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04/dic/2009

Maestre aguzzine a Pistoia: le immagini dei maltrattamenti mostrate ai genitori.

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«Lì mio figlio aveva paura» I genitori vedono i video choc
È stata la denuncia del padre di un bambino che ha frequentato per tre anni l’asilo nido «Cip Ciop» di Pistoia a dare il via alle indagini sui maltrattamenti

PISTOIA — Una bimba di appena un anno presa per i capelli, tirata indietro con tanta forza da sollevare il seggiolone in cui è seduta, e ingozzata di cibo, il faccino coperto da un bavaglino perchè non sputi la pappa. Le lacrime di un maschietto di 10 mesi sollevato da terra per un braccino e picchiato sulla testa perchè non mangiava, un altro con il viso dentro il suo stesso vomito. Immagini di una crudeltà impressionante quelle che hanno visto, giovedì pomeriggio, alcuni genitori dei bambini picchiati nell’asilo «Cip e Ciop» di Pistoia, violenze inaudite che hanno portato in carcere la titolare dell’asilo privato Anna Laura Scuderi, 41 anni e una sua collaboratrice, Elena Pesce, 28 anni. Violenza inaudita e gratuita, registrata dalle videocamere nascoste della polizia che hanno certificato come i maltrattamenti fossero «una costante, «un comportamento abituale delle due donne» dicono in questura. «Le ho viste prendere mio figlio, che ha 10 mesi a schiaffi sulla testa perchè non voleva mangiare. Immagini schifose. L’hanno alzato di peso per picchiarlo. Aver visto mio figlio preso a schiaffi in quel modo mi ha fatto schifo. Quelle due stanno bene in carcere». Si sfoga così il padre del bimbo.

LA SECONDA COPPIA - «Abbiamo detto alla polizia: o fate giustizia voi o ce la facciamo da soli perchè quelle due non devono più poter camminare con le loro gambe». Visibilmente sconvolta, esce dalla procura di Pistoia anche la seconda coppia che ha visionato i filmati delle videocamere nascoste. «Le immagini sono nitidissime - ha detto la donna - Abbiamo visto Laura Scuderi prendere per i capelli mia figlia che ha 14 mesi con una tale violenza che ha sollevato il seggiolone. Poi, tenendole la testa reclinata indietro, l’ha ingozzata di cibo e le ha premuto il bavagliolino sul viso per non farla sputare. Quella non è una donna, è una bestia. E alle mamme che pensano che la polizia abbia sbagliato ad arrestare la Scuderi e la Pesce, dico di guardare quelle immagini: era un lager, non un asilo».

L'INTERROGATORIO DI GARANZIA - Venerdì mattina nel carcere di Sollicciano si terrà l’interrogatorio per la convalida dell’arresto delle due donne. Ma oggi è la giornata del calvario dei genitori che in procura assistono alla proiezione dei video dove si vedono le violenze subite dai bambini. Piccoli che progressivamente avevano cambiato abitudini e carattere: da giocosi e solari a tristi e aggressivi. Qualcuno non mangia più, altri si picchiano da soli sulla testa, altri ancora hanno sempre soltanto paura. Nel corso della giornata, emergono tanti particolari: dalle ex dipendenti che hanno abbandonato la struttura perchè la titolare, Anna Laura Scuderi «era nevrotica e urlava sempre» e usava metodi «non condivisibili» fino al fatto che Elena Pesce non era una maestra ma soltanto un'assistente. I genitori escono in lacrime dalla procura. Le immagini delle botte, delle violenze, sono «schifose». E a quelle mamme che sono perplesse e non credono alle violenze, una madre dice: «guardate bene cosa hanno fatto a mia figlia e a tanti altri bambini. La polizia ha fatto quello che doveva, ha arrestato due bestie».

IL RACCONTO DEL PADRE CHE HA SPORTO DENUNCIA - Un padre, rappresentante delle forze dell’ordi­ne, e una madre che lavora nell’am­bito della sanità, sono stati i primi a farsi delle domande di fronte al fi­glio che, dopo l’ingresso al nido, si era come trasformato. Il piccolo, che oggi ha 4 anni, fino alla scorsa estate era un alunno di quella scuo­la. Era arrivato a soli sei mesi, è ri­masto lì fino a settembre, quando ha fatto il salto nella scuola dei più grandi, la materna. «Qualcuno — raccon­ta oggi il padre — mi ha anche detto che ero pazzo a mandare mio figlio lì, con tutto quel­lo che si diceva in gi­ro. Ma io non volevo credere a quelle che mi sembravano solo voci infondate». Dopo il primo anno però qualcosa è cam­biato. «Il bambino non era più lo stesso», racconta la madre. «Che qualcosa non andasse per il verso giusto ce ne siamo accorti do­po. A sei mesi il bambino è troppo piccolo per parlare ma a un anno e mezzo riesce a farsi capire meglio». Il suo disagio si esprime con la rab­bia e la paura: «Non ne voleva sape­re di andare in quella scuola e quan­do si trovava di fronte soprattutto al­cune insegnanti era ancora più ner­voso del solito, come impaurito». La maestra Laura, dice ora il padre, aveva un atteggiamento sempre un po’ aggressivo verso i piccoli «ma pensavo si trattasse solo di un fatto caratteriale, non ho mai pensato ci potesse essere qualcosa di più». Il piccolo diventa sempre più ira­scibile. «Quando tornava a casa era aggressivo — continua la madre — sembrava avere pochissimi stimoli e io avevo la netta impressione che da quando andava a scuola avesse fatto più passi indietro che avanti». Per qualche tempo la madre si è po­sta il problema che quell’atteggia­mento dipendesse dal fatto che il piccolo non frequentasse assidua­mente la scuola. «Utilizzavo il nido più che altro come un baby parking. Lo portavo a giorni alterni e non sempre rimaneva a pranzo. Avevo anche chiesto alle insegnanti se ci fossero problemi ma loro hanno sempre negato».

VOCI SEMPRE PIU' INSISTENTI - Qualcuno racconta anche che in quell’asilo era vietato giocare, che i bambini non potevano avvicinarsi ai giochi perché altrimenti li sporca­vano. Voci certo, ma sempre più insi­stenti. Come quelle che raccontano di maltrattamenti. Una madre che va a prendere il figlio e lo trova da solo, tutto sporco in un angolo del giardi­no. Nessuno le ha saputo spiegare perché fosse lì, ha detto alla polizia. E poi il bambino con la spalla lussa­ta, quello che torna a casa con i livi­di. «Certe notizie facevano in un atti­mo il giro della città, Pistoia è picco­la ». Le risposte delle maestre erano sempre le stesse: si sono fatti male giocando, si sa i bambini.... Una, due, troppe volte. Quando un medi­co al pronto soccorso dice che una lussazione può essere stata provoca­ta solo da un adulto, non da un bam­bino, i dubbi diventano sospetti. Troppi gli indizi e tutti nella stessa direzione. Il tarlo comincia a rodere la mente di quel genitore che vede il figlio chiudersi sempre più in se stesso. Al­la fine di agosto l’uomo fa una prima segnalazione alla questura.

ALLA RICERCA DEI GENITORI CHE HANNO PORTATO VIA I PROPRI FIGLI - La sezio­ne minori della squadra mobile ini­zia a mettere insieme i puzzle di que­sta terribile storia. Gli investigatori iniziano a cercare i genitori dei bam­bini, soprattutto quelli che avevano abbandonato la scuola. Ci sono an­che quattro ex insegnanti tra i testi­moni che puntano il dito contro la ti­tolare della scuola. Sono loro a rac­contare di aver abbandonato il cam­po perché in disaccordo con i meto­di educativi. Si va a ritroso nel tem­po. Alcuni genitori raccontano di bambini che smettono di mangiare e dormire. Bambini che troppe volte tornano a casa con arrossamenti e lividi. Qualcuno tor­na a casa e racconta che «la maestra ha pic­chiato un bambino» o che la maestra li ha la­sciati al buio. Non è stato facile ca­pire che c’era qualcosa di più dietro quei ca­pricci per non andare a scuola, spiega il pa­dre che ha denuncia­to. Con i bambini un insetto si può trasformare in un gi­gante. Ma nessuno poteva neppure lontanamente immaginare quel film dell’orrore. Dieci giorni fa la procura fa piazzare le telecamere, solo video, nessuna voce. Per questo tipo di rea­to non sono consentite le intercetta­zioni. Le maestre non sanno che fini­scono «in diretta» negli uffici della squadra mobile con le violenze e i to­ni bruschi che fanno a pugni con i sorrisi e i pianti dei bambini. I genitori che hanno fatto la prima segnalazione adesso si sentono solle­vati, anche se il loro piccolo è ormai lontano. «Speriamo che queste cose non accadano più — dicono adesso — speriamo che la nostra denuncia serva ad aiutare altri». Per gli altri ge­nitori solo pochi consigli: «Controlla­te sempre i bambini, parlate con lo­ro, anche se sono piccoli. E quando li affidate a qualcuno ogni tanto non di­menticate un blitz a sorpresa».

Fonte:

La mafia: facciamo campagna elettorale. Il boss bacia l'imprenditore colluso

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Il capoclan Parisi va in ospedale dall'imprenditore Labellarte che, tempo prima, parlava con la Savino

BARI — Negli atti emergono rapporti che un imprenditore, condannato per bancarotta e frode fiscale, avrebbe avuto con due suoi avvocati, con la parlamentare del Pdl Elvira Savino, con sei direttori di filiali di banca e con due ex amministratori del Comune di Valenzano. Questi infatti sono accusati di aver favorito l’attività del bancarottiere Michele Labellarte.

LA MALATTIA - I presunti intrecci tra Labellarte e boss mafiosi da una parte e Labellarte, politici e colletti bianchi dall’altra sono emersi quasi casualmente dopo che l’imprenditore si è ammalato e nella sua casa sono state piazzate microspie e telecamere (poi anche in ospedale dove viene ripreso il video della Guardia di Finanza, con il boss «Savinuccio» che si china a baciare l'imprenditore morente).
E’ emerso che nell’abitazione accorrevano ogni giorno boss e luogotenenti che chiedevano ad un Labellarte ormai in punto di morte che fine avessero fatto le loro ricchezze.

LE INTERCETTAZIONI «POLITICHE» - «Sulla questione del­l’affare universitario - scrive il gip - gli esponenti di spicco del clan, Nicola Settanni, genere del defunto boss Stramaglia e Vito Va­lenzano sapevano dell’importan­te ausilio fornito dall’avvocato Onofrio Sisto».

Nicola : Vuoi sapere... il compa­gno mio, Michele, sta facendo i funghi mo'...
Vito : Chi è?
Nicola : il ragazzo mio Vito : chi ragazzo tuo?
Nicola : compare Michele
Vito : Labellarte?
Nicola : sta facendo il contadi­no... sta facendo un impero va­gliò sta facendo un impero...
Vito : si eh... e che sta a combi­nare?
Nicola : ... io se ho capito bene quello fra un po' arriva con l'eli­cottero... inc.le...
Vito: in che senso...
Nicola : nel senso che sta facen­do un qualcosa con la Provincia.
Vito : ... come la Provincia?!...
Nicola : io con lui (ndr. Labellar­te Michele) ho fatto qualche cosa con la Provincia...!!! Lo sai che Si­sto è il vice presidente della Pro­vincia... e Nicola..., come si chia­ma e Nicola Latorre, quello... quel­lo di Adelfia come si chiama?! Ni­cola... il cognome è Latorre? ... il Presidente della provincia come si chiama?
Vito : Vernola... emh. Vendola...
Nicola : ... noo, quello è della Regione!....
Vito : Divella...!?
Nicola : none!!... della Provin­cia?!!... vabbè, Sisto è vice Presi­dente della Provincia!!!...
Vito : lo so', è l'avvocato suo...
Nicola : oh! e il Presidente lo ha fatto uscire pure lui!!! ... che ... noi facemmo tutta la campagna elettorale e cose (s.d.), no? E' di Adelfia questo! ... Praticamene noi già facemmo Bariblu!!!... te l'ho detto qua?!...
Vito : Sì... il terreno lo compra­ste ad un prezzo e lo avete vendu­to...
Nicola : ... a quattro euro la comprammo, Vito...
Vito: ... ma perché... stava Peril­li che...!!!
Nicola : ... e mo, no, sta un'altra cosa che abbiamo fatto... sta fa­cendo un'altra cosa con la Provin­cia... che ha fatto già!!... ha com­prato agricolo i suoi e mo deve di­ventare zona servizi mo...
Vito: dove? Nicola : non solo dove... ma ro­ba per gli scolari, per gli studen­ti....
Vito : ah...
Nicola : pensioni... hotel queste cose qua
Vito : Uagliò Labellarte è un fi­glio di puttana.

In un’altra telefonata la parla­mentare del Pdl Elvira Savino chiede conto e litiga con Labellar­te su alcune operazioni bancarie.
Michele : domani, devo andare a prendere Onofrio (ndr. Sisto) che rientra da Timisoara e doma­ni all'ora di pranzo speriamo di stare bene, avremo l'incontro de­cisivo!!
Elvira: mado' speriamo!
Michele: ah!
Elvira : ma vabbè, ma che co­sa era successo, per la banca? Che è successo?
Michele : assolutamente: niente!!! Siamo andati a ... fa­re degli investimenti... e tu non mi rispondevi, là sta l'ispezione che quello ha fatto qualche cinema, e l'ha fatto tuo fratello! Qual è il proble­ma?!
Elvira : e no, nessuno!! Dico perché la cosa...
Michele : e be com'è tuo fra­tello, lo sai che ogni tanto sfar­falla!!... 'e io ho comprato la casa a Castellana'...
Elvira : noo, ma mi stava
Michele : ma... è tuo fratel­lo, mica è un estraneo??!!
Elvira : ah sì, lo so, infatti! Vabbè, ma era per quella cosa che ti avevo fatto vedere io quando sei venuto?
Michele : none, no!! Oh!! Al­tre, un'altra come a quel­­la!!!.... Sei diventata ricca!!... Davvero! (ndr. ironizza)
Elvira : siii!?'? (ndr. ride) magari!!

Fonte: corrieredelmezzogiorno.it

03/dic/2009

Il gip di Bari sulla Savino: «Premeva per favorire progetti edilizi della mafia»

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Si sarebbe attivata presso il ministero dello Sviluppo Economico e il ministero dell'Istruzione

BARI — Era interessata anche Elvira Savino, parlamentare del Pdl, amica del premier Berlusconi, al progetto di edilizia universitaria ideato dalla mafia barese con denaro riciclato all'estero che a Valenzano (Bari) prevedeva la realizzazione di un'opera senza precedenti in Italia capace di accogliere 3.500 studenti. Nell’«affare universitario — scrive il gip Giulia Romanazzi — la deputata su sollecitazione di Labellarte (imprenditore barese, uomo chiave dell’inchiesta, ndr ) si sarebbe attivata a presentare il progetto al ministero dello Sviluppo Economico ed al ministero dell'Istruzione». Un retroscena che emerge dal provvedimento di custodia cautelare in cui è spiegata la capacità di infiltrazione della cosca mafiosa nel tessuto economico e tra i politici pugliesi, al punto di condizionare elezioni amministrative e di ripulire il denaro sporco all'estero. Nelle carte emerge il coinvolgimento di noti avvocati di Bari: Gianni Di Cagno, l’ex vicepresidente della Provincia di Bari Onofrio Sisto (Pd) e Giacomo Porcelli: avrebbero favorito gli affari di Labellarte, pur «consapevoli del fatto che gli investimenti effettuati da Labellarte nell'affare universitario traessero origine da canali di approvvigionamento illeciti».

La deputata Savino è indagata per aver fatto da prestanome per un conto corrente di Labellarte. Da prestanome per lo stesso imprenditore ha fatto anche la sua amica Sabina Beganovic detta Began, attrice, che però non risulta indagata nell'inchiesta. Il nome della Began è apparso anche nell'inchiesta su Gianpaolo Tarantini e il suo giro di escort arrivato fino a palazzo Grazioli. Testimone alle nozze della Savino nel 2008 era Silvio Berlusconi e durante quella festa il premier avrebbe conosciuto, tra gli altri, anche Labellarte. Ed ancora tra le curiosità che uniscono le due inchieste baresi c'è la figura di Alviero Antro, assistente della Savino che, nell'estate 2008, ha affittato una villa in Sardegna. Facendo concorrenza a Gianpi Tarantini, che nella residenza estiva adiacente organizzava feste alla quali partecipavano veline, vip ed escort.

Fonte: corrieredelmezzogiorno.it

01/dic/2009

Legami tra la mafia e la Bari bene: indagata anche la deputata Pdl, Elvira Savino. Ottantatré arresti, disarticolato il clan del boss Parisi.

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Un patrimonio di 220 milioni di euro sotto sequestro.
Interdetti anche avvocati legati al Pd.
Nel mirino c'è anche una società di scommesse di Londra

BARI - Mille finanzieri hanno eseguito oltre ottanta arresti, disposti dalla Dda di Bari, a carico di affiliati ad una cosca mafiosa pugliese - completamente smantellata - responsabili principalmente di associazione a delinquere di stampo mafioso, tentato omicidio, usura, riciclaggio, turbativa d’asta, e traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Tra i destinatari delle misure vi sono anche alcuni «colletti bianchi». Sequestrati beni per oltre 220 milioni di euro. Scalpore desta il fatto che tra gli indagati figuri la deputata del Pdl, Elvira Savino e alcuni avvocati legati al Pd (interdetti)

SAVINO - La parlamentare pugliese, 32 anni, originaria di Castellana Grotte (Bari), è indagata per aver agevolato l’attività di riciclaggio del denaro proveniente dalla bancarotta della società «New Memotech srl» per la quale l’imprenditore barese Michele Labellarte (ritenuto il riciclatore della mala, poi deceduto) era stato condannato per bancarotta fraudolenta. Secondo l’accusa, Savino avrebbe agevolato l’attività illecita consentendo la fittizia intestazione di un conto corrente bancario. In cambio avrebbe ottenuto «numerosi favori e regalie»: la concessione di una carta di credito collegata alla promozione di un vettore aereo con addebito sul conto di Labellarte (giugno 2007); il cambio di un assegno di 3.000 euro datole dal fratello Gianni (ottobre 2007); tre aiuti finanziari per complessivi 3.500 euro (nel 2008); il pagamento di un biglietto aereo Roma-Bari nel 2008; due ricariche telefoniche (nel 2008). «Sono profondamente turbata e sconvolta per le accuse prive di fondamento che mi sono state rivolte. Ho piena fiducia nella magistratura e sono certa che tutto potrà chiarirsi in tempi rapidi. In questo momento sono vicina a mio figlio che lotta in ospedale per una terribile malattia e quindi non intendo partecipare alle polemiche», così la Savino commenta l’accusa formulata nei suoi confronti dalla Procura di Bari

GLI AVVOCATI LEGATI AL PD - L’ex consigliere laico di centrosinistra del Csm Gianni Di Cagno e l’ex vicepresidente presidente della Provincia di Bari, Onofrio Sisto (Pd), entrambi avvocati, sono tra i professionisti baresi ai quali la magistratura ha notificato oggi provvedimenti interdittivi dall’attività professionale della durata di due mesi al termine delle indagini su clan malavitosi baresi. I due sono accusati di concorso nel reimpiego di danaro sporco per non aver rispettato gli obblighi di segnalare le attività sospette alle autorità competenti. A Di Cagno e Sisto viene in particolare contestato di aver avuto rapporti professionali, per i quali avevano ricevuto regolare mandato, a rappresentare l’imprenditore Michele Labellarte (morto a settembre) nei rapporti con enti pubblici per curare la realizzazione di un campus universitario che avrebbe dovuto ospitare 3.500 studenti nei pressi di Bari. Labellarte - secondo la Guardia di Finanza - era colui che, avvalendosi di prestanome, riciclava i proventi illeciti del clan Parisi e quelli derivanti da una bancarotta che egli stesso aveva compiuto in passato. Il terzo professionista colpito dal provvedimento interdittivo della durata di due mesi è il notaio barese Francesco Mazza, indagato per un falso compiuto in relazione a un’asta giudiziaria.

SAVINUCCIO - I destinatari dei provvedimenti restrittivi sono 83 persone (53 sono state poste in carcere, 30 ai domiciliari): tra queste figura il capoclan barese «Savinuccio» Parisi, assieme a suoi luogotenenti e gregari, e il boss Antonio Di Cosola, egemone dell’omonimo clan contrapposto agli Strisciuglio. Parisi, tornato il libertà da qualche tempo dopo aver scontato in carcere una pena definitiva, è ritenuto da anni dagli inquirenti il capo carismatico di una frangia della mafia barese attiva soprattutto nel rione Japigia di Bari che nei primi anni Novanta era il market della droga. Nell’indagine del nucleo di pt della Guardia di finanza di Bari sono coinvolti anche amministratori d alcuni Comuni del barese e professionisti. I primi sono indiziati di aver rilasciato autorizzazioni amministrative per favorire l’attività imprenditoriale apparentemente lecita del clan Parisi, gli altri di aver offerto la propria consulenza per favorire gli affari illeciti del boss.

I COLLETTI BIANCHI - Nell’inchiesta sono coinvolti direttori di banca, professionisti, amministratori pubblici e avvocati. Per la prima volta - viene fatto rilevare - l’indagine «fotografa» il coinvolgimento di persone della Bari bene in indagini sulla criminalità organizzata. A sostegno di questa ipotesi accusatoria vi sarebbero non solo intercettazioni telefoniche e ambientali, ma anche filmati video ritenuti dagli inquirenti particolarmente significativi.
C’è anche una società londinese di bookmaker dedita alle scommesse clandestine on line su eventi sportivi tra i beni per 220 milioni di euro sequestrati dalla Guardia di finanza. La società è la «Paradisebet limited» di Londra che - secondo l’accusa - dal febbraio 2001 ad oggi ha fatturato milioni di sterline raccogliendo scommesse (come pubblicizzato dalla stessa società nel sito web) in molti stati, tra cui Cina, Australia, Stati Uniti, fino ai Paesi dell’Europa dell’Est e in Italia. Nel nostro Paese - secondo la procura antimafia - la società, costituita da affiliati al clan Parisi, raccoglie da anni scommesse su primari eventi sportivi, primi tra tutti calcio, tennis, Formula uno, motomondiale, sci alpino, basket, rugby e football americano. La «Paradisebet» era già stata al centro di indagini della Dda di Bari conclusesi nel novembre 2007 con una imputazione nei confronti di nove indagati accusati di aver costituito e preso parte a un’associazione per delinquere finalizzata all’esercizio delle scommesse clandestine in Italia.

MANTOVANO - «La portata dell’operazione effettuata dalla Guardia di Finanza che ha condotto all’emissione di 83 provvedimenti restrittivi contro elementi legati alla criminalità organizzata barese, costituisce una nuova testimonianza dell’efficacia della lotta dello Stato contro tutte le mafie». È quanto afferma il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, esprimendo le proprie congratulazioni al comandante regionale della Gdf e all’autorità giudiziaria. «L’esito dell’operazione - prosegue Mantovano - conferma inoltre l’incisività del combinato di arresti e sequestri di beni di provenienza illecita, pari nello specifico a un valore complessivo di 220 milioni di euro».

Fonte: corrieredelmezzogiorno.it

26/nov/2009

«Cambiamo nome a Casal di Principe». La proposta-choc di un consigliere

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Vincenzo Schiavone del gruppo d'opposizione: «I miei concittadini denigrati dall'accostamento ai clan»

CASERTA — «Basta con l’esse­re additati dai media e dall’opinione pub­blica come persone sospette solo perché residenti in un posto che si chiama Casal di Principe, dove opera un clan che si chia­ma dei Casalesi. Cambiamo nome a que­sto comune in modo tale che nel giro di qualche anno l’opinione pubblica possa di­menticare completamente Casal di Princi­pe e non associare i cittadini al crimine or­ganizzato di cui ogni volta si accenna par­lando del clan locale». È la proposta choc, che sia provocatoria o reale, lanciata da un consigliere di opposizione del comune di Casal di Principe, l’ingegnere Vincenzo Schiavone, esponente del Movimento politico-culturale «Alba Nuova» che ha preso carta e penna e scrit­to pressoché a tutti.

Il movimento che rap­presenta Schiavone, richiama quello di Al­banova, ovvero il nome dell’area che dal 1928 fino al dopoguerra ha raggruppato sotto un’unica denominazione i comuni di Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa e Casapesenna. Oggi — afferma invece il consigliere — «assistiamo a più trasmis­sioni televisive che avevano per oggetto i casalesi , intesi come clan camorristico e purtroppo il messaggio che ne è venuto fuori è proprio quello di denigrazione del nostro territorio. Allora sembra es­sere più che legittimo chieder­si, se per noi e soprattutto per i nostri figli il fatto stes­so di essere cittadini di Ca­sal di Principe può diven­tare fortemente penaliz­zante per noi cittadini». Schiavone non indica quale nome sarebbe ido­neo a sostituire quello di Casal di Principe, ma insi­ste sul fatto che qualsiasi cit­tadino casalese che per motivi di lavoro «si dovesse trovare inseri­to in contesti esterni alla nostra realtà, si capisce bene che potrebbe essere ghettiz­zato, se non peggio ancora escluso, licen­ziato solo perché ha una carta di identità rilasciata dal nostro comune».

Secondo il consigliere di Albanuova, nel futuro, gra­zie alle iniziative sulla legalità oramai fre­quenti, sicuramente si arriverà a parlare di Casal di Principe senza associarlo ad epi­sodi criminali ma «credo fermamente che questo intervallo temporale oscil­lerà tra i 40 e i 50 anni». Ed è per questo che «riflettendo sul problema, mi è bale­nata nella mente un’ipo­tesi che potrebbe porta­re ad una soluzione, an­che se velleitaria, in tempi molto più brevi, e cioè cambiare il no­me al nostro paese, in modo tale che nel giro di qualche anno l’opinione pubblica possa dimenticare completamente Casal di Principe. Solo così il clan dei casalesi, quando nomi­nato, non verrà più associato ai suoi citta­dini. Soluzione drastica, ma efficace».

Fonte: corrieredelmezzogiorno.it