: "Lui soldi non ne piglia... Cioè, i soldi che danno per fare l'attività. finanzia il partito... Io me ne avvantaggio dal partito, perché io prendo un incarico... e giustamente devo dare un contributo...". E a quel punto 'il portaborse' spiega: "Tu puoi partecipare... se tu devi prendere un appalto per un lavoro, anziché darlo ad un altro, lo dai a me... È un contributo anche questo...".

Di fronte alle accuse di truffa e corruzione avanzate dai pm, Landolfi ha mostrato serenità: "Non ho ricevuto nessuna comunicazione, ma sono a disposizione dei giudici: il mio impegno politico è limpido. In vita mia non ho mai corrotto né truffato, non mi sono mai occupato di appalti e cose del genere". Ma oltre agli aspetti penali restano gli interrogativi sulla gestione della Campania e il ruolo che la classe politica ha avuto nel contrasto della camorra. Quando due anni finì per la prima volta sotto inchiesta il 'portaborse' Chianese, la risposta dei vertici regionali di An fu un'interrogazione parlamentare contro il pm Cantone. E il primo intervento di Landolfi sul caso Mondragone risale al 2003.

Non fu una denuncia, ma una dichiarazione in favore della sorella del padrino Augusto La Torre. All'epoca intervenne sul 'Corriere del Mezzogiorno' per fare sfoggio di garantismo: "Certo che conosco la professoressa La Torre. Abbiamo abitato nella stessa scala per anni. Il suo arresto mi ha sorpreso ma sospenderei il giudizio". Al cronista che chiedeva qual è l'impegno di un leader nazionale in "in una città di frontiera come Mondragone", rispondeva: "Anche un ruolo pedagogico: spiegando alle persone che non tutto è diritto e non tutto può essere risolto dalla politica. Ma dopo l'incalzante attività delle forze dell'ordine, a Mondragone siamo in una fase di ripresa. Alla fine, vince sempre lo Stato". Speriamo

Fonte: espresso.repubblica.it

Multe, 2007 da paura. La politica economica dei comuni basata sul semaforo.

Un miliardo e mezzo di euro. Tremila miliardi delle vecchie lire. Diciamo una buona fetta di manovra finanziaria. È quanto se ne andrà dalle tasche degli italiani a causa delle multe. Certo, se fossimo più attenti ai semafori rossi, ai limiti di velocità e ai divieti di sosta, pagheremmo di meno. Ma non tanto. Infatti, le multe sono diventate parte della politica economica dei comuni. Che si trovano quasi costretti a fare cassa alle spalle degli sventurati automobilisti che passano per il loro paese.

Ammette “la colpa” Secondo Amalfitano, coordinatore nazionale dei piccoli comuni dell’Anci, che spiega: “È vero. I comuni adottano la tecnica delle multe. Ma lo fanno per sopravvivere”. Amalfitano ne spiega le motivazioni: “Da alcuni anni ormai si sta manomettendo l’assetto secolare dei comuni con provvedimenti isolati e senza visione complessiva costringendo al taglio i bilanci. Questo stravolge gli enti locali. E per i piccoli comuni la cosa è ancora più grave”.

Sta di fatto che la somma totale derivante dalle multe è cresciuta di oltre il 50% negli ultimi cinque anni. E poi c’è una delle questioni fondamentali. La legge sulla sicurezza stradale prevede che i soldi incassati dalle multe siano investiti in sicurezza stradale. Cosa che puntualmente non avviene, perché ci sono da ripianare i bilanci locali. Ancora il coordinatore dei piccoli comuni dell’Anci cerca di capire le motivazioni: “Chiudere una buca per un comune diventa problematico e difficoltoso con i bilanci attuali”.

In numeri assoluti, ovviamente, Roma e Milano la fanno da padroni per numero di multe. Ma in termini relativi sono proprio i piccoli comuni ad essere le sanguisughe degli automobilisti. Il primato del rapporto tra gli introiti da contravvenzioni e il numero di abitanti spetta a Santa Luce: 1.600 anime in provincia di Pisa per un incasso di 1,7 milioni di euro grazie alle contravvenzioni nel 2005. Ovvero 1.100 euro ad abitante. Quando la media nazionale è di 35 euro l’anno.

Amalfitano prova a spiegare: “Un taglio ad un piccolo comune è gravissimo. Di qui la necessità della fantasia italica di aggrapparsi a quello che c’è in giro: le multe in primis“. Non è la solita faccenda dei costi della politica, è questione di sopravvivenza”.

Fonte: panorama.it

23 nov 2007

Sprecopoli di Mario Cervi e Nicola Porro

Dopo l'ormai celeberrimo ‘La Casta', della più che premiata ditta Rizzo e Stella, ecco un altro volume - anche questo scritto a quattro mani - che punta i riflettori sui costi, ormai insostenibili, della politica. O meglio, come precisa il sottotitolo, "sui nuovi sprechi della politica italiana".

Lo hanno scritto due giornalisti dalla penna brillante: Mario Cervi e Nicola Porro, entrambi al Giornale in qualità - rispettivamente - di editorialista e vicedirettore ad personam. E lo hanno intitolato, non a caso, ‘Sprecopoli'. Un titolo che richiama alla mente altri fenomeni passati alla storia con lo stesso suffisso: tangentopoli, sanitopoli, vallettopoli, bancopoli e altre ‘opoli'.
Anche in questo caso, sottolineano gli autori sin dalle prime battute, "lo scandalo è sotto gli occhi di tutti": per finanziare "una politica costosa e senza progetto" - portata avanti da un esercito di 179 mila eletti (dati Confindustria) - i cittadini italiani spendono ogni anno ben quattro miliardi.

La lista degli sprechi è lunga, anzi lunghissima. E non risparmia nessuno. Comincia dal colle più alto, il Quirinale, che spende ogni anno 235 milioni di euro (l'Eliseo ne spende appena 32 milioni), e, ‘giù giù per li rami', scende poi fino al Parlamento - "la maggior fucina di sprechi del sistema politico italiano" con circa mille fra deputati e senatori e ben 2.700 dipendenti – per fare quindi tappa a Palazzo Chigi – con i suoi 262 dipendenti con qualifica dirigenziale, i 1.806 dipendenti delle ‘aree funzionali' e gli altri 1.573 ‘comandati' da altre Amministrazioni, per un totale di 3641 unità – prima di addentrarsi nei meandri dei novemila Enti Locali, vero monumento del paese di Sprecopoli, dove fa bella mostra di sé (in verità non solitaria) il ‘caso Calabria' che "se non può essere preso a paradigma di tutta l'Italia", sottolineano gli autori, si può certamente "utilizzare come buona approssimazione". La ‘punta dello stivale' è, infatti, abitata da ben 8077 amministratori locali: "un politico eletto ogni 230 abitanti per un conto finale di 36 milioni di euro l'anno".

Un viaggio nella ‘selva selvaggia dello scialo', quello che ci propongono Cervi e Porro, che lascia a dir poco interdetti. Nove istantanee fulminanti, tanti sono i capitoli che ci accompagnano lungo le 254 pagine di un volume scritto in modo chiaro e assolutamente ben documentato. Un volume che, purtroppo, non sembra voler lasciare spazio a illusioni. Anche se riconosce che qualcosa sembra comunque muoversi: non tanto l'indagine conoscitiva sui costi della politica promossa dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti ("di solito – dicono gli autori - le indagini conoscitive del Parlamento aggiungono soltanto qualche voce di spreco alle già esistenti") quanto "piuttosto il disegno di legge presentato da tre deputati dell'Italia dei valori nei cui sedici articoli si prevede l'abolizione di tutte le indennità accessorie dei parlamentari, la concessione della pensione solo ai parlamentari che abbiano maturato due legislature, un tetto invalicabile di 12 ministri per il governo, il dimezzamento degli assessori provinciali e l'abolizione delle comunità montane". "Se il testo passasse si otterrebbe un risparmio di 3 miliardi di euro l'anno", urlano Cervi e Porro. Ma "non passerà" sostengono senza mezzi termini. Qualora avessero ragione assisteremmo, purtroppo, ad un ulteriore allontanamento dei cittadini dalla politica e vedremmo rafforzarsi il rischio di un tornado che, "come nel 1992" potrebbe travolgere i partiti. E con essi la democrazia.

Sprecopoli
Mario Cervi-Nicola Porro,

Mondadori, pagg 252-euro 17,50)

Fonte: ilsole24ore.it

Stuprata in carcere da 20 uomini: Una minorenne rinchiusa in una cella e violentata per un mese in cambio di cibo

BRASILIA - A quindici anni è stata rinchiusa in cella per più di un mese assieme ad oltre 20 uomini che l'hanno stuprata ripetutamente, costringendola a subire gli abusi in cambio di cibo. È scandalo in Brasile per una vicenda emersa in seguito alla denuncia dell'organizzazione umanitaria 'Children and Adolescent Defense Center' (Cedeca). Un caso che ha scosso l'opinione pubblica, tanto che il governatore locale, Ana Julia Carepa, ha richiesto «punizioni esemplari» per i responsabili, annunciando l'apertura immediata di un'inchiesta

NESSUNA GIUSTIFICAZIONE - Una storia agghiacciante, stando alle ricostruzioni che sono emerse. La giovane sarebbe finita in carcere per un furto (anche se le accuse nei suoi confronti non sarebbero ancoa del tutto chiare). La cosa certa è che il suo ingresso in una prigione dello stato di Parà si è tramutato da subito in un incubo peggiore di quanto potesse immaginare. «È stata stuprata dal primo giorno dai suoi compagni di cella che avevano da 20 a 34 anni», racconta il Cedeca. La giovane era stata arrestata nella capitale di Parà, Abaetetuba, il 21 ottobre, ed era finita in guardina fino a quando qualcuno non ha informato con una soffiata la stampa. La polizia, secondo il legale dell'adolescente, non ha saputo indicare per quale caso di furto fosse stata imprigionata e si è difesa affermando che non si erano accorti che fosse minorenne. «Ma questa non è una giustificazione. Se avesse avuto 15, 20, 50, 80 o 100 anni non doveva essere rinchiusa con altri uomini», ha dichiarato il governatore.

PRECEDENTI - I media brasiliani riferiscono però che non si tratta del primo caso del genere: in precedenza una ragazza di 23 anni era stata sbattuta in un altro carcere dello stesso Stato per un mese, stavolta con 70 uomini.

Fonte: corriere.it

Dialoghi a distanza con "pizzini" tra i due big di Cosa nostra

I due boss ai vertici di Cosa nostra erano in contatto. E la prova è recente. Nel covo di Giardinello dove è finita la fuga durata 24 anni di Salvatore Lo Piccolo, sono state trovate tracce dei sui rapporti con Matteo Messina Denaro. Il contenuto dei "colloqui a distanza" tra il "capo dei capi" finito in carcere e il suo papabile successore alla guida delle cosche siciliane è ancora top secret. Ma è certo che il 5 novembre scorso, giorno della cattura di Lo Piccolo, i pensieri di Matteo Messina Denaro sono andati indietro nel tempo: per l'esattezza all'11 aprile 2006, data della cattura di Bernardo Provenzano.

Quel giorno, lo si apprende da uno degli ultimi "pizzini" finiti nelle mani degli inquirenti e attribuiti a Matteo Messina Denaro, il quarantenne boss di Castelvetrano era furente. Non solo perché dopo 43 anni era finita la vita da "primula rossa" di Provenzano, catturato dalla polizia in una masseria di Corleone. Ma perché Messina Denaro scoprì che nelle mani degli inquirenti era finito tutto l'archivio dei "pizzini" che Provenzano utilizzava per dare ordini, ricevere richieste, disporre estorsioni o indicare quale appalti milionari dovessero essere pilotati da Cosa nostra. A cominciare da quello relativo alla realizzazione di un'area di servizio lungo l'autostrada Palermo-Mazara, nella zona di Costa Gaia: una gara da 5.500.000 euro bandita dall'Anas.

Così, dopo aver visto in tv le immagini di Provenzano braccato, Matteo Messina Denaro si siede davanti ad un computer e scrive una lettera destinata ad uno dei suoi insospettabili fiancheggiatori. "Capirà da sé che ci sono persone, a me vicine e care, che ora sono nei guai, compreso lei, e mi creda sono imbestialito anche se mantengo la calma, perché l'ira non porta a niente, e sono anche troppo addolorato e dispiaciuto, ma questo è un fatto che concerne solo il mio intimo…".
un'immagine di Matteo Messina Denaro - sito Ministero dell'Interno - Direzione Centrale della Polizia CriminaleMatteo Messina Denaro è ricercato dal 1993, è uno dei protagonisti della strategia stragista di Cosa Nostra: è stato condannato all'ergastolo per le bombe di Milano, Roma e Firenze; ha organizzato l'attentato per uccidere il giornalista Maurizio Costanzo; ha deciso delitti e accumulato anche all'estero un patrimonio che gli inquirenti non sono ancora riusciti a rintracciare del tutto. Ma è anche un boss rampante, attento a non alienarsi il consenso di chi rischia grosso pur di proteggerne la latitanza. Così, nel "pizzino" di cui sono venuti in possesso gli investigatori che gli danno la caccia, Matteo Messina Denaro avverte il suo "contatto" che è stato scoperto a causa di quei bigliettini trovati a Provenzano: "La informo che nelle mie lettere che hanno trovato a lui si parla anche di lei e le spiego come sono andati i fatti…".

Il linguaggio è volutamente criptico, ma mittente e destinatario sanno bene a chi e a che cosa si fa riferimento. Nella lettera, scritta al computer con la solo firma "Alessio" vergata a penna (è questo lo pseudonimo usato da Matteo Messina Denaro), il boss si rammarica col suo interlocutore di averlo esposto al rischio che venga identificato: "Io sto azzardando a mandarle questa mia ma non posso fare altrimenti, la devo informare di come sono messe le cose, ne va della mia onestà ed affettuosità nei suoi confronti, oltre che della mia lealtà. Da questo momento non ci sentiamo più, vediamo gli sviluppi e poi ci ricontattiamo, nel frattempo faccia una vita trasparente in tutto perché veda che è sotto la loro attenzione e la controlleranno continuamente per un bel po'. Allo stesso tempo non si faccia prendere dallo sconforto e dal panico, per esserle d'aiuto morale, pensi che per lei è tutto da dimostrare, laddove ci sono altri amici completamente inguaiati, non ci voleva tutto ciò, è una cosa assurda dovuta al menefreghismo di certe persone che tra l'altro non si potevano e dovevano permettere di comportarsi in siffatto modo".

Ma cosa contenevano questi "pizzini" frutto della corrispondenza tra Matteo Messina Denaro e Bernardo Provenzano che hanno "inguaiato" altri mafiosi? Alcuni sono ancora coperti da segreto, altri delineano i contorni di un affare milionario che il boss Trapanese voleva gestire in prima persona: l'apertura di un'area di servizio con annesso albergo lungo l'autostrada che da Palermo porta a Mazara, nella zona di Costa Gaia, nei pressi dello svincolo di Alcamo. Ecco cosa scrive Messina Denaro a Provenzano: "Riguardo alla benzina con tutti i suoi annessi è una cosa abbastanza grossa ed è da tanto che se ne parla, di certo c'è che deve ricadere in territorio di Alcamo e già si sa il punto preciso. Attorno a questa cosa orbitano un sacco di persone perchè chiunque vuole accaparrarsi l'affare ed ognuno ha una sua fazione politica, io fino ad ora me ne sono stato a guardare lasciandoli scannare tra di loro".

Un proposito, quello di Matteo Messina Denaro, subito seguito da una dichiarazione di intenti in tipico stile Provenzano: raccogliere le ceneri da terra dopo che altri si sono dissanguati: "…farò in modo che tutti gli avvoltoi che girano attorno a questo affare si ritirano. Quindi la prego di dire a suo nipote che… io al più presto lo contatterò tramite una mia persona e che mi metterò d'accordo con lui per sistemare diciamo le cose tecniche, come il fatto di Alcamo ed altro".
Il latitante Trapanese, abile sia con le armi sia con i computer, spiega quindi a Provenzano, ancora fermo per le sue corrispondenze ad un'antiquata macchina per scrivere, come verranno ripartiti i proventi:
"Posso dirle che la sua quota sarà uguale, identica, precisa alla quota che avrò io, cioè quello che riesco a tagliare per lei allo stesso modo taglierò per lei. Al momento lei deve trovare una persona di sua fiducia per poterle intestare la sua quota quando sarà il momento. Non so i tempi che se ne andranno per concludere questo affare perchè quando c'è di mezzo la politica si sa com'è, però è certo che questa cosa si farà perchè ormai ciò è stato deciso".
Anche su questo dettaglio Matteo Messina Denaro si mostra informato. Il 23 agosto 2004 la Direzione Regionale per la Sicilia dell'Anas ha approvato il progetto "per la realizzazione dell'area di servizio "Costa Gaia Nord e Sud – A/29 Palermo – Mazara del Vallo" comprese le opere per le infrastrutture civili e petrolifere, gli impianti tecnologici e per carburanti" per un importo di 5.500.000 euro. Il Comune di Alcamo ha acquisito il parere igienico–sanitario dell'Asl (il 21 febbraio 2005), il nulla osta paesaggistico della Sovrintendenza ai Beni culturali (il 22 marzo 2005) e l'attestazione della conformità del progetto allo strumento urbanistico (l'8 giugno 2005). L'iter per la realizzazione dell'area di servizio è ancora in corso. E anche se non risulta che Cosa nostra sia riuscita a metterci le mani sopra, ecco il verdetto, sgrammaticato ma chiaro, che Bernardo Provenzano trasmette a Matteo Messina Denaro: "Mio carissimo. Con gioia ricevo tue notizie. Mi compiaccio tanto nel saperti, in ottima salute, spero che stiano pure bene i tuoi cari. Lo stesso grazie a Dio,al momento posso dire di me. Sendo (sento, ndr) che per la benzina sta andando Avanti bene e si (se, ndr) Anche i questo caso trovi per me le buoni vie, te ne sono grato...". Firmato "il numero 1". Cioè Bernardo Provenzano da Corleone.

Fonte: ilsole24ore.com

Poste, contratti sbagliati: 18mila riassunti

Ma l'azienda potrebbe essere obbligata a reintegrare nel loro posto di lavoro tutti i precari assunti negli ultimi anni

ROMA - Bei tempi, quelli di Remo Gaspari e Antonio Gava: quando la macchina delle assunzioni alle Poste, allora sì, andava a pieno ritmo. E capitava che perfino a Partinico, paese originario di un sottosegretario (il Dc Giuseppe Avellone), i portalettere fossero un decimo della popolazione attiva.

Ma chi oggi rimpiange quella epoca d'oro dovrà ricredersi, guardando i numeri che sono contenuti in una relazione di qualche giorno fa della Corte dei conti. Negli ultimi tre anni il magistrato del lavoro ha fatto assumere a tempo indeterminato 17.454 persone. Come se le Poste avessero dovuto ingoiare d'un colpo il Club Mediterranee, intero. O tutta la Banca nazionale del Lavoro. Ma questo, a sentire la Corte dei conti, è niente, perché ci sarebbero ancora aperti, «nei vari gradi di giudizio», 27.070 procedimenti. Un fatto che viene considerato dai magistrati contabili, non a torto, preoccupante. Com'è stato possibile arrivare a questo punto? Tutto è cominciato a metà degli anni Novanta, quando le Poste si stavano trasformando prima in ente pubblico e poi in società per azioni.

Essendo una impresa in fase di ristrutturazione, secondo i giudici non avrebbe potuto assumere personale a tempo mentre si liberava dei dipendenti stabili. E siccome di lavoratori a tempo, anche per periodi brevissimi di 20 giorni, ne venivano assunti a migliaia per far fronte alle esigenze di un'azienda con numeri enormi e funzioni molto particolari, sono arrivate valanghe di ricorsi. Dal 1998 a oggi, secondo le Poste, esattamente 42.297. Una offensiva legale che ha determinato situazioni incredibili, come quella di Grosseto, dove il giudice ha imposto in una mattinata la riammissione in servizio di 87 (ottantasette) portalettere. C'è da dire che quest'anno i nuovi ricorsi sono stati «soltanto » 2.306, contro i 6.282 del 2006. E i reintegri «soltanto» 4 mila, rispetto ai 5.124 del 2006 e agli oltre 6 mila del 2005, con una percentuale di «soccombenza » davanti al magistrato passata dal 90% al «appena» il 70%. Un andamento che viene interpretato alle Poste come il segnale che la situazione è ormai «sotto controllo». Affermazione che potrebbe apparire un po' forzata vista la mole delle cause ancora pendenti.

L'ottimismo deriva dal fatto che all'inizio del 2006 gli stessi sindacati i quali si erano incaricati di appiccare il fuoco al pagliaio hanno accettato di sottoscrivere un'intesa per attenuare l'impatto economico e organizzativo delle sentenze. Accordo, considerato storico, che non è stato certamente accolto con esplosioni di giubilo dagli avvocati di chi aveva fatto ricorso, alcuni dei quali erano arrivati a collezionare 3 o 4 mila clienti. Dal loro punto di vista, comprensibilmente: sono state evitate altre 14.985 cause di altrettanti ex postini a tempo che hanno rinunciato ad andare dal magistrato a patto però di essere inseriti in una precisa graduatoria dalla quale l'azienda si impegna ad attingere per le assunzioni. Considerando anche questi, il numero degli ex precari teoricamente reintegrabili, se le Poste perdessero tutti i procedimenti ancora aperti, salirebbe a 57.282 persone. Ma il problema sarebbe stato ancora più grosso. Se tutti i postini a tempo passati per l'azienda dal luglio 1997 al 2005 avessero fatto ricorso, nel palazzone davanti al laghetto dell'Eur, a Roma, sarebbero stati sommersi da 130 mila cause: come quasi tutti i dipendenti a tempo indeterminato, attualmente 154 mila. Roba da portare i libri in tribunale. Ed è anche per questo che alle Poste considerano già un clamoroso successo questo esito della vicenda. Non che non ne escano un po' ammaccate. Basti dire che lo scorso anno il fondo vertenze, pur in diminuzione rispetto a un drammatico 2005, ha assorbito 353 milioni, oltre metà dell'utile netto. E siccome, sottolinea la Corte dei conti, «la struttura aziendale affida a professionisti esterni la quasi totalità delle cause» di questo tipo, negli ultimi cinque anni ha sborsato per spese di giudizio e onorari 101,6 milioni di euro: 33 e mezzo nel solo 2006.

Fonte: corriere.it

21 nov 2007

Prof di giorno, pornodiva di notte

Alla fiera dell'eros di Berlino, a fine ottobre, è stata un'attrazione e il video che testimonia il suo successo è finito su YouTube

Si fa chiamare Madameweb, come un personaggio dell'Uomo Ragno, ed è una vera signora della Rete: sono a decine i siti per adulti che parlano di lei. E in cui la si vede in azione. Fin qui nulla di strano. Se non fosse che Madameweb non è soltanto una delle icone hard della rete, ma anche un'insegnante di Lettere in una scuola media di Pordenone. Una "porno-prof", insomma.

Cinque anni fa alcuni alunni avevano scoperto su internet le foto hard della loro insegnante e, dopo averle stampate, avevano pensato bene di tappezzare i bagni della scuola con commenti non proprio edificanti sulla "porno prof". Da lì nacque una querelle, anche legale, che si trascinò fino all'anno scorso quando i genitori dei ragazzi, venuti a conoscenza che la professoressa era stata assegnata nuovamente allo stesso istituto, tempestarono di telefonate il dirigente scolastico minacciando di non mandare più a scuola i propri figli. Alla fine lo scandalo fu messo a tacere con un trasferimento "diplomatico" dell'insegnante ai corsi serali per adulti.

Ma, a quanto pare, Madameweb non ha rinunciato al gusto della trasgressione. Ed è scoppiato un nuovo putiferio a causa della sua ultima "impresa": la provocante "porno prof" ha partecipato all'ultima edizione di "Venus", la fiera dell'Eros tenutasi a Berlino dal 18 al 21 ottobre scorsi. Secondo quanto raccontano gli addetti ai lavori, la performance estemporanea di Madameweb è stata uno dei momenti più bollenti della rassegna. E il successo di pubblico ottenuto in occasione della fiera è stato poi amplificato a dismisura dalla Rete. Su You Tube impazza un video di cinque minuti che riprende l'esplosiva professoressa completamente nuda sull'autobus, in metropolitana, mentre cammina per strada. E poi in fiera dove Madameweb si fa fotografare e accarezzare da un gruppo sempre più folto di occasionali fans.

La partecipazione alla fiera dell'erotismo e la conseguente esposizione mediatica hanno creato un nuovo caso ripreso, non senza morbosità, dai quotidiani locali. E anche sul web il tam-tam è ripreso. Un collega della professoressa nel suo blog ha sollevato la questione dell'etica degli insegnanti: "La vita privata", scrive il prof-blogger, "conta, e conta eccome. Conta per le famiglie. Conta per la Scuola. Conta per il ruolo che lei ha nei confronti degli alunni. Conta per le istituzioni, e anche per chi le ruota attorno".

La risposta di Madameweb non si è fatta attendere. Con un post chilometrico. "Il mio comportamento a scuola è sempre stato estremamente professionale e integerrimo", ha risposto al collega, sottolineando di non indossare mai abiti provocanti e di mantenere con tutti un atteggiamento distaccato. Madameweb poi difende a spada tratta il proprio operato di insegnante: "Noi docenti dobbiamo prima di tutto garantire una buona preparazione culturale nonché una crescita e maturazione dell'individuo. L'educazione e i valori devono essere trasmessi principalmente dai genitori o dai tutori dei ragazzi. Non possiamo sostituirci a una madre o a un padre e diventare per loro un modello da seguire".

E in un passaggio successivo rivendica la libertà delle proprie scelte nella sfera privata: "E' vero sono una professoressa, ma non è ciò che faccio nel privato che dovrebbe cambiare ciò che sono a scuola e viceversa. Io non pubblico le mie foto ovunque bensì in siti per adulti e vietati ai minori in cui consenzientemente s'incontrano e discutono persone che condividono i propri desideri e le proprie scelte sessuali". E, alla fine del post, in un estremo atto di coraggio, la "porno prof" svela la sua identità firmandosi con nome e cognome: Anna Ciriani. In arte Madameweb.

Fonte: repubblica.it

20 nov 2007

Ballarò: "I Savoia chiedono 260 milioni. E' il risarcimento per i 54 anni di esilio"

Ballarò: "I Savoia chiedono 260 milioni. E' il risarcimento per i 54 anni di esilio"

ROMA - I Savoia chiedono 260 milioni di euro allo Stato italiano. 170 milioni di euro è la richiesta di Vittorio Emanuele; 90 milioni quella di suo figlio Emanuele Filiberto, più gli interessi. Vogliono il risarcimento dei danni morali per i 54 anni di esilio. Inoltre i Savoia vogliono la restituzione dei beni confiscati dallo Stato al momento della nascita della Repubblica Italiana. Lo rivela un servizio che andrà in onda questa sera su Rai Tre a Ballarò.

La famiglia Savoia "ha chiesto ufficialmente i danni al Governo Italiano", anticipa la redazione del programma televisivo. "La richiesta è arrivata circa 20 giorni fa con una lettera di sette pagine inviata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al presidente del Consiglio Romano Prodi dai legali dei Savoia Calvetti e Murgia. Tra i motivi della richiesta di risarcimento illustrati nella lettera e spiegati da Emanuele Filiberto in un'intervista all'interno del servizio ci sono - spiega la redazione del programma - "i danni morali dovuti alla violazione dei diritti fondamentali dell'uomo stabiliti dalla Convenzione Europea per i 54 anni di esilio dei Savoia sanciti dalla Costituzione Italiana".

"Secca la replica del governo attraverso il segretario generale della presidenza del consiglio Carlo Malinconico che spiega -conclude la redazion di Ballarò. "Il Governo non solo non ritiene di dover pagare nulla ai Savoia, ma pensa di chiedere a sua volta i danni all'ex famiglia reale per le responsabilità legate alle note vicende storiche".

Fonte: repubblica.it

19 nov 2007

Lo scontro è la nostra droga. Tutti gli ultrà cercano lo scontro.

"Vi spiego il dio di noi ultrà". Viaggio tra i violenti del calcio

"Lo scontro è la nostra droga. Tutti gli ultrà cercano lo scontro. È una cosa che hai dentro, che ti sale su mano a mano che si avvicina la partita. Quando devi farti rispettare in una città che non è la tua. Oppure quando arrivano gli avversari in trasferta, ché alle dieci sei già lì, sul piazzale dello stadio. È la difesa del tuo territorio. La voglia di picchiarsi col nemico. Fargli capire che qui comandi tu. Ma - dice "Bocia", il capo, uno dei sacerdoti del nuovo rito curvaiolo - lo scontro non nasce dalla delinquenza; nasce dalla passione, dal cuore. E deve essere leale, non un'infamata. Se non sei un ultrà questa cosa non la capirai mai. Anzi, ti fa schifo. Noi invece cerchiamo di tramandarla, assieme ai nostri valori, condivisibili o no. Questa è la vita che abbiamo scelto. Così vivremo finché esisteremo".
Per entrare al "Covo", come lo chiamano loro, i monoteisti del tifo, devi salire una scala di ferro arrampicata sulla parete laterale di una concessionaria di automobili. Superi una porta di vetro tappezzata di adesivi nerazzurri e ecco un muro umano, una massa compatta di ragazzi in jeans e giubbotto radunati come militari in uno stanzone arredato con murales e bandiere e sciarpe e grandi foto che raccontano la storia del tifo organizzato atalantino. Di colpo sei inghiottito da un silenzio irreale.

Un silenzio rotto solo dalle parole del capo. Il "Bocia", al secolo Claudio Galimberti, 35 anni, faccia e modi da Braveheart di provincia, giardiniere, leader della Curva Nord dell'Atalanta. Al "Covo", una specie di tempio pagano, il pasdaran da stadio è indottrinato sui temi portanti della sua fede, della sua esistenza al limite. Si parla di "presenza" da fare, di orari di treni e pullman, di collette, di striscioni, di processi penali e mediatici, di droghe "buone" e droghe "non buone", di tifo organizzato, di "odiosa repressione", di "giornalisti infami". Tutti ascoltano muti. Odore denso di fumo. Operai. Universitari figli di papà. Impiegati. Insospettabili professionisti. Disoccupati e gente che sgobba 15 ore al giorno, e se c'è da seguire la squadra a Palermo, il lunedì si torna in fabbrica dopo avere attraversato l'Italia.

C'è anche qualche donna, una porta capelli viola fino alle spalle. Bocia sta seduto al centro. Intorno, il direttivo: una decina di persone, i luogotenenti. Tutte le curve hanno un capo e un direttivo. Eletti senza primarie. E migliaia di soldati semplici. Divisi in sezioni ognuna con un compito da portare avanti: coreografie, scontri, organizzazione dei viaggi, rapporti (solitamente complicati) con Digos e questura. Un sistema gerarchico, chiuso a riccio, impermeabile all'esterno. "Allora, adesso sotto con la trasferta...": Bocia istruisce decine di ragazzi su come affrontare un esodo "caldo". Quando l'Atalanta gioca fuori casa i suoi ultrà vengono quasi sempre accolti in modo non esattamente ospitale; loro sanno che è così, in fondo, spesso, non chiedono di meglio. "Occhi aperti e niente cazzate", sono i consigli per l'uso. "Perché quando ti scontri devi avere la mentalità giusta. Se un avversario cade a terra non devi infierire. Devi rispettarlo. E niente coltelli né bombe. Il problema è che oggi la violenza ha raggiunto livelli altissimi. Non sai mai chi incontri. Cosa ti può capitare. Ci sono gruppi che girano con la pistola in tasca... ".

Già, la pistola. E Gabriele Sandri, e l'autogrill, e il poliziotto, e la rivolta delle banlieue da stadio: parli con gli adepti del tifo e davanti ti scorrono le immagini dell'ultima domenica bestiale. Gli ultrà bergamaschi che assieme ai colleghi milanisti assaltano la polizia fuori dallo stadio (a Bergamo si giocava Atalanta-Milan); che esercitano il loro potere esecutivo imponendo lo stop alla partita. Il come si sa: sfondando con un tombino la vetrata che separa la curva dal terreno di gioco. "C'era tanta confusione. Forse il tombino è stato un errore - ammette Bocia - ma bloccare tutto era un dovere morale: e noi l'abbiamo fatto, anche se con modi discutibili. Il calcio doveva fermarsi per Sandri, come si è fermato per Raciti".

È un mondo aspro e selvaggio quello degli ultrà. Per conoscerlo da dentro, per comprenderne le logiche informi, l'anarchia, le derive incendiarie, bisogna andare a vedere da vicino: non farsi impressionare dalla ruvidità di certe facce, di certe scene. E poi i toni, le abitudini cameratesche e carbonaresche che scandiscono la preparazione della "partita". Quello che a loro pare normale, a te sembra "fuori". È possibile impacchettare dentro la stessa bandiera le sassaiola contro un treno e le collette per le scuole del Ruanda? Le sprangate per strada e la raccolta fondi per la distrofia muscolare? E viaggiare per quindici ore su un treno tipo carro bestiame, presi in consegna da una teoria di poliziotti armati, scortati in mezzo a una città a bordo di pullman coi finestrini sbarrati con reti di ferro e infine, se va bene, tenuti dentro lo stadio per due ore finita la partita e rispediti a casa magari dopo aver preso una pietra in testa o una messe di manganellate? Saranno 500 o 600 qui al "Covo". Due o tre riunioni la settimana. Un mini esercito in servizio permanente sui gradoni di una curva infuocata, temuta, oltranzista, rispettata. Colpita come molte altre da una pioggia di "Daspo", il provvedimento che vieta ai supporter violenti beccati in flagrante di assistere a manifestazioni sportive per un periodo che va da 1 a 3 anni.

Per gli incidenti dell'11 novembre sono arrivati sette arresti. Il presidente dell'Atalanta Ivan Ruggeri ha puntato il dito contro la curva: "Sono delinquenti che non voglio più vedere allo stadio". Il comunicato era firmato anche dai giocatori, che però tre giorni dopo, tra qualche imbarazzo, hanno tirato il freno: "Isoliamo i violenti, ma non criminalizziamo la Curva Nord che ci ha dato e ci dà tanto". "Era il minimo che potevano fare...", dice ora un po' sardonico Bocia. "Adesso comunque staremo fermi per un po', dobbiamo fare quadrato, ma la nostra mentalità non cambia". Il clima che si respira piacerebbe a Chuck Palahniuk, l'autore di Fight club e anche all'hooligan-scrittore inglese Cass Pennant, ma qui al Covo, almeno qui, non ci si prende a pugni né a calci. Semmai capita che pugni e calci si programmano o si commentano. "Oltre alla fede per la squadra, la cosa più importante per noi è il rispetto - spiega il leader della Nord - E rispetto vuol dire anche scontrarsi. Anzi, è la base". È la prima volta che un capo ultrà ci mette la faccia e riconosce che "sì, noi i casini ce li cerchiamo anche quando non ci sono. Romanisti, viola, granata, genoani: con tutte queste tifoserie vogliamo picchiarci. È così, non c'è niente da fare". Lui è uno di quelli che allo stadio non può andare. Il prossimo è il suo dodicesimo campionato da diffidato. "A fasi alterne, ovviamente". La domenica gioca a calcio: Bonate Sopra, prima categoria. E anche qui qualche guaio se lo tira addosso. Come il 9 settembre scorso a Cologno Monzese. Un centinaio di ultrà dell'Inter gli preparano un agguato. Sono lì per vendicare un assalto al loro treno diretto a Bergamo, campionato 2006-2007. Contro il pullman del Bonate partono sassi e bottiglie. A bordo ci sono anche donne e bambini. Ma soprattutto c'è lui, Galimberti. "Il nostro mondo è fatto anche di queste cose. Certe volte dimostri la tua superiorità cantando più forte degli altri. O presentandoti in gran numero in una trasferta. Se facciamo mille chilometri e andiamo a Napoli in 500 magari ci tirano addosso le bombe carta, però come nemici sanno che siamo rispettati".

La curva atalantina un tempo era "rossa". Negli anni '80 è stata filoleghista. Oggi è rigorosamente "apolitica". Seimila ultrà. Mille lo zoccolo duro, quello che c'è ovunque e comunque. Che vive per la squadra, per il tifo. Come Danilo, 41 anni, operaio. Uno dei colonnelli. "La "mentalità ultras" sta scomparendo - dice - Ci sono curve che hanno fatto la storia di questo movimento che non hanno più codici di comportamento. Si sono sputtanate per gli affari commerciali, si sparano per un pugno di biglietti omaggio, mandano avanti i ragazzini coi coltelli. Questo è vergognoso".

I seguaci della Dea (la dea Atalanta), come amano definirsi, hanno pochi rapporti di amicizia (Ternana, Cosenza, Eintracht Francoforte, Cavese) e moltissime rivalità. Praticamente con tutte le tifoserie. Il momento sociale per eccellenza è la Festa della Dea, l'omaggio al "totem" Atalanta. "Ogni estate facciamo 10 mila persone a sera. Vengono i giocatori, quelli di oggi e quelli di ieri. Si beve birra, si canta in piedi sui tavoli", spiega Daniele Belotti, 39 anni di cui 33 in curva, consigliere comunale e regionale leghista ("ma la politica non c'entra"). Ha scritto un libro, Belotti, "Atalanta folle amore nostro", che ripercorre 35 anni di tifo. "La Nord un tempo era considerata un covo di violenti e emarginati. Oggi coinvolge nelle sue iniziative decine di migliaia di bergamaschi. Gente che prima ci guardava con distacco e un certo timore".
"Bocia" Galimberti ascolta, annuisce, si tormenta la barba. Poi stappa una birra. Dice che in testa ha un pensiero fisso: i napoletani. "Se il Viminale non vieta la trasferta, li aspetto a Bergamo. Noi da loro andremo, sicuro, sempre che lo Stato ce lo permetta". Lui non potrà esserci, ma saprà tutto dal primo all'ultimo minuto. Perché la curva ha tante radio. Che messe assieme formano una specie di grande ugola indisciplinata. Bocia si alza in piedi, porge la Ceres a Daniele e, scandendo il ritmo con le mani aperte a tamburo, lancia un coro che fa rimbombare il Covo: "A-ta-lan-ta olè... ". Subito dopo, a mo' di litania liturgica, parte un fragoroso "Bergamo, Bergamo...". Una città da difendere, cento città dove "farsi rispettare".

Fonte: repubblica.it

18 nov 2007

Diventare prof? Per un laureato costa almeno 5mila euro

Il calcolo dell'investimento per sostenere i corsi per l'abilitazione
E per i circa 11mila aspiranti all'anno la prospettiva è il precariato

Cinquemila euro per diventare insegnanti - per giunta precari - sembrano in effetti un po' troppi. Eppure è proprio questa la cifra che i giovani neolaureati devono sborsare in Italia per ottenere l'abilitazione all'insegnamento nelle scuole secondarie di primo e secondo grado.
Il dato emerge da un'indagine condotta dalla casa editrice "La tecnica della scuola" sulla base degli ultimi bandi di concorso per l'accesso alle Ssis: le Scuole di specializzazione per l'insegnamento secondario. Investimento a lunga scadenza che non dà comunque nessuna certezza di impiego agli interessati. Perché dopo la laurea, giovani e meno giovani, devono appunto iscriversi alle Ssis, a numero chiuso, per frequentarne i corsi biennali. Solo dopo questo lungo e spesso accidentato percorso gli specializzati hanno avuto fino a quest'anno (perché dal prossimo le cose dovrebbero cambiare) la possibilità di inserirsi nelle graduatorie dei precari per iniziare un incerta marcia di avvicinamento verso la cattedra. Evento che finora si è realizzato in media attorno ai 40 Anni.

Per aggiustare il tiro, la Finanziaria contiene tra i suoi articoli gli elementi di base di quella che sarà la riforma del "meccanismo" di reclutamento dei docenti della scuola. L'obiettivo è quello di assumere docenti "più giovani, motivati e maggiormente preparati ad affrontare le sfide che la scuola pone di fronte oggi", ha recentemente detto il viceministro della Pubblica istruzione, Mariangela Bastico. Secondo le intenzioni del governo i "nuovi insegnanti" dovranno essere sottoposti ad un percorso di formazione più breve ma essere anche più preparati.

Le spese da sostenere per le famiglie degli aspiranti insegnanti (circa 11 mila ogni anno) sono molteplici. Dalla tassa regionale per il diritto allo studio (116,11 euro) all'imposta di bollo di 14,62 euro. Ma è la tassa di frequenza annuale, che in base all'autonomia universitaria è pari a 1.500 euro a Roma e 1.305 a Milano, la vera batosta per gli studenti. A queste cifre occorre aggiungere circa 300 euro per l'acquisto di riviste e testi per studiare, oltre che onerosi costi per gli spostamento con i mezzi pubblici e talvolta anche le spese di permanenza nella città che organizza il corso. Il tutto per sette mesi di lezioni l'anno, da dicembre a giugno, che si traducono in 500 ore di cui 150 di tirocinio in classe e 350 di lezioni teoriche.

Ma c'è di più. Coloro che si sono iscritti al IX ciclo della Ssis (per il 2007/2008) non hanno la certezza di potere accedere alle liste dei precari. Gli elenchi dei supplenti , da ora "ad esaurimento", sono stati infatti blindati dal ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, con l'intento di eliminare il precariato nella scuola. E stranamente proprio quest'anno durante le selezioni per l'accesso ai corsi Ssis si è presentato un numero di aspiranti prof di gran lunga superiore agli 11 mila posti messi a concorso dal ministero dell'Università.

Fonte: repubblica.it

16 nov 2007

"A' livella" di Antonio de Curtis (Totò)

Ogn'anno, il due novembre, c'é l'usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll'adda fa' chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.

Ogn'anno, puntualmente, in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch'io ci vado, e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo 'e zi' Vicenza.

St'anno m'é capitata 'n'avventura...


dopo di aver compiuto il triste omaggio
(Madonna!), si ce penzo, che paura!
ma po' facette un'anema e curaggio.

'O fatto è chisto, statemi a sentire:
s'avvicinava ll'ora d' 'a chiusura:
io, tomo tomo, stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

«QUI DORME IN PACE IL NOBILE MARCHESE
SIGNORE DI ROVIGO E DI BELLUNO
ARDIMENTOSO EROE DI MILLE IMPRESE
MORTO L'11 MAGGIO DEL '31».

'O stemma cu 'a curona 'ncoppa a tutto...
...sotto 'na croce fatta 'e lampadine;
tre mazze 'e rose cu 'na lista 'e lutto:
cannele, cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata 'a tomba 'e stu signore
nce stava 'n'ata tomba piccerella,
abbandunata, senza manco un fiore;
pe' segno, sulamente 'na crucella.

E ncoppa 'a croce appena se liggeva:
«ESPOSITO GENNARO NETTURBINO»
Guardannola, che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!

Questa è la vita! 'Ncapo a me penzavo...
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s'aspettava
ca pur all'atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo stu penziero,
s'era ggià fatta quase mezanotte,
e i' rumanette 'nchiuso priggiuniero,
muorto 'e paura... nnanze 'e cannelotte.

Tutto a 'nu tratto, che veco 'a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse 'a parte mia...
Penzaje: stu fatto a me mme pare strano...
Stongo scetato... dormo, o è fantasia?

Ate che fantasia; era 'o Marchese:
c' 'o tubbo, 'a caramella e c' 'o pastrano;
chill'ato appriesso a isso un brutto arnese:
tutto fetente e cu 'na scopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro...
'o muorto puveriello... 'o scupatore.
'Int' a stu fatto i' nun ce veco chiaro:
so' muorte e se ritirano a chest'ora?

Putevano sta' 'a me quase 'nu palmo,
quanno 'o Marchese se fermaje 'e botto,
s'avota e tomo tomo... calmo calmo,
dicette a don Gennaro: «Giovanotto!

Da Voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato?!

La casta è casta e va, sì, rispettata,
ma voi perdeste il senso e la misura;
la vostra salma andava, sì, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la vostra vicinanza puzzolente.
Fa d'uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i vostri pari, tra la vostra gente».

«Signor Marchese, nun è colpa mia,
i' nun v'avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa' sta fessaria,
i' che putevo fa' si ero muorto?

Si fosse vivo ve farrie cuntento,
pigliasse 'a casciulella cu 'e qquatt'osse
e proprio mo, obbj'... 'nd'a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n'ata fossa».

«E cosa aspetti, oh turpe malcreato,
che l'ira mia raggiunga l'eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!»

«Famme vedé... - piglia sta violenza...
'A verità, Marché, mme so' scucciato
'e te sentì; e si perdo 'a pacienza,
mme scordo ca so' muorto e so mazzate!...

Ma chi te cride d'essere... nu ddio?
Ccà dinto, 'o vvuò capì, ca simmo eguale?...
...Muorto si' tu e muorto so' pur'io;
ognuno comme a 'n'ato é tale e qquale».

«Lurido porco!... Come ti permetti
paragonarti a me ch'ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?».

«Tu qua' Natale... Pasca e Ppifania!!!
T' 'o vvuo' mettere 'ncapo... 'int' 'a cervella
che staje malato ancora 'e fantasia?...
'A morte 'o ssaje ched'è?... è una livella.

'Nu rre, 'nu maggistrato, 'nu grand'ommo,
trasenno stu canciello ha fatt' 'o punto
c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme:
tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto?

Perciò, stamme a ssenti... nun fa' 'o restivo,
suppuorteme vicino - che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie... appartenimmo à morte!».

15 nov 2007

Foto alla compagna di scuola appena uccisa da un autobus. E battute di derisione, come "dai, vai a vederla anche tu, ha la testa staccata"

MODENA - Foto alla compagna di scuola appena uccisa da un autobus. E battute di derisione, come "dai, vai a vederla anche tu, ha la testa staccata". Immagini lanciate su You Tube o Rotten. com o su blog privati, secondo i racconti raccolti da Eugenio Sponzilli, preside dell'Istituto d'Arte di Modena, che denuncia "l'agghiacciante degenerazione delle relazioni umane di molti adolescenti" impegnati, di fronte ad una compagna morta in strada, a usare i cellulari, filmare una scena macabra, "splatter" e scambiare battute ironiche.

Sara Hamid, 16 anni, marocchina, schiacciata da un bus all'autostazione mentre tornava a casa, era una rappresentante di classe dell'Istituto d'Arte, molto attiva. Marocchina di seconda generazione, perfettamente inserita, molto stimata dai compagni. "Parecchi ragazzi mi hanno detto di sapere che quelle immagini sono finite su Internet - dice il preside, 61 anni di cui 23 alla guida delle scuole -. Non siamo riusciti a trovarle, tuttavia. Secondo me le hanno tolte quando hanno saputo che stavo per fare denuncia alla Polizia Postale, alla quale infatti mi sono rivolto. I ragazzi le hanno viste sui cellulari e forse sono finite anche su alcuni blog". Un bullismo elettronico che non si ferma nemmeno davanti ad una morte orrenda.

L'incidente è avvenuto il 31 ottobre, verso le 13 e trenta, quando l'autostazione è invasa da migliaia di adolescenti delle superiori che tornano nei paesi della provincia modenese. "Alcuni ragazzi a vedere quella scena sono svenuti o hanno pianto. Altri hanno riso davanti a quel cadavere scomposto. E c'erano parecchi studenti con zainetto in spalla che hanno fotografato e filmato i pezzi del cervello della loro compagna sparsi a terra. Una cosa scandalosa, incredibile. Mi chiedo cosa stia capitando ai nostri ragazzi, ormai molti di loro sono impermeabili a qualsiasi messaggio educativo".

Il preside con 23 anni di esperienza non sa più che fare: "Se denuncio pubblicamente questi comportamenti è perché sono preoccupato, mi rendo conto che abbiamo fallito". La scuola non assolve più il suo compito: "I ragazzi ci prendono semplicemente per dei tecnici, non siamo più né maestri di vita né modelli". La famiglia è in crisi: "A Modena, un terzo dei ragazzi ha i genitori separati che quindi seguono poco i figli. Se li convochiamo per qualche mancanza dei ragazzi, quasi sempre prendono le loro parti e trattano preside e professori dall'alto in basso. I ragazzi non hanno senso critico, ma tutti hanno un cellulare nuovo e costoso".

Il professor Sponzilli ha cercato di reagire. Quando il tam tam delle foto è giunto fino in presidenza, ha convocato l'assemblea con il centinaio di rappresentanti di classe (l'Istituto ha 1200 iscritti). "Dopo una bella paternale hanno cominciato a capire, almeno i rappresentanti. Vuol dire che se si riesce a suscitare in loro emotività qualcosa si ottiene. Ne è nata una bellissima iniziativa. Hanno fatto una colletta e raccolto 3000 euro, utili alla famiglia di Sara che ha trasportato la salma in Marocco. Alcune classi, addirittura, hanno rinunciato a premi in denaro per i lavori che fanno a società esterne". Un bel segnale, ma rimane il problema di fondo: "I nostri ragazzi ci sfuggono, vivono in un mondo inaccessibile sul quale non abbiamo potere".

Fonte: repubblica.it

14 nov 2007

Esami universitari falsificati: funzionario arrestato a Catanzaro

Francesco Marcello, responsabile della segreteria didattica di Giurisprudenza ha permesso a diversi studenti di laurearsi in modo illecito in cambio di denaro

CATANZARO - In cambio di denaro falsificava i libretti universitari facendo risultare come superati esami che in realtà non erano mai stati sostenuti. Francesco Marcello, funzionario dell'Università, 49 anni, è stato arrestato dai carabinieri con le accuse di corruzione e falso ideologico e materiale.

Secondo gli inquirenti, Marcello ha consentito a un certo numero di studenti di conseguire la laurea in Giurisprudenza, facoltà presso la quale è responsabile della segreteria didattica.

All'arresto del funzionario si è arrivati nell'ambito di un'inchiesta condotta dal sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro, Salvatore Curcio, che ha chiesto al gip l'emissione di un'ordinanza di custodia cautelare. Marcello è stato posto agli arresti domiciliari. L'inchiesta è coordinata dal Procuratore aggiunto Salvatore Murone.

I carabinieri hanno inoltre sequestrato tre lauree conseguite da altrettanti studenti della facoltà nell'Università Magna Grecia di cui era segretario Marcello.

Le tre persone cui sono stati sequestrati i titoli di studio sono indagate nell'ambito dell'inchiesta condotta dal pm Salvatore Curcio: i reati ipotizzati nei loro confronti sono corruzione, falso ideologico e materiale in concorso.

L'inchiesta che ha portato all'arresto di Francesco Marcello e al sequestro delle tre lauree, era partita da una denuncia presentata alla Procura della Repubblica dal Consiglio Accademico dell'Università di Catanzaro. Nel corso di alcune sessioni di laurea si era scoperto che nei libretti di alcuni studenti risultavano superati esami che in realtà non avrebbero mai sostenuto.

La circostanza era stata rilevata da un professore che si era accorto che nel libretto di una laureanda risultava superato l'esame relativo alla sua materia senza che il docente ne sapesse nulla.

Fonte: repubblica.it

13 nov 2007

Pizzo: "..ho ricevuto 10mila euro dall'Ordine dei medici"

Sui biglietti i rendiconti del "pizzo" "... ho ricevuto 10mila euro dall'Ordine dei medici"
Ma anche scambi di affettuosità e saluti. Avevano cercato di distruggerli gettandoli nel water

PALERMO - I nomi degli estorsori che terrorizzavano i commercianti e gli imprenditori di Palermo erano segnati nei pizzini degli ultimi padrini finiti in manette, Salvatore e Sandro Lo Piccolo. Negli stessi biglietti, ci sono i nomi di chi ha continuato a pagare il pizzo.

Talvolta, anche insospettabili: "Ora ti faccio sapere che giorni fa, ho ricevuto 10 mila euro dall'ordine dei medici ed altri 10 mila li dovrei ricevere in questi giorni", scriveva il giovane latitante Sandro Lo Piccolo a Francesco Franzese, suo reggente per la zona di Partanna Mondello, dove si trova la villa storica che l'Ordine sta ristrutturando per farne la propria sede.

Non sfuggiva nulla alla tassa mafiosa. Negozi, aziende, lavori pubblici e privati. E i picciotti ne davano conto nei soliti biglietti, inviati attraverso una rete di fidati postini: "Carissimo e adorato padrino ti abbraccio forte forte al cuore e ti do subito un grossissimo bacione affettuoso - scrivevano a Lo Piccolo junior - Naturalmente un saluto affettuoso per tuo padre e tutta la tua stimatissima famiglia". E ancora: "A me interessi solo tu o ci vediamo in una reggia o ci vediamo in uno stallone, io sono sempre onorato e felice. Quindi non mi interessa di nessuno, io vengo solo per la gioia di vederti".

A una settimana dal blitz che ha portato in carcere i Lo Piccolo, la squadra mobile e la Procura antimafia di Palermo hanno fatto scattare una nuova operazione. Dieci provvedimenti sono stati decisi dai pm Nico Gozzo, Gaetano Paci, Francesco Del Bene e dal procuratore aggiunto Alfredo Morvillo. In carcere, le ordinanze sono state notificate a Salvatore e Sandro Lo Piccolo, Francesco Franzese, Antonino Nuccio e Domenico Ciaramitaro. In manette sono finiti Domenico e Nunzio Serio, Vincenzo Mangione e Andrea Gioè, tutti addetti alla riscossione delle estorsioni, ma anche alla gestione di alcuni affari di droga. Un decimo indagato resta latitante. Questa estate, i poliziotti della sezione Catturandi avevano seguito a lungo i favoreggiatori dei Lo Piccolo, sperando di arrivare alla loro cattura. Poi, il 2 agosto, un blitz aveva portato all'arresto di Franzese. Nella sua villa del quartiere Cruillas c'erano i biglietti che il reggente di Partanna Mondello si scambiava con Sandro Lo Piccolo: inutilmente, il boss aveva tentato di distruggerli, gettandoli nel water. I poliziotti li avevano recuperati nel pozzetto d'ispezione della fossa biologica. Poi, i tecnici della Scientifica li hanno ricostruiti con pazienza.

"Per il mio padrino", annotava Franzese: "Ho ricevuto con gioia la tua del 27 e mi accingo subito a risponderti. Però prima rispondo alle cose di lavoro così poi abbiamo più tempo per parlare un po' di noi. Per il fatto dei soldi ti ringrazio perché mi tieni informato di quello che ti mandano, però mi è bastato una sola volta che ti ho chiesto e ho visto che ti sei infastidito. Quindi mai più una parola da parte mia, sei tu che fai il tutto, naturalmente prima i tuoi bisogni, quando invece c'è qualche cosa che può tornare sarai tu stesso a dirmi questo discorso. Mi basta una volta nelle cose, e poi basta che ti vedo tranquillo per me va tutto bene. Per il 6000 della villa mi dovresti fare sapere qual è, però io penso che è un posto dove noi ci abbiamo fatto un paio di segnali, poi si è fatto vedere Colomba e ha detto che lo avevano cercato e adesso portava qualcosa. Se poi invece di portarli a me li ha fatti avere a te non c'è niente di male, ha fatto il suo dovere e la cosa più giusta".

Questa è la vita di un capofamiglia, tutta per il suo padrino. Non importa che sia più giovane. Sempre "padrino" va chiamato. Così scriveva ancora Franzese a Sandro Lo Piccolo: "Sono contento che ti ha fatto piacere che Pizza ti ha scritto, io sono molto altruista e se ho un bene (in questo caso il mio bene più grosso sei tu), mi piace condividerlo con gli altri". E ancora: "Quando cambierò casa ho già trovato una persona che è pulitissima e una volta a settimana può farmi avere e partire la posta, sempre tramite Pizza ma con un ulteriore filtro fra loro. Però io neanche affaccio la testa, anche se c'è il giardino non sono uscito neanche un piede fuori, ho proprio cercato di essere il più prudente possibile".

"Pizza" era il nome in codice di uno degli estorsori più fidati della famiglia di Partanna, Antonino Nuccio. "Orecchio" era Andrea Gioè. "Pittbull", Ciaramitaro. Franzese, semplicemente, "Franco".

L'ultima indicazione di Franzese prima dell'arresto fu per un omicidio. Vittima doveva essere un tale soprannominato "crasticeddu", piccolo maiale, che aveva commesso uno sgarro: "Comunque Pizza ti terrà informato di tutto, a proposito, per il crasticeddu già è cotto, manca solo il posto. Però se tu non ti sposti è meglio appena ci vediamo mi spieghi per bene le modalità e ci "parlo" io, se poi tu mi autorizzi l'aiuto lo posso pure trovare senza bisogno di scomodarti tu".

Sandro Lo Piccolo rispondeva con toni accorati: "Io, caro figlioccio del mio cuore, sapendoti con i tuoi felice sarò altrettanto felice pure io!!! Capisco i brutti momenti che stai attraversando, ma se Dio vuole ormai ne hai per poco. E ti auguro di poterti rilassare al massimo. Ora caro figlioccio del mio cuore, non avendo altro da dirti, al momento concludo, in attesa di una tua nuova missiva mandandoti da parte di tutti tantissimi cari bacioni. Ti mando un milione di baci e abbracci e baci. Più bacetti per i piccoli... affettuosissimo abbraccio per tua moglie". Firmato, "il tuo padrino. Ti voglio bene".

Fonte: repubblica.it

11 nov 2007

Mastella - Zelig. In Usa cambia faccia

Quello che in Italia il Guardasigilli non dice.

Ineffabile Mastella. Lo lasci fautore del sistema elettorale tedesco, proporzionalista incallito, avversario tenace del bipolarismo e, complice una qualche distrazione, lo ritrovi niente di meno che presidenzialista. Possibile?

Possibile. Proprio così.

A meno che il Clemente Mastella che ha rilasciato un'intervista al giornale degli italo-americani, «America Oggi», non sia un suo omonimo. Lo escludiamo, naturalmente. E, come ha notato Gianantonio Stella sul Magazine del «Corriere della sera», con il nostro stesso stupore, il ministro Guardasigilli, nella sua recente trasferta oltreoceano ha rivelato ciò che in Italia non può rivelare per ovvi motivi di collocazione politica. «La debolezza dei partiti in Italia - ha detto - reclama scelte diverse. Bisogna scegliere, o si vuole un premier con poteri più forti o si vuole andare alle elezioni con un sistema di tipo americano o francese, in cui il presidente è eletto direttamente».
Mastella li butta entrambi dalla finestra e si tiene stretto il nostro casereccio e sbrindellato sistema parlamentare? Neppure per sogno. «Mi piace il sistema Usa - ha affermato - più di quello francese...Ecco la vera democrazia: elezione diretta del capo del governo, ma anche un forte potere di bilanciamento ai rappresentanti dell'assemblea elettiva». Diavolo di un sannita! Che voglia rubare il mestiere ai presidenzialisti d'antan un po' in sonno ultimamente? Ma non basta. Riscopertosi novello Pacciardi, occhieggiando un po' a De Gaulle ed un po' ad Almirante, Mastella aggiunge: «Noi siamo l'unico Paese in Europa in cui il presidente del Consiglio non può mandare a casa un sottosegretario. Se Prodi volesse mandare a casa me, non potrebbe farlo! In altri Paesi europei, invece, il capo del governo può decidere».
Che dire? Benvenuto tra noi, ministro. Le sue parole sono peraltro molto più chiare di quelle di tanti che nel centrodestra hanno smarrito la strada e non trovano più la vecchia idea dell'elezione diretta del capo dello Stato, presupposto di una democrazia partecipativa e decidente. Complimenti vivissimi, anche se avremmo preferito leggere queste sue dichiarazioni su un giornale italiano e magari, coerentemente, vederla rompere gli indugi e trasferirsi nella sua vera Casa che è quella delle libertà, nel Polo, insomma, che ben conosce avendolo già frequentato.
Chissà che non accada. E senza scandalo, per favore. Scandaloso, semmai, è che Mastella resti dov'è a covare disagio e amarezza tra sinistre antagoniste e ircocervi partitici di nuovo conio nell'inutile ricerca del Centro perduto. Da quest'altra parte, nel centrodestra, potrebbe fare il presidenzialista senza imbarazzo, anzi riscuotendo apprezzamento e suscitando entusiasmo. E per di più senza doversi spostare a New York per far sapere al mondo di aver maturato convinzioni tanto dirompenti e così lontane dalla sua formazione politica. Auguri, ministro.

Fonte: iltempo.it

Bobo Vieri new age

Non ha più la Cayenne, va in treno. Vive in una specie di arca di Noè, è fidanzato e va a letto presto.

Vi giuro che lo sapevo. Ho i testimoni. Ero rimasto l’unico a Milano (a parte Mimmo dell’osteria di Corso Garibaldi e pochissimi altri) a credere che Bobo Vieri non era finito, che la Fiorentina per lui non era una Villa Arzilla per ex bomber. Naturalmente dopo i gol a Villareal e a Napoli tutti lo celebrano ma io sono andato a trovarlo in tempi non sospetti. Tre settimane fa, prima di Villareal e Napoli. Da suo vecchio tifoso personale (per sei anni sugli spalti di San Siro a cantare Bobo gol Bobo gol Bobo gol), avevo capito che Bobo era tornato Bobo (media gol: uno ogni due partite e le partite sono 400). L’avevo intuito quando all’inizio di campionato aveva dato uno scappellotto al suo compagno Mutu, che si era dimenticato di passargli la palla. Nell’azione successiva Vieri si era mangiato un gol già fatto, su assist di un Mutu evidentemente sensibilizzato, ed era scoppiato a ridere in un soprassalto di auto-ironia, rarissima nel mondo del calcio, ilarità che aveva contagiato anche l’immusonito Mutu e il Comunale di Firenze tutto.
Il nuovo Bobo Vieri va agli allenamenti in treno (Prato-Firenze Campo di Marte, la stazione proprio a due passi dallo stadio) e non più in Porsche Cayenne. Non va più in discoteca e non si aggira nel triangolo milanese della moda, ma vive in campagna, circondato da animali tipo arca di Noè, e si corica presto la sera.

Colazione da McDonald’s

Ho passato con lui una giornata. Abbiamo pranzato assieme. L’ho seguito ai mitici Campini (così a Firenze si chiamano i campetti d’allenamento, ed è stato per me un pomeriggio proustiano perché da ragazzo ci andavo a guardare Antognoni e poi Baggio che si allenavano). Ho preso con lui un caffè al Bar Marisa (l’Università del calcio viola, ogni avventore è commissario tecnico e Bobo, entrando: «Un saluto ai mister»), e passeggiato tra le statue di piazza Signoria (Bobo: «Non sono tipo da monumenti però qui è davvero bello»). L’ho ascoltato notando il suo composito accento tosco-milanese-australiano (esempio: pronuncia «tutti» all’inglese: quasi «ci-u-cci»). E ho capito che giornalisti e tifosi (e anche qualche dirigente) con lui hanno cannato. Vieri non è una specie di incredibile Hulk come a volte l’hanno descritto. Anzi è educato (sarà per la mamma francese, Nathalie, ex modella?), appassionato (di calcio e di vita), ironico e simpatico. Vorrei fare qualche esempio di come è fatto Vieri riportando qualche stralcio della nostra lunga conversazione.

Io, all’inizio, dopo le presentazioni: «Pardon, non ho capito, ci diamo del tu o del lei?». Lui: «Un po’ tu, un po’ lei, come viene». Col mister, il grande Prandelli, vi date del tu o del lei? «Un po’ tu, un po’ lei, come viene». Più tardi. Siamo al barettino vicino allo stadio per mangiare qualcosa prima dell’allenamento. Prendo le polpette al sugo rosso. Bobo: «Hai fatto la scelta migliore. Io invece mangio come un malato, mangio come un morto: hamburger, due fette di bresaola, insalata scondita, acqua liscia. Devo mangiare così se no divento cento chili. Di mio mangerei fish’n’chips tutti i giorni, andrei fisso da McDonald’s, berrei decine di lattine di coca». Quanto pesi ora? «89 chili. In vacanza ero 96». Peso forma? «In tutta la carriera ho pesato 90, 91. Ora sono perfetto, devo solo acquistare ancora un po’ di forza perché sono stato fermo un anno senza far niente». E come si fa? «Corsa, palestra, corsa, palestra». Le famigerate ripetute? «Sì, le ripetute: mille metri, mille e cinque». Il discorso cade fatalmente sull’Inter. È stato vero amore? «All’Inter ho dato tutto me stesso. Mentalmente, fisicamente. Era la mia vita. Ero innamorato dell’Inter».

E perché te ne sei andato allora? «Perché mi hanno chiesto di fare la rescissione del contratto, perché non mi volevano più dopo tutto quello che ho fatto per loro, dopo tutto quello che mi avevano detto dirigenti, presidente, l’Inter qui, l’Inter lì, tu sei l’Inter... Io sono orgoglioso». Come abbonato interista le chiedo scusa per la storia, antipatica a dir poco, dello spionaggio nei suoi confronti. «Perché mi dai del lei ora?». Per dare una certa solennità a quanto sto dicendo. Li perdona? «No, una cosa così è uno schifo mai visto. C’è di tutto e di più e verrà fuori. Adesso non posso parlare».

Il Cinque Maggio
I momenti brutti sono alle spalle. Il più brutto è stato il Mondiale che l’Italia (dove Vieri è stato centravanti titolare per dieci anni) ha vinto e che Vieri si è perso. È allora che hai pensato di smettere? «Ero deluso e incazzato perché, sai, faccio questo lavoro da tutta la vita, il Mondiale era... era il trofeo più importante del mondo. Poi la delusione mi passa, riprendo a giocare. Il ginocchio mi faceva male e quindi mi sono dovuto operare. Un problema di cartilagine. Me l’hanno fracassata in modo che sanguinasse. Il sangue diventa uno strato di cartilagine che ti protegge. Ma ho dovuto stare fermo quattro mesi e ricominciare è stato un inferno».
Momenti brutti: il Cinque Maggio dell’Inter che perde uno scudetto già vinto. Cosa successe? «Sai che quando dici 5 maggio io ciò il black out?». Ancora? «Ce l’avrò sempre. Ho pianto, pianto dei mesi interi». Ma cosa successe? «Successe che ci hanno fatto quattro pappardelle quelli della Lazio. Non è successo altro. Pensa che io, alla vigilia, telefonai a mia madre: mamma, vieni a vedere la partita sarà un giorno indimenticabile. E lei: va bene, vengo».

Uomini o giornalisti?

I giornalisti sportivi in genere odiano Bobo (non è questa la ragione per cui io lo amo però, confesso, aiuta). Lui una volta ha detto loro in conferenza stampa che era più uomo di tutti loro messi assieme (non stento a crederlo). «Il problema è che non sono ruffiano. Dietro le critiche dei giornalisti c’è spesso invidia, cattiveria (quando sei al massimo per tanti anni dai fastidio). Io non parlo con le persone che si comportano in questo modo, non vado a salutarle. È normale che ce l’abbiano con me. Dico sempre quello che penso. Naturalmente ci sono persone serie, perbene anche fra i giornalisti. Ma ci sono questi giornalisti più vecchi che vogliono comandare. A me non comandano un cazzo. Ognuno ha il suo carattere e io sono così, punto e stop. Non devo niente a nessuno, quello che ho fatto, l’ho fatto tutto io. Capito? Io sono cresciuto in Australia, un paese libero, andavo a scuola con lo skateboard, con la bmx, pantaloncini e ciabatte infradito dalla mattina a sera per dieci anni». Facevi surf? «No, giocavo a cricket». Cricket è quello... «Con la mazza, sì». Quello che giocano in Inghilterra. «Bravo». Ci si deve vestire in un certo modo, pantaloni bianchi. «Sì, elegante». Ma non è noioso? «No, è bellissimo, sono innamorato io di quello sport». A proposito di amore, in un’intervista hai detto che nel sesso andavi a cento all’ora e ora vai a uno... «Lasci stare il privato, please».

Felicemente fidanzato
All’inizio i tifosi viola non ti volevano. C’era il coro: Eran quasi le tre, eri fuori con me... Vieri continua sorridendo: «Bobo Vieri alè. In realtà, dal primo giorno la gente mi ha applaudito con grande affetto». C’era anche lo striscione: Vieri punta fissa se ci fa conoscere Melissa. «Questo non l’avevo visto. Vieri punta fissa se ci fa conoscere Melissa? Allora sto in panchina». Geloso? «Sono molto aperto nei rapporti, non sono uno che va a controllare...». (Tipo Inter). «Tanto se uno all’altro vuol fare una cosa la fa. E dunque ’sti cazzi, viviamo bene il rapporto, non si può mica vivere con il terrore. Qui a Firenze mi godo la vita, mi sento ventenne, faccio quello che devo fare per il calcio e lo faccio al massimo, sono fidanzato, ho un rapporto bello, andiamo d’amore e d’accordo». Significa qualcosa che Melissa è sarda come Elisabetta Canalis? «Senta, Melissa è nata in America, a Boston». Torniamo ai tifosi viola. Secondo me, li hai conquistati definitivamente, dopo lo scappellotto a Mutu, quando con la Juve hai quasi impiccato Chiellini che ti aveva abbattuto ripetutamente in area mentre stavi per segnare. «Se non era rigore quello!». Sì, rigore ed espulsione di Vieri per fallo di reazione. «Espulso Vieri? Perché l’ho preso per il collo?». Eh, sì. «Forse hai ragione. L’arbitro quando mi ha dato il giallo mi ha detto che era quasi un rosso. Però se l’arbitro dà il rigore io non prendo Chiellini per il collo, chiaro no?». Ma Chiellini non ti ha detto nulla? «Ci siamo visti negli spogliatoi ed è finita lì. Io gioco, faccio la guerra con tutti, le prendo e le do, poi quando finisce è finito tutto, me ne vado a casa. Sai, crescendo in Australia hai quella mentalità lì».

Gino il Biondo
Facciamo un po’ di storia. Una notte a Sydney tu, giocatore di cricket e figlio di un campione incompreso di calcio (Bob Vieri), vedi Vialli e Mancini in tv... «E diventano i miei idoli. E a 14 anni e mezzo dico: voglio andare a giocare a calcio in Italia. E mio padre: dove cazzo vai a giocare a calcio in Italia. E io prendo l’aereo». Ma quando arrivasti in Italia come giocavi? «Come giocavo in Australia». Cioè non avevi idea della tattica? «Niente, pensavo solo al gol». Avevi questo sinistro sconquassante. «Solo il sinistro. Anche ora ho solo quello». Non è vero, mi ricordo quel bellissimo gol di destro con la Samp: dal fondo Recoba rimette in rovesciata... «No, non era il Chino, era Martins...». Giusto, Martins all’indietro in rovesciata e tu al volo di destro fai un gol che se ne cade San Siro... «Sì, però di destro ne sbaglio ottomila prima di farne uno. Bravo però, ti ricordi». Mi ha sempre terrorizzato la crisi del centravanti che non fa gol per mesi interi (come la pagina bianca dello scrittore). «Per me è anche fortuna. Quando ero al Milan ogni occasione me la parava il portiere, prendevo il palo. Volevo far gol in tutte le maniere. Quando vuoi fare gol per forza non lo fai. I gol si fanno da soli». Dicono che vivi in una specie di zoo. «Ma dai, un po’ di cani». Gino c’è ancora? «Che ne sai di Gino?». Mi ricordo una vecchia intervista. Ti chiesero se avevi nostalgia di Lippi come mister. Rispondesti: ho nostalgia solo di Gino, il mio cane, che sta a Prato. «Ora Gino ha dieci anni». Un labrador biondo, vero? «Sì, un biondo, ma è un golden retriever». Gli altri cani? «C’è Queen che è una iena, femmina di doberman. Poi Jicky l’ultima arrivata, una bassotta, comanda lei». Tutta qui l’arca di Bobo? «Ho le oche poi, i tacchini, un tacchino americano di 20 chili, ho due pavoni, li guardo spesso, hanno dei colori così strani».

Pretty Julia
Una volta hai detto che Pretty Woman e Julia Roberts erano il tuo film e la tua attrice preferiti. E ora? «Ora Julia Roberts e Pretty woman». Dicevi anche che avresti voluto conoscere Julia Roberts. Ci sei poi riuscito? «Guardi che io ora sono fidanzato, non sono più single per cui certi discorsi...». Ok, capito. Qualche settimana fa, in tempi non sospetti, Lippi ha detto: non dimenticate Vieri, è un campione vero. «Con Lippi ho fatto a botte. Se non ci levano, ci ammazziamo. Lui è toscano come me. Dice quello deve dire in faccia punto e stop. Ci siamo subito contrastati, avevo 22 anni». Cosa successe? «Niente, una cosa di gioco, non mi ricordo bene ora. Mi fa entrare al 40esimo del primo tempo e mi caccia dopo pochi minuti. Nello spogliatoio litighiamo. La sera viene Peruzzi a casa mia». Angelo Peruzzi il portierone, un grande. «Una delle persone più buone e brave che ho conosciuto nel calcio. Insomma, Angelo mi fa: dai, andiamo a mangiare. Al ristorante c’era Lippi. Vai e chiedigli scusa, mi dice Angelo. Vado da Lippi: scusa mister. Parliamo, finisce lì. Cioè, mi spedisce in tribuna per un mese, però aveva capito che con me bastava dir le cose. Poi si fa male Boksic, salta un po’ di partite, Lippi mette me e da lì non mi ha più tolto per tutto il girone di ritorno. E lì ha capito come ero, che ero un po’ come lui e da lì il nostro rapporto è andato sempre a duemila all’ora».

Un biscotto Ringo e a nanna
Parliamo di mondanità, facevi parte del giro di Lele Mora in Sardegna. «Ho frequentato quel giro là». E ora? «Sono stato fermo un anno e ho capito tante cose, tante persone, tanti amici. Dopo le due operazioni e l’anno fermo sono cambiato molto». Sai che molti si sono scoperti santi proprio dopo un periodo di immobilità in seguito a ferite, a malattie? «In quelle situazioni capisci le persone, capisci che il 90 per cento sta con te perché vuole soldi, vuole sfruttare il momento. Ho tagliato tante persone, quasi tutti».
A sera riaccompagno Vieri a Prato in treno. Ci spartiamo due biscotti Ringo, due di numero. «Sai, avevo voglia e bisogno di tornare a casa, di tornare a vivere con la mia mamma, di andare agli allenamenti in treno. La preparazione che faccio è così dura che spesso alle dieci mi ficco a letto. Vedi, ora sono proprio un po’ stanchino». Davvero adesso te ne vai a dormire? «Ma no! Poi esco e faccio le tre. Bobo Vieri alè Bobo Vieri alè».

Fonte: corriere.it

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