14-lug-2009

Castello, nuove accuse all’ex assessore Biagi Secondo i pm fece «pressioni indebite»

Prima la corruzione, ora gli viene contestato il reato di turbativa d’asta. Sarà interrogato in procura questa settimana

Le pressioni ci furono. E furono «indebite». Ecco perché andò semideserta la gara indetta dalla Provincia di Firenze che l’aveva bandita il 18 gennaio 2008 per trovare nuovi uffici. Ecco perché l’ex assessore Gianni Biagi, indagato per corruzione nell’inchiesta su Castello, ora viene accusato di turbativa d’asta. L’attuale funzionario della Regione, difeso dall’avvocato Pier Matteo Lucibello, sarà interrogato in Procura la prossima settimana: ammesso che voglia parlare, di cose ne avrà da spiegare. È questo l’ultimo sviluppo investigativo dell’inchiesta del Ros, coordinato dai pm Giuseppina Mione, Gianni Tei e Giulio Monferini. Tanto per essere chiari: il pool dei magistrati — creato dal procuratore capo Giuseppe Quattrocchi — è un «treno in corsa». Ha un unico biglietto d’andata: scoprire cosa sia accaduto allo sviluppo urbanistico della piana di Castello, circa 168 ettari di proprietà di Fondiaria-Sai tra l’autostrada A1, l’aeroporto e la ferrovia Milano-Roma.

UNA NUOVA FIRENZE - Ci doveva nascere una «nuova Firenze», fu sequestrata a novembre dello scorso anno. I carabinieri del Comando provinciale, nei giorni scorsi, hanno notificato all’ex assessore Biagi un «invito a presentarsi »: in quelle pagine si trovano il nuovo capo d’accusa (turbati­va d’asta) e nuovi particolari sul­l’ipotesi di corruzione. Reato, questo, che si porta in dote an­che le figure di Salvatore Ligre­sti, l’avvocato Fausto Rapisar­da, Gualtiero Giombini e i pro­gettisti Vittorio Savi e Marco Ca­samonti, poi arrestato: secondo l’accusa aveva pilotato una gara d’appalto indetta dal Comune di Terranuova Bracciolini relati­va alla ristrutturazione di un edificio in zona Macelli. Anche a Firenze, secondo gli inquirenti, il meccanismo ha funzionato: fu Biagi, «mediante collusioni con gli imprenditori interessati alla partecipazione» alla gara, a mandare a monte l’appalto. Come? «L’unica offer­ta presentata si riferiva alla pro­posta di vendita della società (omissis, ndr)» relativa all’ex immobile Telecom, «privo di re­quisiti urbanistici richiesti». Risultato: la Provincia non dette seguito alla gara, «dichia­randosi disinteressata all’offer­ta ». Una conclusione investigati­va non scontata, che arriva a ol­tre otto mesi di distanza e che è racchiusa in un frame investiga­tivo ben preciso: era il 27 no­vembre scorso quando il Ros se­questrò, negli uffici della Pro­vincia, l’intero iter amministra­tivo della gara sospetta. E l’allora presidente Matteo Renzi, che ora è sindaco di Fi­renze, disse: «Massima disponi­bilità nei confronti dei carabi­nieri. Valuteremo, semmai, se costituirci parte civile». Deci­sione, questa, che ora spetta ad Andrea Barducci. Gara deserta, dunque.

UN DOPPIO FILO - Grazie a un comportamento, quello di Biagi, che gli inquirenti legano — a doppio filo — alle «condot­te corruttive che si articolavano nella fase di attuazione» della convenzione urbanistica stipula­ta il 18 aprile 2005 tra Comune e Consorzio Castello. Perché Bia­gi — il tecnico prestato alla poli­tica che siglò le sue dimissioni con una lettera a Domenici, scri­vendogli «mi hai chiamato tu 10 anni fa» — ha adottato «ini­ziative e provvedimenti in con­trasto con gli interessi pubbli­ci » di Palazzo Vecchio. Tutto ruota attorno al parco, proprio a quel parco che a Do­menici faceva «cagare», come disse in un’intercettazione fini­ta agli atti dell’inchiesta. Un par­co ritenuto «parte essenziale» della convenzione, che doveva «essere realizzato dal Consorzio Castello (nei limiti di un costo complessivo di dieci milioni di euro)», scrivono i magistrati. Favorire Fondiaria per trarne benefici. Quali? Biagi impose al gruppo Ligresti che fossero uti­lizzati due progettisti di sua fi­ducia: Savi e Casamonti. E fece di tutto affinché «la Provincia si impegnasse a trasferire le pro­prie sedi istituzionali in area Ca­stello, nonché ad acquistare dal Consorzio Castello le aree su cui avrebbero dovuto realizzarsi i relativi edifici pubblici».

PRESSIONI INDEBITE - I pm scelgono parole precise per chiarire il suo atteggiamen­to: Biagi ostacolò «le determina­zioni del presidente della Pro­vincia ( Renzi, ndr ), addottando iniziative per dissuadere gli im­prenditori fiorentini potenzial­mente interessati» al bando di gara. Biagi impartì «disposizio­ni affinché le prime concessioni relative alla realizzazione degli edifici di edilizia privata fossero rilasciate senza che alcuna con­creta determinazione fosse sta­ta assunta con riguardo alla rea­lizzazione del parco pubblico». E indusse «i dirigenti dell’Uffi­cio urbanistica a rilasciare le pri­me concessioni edilizie per l’edificazione privata, in as­senza della concreta adozione dei provvedimenti atti a realiz­zare le opere di urbanizzazione primaria nell’area Castello». Un giro di soldi stimato in 28 milio­ni quando si doveva fare, per la legge Merloni, una gara comuni­taria. Non solo: Biagi consentì che «si desse esecuzione alla Convenzione anche nella parte in cui prevedeva di riconoscere al Consorzio la facoltà di scom­putare dagli oneri di urbanizza­zione i costi di realizzazione di urbanizzazione primaria». Castello, insomma: un inve­stimento da un milione di euro finito sotto sequestro il 27 novembre scorso. Acca­de otto mesi fa. Sembra ieri.

Fonte: corriere.it

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Caserta: sequestrati beni al clan dei casalesi per oltre 50 milioni di euro

I beni erano il frutto dell'attività di riciclaggio dei boss

I patrimoni erano intestati a 30 prestanome delle formazioni camorristiche del casertano

CASERTA - Oltre cento agenti del Centro Operativo della Dia di Napoli hanno eseguito quattro decreti di sequestro emanati, su proposta del direttore della Dia (la Direzione investigativa antimafia), dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere, nei confronti di oltre 30 prestanome di persone appartenenti al clan dei Casalesi. Il sequestro, per oltre 50 milioni di euro, è il più grande effettuato nel Casertano dai tempi dell'operazione «Spartacus» che, alcuni anni fa, assestò un durissimo colpo alla camorra.

IL SEQUESTRO - L'operazione è frutto di indagini patrimoniali che hanno portato all'emissione di provvedimenti nei confronti di cinque persone e di 30 prestanome ricollegabili alle stesse, dietro ai quali si celavano le attività di reimpiego e di riciclaggio dei proventi dell'attività criminale del clan dei Casalesi. I provvedimenti della magistratura sono stati notificati in carcere, dove sono detenuti per altri reati, a Giosuè Fioretto, Antonio Della Ventura, Nicola Verolla, Giuseppe Setola e Pasquale Setola. Quest'ultimo, fratello di Giuseppe, leader della cosiddetta ala stragista dei Casalesi, è un imprenditore attivo nel settore degli appalti pubblici, attraverso la società «General Impianti sas di Pagano Massimiliano & C.», di Casal di Principe. Pasquale Setola, oltre ad essere affiliato al clan del Casalesi, è stato anche individuato quale terzo intestatario di numerosi dei beni illecitamente accumulati, che sono stati sequestrati nel corso dell'operazione. Pasquale Setola era già titolare di imprese commerciali, poi cedute a terzi per evitare i sequestri una volta che il fratello Giuseppe era divenuto un personaggio noto, a seguito delle stragi e dei molti omicidi avvenuti nell'estate del 2008. Le indagini patrimoniali hanno messo in luce l'esistenza di numerosi altri immobili e società intestate ad insospettabili terzi nel tentativo di aggirare le attività investigative e la conseguente attuazione della normativa antimafia.

Fonte: corriere.it

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8-lug-2009

«Regali e festini in cambio di appalti». I pm spiegano il «sistema Tarantini»

«Gianpi» e la cocaina agli amici. Corruzione per il nipote di Matarrese

BARI — Ai primari e ai direttori delle Asl che dovevano acquistare i prodotti della sua azienda avrebbe versato mazzette, ma anche costosi regali. Pagava lui i viaggi a Cuba, le vacanze a Riccione e a New York, auto di grossa cilindrata, buoni benzina, cene per decine di ospiti. Si occupava di fare pressioni sui politici per favorirli nelle nomine e negli incarichi. E quando organizzava le feste per gli amici più intimi nella sua villa di Giovinazzo, la cocaina non sarebbe mai mancata. Eccolo il «sistema Tarantini» svelato dalla procura di Bari.Il pubblico ministero Roberto Rossi chiude il primo filone di indagine sulla Tecnohospital e accusa Gianpaolo Tarantini, 35 anni, di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione insieme a suo fratello Claudio e a Salvatore Greco, il politico del Pdl soprannominato Tato, nipote di Antonio Matarrese e coordinatore della campagna elettorale di Raffaele Fitto con la lista «La Puglia prima di tutto».

La rete che porta a Patrizia - L'imprenditore accusato di induzione alla prostituzione per aver portato ragazze a pagamento nelle residenze di Silvio Berlusconi deve rispondere anche di detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio. Le carte processuali che riguardano la sua attività dal 2001 al 2006, svelano la rete dei suoi contatti per procurarsi la polvere bianca, gli ordinativi di dosi fatti al telefono, la lista degli ospiti. Tra i nomi citati c'è quello di Massimo Verdoscia. È Max, l'uomo che presentò a Tarantini Patrizia D'Addario, la donna di 42 anni che ha raccontato di aver preso mille euro per partecipare a una serata organizzata a palazzo Grazioli a metà ottobre scorso e di essere tornata quindici giorni dopo per trascorrere la notte con il presidente del Consiglio. Di quell'incontro intimo, avvenuto mentre era in corso l'elezione di Barack Obama, ha conservato le registrazioni che ha poi consegnato alla magistratura. E per dimostrare di esserci stata si è anche ripresa con il telefonino in bagno e nella camera da letto. Anche il nome di Tato Greco è legato a quello di Patrizia: fu proprio lui a candidarla nella lista di Fitto per il comune di Bari. Inizialmente ha negato addirittura di conoscerla, ma è stato smentito da un sms di auguri che le inviò lo scorso Natale, ben prima che la vicenda venisse scoperta dai pubblici ministeri.

Affari e mazzette: il socio occulto - Negli atti depositati ieri Greco viene definito «socio occulto della Global System Hospital», società che fa capo ai fratelli Tarantini. Scrive il pubblico ministero nel capo di imputazione:«I tre sono associati, operando congiuntamente e allo stesso fine anche se con relativa autonomia ma con un comune collegamento reso evidente dal medesimo modus operandi sul territorio regionale, quali promotori fra loro e con altre persone al fine di realizzare rilevanti illeciti profitti mediante la commissione di un numero indefinito di reati contro la pubblica amministrazione, in particolare mediante condotte illecite a danno del servizio sanitario nazionale, il turbamento della libertà degli incanti, la falsificazione di provvedimenti amministrativi ovvero a mezzo di atti corruttivi diretti a pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio». Un sistema che — questa è la tesi della Procura — Tarantini avrebbe continuato a utilizzare anche dall'estate del 2008, quando divenne assiduo frequentatore di Silvio Berlusconi. Secondo l'ipotesi accusatoria l'imprenditore ingaggiava ragazze da portare nelle residenze del premier per ottenere vantaggi economici e per questo gli viene contestato il reato di induzione e favoreggiamento della prostituzione. Oltre a Patrizia, altre donne hanno già confermato ai pubblici ministeri di aver preso soldi per andare a Palazzo Grazioli e Villa Certosa, ma in alcune telefonate intercettate si parlerebbe anche di serate nella residenza di Arcore.

L'incarico per la Nazionale - Con i medici e i dirigenti delle Asl Tarantini sapeva essere convincente quando si trattava di piazzare protesi e altri articoli sanitari. E infatti loro giustificavano gli ordinativi effettuati con procedura d'urgenza grazie a una formula standard: «Si tratta di prodotti unici, insostituibili ed infungibili». Sono venti i professori che adesso dovranno difendersi dall'accusa di averlo fatto in cambio di mazzette. La maggior parte ha ottenuto soldi e regali, qualcuno ha preferito invece una raccomandazione. È il caso di Vincenzo Petruzzi, che nel 2003 era direttore sanitario della ex Ausl Bari5. L'uomo è accusato di aver «compiuti atti contrari ai suoi doveri accettando la promessa rivoltagli da Salvatore Greco circa il suo personale interessamento presso i vertici della Lega Calcio, sotteso a farlo tornare a ricoprire un ruolo di caratura internazionale, mondiale, presso la sede di Coverciano, visto che il Petruzzi ha fatto parte dello staff medico della Nazionale di Calcio».

Telefonate e cocaina - Sono state le conversazioni intercettate a rivelare i contatti di Tarantini con una rete fidata di spacciatori, ora finiti con lui nell'inchiesta. Sono una ventina le feste che avrebbe organizzato tra il 2002 e il 2003 dopo acquistate la cocaina e in due casi avrebbe provveduto a farla recapitare a casa ai suoi amici. «Bartolomeo Rossini — è scritto nel capo di imputazione — deteneva e spacciava cocaina a Gianpaolo Tarantini il quale, oltre a consumarla in proprio, la cedeva gratuitamente ad altri in occasione di incontri conviviali che organizzava nella sua villa di Giovinazzo o presso la Masseria Torre Coccaro, ai quali partecipava tra gli altri la sua compagna Angela De Venuto e, almeno in due occasioni, Verdoscia con sua moglie».

Fonte: corriere.it

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