Con le nuove norme recuperate migliaia di giornate di lavoro. Asl, Comune, Regione: crollati i giorni di assenza
Consegnati alla Camera i dati sulle presenze dei dipendenti degli uffici pubblici: record all'amministrazione di Siena (-89%). Con le nuove norme recuperate migliaia di giornate di lavoro
Si chiama «effetto Brunetta» ma in alcuni casi si potrebbe parlare di «tsunami Brunetta». La guerra dichiarata ai fannulloni fa crollare di molto il numero di assenze per malattia dei dipendenti pubblici. Le elaborazioni fatte con la metodologia Istat parlano chiaro. Gli ultimi dati si trovano sul sito del Ministero per la pubblica amministrazione e l'innovazione e riguardano la variazione di permessi per malattia tra il gennaio di quest'anno e lo stesso mese del 2008. Tra i casi più significativi sono citate le Asl di Firenze e Lucca dove la variazione di assenze per malattia è rispettivamente -62,7% e -76,9%. Segue l'azienda ospedaliera-universitaria di Careggi con il suo -57,1%. Variazioni molto grandi ma che impallidiscono confrontate con altri casi analoghi: alla Asl di Foggia i dipendenti sono mancati l'87% di giorni in meno nel gennaio appena passato, rispetto a quello del 2008.
LE CIFRE - La guerra di Brunetta lascia sul campo cifre inaspettate, lo si vede chiaramente nelle variazioni percentuali di assenze nei comuni toscani, quelli che hanno fornito i dati necessari alle rielaborazioni. Ecco che nel mese di ottobre (a quattro mesi dalla firma del decreto) negli uffici del Comune di Siena si è mancati l'89% in meno rispetto allo stesso mese del 2007, a Follonica il 70,6%, a Pistoia il 63,3% e a Livorno il 61,5%. Nell'appendice statistica della relazione presentata ieri alla Camera dei deputati dal ministro ci sono tutti i numeri dei giorni di assenza di Regioni, amministrazioni comunali e provinciali, aziende ospedaliere e Asl. Ci si può sbizzarrire: nella Provincia di Firenze gli 830 dipendenti si sono ammalati 416 giorni in meno rispetto all'anno precedente in ottobre; nello stesso mese i 2.640 dipendenti della Regione sono mancati 1.783 giorni in meno, 1.452 a novembre, 1.228 nel mese della prima ondata di influenza, a dicembre. Anche Palazzo Vecchio registra numeri importanti: 2.820 permessi per malattia in meno a ottobre, 2.035 a novembre, 1.447 a dicembre. L'Università di Firenze invece ha una quota modesta di variazione delle assenze, con 4.002 dipendenti, solo 376 assenze in meno a ottobre. Si possono poi confrontare le aziende sanitarie locali: in quella di Firenze i 6.509 dipendenti hanno recuperato in salute 4.908 giorni a ottobre, 4.667 a novembre, 3.632 a dicembre.
LE ASL - Alti i numeri di assenze in meno anche alla Asl di Empoli, il picco a ottobre 1.189 giorni di malattia in meno. Significativa la rimonta della Asl di Livorno: a novembre con il freddo già alle porte 3.323 assenze in meno. Non c'è amministrazione che non abbia visto migliorare il suo bilancio di assenze, così gli ospedali: al Meyer i 776 dipendenti sono mancati 465 in meno a ottobre e così a novembre, dicembre, sempre intorno ai 400 giorni recuperati al servizio pubblico. L'ospedale di Careggi ha iniziato a perdere assenze a settembre - 3.317 e ancora di più a ottobre - 4.531. «Col decreto Brunetta - commenta l'onorevole Toccafondi (Pdl) - ci sono meno code e il servizio per il cittadino migliora. Inoltre sono soddisfatti anche gli stessi dipendenti che hanno a cuore il loro lavoro. Ma i primi ad essere contenti dovrebbero essere i sindaci, i direttori sanitari e i primari. Ben ricordo le polemiche che ci sono state qualche mese fa, chiedo onestà intellettuale e un mea culpa ai sindacati e al centro sinistra».
Fonte: corrierefiorentino.it
28 feb 2009
27 feb 2009
Piscine, solarium, garage. Scandalo nelle ville dei vip: megagarage e solarium immensi in aree vincolate dalla sovrintendenza all'Argentario.
Abusi edilizi in ville lussuose sulle scogliere più belle del mondo; piscine nate come funghi in zone ad altissima tutela ambientale.
Abusi edilizi in ville lussuose sulle scogliere più belle del mondo; piscine nate come funghi in zone ad altissima tutela ambientale; megagarage e solarium immensi in aree vincolate dalla sovrintendenza. Sono solo alcuni degli abusi contenuti nelle centinaia di pagine del gip di Grosseto che ieri all'alba ha fatto scattare la più grande operazione di tutela urbanistica del territorio che si ricordi a memoria d'uomo all'Argentario, il promontorio dei vip. Nove, per ora, gli arresti (tutti ai domiciliari) di ex ammi-nistratori, funzionari comunali, liberi professionisti. Per altri undici il gip ha disposto divieti di dimora e la sospensione temporanea dagli uffici.
OLTRE 50 AVVISI DI GARANZIA - Più di quaranta le perquisizioni effettuate in uffici, case e ville e oltre cinquanta gli avvisi di garanzia. Ma è solo l'inizio perché in molti sono convinti che l'operazione abbia aperto definitivamente il grande vaso di Pandora degli scandali del comune. Ottanta i capi di imputazione: corruzione, abuso d'ufficio, falso ideologico e abusi edilizi le accuse più gravi. Il solo politico raggiunto dal provvedimento di custodia cautelare è per ora l'ex sindaco e assessore all'urbanistica della passata giunta di centro sinistra, Massimo Castriconi del Pd. Decapitato l'ufficio tecnico del Comune con l'arresto dell'ex responsabile Augusto Donati, del geometra Milvo Cerulli e dell'architetto Antonella Sabato. Ai domiciliari pure gli architetti Angelo Collantoni e Vincenzo Gabriele, ex membri del collegio ambientale, e i liberi professionisti Massimo Benedetti (ingegnere), Andrea Terramoccia (geometra), Nazzareno Orsini (architetto). Tra gli indagati, con divieto di dimora nel comune di Monte Argentario, compaiono Patrizia Pisino funzionario della Sovrintendenza di Siena e il nobiluomo e possidente terriero romano Ascanio Cesarino Sforza. Le indagini sono partite nel 2005 quando il comune era governato da una giunta di centrosinistra che fu poi commissariata nel 2007. Secondo gli investigatori in questi anni si sarebbe creato «un clima compiacente» che avrebbe messo d'accordo liberi professionisti, residenti e turisti molto facoltosi, soprattutto romani, con alcuni funzionari comunali degli uffici tecnici. Il tutto doveva servire ad aggirare i vincoli ambientali della zona e permettere l'edificazione. «I permessi venivano rilasciati dietro compenso», hanno specificato ieri gli investigatori durante una conferenza stampa.
Fonte: corriere.it
Abusi edilizi in ville lussuose sulle scogliere più belle del mondo; piscine nate come funghi in zone ad altissima tutela ambientale; megagarage e solarium immensi in aree vincolate dalla sovrintendenza. Sono solo alcuni degli abusi contenuti nelle centinaia di pagine del gip di Grosseto che ieri all'alba ha fatto scattare la più grande operazione di tutela urbanistica del territorio che si ricordi a memoria d'uomo all'Argentario, il promontorio dei vip. Nove, per ora, gli arresti (tutti ai domiciliari) di ex ammi-nistratori, funzionari comunali, liberi professionisti. Per altri undici il gip ha disposto divieti di dimora e la sospensione temporanea dagli uffici.
OLTRE 50 AVVISI DI GARANZIA - Più di quaranta le perquisizioni effettuate in uffici, case e ville e oltre cinquanta gli avvisi di garanzia. Ma è solo l'inizio perché in molti sono convinti che l'operazione abbia aperto definitivamente il grande vaso di Pandora degli scandali del comune. Ottanta i capi di imputazione: corruzione, abuso d'ufficio, falso ideologico e abusi edilizi le accuse più gravi. Il solo politico raggiunto dal provvedimento di custodia cautelare è per ora l'ex sindaco e assessore all'urbanistica della passata giunta di centro sinistra, Massimo Castriconi del Pd. Decapitato l'ufficio tecnico del Comune con l'arresto dell'ex responsabile Augusto Donati, del geometra Milvo Cerulli e dell'architetto Antonella Sabato. Ai domiciliari pure gli architetti Angelo Collantoni e Vincenzo Gabriele, ex membri del collegio ambientale, e i liberi professionisti Massimo Benedetti (ingegnere), Andrea Terramoccia (geometra), Nazzareno Orsini (architetto). Tra gli indagati, con divieto di dimora nel comune di Monte Argentario, compaiono Patrizia Pisino funzionario della Sovrintendenza di Siena e il nobiluomo e possidente terriero romano Ascanio Cesarino Sforza. Le indagini sono partite nel 2005 quando il comune era governato da una giunta di centrosinistra che fu poi commissariata nel 2007. Secondo gli investigatori in questi anni si sarebbe creato «un clima compiacente» che avrebbe messo d'accordo liberi professionisti, residenti e turisti molto facoltosi, soprattutto romani, con alcuni funzionari comunali degli uffici tecnici. Il tutto doveva servire ad aggirare i vincoli ambientali della zona e permettere l'edificazione. «I permessi venivano rilasciati dietro compenso», hanno specificato ieri gli investigatori durante una conferenza stampa.
Fonte: corriere.it
«Roma, pacco viveri per i meno abbienti». Ma è un bluff. In 100 attendono invano
I cittadini del Municipio XII contro l'assessore Gesualdi: ci ha convocati e non si è presentata. Il Pd: vergogna
ROMA- Hanno atteso invano la distribuzione di un pacco viveri «per i meno abbienti». Ma non è arrivato nulla e nessuno. Rabbia venerdì mattina per circa cento cittadini del municipio XII (Cecchignola-Torrino) convocati - sostengono - dagli inviti dell'assessore alle politiche sociali del municipio, Gemma Gesualdi. «Ci hanno detto di venire qui - spiega Angela - ma poi non si sono presentati. È una cosa assurda». Anche Alessia, giovane mamma, ha chiesto un permesso al lavoro per prendere il pacco: «L'assessorato alle politiche sociali del municipio ci ha fatto venire qui oggi ma suona come una presa in giro». Pronta la replica dell'assessore Gemma Gesualdi: «Non è stato il municipio ad organizzare la cosa ma la Fondazione del cuore». I cittadini tuttavia dicono di essere stati convocati dalla segreteria dell'assessore che, lamentano, «non si è mai presentata nemmeno per chiederci scusa».
PD SUL PIEDE DI GUERRA - I consiglieri del Pd del municipio sono sul piede di guerra: «L'assessore Gesualdi si deve dimettere». «Quello che è avvenuto oggi - si legge in una nota del gruppo consiliare Pd del Municipio XII - è vergognoso: un centinaio di persone in fila dalle 7,30 di questa mattina per aspettare un pacco di viveri promesso dall'assessorato alle politiche sociali del Municipio XII che poi non è mai arrivato». «Non si era mai vista una cosa del genere - prosegue la nota -: tanta povera gente, cardiopatici, mamme con bambini, invalidi accalcati dentro l'aula consiliare in attesa dei pacchi promessi dall'assessorato. E ancora più grave: né il presidente del municipio né l'assessore alle politiche sociali abbiano avuto il coraggio di presentarsi in aula per chiarire il grave episodio benchè chiamati più volte dai consiglieri di maggioranza e opposizione presenti in aula. Verso le 11,30, dopo 4 ore circa, i cittadini amareggiati e delusi sono andati via».
Fonte: corriere.it
ROMA- Hanno atteso invano la distribuzione di un pacco viveri «per i meno abbienti». Ma non è arrivato nulla e nessuno. Rabbia venerdì mattina per circa cento cittadini del municipio XII (Cecchignola-Torrino) convocati - sostengono - dagli inviti dell'assessore alle politiche sociali del municipio, Gemma Gesualdi. «Ci hanno detto di venire qui - spiega Angela - ma poi non si sono presentati. È una cosa assurda». Anche Alessia, giovane mamma, ha chiesto un permesso al lavoro per prendere il pacco: «L'assessorato alle politiche sociali del municipio ci ha fatto venire qui oggi ma suona come una presa in giro». Pronta la replica dell'assessore Gemma Gesualdi: «Non è stato il municipio ad organizzare la cosa ma la Fondazione del cuore». I cittadini tuttavia dicono di essere stati convocati dalla segreteria dell'assessore che, lamentano, «non si è mai presentata nemmeno per chiederci scusa».
PD SUL PIEDE DI GUERRA - I consiglieri del Pd del municipio sono sul piede di guerra: «L'assessore Gesualdi si deve dimettere». «Quello che è avvenuto oggi - si legge in una nota del gruppo consiliare Pd del Municipio XII - è vergognoso: un centinaio di persone in fila dalle 7,30 di questa mattina per aspettare un pacco di viveri promesso dall'assessorato alle politiche sociali del Municipio XII che poi non è mai arrivato». «Non si era mai vista una cosa del genere - prosegue la nota -: tanta povera gente, cardiopatici, mamme con bambini, invalidi accalcati dentro l'aula consiliare in attesa dei pacchi promessi dall'assessorato. E ancora più grave: né il presidente del municipio né l'assessore alle politiche sociali abbiano avuto il coraggio di presentarsi in aula per chiarire il grave episodio benchè chiamati più volte dai consiglieri di maggioranza e opposizione presenti in aula. Verso le 11,30, dopo 4 ore circa, i cittadini amareggiati e delusi sono andati via».
Fonte: corriere.it
26 feb 2009
Nasconde le foto dell'autovelox e non paga le multe: è un vigile.
Un ispettore di polizia municipale di Palazzuolo sul Senio è stato condannato dalla Corte dei Conti a pagare 5 mila euro per danno all’immagine
Nascondeva le prove fotografiche che riguardavano le infrazioni per eccesso di velocità che lui stesso aveva compiuto, catalogando le foto fra gli «scatti di prova», in modo da evitare di pagare le multe. Con questa accusa, un ispettore di polizia municipale di Palazzuolo sul Senio è stato condannato dalla Corte dei Conti a pagare 5 mila euro per danno all’immagine.
ANCHE DANNO D'IMMAGINE - La Corte dei Conti, spiega una nota, «ha ritenuto sussistere anche il danno all’immagine per il comportamento tenuto dal soggetto che, all’epoca dei fatti, ottobre 2005, ricopriva il ruolo di vicecomandante della polizia municipale ed, in tale veste, ha adottato la decisione che» spiega la Corte dei Conti «deve definirsi del tutto arbitraria e censurabile». L’ispettore di polizia dovrà anche pagare 286 euro al Comune di Palazzuolo sul Senio «per la mancata riscossione delle sanzioni».
Fonte: corriere.it
Nascondeva le prove fotografiche che riguardavano le infrazioni per eccesso di velocità che lui stesso aveva compiuto, catalogando le foto fra gli «scatti di prova», in modo da evitare di pagare le multe. Con questa accusa, un ispettore di polizia municipale di Palazzuolo sul Senio è stato condannato dalla Corte dei Conti a pagare 5 mila euro per danno all’immagine.
ANCHE DANNO D'IMMAGINE - La Corte dei Conti, spiega una nota, «ha ritenuto sussistere anche il danno all’immagine per il comportamento tenuto dal soggetto che, all’epoca dei fatti, ottobre 2005, ricopriva il ruolo di vicecomandante della polizia municipale ed, in tale veste, ha adottato la decisione che» spiega la Corte dei Conti «deve definirsi del tutto arbitraria e censurabile». L’ispettore di polizia dovrà anche pagare 286 euro al Comune di Palazzuolo sul Senio «per la mancata riscossione delle sanzioni».
Fonte: corriere.it
25 feb 2009
Blitz animalista nel parco-zoo di Cumiana. Venti molotov hanno distrutto voliere e ucciso 40 uccelli.
Venti molotov hanno distrutto voliere e ucciso 40 uccelli. Doveva inaugurare ad aprile. Enpa: «Violenza inaudita»
TORINO - Aggressione animalista nel parco naturale di Cumiana, nel Torinese, uno zoo di nuova concezione in cui gli animali vivono liberi in habitat naturali ricostruiti ad hoc. L'azione è stata rivendicata dell'Animal Liberation Front: venti molotov hanno causato un vasto incendio che ha distrutto le voliere e ucciso 40 uccelli. i carabinieri hanno trovato una scritta: «Questo è per gli animali imprigionati». Le fiamme hanno ucciso poiane, falchi e gufi. Liberi di giorno, la notte questi rapaci vengono ricoverati in apposite voliere. Le cariche incendiarie - bottiglie da 1 litro e mezzo di benzina innescate da zampironi collegati a fiammiferi e tavolette di diavolina - hanno dato fuoco anche a un capannone e all'ingresso degli uffici del parco. Un principio di incendio si è sviluppato anche nella casetta di uno dei guardiani.
CONTRO LO SFRUTTAMENTO - Inaugurato da un paio d'anni vicino ai laghi di Cumiana, lo Zoom Torino - questo il nome del parco - è il primo zoo immersivo d'Italia. Copre una superficie di circa 180mila metri quadrati e ospitava solo i volatili uccisi e alcune tigri. L'Animal Liberation Front (Alf), organizzazione animalista che con una scritta ha rivendicato l'aggressione, opera in tutto il mondo «contro lo sfruttamento e l'abuso degli animali», come si legge sul sito. Nata in Inghilterra negli anni '70, è celebre per le sue azioni. In Italia nel 2002 ha organizzato il furto di un centinaio di cani beagle dall'allevamento Morini di San Polo d'Enza, in provincia di Reggio Emilia.
DOVEVA INAUGURARE AD APRILE - «È stato un attacco criminoso - dice il proprietario dello Zoom Torino Gianluigi Casetta - compiuto da persone poco informate su quello che stiamo facendo». Il progetto di Cumiana, che prevede l'investimento di circa 20 milioni di euro, consiste infatti nel dare vita «al primo zoo moderno d'Italia - spiega Casetta - con tanto di centro conservazione specie e laboratori per la formazione di biologi e veterinari». La struttura, che doveva aprire al pubblico ad aprile, impiega 20 biologi e veterinari, oltre a una sessantina di lavoratori stagionali. I danni, secondo una prima stima della proprietà, ammontano a 7-800 mila euro.
ENPA: VIOLENZA INAUDITA - «Un gesto di inaudita violenza - denuncia l'Ente protezione animali (Enpa) -. Quanti si nascondono dietro la sigla Alf non fanno altro che rafforzare chi lucra sulla prigionia degli animali. Nessuno ha il diritto di atteggiarsi a Robin Hood degli animali e compiere atti che confinano le istanze animaliste nell'ambito dell'illegalità. Chiunque sceglie questa strada deve assumersi la responsabilità ed essere consapevole di costringere le battaglie animaliste in un vicolo cieco». Non mancano però le critiche nei confronti dello zoo parco: «Sono specializzati nella ricostruzione scenografica di singole porzioni dell'habitat naturale - sostiene l'Enpa -, una rappresentazione fittizia concepita per renderli gradevoli ai visitatori paganti e non certo per tutelare il benessere degli animali».
Fonte: corriere.it
24 feb 2009
"Studio Illegale": l'avvocato-blogger che mette sottosopra il mondo dei professionisti
«Mondanità trash e giovani supersfruttati: l’ironia è diventata la mia arma di sopravvivenza»
Ormai è un eroe, anche se il nome l'ha trovato aprendo a caso un dizionario. Si chiama Duchesne — «un cognome inglese di cui non so la pronuncia», confessa —, ha trent’anni, è milanese e fa l’avvocato in un grande studio d’affari. Duchesne è lo pseudonimo con cui nell’aprile 2007 ha aperto il blog «Studio illegale», che è diventato un cult tra gli avvocati con 1.500 contatti quotidiani e che ora è il titolo di un libro (Marsilio) che in poche settimane è arrivato alla seconda edizione. Un romanzo divertente, cinico e malinconico che si legge d'un fiato seguendo le avventure di Andrea Campi, un protagonista che si presenta dicendo: «Sono un professionista serio. Ultimamente non sto molto bene». Lo pseudonimo è fondamentale, non per le rivelazioni finanziarie, ma per quelle umane: un umorismo spietato su un ambiente di ricchi avvocati che passa dai capital markets alle escort di lusso a «Oh, dite quello che volete, ma a me la De Filippi mi fa sesso», in una Milano riconoscibile. Un mondo che l'autore racconta grazie alla doppia identità, avvocato di giorno e blogger di notte, e che abbiamo incontrato per i lettori del Corriere della Sera, partendo da un appuntamento e da un indizio: «Sono biondo». L'abbiamo trovato davanti al bar Jamaica, un ragazzo come tanti, che non arriva in Porsche ma a piedi, e che almeno un paio di volte si lamenta delle occhiaie.
La prima domanda è d’obbligo: ti hanno scoperto?
«Nessuno, anche se il libro è pieno di fatti autobiografici, messaggi cifrati e tributi».
Qualcuno sa della tua doppia vita?
«Un paio di amici, la mia ragazza e la mia migliore amica: le ho spedito il libro dopo che mi ha scritto "Finalmente ho smesso di leggere il blog di quel fetente", ci ero rimasto male...».
Tra colleghi si parla del libro?
«Sì, e io mi imbarazzo, ma ormai ho imparato a riferirmi in terza persona a Duchesne, anzi, a volte lo disprezzo».
Già, ma chi è Duchesne?
«Sono io, ma non sono io: è il mio alter ego, nasce dalla realtà ma invento anche molti episodi».
Perché hai aperto il blog?
«Stavo veramente male, lavoravo fino all’una quasi tutti i giorni, facendo anche duemila euro al mese, ma non avevo una vita privata, allora mi sono detto "Adesso racconto tutto" ».
Chi sono i tuoi lettori?
«Ormai gente di ogni tipo, ma principalmente colleghi, dai senior che sostengono che "sputtano" la professione agli junior che si trovano nella mia situazione».
I personaggi: sono veri?
«Dipende, il collega arrivista esiste per davvero, mentre il boss è la summa di tutti i capi che si possono avere, come diceva Fitzgerald: "Ci vogliono almeno dieci persone per fare un personaggio"». (Non un Azzeccagarbugli qualunque, ma lo scrittore Francis Scott Fitzgerald, ed è conoscendo gente così che Duchesne è diventato socio di un vecchio studio rispettato, quello letterario)».
Fonte: corriere.it
Ormai è un eroe, anche se il nome l'ha trovato aprendo a caso un dizionario. Si chiama Duchesne — «un cognome inglese di cui non so la pronuncia», confessa —, ha trent’anni, è milanese e fa l’avvocato in un grande studio d’affari. Duchesne è lo pseudonimo con cui nell’aprile 2007 ha aperto il blog «Studio illegale», che è diventato un cult tra gli avvocati con 1.500 contatti quotidiani e che ora è il titolo di un libro (Marsilio) che in poche settimane è arrivato alla seconda edizione. Un romanzo divertente, cinico e malinconico che si legge d'un fiato seguendo le avventure di Andrea Campi, un protagonista che si presenta dicendo: «Sono un professionista serio. Ultimamente non sto molto bene». Lo pseudonimo è fondamentale, non per le rivelazioni finanziarie, ma per quelle umane: un umorismo spietato su un ambiente di ricchi avvocati che passa dai capital markets alle escort di lusso a «Oh, dite quello che volete, ma a me la De Filippi mi fa sesso», in una Milano riconoscibile. Un mondo che l'autore racconta grazie alla doppia identità, avvocato di giorno e blogger di notte, e che abbiamo incontrato per i lettori del Corriere della Sera, partendo da un appuntamento e da un indizio: «Sono biondo». L'abbiamo trovato davanti al bar Jamaica, un ragazzo come tanti, che non arriva in Porsche ma a piedi, e che almeno un paio di volte si lamenta delle occhiaie.
La prima domanda è d’obbligo: ti hanno scoperto?
«Nessuno, anche se il libro è pieno di fatti autobiografici, messaggi cifrati e tributi».
Qualcuno sa della tua doppia vita?
«Un paio di amici, la mia ragazza e la mia migliore amica: le ho spedito il libro dopo che mi ha scritto "Finalmente ho smesso di leggere il blog di quel fetente", ci ero rimasto male...».
Tra colleghi si parla del libro?
«Sì, e io mi imbarazzo, ma ormai ho imparato a riferirmi in terza persona a Duchesne, anzi, a volte lo disprezzo».
Già, ma chi è Duchesne?
«Sono io, ma non sono io: è il mio alter ego, nasce dalla realtà ma invento anche molti episodi».
Perché hai aperto il blog?
«Stavo veramente male, lavoravo fino all’una quasi tutti i giorni, facendo anche duemila euro al mese, ma non avevo una vita privata, allora mi sono detto "Adesso racconto tutto" ».
Chi sono i tuoi lettori?
«Ormai gente di ogni tipo, ma principalmente colleghi, dai senior che sostengono che "sputtano" la professione agli junior che si trovano nella mia situazione».
I personaggi: sono veri?
«Dipende, il collega arrivista esiste per davvero, mentre il boss è la summa di tutti i capi che si possono avere, come diceva Fitzgerald: "Ci vogliono almeno dieci persone per fare un personaggio"». (Non un Azzeccagarbugli qualunque, ma lo scrittore Francis Scott Fitzgerald, ed è conoscendo gente così che Duchesne è diventato socio di un vecchio studio rispettato, quello letterario)».
Fonte: corriere.it
22 feb 2009
Da 5 amanti a una sola, un torneo per sceglierla Con dramma finale.
Come “Lanterne rosse”, più di “Lanterne rosse”. E’ la storia di un uomo (ricco) con troppe amanti, la storia di una scelta complicata. Un finale tragico sigilla una trama che aspetta solo uno sceneggiatore e un regista. E lo sceneggiatore può permettersi di non essere neanche tanto bravo, perché il copione si scrive da solo. Come se a raccontarlo fosse il signor Fan in persona.
TAGLIO DI PERSONALE
Il signor Fan in questione è (anzi: era) un ricco imprenditore dello Shandong, provincia a sud di Pechino. Aveva cinque amanti. Cinque ernai, “seconde mogli”, concubine che tonificano l’ego e, nella Cina di oggi come già nell’epoca imperiale, coronano il successo e le fortune del potente di turno davanti ai pari e ai sottoposti. Ebbene, quando la crisi ha comiciato a logorare il volume d’affari, il signor Fan ha pensato che cinque donne da mantenere in aggiunta alla legittima consorte fossero una spesa eccessiva, perché a certi livelli le ernai sono abitualmente ripagate con appartamento, auto, lussi vari e un appannaggio mensile. Il signor Fan, però, si è fermato un momento a meditare quando si è trattato di decidere quale concubina tenere per sé. I tagli di personale sono sempre dolorosi, e il suo caso non faceva eccezione. Alla fine ha scelto: una selezione. Una gara a eliminazione. Secondo la ricostruzione, nessuna delle cinque avrebbe avuto nulla da eccepire. E così è stato. Una gara.
TRE PROVE
Le donne, che per lui non avevano segreti, sono state sottoposte a una prima prova di portamento, buone maniere, presenza in società, nella quale Fan era coadiuvato dal titolare di un’agenzia di modelle. Eliminata la prima. Seconda prova: canto e conversazione, perché in fondo una ‘ernai’ può essere esibita come un trofeo, e deve far fare bella figura al suo pigmalione. Fuori altre due. Sulla terza prova Fan non aveva le idee chiare, ma ha improvvisato, fulminato dalla visione di una bottiglia: resistenza all’alcol. Ha fatto bere le due superstiti. Quella che ha affrontato meglio gli effetti del liquore ha vinto il ballottaggio.
DOPO IL BALLOTTAGGIO
Già fin qui la storia - riportata con una dovizia di dettagli sospetta dal Bandao Dushi Bao, quotidiano di Qindao – sarebbe straordinaria. Tuttavia a questo punto comincia la seconda parte, che vira subito nel dramma. Perché la prima eliminata, che era anche la prima amante di Fan in ordine di tempo, ha trovato un modo suo per lavare l’umiliazione, convincendo le altre quattro a salire in macchina con lei. La sua intenzione era farla finita, tutte insieme (ma le altre erano ignare delle sue intenzioni). Al termine di un salto nel vuoto, soltanto lei è rimasta uccisa, ferite le quattro. E’ dopo la morte della ragazza che i genitori hanno reso nota la lettera che spiegava il suo gesto. Ed è sulla base di quel messaggio che la polizia stradale è riuscita a far quadrare davvero la ricostruzione della vicenda, ai limiti estremi della verosimiglianza, e a risalire a Fan.
LA RESA DEI CONTI
Per il signor Fan è giunta la resa dei conti. Lui è indagato. La famiglia della ragazza scomparsa ha chiesto un risarcimento di circa 60 mila euro. La moglie pretende il divorzio. Le quattro amanti superstiti l’hanno salutato (compresa la vincitrice della selezione). E l’azienda ha dovuto chiudere, schiantata dalla crisi. Non era così che il signor Fan se l’era immaginata, tutta la storia.
Fonte: corriere.it
TAGLIO DI PERSONALE
Il signor Fan in questione è (anzi: era) un ricco imprenditore dello Shandong, provincia a sud di Pechino. Aveva cinque amanti. Cinque ernai, “seconde mogli”, concubine che tonificano l’ego e, nella Cina di oggi come già nell’epoca imperiale, coronano il successo e le fortune del potente di turno davanti ai pari e ai sottoposti. Ebbene, quando la crisi ha comiciato a logorare il volume d’affari, il signor Fan ha pensato che cinque donne da mantenere in aggiunta alla legittima consorte fossero una spesa eccessiva, perché a certi livelli le ernai sono abitualmente ripagate con appartamento, auto, lussi vari e un appannaggio mensile. Il signor Fan, però, si è fermato un momento a meditare quando si è trattato di decidere quale concubina tenere per sé. I tagli di personale sono sempre dolorosi, e il suo caso non faceva eccezione. Alla fine ha scelto: una selezione. Una gara a eliminazione. Secondo la ricostruzione, nessuna delle cinque avrebbe avuto nulla da eccepire. E così è stato. Una gara.
TRE PROVE
Le donne, che per lui non avevano segreti, sono state sottoposte a una prima prova di portamento, buone maniere, presenza in società, nella quale Fan era coadiuvato dal titolare di un’agenzia di modelle. Eliminata la prima. Seconda prova: canto e conversazione, perché in fondo una ‘ernai’ può essere esibita come un trofeo, e deve far fare bella figura al suo pigmalione. Fuori altre due. Sulla terza prova Fan non aveva le idee chiare, ma ha improvvisato, fulminato dalla visione di una bottiglia: resistenza all’alcol. Ha fatto bere le due superstiti. Quella che ha affrontato meglio gli effetti del liquore ha vinto il ballottaggio.
DOPO IL BALLOTTAGGIO
Già fin qui la storia - riportata con una dovizia di dettagli sospetta dal Bandao Dushi Bao, quotidiano di Qindao – sarebbe straordinaria. Tuttavia a questo punto comincia la seconda parte, che vira subito nel dramma. Perché la prima eliminata, che era anche la prima amante di Fan in ordine di tempo, ha trovato un modo suo per lavare l’umiliazione, convincendo le altre quattro a salire in macchina con lei. La sua intenzione era farla finita, tutte insieme (ma le altre erano ignare delle sue intenzioni). Al termine di un salto nel vuoto, soltanto lei è rimasta uccisa, ferite le quattro. E’ dopo la morte della ragazza che i genitori hanno reso nota la lettera che spiegava il suo gesto. Ed è sulla base di quel messaggio che la polizia stradale è riuscita a far quadrare davvero la ricostruzione della vicenda, ai limiti estremi della verosimiglianza, e a risalire a Fan.
LA RESA DEI CONTI
Per il signor Fan è giunta la resa dei conti. Lui è indagato. La famiglia della ragazza scomparsa ha chiesto un risarcimento di circa 60 mila euro. La moglie pretende il divorzio. Le quattro amanti superstiti l’hanno salutato (compresa la vincitrice della selezione). E l’azienda ha dovuto chiudere, schiantata dalla crisi. Non era così che il signor Fan se l’era immaginata, tutta la storia.
Fonte: corriere.it
20 feb 2009
«Sfiducia» ai vigili del Comune di Firenze
Conclusa l'indagine interna
Polizia municipale nell'occhio del ciclone. Il comandante, Alessandro Bartolini, sotto attacco politico. La commissione affari istituzionali di Palazzo Vecchio lunedì prossimo porterà in consiglio comunale un ordine del giorno per chiedere «strumenti di controllo sull'operato dei vigili urbani»
Vigili urbani ancora sotto tiro. La commissione affari istituzionali di Palazzo Vecchio ha deciso (con l'assenso di gran parte della maggioranza) di portare lunedì prossimo in consiglio comunale un ordine del giorno che chiederà «strumenti di controllo sull'operato di vigili urbani». Una scelta che arriva ancora prima di conoscere l'esito dell'indagine interna sui vigili e che suona come un atto di sfiducia al comandante dei vigili urbani, Alessandro Bartolini. Ma non solo, il documento approvato ieri tocca anche l'assessore Graziano Cioni. A cui sarà chiesto di rimettere mano al regolamento di polizia municipale, già in vigore da sette mesi. A sollevare i primi dubbi sull'attività dei vigili sono stati i consiglieri Marco Stella (Fi) e Stefano Alessandri (An). Che avevano chiesto «seri approfondimenti», attraverso una commissione d'indagine, su alcuni episodi. Tra cui sanzioni a locali per le pedane esterne e i rumori notturni. La questione è passata poi nella commissione affari istituzionali, che ha subito convocato il comandante Alessandro Bartolini. E durante l'audizione sono volate accuse bipartisan: «discrezionalità », «troppa rigidità», «mancato buonsenso», tanto per citarne qualcuna. Da qui il comandante Bartolini ha fatto scattare un'indagine interna, voluta anche da Cioni.
L'INDAGINE INTERNA - Il risultato è stato consegnato proprio ieri all'assessore, ma non è stato ancora reso noto perché nel frattempo la procura ha deciso di aprire un fascicolo con un doppio obiettivo: stabilire l'attendibilità delle segnalazioni «allusive » di comportamenti non imparziali dei vigili, e verificare se quelle segnalazioni hanno avuto contenuto lesivo nei confronti dei vigili. «Ho scritto al procuratore — spiega Cioni — per sapere se posso rendere pubblico ai consiglieri il contenuto dell'indagine interna». Intanto, sono arrivate le valutazioni della commissione consiliare: «Riteniamo di dover fare un atto di indirizzo — spiega la presidente Anna Nocentini (Prc) — perché c'è bisogno di strumenti che vadano nella direzione di verificare l'attività della polizia municipale, che ha un ruolo importante nel rapporto con i cittadini». A dover attuare quest'indirizzo sarà, con molta probabilità, l'amministrazione che uscirà dalle elezioni di giugno. Altro capitolo è quello del regolamento della polizia municipale: «Bisogna andare verso la riduzione dell'applicazione soggettiva attraverso delle modifiche», continua Nocentini. La consigliera Ornella De Zordo (Unaltracittà) torna alla carica: «Da sempre abbiamo criticato questo regolamento perché costituito sulla base di un tasso di giudizio e soggettività sbagliato, se non pericoloso. Ora stanno emergendo i problemi di questa filosofia». D'accordo sulle modifiche la stessa maggioranza: «Credo che possano dare maggiore uniformità di interpretazioni — dice Nicola Perini (Pd) — e mettere i vigili in condizione di lavorare con più serenità ». Perini, che era già stato duro con il comandante, rincara la dose: questa questione doveva rimanere politica, non capisco il nervosismo e l'atteggiamento poco costruttivo del comandante. Abbiamo solo voluto dare un contributo al lavoro di tutti». Bartolini nei giorni scorsi ha scritto al procuratore Quattrocchi per informarlo dell'indagine avviata sui vigili. «È in gioco il ruolo e soprattutto l'indipendenza dei consiglieri comunali», afferma Bianca Maria Giocoli (Forza Italia). «Deve essere garantita la possibilità a tutti i consiglieri di esporre le proprie posizioni », aggiunge De Zordo. Unico a frenare sulla questione vigili è il consigliere Paolo Imperlati (Pd): «Bisogna andarci piano — sostiene — i vigili fanno parte di un corpo, non sono un ufficio qualsiasi». A preparare l'atto per il consiglio saranno Anna Nocentini e Alberto Formigli (Pd), che dovrà essere approvato lunedì mattina dalla commissione, per arrivare nel pomeriggio al voto in aula.
Fonte: corrierefiorentino.it
Polizia municipale nell'occhio del ciclone. Il comandante, Alessandro Bartolini, sotto attacco politico. La commissione affari istituzionali di Palazzo Vecchio lunedì prossimo porterà in consiglio comunale un ordine del giorno per chiedere «strumenti di controllo sull'operato dei vigili urbani»
Vigili urbani ancora sotto tiro. La commissione affari istituzionali di Palazzo Vecchio ha deciso (con l'assenso di gran parte della maggioranza) di portare lunedì prossimo in consiglio comunale un ordine del giorno che chiederà «strumenti di controllo sull'operato di vigili urbani». Una scelta che arriva ancora prima di conoscere l'esito dell'indagine interna sui vigili e che suona come un atto di sfiducia al comandante dei vigili urbani, Alessandro Bartolini. Ma non solo, il documento approvato ieri tocca anche l'assessore Graziano Cioni. A cui sarà chiesto di rimettere mano al regolamento di polizia municipale, già in vigore da sette mesi. A sollevare i primi dubbi sull'attività dei vigili sono stati i consiglieri Marco Stella (Fi) e Stefano Alessandri (An). Che avevano chiesto «seri approfondimenti», attraverso una commissione d'indagine, su alcuni episodi. Tra cui sanzioni a locali per le pedane esterne e i rumori notturni. La questione è passata poi nella commissione affari istituzionali, che ha subito convocato il comandante Alessandro Bartolini. E durante l'audizione sono volate accuse bipartisan: «discrezionalità », «troppa rigidità», «mancato buonsenso», tanto per citarne qualcuna. Da qui il comandante Bartolini ha fatto scattare un'indagine interna, voluta anche da Cioni.
L'INDAGINE INTERNA - Il risultato è stato consegnato proprio ieri all'assessore, ma non è stato ancora reso noto perché nel frattempo la procura ha deciso di aprire un fascicolo con un doppio obiettivo: stabilire l'attendibilità delle segnalazioni «allusive » di comportamenti non imparziali dei vigili, e verificare se quelle segnalazioni hanno avuto contenuto lesivo nei confronti dei vigili. «Ho scritto al procuratore — spiega Cioni — per sapere se posso rendere pubblico ai consiglieri il contenuto dell'indagine interna». Intanto, sono arrivate le valutazioni della commissione consiliare: «Riteniamo di dover fare un atto di indirizzo — spiega la presidente Anna Nocentini (Prc) — perché c'è bisogno di strumenti che vadano nella direzione di verificare l'attività della polizia municipale, che ha un ruolo importante nel rapporto con i cittadini». A dover attuare quest'indirizzo sarà, con molta probabilità, l'amministrazione che uscirà dalle elezioni di giugno. Altro capitolo è quello del regolamento della polizia municipale: «Bisogna andare verso la riduzione dell'applicazione soggettiva attraverso delle modifiche», continua Nocentini. La consigliera Ornella De Zordo (Unaltracittà) torna alla carica: «Da sempre abbiamo criticato questo regolamento perché costituito sulla base di un tasso di giudizio e soggettività sbagliato, se non pericoloso. Ora stanno emergendo i problemi di questa filosofia». D'accordo sulle modifiche la stessa maggioranza: «Credo che possano dare maggiore uniformità di interpretazioni — dice Nicola Perini (Pd) — e mettere i vigili in condizione di lavorare con più serenità ». Perini, che era già stato duro con il comandante, rincara la dose: questa questione doveva rimanere politica, non capisco il nervosismo e l'atteggiamento poco costruttivo del comandante. Abbiamo solo voluto dare un contributo al lavoro di tutti». Bartolini nei giorni scorsi ha scritto al procuratore Quattrocchi per informarlo dell'indagine avviata sui vigili. «È in gioco il ruolo e soprattutto l'indipendenza dei consiglieri comunali», afferma Bianca Maria Giocoli (Forza Italia). «Deve essere garantita la possibilità a tutti i consiglieri di esporre le proprie posizioni », aggiunge De Zordo. Unico a frenare sulla questione vigili è il consigliere Paolo Imperlati (Pd): «Bisogna andarci piano — sostiene — i vigili fanno parte di un corpo, non sono un ufficio qualsiasi». A preparare l'atto per il consiglio saranno Anna Nocentini e Alberto Formigli (Pd), che dovrà essere approvato lunedì mattina dalla commissione, per arrivare nel pomeriggio al voto in aula.
Fonte: corrierefiorentino.it
19 feb 2009
Investe bambino, scappa e poi torna per chiedere risarcimento danni ad auto
La vittima, 9 anni, stava attraversando la strada. La donna è stata denunciata dai genitori del piccolo
RONCADE (Treviso) - Una donna ha investito con l'auto un bambino di 9 anni che attraversava la strada e se ne è andata senza prestare soccorso. Poi però ci ha ripensato ed è tornata indietro per chiedere il risarcimento dei danni alla vettura ai genitori della piccola vittima. È accaduto a Roncade, in provincia di Treviso. Il fatto è stato reso noto dagli stessi genitori del bambino che hanno presentato denuncia per omissione di soccorso nei confronti di una donna di Roncade alla guida di una Fiat 600.
DANNI - L'incidente è avvenuto lunedì scorso quando il bambino è stato investito poco dopo essere sceso da un pullmino di una società sportiva. Il piccolo è stato ricoverato in ospedale per trauma cranico e varie contusioni, ma non si trova in gravi condizioni. «L'autista del pullman che ha assistito alla scena - ha detto la madre - non ha fatto in tempo a memorizzare il numero di targa dell'investitrice la quale però, circa un'ora dopo, è ritornata sul posto chiedendo informazioni su dove abitasse l'investito. Quando ci ha raggiunti ha chiesto il risarcimento per i danni causati al suo veicolo. Insistenza che si è ripetuta la sera dopo quando è tornata, accompagnata dal marito, pretendendo di liquidare velocemente la questione con il versamento di 600 euro in contanti»..
Fonte: corriere.it
RONCADE (Treviso) - Una donna ha investito con l'auto un bambino di 9 anni che attraversava la strada e se ne è andata senza prestare soccorso. Poi però ci ha ripensato ed è tornata indietro per chiedere il risarcimento dei danni alla vettura ai genitori della piccola vittima. È accaduto a Roncade, in provincia di Treviso. Il fatto è stato reso noto dagli stessi genitori del bambino che hanno presentato denuncia per omissione di soccorso nei confronti di una donna di Roncade alla guida di una Fiat 600.
DANNI - L'incidente è avvenuto lunedì scorso quando il bambino è stato investito poco dopo essere sceso da un pullmino di una società sportiva. Il piccolo è stato ricoverato in ospedale per trauma cranico e varie contusioni, ma non si trova in gravi condizioni. «L'autista del pullman che ha assistito alla scena - ha detto la madre - non ha fatto in tempo a memorizzare il numero di targa dell'investitrice la quale però, circa un'ora dopo, è ritornata sul posto chiedendo informazioni su dove abitasse l'investito. Quando ci ha raggiunti ha chiesto il risarcimento per i danni causati al suo veicolo. Insistenza che si è ripetuta la sera dopo quando è tornata, accompagnata dal marito, pretendendo di liquidare velocemente la questione con il versamento di 600 euro in contanti»..
Fonte: corriere.it
18 feb 2009
Il direttore delle Finanze: «Evasione fenomeno di massa, l'economia sommersa è pari a 250 miliardi»
Fisco: si evadono 200 miliardi all'anno
ROMA - Gli italiani, eccetto i lavoratori dipendenti, stanno diventando progressivamente un popolo di evasori. Per questo bisogna fornire al Fisco nuovi e più efficaci mezzi d'indagine. L'evasione fiscale è diventata:«un fenomeno di portata molto ampia, possiamo parlare di evasione di massa. Le strategie di lotta all'evasione debbono dunque essere rapportate alla dimensione del fenomeno che è enorme» ha detto il direttore generale del Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia, Fabrizia Lapecorella, nel corso di un'audizione alla Commissione parlamentare sull'Anagrafe tributaria.
STIME - Lapecorella ha ricordato come, secondo le ultime stime disponibili, l'ampiezza dell'economia sommersa sia «fra i 230 e i 250 miliardi di euro». Per quanto riguarda in particolare l'evasione fiscale, il Dipartimento delle Finanze stima che «l'ammontare dei valore aggiunto lordo evaso stimato per il 2004 sia di circa 200 miliardi di euro. I settori in cui si evade di più in termini relativi - ha riferito ancora il direttore generale - sono quelli dei servizi personali , del commercio e della ristorazione, delle costruzioni». Per combattere l'evasione, secondo Lapecorella, bisogna procedere all'integrazione delle banche dati e «aggiornare lo strumento del redditometro» che risale al '92.
Fonte: corriere.it
ROMA - Gli italiani, eccetto i lavoratori dipendenti, stanno diventando progressivamente un popolo di evasori. Per questo bisogna fornire al Fisco nuovi e più efficaci mezzi d'indagine. L'evasione fiscale è diventata:«un fenomeno di portata molto ampia, possiamo parlare di evasione di massa. Le strategie di lotta all'evasione debbono dunque essere rapportate alla dimensione del fenomeno che è enorme» ha detto il direttore generale del Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia, Fabrizia Lapecorella, nel corso di un'audizione alla Commissione parlamentare sull'Anagrafe tributaria.
STIME - Lapecorella ha ricordato come, secondo le ultime stime disponibili, l'ampiezza dell'economia sommersa sia «fra i 230 e i 250 miliardi di euro». Per quanto riguarda in particolare l'evasione fiscale, il Dipartimento delle Finanze stima che «l'ammontare dei valore aggiunto lordo evaso stimato per il 2004 sia di circa 200 miliardi di euro. I settori in cui si evade di più in termini relativi - ha riferito ancora il direttore generale - sono quelli dei servizi personali , del commercio e della ristorazione, delle costruzioni». Per combattere l'evasione, secondo Lapecorella, bisogna procedere all'integrazione delle banche dati e «aggiornare lo strumento del redditometro» che risale al '92.
Fonte: corriere.it
Il romeno stupratore di Roma, in Italia da anni, senza lavoro e residenza. Espulso, fermato e poi rilasciato
Per tre volte Loyos ha beffato la legge
ROMA - Espulso. Preso. Liberato con tante scuse. Fermato, controllato e di nuovo rilasciato. È una storia incredibile quella di Loyos Istocosa, 20 anni, romeno. Che è stato fermato ieri per lo stupro del Quartaccio del21 gennaio scorso e per quello della Caffarella, nel pomeriggio di sabato. Una delle tante vicende di giustizia al rallentatore e di contraddizioni legislative con un finale da incubo. Se, alcuni mesi fa, il provvedimento di espulsione nel nostro paese fosse stato eseguito, forse, le due aggressioni non sarebbero mai avvenute.
Loyos è in Italia da qualche anno e nella sue fedina penale compaiono precedenti penali per furto e ricettazione. Un romeno di etnia rom, uno dei tanti sbandati che alternano qualche reato, qualche lavoretto, ettolitri di birra e notti passate in giacigli di fortuna. Non ha un lavoro regolare, non ha una residenza fissa ed è la classica figura di cui si parla nel decreto Prodi, quello che permette l'allontanamento di cittadini comunitari, una legge varata in fretta e furia all'indomani dell'omicidio di Giovanna Reggiani e che ha consentito di espellere centinaia di "indesiderabili", quasi sempre romeni. Le conseguenze, nella capitale, sono state immediate: un notevole calo dei reati da strada.
Il problema è che spesso queste decisioni amministrative, siglate dalle prefetture su input delle questure locali, vengono prese in contumacia, ed è quello che è accaduto con Loyos. Quando il prefetto di Roma ha deciso che il giovane romeno doveva tornare nel suo paese, il ventenne dai capelli biondi era già uccel di bosco. Sparito.
Passa qualche tempo è l'uomo viene bloccato a Bologna. Ma tramite un avvocato si rivolge alla magistratura locale che esamina le ragioni del decreto di allontanamento e annulla la decisione prefettizia. Secondo il tribunale bolognese, non ci sono motivi validi per l'espulsione. Loyos Istocosa torna libero a tutti gli effetti. E a questo punto può tranquillamente rientrare a Roma dove trova ospitalità in un campo nomadi della zona di Primavalle, la stessa dove è stato fermato ieri pomeriggio.
La notte del 21 gennaio, l'aggressione di via Andersen, al Quartaccio, alle estreme propaggini di Primavalle. La vittima è una donna di 42 anni, V. C., che ha un banco di frutta in un altro quartiere e sta tornando a casa dopo una visita al suo compagno, ricoverato in ospedale. Sono le 22,30 quando la signora scende dal bus 916, al capolinea di via Andersen e si avvia verso il palazzo dove vive, a poche centinaia di metri di distanza. Due stranieri dell'Est la agguantano, tra trascinano in un luogo isolato, domano la sua resistenza a suon di schiaffi, la brutalizzano e scappano, saltando una recinzione che porta a un grappoli di baracche abitate per lo più da romeni di etnia rom.
La vittima chiede aiuto e viene soccorsa da un'inquilina della zona. È in stato di shock, il viso pieno di sangue ma non è stata rapinata: gli aggressori le hanno lasciato il telefono cellulare, un dettaglio che, almeno all'inizio, farà pensare a uno stupro "anomalo", forse a una vendetta contro la vittima e il suo uomo. Un'ipotesi che, col passare delle ore, è destinata a cadere. La vittima torna sul posto dopo la medicazione in ospedale (stupro accertato anche in quell'occasione) e accompagna i poliziotti sul posto per un sopralluogo. Poi, dal giorno successivo, comincia a collaborare alle indagini negli uffici della IV sezione della mobile. Nessuno sa quanto tempo ci metta a riconoscere Loyos Istocosa, una delle tante notizie che non verranno mai diramate dalla questura.
Sta di fatto che tre giorni dopo lo stupro di Primavalle, il 24 gennaio, il romeno viene fermato durante uno dei tanti controlli, identificato, accompagnato alla divisione immigrazione di via Teofilo Patini. Sul suo conto non risulta alcun procedimento giudiziario: solo quel vecchio decreto di allontanamento che i giudici di Bologna hanno trasformato in carta straccia. L'uomo viene rilasciato dopo qualche ora e, probabilmente, è ormai convinto che in Italia si possa fare di tutto impunemente. "È una cosa allucinante - commenta una voce anonima e indignata in Questura - se ce l'avessero fatto mandare via, senza annullare l'espulsione, forse sarebbe tornato pochi mesi dopo, come tanti altri ma forse no. E magari... ". Magari le vite di una donna e di una ragazzina non sarebbero state distrutte.
Fonte: repubblica.it
ROMA - Espulso. Preso. Liberato con tante scuse. Fermato, controllato e di nuovo rilasciato. È una storia incredibile quella di Loyos Istocosa, 20 anni, romeno. Che è stato fermato ieri per lo stupro del Quartaccio del21 gennaio scorso e per quello della Caffarella, nel pomeriggio di sabato. Una delle tante vicende di giustizia al rallentatore e di contraddizioni legislative con un finale da incubo. Se, alcuni mesi fa, il provvedimento di espulsione nel nostro paese fosse stato eseguito, forse, le due aggressioni non sarebbero mai avvenute.
Loyos è in Italia da qualche anno e nella sue fedina penale compaiono precedenti penali per furto e ricettazione. Un romeno di etnia rom, uno dei tanti sbandati che alternano qualche reato, qualche lavoretto, ettolitri di birra e notti passate in giacigli di fortuna. Non ha un lavoro regolare, non ha una residenza fissa ed è la classica figura di cui si parla nel decreto Prodi, quello che permette l'allontanamento di cittadini comunitari, una legge varata in fretta e furia all'indomani dell'omicidio di Giovanna Reggiani e che ha consentito di espellere centinaia di "indesiderabili", quasi sempre romeni. Le conseguenze, nella capitale, sono state immediate: un notevole calo dei reati da strada.
Il problema è che spesso queste decisioni amministrative, siglate dalle prefetture su input delle questure locali, vengono prese in contumacia, ed è quello che è accaduto con Loyos. Quando il prefetto di Roma ha deciso che il giovane romeno doveva tornare nel suo paese, il ventenne dai capelli biondi era già uccel di bosco. Sparito.
Passa qualche tempo è l'uomo viene bloccato a Bologna. Ma tramite un avvocato si rivolge alla magistratura locale che esamina le ragioni del decreto di allontanamento e annulla la decisione prefettizia. Secondo il tribunale bolognese, non ci sono motivi validi per l'espulsione. Loyos Istocosa torna libero a tutti gli effetti. E a questo punto può tranquillamente rientrare a Roma dove trova ospitalità in un campo nomadi della zona di Primavalle, la stessa dove è stato fermato ieri pomeriggio.
La notte del 21 gennaio, l'aggressione di via Andersen, al Quartaccio, alle estreme propaggini di Primavalle. La vittima è una donna di 42 anni, V. C., che ha un banco di frutta in un altro quartiere e sta tornando a casa dopo una visita al suo compagno, ricoverato in ospedale. Sono le 22,30 quando la signora scende dal bus 916, al capolinea di via Andersen e si avvia verso il palazzo dove vive, a poche centinaia di metri di distanza. Due stranieri dell'Est la agguantano, tra trascinano in un luogo isolato, domano la sua resistenza a suon di schiaffi, la brutalizzano e scappano, saltando una recinzione che porta a un grappoli di baracche abitate per lo più da romeni di etnia rom.
La vittima chiede aiuto e viene soccorsa da un'inquilina della zona. È in stato di shock, il viso pieno di sangue ma non è stata rapinata: gli aggressori le hanno lasciato il telefono cellulare, un dettaglio che, almeno all'inizio, farà pensare a uno stupro "anomalo", forse a una vendetta contro la vittima e il suo uomo. Un'ipotesi che, col passare delle ore, è destinata a cadere. La vittima torna sul posto dopo la medicazione in ospedale (stupro accertato anche in quell'occasione) e accompagna i poliziotti sul posto per un sopralluogo. Poi, dal giorno successivo, comincia a collaborare alle indagini negli uffici della IV sezione della mobile. Nessuno sa quanto tempo ci metta a riconoscere Loyos Istocosa, una delle tante notizie che non verranno mai diramate dalla questura.
Sta di fatto che tre giorni dopo lo stupro di Primavalle, il 24 gennaio, il romeno viene fermato durante uno dei tanti controlli, identificato, accompagnato alla divisione immigrazione di via Teofilo Patini. Sul suo conto non risulta alcun procedimento giudiziario: solo quel vecchio decreto di allontanamento che i giudici di Bologna hanno trasformato in carta straccia. L'uomo viene rilasciato dopo qualche ora e, probabilmente, è ormai convinto che in Italia si possa fare di tutto impunemente. "È una cosa allucinante - commenta una voce anonima e indignata in Questura - se ce l'avessero fatto mandare via, senza annullare l'espulsione, forse sarebbe tornato pochi mesi dopo, come tanti altri ma forse no. E magari... ". Magari le vite di una donna e di una ragazzina non sarebbero state distrutte.
Fonte: repubblica.it
«Bilanci falsi». «Tutte bugie» A Siena confronto in procura
Si allarga l'inchiesta sul dissesto finanziario. L'accusa è di falso in atto pubblico. Faccia a faccia il contabile e l'ex rettore. Indagati i revisori dei conti
Raccontano di una scena incredibile. Raccontano di un «confronto all'americana » tra Salvatore Interi, l'ex responsabile della ragioneria dell'Ateneo senese difeso dall'avvocato Nino D'Avirro, poi trasferito ad altro incarico, e l'ex rettore Piero Tosi, difeso dall'avvocato Enrico De Nicola. Raccontano di un confronto avvenuto qualche giorno fa in Procura con uno scambio di frasi. Un doppio interrogatorio, condotto dal sostituto procuratore Mario Formisano, che pare sia stato piuttosto complicato. Perché Interi ha detto, di fronte al magistrato, che i bilanci dell'Università di Siena erano falsati su ordine dell'ex rettore. E Tosi si è messo a dire: «Sono tutte falsità e bugie». Accade anche questo nella città del Palio dove i finanzieri del comando provinciale stanno conducendo un'inchiesta che comincia a essere delineata, nonostante non sia stato ancora accertato il «buco» dell'Ateneo che si aggira sui 190 milioni di euro. Il motivo di questo dissesto finanziario viene di conseguenza imputato, almeno dagli inquirenti, ai membri del collegio dei revisori dei conti: Lucio Brundu, Enzo Martinelli e il ragioniere Arnaldo Noli hanno infatti ricevuto un avviso di garanzia. Anche per loro — come per l'ex direttore amministrativo Loriano Bigi e Monica Santinelli, responsabile dell'ufficio bilancio dell'università — l'accusa è di falso in atto pubblico.
L'INCHIESTA - Indagine che rischia di essere talmente complicata che non è soltanto il sostituto procuratore Mario Formisano a coordinarla. Nell'indagine viene affiancato, infatti, dal sostituto procuratore Francesca Firrao, che ha fama di essere una «dura». È stata lei che ha interrogato i revisori: qualcuno di loro avrebbe messo a verbale di non essersi accorto di nulla. Che non si è accorto di nulla lo ha di fatto detto anche l'attuale rettore Silvano Focardi che venerdì scorso è andato in Procura con un invito a comparire e contestuale avviso di garanzia. A lui gli inquirenti hanno girato le accuse di Interi e della Santinelli: l'attuale rettore ha spiegato che nulla di quanto sostenuto dai suoi funzionari corrisponde a verità. Ma le indagini sono serrate. I finanzieri del Nucleo di polizia tributaria sospettano che Tosi, nel firmare due bilanci consuntivi (quelli relativi al 2003/2004 e 2005/2006), abbia «accettato» di far passare alcuni crediti che in realtà erano stati già riscossi oppure addirittura inventati.
VENTI MILIONI «FANTASMA» - La Guardia di Finanza ha infatti scovato 20 milioni di residui attivi che, si sospetta, siano «fantasma». E di crediti è stato chiesto anche al rettore Silvano Focardi. Ma in queste ore — ed è questa la novità — si sta spulciando una relazione che è stata sequestrata nelle scorse settimane dagli inquirenti. Agli atti dell'inchiesta ci sono infatti alcune pagine redatte da uno degli otto indagati: si parla di un dissesto finanziario maturato, forse, a causa delle spese sostenute per gestire le altre sedi dell'Ateneo di Siena (come per gli uffici in provincia di Arezzo) e per gestire le assunzioni. Ecco perché i finanzieri stanno concentrando la loro attenzione sui concorsi interni della Facoltà, quelli che servono per passare di livello. In queste ore si stanno incrociando anche le dichiarazioni degli indagati con il materiale sequestrato. In particolar modo si cerca il riscontro di quanto sostenuto in sede di interrogatorio da chi ha detto che, relativamente ai debiti Indpad, si era trovato un accordo con lo stesso istituto per dilazionare il pagamento. Una cifra non da poco, se si tiene conto che si sta parlando di una quarantina di milioni di euro. In tutto questo si innesta la vita di un Ateneo che va avanti a singhiozzo. Tra funzionari rimossi e defezioni nel Cda (l'ultima in ordine di tempo quella del prorettore Vittorio Santoro). E con una scelta che farà discutere molto: l'Università di Siena non avrà l'inaugurazione dell'anno accademico. Ufficialmente perché doveva esserci a novembre. Ufficiosamente perché la relazione sullo stato del debito — affidata a Kmpg, la società di certificazione di Mps — sarà pronta verso marzo. E di fatto in condizioni del genere il timore è di inaugurare un anno accademico in un Ateneo che rischia di essere «commissariato». Sempre che a Roma, qualcuno, non decida diversamente.
Fonte: corrierefiorentino.it
Raccontano di una scena incredibile. Raccontano di un «confronto all'americana » tra Salvatore Interi, l'ex responsabile della ragioneria dell'Ateneo senese difeso dall'avvocato Nino D'Avirro, poi trasferito ad altro incarico, e l'ex rettore Piero Tosi, difeso dall'avvocato Enrico De Nicola. Raccontano di un confronto avvenuto qualche giorno fa in Procura con uno scambio di frasi. Un doppio interrogatorio, condotto dal sostituto procuratore Mario Formisano, che pare sia stato piuttosto complicato. Perché Interi ha detto, di fronte al magistrato, che i bilanci dell'Università di Siena erano falsati su ordine dell'ex rettore. E Tosi si è messo a dire: «Sono tutte falsità e bugie». Accade anche questo nella città del Palio dove i finanzieri del comando provinciale stanno conducendo un'inchiesta che comincia a essere delineata, nonostante non sia stato ancora accertato il «buco» dell'Ateneo che si aggira sui 190 milioni di euro. Il motivo di questo dissesto finanziario viene di conseguenza imputato, almeno dagli inquirenti, ai membri del collegio dei revisori dei conti: Lucio Brundu, Enzo Martinelli e il ragioniere Arnaldo Noli hanno infatti ricevuto un avviso di garanzia. Anche per loro — come per l'ex direttore amministrativo Loriano Bigi e Monica Santinelli, responsabile dell'ufficio bilancio dell'università — l'accusa è di falso in atto pubblico.
L'INCHIESTA - Indagine che rischia di essere talmente complicata che non è soltanto il sostituto procuratore Mario Formisano a coordinarla. Nell'indagine viene affiancato, infatti, dal sostituto procuratore Francesca Firrao, che ha fama di essere una «dura». È stata lei che ha interrogato i revisori: qualcuno di loro avrebbe messo a verbale di non essersi accorto di nulla. Che non si è accorto di nulla lo ha di fatto detto anche l'attuale rettore Silvano Focardi che venerdì scorso è andato in Procura con un invito a comparire e contestuale avviso di garanzia. A lui gli inquirenti hanno girato le accuse di Interi e della Santinelli: l'attuale rettore ha spiegato che nulla di quanto sostenuto dai suoi funzionari corrisponde a verità. Ma le indagini sono serrate. I finanzieri del Nucleo di polizia tributaria sospettano che Tosi, nel firmare due bilanci consuntivi (quelli relativi al 2003/2004 e 2005/2006), abbia «accettato» di far passare alcuni crediti che in realtà erano stati già riscossi oppure addirittura inventati.
VENTI MILIONI «FANTASMA» - La Guardia di Finanza ha infatti scovato 20 milioni di residui attivi che, si sospetta, siano «fantasma». E di crediti è stato chiesto anche al rettore Silvano Focardi. Ma in queste ore — ed è questa la novità — si sta spulciando una relazione che è stata sequestrata nelle scorse settimane dagli inquirenti. Agli atti dell'inchiesta ci sono infatti alcune pagine redatte da uno degli otto indagati: si parla di un dissesto finanziario maturato, forse, a causa delle spese sostenute per gestire le altre sedi dell'Ateneo di Siena (come per gli uffici in provincia di Arezzo) e per gestire le assunzioni. Ecco perché i finanzieri stanno concentrando la loro attenzione sui concorsi interni della Facoltà, quelli che servono per passare di livello. In queste ore si stanno incrociando anche le dichiarazioni degli indagati con il materiale sequestrato. In particolar modo si cerca il riscontro di quanto sostenuto in sede di interrogatorio da chi ha detto che, relativamente ai debiti Indpad, si era trovato un accordo con lo stesso istituto per dilazionare il pagamento. Una cifra non da poco, se si tiene conto che si sta parlando di una quarantina di milioni di euro. In tutto questo si innesta la vita di un Ateneo che va avanti a singhiozzo. Tra funzionari rimossi e defezioni nel Cda (l'ultima in ordine di tempo quella del prorettore Vittorio Santoro). E con una scelta che farà discutere molto: l'Università di Siena non avrà l'inaugurazione dell'anno accademico. Ufficialmente perché doveva esserci a novembre. Ufficiosamente perché la relazione sullo stato del debito — affidata a Kmpg, la società di certificazione di Mps — sarà pronta verso marzo. E di fatto in condizioni del genere il timore è di inaugurare un anno accademico in un Ateneo che rischia di essere «commissariato». Sempre che a Roma, qualcuno, non decida diversamente.
Fonte: corrierefiorentino.it
17 feb 2009
Milano, «David Mills fu corrotto». I giudici: «Almeno 600mila dollari per testimoniare il falso in due processi a Berlusconi»
Condannato a 4 anni e 6 mesi
MILANO - L’avvocato inglese David Mills è stato condannato a 4 anni e sei mesi per corruzione in atti giudiziari dai giudici del Tribunale di Milano.
LA SENTENZA - I giudici lo hanno riconosciuto colpevole ritenendo valido l’impianto dell’accusa secondo cui Mills fu corrotto «con almeno 600mila dollari» da Silvio Berlusconi per testimoniare il falso in due processi al fondatore della Fininvest. Il legale è stato inoltre interdetto per 5 anni dall'esercizio dei pubblici uffici e dovrà risarcire 250 mila euro alla presidenza del consiglio, costituita parte civile.
IMPUGNEREMO LA SENTENZA - Federico Cecconi, il legale di David Mills, annuncia l'impugnazione della sentenza di condanna: «Credo e continuo a credere alla sua innocenza - afferma - di regola le sentenze non si commentano, ma si impugnano, e questo verdetto sarà certamente impugnato. Ma questa volta voglio fare un'eccezione e dire qualcosa su questa sentenza che mi sembra appiattita sull'impostazione accusatoria ed è tutto tranne che pacifica e consolidata. La sentenza è contraria alla logica». «Senza l'ombra dell'altro coimputato (Silvio Berlusconi ndr.) - ha concluso Cecconi - questo processo sarebbe stato esaminato in modo più sereno».
LA VICENDA - Il processo all'avvocato inglese David Mills riguarda il pagamento di 600mila dollari che sarebbero stati versati a Mills, attraverso il manager Fininvest Carlo Bernasconi, da parte di Silvio Berlusconi perché il legale fosse testimone reticente nei processi per i casi Guardia di Finanza e All Iberian. Nelle scorse settimane l'avvocato Mills aveva presentato alla corte un memoriale nel quale affermava che Berlusconi era stato vittima dei suoi errori e chiedeva scusa al premier. Secondo la ricostruzione fatta dai consulenti della difesa, invece, i 600mila dollari versati a Mills erano parte di quanto ricevuto dall'imprenditore Diego Attanasio perché ne fosse il gestore.
MILLS DELUSO - «Sono molto deluso»: questo il primo commento a caldo dell'avvocato inglese David Mills alla sentenza di Milano che lo ha condannato a quattro anni e mezzo per corruzione in atti giudiziari. In una dichiarazione diffusa dopo il verdetto di Milano, Mills afferma: «Sono ovviamente molto deluso da questo verdetto. Sono innocente, ma questo è un caso dalla forte valenza politica. I giudici non hanno ancora dato la loro motivazione per la decisione, così non posso dire come abbiano gestito l'ammissione dello stesso pubblico ministero di non avere prove». «Spero che verdetto e sentenza siano cancellati in appello, e mi dicono che avrò ottimi motivi per sperarlo. Ho la massima fiducia nel mio eccellente avvocato, Federico Cecconi. La sentenza non diventa effettiva fino a quando non si saranno conclusi i due gradi di appello. Mi è stato consigliato di non fare altri commenti pubblici fino a quando il caso non sarà finalmente chiuso. Nel frattempo, andrò avanti con la mia vita professionale», ha concluso Mills.
BERLUSCONI - Insieme a Mills era imputato anche Silvio Berlusconi, ma la posizione processuale del premier era stata stralciata in attesa del verdetto della Corte Costituzionale sulla legittimità costituzionale del Lodo Alfano.
Fonte: corriere.it
MILANO - L’avvocato inglese David Mills è stato condannato a 4 anni e sei mesi per corruzione in atti giudiziari dai giudici del Tribunale di Milano.
LA SENTENZA - I giudici lo hanno riconosciuto colpevole ritenendo valido l’impianto dell’accusa secondo cui Mills fu corrotto «con almeno 600mila dollari» da Silvio Berlusconi per testimoniare il falso in due processi al fondatore della Fininvest. Il legale è stato inoltre interdetto per 5 anni dall'esercizio dei pubblici uffici e dovrà risarcire 250 mila euro alla presidenza del consiglio, costituita parte civile.
IMPUGNEREMO LA SENTENZA - Federico Cecconi, il legale di David Mills, annuncia l'impugnazione della sentenza di condanna: «Credo e continuo a credere alla sua innocenza - afferma - di regola le sentenze non si commentano, ma si impugnano, e questo verdetto sarà certamente impugnato. Ma questa volta voglio fare un'eccezione e dire qualcosa su questa sentenza che mi sembra appiattita sull'impostazione accusatoria ed è tutto tranne che pacifica e consolidata. La sentenza è contraria alla logica». «Senza l'ombra dell'altro coimputato (Silvio Berlusconi ndr.) - ha concluso Cecconi - questo processo sarebbe stato esaminato in modo più sereno».
LA VICENDA - Il processo all'avvocato inglese David Mills riguarda il pagamento di 600mila dollari che sarebbero stati versati a Mills, attraverso il manager Fininvest Carlo Bernasconi, da parte di Silvio Berlusconi perché il legale fosse testimone reticente nei processi per i casi Guardia di Finanza e All Iberian. Nelle scorse settimane l'avvocato Mills aveva presentato alla corte un memoriale nel quale affermava che Berlusconi era stato vittima dei suoi errori e chiedeva scusa al premier. Secondo la ricostruzione fatta dai consulenti della difesa, invece, i 600mila dollari versati a Mills erano parte di quanto ricevuto dall'imprenditore Diego Attanasio perché ne fosse il gestore.
MILLS DELUSO - «Sono molto deluso»: questo il primo commento a caldo dell'avvocato inglese David Mills alla sentenza di Milano che lo ha condannato a quattro anni e mezzo per corruzione in atti giudiziari. In una dichiarazione diffusa dopo il verdetto di Milano, Mills afferma: «Sono ovviamente molto deluso da questo verdetto. Sono innocente, ma questo è un caso dalla forte valenza politica. I giudici non hanno ancora dato la loro motivazione per la decisione, così non posso dire come abbiano gestito l'ammissione dello stesso pubblico ministero di non avere prove». «Spero che verdetto e sentenza siano cancellati in appello, e mi dicono che avrò ottimi motivi per sperarlo. Ho la massima fiducia nel mio eccellente avvocato, Federico Cecconi. La sentenza non diventa effettiva fino a quando non si saranno conclusi i due gradi di appello. Mi è stato consigliato di non fare altri commenti pubblici fino a quando il caso non sarà finalmente chiuso. Nel frattempo, andrò avanti con la mia vita professionale», ha concluso Mills.
BERLUSCONI - Insieme a Mills era imputato anche Silvio Berlusconi, ma la posizione processuale del premier era stata stralciata in attesa del verdetto della Corte Costituzionale sulla legittimità costituzionale del Lodo Alfano.
Fonte: corriere.it
Mafia, le mani dei boss sull'eolico. Scoperto patto tra fedelissimi di Messina Denaro, politici e imprenditori siciliani, campani e trentini
TRAPANI - Le mani dei boss sulla realizzazione dei parchi eolici in Sicilia. Questo ciò che emerge dall'inchiesta che ha portato gli inquirenti a scoprire un patto tra fedelissimi del super latitante Matteo Messina Denaro, politici, burocrati e imprenditori siciliani, campani e trentini per speculare sull'affare dell'energia pulita in Sicilia.
Otto i provvedimenti cautelari emessi dal gip del tribunale di Palermo, Antonella Consiglio, a carico di imprenditori, politici e funzionari del Comune di Mazara del Vallo, oltre ad alcuni pregiudicati mafiosi, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, corruzione e violazione della legge elettorale. Gli ordini di carcerazione riguardano: Giovan Battista Agate, di 66 anni, pluripregiudicato mafioso di Mazara del Vallo, fratello del più noto Mariano Agate; Luigi Franzinelli, 64 anni, imprenditore di Trento; Vito Martino, imprenditore di Mazara di 41 anni, già assessore e consigliere comunale di Forza Italia; Melchiorre Saladino, 60 anni, imprenditore di Salemi (Trapani), ritenuto contiguo a Matteo Messina Denaro; Giuseppe Sucameli, mazarese di 60 anni, già architetto del Comune di Mazara del Vallo, attualmente detenuto per associazione mafiosa. Altri tre sono stati posti agli arresti domiciliari: Baldassare Campana, mazarese di 60 anni, responsabile dello Sportello unico attività produttive del Comune di Mazara del Vallo; Antonino Cottone, mazarese di 73 anni, imprenditore e gestore della «Calcestruzzi Mazara»; Antonio Aquara, 50 anni, imprenditore di Ottati (Salerno).
INTERCETTAZIONI
Nell'operazione, denominata «Eolo», sono stati impegnati oltre cento tra poliziotti e carabinieri, per arresti eseguiti in provincia di Trapani (Mazara del Vallo, Marsala, Trapani e Castelvetrano), nonchè a Sala Consilina (Salerno) e a Trento. Gli arrestati, a vario titolo, avrebbero consentito alla famiglia mafiosa di Mazara del Vallo, il controllo di attività economiche, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici nel settore della produzione di energia elettrica mediante impianti eolici, anche attraverso lo scambio politico-mafioso di voti. Inoltre, con la complicità di ignoti pubblici ufficiali in servizio al Comune di Mazara del Vallo, avrebbero rivelato notizie sottoposte a segreto d'ufficio, riguardanti uno schema di convenzione per la realizzazione di un parco eolico a cura della società «Enerpro». Il documento, spostato temporaneamente dalla cassaforte che lo custodiva, sarebbe stato reso noto agli amministratori della società concorrente «Sud Wind S.r.l.», affinchè quest'ultima potesse presentare una convenzione analoga, ma a condizioni più vantaggiose. Non solo. Tramite l'imprenditore di Salemi, Melchiorre Saladino, e con il concorso di altri pubblici ufficiali non ancora identificati, Vito Martino (prima da assessore, poi da consigliere comunale di Mazara del Vallo) e Baldassare Campana (nell'esercizio delle funzioni di responsabile dello Sportello unico attività produttive del Comune di Mazara del Vallo), avrebbero «costantemente e ripetutamente favorito la società Sud Wind S.r.l. nella stipula di una convenzione con il Comune di Mazara del Vallo - affermano gli investigatori - per la realizzazione di una centrale eolica per la produzione di energia elettrica, stabilendo una transazione corruttiva con Antonino Aquara e Luigi Franzinelli, rispettivamente amministratore unico e socio della Sud Wind S.r.l, ricevendo cospicue somme di denaro e autovetture di lusso». Alcuni degli arrestati devono anche rispondere del reato di voto di scambio, perché in concorso con Josef Gostner, socio e procuratore speciale della società «Fri-El Green Power S.p.a.» di Bolzano, avrebbero pattuito di corrispondere un contributo di 30 mila euro a Vito Martino, candidato nella lista di Forza Italia alle elezioni regionali siciliane del 2006 (risultato poi secondo dei non eletti), senza alcuna deliberazione da parte dell'organo societario e senza l'iscrizione nel bilancio della società.
Fonte: corriere.it
Otto i provvedimenti cautelari emessi dal gip del tribunale di Palermo, Antonella Consiglio, a carico di imprenditori, politici e funzionari del Comune di Mazara del Vallo, oltre ad alcuni pregiudicati mafiosi, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, corruzione e violazione della legge elettorale. Gli ordini di carcerazione riguardano: Giovan Battista Agate, di 66 anni, pluripregiudicato mafioso di Mazara del Vallo, fratello del più noto Mariano Agate; Luigi Franzinelli, 64 anni, imprenditore di Trento; Vito Martino, imprenditore di Mazara di 41 anni, già assessore e consigliere comunale di Forza Italia; Melchiorre Saladino, 60 anni, imprenditore di Salemi (Trapani), ritenuto contiguo a Matteo Messina Denaro; Giuseppe Sucameli, mazarese di 60 anni, già architetto del Comune di Mazara del Vallo, attualmente detenuto per associazione mafiosa. Altri tre sono stati posti agli arresti domiciliari: Baldassare Campana, mazarese di 60 anni, responsabile dello Sportello unico attività produttive del Comune di Mazara del Vallo; Antonino Cottone, mazarese di 73 anni, imprenditore e gestore della «Calcestruzzi Mazara»; Antonio Aquara, 50 anni, imprenditore di Ottati (Salerno).
INTERCETTAZIONI
Nell'operazione, denominata «Eolo», sono stati impegnati oltre cento tra poliziotti e carabinieri, per arresti eseguiti in provincia di Trapani (Mazara del Vallo, Marsala, Trapani e Castelvetrano), nonchè a Sala Consilina (Salerno) e a Trento. Gli arrestati, a vario titolo, avrebbero consentito alla famiglia mafiosa di Mazara del Vallo, il controllo di attività economiche, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici nel settore della produzione di energia elettrica mediante impianti eolici, anche attraverso lo scambio politico-mafioso di voti. Inoltre, con la complicità di ignoti pubblici ufficiali in servizio al Comune di Mazara del Vallo, avrebbero rivelato notizie sottoposte a segreto d'ufficio, riguardanti uno schema di convenzione per la realizzazione di un parco eolico a cura della società «Enerpro». Il documento, spostato temporaneamente dalla cassaforte che lo custodiva, sarebbe stato reso noto agli amministratori della società concorrente «Sud Wind S.r.l.», affinchè quest'ultima potesse presentare una convenzione analoga, ma a condizioni più vantaggiose. Non solo. Tramite l'imprenditore di Salemi, Melchiorre Saladino, e con il concorso di altri pubblici ufficiali non ancora identificati, Vito Martino (prima da assessore, poi da consigliere comunale di Mazara del Vallo) e Baldassare Campana (nell'esercizio delle funzioni di responsabile dello Sportello unico attività produttive del Comune di Mazara del Vallo), avrebbero «costantemente e ripetutamente favorito la società Sud Wind S.r.l. nella stipula di una convenzione con il Comune di Mazara del Vallo - affermano gli investigatori - per la realizzazione di una centrale eolica per la produzione di energia elettrica, stabilendo una transazione corruttiva con Antonino Aquara e Luigi Franzinelli, rispettivamente amministratore unico e socio della Sud Wind S.r.l, ricevendo cospicue somme di denaro e autovetture di lusso». Alcuni degli arrestati devono anche rispondere del reato di voto di scambio, perché in concorso con Josef Gostner, socio e procuratore speciale della società «Fri-El Green Power S.p.a.» di Bolzano, avrebbero pattuito di corrispondere un contributo di 30 mila euro a Vito Martino, candidato nella lista di Forza Italia alle elezioni regionali siciliane del 2006 (risultato poi secondo dei non eletti), senza alcuna deliberazione da parte dell'organo societario e senza l'iscrizione nel bilancio della società.
Fonte: corriere.it
Renzi e il gelo con il Pd: gli voglio bene, loro non so
Il vincitore: i complimenti di Walter? Mi son morso la lingua
FIRENZE — Sì, si pole. Alle pareti del comitato di via de Martelli, in faccia al Duomo, c'è John (Kennedy), c'è Bob (Kennedy), c'è Martin Luther King e c'è Obama. «Si pole» in fiorentino sta per «si può», «we can» e Matteo Renzi vuol fare Obama risciacquato in Arno. Stesso uso sfrenato delle tecnologie, Facebook più e-mail, abbinato al ritorno per le strade, al cosiddetto contatto umano. «Davanti alla Coop di Gavinana, quartiere super popolare — ricorda Renzi — un anziano guardandomi ha detto: "Quel Bobby Solo col ciuffo, lo voto, mi sa!"». Solo che qui il partito di Renzi, il Partito democratico, non ci aveva creduto in questo mix: battute, capacità di ascoltare, di fare una carezza e stare in rete, parlare con tutti, rispondere a tutti, l'antico e il moderno, metafora di quel che dovrebbe essere Firenze. «Orgogliosi del domani e gelosi del passato», è la frase che Renzi ha pensato per tv, radio e giornali. Renzi è diventato candidato sindaco del centrosinistra credendoci quasi da solo, contro Lapo Pistelli, responsabile esteri a Roma e Ventura, ministro ombra, e la Lastri, assessore da dieci anni. Ora, sulla porta del comitato c'è un cartello con scritto: «Chiuso per netta superiorità».
Ci fu un momento, durante le polemiche sull'inchiesta giudiziaria che coinvolse l'assessore Cioni, che si parlò di annullare le primarie e Renzi disse al Corriere Fiorentino: «Il Pd nazionale dica pubblicamente che non bisogna fare le primarie e che deve candidarsi a sindaco Fracazzo da Velletri». Poi si decise il ballottaggio, mai introdotto nelle primarie: «Per impedire a me di arrivare primo. Ieri mattina mi ha chiamato Veltroni e mi ha detto: "Meno male che non siamo andati al ballottaggio". Mi sono morso la lingua, mi sono morso...». Ora chiamano tutti. «Stamattina ha chiamato D'Alema ma non ho risposto, non avevo il telefonino sotto mano». Solo nel tardo pomeriggio chiama il sindaco Domenici: «Nel luglio 2008 in un'assemblea del Pd disse: "Tutti possono candidarsi, meno Renzi, che deve restare a fare il presidente della Provincia". Come se la politica fosse una fila alle poste, col numerino...». Ma Renzi è come Guazzaloca a Bologna, l'uomo che strapperà Firenze al dominio comunista e post-comunista? «Macché, io voglio stare nel Pd, voglio dare una mano al Pd».
Solo che adesso sembra che abbia più vantaggi il partito a stare con lei che lei a stare con il partito. Hanno voluto fare la conferenza stampa tutti assieme, segretario regionale, provinciale, cittadino... «Diciamo che io voglio più bene al partito di quanto il partito ne voglia a me». Matteo Renzi, che a 34 anni ha già tre figli (otto, sei e tre anni), va avanti per la sua strada. Addirittura «Cento cose per i primi cento giorni». Cose come isole interrate al posto dei cassonetti, affitti più bassi per le botteghe del centro, luci per vie e monumenti. E poi, dieci assessori invece di sedici e, con il risparmio degli stipendi, mutui per giovani coppie. Piero Luigi Vigna, ex procuratore generale antimafia, consulente per la sicurezza. E tante grazie a Riccardo Nencini, segretario dei socialisti, che ha aiutato tantissimo e conferma per la maggioranza allargata alla Sinistra (area Mussi più area Vendola). E cene con gli industriali, perché con i poteri forti bisogna parlare: «Non sono per far piangere i ricchi, ma perché ridano i poveri». E adesso chi schiererà il centrodestra contro Renzi? «Non so. Giovanni Galli, l'ex portiere della Fiorentina, mi ha mandato un sms di auguri. E' stato il primo. Io un sogno ce l'avrei...». Quale? «Lambertow. Lamberto Dini candidato del centrodestra. Potrei riposarmi un po'!». Renzi è così. Se gli chiedete qual è la zona di Firenze che preferisce, risponderà piazza Vittoria: «Quando andavo al liceo Dante, lì giocavamo la "Cialtrons Cup" di calcio, la Coppa dei cialtroni». E la famosa tramvia che passa accanto al Duomo, punto d'onore della giunta Domenici e del Pd? «Vorrei rivedere certi passaggi dove il tram ci va stretto. Ma per il resto, mica sono per girare per Firenze in mongolfiera!». Renzi è così, per ora ha ragione lui.
Fonte: corriere.it
FIRENZE — Sì, si pole. Alle pareti del comitato di via de Martelli, in faccia al Duomo, c'è John (Kennedy), c'è Bob (Kennedy), c'è Martin Luther King e c'è Obama. «Si pole» in fiorentino sta per «si può», «we can» e Matteo Renzi vuol fare Obama risciacquato in Arno. Stesso uso sfrenato delle tecnologie, Facebook più e-mail, abbinato al ritorno per le strade, al cosiddetto contatto umano. «Davanti alla Coop di Gavinana, quartiere super popolare — ricorda Renzi — un anziano guardandomi ha detto: "Quel Bobby Solo col ciuffo, lo voto, mi sa!"». Solo che qui il partito di Renzi, il Partito democratico, non ci aveva creduto in questo mix: battute, capacità di ascoltare, di fare una carezza e stare in rete, parlare con tutti, rispondere a tutti, l'antico e il moderno, metafora di quel che dovrebbe essere Firenze. «Orgogliosi del domani e gelosi del passato», è la frase che Renzi ha pensato per tv, radio e giornali. Renzi è diventato candidato sindaco del centrosinistra credendoci quasi da solo, contro Lapo Pistelli, responsabile esteri a Roma e Ventura, ministro ombra, e la Lastri, assessore da dieci anni. Ora, sulla porta del comitato c'è un cartello con scritto: «Chiuso per netta superiorità».
Ci fu un momento, durante le polemiche sull'inchiesta giudiziaria che coinvolse l'assessore Cioni, che si parlò di annullare le primarie e Renzi disse al Corriere Fiorentino: «Il Pd nazionale dica pubblicamente che non bisogna fare le primarie e che deve candidarsi a sindaco Fracazzo da Velletri». Poi si decise il ballottaggio, mai introdotto nelle primarie: «Per impedire a me di arrivare primo. Ieri mattina mi ha chiamato Veltroni e mi ha detto: "Meno male che non siamo andati al ballottaggio". Mi sono morso la lingua, mi sono morso...». Ora chiamano tutti. «Stamattina ha chiamato D'Alema ma non ho risposto, non avevo il telefonino sotto mano». Solo nel tardo pomeriggio chiama il sindaco Domenici: «Nel luglio 2008 in un'assemblea del Pd disse: "Tutti possono candidarsi, meno Renzi, che deve restare a fare il presidente della Provincia". Come se la politica fosse una fila alle poste, col numerino...». Ma Renzi è come Guazzaloca a Bologna, l'uomo che strapperà Firenze al dominio comunista e post-comunista? «Macché, io voglio stare nel Pd, voglio dare una mano al Pd».
Solo che adesso sembra che abbia più vantaggi il partito a stare con lei che lei a stare con il partito. Hanno voluto fare la conferenza stampa tutti assieme, segretario regionale, provinciale, cittadino... «Diciamo che io voglio più bene al partito di quanto il partito ne voglia a me». Matteo Renzi, che a 34 anni ha già tre figli (otto, sei e tre anni), va avanti per la sua strada. Addirittura «Cento cose per i primi cento giorni». Cose come isole interrate al posto dei cassonetti, affitti più bassi per le botteghe del centro, luci per vie e monumenti. E poi, dieci assessori invece di sedici e, con il risparmio degli stipendi, mutui per giovani coppie. Piero Luigi Vigna, ex procuratore generale antimafia, consulente per la sicurezza. E tante grazie a Riccardo Nencini, segretario dei socialisti, che ha aiutato tantissimo e conferma per la maggioranza allargata alla Sinistra (area Mussi più area Vendola). E cene con gli industriali, perché con i poteri forti bisogna parlare: «Non sono per far piangere i ricchi, ma perché ridano i poveri». E adesso chi schiererà il centrodestra contro Renzi? «Non so. Giovanni Galli, l'ex portiere della Fiorentina, mi ha mandato un sms di auguri. E' stato il primo. Io un sogno ce l'avrei...». Quale? «Lambertow. Lamberto Dini candidato del centrodestra. Potrei riposarmi un po'!». Renzi è così. Se gli chiedete qual è la zona di Firenze che preferisce, risponderà piazza Vittoria: «Quando andavo al liceo Dante, lì giocavamo la "Cialtrons Cup" di calcio, la Coppa dei cialtroni». E la famosa tramvia che passa accanto al Duomo, punto d'onore della giunta Domenici e del Pd? «Vorrei rivedere certi passaggi dove il tram ci va stretto. Ma per il resto, mica sono per girare per Firenze in mongolfiera!». Renzi è così, per ora ha ragione lui.
Fonte: corriere.it
16 feb 2009
Il caso Mastella: alle Europee con il PdL
Prodi e il caso Mastella: «Questa non è politica»
Il Professore: «Andando nel Pdl continua la tradizione. Io? Ormai sono lontano mille miglia da queste cose»
BOLOGNA — Neanche la notizia dell'ennesima migrazione di Clemente Mastella, passato con armi e ceppalonici bagagli alla corte berlusconiana, con vista sull'Europarlamento, riesce a strappare Romano Prodi dalla sua «second life», fatta di Africa, Onu e dotte conferenze. «Non considero questa politica» ha laconicamente commentato l'ex premier, intercettato al telefono da Radio Capital.
Aggiungendo, poi, che la vicenda «è purtroppo un segnale di continuità con la tradizione » e che comunque lui «è lontano mille miglia da queste cose», compresa l'inevitabile scia di sospetti che accompagna il nuovo matrimonio politico dell'uomo che un anno fa fece cadere il governo dell'Unione.
Inaccessibile a qualsiasi discorso che soltanto sfiori la politica italiana, l'ex premier ha fatto una piccolissima eccezione durante un recente viaggio in Messico, quando, incalzato sui motivi della caduta del suo governo, ha dovuto ammettere, come lui stesso scrive nel suo sito, «che non è stato sempre agevole spiegare perché l'Ulivo sia prematuramente appassito». Non è chiaro se, con il termine Ulivo, Prodi intendesse riferirsi all'insieme della sua esperienza di governo o piuttosto alla scarsa incidenza della filosofia ulivista nel Pd veltroniano. La sostanza comunque non cambia: «Io, per questa politica, non voglio esistere» ha più volte confidato l'ex premier ai suoi.
Cosa che gli è riuscita perfettamente da quando, era il 21 gennaio di un anno fa, Mastella annunciò che l'Udeur sarebbe uscita dal governo. Molto si è scritto di quel giorno, a cominciare dalla lettera con la quale l'ex Guardasigilli annunciò a Prodi l'intenzione di ritirare l'appoggio all'esecutivo. «Mastella ha sempre detto — ricorda Sandra Zampa, allora capo ufficio stampa di Palazzo Chigi e ora deputato pd e portavoce del Professore — di aver avvertito per primo Prodi. Non è vero. Abbiamo saputo dalle agenzie che l'Udeur se ne andava. La lettera è arrivata dopo».
Scritta di pugno da Mastella, finito in quei giorni nel mirino di De Magistris, la missiva così recitava: «Caro Romano, con il cuore trafitto, con lo sguardo alla mia splendida famiglia e pensando a quanto abbiamo fatto insieme in condizioni disperate. Con il grazie che ti debbo per la scelta di un dicastero prestigioso, drammaticamente prestigioso, oggi prendo atto che le condizioni politiche non ascrivibili né alla tua persona né a me, imputabili invece a chi questo ha provocato sul piano politico, sono venute meno. Abbiti tanta amicizia». Così finiva il secondo governo di Prodi: «Una manciata di righe, senza alcun costrutto politico, mah...» ricorda ora Zampa. Quel 21 gennaio, mentre il Professore era impegnato in un incontro internazionale, lei era davanti al computer: «A un certo punto — racconta — comparve l'agenzia che annunciava l'uscita dell'Udeur. Alzai la testa e dissi a Flavia (moglie di Prodi, ndr): Mastella se ne va. E lei, che stava scendendo le scale, si bloccò e disse: allora è davvero finita». Ora Mastella è di nuovo politicamente tra noi. Anche se qualcuno, come l'ex finiano Francesco Storace, fatica a crederci: «Mi pare un pessimo scherzo di Carnevale per gli elettori di An».
Fonte: corriere.it
Il Professore: «Andando nel Pdl continua la tradizione. Io? Ormai sono lontano mille miglia da queste cose»
BOLOGNA — Neanche la notizia dell'ennesima migrazione di Clemente Mastella, passato con armi e ceppalonici bagagli alla corte berlusconiana, con vista sull'Europarlamento, riesce a strappare Romano Prodi dalla sua «second life», fatta di Africa, Onu e dotte conferenze. «Non considero questa politica» ha laconicamente commentato l'ex premier, intercettato al telefono da Radio Capital.
Aggiungendo, poi, che la vicenda «è purtroppo un segnale di continuità con la tradizione » e che comunque lui «è lontano mille miglia da queste cose», compresa l'inevitabile scia di sospetti che accompagna il nuovo matrimonio politico dell'uomo che un anno fa fece cadere il governo dell'Unione.
Inaccessibile a qualsiasi discorso che soltanto sfiori la politica italiana, l'ex premier ha fatto una piccolissima eccezione durante un recente viaggio in Messico, quando, incalzato sui motivi della caduta del suo governo, ha dovuto ammettere, come lui stesso scrive nel suo sito, «che non è stato sempre agevole spiegare perché l'Ulivo sia prematuramente appassito». Non è chiaro se, con il termine Ulivo, Prodi intendesse riferirsi all'insieme della sua esperienza di governo o piuttosto alla scarsa incidenza della filosofia ulivista nel Pd veltroniano. La sostanza comunque non cambia: «Io, per questa politica, non voglio esistere» ha più volte confidato l'ex premier ai suoi.
Cosa che gli è riuscita perfettamente da quando, era il 21 gennaio di un anno fa, Mastella annunciò che l'Udeur sarebbe uscita dal governo. Molto si è scritto di quel giorno, a cominciare dalla lettera con la quale l'ex Guardasigilli annunciò a Prodi l'intenzione di ritirare l'appoggio all'esecutivo. «Mastella ha sempre detto — ricorda Sandra Zampa, allora capo ufficio stampa di Palazzo Chigi e ora deputato pd e portavoce del Professore — di aver avvertito per primo Prodi. Non è vero. Abbiamo saputo dalle agenzie che l'Udeur se ne andava. La lettera è arrivata dopo».
Scritta di pugno da Mastella, finito in quei giorni nel mirino di De Magistris, la missiva così recitava: «Caro Romano, con il cuore trafitto, con lo sguardo alla mia splendida famiglia e pensando a quanto abbiamo fatto insieme in condizioni disperate. Con il grazie che ti debbo per la scelta di un dicastero prestigioso, drammaticamente prestigioso, oggi prendo atto che le condizioni politiche non ascrivibili né alla tua persona né a me, imputabili invece a chi questo ha provocato sul piano politico, sono venute meno. Abbiti tanta amicizia». Così finiva il secondo governo di Prodi: «Una manciata di righe, senza alcun costrutto politico, mah...» ricorda ora Zampa. Quel 21 gennaio, mentre il Professore era impegnato in un incontro internazionale, lei era davanti al computer: «A un certo punto — racconta — comparve l'agenzia che annunciava l'uscita dell'Udeur. Alzai la testa e dissi a Flavia (moglie di Prodi, ndr): Mastella se ne va. E lei, che stava scendendo le scale, si bloccò e disse: allora è davvero finita». Ora Mastella è di nuovo politicamente tra noi. Anche se qualcuno, come l'ex finiano Francesco Storace, fatica a crederci: «Mi pare un pessimo scherzo di Carnevale per gli elettori di An».
Fonte: corriere.it
15 feb 2009
Le guardie carcerarie: tutti i trucchi per farsi trasferire al Sud
Cariche nei consorzi ed elezioni nei paesini. Il cambio di città è dovuto in caso di un incarico pubblico.
Chi canta le arie liriche? I cantanti lirici. Chi pedala in bicicletta? I ciclisti. Chi avvia le imprese? Gli imprenditori, direte voi. No: gli agenti carcerari. Almeno ad Agrigento. Dove i secondini (nominati dalla politica) sono quasi un terzo dei membri dell'Asi, il consorzio che dovrebbe sviluppare il sistema industriale locale.
Hanno scoperto un trucco: un dipendente pubblico che ricopre un incarico pubblico può chiedere d'essere trasferito vicino a casa sua. Sia chiaro: non dipende da questi furbetti se esiste da anni l'andazzo di segretari, impiegati, postini, tecnici catastali e lavoratori pubblici vari che, assunti per coprire i buchi di organico nel Nord del Paese, cercano appena possibile di tornare vicino alla famiglia. Diciamolo, il tentativo di rientrare nei dintorni dei luoghi in cui magari vivono i vecchi genitori, la moglie, i parenti è umanamente comprensibile. Che però debbano rimetterci il funzionamento dei pubblici uffici e i cittadini che se ne servono, è assai discutibile. Anzi, è inaccettabile. Tanto più quando la sproporzione nella copertura degli organici nelle diverse parti del paese grida vendetta. Prendiamo, appunto, le guardie di custodia.
All'estero, dicono i dati del Consiglio d'Europa elaborati dal Centro Studi dell'organizzazione non-profit «Ristretti Orizzonti », per ogni cento agenti carcerari ci sono 157 detenuti in Inghilterra, 165 in Olanda, 176 nella Repubblica Ceca, 199 in Scozia, 207 in Portogallo, 209 in Francia, 218 in Austria, 227 in Germania, 237 in Grecia, 283 in Spagna. Per non parlare di certi paesi ex comunisti quali la Russia (332) o l'Ucraina, dove ogni 100 secondini i carcerati sono addirittura 393. Bene: in Italia il rapporto è uno a uno: 101 detenuti ogni cento agenti. Questo sulla carta. In realtà l'enorme accumulo di persone finite in cella (o ritornateci dopo essere state rimesse in libertà con l'indulto del 2006 votato dalla sinistra e da una parte della destra, Forza Italia in testa) fa sì che i numeri siano del tutto sballati. A dispetto dei limiti fissati dall'Ue (8 metri cubi di spazio per ogni detenuto), limiti che imporrebbero all'Italia di avere nei penitenziari attuali non più di 43.102 «ospiti», i nostri carcerati sono già saliti, stando ai dati di tre giorni fa a 59.419. Sedicimila in più del consentito. Un esubero esplosivo. Al contrario, gli agenti di custodia effettivamente in forza dentro le 205 strutture penitenziarie (160 case circondariali, 37 case di reclusione, 8 istituti per le misure di sicurezza), al di là di tutti quelli che negli anni sono stati distaccati negli uffici ministeriali o addirittura in altre amministrazioni statali, sono scesi a 37.853. Cioè circa quattromila in meno rispetto alla pianta organica stabilita nel lontano 2001. Risultato: in questo preciso momento ogni cento secondini ci sono 156 detenuti.
Ma anche qui, solo sulla carta. Le differenze tra le diverse aree del Paese, e torniamo al tema iniziale, sono infatti fortissime. Per ogni cento agenti «virtuali» in organico, ce ne sono infatti 16 in meno in Emilia Romagna e in Friuli ma 15 in più in Molise, 17 in meno in Val d'Aosta ma 6 in più in Puglia, 20 in meno in Piemonte e in Liguria ma quasi 16 in più in Calabria. Quanto al rapporto tra agenti e detenuti, valga per tutti questo confronto: ogni cento guardie ci sono oggi 192 carcerati in Lombardia, 201 nel Veneto, 231 in Emilia Romagna e 100 nel Lazio. Uno squilibrio intollerabile. Che è ancora più vistoso contando non solo gli operatori che stanno fisicamente dentro i penitenziari ma anche quelli distaccati in uffici vari della capitale. Domanda: come si sono creati questi squilibri? Una risposta è, appunto, nella storia dell'Asi di Agrigento. Cosa sia lo lasciamo dire al sito internet ufficiale: è un «ente di diritto pubblico» che «mira a favorire l'insediamento delle piccole e medie imprese nelle aree già individuate della Regione Siciliana». Presieduto dall'avvocato Stefano Catuara, un ex-comunista di Raffadali che da anni è diventato uomo di fiducia del suo compaesano Totò Cuffaro (al punto che se gli chiedi di che partito è risponde: «Udc: Unione di Cuffaro»), il consorzio ha otto membri del comitato direttivo e 49 consiglieri, nominati da comuni, sindacati, alcune associazioni di categoria, partiti. Teste d'uovo scelte per la preparazione, gli studi alla London School of Economics e la capacità di aiutare la nascita di nuove imprese in un territorio difficile? Magari! Quindici dei 49 consiglieri, quasi uno ogni tre, fanno gli agenti di custodia. Cosa c'entrano con l'industrializzazione di aree disperate come quella di cui parliamo? Niente: zero carbonella. La poltrona serve però ai titolari per lavorare, invece che in Friuli o in Piemonte, nelle carceri di Agrigento e di Sciacca. La prova è in una sentenza di pochi giorni fa emessa dal Tar del Lazio che, come ha raccontato «Il Giornale di Sicilia», ha dato torto al Ministero di Grazia e Giustizia che inutilmente aveva cercato di smistare «alcuni agenti di polizia penitenziaria, componenti del consiglio generale del consorzio industriale di Agrigento» in penitenziari del Nord dove potevano essere più utili. Sono consiglieri del consorzio? Devono restare dove stanno, almeno per ora. Un'altra sentenza del Tar, stupefacente, aveva dato ragione poche settimane fa a un altro siciliano refrattario agli spostamenti.
Il tenente colonnello medico Aurelio Mulè, destinato a una missione in Afghanistan, aveva fatto ricorso al Tribunale amministrativo spiegando che proprio non poteva andare in missione laggiù perché aveva una missione quaggiù. Per la precisione a Cattolica Eraclea, dove è consigliere comunale. E' vero che, come hanno raccontato i quotidiani locali, l'uomo è tra i più assenteisti alle riunioni. Ma mandarlo a fare il suo lavoro all'estero, secondo il suo avvocato avrebbe «configurato una lesione del suo diritto all' espletamento delle funzioni elettive ». Funzioni non a caso appetite dagli stessi agenti di custodia. Un esempio? Alle ultime elezioni di Comitini, un paese piccolissimo dove bastavano 24 voti (un paio di famiglie, un paio di cugini) per entrare in consiglio comunale, erano presenti due liste. In una, su dodici candidati, c'erano quattro secondini. Nell'altra, sempre su dodici, quattro secondini, un poliziotto e un finanziere.
Fonte: corriere.it
Chi canta le arie liriche? I cantanti lirici. Chi pedala in bicicletta? I ciclisti. Chi avvia le imprese? Gli imprenditori, direte voi. No: gli agenti carcerari. Almeno ad Agrigento. Dove i secondini (nominati dalla politica) sono quasi un terzo dei membri dell'Asi, il consorzio che dovrebbe sviluppare il sistema industriale locale.
Hanno scoperto un trucco: un dipendente pubblico che ricopre un incarico pubblico può chiedere d'essere trasferito vicino a casa sua. Sia chiaro: non dipende da questi furbetti se esiste da anni l'andazzo di segretari, impiegati, postini, tecnici catastali e lavoratori pubblici vari che, assunti per coprire i buchi di organico nel Nord del Paese, cercano appena possibile di tornare vicino alla famiglia. Diciamolo, il tentativo di rientrare nei dintorni dei luoghi in cui magari vivono i vecchi genitori, la moglie, i parenti è umanamente comprensibile. Che però debbano rimetterci il funzionamento dei pubblici uffici e i cittadini che se ne servono, è assai discutibile. Anzi, è inaccettabile. Tanto più quando la sproporzione nella copertura degli organici nelle diverse parti del paese grida vendetta. Prendiamo, appunto, le guardie di custodia.
All'estero, dicono i dati del Consiglio d'Europa elaborati dal Centro Studi dell'organizzazione non-profit «Ristretti Orizzonti », per ogni cento agenti carcerari ci sono 157 detenuti in Inghilterra, 165 in Olanda, 176 nella Repubblica Ceca, 199 in Scozia, 207 in Portogallo, 209 in Francia, 218 in Austria, 227 in Germania, 237 in Grecia, 283 in Spagna. Per non parlare di certi paesi ex comunisti quali la Russia (332) o l'Ucraina, dove ogni 100 secondini i carcerati sono addirittura 393. Bene: in Italia il rapporto è uno a uno: 101 detenuti ogni cento agenti. Questo sulla carta. In realtà l'enorme accumulo di persone finite in cella (o ritornateci dopo essere state rimesse in libertà con l'indulto del 2006 votato dalla sinistra e da una parte della destra, Forza Italia in testa) fa sì che i numeri siano del tutto sballati. A dispetto dei limiti fissati dall'Ue (8 metri cubi di spazio per ogni detenuto), limiti che imporrebbero all'Italia di avere nei penitenziari attuali non più di 43.102 «ospiti», i nostri carcerati sono già saliti, stando ai dati di tre giorni fa a 59.419. Sedicimila in più del consentito. Un esubero esplosivo. Al contrario, gli agenti di custodia effettivamente in forza dentro le 205 strutture penitenziarie (160 case circondariali, 37 case di reclusione, 8 istituti per le misure di sicurezza), al di là di tutti quelli che negli anni sono stati distaccati negli uffici ministeriali o addirittura in altre amministrazioni statali, sono scesi a 37.853. Cioè circa quattromila in meno rispetto alla pianta organica stabilita nel lontano 2001. Risultato: in questo preciso momento ogni cento secondini ci sono 156 detenuti.
Ma anche qui, solo sulla carta. Le differenze tra le diverse aree del Paese, e torniamo al tema iniziale, sono infatti fortissime. Per ogni cento agenti «virtuali» in organico, ce ne sono infatti 16 in meno in Emilia Romagna e in Friuli ma 15 in più in Molise, 17 in meno in Val d'Aosta ma 6 in più in Puglia, 20 in meno in Piemonte e in Liguria ma quasi 16 in più in Calabria. Quanto al rapporto tra agenti e detenuti, valga per tutti questo confronto: ogni cento guardie ci sono oggi 192 carcerati in Lombardia, 201 nel Veneto, 231 in Emilia Romagna e 100 nel Lazio. Uno squilibrio intollerabile. Che è ancora più vistoso contando non solo gli operatori che stanno fisicamente dentro i penitenziari ma anche quelli distaccati in uffici vari della capitale. Domanda: come si sono creati questi squilibri? Una risposta è, appunto, nella storia dell'Asi di Agrigento. Cosa sia lo lasciamo dire al sito internet ufficiale: è un «ente di diritto pubblico» che «mira a favorire l'insediamento delle piccole e medie imprese nelle aree già individuate della Regione Siciliana». Presieduto dall'avvocato Stefano Catuara, un ex-comunista di Raffadali che da anni è diventato uomo di fiducia del suo compaesano Totò Cuffaro (al punto che se gli chiedi di che partito è risponde: «Udc: Unione di Cuffaro»), il consorzio ha otto membri del comitato direttivo e 49 consiglieri, nominati da comuni, sindacati, alcune associazioni di categoria, partiti. Teste d'uovo scelte per la preparazione, gli studi alla London School of Economics e la capacità di aiutare la nascita di nuove imprese in un territorio difficile? Magari! Quindici dei 49 consiglieri, quasi uno ogni tre, fanno gli agenti di custodia. Cosa c'entrano con l'industrializzazione di aree disperate come quella di cui parliamo? Niente: zero carbonella. La poltrona serve però ai titolari per lavorare, invece che in Friuli o in Piemonte, nelle carceri di Agrigento e di Sciacca. La prova è in una sentenza di pochi giorni fa emessa dal Tar del Lazio che, come ha raccontato «Il Giornale di Sicilia», ha dato torto al Ministero di Grazia e Giustizia che inutilmente aveva cercato di smistare «alcuni agenti di polizia penitenziaria, componenti del consiglio generale del consorzio industriale di Agrigento» in penitenziari del Nord dove potevano essere più utili. Sono consiglieri del consorzio? Devono restare dove stanno, almeno per ora. Un'altra sentenza del Tar, stupefacente, aveva dato ragione poche settimane fa a un altro siciliano refrattario agli spostamenti.
Il tenente colonnello medico Aurelio Mulè, destinato a una missione in Afghanistan, aveva fatto ricorso al Tribunale amministrativo spiegando che proprio non poteva andare in missione laggiù perché aveva una missione quaggiù. Per la precisione a Cattolica Eraclea, dove è consigliere comunale. E' vero che, come hanno raccontato i quotidiani locali, l'uomo è tra i più assenteisti alle riunioni. Ma mandarlo a fare il suo lavoro all'estero, secondo il suo avvocato avrebbe «configurato una lesione del suo diritto all' espletamento delle funzioni elettive ». Funzioni non a caso appetite dagli stessi agenti di custodia. Un esempio? Alle ultime elezioni di Comitini, un paese piccolissimo dove bastavano 24 voti (un paio di famiglie, un paio di cugini) per entrare in consiglio comunale, erano presenti due liste. In una, su dodici candidati, c'erano quattro secondini. Nell'altra, sempre su dodici, quattro secondini, un poliziotto e un finanziere.
Fonte: corriere.it
12 feb 2009
L'università dei baroni, ecco come funziona Un viaggio tra truffe, favori e abusi di potere: i meccanismi perversi delle fabbriche di cultura italiane
Il libro-inchiesta di davide carlucci e antonio castaldo
MILANO – Sconcertante, devastante o umiliante? E’ difficile trovare gli aggettivi giusti per descrivere al meglio lo stato dell’università italiana dopo aver letto Un Paese di Baroni, il libro appena uscito di Davide Carlucci e Antonio Castaldo su «truffe, favori, abusi di potere. Logge segrete e criminalità organizzata. Come funziona l’università italiana» (editore Chiarelettere). Non un romanzo, purtroppo. Ma una lunga, dettagliata e approfondita inchiesta con nomi, cognomi, date, pochissime opinioni e tanti fatti.
Un’inchiesta che lascia senza fiato: perché se è vero che tutti sanno (o dicono di sapere) che è prassi comune e diffusa che per avere certe cattedre e varcare certe soglie occorra essere figlio di, amico di o sponsorizzato da, è altrettanto vero che leggere 309 pagine che raccontano di privilegi, concorsi truccati, reti di parentele intrecciate, infiltrazioni mafiose, gerarchie nazionali su chi comanda e dove, criteri gerontocratici di scelta, lobby bianche, rosse e nere, intrecci politici ed economici nella selezione dei docenti fa un effetto devastante. Non solo per i professori, ricercatori e dottori coinvolti nelle inchieste documentate nel libro ma per tutti quelli che pur a conoscenza di un «sistema tanto chiacchierato, e oggetto di generale indignazione fino ad oggi lo hanno accettato. L’importante era non fare i nomi» scrivono i due autori. Ora ci sono anche quelli, nero su bianco. Ma forse anche questo cambierà di poco la questione. Il sistema pare così tanto incancrenito da autoalimentarsi e sopravvivere da solo. Anche se delle crepe cominciano a intaccare il muro di gomma dell’università italiana.
Carlucci e Castaldo (tutti e due giornalisti; il primo a Repubblica, il secondo al Corriere della Sera) raccontano infatti, accanto all’università dei privilegi, anche quella di chi lavora seriamente tutti i giorni e per pochi soldi. E soprattutto riportano le storie e le testimonianze di chi si è ribellato contro i concorsi truccati, contro un «sistema fortissimo basato molto sull’obbedienza e poco sul merito». Citando i sempre più numerosi casi di intercettazioni fai da te di studenti, aspiranti ricercatori o docenti che si sono presentati nell’università dei baroni a colloquio con i prof muniti di registratori portatili per memorizzare «le regole del gioco». Negli ultimi anni proprio queste intercettazioni hanno portato a più di un’inchiesta contro prepotenze e abusi.
Alcuni in Italia si chiedono ancora perché nelle graduatorie sulle migliori università del mondo, i nostri atenei facciano sempre una pessima figura. Inutile chiederselo dopo aver letto questo libro. Peggio: frustrante. Paolo Bertinetti, preside della facoltà di lingue e letteratura a Torino afferma di «non aver mai conosciuto nessuno che sia diventato professore solo in base ai propri meriti». Stefano Podestà, ex ministro dell’Università nel 1996 ha dichiarato: «I rettori italiani? La metà di loro è iscritta alla massoneria». Mentre, dati alla mano, Carlucci e Castaldo scrivono che «i rettori hanno famiglia in 25 delle 59 università statali italiane. Quasi il 50% (il 42,3 per l’esattezza) ha nella medesima università un parente stretto, quasi sempre un altro docente». Più chiara ancora la ricostruzione di un dialogo tra docenti nella deposizione rilasciata all’autorità giudiziaria da Massimo Del Vecchio, professore di matematica a Bari – «Se non vengo io, tu non sarai nominato preside» – «Che cosa vuoi in cambio?» – «Due miei parenti falli entrare…». Carlo Sabba, uno dei professori che si è ribellato al sistema dei concorsi truccati, conclude amaramente: «Se non si spezza questa catena, i giovani saranno a immagine e somiglianza di chi li ha arruolati, e tutto rimarrà uguale».
Il libro-inchiesta di Carlucci e Castaldo vuole essere «un’istantanea sullo stato dell’università italiana e delle èlite che la governano, nel momento di più profonda decadenza della sua storia». Nel volume si ripercorrono le vicende che hanno portato intere dinastie familiari alla conquista di tutte le cattedre disponibili nelle città italiane «calpestando tante volte il merito e eludendo le regole democratiche; con intere bande di cattedratici che si sono spartite il territorio proprio come fa la mafia; raccontando il sistema dei baroni e la fitta trama di scambi tra potere politico e mondo universitario. Il tutto a detrimento di chi crede nelle università e nell’eccellenza dello studio con i centinaia di professori, ricercatori e lettori che nonostante i soprusi e le generali storture di un sistema che non funziona, resistono e lavorano».
I due hanno deciso di dedicare il loro lavoro ai «tanti che in questi ultimi anni hanno denunciato abusi, aperto blog e siti internet contro il malcostume accademico, scrivendo spesso con nomi e cognomi ai quotidiani nazionali e ai tantissimi professori e ricercatori onesti grazie ai quali l’Italia è ai primissimi posti di una speciale classifica di merito stilata dalla rivista Nature nel 2004 calcolata in base alla proporzione tra investimenti ricevuti e qualità delle pubblicazioni delle principali riviste di ricerca internazionale: nonostante i pochi soldi, i concorsi truccati, la corruzione e molto altro i ricercatori italiani ottengono risultati eccezionali. Incredibile ma vero».
Viene solo da chiedersi allora, visto che la degenerazione universitaria è direttamente proporzionale alla cattiva qualità della ricerca, che Paese saremmo se le terribili storture denunciate in questo libro sull' università non ci fossero. Visto che «da qualche decennio si assiste ad un’autentica degenerazione della logica del privilegio e per un po’chi voleva far carriera si è adeguato, chi non ha trovato spazio ha cercato un’occasione all’estero, altri hanno gettato la spugna e hanno ripiegato sulla professione privata, sull’insegnamento nelle scuole superiori, oppure sono caduti in depressione». Cosa sarebbe l’Italia se tutti quelli che sono andati via o non sono riusciti ad entrare e lo meritavano avessero potuto studiare e fare ricerca nelle università del nostro Paese?
L’inchiesta si fa viva. Viene descritto nei dettagli il “sistema mafioso” che vige all’interno di alcune università (caso limite a Messina, dove «le indagini hanno mostrato le infiltrazioni mafiose e della ‘ndrangheta» e «la cosca Morabito è penetrata profondamente all’interno della Facoltà di medicina e chirurgia» come scrive il pm Gratteri della dda di Reggio Calabria). Viene raccontato come agisce la massoneria in cattedra («A Bologna ci sono due lobby, massoneria e Cl. Controllano la sanità e la facoltà di Medicina. E’ sempre stato così. E’ uno spaccato inquietante» dice Libero Mancuso, ex magistrato, assessore comunale a Bologna). Viene spiegato il meccanismo della grande truffa dei concorsi («C’è l’assenza di qualsiasi trasparenza nello stabilire chi merita e chi no. Pilotare i concorsi è una pratica assolutamente sicura e quasi indolore. I docenti sanno di partecipare a un teatrino. Il nome di chi deve vincere si conosce in anticipo. Talvolta è davvero la migliore delle scelte possibili. Altre volte decisamente no. Ma la domanda è: se già si conosce il vincitore perché spendere tanti soldi per indire i concorsi?» scrivono Carlucci e Castaldo). Si scende poi nei dettagli della Parentopoli d’Italia (Tre esempi soli tra i tanti? «A Roma il rettore è Luigi Frati, ex preside di facoltà di Medicina dove c’era la moglie, ex professoressa di liceo diventata ordinario, il figlio, chiamato a insegnare sotto la presidenza del padre, e la figlia, laureata in giurisprudenza…A Napoli nelle facoltà di Economia e Commercio della Federico II sono state rintracciate 140 parentele accademiche su un totale di 877 docenti...A Bari a Economia imperversano famiglie come i Massari: otto i docenti con questo cognome, tutti imparentati tra loro»). Si spiegano i meccanismi delle commistioni dei poteri trasversali, poteri politici e interessi economici che determinano assunzioni e vincitori di concorsi. Tutto sempre più spesso inter nos.
Basta leggere cosa dice il Cnvsu, il Comitato di valutazione universitaria: il 90,2% dei docenti vincitori di concorso dal 1999 al 2007 provenivano dallo stesso ateneo che aveva messo a bando la cattedra. Con l’autonomia universitaria del 1999 poi (finanziaria e contabile) si sono moltiplicati i docenti e i corsi di laurea più bizzarri. Gli insegnamenti sono raddoppiati: da 85mila a 171mila. Con una proliferazione che non ha eguali nel mondo: in Italia esistono 24 facoltà di Agraria, in California tre, in Olanda solo una.
Forse è anche per tutto questo che secondo i dati Ocse del settembre 2008 solo il 17% della popolazione italiana tra i 24 e i 34 anni ha conseguito una laurea (contro la media dei paesi Ocse del 33%) e solo il 45% degli iscritti arriva alla laurea, meno del Cile e del Messico e sotto la media Ocse del 69%? «Continuiamo così – direbbe il Nanni Moretti dell’ormai storica battuta del film “Bianca” – facciamoci del male».
Fonte: corriere.it
MILANO – Sconcertante, devastante o umiliante? E’ difficile trovare gli aggettivi giusti per descrivere al meglio lo stato dell’università italiana dopo aver letto Un Paese di Baroni, il libro appena uscito di Davide Carlucci e Antonio Castaldo su «truffe, favori, abusi di potere. Logge segrete e criminalità organizzata. Come funziona l’università italiana» (editore Chiarelettere). Non un romanzo, purtroppo. Ma una lunga, dettagliata e approfondita inchiesta con nomi, cognomi, date, pochissime opinioni e tanti fatti.
Un’inchiesta che lascia senza fiato: perché se è vero che tutti sanno (o dicono di sapere) che è prassi comune e diffusa che per avere certe cattedre e varcare certe soglie occorra essere figlio di, amico di o sponsorizzato da, è altrettanto vero che leggere 309 pagine che raccontano di privilegi, concorsi truccati, reti di parentele intrecciate, infiltrazioni mafiose, gerarchie nazionali su chi comanda e dove, criteri gerontocratici di scelta, lobby bianche, rosse e nere, intrecci politici ed economici nella selezione dei docenti fa un effetto devastante. Non solo per i professori, ricercatori e dottori coinvolti nelle inchieste documentate nel libro ma per tutti quelli che pur a conoscenza di un «sistema tanto chiacchierato, e oggetto di generale indignazione fino ad oggi lo hanno accettato. L’importante era non fare i nomi» scrivono i due autori. Ora ci sono anche quelli, nero su bianco. Ma forse anche questo cambierà di poco la questione. Il sistema pare così tanto incancrenito da autoalimentarsi e sopravvivere da solo. Anche se delle crepe cominciano a intaccare il muro di gomma dell’università italiana.
Carlucci e Castaldo (tutti e due giornalisti; il primo a Repubblica, il secondo al Corriere della Sera) raccontano infatti, accanto all’università dei privilegi, anche quella di chi lavora seriamente tutti i giorni e per pochi soldi. E soprattutto riportano le storie e le testimonianze di chi si è ribellato contro i concorsi truccati, contro un «sistema fortissimo basato molto sull’obbedienza e poco sul merito». Citando i sempre più numerosi casi di intercettazioni fai da te di studenti, aspiranti ricercatori o docenti che si sono presentati nell’università dei baroni a colloquio con i prof muniti di registratori portatili per memorizzare «le regole del gioco». Negli ultimi anni proprio queste intercettazioni hanno portato a più di un’inchiesta contro prepotenze e abusi.
Alcuni in Italia si chiedono ancora perché nelle graduatorie sulle migliori università del mondo, i nostri atenei facciano sempre una pessima figura. Inutile chiederselo dopo aver letto questo libro. Peggio: frustrante. Paolo Bertinetti, preside della facoltà di lingue e letteratura a Torino afferma di «non aver mai conosciuto nessuno che sia diventato professore solo in base ai propri meriti». Stefano Podestà, ex ministro dell’Università nel 1996 ha dichiarato: «I rettori italiani? La metà di loro è iscritta alla massoneria». Mentre, dati alla mano, Carlucci e Castaldo scrivono che «i rettori hanno famiglia in 25 delle 59 università statali italiane. Quasi il 50% (il 42,3 per l’esattezza) ha nella medesima università un parente stretto, quasi sempre un altro docente». Più chiara ancora la ricostruzione di un dialogo tra docenti nella deposizione rilasciata all’autorità giudiziaria da Massimo Del Vecchio, professore di matematica a Bari – «Se non vengo io, tu non sarai nominato preside» – «Che cosa vuoi in cambio?» – «Due miei parenti falli entrare…». Carlo Sabba, uno dei professori che si è ribellato al sistema dei concorsi truccati, conclude amaramente: «Se non si spezza questa catena, i giovani saranno a immagine e somiglianza di chi li ha arruolati, e tutto rimarrà uguale».
Il libro-inchiesta di Carlucci e Castaldo vuole essere «un’istantanea sullo stato dell’università italiana e delle èlite che la governano, nel momento di più profonda decadenza della sua storia». Nel volume si ripercorrono le vicende che hanno portato intere dinastie familiari alla conquista di tutte le cattedre disponibili nelle città italiane «calpestando tante volte il merito e eludendo le regole democratiche; con intere bande di cattedratici che si sono spartite il territorio proprio come fa la mafia; raccontando il sistema dei baroni e la fitta trama di scambi tra potere politico e mondo universitario. Il tutto a detrimento di chi crede nelle università e nell’eccellenza dello studio con i centinaia di professori, ricercatori e lettori che nonostante i soprusi e le generali storture di un sistema che non funziona, resistono e lavorano».
I due hanno deciso di dedicare il loro lavoro ai «tanti
Viene solo da chiedersi allora, visto che la degenerazione universitaria è direttamente proporzionale alla cattiva qualità della ricerca, che Paese saremmo se le terribili storture denunciate in questo libro sull' università non ci fossero. Visto che «da qualche decennio si assiste ad un’autentica degenerazione della logica del privilegio e per un po’chi voleva far carriera si è adeguato, chi non ha trovato spazio ha cercato un’occasione all’estero, altri hanno gettato la spugna e hanno ripiegato sulla professione privata, sull’insegnamento nelle scuole superiori, oppure sono caduti in depressione». Cosa sarebbe l’Italia se tutti quelli che sono andati via o non sono riusciti ad entrare e lo meritavano avessero potuto studiare e fare ricerca nelle università del nostro Paese?
L’inchiesta si fa viva. Viene descritto nei dettagli il “sistema mafioso” che vige all’interno di alcune università (caso limite a Messina, dove «le indagini hanno mostrato le infiltrazioni mafiose e della ‘ndrangheta» e «la cosca Morabito è penetrata profondamente all’interno della Facoltà di medicina e chirurgia» come scrive il pm Gratteri della dda di Reggio Calabria). Viene raccontato come agisce la massoneria in cattedra («A Bologna ci sono due lobby, massoneria e Cl. Controllano la sanità e la facoltà di Medicina. E’ sempre stato così. E’ uno spaccato inquietante» dice Libero Mancuso, ex magistrato, assessore comunale a Bologna). Viene spiegato il meccanismo della grande truffa dei concorsi («C’è l’assenza di qualsiasi trasparenza nello stabilire chi merita e chi no. Pilotare i concorsi è una pratica assolutamente sicura e quasi indolore. I docenti sanno di partecipare a un teatrino. Il nome di chi deve vincere si conosce in anticipo. Talvolta è davvero la migliore delle scelte possibili. Altre volte decisamente no. Ma la domanda è: se già si conosce il vincitore perché spendere tanti soldi per indire i concorsi?» scrivono Carlucci e Castaldo). Si scende poi nei dettagli della Parentopoli d’Italia (Tre esempi soli tra i tanti? «A Roma il rettore è Luigi Frati, ex preside di facoltà di Medicina dove c’era la moglie, ex professoressa di liceo diventata ordinario, il figlio, chiamato a insegnare sotto la presidenza del padre, e la figlia, laureata in giurisprudenza…A Napoli nelle facoltà di Economia e Commercio della Federico II sono state rintracciate 140 parentele accademiche su un totale di 877 docenti...A Bari a Economia imperversano famiglie come i Massari: otto i docenti con questo cognome, tutti imparentati tra loro»). Si spiegano i meccanismi delle commistioni dei poteri trasversali, poteri politici e interessi economici che determinano assunzioni e vincitori di concorsi. Tutto sempre più spesso inter nos.
Basta leggere cosa dice il Cnvsu, il Comitato di valutazione universitaria: il 90,2% dei docenti vincitori di concorso dal 1999 al 2007 provenivano dallo stesso ateneo che aveva messo a bando la cattedra. Con l’autonomia universitaria del 1999 poi (finanziaria e contabile) si sono moltiplicati i docenti e i corsi di laurea più bizzarri. Gli insegnamenti sono raddoppiati: da 85mila a 171mila. Con una proliferazione che non ha eguali nel mondo: in Italia esistono 24 facoltà di Agraria, in California tre, in Olanda solo una.
Forse è anche per tutto questo che secondo i dati Ocse del settembre 2008 solo il 17% della popolazione italiana tra i 24 e i 34 anni ha conseguito una laurea (contro la media dei paesi Ocse del 33%) e solo il 45% degli iscritti arriva alla laurea, meno del Cile e del Messico e sotto la media Ocse del 69%? «Continuiamo così – direbbe il Nanni Moretti dell’ormai storica battuta del film “Bianca” – facciamoci del male».
Fonte: corriere.it
11 feb 2009
Troppa corruzione nella PA. Incide sul prezzo degli appalti e danneggia l'immagine. Nel 2008 ci sono state 77 condanne per danni all'erario
Relazione del Procuratore generale: I controlli non sono adeguati
Allarme della Corte dei Conti.
ROMA - Allarme corruzione nella pubblica amministrazione da parte della Corte dei Conti. «I controlli interni ed esterni sull'amministrazione non sono pienamente adeguati, vi è un'attuale situazione di loro scarsa efficacia, di pochezza di effetti concreti», ha sottolineato il presidente della magistratura contabile Tullio Lazzaro, per il quale «occorre potenziare e irrobustire i controlli, renderli effettivi nello svolgersi e concreti negli effetti. Nel campo dell'amministrazione, a un maggior e migliore uso dei controlli, corrisponde simmetricamente un minore ricorso al codice penale».
«CONO D'OMBRA DOVE MANCA TRASPARENZA»
«Dove manca la trasparenza si genera il cono d'ombra entro cui possono trovare spazio quei fatti di corruzione o di concussione che rendono poi indispensabile l'intervento del giudice penale» ha poi sottolineato Lazzaro, nel suo intervento all'inaugurazione dell'anno giudiziario. Lazzaro ha ricordato come l'intervento del giudice penale, «a sua volta, prima ancora del definitivo accertamento dei fatti, può avere anche l'effetto, non voluto, di generare un clima di sospetto, una nebbia mefitica che sembra tutto avvolgere e genera sfiducia da parte dei cittadini onesti».
I PREZZI DEGLI APPALTI SALGONO, E L'IMMAGINE DELLA PA SCENDE
Corruzione e concussione, incidono sul prezzo degli appalti e danneggiano l'immagine della pubblica amministrazione. Il procuratore generale presso la Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, nella sua relazione ha poi ricordato che la magistratura contabile ha emesso nel 2008 102 sentenze per danno erariale derivato da attività contrattuale, 77 delle quali sfociate nella condanna dei chiamati in giudizio. «Le patologie maggiormente ricorrenti negli appalti pubblici di opere, beni e servizi - ha sottolineato - attengono innanzitutto a fatti corruttivi e concussivi che, al di là della loro riprovevolezza sotto l'aspetto penale, incidono di norma sul prezzo degli appalti medesimi aumentandone l'entità e determinando quini un maggior onere finanziario a carico dell'erario, assolutamente ingiustificato». Inoltre, tali fatti, ha detto ancora Pasqualucci, «vengono costantemente ritenuti dalla giurisprudenza di questa Corte dei Conti pregiudizievoli dell'immagine della pubblica amministrazione lesa nei confronti della pubblica opinione dai comportamenti altamenti anti doverosi dei propri dipendenti».
DA CALCIOPOLI AI RIFIUTI A NAPOLI
Truffe nei settori della spesa farmaceutica-sanitaria, dei rifiuti, e dei contributi comunitari; opere edilizie incompiute e uso sconsiderato dei prodotti finanziari derivati; danno all'immagine causato alla Pubblica amministrazione dai dipendenti pubblici che hanno intascato "mazzett2"; consulenze indebite. È questo il quadro della mala- amministrazione e degli sperperi che emerge dalla relazione del pg della Corte dei Conti Furio Pasqualucci e che, nel 2008, si è tradotto in atti di citazione in giudizio per un totale di circa 1 miliardo e 700mila euro di danni e in 561 sentenze di condanna in primo grado.
I CASI ECLATANTI
Tra i casi più eclatanti segnalati dal pg, l'emergenza rifiuti in Campania che nel 2008 ha portato alle prime condanne da parte della magistratura contabile regionale per un totale di 650mila euro, ma restano da definire altri due giudizi per un totale di 45 milioni di euro di danni, mentre altre istruttorie sono state aperte. La procura regionale del Lazio ha invece contestato a dieci concessionari del servizio new slot (le slot machine collegate in rete) una cifra da capogiro di 70 miliardi di euro di danno erariale (una somma «enorme, pari a diversi punti di Pil», ammette Pasqualucci, ma in relazione alla quale il giudizio è sospeso in attesa di una decisione della Cassazione per regolamento di competenza). Gli onori delle cronache al caso Calciopoli sono andati non solo per processo penale ma anche per quello attivato dalla Corte dei Conti: la procura regionale del Lazio ha emesso due atti di citazione, il primo nei confronti di nove persone tra dirigenti, arbitri, assistenti di gara e due giornalisti Rai ai quali si richiede di risarcire 240milioni di euro, mentre il secondo per contestare ad altre nove persone un milione di euro per danni all'immagine e da disservizio.
LA CLINICA DEGLI ORRORI A MILANO
E ancora: sempre per danno all'immagine , stavolta del sistema sanitario, la procura della Corte dei Conti della Lombardia ha chiesto risarcimenti per oltre 8 milioni di euro alle 14 persone coinvolte nell'inchiesta sulla cosiddetta clinica degli orrorì di Milano per interventi ritenuti inutili e dannosi sui malati solo per ottenere rimborsi dallo Stato. Notevoli anche le condanne (77) nel 2008 per danni erariali causati da attività contrattuale, per esempio appalti per la costruzione di strade, scuole o carceri che, a causa di tangenti o sovrafatturrazioni, sono stati eseguiti tardi e male, oppure mai realizzati: le citazioni in giudizio per questo tipo di danno , sempre nel 2008, sono per un totale di 831milioni di euro. Atti di citazione per circa 79milioni di euro sono invece stati emessi per frodi comunitarie, in particolare per lo sforamento delle quote latte, mentre il ricorso ai derivati ha causato citazioni per quasi 46mila euro. Consulenze esterne ed incarichi "illeciti" sono state alla base di 96 condanne in primo grado e di oltre 20 milioni di euro di danni contestati nelle citazioni a giudizio.
Fonte: corriere.it
Allarme della Corte dei Conti.
ROMA - Allarme corruzione nella pubblica amministrazione da parte della Corte dei Conti. «I controlli interni ed esterni sull'amministrazione non sono pienamente adeguati, vi è un'attuale situazione di loro scarsa efficacia, di pochezza di effetti concreti», ha sottolineato il presidente della magistratura contabile Tullio Lazzaro, per il quale «occorre potenziare e irrobustire i controlli, renderli effettivi nello svolgersi e concreti negli effetti. Nel campo dell'amministrazione, a un maggior e migliore uso dei controlli, corrisponde simmetricamente un minore ricorso al codice penale».
«CONO D'OMBRA DOVE MANCA TRASPARENZA»
«Dove manca la trasparenza si genera il cono d'ombra entro cui possono trovare spazio quei fatti di corruzione o di concussione che rendono poi indispensabile l'intervento del giudice penale» ha poi sottolineato Lazzaro, nel suo intervento all'inaugurazione dell'anno giudiziario. Lazzaro ha ricordato come l'intervento del giudice penale, «a sua volta, prima ancora del definitivo accertamento dei fatti, può avere anche l'effetto, non voluto, di generare un clima di sospetto, una nebbia mefitica che sembra tutto avvolgere e genera sfiducia da parte dei cittadini onesti».
I PREZZI DEGLI APPALTI SALGONO, E L'IMMAGINE DELLA PA SCENDE
Corruzione e concussione, incidono sul prezzo degli appalti e danneggiano l'immagine della pubblica amministrazione. Il procuratore generale presso la Corte dei Conti, Furio Pasqualucci, nella sua relazione ha poi ricordato che la magistratura contabile ha emesso nel 2008 102 sentenze per danno erariale derivato da attività contrattuale, 77 delle quali sfociate nella condanna dei chiamati in giudizio. «Le patologie maggiormente ricorrenti negli appalti pubblici di opere, beni e servizi - ha sottolineato - attengono innanzitutto a fatti corruttivi e concussivi che, al di là della loro riprovevolezza sotto l'aspetto penale, incidono di norma sul prezzo degli appalti medesimi aumentandone l'entità e determinando quini un maggior onere finanziario a carico dell'erario, assolutamente ingiustificato». Inoltre, tali fatti, ha detto ancora Pasqualucci, «vengono costantemente ritenuti dalla giurisprudenza di questa Corte dei Conti pregiudizievoli dell'immagine della pubblica amministrazione lesa nei confronti della pubblica opinione dai comportamenti altamenti anti doverosi dei propri dipendenti».
DA CALCIOPOLI AI RIFIUTI A NAPOLI
Truffe nei settori della spesa farmaceutica-sanitaria, dei rifiuti, e dei contributi comunitari; opere edilizie incompiute e uso sconsiderato dei prodotti finanziari derivati; danno all'immagine causato alla Pubblica amministrazione dai dipendenti pubblici che hanno intascato "mazzett2"; consulenze indebite. È questo il quadro della mala- amministrazione e degli sperperi che emerge dalla relazione del pg della Corte dei Conti Furio Pasqualucci e che, nel 2008, si è tradotto in atti di citazione in giudizio per un totale di circa 1 miliardo e 700mila euro di danni e in 561 sentenze di condanna in primo grado.
I CASI ECLATANTI
Tra i casi più eclatanti segnalati dal pg, l'emergenza rifiuti in Campania che nel 2008 ha portato alle prime condanne da parte della magistratura contabile regionale per un totale di 650mila euro, ma restano da definire altri due giudizi per un totale di 45 milioni di euro di danni, mentre altre istruttorie sono state aperte. La procura regionale del Lazio ha invece contestato a dieci concessionari del servizio new slot (le slot machine collegate in rete) una cifra da capogiro di 70 miliardi di euro di danno erariale (una somma «enorme, pari a diversi punti di Pil», ammette Pasqualucci, ma in relazione alla quale il giudizio è sospeso in attesa di una decisione della Cassazione per regolamento di competenza). Gli onori delle cronache al caso Calciopoli sono andati non solo per processo penale ma anche per quello attivato dalla Corte dei Conti: la procura regionale del Lazio ha emesso due atti di citazione, il primo nei confronti di nove persone tra dirigenti, arbitri, assistenti di gara e due giornalisti Rai ai quali si richiede di risarcire 240milioni di euro, mentre il secondo per contestare ad altre nove persone un milione di euro per danni all'immagine e da disservizio.
LA CLINICA DEGLI ORRORI A MILANO
E ancora: sempre per danno all'immagine , stavolta del sistema sanitario, la procura della Corte dei Conti della Lombardia ha chiesto risarcimenti per oltre 8 milioni di euro alle 14 persone coinvolte nell'inchiesta sulla cosiddetta clinica degli orrorì di Milano per interventi ritenuti inutili e dannosi sui malati solo per ottenere rimborsi dallo Stato. Notevoli anche le condanne (77) nel 2008 per danni erariali causati da attività contrattuale, per esempio appalti per la costruzione di strade, scuole o carceri che, a causa di tangenti o sovrafatturrazioni, sono stati eseguiti tardi e male, oppure mai realizzati: le citazioni in giudizio per questo tipo di danno , sempre nel 2008, sono per un totale di 831milioni di euro. Atti di citazione per circa 79milioni di euro sono invece stati emessi per frodi comunitarie, in particolare per lo sforamento delle quote latte, mentre il ricorso ai derivati ha causato citazioni per quasi 46mila euro. Consulenze esterne ed incarichi "illeciti" sono state alla base di 96 condanne in primo grado e di oltre 20 milioni di euro di danni contestati nelle citazioni a giudizio.
Fonte: corriere.it
«Volevano il golpe, così l'ho sventato». Parla Giuseppe Campeis, avvocato di Beppino Englaro
Giuseppe Campeis, avvocato di Beppino Englaro: «Mi hanno detto comunista. Sono cattolico, altro che Marx»
UDINE - «Mi hanno dato anche del comunista, capisce? A me, del comunista ». È l'unico momento in cui Giuseppe Campeis affonda due dita nel colletto della camicia rosa, di colore leggermente più tenue della cravatta, e perde quella postura rigida che per deformazione professionale mantiene anche quando non c'è più nulla per cui stare vigili. «Sono cattolico, ma non un praticante domenicale, mentre mia moglie e i miei figli lo sono. Ma soprattutto sono un conservatore, un vecchio liberale. Altro che Marx». C'è un clima strano, nello studio dell'avvocato che ha gestito e progettato l'ultimo viaggio di Eluana. Il sollievo si mescola con l'imbarazzo, perché la fine di queste giornate tremende si sovrappone alla morte di una donna. «Se avrei fatto la stessa scelta di Beppino? Non lo so. Bisogna esserci dentro, provare certe sensazioni. Non credo sia giusto chiedermelo». Mister 100 mila euro ha lavorato gratis. Lo chiamano così, a Udine. Dicono che per sedersi di fronte a lui, quella sia la cifra minima. A Beppino Englaro non ha chiesto una lira. «Credo nel mio mestiere. Mi illudo ancora di vivere in un Paese ordinato, come lo era una volta l'Austria, dove le sentenze si rispettano, dove c'è la separazione tra i poteri. Come cattolico, non mi sento in contraddizione. Questa era una battaglia di diritto».
Giuseppe Campeis è il più importante avvocato di Udine. Un ex ufficiale di Marina, figlio di un alpino che ha fatto la guerra in Albania. Ex pilota di rally, amante delle immersioni e della montagna, capace di entusiasmarsi per le tracce lasciate dai suoi sci su una pista ancora vergine. Padre avvocato, figli avvocati. Ricco, e si vede. Dai gemelli in oro alla villa in collina fino alla collezione di auto sportive in garage, tra le quali vi sono due Ferrari. In questa storia doveva essere l'ufficiale di collegamento tra Beppino Englaro e il resto del mondo. È finito per diventare il cardine di questa storia, detestato o apprezzato, a seconda delle fazioni. L'avvocato ha tirato le fila di questa vicenda, costruendo quell'involucro giuridico intorno al quale hanno girato senza venirne a capo gli ispettori di Sacconi, i carabinieri del Nas, la Procura. «È cominciata come una storia tra gente di Carnia. Il mio ruolo doveva essere marginale. Ma poi ho conosciuto Beppino. Un uomo di montagna, anche lui. Di poche parole come me. Anche lui ha studiato il tedesco, è affascinato da quella cultura. Anche lui è una sorta di luterano senza essere tale. Il terzo carnico è Giuseppe Tondo, il presidente della Regione». Dopo il fallimento del tentativo alla clinica «Città di Udine», con il governatore del Friuli viene raggiunto un compromesso. A dicembre, Tondo si sfila. I suoi assessori sono contrari. «Voleva ancora darci una mano, ma non poteva esporsi. Con lui si è trattato di una sorta di non ingerenza». A quel punto diventa fondamentale il ruolo di Daniele Renzulli, un altro socialista di antica data, considerato l'ex ministro ombra della Salute del Psi, ex consulente di Riccardo Illy, la trasversalità fatta persona. «È stato fondamentale. Una mente eccelsa. Senza di lui io non ce l'avrei fatta a muovermi nei meandri della sanità friulana».
È Renzulli che disegna il percorso per uscire dalla potestà regionale, e indica «La Quiete» come la soluzione migliore. «Entrambi i direttori sanitari erano fortemente contrari. È stata decisiva la volontà del sindaco di Udine, Furio Honsell. Un uomo lontano da me politicamente, ma del quale ho apprezzato la dirittura morale. Ha fatto pressioni, in qualche modo è riuscito ad imporre l'arrivo di Eluana». Anche l'ultimo giorno è stato vissuto sul filo. «Al mattino sono in udienza. Mio figlio si precipita in aula, per dirmi che alcuni membri dello staff e qualche dirigente de La Quiete stanno considerando l'idea di trasferire la paziente. Mi attacco al telefono e minaccio di denunciarli tutti. Il golpe rientra». Alle 19.35 di quel lunedì, Eluana muore. Il racconto è finito. L'esposizione è stata sobria, senza enfasi, che non è proprio il caso. «Dal punto di vista professionale, è stato un lavoro fatto bene». Campeis si rigira tra le mani un tagliacarte. Silenzio. C'è una domanda che rimane sospesa nell'aria. Tutto questo intreccio di relazioni, amicizie, conoscenze, per arrivare ad una morte. «Lo so. Non creda che non ci abbia pensato. È stata una vicenda estrema, come la determinazione di Beppino Englaro a compiere la volontà della figlia. Quell'uomo è un simbolo di speranza, perché ha dimostrato che in questo Paese c'è ancora spazio per persone che credono ai prìncipi e alle regole. Per questo rimango convinto che ne sia valsa la pena».
Fonte: corriere.it
UDINE - «Mi hanno dato anche del comunista, capisce? A me, del comunista ». È l'unico momento in cui Giuseppe Campeis affonda due dita nel colletto della camicia rosa, di colore leggermente più tenue della cravatta, e perde quella postura rigida che per deformazione professionale mantiene anche quando non c'è più nulla per cui stare vigili. «Sono cattolico, ma non un praticante domenicale, mentre mia moglie e i miei figli lo sono. Ma soprattutto sono un conservatore, un vecchio liberale. Altro che Marx». C'è un clima strano, nello studio dell'avvocato che ha gestito e progettato l'ultimo viaggio di Eluana. Il sollievo si mescola con l'imbarazzo, perché la fine di queste giornate tremende si sovrappone alla morte di una donna. «Se avrei fatto la stessa scelta di Beppino? Non lo so. Bisogna esserci dentro, provare certe sensazioni. Non credo sia giusto chiedermelo». Mister 100 mila euro ha lavorato gratis. Lo chiamano così, a Udine. Dicono che per sedersi di fronte a lui, quella sia la cifra minima. A Beppino Englaro non ha chiesto una lira. «Credo nel mio mestiere. Mi illudo ancora di vivere in un Paese ordinato, come lo era una volta l'Austria, dove le sentenze si rispettano, dove c'è la separazione tra i poteri. Come cattolico, non mi sento in contraddizione. Questa era una battaglia di diritto».
Giuseppe Campeis è il più importante avvocato di Udine. Un ex ufficiale di Marina, figlio di un alpino che ha fatto la guerra in Albania. Ex pilota di rally, amante delle immersioni e della montagna, capace di entusiasmarsi per le tracce lasciate dai suoi sci su una pista ancora vergine. Padre avvocato, figli avvocati. Ricco, e si vede. Dai gemelli in oro alla villa in collina fino alla collezione di auto sportive in garage, tra le quali vi sono due Ferrari. In questa storia doveva essere l'ufficiale di collegamento tra Beppino Englaro e il resto del mondo. È finito per diventare il cardine di questa storia, detestato o apprezzato, a seconda delle fazioni. L'avvocato ha tirato le fila di questa vicenda, costruendo quell'involucro giuridico intorno al quale hanno girato senza venirne a capo gli ispettori di Sacconi, i carabinieri del Nas, la Procura. «È cominciata come una storia tra gente di Carnia. Il mio ruolo doveva essere marginale. Ma poi ho conosciuto Beppino. Un uomo di montagna, anche lui. Di poche parole come me. Anche lui ha studiato il tedesco, è affascinato da quella cultura. Anche lui è una sorta di luterano senza essere tale. Il terzo carnico è Giuseppe Tondo, il presidente della Regione». Dopo il fallimento del tentativo alla clinica «Città di Udine», con il governatore del Friuli viene raggiunto un compromesso. A dicembre, Tondo si sfila. I suoi assessori sono contrari. «Voleva ancora darci una mano, ma non poteva esporsi. Con lui si è trattato di una sorta di non ingerenza». A quel punto diventa fondamentale il ruolo di Daniele Renzulli, un altro socialista di antica data, considerato l'ex ministro ombra della Salute del Psi, ex consulente di Riccardo Illy, la trasversalità fatta persona. «È stato fondamentale. Una mente eccelsa. Senza di lui io non ce l'avrei fatta a muovermi nei meandri della sanità friulana».
È Renzulli che disegna il percorso per uscire dalla potestà regionale, e indica «La Quiete» come la soluzione migliore. «Entrambi i direttori sanitari erano fortemente contrari. È stata decisiva la volontà del sindaco di Udine, Furio Honsell. Un uomo lontano da me politicamente, ma del quale ho apprezzato la dirittura morale. Ha fatto pressioni, in qualche modo è riuscito ad imporre l'arrivo di Eluana». Anche l'ultimo giorno è stato vissuto sul filo. «Al mattino sono in udienza. Mio figlio si precipita in aula, per dirmi che alcuni membri dello staff e qualche dirigente de La Quiete stanno considerando l'idea di trasferire la paziente. Mi attacco al telefono e minaccio di denunciarli tutti. Il golpe rientra». Alle 19.35 di quel lunedì, Eluana muore. Il racconto è finito. L'esposizione è stata sobria, senza enfasi, che non è proprio il caso. «Dal punto di vista professionale, è stato un lavoro fatto bene». Campeis si rigira tra le mani un tagliacarte. Silenzio. C'è una domanda che rimane sospesa nell'aria. Tutto questo intreccio di relazioni, amicizie, conoscenze, per arrivare ad una morte. «Lo so. Non creda che non ci abbia pensato. È stata una vicenda estrema, come la determinazione di Beppino Englaro a compiere la volontà della figlia. Quell'uomo è un simbolo di speranza, perché ha dimostrato che in questo Paese c'è ancora spazio per persone che credono ai prìncipi e alle regole. Per questo rimango convinto che ne sia valsa la pena».
Fonte: corriere.it
Rapina in banca con le maschere di Berlusconi e Dell'Utri. Stile "Point break"
Due fratelli arrestati a Torino dopo aver tentato il colpo. Decisivo l'allarme di un'impiegata
TORINO - In trasferta da Catania a Torino per rapinare una banca con il volto coperto con le maschere di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri: gli autori del tentato colpo, andato male, sono due fratelli, Matteo e Michele Manganaro, di 46 e 45 anni. All'uscita da una porta posteriore dell'istituto, dopo essersi impossessati di 70 mila euro, sono stati arrestati dal carabinieri del Comando provinciale di Torino coordinati dal colonnello Antonio De Vita. Con loro c'era un complice che è invece riuscito a scappare. Le modalità della rapina ricordano un po' quelle del film "Point Break", dove i protagonisti indossavano le maschere degli ex presidenti americani. (Vedi Foto)
COLLUTTAZIONE- A dare l'allarme al 112, in questo caso, è stata un'impiegata della filiale Unicredit in via Pollenzo che era andata in bagno. Quando la prima pattuglia di militari è arrivata, si è trovata di fronte i fratelli, uno dei quali, Matteo, aveva uno zaino. Un carabiniere ha appoggiato la mitraglietta M12 ed ha ingaggiato una colluttazione con il rapinatore che all'improvviso ha estratto una pistola e l'ha puntata alla testa del militare: «Se non mi lasci ti sparo» gli ha detto. Ma il carabiniere è riuscito a bloccarlo dopo avergli strappato l'arma. Nel frattempo Michele Manganaro ha cercato di fuggire ma il secondo militare è riuscito a interrompere la sua corsa e ad ammanettarlo. I rapinatori erano entrati nella banca dal lato posteriore dopo avere segato alcune sbarre. «Bravi carabinieri, ecco le foto dei vostri arresti» ha poi detto un abitante della zona consegnando ai militari un cd con le immagini dei due movimentati arresti.
Fonte: corriere.it
TORINO - In trasferta da Catania a Torino per rapinare una banca con il volto coperto con le maschere di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri: gli autori del tentato colpo, andato male, sono due fratelli, Matteo e Michele Manganaro, di 46 e 45 anni. All'uscita da una porta posteriore dell'istituto, dopo essersi impossessati di 70 mila euro, sono stati arrestati dal carabinieri del Comando provinciale di Torino coordinati dal colonnello Antonio De Vita. Con loro c'era un complice che è invece riuscito a scappare. Le modalità della rapina ricordano un po' quelle del film "Point Break", dove i protagonisti indossavano le maschere degli ex presidenti americani. (Vedi Foto)
COLLUTTAZIONE- A dare l'allarme al 112, in questo caso, è stata un'impiegata della filiale Unicredit in via Pollenzo che era andata in bagno. Quando la prima pattuglia di militari è arrivata, si è trovata di fronte i fratelli, uno dei quali, Matteo, aveva uno zaino. Un carabiniere ha appoggiato la mitraglietta M12 ed ha ingaggiato una colluttazione con il rapinatore che all'improvviso ha estratto una pistola e l'ha puntata alla testa del militare: «Se non mi lasci ti sparo» gli ha detto. Ma il carabiniere è riuscito a bloccarlo dopo avergli strappato l'arma. Nel frattempo Michele Manganaro ha cercato di fuggire ma il secondo militare è riuscito a interrompere la sua corsa e ad ammanettarlo. I rapinatori erano entrati nella banca dal lato posteriore dopo avere segato alcune sbarre. «Bravi carabinieri, ecco le foto dei vostri arresti» ha poi detto un abitante della zona consegnando ai militari un cd con le immagini dei due movimentati arresti.
Fonte: corriere.it
6 feb 2009
Angelucci, regali a tutti i politici. Chiesto aiuto anche alla Turco
L'ipotesi di una truffa da 170 milioni. La difesa: mai usati giornali per fini personali
Biglietti per partite e crociere. Il patron: accuse infondate
ROMA — Contatti con politici e ministri, regali e biglietti omaggio per l'Olimpico, delibere pilotate, pressioni per fermare le indagini della procura di Velletri. «Un'inchiesta analoga a quella su Alfredo Romeo — osserva l'avvocato Paola Parise, che difende uno degli indagati — perché anche qui i politici non pretendono denaro: elargiscono favori al potente di turno ». Il risultato, però, per gli Angelucci non è stato di poco conto, se è vero quello che scrive il gip Roberto Nespeca nell'ordinanza: «L'attività investigativa ha accertato come il San Raffaele di Velletri sia riuscito a far determinare le tariffe sanitarie 2007 a proprio vantaggio, a scapito delle altre case di cura e della sanità pubblica e, di fatto, a compromettere l'attuazione del piano di rientro nei confronti del governo, che comporta come ulteriore conseguenza un ulteriore aggravio della finanza della Regione Lazio». Ma la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, che ha già avviato l'esame delle carte, sarebbe orientata a dire no alla richiesta di arresti domiciliari per Antonio Angelucci. Quale sia il grado di impatto della Tosinvest, è noto anche all'esterno del gruppo.
«Del resto professo' —commenta il 1˚ settembre 2007 la dirigente regionale Agnese D'Alessio con Agostino Messineo, direttore della Asl Rm H, entrambi indagati— Angelucci col suo yacht munito di elicottero, i figli voglio di', hanno portato tutta questa estate alle Eolie... sono andati a fare il giro sulle Eolie ... gratis con l'elicottero... tutti i funzionari della Regione Lazio... si sono sentiti tutti del jet-set». Ed è un benefit bipartisan, come quello delle vacanze, anche il biglietto per l'Olimpico di Roma. Alla distribuzione pensa la portavoce del gruppo Tosinvest, Daniela Ropstow, con cui Giampaolo Angelucci il 26 ottobre 2007 si lamenta: «Dagli 'na ridimensionata, Danie'. Non è che questi ci possono manda' i parenti». Il motivo del malumore di Angelucci jr. è che buona parte dei biglietti finisce ai dirigenti Tosinvest mentre dovrebbero avere altre destinazioni. Ma è sugli atti della Regione predisposti dai dirigenti del San Raffaele che è più pesante il gip. «Il sodalizio criminoso — scrive Nespeca — partecipa direttamente al processo decisionale relativamente alle vicende che riguardano la clinica, alle delibere in materia di tetti di spesa e di ripartizione dei fondi ». Un aiuto sostanzioso proviene da Mauro Casanatta, president dell'Aiop, l'Associazione delle cliniche private che, secondo il gip, è «asservita» agli interessi Tosinvest.
La bufera al San Raffaele scoppia quando si scopre che c'è un'inchiesta: «È scattata un'indagine su tutte le nostre strutture, tiettela per te 'sta cosa», dice Claudio Ciccarelli, direttore operativo del San Raffaele, a un certo Franco Pianozza il 7 luglio 2007. E dopo il 6 settembre, data del sequestro delle cartelle cliniche da parte del Nas, diretto dal capitano Marco Datti, il gruppo cerca di prendere le contromisure. Giampaolo Angelucci, non si sa come, riesce a leggere il verbale; il padre annuncia di voler protestare e chiedere aiuto al ministro della Salute Livia Turco, annunciando di volerle mostrare i verbali dei Nas per farle chiamare il comando generale dei carabinieri «e chiedere cosa sta succedendo». Emerge, tra l'altro, che la Asl Rm H, ai Castelli Romani, «preavverte» la clinica dei controlli. Una «gola profonda» sarebbe Agostino Messineo, il direttore del Servizio di prevenzione: considera «una pazzia» ogni verifica sulla Tosinvest. «Dopo aver letto l'ordinanza del giudice posso dire con serenità che le accuse nei miei confronti sono assolutamente prive di fondamento», ha sottolineato Antonio Angelucci. «Le aziende che ho creato hanno sempre operato correttamente e in modo rigoroso. Per La talpa controllare la regolarità delle operazioni e degli atti amministrativi è stata da tempo istituita una Commissione di professori universitari che ha accertato come nessuna irregolarità sia stata rilevata anche nella casa di cura di Velletri». E ancora: «Non ho mai utilizzato testate giornalistiche per fini personali anche perché sono gestite da giornalisti autonomi, liberi e del tutto indipendenti».
Fonte: corriere.it
Biglietti per partite e crociere. Il patron: accuse infondate
ROMA — Contatti con politici e ministri, regali e biglietti omaggio per l'Olimpico, delibere pilotate, pressioni per fermare le indagini della procura di Velletri. «Un'inchiesta analoga a quella su Alfredo Romeo — osserva l'avvocato Paola Parise, che difende uno degli indagati — perché anche qui i politici non pretendono denaro: elargiscono favori al potente di turno ». Il risultato, però, per gli Angelucci non è stato di poco conto, se è vero quello che scrive il gip Roberto Nespeca nell'ordinanza: «L'attività investigativa ha accertato come il San Raffaele di Velletri sia riuscito a far determinare le tariffe sanitarie 2007 a proprio vantaggio, a scapito delle altre case di cura e della sanità pubblica e, di fatto, a compromettere l'attuazione del piano di rientro nei confronti del governo, che comporta come ulteriore conseguenza un ulteriore aggravio della finanza della Regione Lazio». Ma la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, che ha già avviato l'esame delle carte, sarebbe orientata a dire no alla richiesta di arresti domiciliari per Antonio Angelucci. Quale sia il grado di impatto della Tosinvest, è noto anche all'esterno del gruppo.
«Del resto professo' —commenta il 1˚ settembre 2007 la dirigente regionale Agnese D'Alessio con Agostino Messineo, direttore della Asl Rm H, entrambi indagati— Angelucci col suo yacht munito di elicottero, i figli voglio di', hanno portato tutta questa estate alle Eolie... sono andati a fare il giro sulle Eolie ... gratis con l'elicottero... tutti i funzionari della Regione Lazio... si sono sentiti tutti del jet-set». Ed è un benefit bipartisan, come quello delle vacanze, anche il biglietto per l'Olimpico di Roma. Alla distribuzione pensa la portavoce del gruppo Tosinvest, Daniela Ropstow, con cui Giampaolo Angelucci il 26 ottobre 2007 si lamenta: «Dagli 'na ridimensionata, Danie'. Non è che questi ci possono manda' i parenti». Il motivo del malumore di Angelucci jr. è che buona parte dei biglietti finisce ai dirigenti Tosinvest mentre dovrebbero avere altre destinazioni. Ma è sugli atti della Regione predisposti dai dirigenti del San Raffaele che è più pesante il gip. «Il sodalizio criminoso — scrive Nespeca — partecipa direttamente al processo decisionale relativamente alle vicende che riguardano la clinica, alle delibere in materia di tetti di spesa e di ripartizione dei fondi ». Un aiuto sostanzioso proviene da Mauro Casanatta, president dell'Aiop, l'Associazione delle cliniche private che, secondo il gip, è «asservita» agli interessi Tosinvest.
La bufera al San Raffaele scoppia quando si scopre che c'è un'inchiesta: «È scattata un'indagine su tutte le nostre strutture, tiettela per te 'sta cosa», dice Claudio Ciccarelli, direttore operativo del San Raffaele, a un certo Franco Pianozza il 7 luglio 2007. E dopo il 6 settembre, data del sequestro delle cartelle cliniche da parte del Nas, diretto dal capitano Marco Datti, il gruppo cerca di prendere le contromisure. Giampaolo Angelucci, non si sa come, riesce a leggere il verbale; il padre annuncia di voler protestare e chiedere aiuto al ministro della Salute Livia Turco, annunciando di volerle mostrare i verbali dei Nas per farle chiamare il comando generale dei carabinieri «e chiedere cosa sta succedendo». Emerge, tra l'altro, che la Asl Rm H, ai Castelli Romani, «preavverte» la clinica dei controlli. Una «gola profonda» sarebbe Agostino Messineo, il direttore del Servizio di prevenzione: considera «una pazzia» ogni verifica sulla Tosinvest. «Dopo aver letto l'ordinanza del giudice posso dire con serenità che le accuse nei miei confronti sono assolutamente prive di fondamento», ha sottolineato Antonio Angelucci. «Le aziende che ho creato hanno sempre operato correttamente e in modo rigoroso. Per La talpa controllare la regolarità delle operazioni e degli atti amministrativi è stata da tempo istituita una Commissione di professori universitari che ha accertato come nessuna irregolarità sia stata rilevata anche nella casa di cura di Velletri». E ancora: «Non ho mai utilizzato testate giornalistiche per fini personali anche perché sono gestite da giornalisti autonomi, liberi e del tutto indipendenti».
Fonte: corriere.it
5 feb 2009
Euro fannulloni. Onorevoli strapagati la parlamento Europeo. E anche i meno presenti.
Sono i meno presenti e i più pagati. La metà degli eletti si è dimessa per tornare in patria. Non partecipano ai lavori. Ecco il primato negativo degli italiani a Strasburgo. Dove si decide il nostro futuro
C'è seduta plenaria all'Europarlamento, ma Gianni De Michelis è a Roma. Non tenta nemmeno di giustificarsi. "La seduta a Strasburgo di oggi? Ma lo sanno tutti che quelle del lunedì non contano niente. Parto domani". In effetti lunedì non si vota, ma inglesi, francesi e tedeschi stanno discutendo importanti dossier su energia, commercio, economia e discriminazione etnica. A guardare bene, il deputato socialista è stato poco assiduo anche altri giorni della settimana: durante la legislatura che sta per finire una volta su due ha saltato gli incontri al Parlamento. "Senta, il mio personale obiettivo era quello di tornare nelle istituzioni nonostante l'accanimento dei giudici, ed essere ammesso nel Partito socialista europeo. Ci sono riuscito".
Pure Vito Bonsignore, eletto con l'Udc e poi passato in Forza Italia, 45 per cento di assenze, è in altre faccende affaccendato. "In questo momento sta parlando in un convegno sul programma elettorale per le amministrative in Val di Susa, non posso passarglielo", dice l'assistente. La plenaria è iniziata da un pezzo, Bonsignore parla a Torino.
Chi è partito, ma a sera inoltrata è fermo a Lione in attesa della coincidenza, è l'ex diessino Mauro Zani. Nessuna relazione in quasi cinque anni di attività. "Lasci perdere le presenze, il lavoro vero si fa a Bruxelles, nelle commissioni. Gli italiani disertano anche quelle? Non posso contestarlo, non frequento quelle degli altri. Di sicuro posso dirle che in Europa contiamo come il due di coppe quando briscola è bastoni. Zero relazioni all'attivo? Guardi che se uno vuole farle basta che si metta in fila...".
Iva Zanicchi, di Forza Italia, di fare la coda non ci pensa proprio. È stata ripescata a maggio, e in otto mesi ha collezionato 23 assenze (su 43 plenarie a disposizione), e un solo intervento sulla povertà nel mondo. Quando squilla il telefono la cantante è a Milano, l'Europa è lontana. "Sta facendo una visita, solo un controllo per l'influenza, la faccio richiamare", dice gentile l'addetto stampa. Sanremo si avvicina, Iva vuole essere in forma. Convocata da Paolo Bonolis, canterà 'Ti voglio senza amore', la storia di una donna che decide di smettere di soffrire e comincia a fare sesso senza preoccuparsi dei sentimenti. "Certo che sta provando la canzone. Ma al Festival parteciperà a titolo gratuito, lo scriva".
Record europeo
De Michelis, la Zanicchi e gli altri assenti giustificati e non, che tra indennità e spese varie incassano più di 35 mila euro al mese, sono in ottima compagnia. Rispettando la tradizione, anche nella legislatura in corso gli eurodeputati italiani restano tra i più assenteisti d'Europa. Secondo i dati ufficiali del Parlamento europeo, che sul sito pubblica l'elenco dei presenti per ogni plenaria (e sono appena 60 l'anno), i nostri eletti sono rimasti a casa una volta su tre. 'L'espresso' ha preso in considerazione le sedute tenute a Strasburgo e a Bruxelles dal luglio 2004 al 15 gennaio 2009, parametrando le presenze anche in relazione al periodo in cui i deputati sono rimasti in carica: se secondo uno studio Acli nel periodo 1999-2004 l'Italia era fanalino di coda con il 69 per cento di presenze sul totale delle assemblee (i finlandesi, primi, sfioravano il 90 per cento; i francesi, benché penultimi, ci staccavano di 10 punti), nella legislatura corrente siamo migliorati di appena un punto. I calcoli non sono facili, anche perché i politici italiani considerano le aule europee poco più di un albergo: sui 78 parlamentari iniziali, solo 48 sono tuttora in carica. Trenta, quasi tutti i big, sono andati via in cerca di poltrone migliori, sostituiti dalle seconde file. Di questi, sei sono fuggiti dopo poche settimane, a loro volta rimpiazzati da altri peones. In tutto gli italiani che hanno bivaccato a Bruxelles sono 114, una truppa indisciplinata che è entrata e uscita dalle commissioni come se fosse in un autogrill.
Ancor più gravi delle assenze, sono i tassi scandalosi di produttività: 61 deputati non hanno mai presentato una relazione (che, a differenza delle inutili interrogazioni, sono testi 'legislativi' o 'di indirizzo'), e 17 non si sono mai scomodati ad aprire bocca in assemblea. I sei europarlamentari ciprioti, che guadagnano un quarto degli italiani, sono intervenuti più di tutti i 'fuggitivi' e i loro sostituti messi insieme. In totale un esercito silenzioso di 76 persone. La delegazione slovena, sette persone che prendono un terzo dei nostri eletti, ha portato a casa più relazioni e dichiarazioni di tutti i 36 italiani entrati a Strasburgo grazie agli avvicendamenti. Squadernando la classifica dei partiti, poi, si capisce perché i parlamentari del Pdl siano stati tra i pochi ad aver votato contro la proposta del radicale Marco Cappato, che costringerà nel futuro prossimo venturo le istituzioni a una maggiore trasparenza: se gli euroscettici della Lega non hanno rivali, grazie a un tasso di assenze medio del 43 per cento, i 'virtuosi' sono i Verdi, quelli di Sinistra democratica, i comunisti del Pdci e quelli di Rifondazione. Deputati diligenti che, a causa dello sbarramento al 4 per cento voluto da Berlusconi e Veltroni, alla tornata elettorale del 6 giugno rischiano il posto. A vantaggio di An, Forza Italia e Pd, partiti infarciti di fannulloni con percentuali di assenza che in qualche caso superano il 70 per cento.
Arance e cinghiali
Nel quadro desolante, non sorprende che Adriana Poli Bortone sia rimasta a Lecce due volte su tre: caso unico nel Continente, la legge italiana permette a sindaci e presidenti di provincia di ricoprire anche l'incarico a Bruxelles. La Poli Bortone, durante il mandato, non si è fatta mancare nulla: era contemporaneamente vicepresidente dell'Anci, coordinatrice del partito in Puglia, fondatrice della scuola di formazione dei dirigenti di An, prima sindaco e poi vicesindaco della sua città, presidente dell'Agenzia per il patrimonio culturale euromediterraneo. Ovvio che per le plenarie ci fosse poco spazio in agenda.
Giorgio Carollo, ex forzista, di tempo invece ne aveva. Ma negli ultimi anni si è occupato soprattutto del suo nuovo movimento politico, Veneto per il Ppe. Nel suo carniere non c'è traccia di interventi o relazioni, nonostante il deputato sul sito prometta ai fan "di tenerli aggiornati su tutte le iniziative che prenderemo". Attento ai settori della pesca e dell'agricoltura, nel 2004 in campagna elettorale si è fatto notare come organizzatore di un corso contro l'invasione di cinghiali abusivi nei boschi veneti.
Anche Nello Musumeci della Destra, tra gli italiani più assenti, nel suo ultimo intervento in aula si è occupato di agricoltura, chiedendo all'Europa unita il riconoscimento della Dieta mediterranea come patrimonio dell'Unesco. "L'arancia rossa di Sicilia, unica al mondo per i suoi pigmenti ricchi di sostanze antiossidanti", ha ribadito, "occupa un posto d'onore tra i prodotti della dieta".
I lobbisti che difendono gli interessi delle aziende italiane sono disperati. "Abbiamo pochissimi interlocutori", racconta un pr che preferisce restare anonimo, "la maggioranza dei nostri non sa nemmeno parlare inglese, non sono capaci di difendere le proposte e gli emendamenti in riunione. Non vanno alle sedute di gruppo, disertano le commissioni economiche perché sono troppo tecniche. Invece di gente preparata, qui arrivano leader che devono svernare, politici trombati, fratelli di potenti e seconde scelte. E se tra quadri intermedi e uscieri facciamo furore, a livello di direttori generali facciamo pena.
Nonostante l'importante nomina di Marco Buti agli Affari economici, il peso specifico resta inferiore a quello di Olanda e Irlanda. Paradossalmente comandiamo l'ufficio 'Traduttori e interpreti'".
I primi della classe
"Neugierig auf mein tagebuch?", dice dal suo sito un sorridente Sepp Kusstatscher. Non è uno scherzo: l'europarlamentare italiano più affidabile (che invita a leggere il suo diario online) parla in tedesco. Sudtirolese, teologo ed ex esponente della Svp, è passato nei Verdi altoatesini, e tra i nostri detiene il record di presenze: 272 plenarie su 274, percentuale del 99 per cento. "Meglio dei finlandesi", sospirano i funzionari tricolori, tra cui Sepp è un mito, una bandiera, una mosca bianca.
Anche Pasqualina Napoletano è tra i pochi italiani rispettati dai colleghi stranieri. Praticamente sconosciuta in patria, nonostante sia stata a capo della segreteria di Veltroni ai tempi del primo governo Prodi, fa la terapista del linguaggio ed è stata eletta tre volte a Strasburgo. Una stakanov che è diventata vicepresidente del Pse, con la responsabilità della politica estera, e che ha lasciato il Pd per la Sinistra democratica.
Quarto in classifica, dopo il rifondarolo Musacchio, c'è Luca Romagnoli, che riscatta l'onore degli altri parlamentari di estrema destra: il geografo che insegna alla Sapienza, accusato di essere un negazionista dell'Olocausto, ligio al dovere è mancato solo sette volte su cento, e ha straparlato con 238 interventi in plenaria. Solo Mario Mauro ha premuto il pulsante rosso più volte di lui: ben 357. Il forzista di Comunione e liberazione non è solo un fanatico delle chiacchiere, ma uno dei parlamentari più seri in circolazione: l'ultima battaglia, combattuta insieme al democrat Gianni Pittella, è per raccogliere le firme necessarie a varare gli eurobond, le obbligazioni che permetterebbero ai paesi Ue di continuare a investire in infrastrutture nonostante la crisi.
Hotel Strasburgo
Per il resto, i successi degli nostri deputati sono davvero pochini. Non solo per la svogliatezza, come ha chiosato Gian Antonio Stella, con cui partecipano ai lavori, ma anche perché spesso e volentieri abbandonano Strasburgo per altri lidi. Un posto a Montecitorio, la presidenza di una Regione, un'assessorato, una trasmissione televisiva, qualsiasi cosa è preferibile al tedio dell'Europarlamento. Complice, forse, anche il rigido clima nordico, in quattro anni e mezzo su 78 seggi a disposizione l'Italia ha visto fuggire ben 36 parlamentari. Dopo di noi i francesi, con 11 abbandoni. I tedeschi, con 99 seggi di diritto, contano appena otto fuggitivi, gli inglesi solo cinque. Inutile invocare le elezioni politiche del 2006 e del 2008: nel quinquennio si è votato quasi in ogni Stato membro, ma quasi nessun europarlamentare straniero si è sognato di lasciare Strasburgo. I nostri big, al contrario, si mettono in lista per fare da specchietti per gli elettori, ma appena possono lasciano il posto a sconosciuti. Per il Paese il turn-over selvaggio è un disastro. In Parlamento vengono emendate tutte le decisioni della Commissione Ue, e nelle commissioni si decidono norme che diventeranno leggi nazionali. "L'altro ieri", ricorda il lobbista, "a causa delle pressioni di inglesi, francesi e altri ci siamo giocati un pacco di milioni, che invece di cantieri nazionali andranno a finanziare opere strategiche straniere".
I primi a lasciare sono stati Ottaviano Del Turco e Mercedes Bresso, eletti nel 2005 governatori di Abruzzo e Piemonte. Sono stati sostituiti da Vincenzo Lavarra e dall'ex calciatore Gianni Rivera. Stessa scelta per l'Udc Antonio De Poli, che non ha resistito a un'assessorato regionale alle Politiche sociali offerto dal neo presidente Giancarlo Galan. Michele Santoro, con all'attivo zero relazioni e due interventi due in aula, tediato dall'esperienza dopo appena un anno e mezzo ha lasciato baracca e burattini per partecipare allo show di Celentano 'Rockpolitik'. Il sostituto, Giovanni Procacci del Pd, è riuscito a fare peggio: nessun intervento, niente relazioni, 45 per cento di assenze, dopo cinque mesi viene eletto in Parlamento e lascia la poltrona a Donato Veraldi. Per molti un miracolato, su Internet viene definito "il parlamentare europeo calabrese più votato nella storia".
La grande fuga
Le elezioni dell'aprile 2006 che riportano Romano Prodi al governo svuotano il team di centrosinistra di tutte le punte. La girandola fa venire mal di testa. Enrico Letta va a sostituire lo zio Gianni come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Massimo D'Alema lascia la delicata presidenza della delegazione per le relazioni con il Mercosur (la Cee del Sudamerica) e diventa ministro degli Esteri. Al loro posto Gianluca Susta e Andrea Losco, da sempre vite da mediani. Fanno le valigie, senza lasciare rimpianti, anche Bersani, Cirino Pomicino, la Bonino e l'Ucd Cesa. Per la sostituzione di Di Pietro, altro campione di assenze, scoppia addirittura una guerra. Il posto e il lauto stipendio toccherebbero ad Achille Occhetto, che nel 2004 aveva lasciato spazio a Giulietto Chiesa. Ma il leader dell'Italia dei Valori, la cui amicizia con Occhetto è intanto finita sotto montagne di carte bollate, pretende che la sua poltrona sia assegnata al fedelissimo Beniamino Donnici. L'ex segretario del Pds ha rinunciato anni prima, questa l'accusa, e ora non può tornare sui suoi passi. Un voto ad hoc in plenaria è favorevole a Occhetto, Di Pietro insiste e si rivolge nientemeno che alla Corte di giustizia europea. "Si tratta di un affare di Stato che se sottovalutato", esclamava, "rischia di calpestare le basi costituzionali della nostra sovranità". Il tribunale accoglie il ricorso di Donnici, il resto d'Europa assiste sconsolata.
Contro ogni logica a Strasburgo fanno una breve visita anche Corrado Gabriele, che resta 40 giorni prima di tornare a fare l'assessore con Antonio Bassolino, e il leghista Gianpaolo Gobbo, che fa una capatina ma poi preferisce indossare la fascia di primo cittadino di Treviso. Il curriculum europeo del piddì Giuseppe Bova segnala due presenze in due mesi: famoso in Calabria per aver querelato i ragazzi del movimento antimafia di Locri, ha preferito rimanere presidente del Consiglio regionale. Superassenteista giustificato Umberto Bossi, che dopo l'ictus è andato a Strasburgo 21 volte (per le elezioni di giugno conta di ricandidarsi come capolista), mentre poche scuse possono accampare Alessandra Mussolini e Lilli Gruber, che prima di preferire il Parlamento e la conduzione di 'Otto e mezzo' non si sono certo distinte per iperattivismo. Anche il ministro Renato Brunetta non può fare la morale: assente una volta su tre, nessuna relazione all'attivo. Non ha fatto meglio la sua sostituta, quella Elisabetta Gardini che faceva il portavoce di Forza Italia e che in Europa ha aperto bocca solo una volta e si è fatta vedere di rado.
Il modello 'porte girevoli' inventato dagli 'italians' di Strasburgo tocca quota 36 avvicendamenti lo scorso novembre, quando viene regalata anche ad Antonio Mussa, oncologo di An, l'ebbrezza di una gita nelle aule Ue. Mussa deve ringraziare Romano La Russa. Il fratello del ministro Ignazio lo scorso giugno non ha potuto resistere alla chiamata di Roberto Formigoni, che lo ha voluto assessore regionale. Una delle sue ultime apparizioni pubbliche come europarlamentare (ha mantenuto il doppio incarico per mesi, chissà come si sarà regolato con gli stipendi) è stata nel campionato di 'Calciobalilla umano': La Russa era la stella del team Italy and friends. Non ci sono tabellini delle partite, ma da Bruxelles giurano che la squadra italiana, almeno con il pallone tra i piedi, si è fatta valere.
Fonte: espresso.it
C'è seduta plenaria all'Europarlamento, ma Gianni De Michelis è a Roma. Non tenta nemmeno di giustificarsi. "La seduta a Strasburgo di oggi? Ma lo sanno tutti che quelle del lunedì non contano niente. Parto domani". In effetti lunedì non si vota, ma inglesi, francesi e tedeschi stanno discutendo importanti dossier su energia, commercio, economia e discriminazione etnica. A guardare bene, il deputato socialista è stato poco assiduo anche altri giorni della settimana: durante la legislatura che sta per finire una volta su due ha saltato gli incontri al Parlamento. "Senta, il mio personale obiettivo era quello di tornare nelle istituzioni nonostante l'accanimento dei giudici, ed essere ammesso nel Partito socialista europeo. Ci sono riuscito".
Pure Vito Bonsignore, eletto con l'Udc e poi passato in Forza Italia, 45 per cento di assenze, è in altre faccende affaccendato. "In questo momento sta parlando in un convegno sul programma elettorale per le amministrative in Val di Susa, non posso passarglielo", dice l'assistente. La plenaria è iniziata da un pezzo, Bonsignore parla a Torino.
Chi è partito, ma a sera inoltrata è fermo a Lione in attesa della coincidenza, è l'ex diessino Mauro Zani. Nessuna relazione in quasi cinque anni di attività. "Lasci perdere le presenze, il lavoro vero si fa a Bruxelles, nelle commissioni. Gli italiani disertano anche quelle? Non posso contestarlo, non frequento quelle degli altri. Di sicuro posso dirle che in Europa contiamo come il due di coppe quando briscola è bastoni. Zero relazioni all'attivo? Guardi che se uno vuole farle basta che si metta in fila...".
Iva Zanicchi, di Forza Italia, di fare la coda non ci pensa proprio. È stata ripescata a maggio, e in otto mesi ha collezionato 23 assenze (su 43 plenarie a disposizione), e un solo intervento sulla povertà nel mondo. Quando squilla il telefono la cantante è a Milano, l'Europa è lontana. "Sta facendo una visita, solo un controllo per l'influenza, la faccio richiamare", dice gentile l'addetto stampa. Sanremo si avvicina, Iva vuole essere in forma. Convocata da Paolo Bonolis, canterà 'Ti voglio senza amore', la storia di una donna che decide di smettere di soffrire e comincia a fare sesso senza preoccuparsi dei sentimenti. "Certo che sta provando la canzone. Ma al Festival parteciperà a titolo gratuito, lo scriva".
Record europeo
De Michelis, la Zanicchi e gli altri assenti giustificati e non, che tra indennità e spese varie incassano più di 35 mila euro al mese, sono in ottima compagnia. Rispettando la tradizione, anche nella legislatura in corso gli eurodeputati italiani restano tra i più assenteisti d'Europa. Secondo i dati ufficiali del Parlamento europeo, che sul sito pubblica l'elenco dei presenti per ogni plenaria (e sono appena 60 l'anno), i nostri eletti sono rimasti a casa una volta su tre. 'L'espresso' ha preso in considerazione le sedute tenute a Strasburgo e a Bruxelles dal luglio 2004 al 15 gennaio 2009, parametrando le presenze anche in relazione al periodo in cui i deputati sono rimasti in carica: se secondo uno studio Acli nel periodo 1999-2004 l'Italia era fanalino di coda con il 69 per cento di presenze sul totale delle assemblee (i finlandesi, primi, sfioravano il 90 per cento; i francesi, benché penultimi, ci staccavano di 10 punti), nella legislatura corrente siamo migliorati di appena un punto. I calcoli non sono facili, anche perché i politici italiani considerano le aule europee poco più di un albergo: sui 78 parlamentari iniziali, solo 48 sono tuttora in carica. Trenta, quasi tutti i big, sono andati via in cerca di poltrone migliori, sostituiti dalle seconde file. Di questi, sei sono fuggiti dopo poche settimane, a loro volta rimpiazzati da altri peones. In tutto gli italiani che hanno bivaccato a Bruxelles sono 114, una truppa indisciplinata che è entrata e uscita dalle commissioni come se fosse in un autogrill.
Ancor più gravi delle assenze, sono i tassi scandalosi di produttività: 61 deputati non hanno mai presentato una relazione (che, a differenza delle inutili interrogazioni, sono testi 'legislativi' o 'di indirizzo'), e 17 non si sono mai scomodati ad aprire bocca in assemblea. I sei europarlamentari ciprioti, che guadagnano un quarto degli italiani, sono intervenuti più di tutti i 'fuggitivi' e i loro sostituti messi insieme. In totale un esercito silenzioso di 76 persone. La delegazione slovena, sette persone che prendono un terzo dei nostri eletti, ha portato a casa più relazioni e dichiarazioni di tutti i 36 italiani entrati a Strasburgo grazie agli avvicendamenti. Squadernando la classifica dei partiti, poi, si capisce perché i parlamentari del Pdl siano stati tra i pochi ad aver votato contro la proposta del radicale Marco Cappato, che costringerà nel futuro prossimo venturo le istituzioni a una maggiore trasparenza: se gli euroscettici della Lega non hanno rivali, grazie a un tasso di assenze medio del 43 per cento, i 'virtuosi' sono i Verdi, quelli di Sinistra democratica, i comunisti del Pdci e quelli di Rifondazione. Deputati diligenti che, a causa dello sbarramento al 4 per cento voluto da Berlusconi e Veltroni, alla tornata elettorale del 6 giugno rischiano il posto. A vantaggio di An, Forza Italia e Pd, partiti infarciti di fannulloni con percentuali di assenza che in qualche caso superano il 70 per cento.
Arance e cinghiali
Nel quadro desolante, non sorprende che Adriana Poli Bortone sia rimasta a Lecce due volte su tre: caso unico nel Continente, la legge italiana permette a sindaci e presidenti di provincia di ricoprire anche l'incarico a Bruxelles. La Poli Bortone, durante il mandato, non si è fatta mancare nulla: era contemporaneamente vicepresidente dell'Anci, coordinatrice del partito in Puglia, fondatrice della scuola di formazione dei dirigenti di An, prima sindaco e poi vicesindaco della sua città, presidente dell'Agenzia per il patrimonio culturale euromediterraneo. Ovvio che per le plenarie ci fosse poco spazio in agenda.
Giorgio Carollo, ex forzista, di tempo invece ne aveva. Ma negli ultimi anni si è occupato soprattutto del suo nuovo movimento politico, Veneto per il Ppe. Nel suo carniere non c'è traccia di interventi o relazioni, nonostante il deputato sul sito prometta ai fan "di tenerli aggiornati su tutte le iniziative che prenderemo". Attento ai settori della pesca e dell'agricoltura, nel 2004 in campagna elettorale si è fatto notare come organizzatore di un corso contro l'invasione di cinghiali abusivi nei boschi veneti.
Anche Nello Musumeci della Destra, tra gli italiani più assenti, nel suo ultimo intervento in aula si è occupato di agricoltura, chiedendo all'Europa unita il riconoscimento della Dieta mediterranea come patrimonio dell'Unesco. "L'arancia rossa di Sicilia, unica al mondo per i suoi pigmenti ricchi di sostanze antiossidanti", ha ribadito, "occupa un posto d'onore tra i prodotti della dieta".
I lobbisti che difendono gli interessi delle aziende italiane sono disperati. "Abbiamo pochissimi interlocutori", racconta un pr che preferisce restare anonimo, "la maggioranza dei nostri non sa nemmeno parlare inglese, non sono capaci di difendere le proposte e gli emendamenti in riunione. Non vanno alle sedute di gruppo, disertano le commissioni economiche perché sono troppo tecniche. Invece di gente preparata, qui arrivano leader che devono svernare, politici trombati, fratelli di potenti e seconde scelte. E se tra quadri intermedi e uscieri facciamo furore, a livello di direttori generali facciamo pena.
Nonostante l'importante nomina di Marco Buti agli Affari economici, il peso specifico resta inferiore a quello di Olanda e Irlanda. Paradossalmente comandiamo l'ufficio 'Traduttori e interpreti'".
I primi della classe
"Neugierig auf mein tagebuch?", dice dal suo sito un sorridente Sepp Kusstatscher. Non è uno scherzo: l'europarlamentare italiano più affidabile (che invita a leggere il suo diario online) parla in tedesco. Sudtirolese, teologo ed ex esponente della Svp, è passato nei Verdi altoatesini, e tra i nostri detiene il record di presenze: 272 plenarie su 274, percentuale del 99 per cento. "Meglio dei finlandesi", sospirano i funzionari tricolori, tra cui Sepp è un mito, una bandiera, una mosca bianca.
Anche Pasqualina Napoletano è tra i pochi italiani rispettati dai colleghi stranieri. Praticamente sconosciuta in patria, nonostante sia stata a capo della segreteria di Veltroni ai tempi del primo governo Prodi, fa la terapista del linguaggio ed è stata eletta tre volte a Strasburgo. Una stakanov che è diventata vicepresidente del Pse, con la responsabilità della politica estera, e che ha lasciato il Pd per la Sinistra democratica.
Quarto in classifica, dopo il rifondarolo Musacchio, c'è Luca Romagnoli, che riscatta l'onore degli altri parlamentari di estrema destra: il geografo che insegna alla Sapienza, accusato di essere un negazionista dell'Olocausto, ligio al dovere è mancato solo sette volte su cento, e ha straparlato con 238 interventi in plenaria. Solo Mario Mauro ha premuto il pulsante rosso più volte di lui: ben 357. Il forzista di Comunione e liberazione non è solo un fanatico delle chiacchiere, ma uno dei parlamentari più seri in circolazione: l'ultima battaglia, combattuta insieme al democrat Gianni Pittella, è per raccogliere le firme necessarie a varare gli eurobond, le obbligazioni che permetterebbero ai paesi Ue di continuare a investire in infrastrutture nonostante la crisi.
Hotel Strasburgo
Per il resto, i successi degli nostri deputati sono davvero pochini. Non solo per la svogliatezza, come ha chiosato Gian Antonio Stella, con cui partecipano ai lavori, ma anche perché spesso e volentieri abbandonano Strasburgo per altri lidi. Un posto a Montecitorio, la presidenza di una Regione, un'assessorato, una trasmissione televisiva, qualsiasi cosa è preferibile al tedio dell'Europarlamento. Complice, forse, anche il rigido clima nordico, in quattro anni e mezzo su 78 seggi a disposizione l'Italia ha visto fuggire ben 36 parlamentari. Dopo di noi i francesi, con 11 abbandoni. I tedeschi, con 99 seggi di diritto, contano appena otto fuggitivi, gli inglesi solo cinque. Inutile invocare le elezioni politiche del 2006 e del 2008: nel quinquennio si è votato quasi in ogni Stato membro, ma quasi nessun europarlamentare straniero si è sognato di lasciare Strasburgo. I nostri big, al contrario, si mettono in lista per fare da specchietti per gli elettori, ma appena possono lasciano il posto a sconosciuti. Per il Paese il turn-over selvaggio è un disastro. In Parlamento vengono emendate tutte le decisioni della Commissione Ue, e nelle commissioni si decidono norme che diventeranno leggi nazionali. "L'altro ieri", ricorda il lobbista, "a causa delle pressioni di inglesi, francesi e altri ci siamo giocati un pacco di milioni, che invece di cantieri nazionali andranno a finanziare opere strategiche straniere".
I primi a lasciare sono stati Ottaviano Del Turco e Mercedes Bresso, eletti nel 2005 governatori di Abruzzo e Piemonte. Sono stati sostituiti da Vincenzo Lavarra e dall'ex calciatore Gianni Rivera. Stessa scelta per l'Udc Antonio De Poli, che non ha resistito a un'assessorato regionale alle Politiche sociali offerto dal neo presidente Giancarlo Galan. Michele Santoro, con all'attivo zero relazioni e due interventi due in aula, tediato dall'esperienza dopo appena un anno e mezzo ha lasciato baracca e burattini per partecipare allo show di Celentano 'Rockpolitik'. Il sostituto, Giovanni Procacci del Pd, è riuscito a fare peggio: nessun intervento, niente relazioni, 45 per cento di assenze, dopo cinque mesi viene eletto in Parlamento e lascia la poltrona a Donato Veraldi. Per molti un miracolato, su Internet viene definito "il parlamentare europeo calabrese più votato nella storia".
La grande fuga
Le elezioni dell'aprile 2006 che riportano Romano Prodi al governo svuotano il team di centrosinistra di tutte le punte. La girandola fa venire mal di testa. Enrico Letta va a sostituire lo zio Gianni come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Massimo D'Alema lascia la delicata presidenza della delegazione per le relazioni con il Mercosur (la Cee del Sudamerica) e diventa ministro degli Esteri. Al loro posto Gianluca Susta e Andrea Losco, da sempre vite da mediani. Fanno le valigie, senza lasciare rimpianti, anche Bersani, Cirino Pomicino, la Bonino e l'Ucd Cesa. Per la sostituzione di Di Pietro, altro campione di assenze, scoppia addirittura una guerra. Il posto e il lauto stipendio toccherebbero ad Achille Occhetto, che nel 2004 aveva lasciato spazio a Giulietto Chiesa. Ma il leader dell'Italia dei Valori, la cui amicizia con Occhetto è intanto finita sotto montagne di carte bollate, pretende che la sua poltrona sia assegnata al fedelissimo Beniamino Donnici. L'ex segretario del Pds ha rinunciato anni prima, questa l'accusa, e ora non può tornare sui suoi passi. Un voto ad hoc in plenaria è favorevole a Occhetto, Di Pietro insiste e si rivolge nientemeno che alla Corte di giustizia europea. "Si tratta di un affare di Stato che se sottovalutato", esclamava, "rischia di calpestare le basi costituzionali della nostra sovranità". Il tribunale accoglie il ricorso di Donnici, il resto d'Europa assiste sconsolata.
Contro ogni logica a Strasburgo fanno una breve visita anche Corrado Gabriele, che resta 40 giorni prima di tornare a fare l'assessore con Antonio Bassolino, e il leghista Gianpaolo Gobbo, che fa una capatina ma poi preferisce indossare la fascia di primo cittadino di Treviso. Il curriculum europeo del piddì Giuseppe Bova segnala due presenze in due mesi: famoso in Calabria per aver querelato i ragazzi del movimento antimafia di Locri, ha preferito rimanere presidente del Consiglio regionale. Superassenteista giustificato Umberto Bossi, che dopo l'ictus è andato a Strasburgo 21 volte (per le elezioni di giugno conta di ricandidarsi come capolista), mentre poche scuse possono accampare Alessandra Mussolini e Lilli Gruber, che prima di preferire il Parlamento e la conduzione di 'Otto e mezzo' non si sono certo distinte per iperattivismo. Anche il ministro Renato Brunetta non può fare la morale: assente una volta su tre, nessuna relazione all'attivo. Non ha fatto meglio la sua sostituta, quella Elisabetta Gardini che faceva il portavoce di Forza Italia e che in Europa ha aperto bocca solo una volta e si è fatta vedere di rado.
Il modello 'porte girevoli' inventato dagli 'italians' di Strasburgo tocca quota 36 avvicendamenti lo scorso novembre, quando viene regalata anche ad Antonio Mussa, oncologo di An, l'ebbrezza di una gita nelle aule Ue. Mussa deve ringraziare Romano La Russa. Il fratello del ministro Ignazio lo scorso giugno non ha potuto resistere alla chiamata di Roberto Formigoni, che lo ha voluto assessore regionale. Una delle sue ultime apparizioni pubbliche come europarlamentare (ha mantenuto il doppio incarico per mesi, chissà come si sarà regolato con gli stipendi) è stata nel campionato di 'Calciobalilla umano': La Russa era la stella del team Italy and friends. Non ci sono tabellini delle partite, ma da Bruxelles giurano che la squadra italiana, almeno con il pallone tra i piedi, si è fatta valere.
Fonte: espresso.it
Iscriviti a:
Post (Atom)
Etichette
- Abusi
- Achille Brivio
- Achille Toro
- Adolfo Parmaliana
- Adriana Poli Bortone
- Adriano La Regina
- Alberico Gambino
- Alberto Formigli
- Alberto Musy
- Alberto Sarra
- Alberto Vinattieri
- Aldo Brancher
- Alessandrina Lonardo
- Alessandro Aprile
- Alessandro Bertoldi
- Alessandro Bonfigli
- Alessandro Cardinaletti
- Alessandro Mannarini
- Alessandro Muscio
- Alessandro Nenci
- Alessandro Pagano
- Alessio Maier
- Alfonso Marra
- Alfonso Papa
- Alfredo Celeste
- Alfredo Nappo
- Alfredo Romeo
- Alitalia
- Alival
- Ambientalisti
- Ambrogio Crespi
- Amedeo Matacena
- Anas
- Andrea Bernaudo
- Andrea Danieli
- Andrea Ferro
- Andrea Ghira
- Andrea Masiello
- Andrea Mauri
- Angela Diana
- Angelino Alfano
- Angelo Balducci
- Angelo Curcio
- Angelo Izzo
- Angelo Polverino
- Angelo Soria
- Angelo Vassallo
- Angelo Zampolini
- Aniello Cimitile
- Anna De Palo
- Anna Finocchiaro
- Anna Giuseppina Iannuzzi
- Anna Iannuzzi
- Anna Laura Scuderi
- Anna Maria Cancellieri
- Anna Masutti
- Annamaria Ranieri
- Annarita Patriarca
- Antonella Accroglianò
- Antonino Cinà
- Antonino Ferrante
- Antonino Pulvirenti
- Antonio Angelucci
- Antonio Azzollini
- Antonio Bargone
- Antonio Bassolino
- Antonio Conte
- Antonio Crea
- Antonio Dattilo
- Antonio De Vivo
- Antonio Delli Paoli
- Antonio Di Pietro
- Antonio Gaglione
- Antonio Gentile
- Antonio Ginevra
- Antonio Giraudo
- Antonio Iovine
- Antonio La Rupa
- Antonio Luciani
- Antonio Martone
- Antonio Montinaro
- Antonio Muscio
- Antonio Palumbo
- Antonio Pelle
- Antonio Piazza
- Antonio Rappoccio
- Antonio Rastrelli
- Antonio Razzi
- Antonio Rognoni
- Antonio Scarpati
- Antonio Sollazzo
- Antonio Stefano Buono
- Antonio Trimboli
- Antonio Vigni
- Antono Terracciano
- Antrodoco
- Arcangelo Martino
- Armando Biasi
- Armando Chiaro
- Arte e Cultura
- Ascanio Cesarino Sforza
- Atac
- Augusta Ciummo
- Augusto Bonvicini
- Augusto Minzolini
- Ausonia Pisani
- Auto blu
- Avvocati
- Baia Domizia
- Balducci
- Balottelli
- Banca Hottinger
- Barbara Crisci
- Barbara Guerra
- Barbara Montereale
- Barbara Palombelli
- Baroni
- Bartolomeo Rossini
- Beneficenza
- Beppe Grillo
- Bernardino Terracciano
- Bernardo Caprotti
- Brancher
- Brogli
- Bruno Calzia
- Bruno Ciolli
- Bruno Mafrici
- Calabria
- Calcio
- Calciopoli
- Calderoli
- Calisto Tanzi
- Camilliani
- Camillo Cesarone
- Camorra
- Carlo Antonio Chiriaco
- Carlo Camilleri
- Carlo De Romanis
- Carlo Ferrigno
- Carlo Mirabella
- Carlo Moisè Silvera
- Carlo Sarro
- Carmen Leo
- Carmen Masi
- Carmine Caniello
- Carmine Ferrara
- Carmine Sarno
- Carolina Girasole
- Casaleggio
- Cataldo Ricchiuti
- Catello Romano
- Caterina Pasquino
- Cecilia Carreri
- Celestina
- Cesare Lanati
- Cgil
- Chiara Colosimo
- Chiara Moroni
- Chiara Rizzo
- Chiara Schettini
- Christian Pozzi
- Cialtroni
- Cicciolina
- Ciro Manna
- Civili
- Claudio D'Alessio
- Claudio De Biasio
- Claudio Gentile
- Claudio Messora
- Claudio Romani
- Claudio Scajola
- Claudio Signorile
- Clemente Mastella
- Cleonilde Morcaldi
- Concorsi
- Consulenze
- Corrado Catenacci
- Corrado Clini
- Corvetto
- Cosimo Barranca
- Cosimo Campagna
- Cosimo Chianese
- Cosimo Mele
- Cosimo Migliore
- Costantino Eugenio
- Crescenzio Sepe
- Cricca
- Criminalità organizzata
- Crimini
- Cristian Stellini
- Cronaca
- D'Alema
- Damiano Burato
- Dani D'Aragona
- Daniele Delli Carri
- Daniele Ozzimo
- David Mills
- Davide Boni
- Davide Cincotti
- Dawood Ibrahim
- De Blank
- Delbono
- Demetrio Arena
- Denis Occhi
- Denis Verdini
- Depravati
- Di Cosola
- Di Girolamo
- Diego Anemone
- Diego Cammarata
- Dirk Hamer
- Domenico Bonarrigo
- Domenico Crea
- Domenico Fisichella
- Domenico Gramazio
- Domenico Scilipoti
- Domenico Zambetti
- Don Benuzzi
- Don Verzé
- Donnette
- Doppi incarichi
- Dora Semeraro
- Eboli
- Economia e Commercio
- Edouard Ballaman
- Eduardo Tartaglia
- Egidio De Giorgio
- Elena Pesce
- Eleonora De Vivo
- Elio Mastella
- Elisa Campolo
- Elisa Toti
- Elvio Carugno
- Emanuele Gaiani
- Emilio Di Caterino
- Emilio Fede
- Emilio Spaziante
- Enrichetta Avallone
- Enrico Intini
- Enrico La Monica
- Enrico Martinelli
- Enrico Pianetta
- Enzo Tortora
- Ercole Incalza
- Ernesto Diotallevi
- Ernesto Sica
- Esteri
- Ettore Gotti Tedeschi
- Eugenio Battaglia
- Eugenio Di Santo
- Eugenio Patanè
- Evaldo Biasini
- Fabio Benedetti
- Fabio Cilona
- Fabio De Santis
- Fabio La Rotonda
- Fabio Massimo Mendella
- Fabrizio Biolè
- Fabrizio Dalcerri
- Fabrizio Favata
- Fabrizio Magrì
- Falsi Invalidi
- Fanny Ardant
- Federica Gagliardi
- Federica Salsi
- Federico Alvino
- Felice Di Persia
- Ferdinando Arcopinto
- Fernanda Caizzi Decleva
- Filippo De Rossi
- Filippo Marino
- Flavio Briatore
- Flavio Carboni
- Flavio Delbono
- Flavio Fasano
- Forze dell'Ordine
- Francesca Lana
- Francesco Antonio Cassata
- Francesco Battistoni
- Francesco Belsito
- Francesco Beretta
- Francesco Camaldo
- Francesco Campanella
- Francesco Caruso
- Francesco De Salazar
- Francesco Franzese
- Francesco Furchì
- Francesco Gioia
- Francesco Gratteri
- Francesco La Motta
- Francesco Leone
- Francesco Marcello
- Francesco Piscicelli
- Francesco Pittorru
- Francesco Raccosta
- Francesco Rutelli
- Francesco Simone
- Francesco Terracciano
- Franco Berselli
- Franco Capobianco
- Franco Caputo
- Franco Carrassi
- Franco Cavallo
- Franco Fiorito
- Franco Morbiolo
- Franco Nicoli Cristiani
- Franco Panzironi
- Franco Pugliese
- Franco Pugliesi
- Franco Tomasello
- Franco Turigliatto
- Frattini
- Frodi alimentari
- Gabriele Antonini
- Gabriella Carlucci
- Gabriella Peluso
- Gaetano Scullino
- Gemma Gesualdi
- Gennaro Ferrara
- Gennaro Mokbel
- Gennaro Sorrentino
- Gente del PD
- Gente del PDL
- Gheddafi
- Giacomo Caliendo
- Giacomo Frati
- Giacomo Terracciano
- Giampaolo Angelucci
- Giampaolo Tarantini
- Giampietro Marchese
- Giancarlo Cito
- Giancarlo Di Meglio
- Giancarlo Galan
- Giancarlo Giusti
- Giancarlo Maffei
- Giancarlo Miele
- Giancarlo Vivolo
- Giancarlo Zacchello
- Gianfranco Casciano
- Gianfranco Luzzo
- Gianguarino Cafasso
- Gianluca Parrini
- Gianluca Zito
- Gianni Alemanno
- Gianni Biagi
- Gianni Chiodi
- Gianni De MIchelis
- Gianni Florido
- Gianni Guido
- Gianni Melluso
- Gianni Punzo
- Gianni Remo
- Gianpaolo Tarantini
- Gianpiero D'Alia
- Gino Pezzano
- Gino Terenghi
- Giorgia Dionisio
- Giorgio Carbognin
- Giorgio Chinaglia
- Giorgio Improta
- Giorgio Nugnes
- Giorgio Orsoni
- Giorgio Pace
- Giorgio Simeoni
- Giornalisti e Giornalai
- Giosi Ferrandino
- Giovan Battista Agate
- Giovann Pandico
- Giovanna Iurato
- Giovanna Melandri
- Giovanna Pesco
- Giovanni Aversano
- Giovanni Battista Mazzali
- Giovanni Bosio
- Giovanni Carenzio
- Giovanni Favia
- Giovanni Fiscon
- Giovanni Maria Zito
- Giovanni Mercadante
- Giovanni Parlato
- Giovanni Pizzicato
- Giovanni Venosa
- Girolamo Archinà
- Giulia Ligresti
- Giuliano Giubbolini
- Giuliano Soria
- Giulio Facchi
- Giulio Gargano
- Giuseppe Amodio
- Giuseppe Arrighi
- Giuseppe D'Agostino
- Giuseppe De Donno
- Giuseppe De Lorenzo
- Giuseppe Fioroni
- Giuseppe Flachi
- Giuseppe Fontana
- Giuseppe Gagliandro
- Giuseppe Mandara
- Giuseppe Marcianò
- Giuseppe Morelli
- Giuseppe Mussari
- Giuseppe Nicotina
- Giuseppe Orsi
- Giuseppe Pansera
- Giuseppe Papa
- Giuseppe Pizza
- Giuseppe Plutino
- Giuseppe Profiti
- Giuseppe Quintavalle
- Giuseppe Saggese
- Giuseppe Salvatore Riina
- Giuseppe Sangiorgi
- Giuseppe Sarno
- Giuseppe Scopelliti
- Giuseppe Setola
- Giuseppe Spinelli
- Giuseppe Tedesco
- Giuseppe Valente
- Giustizia
- Graziano Cioni
- Guadagni Politici
- Gualtiero Walter Bellomo
- Guglielmo Epifani
- Guido Bertolaso
- Guido Cerruti
- Hacking Team
- Hashim Thaci
- Hisayuki Machii
- IDV
- Iginio Orsini
- Ignazio Gagliardi
- Ignazio Moncada
- Ignazio Tornetta
- Il Forteto
- Ilva
- Imma De Vivo
- Immacolata Iacone
- Innocenzo Mazzini
- Ippazio Stefano
- Irene Khan
- Italo Bocchino
- Iva Zanicchi
- James Shikwati
- Jessica Improta
- John Loran
- John Velasquez
- Jonah Ghiselli
- Jozef Wesolowski
- Juan Bernabé
- Kim Jong-un
- Krzysztof Charamsa
- Lamberto Dini
- Lamberto Quarta
- Laura Pace
- Lea Cosentino
- Lega
- Leggi e Leggine
- Leghisti
- Lele Mora
- Leonardo Domenici
- Lia Sartori
- Liana Daniela Scundi
- Lidia Nobili
- Ligresti
- Lillia D'Ottavi
- Lista Falciani
- Lista Vaduz
- Lobby
- Lodo Alfano
- Lorena Cruber
- Lorenzo Matassa
- Lorenzo Renzi
- Loris Cereda
- Loris Pinelli
- Lory Gentile
- Luca Barbareschi
- Luca Berriola
- Luca Gramazio
- Luca Lupi
- Luca Odevaine
- Lucentis
- Lucia Mokbel
- Luciana Rita Angeletti
- Luciana Villa
- Luciano Anemone
- Luciano Bogani
- Luciano Ciocchetti
- Luciano D'Alfonso
- Luciano Leggio
- Luciano Moggi
- Lucio Di Pietro
- Ludovico Nicotina
- Ludovico Vico
- Lugi Angeletti
- Lugi Franzinelli
- Lugi Palmacci
- Luigi Bisignani
- Luigi Camo
- Luigi Chianese
- Luigi De Fanis
- Luigi Ferraro
- Luigi Frati
- Luigi Goffredi
- Luigi Lusi
- Luigi Martino
- Luigi Meduri
- Luigi Noli
- Luigi Russo
- Luigi Sementa
- Luigi Tuccio
- Luigi Zanda
- Luisa Fasano
- Luisella Cruber
- Lupi luca
- Madameweb
- Mafia
- Mafia Capitale
- Magistrati
- Manuel Brunetti
- Manuela Brivio
- Manuela Marrone
- Marcello Dell'Utri
- Marco Aloise
- Marco Basile
- Marco Bianchi
- Marco Borriello
- Marco Buttarelli
- Marco Calonaci
- Marco Carboni
- Marco Casamonti
- Marco Cattaneo
- Marco Ceru
- Marco Chiari
- Marco Langellotti
- Marco Milanese
- Marco Nonno
- Marco Prestileo
- Marco Sgalambra
- Marco Solimano
- Marco Verzaschi
- Margherita Cassano
- MAria Capone
- Maria D'Agostino
- Maria Giovanna Cassiano
- Maria Grazia Modena
- Maria Pia Forleo
- Maria Rita Lorenzetti
- Maria Rosaria Pascale
- Maria Rosaria Rossi
- Maria Simonetti Fossombroni
- Mariano Raimondi
- Marilina Intrieri
- Marilù Ferrara
- Marina Petrella
- Marino Marsicano
- Marino Massimo De Caro
- Mario Abbruzzese
- Mario Baccini
- Mario Cal
- Mario Cimino
- Mario Diotallevi
- Mario Landolfi
- Mario Landolfi; Giuseppe Diana
- Mario Mariani
- Mario Mautone
- Mario Sancetta
- Mario Scaramella
- Marta Di Gennaro
- Maruska Piredda
- Marylin Fusco
- Massimo Carminati
- Massimo Castriconi
- Massimo Cicco
- Massimo D'Alema
- Massimo De Santis
- Massimo Ferrandino
- Massimo Grisolia
- Massimo Mariani
- Massimo Pascale
- Massimo Romano
- Massimo Tulli
- Massimo Verdoscia
- Mastella
- Matteo Tutino
- Maurizio Balocchi
- Maurizio Lupi
- Maurizio Marozzi
- Maurizio Plocco
- Maurizio Tani
- Mauro Bianchi
- Mauro Cutrufo
- Mauro Della Giovampaola
- Max Scarfone
- Melania Tumini
- Mercedes Bresso
- Miccichè
- Michaela Biancofiore
- Michele Adinolfi
- Michele Briamonte
- Michele Camerota
- Michele Fazzolari
- Michele Iannuzzi
- Michele Orsi
- Michele Tucci
- Michele Ventura
- Michele Zagaria
- Mile Nikolic
- Milko Pennisi
- Mimmo Pinto
- Mireille Lucy Rejior
- Mirello Crisafulli
- Mirko Coratti
- Mogilevich
- Molise
- Monsignor Gioia
- Montespertoli
- Morris Michael Ciavarella
- MPS
- Nadia Dagrada
- Nadia Macrì
- Natale De Grazia
- Natale Marrone
- Nazzareno Cicinelli
- Nello Musumeci
- Nerina Pujia
- Nichi Vendola
- Nicola Arena
- Nicola Cosentino
- Nicola Di Girolamo
- Nicola Ferraro
- Nicola La Torre
- Nicola Mazzacuva
- Nicolas Sarkozy
- Nicole Minetti
- Nino Strano
- No profit
- Noemi Letizia
- Non obbrobri
- Nunzia Stolder
- Nunzio Scarano
- Olga Ieci
- Olgettine
- Omar Allavena
- Onorevoli
- Opinioni
- Orest De Grossi
- Oreste Greco
- Orlando Ranaldi
- Ottaviano Del Turco
- P3
- P4
- Pablo Cosentino
- Pablo Escobar
- Padre Pio
- Paola Frati
- Paolo Berlusconi
- Paolo Bertini
- Paolo Cavazza
- Paolo Cipriani
- Paolo Cocchi
- Paolo Di Canio
- Paolo Gabriele
- Paolo Martino
- Paolo Oliviero
- Paolo Poriniensi
- Paolo Rafanelli
- Paolo Valentini
- Parentopoli
- Parentopoli Ama
- Parisi
- Parlamento
- Parmalat
- Parole date e non mantenute
- Partiti
- Pasquale Barra
- Pasquale Centore
- Pasquale De Lise
- Pasquale Giacobbe
- Pasquale Lombardi
- Pasquale Martino
- Pasquale Mistretta
- Pasquale Perri
- Pasquale Setola
- Patrizia D'Addario
- Patrizia Pisino
- Patrizio Mecacci
- Pellegrino Mastella
- Penetrator
- Perla Genovesi
- Personaggi
- Pieluigi Concutelli
- Pier Carmelo Russo
- Pier Gianni Prosperini
- Pier Giuramosca
- Pier Paolo Brega Massone
- Pier Paolo Perez
- Pier Paolo Zaccai
- Pierangelo Daccò
- Pierangelo Ferrari
- Pierluigi Pairetto
- Piero Marrazzo
- Pietro Calogero
- Pietro Diodato
- Pietro Luigi De Riu
- Pietro Lunardi
- Pietro Maso
- Pino D'Agostino
- Pino Gentile
- Pino Neri
- Pino Petrella
- Pio Del Gaudio
- Politicanti
- Pollica
- Pubblico Impiego
- Public Spa
- Puri di cuore
- Quadra
- Raffaele Boccaccini
- Raffaele Bonanni
- Raffaele Cutolo
- Raffaele Gentile
- Raffaele Lombardo
- Raffaella De Carolis
- Rai
- Raimondo Lagostena
- Ramona Mantegazza
- Regioni
- Renata Polverini
- Renato Botti
- Renato Brunetta
- Renato Chisso
- Renato Curcio
- Renato Salvatore
- Renato Vuosi
- Renato Zanfagna
- Renzo Bossi
- Renzo Masoero
- Riccardo Bartoloni
- Riccardo Bossi
- Riccardo Macini
- Riccardo Mancini
- Riccardo Nencini
- Rifiuti
- Rita Mastrullo
- Riva
- Robert Da Ponte
- Robert Mugabe
- Roberta Mantegazza
- Roberto Andrioli
- Roberto Belli
- Roberto Brivio
- Roberto Conte
- Roberto Cota
- Roberto Efficace
- Roberto Fiesoli
- Roberto Formigoni
- Roberto Helg
- Roberto Meneguzzo
- Roberto Raffaelli
- Roberto Speciale
- Roberto Staffa
- Rocco Molè
- Rocco Zullino
- Rodolfo Fiesoli
- Rom
- Romano Prodi
- Romolo Del Balzo
- Rosa Alba Maria Martino
- Rosa Russo Iervolino
- Rosanna Gariboldi
- Rosanna Thau
- Rosario Crocetta
- Rosario Pellegrino
- Rosario Perri
- Rosetta Cutolo
- Rosi Mauro
- Rossana Di Bello
- Rossana Muscio
- Rosy Mauro
- Ruby
- Ruggero Jucker
- Sabina Began
- Salvatore Buzzi
- Salvatore Camerlingo
- Salvatore Carai
- Salvatore Cuffaro
- Salvatore Fabbricino
- Salvatore Ferrigno
- Salvatore Greco
- Salvatore Lo Piccolo
- Salvatore Mancuso
- Salvatore Margiotta
- Salvatore Menolascina
- Salvatore Sottile
- Samantha Weruska Reali
- San Cipriano d'Aversa
- San Raffaele
- Sandra Avila Beltran
- Sandra Lonardo
- Sandra Lonardo Mastella
- Sandro Frisullo
- Sandro Lo Piccolo
- Sandro Marsano
- Sangennapoli
- Sanità
- Sanremo
- Santi Poeti e Navigatori
- Sara Tommasi
- Sarah Carmen
- Savoia
- Scajola
- Scandalo IOR
- Scilipoti
- Scuola
- Serena Grandi
- Sergio D'Antoni
- Sergio De Gregorio
- Sergio De Sio
- Sergio Orsi
- Sergio Segio
- Sergio Serafino Lagrotteria
- Siae
- Sicilia
- Silvio
- Simeone Di Cagno Abbrescia
- Simone Pepe
- Sindacati
- Sindaci e company
- Soldi nostri
- Sonia Carpentone
- Sonia Topazio
- Spesa pubblica
- Spettacolo
- Sport
- SS Lazio
- Stefania Prestigiacomo
- Stefano Benuzzi
- Stefano Bertinelli
- Stefano Caldoro
- Stefano Cantarini
- Stefano Cetica
- Stefano Cimicchi
- Stefano Galli
- Stefano Italiano
- Stefano Perotti
- Stefano Savasta
- Stefano Zoff
- Storie nascoste
- Stragi
- Strisciuglio
- Sud
- Sun
- Tancredi Cimmino
- Tarantini
- Tarcisio Bertone
- Tea Albini
- Teresa Costantino
- Terroristi
- Thomas Ehiem
- Tina Bellone
- Tiziana Vivian
- Tiziano Butturini
- Tommaso Barbato
- Tommaso Signorelli
- Toni Carollo
- Toni Negri
- Tony Marciano
- Torre Mileto
- Trecase
- Tributi Italia SpA
- Triscina
- Trivulzio
- Truffe
- Tullio Lanese
- Ugo Sposetti
- Umberto Bossi
- Umberto De Rose
- Umberto Scapagnini
- Università
- Valentino Tavolazzi
- Valeria Fedeli
- Valerio Morucci
- Valerio Valter
- Vatican
- Vatileaks
- Vendola
- Veneto
- Verdi e verdastri
- Verdini
- Veronica Cappellaro
- Vigili
- Villa Anya
- Vincenzo Benedetto
- Vincenzo Carnovale
- Vincenzo De Luca
- Vincenzo Fera
- Vincenzo Giglio
- Vincenzo Giudice
- Vincenzo Guerriero
- Vincenzo Lucariello
- Vincenzo Margianò
- Vincenzo Maria Angelini
- Vincenzo Maruccio
- Vincenzo Michele Olivo
- Vincenzo Naso
- Vincenzo Petruzzi
- Vincenzo Valente
- Vito Bardi
- Vito Bonsignore
- Vito Fazzi
- Vito Martino
- Vittorio Emanuele di Savoia
- Voltagabbana
- Walter Leszl
- Walter Politano
- Walter Veltroni
- Weatherley
- Xie Caiping
Post in evidenza
Regioni: molte spese, pochi valori
Non si può definire semplicemente corruzione, sprechi, malgoverno quanto sta emergendo a proposito delle Regioni Quando la quantità di un ...
-
Coca nei locali di Firenze «Revoca della licenza per 3», poichè sono venuti meno i requisiti giuridici e morali richiesti a proprietari e ge...
-
La terribile storia del padre dell'attaccante del Milan "La camorra c'è sempre stata e sempre ci sarà, perché con la camorra ...
-
Il teologo Krzysztof Charamsa: «Voglio scuotere questa mia Chiesa. So che ne pagherò le conseguenze: l'amore omosessuale è un amore fami...