31 gen 2009

Stupro di Guidonia, due scarcerati. Il pm protesta: «Hanno cercato di far scappare il gruppo romeno». Il giudice:«Ma sono incensurati»

CONCESSI I DOMICILIARI PER L'ACCUSA DI FAVOREGGIAMENTO.

ROMA — Appena tre giorni in cella e se ne sono tornati a casa. I due romeni accusati di favoreggiamento nell'ambito dell'inchiesta sullo stupro commesso dai quattro connazionali a Guidonia hanno ottenuto gli arresti domiciliari. Una decisione destinata a suscitare un mare di polemiche, quella del gip Cecilia Angrisani, e che ha già mandato su tutte le furie il procuratore di Tivoli, Luigi De Ficchy: aveva chiesto al giudice di ordinare anche per loro il mantenimento della custodia cautelare in carcere visto che ritiene indispensabile approfondirne la posizione e il ruolo nel tentativo di fuga dei violentatori e, soprattutto, nell'eventuale coinvolgimento della coppia in altre rapine e furti. Nella casa dove abitavano sono stati trovati oggetti sospetti, che il pm pensa provengano da colpi messi a segno dalla gang di immigrati anche ai danni di altre coppiette. E tutto ciò mentre i Radicali sostengono che i romeni sono stati picchiati nella caserma dei carabinieri del paese alle porte di Roma, dove sono stati portati subito dopo essere stati bloccati.

NON ENTRERANNO IN CARCERE - Torniamo alla scarcerazione di Mugurel Goia, 22 anni, e Ionut Barbu, di 30. Secondo indiscrezioni, il gip avrebbe motivato la decisione con l'incensuratezza degli immigrati e con l'osservazione che, al termine del processo, difficilmente non otterranno la sospensione condizionale della pena. In altre parole, secondo il giudice è probabile che, se non commetteranno reati dello stesso tipo, non entreranno mai in un penitenziario per scontare la condanna di favoreggiamento per i fatti di Guidonia. La Procura si è inutilmente battuta perché rimanessero a Rebibbia: tra gli altri elementi a sostegno della tesi che non dovessero essere scarcerati, anche il pericolo che reiterino i reati e l'accuratezza con la quale avevano organizzato il tentativo di scappare dei connazionali con l'obiettivo di raggiungere Padova, dove contavano di continuare a farli tenere nascosti da qualcuno con cui erano in contatto. De Ficchy ha deciso di ricorrere al Tribunale del riesame ma i tempi di un eventuale, nuovo arresto si allungano a dismisura.

LA DENUNCIA DEI RADICALI - La giornata di tensione si era aperta con la denuncia della parlamentare dei Radicali, Rita Bernardini, e del segretario dell'associazione «Nessuno tocchi Caino», Sergio D'Elia, che in mattinata avevano visitato i romeni in carcere. «Abbiamo potuto constatare di persona — hanno spiegato — che risultano confermate le segnalazioni di maltrattamenti, segnalazioni che ci hanno spinto a effettuare la visita ispettiva». In particolare, hanno aggiunto Bernardini e D'Elia, «su uno di loro, che zoppicava vistosamente, erano visibili i segni di percosse su un occhio, sulle gambe e sull'anca destra. Altri due avevano gli occhi pesti, ma affermavano uno di essere caduto e un altro di essersi picchiato da solo per la disperazione». E ancora: «Da quanto abbiamo potuto ascoltare, il pestaggio sarebbe avvenuto, a più riprese, nelle celle di sicurezza della caserma dei carabinieri di Guidonia. Sono terrorizzati. I romeni, che parlano italiano, ci hanno spiegato che stavano in sei celle diverse e ogni tanto qualcuno entrava e li picchiava». Un'accusa grave, che finirà nell'interrogazione parlamentare presentata ai ministri della Difesa e della Giustizia: sarà chiesto, ha aggiunto la deputata Bernardini, «il riscontro delle cartelle cliniche d'ingresso» a Rebibbia. «Non possiamo escludere che i romeni possano aver subìto maltrattamenti anche in carcere, seppure di minore intensità e violenza fisica — ha detto la parlamentare radicale — ma a Rebibbia non si respira assolutamente aria di contestazione da parte degli altri detenuti, come ci ha assicurato anche il direttore dell'istituto di pena». Decisa la replica del sindaco Gianni Alemanno alla denuncia: «Non penso che debba essere commentata». Mentre il sindaco dimissionario di Guidonia, Filippo Lippiello, ha osservato come «nella notte degli arresti i sei romeni abbiano fatto resistenza ai carabinieri: ci sono stati due ufficiali feriti, con tanto di referto medico».

Fonte: corriere.it

Apertura dell'anno giudiziario. «Nel civile siamo solo al 156˚ posto dopo il Gabon e la Guinea». «Giustizia, tempi da Terzo Mondo»

LA CASSAZIONE LANCIA L'ALLARME PROCESSI E SI DIVIDE SULLE INTERCETTAZIONI

ROMA — Inaugurazione dell'Anno giudiziario: magistratura divisa sulle intercettazioni. Tutti d'accordo sulla lentezza dei processi: l'Italia è al 156˚posto dopo Guinea e Gabon. Altri 16 giorni di ritardi nella durata media dei nostri processi e supereremo a ritroso anche lo staterello incastonato tra l'Eritrea e la Somalia. Questione di tempo: nella nostra retromarcia andiamo già peggio dell'Angola, del Gabon, della Guinea Bissau... Certo, Berlusconi spara sui «disfattisti » che demoralizzano le plebi incitando tutti ad essere ottimisti. L'ultimo rapporto «Doing Business 2009», però, non lascia scampo.

LA CLASSIFICA - La classifica, compilata «confrontando l'efficienza del sistema giudiziario nel consentire a una parte lesa di recuperare un pagamento scaduto », dice che gli Usa stanno al 6˚ posto, la Germania al 9˚, la Francia al 10˚, il Giappone al 21˚ e i Paesi dell'Ocse, fatta la media dei bravissimi e dei mediocri sono al 33˚ posto. La Spagna, che tra i Paesi europei sta messa male, è 54˚. Noi addirittura 156˚. Su 181 Paesi. Un disastro. Tanto più che quell'elenco non rappresenta solo un'umiliazione morale. La Banca Mondiale la redige infatti per fornire parametri di valutazione agli operatori internazionali che vogliono investire in questo o quel Paese.

CONSEGUENZE ECONOMICHE - Il messaggio è netto: dall'Italia, in certe cose, è bene stare alla larga. Perché uno straniero dovrebbe venire a mettere soldi in un'impresa italiana davanti a certe storie esemplari? Prendete quella di una vecchia signora vicentina che aveva fatto causa alla banca perché l'aveva incitata a investire tutti i suoi risparmi in una finanziaria a rischio e nei famigerati bond argentini. Sapete per che giorno le hanno fissato la prossima udienza? Per il 17 febbraio 2014. Un piccolo imprenditore veronese si è visto dare l'appuntamento per il 2016. Per non dire del caso del signor Otello Semeraro, che mesi fa non s'è presentato al tribunale di Taranto dov'era convocato per assistere all'ennesima puntata del fallimento della sua azienda. Indimenticabile il verbale: «Il giudice dà atto che all'udienza né il fallito né alcun creditore è comparso». C'era da capirlo: come dimostravano le carte processuali della moglie, citata come «vedova Semeraro», l'uomo era defunto. Nonostante la buona volontà, non era infatti riuscito a sopravvivere a un iter giudiziario cominciato nel 1962, quando la Francia riconosceva l'indipendenza dell'Algeria, Kennedy era alle prese coi missili a Cuba e nella Juve giocavano Charles, Sivori e Nicolè. Quarantasei anni dopo, le somme recuperate dal fallimento sono risultate pari a 188.314 euro. Ma nel '62 quei soldi pesavano quasi quanto quattro milioni attuali. Forse, se la giustizia fosse stata più rapida, qualche creditore non sarebbe fallito, qualche dipendente non avrebbe passato dei periodi grami...

UNA «CATASTROFE» - Perché questo è il punto: la catastrofe ammessa ieri dal presidente della Cassazione Vincenzo Carbone, a conferma della denuncia di giovedì del presidente della Corte Europea per i diritti umani, Jean-Paul Costa, durissimo nel ricordare che l'Italia è la maglia nera della giustizia europea («4.200 cause pendenti contro le 2.500 della Germania e le 1.289 della Gran Bretagna, quasi tutte per la lunghezza dei processi»), non tocca solo la dignità delle persone. Incide pesantemente sull'economia. Basti citare il libro «Fine pena mai» di Luigi Ferrarella: «Confartigianato, elaborando dati 2005 di Istat e Infocamere, ha proposto una stima di quanto la lentezza delle procedure fallimentari, in media 8 anni e 8 mesi, possa costare ogni anno alle imprese artigiane: un miliardo e 160 milioni di euro per il costo del ritardo nella riscossione dei propri crediti, e un miliardo e 170 milioni di euro di maggiori oneri finanziari per le imprese costrette a prendere in prestito le risorse». Totale: oltre 2 miliardi e 300 milioni di euro. Cioè 384mila di «buco giudiziario» per ogni impresa. Un sacco di soldi. Che in anni di vacche grasse possono azzoppare una piccola azienda. Ma in anni di vacche magre o magrissime, come questo, l'ammazzano.

SPIRALE PERVERSA - Di più: il sistema si è avvitato in una spirale così perversa che la «legge Pinto » per il giusto processo ha partorito altri 40 mila processi intentati dai cittadini esasperati dalla lentezza dei processi precedenti e cominciano già ad ammucchiarsi i processi che chiedono un risarcimento per la lentezza dei processi avviati per avere un risarcimento dei danni subiti da processi troppo lenti. Un incubo. Due anni fa la battuta dell'allora presidente della Cassazione Gaetano Nicastro («Se lo Stato dovesse risarcire tutti i danneggiati dalla irragionevole durata dei processi, non basterebbero tre leggi Finanziarie») pareva uno sfogo esagerato. Ieri è arrivata la conferma: avanti così e ci arriveremo. Dall'introduzione della legge Pinto fino al 2006 lo Stato aveva dovuto tirar fuori 41,5 milioni di risarcimenti ma «in due anni sono 81,3 i milioni già sborsati, più almeno altri 36,6 milioni dovuti ma non ancora pagati, per un totale di circa 118 milioni».

PATROCINIO GRATUITO AI MAFIOSI - Una emorragia devastante. Al quale si aggiunge un'altra ferita che butta sangue: il gratuito patrocinio concesso a decine di migliaia di persone. Ottantaquattromila sono stati, nel solo 2008, gli imputati che hanno ottenuto l'avvocato difensore pagato dallo Stato. Per un totale di 85 milioni di euro. Spesso buttati in un eccesso di garantismo peloso. Con l'assegnazione automatica di un difensore d'ufficio non solo a tutti gli stranieri «irreperibili» (che magari danno un nome falso e verranno processati inutilmente fino in Cassazione) ma addirittura a mafiosi che dichiarano un reddito inesistente (come Leoluca Bagarella e Antonino Marchese che, imputati dell'omicidio di un vicebrigadiere, chiesero la ricusazione della Corte d'Appello perché aveva loro revocato l'avvocato gratis) e perfino a latitanti. Ma in questo quadro, più nero di un quadro nero del Goya, sono davvero centrali la battaglia sulle intercettazioni o la separazione delle carriere? Giustiniano, di cui il Cavaliere disse di avere in camera un ritratto, forse si muoverebbe in modo diverso.

Fonte: corriere.it

Il PD salva Cosentino

Mercoledì scorso la Camera ha respinto una mozione (presentata da esponenti del Pd, dell'Idv e dell'Udc) per far dimettere il sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino, accusato da sei pentiti - come ha scritto "L'espresso" nelle scorse settimane - di fiancheggiare il clan camorrista dei Casalesi. Nella mozione, di cui il democratico Soro è stato primo firmatario, si ricordano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, l'inchiesta della Procura di Napoli, i presunti patti elettorali tra l'esponente di Forza Italia e i boss di Casal di Principe. "A prescindere dall'eventuale responsabilità penale dell'onorevole Cosentino, su cui farà piena luce la magistratura", recitava la mozione, "è evidente come la sua permanenza nelle funzioni di Sottosegretario di Stato leda gravemente non solo il prestigio del Governo italiano, ma anche e soprattutto la dignità del Paese; ragioni di opportunità e di precauzione dovrebbero indurre il Governo ad evitare che una persona sottoposta ad indagini per così gravi delitti, espressivi di una collusione tra politica e sodalizi criminosi, in attesa di dimostrare la sua piena innocenza, possa continuare ad esercitare le proprie funzioni di Governo, peraltro in un ruolo così delicato, concernente tra l'altro la funzionalità del Cipe". La mozione impegnava il Governo ad invitare l'onorevole avvocato Nicola Cosentino a rassegnare le dimissioni da Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze.

La mozione non è passata perché, se la maggioranza di centrodestra ha difeso compatta il sottosegretario, molti esponenti del Partito democratico si sono astenuti, mentre altri hanno preferito uscire dall'aula e non votare. Tra l'altro, date le molte assenze nelle file del Pdl, se il Pd avesse votato compattamente per la sua mozione questa avrebbe avuto ottime possibilità di passare. Spicca in modo particolare l'assenza dal voto del segretario del Pd Walter Veltroni, che in un'intervista a L'espresso aveva chiesto le dimissioni di Cosentino. In 22 erano assenti, altri sette risultavano in missione. Alcuni dei presenti sono addirittura rientrati subito dopo la bocciatura, e hanno ripreso a votare altre risoluzioni.

Nella lista qui sotto - diffusa Sinistra democratica - i parlamentari Pd, che con il loro voto contrario, la loro astensione o la loro assenza hanno determinato l'esito della votazione.
Hanno votato contro gli onorevoli: Capano e Sposetti.
Si sono astenuti gli onorevoli: Bachelet, Cuperlo, Parisi, La Forgia, Bernardini, Madia, Mantini, Maran, Boccia, Capodicasa, Concia, Coscioni, Ferrari, Giachetti, Ginefra, Marini, Mecacci, Recchia, Sarubbi, Schirru, Tempestini, Turco Maurizio, Vannucci, Viola, Zamparutti Zunino.
Non hanno partecipato al voto, nonostante in giornata fossero presenti in aula, gli onorevoli: Tenaglia (ministro ombra della giustizia), Calearo, Fioroni, Gasbarra, Lanzilotta, Letta Enrico, Morassut ,Bobba, Sereni, Vassallo, Merloni, Boffa, Bonavitacola, Bressa, Bucchino, Carra, Castagnetti, Corsini,Cuomo, D'Antona, De Pasquale, De Torre, Fadda, Ferranti, Fiano, Fiorio, Genovese, Giacomelli, Giovannelli, Gozi, Losacco, Lovelli, Lulli, Marantelli, Margiotta, Mosca, Murer, Narducci, Pedoto, Piccolo, Rosato, Russo, Samperi, Scarpetti, Servodio, Testa, Vaccaro, Vassallo, Vernetti, Vico.
Erano assenti gli onorevoli: Veltroni, Bersani, Colannino, D'Alema, Lusetti, Melandri, Pistelli, Touad, Ventura, Gentiloni, Beltrandi, Calvisi, Cenni, Colombo Furio, Damiano, Gaglione, Luongo, Lusetti, Marroccu, Melis, Motta, Portas, Tullo, Calipari.
Risultavano "in missione" gli onorevoli: Fassino, Migliavacca, Bindi, Albonetti, Barbi, Farina, Rigoni.

Fonte: espresso.repubblica.it

29 gen 2009

Affari, politica e amicizie: a Campi scenario inquietante

La Procura chiede il processo per 29 persone e l'archiviazione per l'ex responsabile all'urbanistica Saccardi

Sono ventinove le richieste di rinvio a giudizio della procura di Firenze nell'ambito dell'inchiesta sui favori a imprenditori da parte di funzionari e dipendenti del Comune di Campi. Chiesta l'archiviazione per Stefania Saccardi, ex assessore all'urbanistica, ora assessore provinciale al lavoro, e per Mauro Lodovisi, geometra, ex consigliere comunale e fino all'ottobre 2006 capogruppo della Margherita. Bisogna archiviare, spiegano i pm Giuseppina Mione e Leopoldo De Gregorio nella loro richiesta, perché non sono stati raccolti elementi sufficienti per provare l'accusa di abuso d'ufficio, anche perché le persone ascoltate nel corso dell'indagine non hanno potuto confermare l'ipotesi accusatoria visto che si trattava di persone «al di fuori dei giochi». Ma quella richiesta di archiviazione arrivata sul tavolo del gip suona come un pesante atto di accusa contro chi amministrato Campi negli anni passati.

«UNO SCENARIO INQUIETANTE» - Le indagini — sottolineano i pm — «hanno fatto emergere uno scenario inquietante in seno al quale le strategie future sarebbero state prese, non da coloro che ricoprivano il ruolo del sindaco o dell'assessore all'urbanistica, ma dai rispettivi tecnici di riferimento che operavano seguendo una logica di convenienza dettata da amicizie e frequentazioni ». Da un lato gli imprenditori interessati allo sfruttamento urbanistico, dall'altro persone che sono riuscite a mettere a frutto la propria militanza politica, così da trasformarla in una sorta di valore aggiunto per la propria attività di progettazione e consulenza in materia edilizia. Il tutto, spiegano i pm, avallato dall'indifferenza, disinteresse o impotenza da parte di chi dovrebbe invece gestire queste problematiche ma che sembra avere avuto un unico interesse, quello di conservare il quadro dei rapporti e degli equilibri tra i partiti della coalizione di governo.
Di fatto, sostengono i pm, per evitare una crisi di governo della giunta di Fiorella Alunni, il sindaco e l'assessore hanno abbandonato il territorio di Campi a una sorta di «assalto alla diligenza» che ha portato, una volta reso noto l'intento di adottare la variante del regolamento urbanistico, nella rincorsa al deposito di un numero impressionante di richieste di concessioni edilizie nel periodo estivo in cui normalmente gli uffici comunali lavorano a ritmo ridotto.
In quel periodo, nell'agosto 2006, l'ufficio si è mostrato particolarmente efficiente e tempestivo nel rilascio delle concessioni. Lodovisi e Saccardi, attraverso i consiglieri comunali, sarebbero riusciti a bloccare l'approvazione della variante del ruc, di fatto lasciando campo libero al rilascio delle concessioni edilizie. Fra le richieste di rinvio a giudizio ci sono Pasquale Pietro Felice, dirigente dell'ufficio gestione del territorio di Campi, Marco Cherubini, dirigente del settore servizi tecnici ambientali e trasporti del Comune, diversi professionisti, imprenditori e sei imprese (per gli illeciti amministrativi), con accuse che vanno, a vario titolo, dall'abuso di ufficio alla corruzione. Il primo filone dell'inchiesta, quello che si basa su un presunto cartello d'imprese che avrebbe pilotato gli appalti pubblici edili in diversi Comuni, fiorentini e non solo, il procedimento è in fase di udienza preliminare: gli imputati sono 27.

Fonte: corriere.it

24 gen 2009

Michele Ventura, il traccheggiatore di Sestograd

«Lui traccheggia da 40 anni»
Un compagno: è uno dei frutti migliori del Pci di Sestograd

Il linguaggio che usa è criptico, eppure poco immaginifico. Il candidato ombra Michele Ventura vorrebbe essere oracolare, ma politicamente ricorda più la supercazzola di «Amici Miei». «Continua — ha detto ieri a Repubblica — questo tentativo di ricomposizione interna del partito, di superamento delle cristallizzazioni saltate fuori nel corso di questi mesi con l'obiettivo di ridare spessore alla politica, nell'interesse della città».

COSI' PARLO' L'ONOREVOLE
Così parlò l'onorevole Ventura, post-comunista, post-diessino, ma soprattutto dalemiano. La categoria di «ex», a quanto pare, non gli appartiene, perché l'unica «ricomposizione» possibile che non sia la salma del Pd è, ora, quella di chi è cresciuto all'ombra del Pci e della Quercia. Detentore di cariche pubbliche, dal 1985 al 1990 è vicesindaco di Firenze, dal 1990 al 1999 consigliere regionale, dal 1999 a oggi deputato. Ventura, oltre a sedere in Parlamento, è vittima del nonsenso; è ministro ombra per l'attuazione del programma nel governo ombra di Veltroni. E che cosa ci sia da attuare di un programma che non può essere attuato non è dato sapere (anche se viene il dubbio che forse Ventura potrebbe controllare se il centrodestra, che al governo c'è davvero, fa quello che ha promesso). Ragioniere, dal 1965 al 1968 MV è segretario provinciale fiorentino della Fgci; dal 1970 al 1973 segretario provinciale del Pci di Trapani; dal 1975 al 1983 segretario della federazione del Pci fiorentino. Già membro della direzione nazionale fino 1989, ha fatto poi parte del comitato centrale. Nel 1990 viene eletto consigliere regionale nelle lista del Pci con 17.738 voti; è poi vicepresidente del Consiglio fino al 1992. Nel 1995, quando si ripresenta col Pds, capisce che l'aria è cambiata: le preferenze sono solo 4.349. Ma tanto gli basta per fare l'assessore alle attività economiche e produttive fino alle dimissioni da consigliere, nel 1999, anno in cui si candida al Parlamento. Nel 2000 sarebbe potuto diventare presidente della Regione se Vannino Chiti a conclusione del suo mandato non avesse dato l'appoggio a Claudio Martini.

NATO A SESTO FIORENTINO
Parlando di lui, non si può dimenticare un dato antropologicamente fondamentale: Ventura è nato, nel 1943, a Sesto Fiorentino. Sestograd, appunto. Che ai tempi del Pci era una delle roccaforti della federazione fiorentina. Un Comune dall'identità marcata, descritta dallo storico Ernesto Ragionieri nel libro «Un Comune socialista, Sesto Fiorentino», 1976, Editori riuniti. «Michele — ricorda un ex compagno del Pci — è uno dei frutti migliori del partito di Sesto. Come segretario della federazione era stimato: è stato l'ultimo di grande autorevolezza. Finché si è trattato di essere quel tipo di dirigente politico, ha funzionato, anche utilizzando quel sistema di dire cose criptiche che possono essere usate a piacimento, a prescindere dall'esito finale della discussione».

DAL PARTITO ALL'AMMINISTRAZIONE
Da dirigente di partito, a metà anni Ottanta, Ventura diventa amministratore, vivendo uno dei momenti più difficili della storia politica e amministrativa di Firenze: il blocco, con la telefonata di Occhetto, della variante Fondiaria su Castello. Nel 1985 è uno dei due vice del sindaco Bogianckino (Psi) nella giunta formata da liberali, socialisti, socialdemocratici e comunisti. L'altro è Nicola Cariglia, in rappresentanza delle forze laiche. «Io e Michele — ricorda l'ex direttore della Rai di Firenze — eravamo "avversari interni": io a controllare lui, lui a controllare me. All'epoca Michele, che era stato un esponente di partito, iniziava la sua prima trasformazione: diventava civil servant, riserva delle istituzioni». Cariglia, molto amico di Ventura, lo descrive così: «Resta più simpatico agli avversari che ai compagni di partito. È molto educato e curiale e la cosa che più lo caratterizza è la coscienza della sacralità del suo ruolo. Se fosse capogruppo del Pd in un consiglio di quartiere, manterrebbe un'allure pari a uno che va al consiglio dei ministri». Fategli una domanda, a Ventura, una qualsiasi. Probabilmente vi risponderà che «prima c'è bisogno di un momento di riflessione», o che «occorre una riflessione più ampia», perché è uno che ama prendere tempo. «Michele — ha detto Graziano Cioni — traccheggia da 40 anni». Ventura, insomma, continua ad aspettarsi. (Estragone: «Non posso più andare avanti così». Vladimiro: «Sono cose che si dicono». Estragone: «Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio». Vladimiro: «C'impiccheremo domani. A meno che Godot non venga».)

Fonte: corrierefiorentino.it

23 gen 2009

Il pianista leghista e la ballerina. Giallo a Trieste: «Uccisi insieme»

Per un anno la notizia tenuta segreta. Ora riparte l'inchiesta. La madre: «So chi è stato, lo dirò»

TRIESTE — C'è un pianista trovato morto in un'auto sul Carso triestino. E c'è una sua amica ballerina trovata morta a casa di lui. Sono le uniche due certezze di questa storia. Il resto sono pagine ancora da scrivere. Un giallo. A partire dalle indagini e dalla stessa notizia del ritrovamento dei cadaveri, tenuto nascosti per un anno «grazie al cielo e alla discrezione della polizia giudiziaria» scrive inspiegabilmente il pm Giorgio Milillo nella sua richiesta di archiviazione. «Lui ha ucciso lei e poi si è tolto la vita per il rimorso», conclude. «Va archiviato tutto». Ma il giudice delle indagini preliminari non la pensa così. Dubbi, domande senza risposte, accertamenti ordinati e mai eseguiti, la deposizione di una persona che non si trova più, la madre del pianista che implora di non chiudere il caso.... Insomma: non si archivia un bel niente. Il gip Raffaele Morvay ha deciso che tanto per incominciare si indaga per i prossimi tre mesi, poi si vedrà.

È una storia tragica e complicata quella del pianista Massimiliano Lisini, ex candidato alle Comunali del 2006 per la Lega Nord, e della sua amica Andrea Dittmerova, ballerina professionista nei night club: 47 anni lui, 22 lei, furono ritrovati morti il 17 luglio 2007 ma fino all'estate scorsa nessuno, in città, ne ha saputo nulla. Nemmeno una riga sulla cronaca locale fino a quando Il Piccolo ha rivelato l'esistenza dell'inchiesta in corso. E le stranezze, a quel punto, invece che dissolversi sono aumentate. Il conto in banca del morto, tanto per dirne una: ripulito il 3 settembre 2008, non si sa da chi.

«Com'è possibile non indagare sulle ultime chiamate di una persona che si crede un omicida?» si arrabbia Mafalda Orel, la madre di Massimiliano. È l'abc di ogni inchiesta, in effetti. Difficile non porsi la domanda. Tanto che anche il gip chiede ora di ricostruire il traffico telefonico degli ultimi giorni di vita di Massimiliano e quello di altre persone che il pianista frequentava.
Di certo non si scaverà nella vita politica di Massimiliano, attivista così poco influente del Carroccio da raccogliere solo 12 voti e da non coltivare amicizie fra i colleghi di partito. Qualcuno dice adesso di averlo cercato, sì, quando ancora non si sapeva della cattiva sorte che gli era toccata. Magari un messaggio sul telefonino, forse una chiamata una volta o due ma niente di più. L'ex candidato era scomparso. Punto e basta.

L'unica a cercare aiuto, a tentare di ricostruire amicizie e movimenti, a non darsi per vinta, è stata la madre di Massimiliano. Sul tavolo del suo salotto c'è una distesa di atti giudiziari confusi con gli appunti da consegnare al suo avvocato, Giovanni Di Lullo, e ad album di fotografie: «Ecco, questo è Max al pianoforte. Si era diplomato a Venezia con la lode, era bravissimo, bello, brillante. Parlava sei lingue». Si volta un attimo verso un ragazzo che sorride felice in riva al mare da una gigantografia al muro: «Anche lui, povero... » sospira prima di spiegare che «quello è Alessandro, l'altro figlio», morto suicida pochi mesi prima di Massimiliano. «Max» lo trovarono nell'auto prestata da un'amica e trasformata in una camera a gas. A casa sua c'era la ballerina Andrea che lui aveva conosciuto poche ore prima di morire e che arrivava dalla Repubblica Ceca: stordita da sedativi, era morta per «anossia da metano», perché la casa aveva le finestre sigillate con un nastro e i fornelli del gas erano aperti. «Se Massimiliano l'avesse uccisa e poi avesse voluto morire poteva rimanere a casa a respirare metano...», si tormenta la madre. Che annuncia: «So chi l'ha ucciso. Lo dirò»

Fonte: corriere.it

Derivati, a Milano contestata la truffa a quattro banche

Il nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Milano, insieme ai carabinieri della sezione di polizia giudiziaria presso il Tribunale di Milano, ha notificato giovedì mattina nove avvisi di garanzia, firmati dal pm Alfredo Robledo, con l'invito a presentarsi davanti all'autorità giudiziaria.

Delle nove persone coinvolte sette sono funzionari degli istituti di credito selezionati come "arranger" dal Comune di Milano quando era sindaco Gabriele Albertini. Le banche, a seguito delle condotte illecite nelle diverse operazioni per la maxi-ristrutturazione del debito di Palazzo Marino, dal giugno 2005 all'ottobre 2007, avrebbero guadagnato complessivamente un importo superiore ai 96 milioni di euro con pari decremento patrimoniale del Comune.

L'ipotesi di reato è truffa aggravata nei confronti dell'ente pubblico da parte degli istituti di credito con il concorso dei pubblici funzionari. Le banche coinvolte sono Jp Morgan, Ubs, Deutsche Bank e Depfa. Tommaso Zibardi e Carlo Arosio sono di Deutsche Bank, Matteo Stassano e Gaetano Bassolino (figlio di Antonio, governatore della Campania) sono di Ubs Limited, Antonia Creanza e Fulvio Molvetti fanno parte di Jp Morgan, Marco Santarcangelo è di Depfa Bank. Agli indagati è contestato il fatto di avere certificato il falso in relazione alla convenienza economica per il Comune che avrebbe sborsato alle banche tra i 96 e i 162 milioni di euro in più rispetto al dovuto.

Le indagini hanno messo in luce anche una mancata tutela, garantita all'ente pubblico dalla normativa inglese vigente che regola tale tipo di contratto (stipulato a Londra) della qualificazione di "intermediate customer" ad esso spettante e quindi violando le protezioni di trasparenza come la tutela degli interessi del cliente, la gestione di conflitti di interesse, il rapporto di fiducia con la clientela. Queste protezioni sono assicurate dai principi del Financial Services Authority Handbook a tale tipologia di clienti.

Gli altri due indagati, per concorso in truffa, sono l'ex direttore generale del Comune di Milano, Giorgio Porta, e Mauro Mauri, che era l'esperto della commissione tecnica comunale per valutare le condizioni della ristrutturazione del debito del Comune di Milano, complessivamente 1 miliardo e 700 mila euro.

«Sull'integrità morale, professionale e personale dei miei ex collaboratori non posso che dire il massimo di bene, come Cesare di sua moglie Calpurnia», ha commentato Albertini. «Quelle persone oggi accusate di truffa aggravata per 80-90 milioni di euro ai danni del Comune - ha aggiunto - sono le stesse che grazie all'operazione dei derivati, dal 2005 al 2007, hanno portato nelle casse di Palazzo Marino 198 milioni». Una cifra, quest'ultima, che l'ex sindaco di Milano desume dalla Nota descrittiva dell'operazione di emissione del bond e del connesso swap del giugno 2005 redatta nel novembre 2007 per la Corte dei Conti dall'allora direttore generale Gian Pietro Borghini, durante il mandato dell'attuale sindaco Letizia Moratti.

Pur riconoscendo «piena fiducia alla magistratura», Albertini ha ricordato che le commissioni negoziate con le banche, tramite gara, furono dello 0,01% e che «Mauri trattò lo spread in modo strepitoso. Se ci son state commissioni occulte - ha poi concluso - del tutto ignote all'organo politico, qualcuno ne dovrà rispondere».

Di altro avviso il consigliere comunale del Pd, Davide Corritore: «Davanti a questo scenario ora si apre la strada non solo per poter recuperare gli 80-90 milioni di ingiusti profitti realizzati dalla banche, ma anche per arrivare a contestare contratti tossici che espongono il Comune di Milano a rischi finanziari fino al 2035».

«Ci aspettiamo che il sindaco Moratti agisca in modo forte - ha aggiunto l'esponente del Pd - nei confronti di tutti coloro che si sono resi responsabili». È stato proprio Corritore il primo a sollevare nel 2007 i rischio dei contratti di derivati per Palazzo Marino (quattro in tutto, rinegoziati più volte dal 2005 con Deutche Bank, Depfa Bank, Ubs e Jp Morgan, per un valore complessivo di 1,685 miliardi e perdite stimate intorno ai 300 milioni) e a scegliere la via di un esposto alla Procura contro le presunte truffe delle banche legate alle commissioni occulte.

«Sui derivati - ha conlcuso l'esponente del partito democratico - si è violato più volte la legge. Senza entrare per il momento nel merito delle responsabilità individuali, questa vicenda può travalicare i confini di Milano e avere ricadute positive per tutti quei Comuni italiani esposti con contratti di derivati».

In effetti attualmente in Europa non c'è un paese in cui Comuni, Province e Regioni utilizzano i derivati in modo così massiccio come l'Italia. Nel caso l'ipotesi accusatoria della procura di Milano dovesse trovare riscontri potrebbero esserci conseguenze in tutta la penisola. Intanto va registrato che sembra molto difficile, se non impossibile, che gli indagati aderiscano all'invito a presentarsi in procura nei prossimi giorni per essere interrogati. «Noi non accettiamo giochi al buio - ha detto uno degli avvocati difensori - non avrebbe senso farsi interrogare a indagini preliminari in corso, se ne riparla a inchiesta chiusa».

Fonte: ilsole24ore.com

19 gen 2009

Social card al Sud, il Nord resta a secco. L'80% delle tessere al Centro e al mezzogiorno. La Lega: "E' un pasticcio"

In Sicilia una carta ogni 52 abitanti. In Lombardia solo una ogni 434

MILANO - Alla faccia della Lega e della "perequazione territoriale". E cioè uno dei pilastri del federalismo. Viene da pensarlo, a guardare la distribuzione geografica della Social card. La tesserina solidale voluta da Tremonti - quando non è vuota, visto che un terzo di quelle consegnate finora si sono rivelate una patacca - corre in soccorso al Sud e, decisamente, lascia a secco il Nord. Che raccoglie solo le briciole: una carta su sei. Anche se nelle regioni dell'Italia settentrionale vive più di un terzo delle famiglie disagiate.

Non è lo studio di un aspirante secessionista. E il quadro che emerge dai dati dell'Inps. Basta incrociarli con quelli forniti dall'Istat (che fotografa la popolazione regione per regione, reddito per reddito), e vengono fuori - chiaramente - due Italie. Una dove chi ha bisogno può fare la spesa con l'aiutino di Stato, e l'altra dove chi ha bisogno deve fare da sé. Così, a conti fatti, ha disposto il governo.

La "Padania", Emilia Romagna compresa, ospita il 45,5% della popolazione italiana, ma riceve solo il 16,8% delle carte ricaricate. Nel centro-Sud, dove vive il 54,5% della popolazione, è andato il restante 83,2%. Ora: è vero che la povertà è più concentrata da Roma in giù, ma anche guardando alle famiglie che secondo i dati Istat arrivano a fine mese con grande difficoltà, il quadro è comunque squilibrato. Nel Nord vivono il 37,3% delle famiglie in questa condizione disagiata, mentre la percentuale di carte è di molto inferiore (il 16,8%, appunto).

Ma vediamo nel dettaglio come e perché la tessera della spesa premia il Sud e snobba il Nord. La media nazionale è 1 carta ogni 140,7 abitanti. Tuttavia la media, come insegna Trilussa, non vuol dire niente. E infatti: se in Sicilia è piovuta una carta ogni 52,7 abitanti, in Lombardia ne è stata distribuita una ogni 434, 3 abitanti.

La distanza si allunga ancora di più se si prendono altre regioni. Una tessera ogni 57,6 abitanti in Campania, 1 ogni 67,4 in Calabria; e, di contro, 1 ogni 897,7 in Trentino, 1 ogni 408,7 in Emilia Romagna. La sensazione è che i calcoli fatti da Tremonti sembrano non tenere conto di un elemento non secondario: la differenza, da una regione all'altra, del potere d'acquisto. Che al Nord è di molto inferiore rispetto al Sud. I 400 euro e rotti della pensione minima a Bergamo o Treviso sono molto più "leggeri" che a Foggia o Caltanisetta.

Per questo c'è chi chiede un "netto cambio di rotta". Dice Antonio Misiani, parlamentare del Pd: "Così non va. E' evidente che il valore dei soldi non è uguale in tutto il Paese. Non possono quindi essere utilizzati i medesimi strumenti. Anzi: gli strumenti centralizzati di lotta alla povertà non hanno più senso. Sono uno spot pubblicitario, ma inefficaci nel contrastare un disagio che si presenta con volti diversi a seconda delle zone. Meglio sarebbe stato - aggiunge - dare queste risorse ai Comuni, che meglio conoscono l'entità e le caratteristiche della povertà nelle loro comunità".

Parla di governo di "federalisti all'amatriciana", Misiani. Qualche malumore, in realtà, inizia a circolare anche in casa Lega, e cioè tra coloro che aspettano il federalismo come una manna dal cielo. "Con queste tesserine c'è qualcuno che ha fatto dei pasticci - ragiona un autorevole esponente del Carroccio - va bene che il Nord deve aiutare il Sud, ma così è un po' troppo. Non è stato un bel inizio".

La card di Tremonti ha debuttato il primo dicembre. Non senza qualche sorpresa: quando fu lanciata, il ministro aveva parlato di 1.300.000 beneficiari (costo a regime, 450 milioni). Secondo i dati Inps (al 15-01-09) siamo a 580.268 carte distribuite e 423.868 attivate. In pratica, quelle funzionanti sono un terzo di quanto il governo ipotizzava a novembre. A questo si aggiunge la beffa: il 27% delle tessere distribuite sono senza soldi. Chi ha avvertito i titolari?

Fonte: repubblica.it

Antisemitismo, l'«equivoco» a sinistra. Dalle accuse di Stalin a Trockij all'eterno ritorno del sentimento antisionista

«Genocidio nazista a Gaza», spara il Partito Marxista Leninista intimando «lo scioglimento di Israele e la costituzione di un solo Stato per due popoli». Per carità, guai a prendere sul serio un gruppuscolo infinitamente minoritario che mette Stalin e Mao tra i Maestri: è il ruggito d'una mosca. Ma sarebbe un errore non vedere che nei dintorni di una certa sinistra stanno tornando a galla, sia pure arginati da una specie di pudore, sentimenti «antisionisti» dietro i quali si intravede l'ombra della solita bestia razzista.

Sono segnali, capiamoci: solo segnali. Facili da spacciare come casi isolatissimi all'interno di una reazione corale sobria e saggia. Un paio di bandiere con la stella di David sostituita dalla svastica al corteo di ieri della sinistra extraparlamentare. Un altro paio di bandiere israeliane bruciate nei giorni scorsi. E-mail immonde smistate da internauti «rossi» che incitano a ribellarsi contro «il mostro giudaico-talmudico-sionista che ci domina» e lanciano la parola d'ordine: «Distruggiamo quest'incubo razzista e genocidario infame!». Sventurate dichiarazioni alle agenzie dell'«esule» rifondarolo Marco Ferrando, fondatore del lillipuziano Movimento per il Partito comunista dei lavoratori secondo il quale chi brucia le bandiere israeliane non deve «vergognarsi di nulla» perché brucia «non la bandiera dell'ebraismo, ma la bandiera del sionismo: cioè di uno Stato coloniale nato dal terrore contro il popolo arabo e che si perpetua, da 50 anni, con i metodi del terrore». Frattaglie. Impossibili da spacciare, nemmeno in giornate come queste dominate dalle immagini spaventose di una guerra sconvolgente, per «antisemitismo di sinistra».

Come spiega Amos Luzzatto, a lungo presidente dell'Unione comunità ebraiche italiane e autore del libro «Conta e racconta. Memorie di un ebreo di sinistra», «l'antisemitismo "di sinistra" come atteggiamento innato e necessario di un'idea di sinistra non c'è. Ma certo, dell'antisemitismo esiste anche a sinistra. D'altra parte, se la sinistra appartiene a questa società...». Un paio di anni fa suo figlio, Gadi Luzzatto Voghera, docente di Storia dell'ebraismo a Venezia e certo estraneo alla destra, ha scritto un libro («Antisemitismo a sinistra ») per dimostrare che «sinistra e antisemitismo non sono incompatibili» fin dai tempi in cui il «mito dell'ebreo capitalista, ricco, usuraio» entra «nell'immaginario della sinistra nella seconda metà dell'Ottocento e non ne esce più». Tesi condivisa, ad esempio, da Shalom Lappin, del King's College di Londra, protagonista del «Manifesto di Euston», secondo cui «grandi fette d'una sedicente sinistra fanno causa comune con estremismo, totalitarismo ed antisemitismo». O ancora da chi in Francia, come racconta un'inchiesta di Paolo Rumiz, denuncia il triangolo perverso «fra tre antisemitismi: quello del nazionalismo arabo, quello dell'estrema destra e quello dell'estrema sinistra antimondialista».

Certo, siamo lontani dagli abissi ricostruiti da Riccardo Calimani in «Ebrei e pregiudizio». Dove si racconta, ad esempio, che quando Stalin (che pure favorì la nascita di Israele «prima con aiuti massicci di armi cecoslovacche all'Haganah, l'esercito clandestino ebraico, e poi con il voto all'Onu e il riconoscimento formale del nuovo Stato») scatenò «la sua offensiva con gli oppositori, gli agitatori politici alimentarono l'odio contro Trockij e contro Ztnovev lasciando intendere che non era un caso che entrambi complottassero e fossero ebrei». Alla larga dai paralleli.

C'è però un fastidiosissimo «link» tra gli orrori di ieri e le storture di oggi. Ce lo dice il libro «La confessione» dove Arthur London, un ebreo cecoslovacco, comunista, precipitato nell'incubo dei processi staliniani, ricorda il suo interrogatorio: «Il giudice istruttore mi domanda bruscamente di precisare per ognuno dei nomi che verranno citati nell'interrogatorio se si tratti o meno di un ebreo; ma ogni volta nella sua trascrizione sostituisce la designazione di ebreo con quella di sionista: "Facciamo parte dell'apparato di sicurezza d'una democrazia popolare. La parola giudeo è un'ingiuria. Perciò scriviamo sionista"». Assurdo, si ribella London. Il giudice fa spallucce: «Del resto anche in Urss, l'uso della parola giudeo è proibita». Basta sostituirla e, oplà, ecco l'antisemitismo politicamente corretto. Fatta la tara all'immensa diversità della situazione, è proprio così diverso, oggi, il gioco di un pezzo, minoritario, di sinistra?

Piero Fassino, qualche anno fa, rispose così: «Rappresentare Israele come uno Stato militarista, aggressore o, come qualcuno dice, fascista, è una sciocchezza, come lo è non riconoscere che Israele è una società democratica. Identificare la politica della destra israeliana con Israele tout court è un'operazione che non viene fatta con nessun Paese al mondo». Era, allora, il segretario dei Ds e riconosceva che «ci sono settori della sinistra che hanno parole d'ordine fondate su un pregiudizio ideologico e manicheo verso Israele, che spesso "coprono" il resto» e disse di riconoscersi nella tesi di Adriano Sofri. Il quale, denunciando i ritardi e le ambiguità di «tanta sinistra», aveva tagliato corto: «Non possiamo confidare nell'Europa e tanto meno amarla se non amiamo lo Stato di Israele (in nessun altro caso userei un'espressione come «amare uno Stato») e il suo popolo misto, coraggioso e spaventato. Il suo popolo, non soltanto le minoranze ammirevoli, i pacifisti che fraternizzano con gli arabi di Israele e di Palestina, i riservisti renitenti, le donne che difendono la vita e un'altra idea di coraggio, gli intellettuali che onorano la verità e non la sottomettono a una nazione».

C'è chi dirà: ma li avete visti, oggi, i bambini di Gaza? Immagini che fermano il respiro. Ma proprio per questo, a chi come l'ex deputato rifondarolo Francesco Caruso disse (in momenti diversi) che era «meglio essere uno di Hamas all'italiana, che un Mastella alla palestinese», vale la pena di ricordare quanto spiegò anni fa Giorgio Napolitano. Riconoscendo che «prima che nel Pci, a partire dagli anni 80, si affermasse una posizione politica coerente, se c'era antisemitismo si presentava nelle vesti di antisionismo». Ricordò, il futuro capo dello Stato, che «si protrasse a lungo l'equivoco di una contrapposizione al sionismo: come se questo costituisse un'ideologia reazionaria che nulla aveva a che vedere con la storia del popolo ebraico, e come se fosse l'incarnazione di un disegno di oppressione nei confronti dei palestinesi, un disegno di potenza dello Stato d'Israele». Ecco, possibile che quell'«equivoco» possa protrarsi ancora?

Fonte: corriere.it

18 gen 2009

Dal flipper alla strage di Castel Volturno. Storia di Giuseppe Setola

Un boss crudele e sanguinario che ha preso in mano il clan dei casalesi dopo la cattura di personaggi come Schiavone e Bidognetti

ROMA - Giuseppe Setola, il superlatitante dei Casalesi, catturato oggi a Mignano Montelungo, nel casertano, è nato 38 anni fa a Santa Maria Capua Vetere, il 5 novembre. Le cronache raccontano che da bambino e poi da ragazzino frequentava l'Azione cattolica e che trascorreva il suo tempo a giocare a flipper. La sua carriera criminale inizia con piccole estorsioni e con qualche intimidazione, ma è nel 1992 che compie, forse, il suo primo omicidio: Arcangelo Chiarovalanza che fu ucciso a San Cipriano D'Aversa. A 21 anni inizia a gestire il racket anche se i capi dei casalesi, Francesco Schiavone (detto Sandokan) e Francesco Bidognetti ('Cicciotto 'e mezzanotte') non si fidano completamente di lui.

Iniziano così a chiamarlo 'a puttana', anche per il suo carattere ribelle che non vuole regole da seguire. Inizia a controllare il territorio di Orta di Atella, Carinaro, Santa Maria Capua Vetere e Castel Volturno.

Tra i suoi sogni, si dice ci sia la fondazione della Ncs (Nuova camorra speciale), una organizzazione che provveda anche all'assistenza dei carcerati. Costituisce il suo gruppo di fuoco formato, tra gli altri, da Pasquale Vargas, Emilio Di Caterino, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Alessandro Cirillo e Aniello Bidognetti. Personaggi di grosso calibro criminale, in gran parte arrestati negli ultimi mesi e alcuni dei quali sono divenuti collaboratori di giustizia. Proprio pentiti che lo stesso Setola, in tempi non sospetti, avrebbe definito 'cornuti' o 'bastardi'.

Il 13 aprile 2008 evade dalla clinica oculistica di Pavia presso la quale era stato ricoverato per un presunto problema agli occhi. Riconosciuto come il braccio destro di Francesco Bidognetti, dopo aver scontato sei anni di carcere, gli vengono concessi gli arresti domiciliari da scontare in via Marcello nella città lombarda. La causa: una patologia agli occhi che lo renderebbe semicieco. Secondo quanto raccontato da alcuni pentiti, però, Setola scappa e torna nel casertano e trova rifugio tra il litorale domizio e l'agro aversano. Si fa fotografare da alcuni suoi fedelissimi con gli occhiali neri e una benda sull'occhio sinistro, ma sono in pochi quelli che credono alla sua infermità al punto che la Dda di Napoli apre un'inchiesta sulla sua liberazione.

Setola viene definito 'finto cieco', 'cane sciolto', ma anche 'criminale psicopatico' e 'cocainomane'. Una mente criminale fredda e capace di organizzare 'spedizioni di morte' a tavolino.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Setola riesce a riorganizzare la fazione del clan dei casalesi ritenuta capeggiata da Francesco Bidognetti che, nel frattempo, è stato arrestato e sta scontando l'ergastolo. Organizza agguati, vendette trasversali nei confronti di familiari di pentiti, di testimoni di giustizia, di persone che avevano fatto arrestare estorsori e aguzzini. Con queste azioni di vero e proprio terrore ai danni di commercianti e imprenditori, Setola riesce a riaffermare la propria presenza sul territorio e a mettere in atto la cosiddetta strategia stragista che trova il suo acme nella strage del 18 settembre a Castel Volturno. Massacro nel quale perdono la vita sei cittadini extracomunitari.

Secondo quanto confessato da alcuni collaboratori di giustizia Setola fa parte di parecchi commando di morte oppure è il regista di omicidi efferati. Tra questi quello di Umberto Bidognetti, padre del collaboratore di giustizia Domenico avvenuto in una masseria di Castel Volturno il 2 maggio dello scorso anno. E ancora il delitto di Domenico Noviello, che aveva denunciato i suoi estorsori (avvenuto il 16 maggio) oppure di Michele Orsi, imprenditore del settore rifiuti freddato il primo giugno. Tra le vittime degli ultimi mesi si contano anche Raffaele Granata, padre del sindaco di Calvizzano e proprietario di uno stabilimento balneare, Antonio Celiento, gestore di una sala giochi di Baia Verde trucidato il 18 settembre pochi minuti prima della strage di Castel Volturno. E Stanislao Cantelli, zio del pentito Luigi Diana ucciso in pieno centro a Casal di Principe, la mattina di domenica 5 ottobre.

Destinatario di numerose ordinanze di custodia cautelare, Setola, è considerato uno dei 30 latitanti più pericolosi d'Italia ed era ricercato per associazione a delinquere di tipo mafioso, omicidio e altri gravi reati.

Tra gli omicidi si ricorda in particolare quello di Genovese Pagliuca per il quale è stato condannato all'ergastolo in secondo grado dalla Corte di Appello di Napoli. Tra i numerosi provvedimenti di custodia cautelare emessi a suo carico c'è quello per l'omicidio di Giuseppe Della Corte, l'ordinanza di ripristino della custodia cautelare successivamente alla latitanza determinata dalla sua sottrazione alla detenzione ai domiciliari e l'ordinanza di custodia cautelare emessa il 7 aprile 2008 in seguito alla denuncia per estorsione presentata dall'attuale collaboratore di giustizia Gaetano Vassallo.

Dopo la rocambolesca fuga, grazie a una botola che spuntava nelle fogne a Trentola Ducenta lo scorso lunedì 12, la sua caccia si era fatta ancora più serrata. In quell'occasione fu arrestata anche sua moglie, Patrizia Martinelli, 30 anni. Terra bruciata, dunque, attorno a quello che viene ritenuto uno dei più freddi e spietati killer di camorra. I suoi fedelissimi erano stati catturati tutti nei mesi scorsi. Tra questi Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia, Oreste Spagnuolo. E ancora: Salvatore Santoro, Massimiliano Napolano, Mario Di Porto, Luigi Tartarone e Metello Di Bona. Arresti eccellenti compiuti dalle forze dell'ordine dopo una serie di indagini e di serrate investigazioni. Proprio questa mattina, poi, un'operazione congiunta di Dia, Guardia di Finanza e Polizia aveva posto sotto sequestro beni riconducibili a lui, alla sua famiglia e ad alcuni suoi prestanome per un totale di oltre 10 milioni di euro.

Fonte: repubblica.it

17 gen 2009

Concorso pilotato, prof condannati. Università, la corte d'appello dà un anno a due docenti

Il concorso universitario per un posto di professore associato di storia della filosofia antica che si svolse il 30 agosto 2001 a Siena fu predeterminato e pilotato, e in tal modo lese la legittima aspettativa dei candidati «senza protettori» di essere esaminati da commissari imparziali. E´ con ogni probabilità questo il ragionamento dei giudici della corte di appello di Firenze che ieri hanno condannato a un anno di reclusione per abuso d´ufficio due illustri professori ordinari, Walter Leszl dell´università di Firenze e Fernanda Caizzi Decleva dell´università statale di Milano, di cui suo marito è rettore. I giudici d´appello hanno anche condannato i due docenti a rifondere i danni morali alla professoressa Antonina Alberti, che dopo essere stata bocciata aveva appreso che i nomi dei vincitori erano stati decisi prima del concorso, ed era parte civile con l´avvocato Nino Filastò.

La corte d´appello ha ribaltato il giudizio del tribunale di Siena, che il 20 novembre 2007 aveva ritenuto di non poter sindacare sulle valutazioni espresse dalla commissione di concorso e perciò aveva assolto i due docenti e la presidente della commissione di concorso, la professoressa Margherita Isnardi dell´università La Sapienza di Roma, deceduta alcuni mesi fa.

Al centro del processo c´è la memorabile lettera che il professor Leszl inviò il 3 agosto 2002 alla collega Gisela Striker di Harvard (e che questa girò ad Antonina Alberti): una lettera nella quale Leszl tracciava un cupo affresco del degrado dell´università italiana - descrivendo riunioni fra professori per spartire i posti fra i rispettivi protetti, anche al prezzo di far salire in cattedra docenti accusati di plagio e addirittura arrestati per corruzione - e sollecitava una forte pressione internazionale per fermare la decadenza della disciplina, difendendo tuttavia, in tanta devastazione, soltanto l´accordo per non far avanzare in carriera la professoressa Alberti.

Tutte le profezie del professor Leszl circa gli esiti dei futuri concorsi si sono dimostrate esatte. «Le sue previsioni - ha scritto il pm di Siena Mario Formisano nel suo appello contro la assoluzione - erano frutto di una ferrea logica e di una pianificazione dettagliata». Una logica che sembra presiedere buona parte dei concorsi nell´università italiana, con gli esiti che sono sotto gli occhi di tutti. Secondo Formisano, questi accordi spartitori non solo costituiscono una evidente violazione di legge, ma determinano in sé un danno ingiusto per i concorrenti senza protettori. Ieri in appello anche il pg Eva Celotti ha sollecitato la condanna a sei mesi dei due commissari. La corte è andata oltre, raddoppiando la pena.

La legge sui concorsi universitari non prevede la predeterminazione delle commissioni. Prescrive il voto segreto. Lo scopo è quello di garantire quanto più possibile l´imparzialità dei commissari. Gli accordi spartitori, invece, prevedono la composizione di una determinata commissione in vista della vittoria di determinati candidati protetti, e dunque «più uguali degli altri». «Esiste una stretta interrelazione fra i selettori e i selezionati», scrive il pm Formisano nell´appello. «Il processo penale - precisa - non può ripercorrere una procedura selettiva, non è nei suoi compiti». Le qualità e le competenze dei candidati non possono essere valutate dai giudici. Però «non è possibile negare che avere una commissione precostituita e programmata per raggiungere un determinato risultato, dove ciascun esaminatore svolge la sua funzione avendo già formulato un proprio giudizio, rappresenti una grave menomazione per i candidati non rappresentati, estranei a logiche di appartenenza». In conclusione, «la selezione illegale dei verificatori già rappresenta un danno, ledendo le aspettative, giuridicamente tutelate, di ciascun candidato ad essere esaminato da un docente imparziale».

Fonte: firenze.repubblica.it

Il boss Setola e i suoi sicari intercettati: canzoni e risate prima delle stragi.

Venti lunghissimi minuti ascoltati in diretta dai carabinieri sulle tracce del gruppo di fuoco

Le voci shock dei killer di Gomorra: "Uccidiamoli e beviamoci un caffè"

Ascolta l'audio integrale delle intercettazioni

SANTA MARIA CAPUA VETERE (Caserta) - "Li dobbiamo uccidere, hai capito? Na botta 'nfaccia". Spietati ordini in dialetto, ma anche risate, voci che intonano canzoni neomelodiche. E poi gli spari dei mitra, colonna sonora dell'ultima strage portata a termine. Sono il contenuto di un'intercettazione ambientale che inchioda il boss camorrista Giuseppe Setola, arrestato tre giorni fa.

"Li dobbiamo levare di mezzo, hai capito? Na botta 'nfaccia, vai". Voci gutturali. Parole tronche. Il ghigno della distrazione e l'eccitazione dei giustizieri di mafia. Adrenalina e analfabetismo, bestemmie e insulti. In testa hanno soprattutto le femmine (le proprie) e il sangue (dei nemici). Un manifesto di bestialità casalese. Ecco quale lingua parlano Giuseppe Setola e il suo commando di fuoco, mentre stanno per uccidere. Eccoli cantare, un attimo prima di seminare sangue e terrore. E ridere. Gli assassini intonano gorgheggi da neomelodici. La goliardia galleggia nell'auto sotto intercettazione, mentre i criminali impugnano sotto i giubbotti pistole e kalashnikov e coprono in auto i pochi metri dalle loro case verso i nemici, diretti come schegge sui bersagli e le loro famiglie da massacrare.

Abbandonati ai sedili, i killer guidati dal capostragista di Casal di Principe biascicano lamenti da innamorati, musica stampata su cd quasi clandestini. "Tu sì zucchero per me, doce doce doce". E poi, arrivati a destinazione, sparano. Una pioggia di fuoco. Potente. Incessante. Centosette colpi di semiautomatiche e di un kalashnikov. Ma sono raffiche che lo Stato ascolta quasi in diretta. È impossibile fermare quel branco per tempo. Resta però la prova schiacciante. Oltre venti interminabili minuti di intercettazione. Un documento choc. Un supporto di straordinario valore probatorio. Che resterà nelle pagine dell'antimafia di Napoli. E da stamane diventa indizio schiacciante. Integrato all'ordinanza di custodia, per duplice tentato omicidio, che sarà contestata proprio oggi, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, a Giuseppe Setola e ai suoi sicari, dai pubblici ministeri Alessandro Milita e Cesare Sirignano, con il procuratore antimafia Franco Roberti.

Il sonoro della violenza cieca è targato "FO 25", numero in codice della captazione eseguita dai carabinieri del casertano, coordinati dal colonnello Carmelo Burgio. In quel file c'è il racconto audio del fuoco esploso dai sicari a 360 gradi contro finestre, abitazioni e gente inerme. La missione è sterminare i nemici. Regia criminale ed esecuzione di Giuseppe Setola, il terrorista del gotha mafioso di Casal di Principe, il trentottenne e pericoloso capobranco, lucida follia criminale al servizio "politico" dei padrini più imprendibili di lui. Solo che questo "film" si ascolta in diretta dalle viscere di un impero mafioso. È Gomorra, ben oltre il lungometraggio del mancato Oscar. Questo è un film senza immagini, senza sceneggiatura, né aggiustamenti dettati dal cast. Ma si imprime: pura verità nel suo divenire criminale. La registrazione è in mano alla Procura di Napoli che ha firmato la cattura del boss.

L'intercettazione racconta in diretta due tentati omicidi. I centosette colpi, canzoni intonate dai killer e il tempo persino per concedersi un caffè. Il tutto condito da recriminazioni e volgarità contro i due bersagli che sono sfuggiti al loro grilletto. È l'ultimo raid firmato da Setola, quasi un mese prima della sua resa a un'imponente caccia all'uomo. Si tratta del duplice agguato di Trentola Ducenta, nel casertano.
È il 12 dicembre scorso, sono le 22. Le due spedizioni punitive vengono messe a segno a distanza di pochi secondi, sempre nel cuore del paese di Trentola, lo stesso sgarrupato paese dove - venti giorni più tardi - si scoprirà il covo di Setola, quella topaia di via Cottolengo in cui Setola si rifugia con la moglie, che si è trascinata lì con la sua shopping Louis Vuitton, gioielli, profumi e 17mila euro in contanti, un basso dal quale il boss riesce a fuggire calandosi nelle fogne e strisciando nella melma.

La sera del 12, dunque. Setola si sente ancora spavaldo e imprendibile. Escono armati di almeno quattro armi. A terra, tanti bossoli: tracce di un fucile mitragliatore calibro 7.62, tipo AK 47, di una pistola calibro 9 per 21 ed un'altra semiautomatica calibro 9 corto.

La follia criminale si concentra contro due nemici, Salvatore Orabona e Pietro Falcone. Il primo, vanno a colpirlo in via Caravaggio. Il secondo, a pochi minuti di auto, in via Vittorio Afieri. Entrambi sono "colpevoli", agli occhi del capobranco, di non aver versato parte delle tangenti raccolte sul territorio nella cassa di Setola. Non lo riconoscono come il plenipotenziario del padrino Bidognetti, oggi in carcere. In azione, c'è un commando di cinque o sei uomini. Due auto portano i killer, una delle quali è la Lancia Y sotto intercettazione.

Il viaggio raccontato da "loro", dai sicari, è un sonoro raggelante. "Ma noi quando arriviamo là sopra, chi vogliamo trovare?". L'altro risponde: "Ci vuole una botta in faccia. Dobbiamo uccidere a tutti e due". Passano pochi minuti, cantano. Poi arrivano in via Caravaggio. Si fanno avanti Granato e Barbato, due dei killer. Ma il trucco di attrarre fuori del portone Orabona con un vassoio di dolci e una bottiglia di spumante non funziona. Allora quelli sparano come pazzi. Le vittime si richiudono in casa, chiamano il 113. E i killer si scatenano. "Cornuto vieni fuori", gridano. "Dai esci cornuto, che uomo sei". E ancora: "Mannaggia ora ho finito il caricatore e adesso ho soltanto la 38". Insulti alla moglie, bestemmie. "Lo dobbiamo appicciare anche di notte", gli appicchiamo il fuoco.

Risulterà poi, la perfetta coincidenza logica e temporale tra questa registrazione e l'intercettazione simmetrica, stavolta telefonica, del raid così come l'ha vissuta la mancata vittima, Orabona. Che parla al cellulare con l'amico Peppe e si sfoga: "Hai capito? Quel cornuto è venuto a citofonare con una guantiera di paste e la bottiglia di champagne. Ma io l'ho visto, e dietro a lui c'era Peppe Setola, c'era Cascione. Hanno sparato come i pazzi, io mi sono salvato perché tenevo il pigiama e mi stavo cambiando, ma se io già mi ero messo la camicia e mi affacciavo, ero morto". A sparare, attestano anche i pm, c'è infatti Setola con il mitragliatore, Peppe 'a puttana. E poi: Giuseppe Barbato detto Peppe 'o Cascione; Raffaele Granata; Angelo Rucco, Angioletto o Chiattone. E i pm sospettano anche di Paolo Gargiulo, ovvero Calimero: un nome segnato in rosso perché era il fedelissimo che parlò, senza sapere di essere captato, dei cinquanta chili di tritolo in possesso del gruppo Setola. Era Gomorra quando sfidava lo Stato, con cento colpi in diretta.

Video: l'arresto di Giuseppe Setola
Fonte: repubblica.it

Montespertoli: storia di consulenze, concessioni edilizie facili e case di lusso

Il paese è piccolo e la gente mormora. Ma Montespertoli non è più tanto piccolo (in 20 anni abitanti raddoppiati) e non si mormora più. È come se i pm avessero sollevato il coperchio di un vaso di cui tutti sospettavano il contenuto limitandosi però a sussurri in piazza.

Alla casa del popolo: «Ci mandano tutti a casa e farebbero bene. In paese è da anni che si sa tutto di questa vicenda»

LE REAZIONI DELLA GENTE - Oggi, dopo il blitz dei carabinieri e le accuse della procura — associazione a delinquere, concussione, corruzione, falso materiale e ideologico commesso dal pubblico ufficiale in atti pubblici — nei confronti di 6 persone coinvolte a vario titolo nella inchiesta, la gente comincia a parlare, qualcuno pure ad urlare. «Il paese è diventato un dormitorio — dice Carlo Pucci, della lista civica "Progetto per Montespertoli" — sono cresciuti gli abitanti, non i servizi. Mancano strade, le scuole andrebbero ristrutturate, non ci sono mense, punti di ritrovo. Montespertoli oggi è un dormitorio. Qui si è solo costruito male. Noi ci siamo insospettiti quando abbiamo visto che i permessi, specie tra il 2006 e il 2007, venivano rilasciati dagli uffici senza più passare dal consiglio comunale». Secondo gli inquirenti, nel Comune guidato dal sindaco del Pd Antonella Chiavacci (che ha la delega all'urbanistica, ma non è iscritta sul registro degli indagati) 3 dipendenti pubblici e 3 liberi professionisti avrebbero concesso permessi per costruire, condoni, aumenti di volumetrie in cambio di favori o peggio bustarelle.

SEI INDAGATI - Le 6 persone indagate sono: il responsabile e un funzionario dell'assetto territorio del Comune Marco Calonaci e Marco Simoncini; un dipendente del catasto di Firenze Luciano Bogani; l'architetto Marco Bellucci di Montespertoli; il geometra Massimo Maccari di Certaldo e l'ingegner Giuliano Giubbolini, dirigente a contratto dell'assetto territorio del Comune di Castelfiorentino, libero professionista ed ex responsabile dell'ufficio guidato oggi da Calonaci (che ai tempi era il suo vice) Una brutta storia se verrà provata. Anche se in paese in molti dicono di aver trovato una risposta al tenore di vita troppo elevato di qualcuno tra i funzionari ora indagati. Lo stesso sospetto degli inquirenti. Si dice infatti che anche i carabinieri della compagnia di Scandicci durante le perquisizioni siano rimasti a bocca aperta quando hanno visto aprirsi i cancelli di qualche villa a Poggibonsi o a Vicchio, quando hanno visto addirittura dei cavalli. Un esponente di Rifondazione a bordo di un Bmw rosso fiammante rievoca con un largo sorriso «il tintinnio di manette». Nel centro di piazza del Popolo un attivista uscito dalla Casa del Popolo dove il simbolo dell'Arci si mischia al tricolore del Pd è accalorato: «Ci mandano tutti a casa, e farebbero bene perché le responsabilità sono politiche. In paese è da anni che si conosce questa storia ».

IL SINDACO NON AVEVA SOSPETTI - Ma il sindaco Chiavacci non aveva mai sospettato di nulla. O quasi: «Non ho idea di dove vivano queste persone (mercoledì ha sospeso dall'incarico Calonaci e Simoncini, ndr), se una casa l'abbiano ereditata o se da un giorno all'altro si siano messi a pasteggiare a caviale e champagne. Credo che questa sia la parte più tranquilla da dimostrare. Qualcuno anche in consiglio comunale mi aveva fatto intuire qualche cosa, ma io ho sempre risposto che dovevano portarmi le prove, volevo essere certa che dietro non ci fosse una rivalsa. In questo senso ci sono stati interventi pubblici e privati, ma un'amministrazione di campagna non ha privato». Ora il sindaco ha paura. Ha paura di entrare a pieno titolo nell'inchiesta: «Ho questo timore e considero che potrebbe essere possibile. Incrocio le dita, ma se fossi indagata, che non vuol dire essere condannata, sarebbe giusto farsi da parte». Questa però è politica. Un altro capitolo intricato del caso Montespertoli che è bene affrontare più avanti.

IL CUORE DELL'INCHIESTA - Piuttosto c'è da capire quale sia il cuore di questa inchiesta. I titolari dell'indagine, i pm Giuseppina Mione e Leopoldo De Gregorio sembra che abbiamo puntato la loro attenzione su una variante.Quella definita «ricognitiva» e approvata dal consiglio comunale nel febbraio del 2007. Un atto di non poco conto che ha fatto la sua entrata in scena in questa complicata vicenda nel bel mezzo della sospensione del vecchio piano regolatore (adottato nel '95, ma approvato definitivamente nel 2002) imposta dalla Regione con il Pit (piano di indirizzo territoriale) che costringeva i comuni che non avevano ancora adottato un piano strutturale a sospendere qualunque attività edilizia senza un permesso alle spalle. E prima che iniziasse la discussione del piano strutturale. Prima ancora che nella sua elaborazione fossero coinvolti i cittadini in quello che è stato il tormento di Montespertoli: il processo di partecipazione di cui è coordinatore il professor Massimo Morisi, garante della comunicazione (incarico costato più di 36 mila euro). E a cui oltre a riunioni, sondaggi telefonici tra gli abitanti del paese, hanno collaborato per la «redazione delle Mappe di comunità» una sfilza di tecnici e studi di professionisti (la società di ingegneria Interstudio di Firenze pagata 159 mila euro, lo studio Geo Eco di Firenze 78 mila euro, l'ingegner Ilaria D'Urso 6.120 euro, gli architetti Tamara Migliorini e Laura Nanni 92 mila euro, l'architetto Silvia Viviani 36.720 euro, la società Sociolab che ha affiancato Morisi per sondaggi e forum, 36 mila euro e altre società varie per 20 mila euro, più un contributo della Regione di 60 mila euro).

PERCHÉ LA VARIANTE - Ma perché si è fatta quella variante poco prima del piano strutturale? Risponde il sindaco: «Abbiamo ridotto le volumetrie per circa 90 mila metri cubi, 300 unità abitative». Pucci, quello della lista civica dà un'altra versione: «Quei metri cubi poi sono stati ridistribuiti in altre zone. Non capisco perché non si sia aspettato il piano strutturale avviato a dicembre». Pucci e altri paesani indicano un lotto in particolare che sarebbe partito dopo quella variante. «Un intervento sbagliato in via Montelupo su un terreno agricolo dove ci sono vigne e olivi che poi è diventato di "completamento urbano". Anche lì verranno fatte delle altre case. Vede, quello che ci ha sorpreso è l'accusa di bustarelle, noi al massimo si poteva sospettare di un favore ad un amico. Sia chiaro però, è tutto da dimostrare».

LA VERSIONE OPPOSTA - Nel centro della piazza del Popolo ci avvicina un geometra e racconta una storia opposta: «Avrei potuto denunciarli, ad un mio cliente rifiutarono il permesso di costruire un servizio igienico. Poi andai all'Asl e lì mi dissero che potevo. Così l'abbiamo fatto». Le storie sono tante e incontrollate. La voce del popolo si trascina e sembra più che credibile. Nessuno però ha mai formalizzato le accuse in una denuncia. E questo fa pensare. Anche a Montespertoli intanto sono state sospese le primarie. Il sindaco è candidato «ma se perdo torno al mio lavoro al centro per l'impiego di Castelfiorentino. Anche se vengo buttata fuori per altri motivi, nonostante mi abbiano già offerto altri posti, in Provincia...», il vicesindaco Alessandro Nencioni pure, come il capogruppo del Pd Giulio Mangani e l'assessore alla scuola del Prc Matteo Fiorentini. Sembra che la sospensione sia capitata a puntino. In paese dicono che già nella conferenza stampa di presentazione, i quattro abbiano cominciato a graffiarsi. La replica di un film ancora in onda. A Firenze.

Fonte: corrierefiorentino.it

15 gen 2009

Montespertoli, si indaga su ville e cavalli. I dipendenti pubblici indagati avevano un tenore di vita sproporzionato rispetto alle entrate economiche

Sospese le primarie del Pd

Le primarie del Pd in corso a Montespertoli sono state sospese per tre giorni a causa dell’inchiesta giudiziaria per corruzione aperta dalla procura di Firenze per presunti illeciti nell’edilizia. Inoltre, il sindaco di Montespertoli Antonella Chiavacci, alla luce delle indagini in corso sull’attività dell’ufficio tecnico, ha deciso di sospendere in via cautelativa dall’esercizio delle sue funzioni entrambi i dipendenti indagati, che sono il dirigente dell’ufficio urbanistica e un impiegato part-time dell’ufficio lavori pubblici.

LE PRIMARIE - Riguardo alle primarie, i vertici del Pd del circondario Empolese Valdelsa, Giancarlo Faenzi, segretario territoriale, e Sara Nunziati, segretario comunale di Montespertoli, hanno deciso in accordo con il Pd toscano la sospensione della campagna elettorale per le primarie per la scelta del candidato a sindaco di Montespertoli. La decisione «è frutto del delicato momento che sta attraversando l’amministrazione comunale di Montespertoli dopo le perquisizioni in municipio e nelle abitazioni di due dipendenti comunali in merito all’inchiesta su presunti illeciti relativi a concessioni edilizie rilasciate per la costruzione e la ristrutturazione di abitazioni».

AVEVANO UN TENORE DI VITA SPROPORZIONATO - Ci sono anche il possesso di ville e cavalli, nonchè, più in generale, la condotta di un tenore di vita sproporzionato rispetto alle entrate economiche di dipendenti pubblici, tra le circostanze che formano il quadro indiziario su cui verte l’inchiesta per corruzione aperta a Montespertoli Dopo le perquisizioni effettuate dai carabinieri nell’ufficio tecnico di quel Comune, e negli studi professionali e nelle abitazioni di alcuni dei sei indagati, secondo gli inquirenti la realtà di Montespertoli è rappresentativa di un contesto «deteriorato» e al vaglio delle indagini, ancora in fase iniziale, ci sarebbe proprio una certa agiatezza economica raggiunta da alcuni degli indagati, ma non del tutto giustificabile rispetto alle professioni svolte.

SEI PERSONE INDAGATE - Nell’inchiesta, sei persone sono state iscritte nel registro degli indagati per i reati di associazione a delinquere, falso, corruzione e concussione: sono il dirigente dell’ufficio tecnico comunale, un dipendente dello stesso ufficio, tre liberi professionisti (un ingegnere, un geometra e un architetto) e un impiegato del catasto.

LE INDAGINI - Altre circostanze sotto indagine riguardano le difficoltà lamentate da alcuni cittadini nell’ottenimento di concessioni edilizie da parte del Comune diversamente da pochi altri che, seguendo l’ipotesi di corruzione, avrebbero ottenuto una specie di via preferenziale pagando denaro per velocizzare l’approvazione di pratiche edilizie. Le indagini stanno anche prendendo in esame il piano strutturale del Comune di Montespertoli, che è bloccato dal 2007 ma che di fatto sarebbe stato anticipato da alcune varianti urbanistiche al vecchio piano: un metodo che potrebbe aver agevolato, sembra, alcuni soggetti in particolare in assenza dell’approvazione del nuovo piano. Inoltre, tra le prime risultanze delle perquisizioni che hanno destato interesse da parte dei pm c’e anche - si tratta di un caso - la totale assenza delle ricevute di bollette pagate per utenze come luce gas o telefono, che di solito vengono conservate per anni. È come se in tutta fretta - si ipotizza in ambito investigativo - uno degli indagati avesse fatto sparire l’intero archivio personale. Infine, i carabinieri hanno consegnato ai pm anche i commenti di cittadini comparsi su alcuni blog in Internet in merito all’inchiesta.

Fonte: corriere.it

14 gen 2009

Una laurea ad honorem per il mecenate con i soldi altrui

Dall'ex presidente del porto, Zacchello, 800 mila euro di fondi pubblici. E l'Università lo fa dottore

Un malloppo val bene una laurea. Così, colma di riconoscenza per un finanziamento di 800mila euro, l'università Ca' Foscari mette oggi all'ordine del giorno la laurea honoris causa del donatore, l'ex presidente dell'Autorità portuale di Venezia. Il quale aveva fatto il regalo coi soldi dell'ente che guidava. Una decisione che apre luminose prospettive a tutti i furbetti della pubblica amministrazione: come resistere alla tentazione di diventare «dottore ad honorem» regalando agli atenei un po' di pubblico denaro?

Il protagonista della storia è Giancarlo Zacchello, 75 anni, un trevigiano che, nonostante grondi di incarichi italiani come un banano gronda di banane, risulta essere residente alla periferia di Villach, la prima cittadina austriaca dopo il confine italiano di Coccau. La stessa località in cui, stando al curriculum dato ai docenti di Ca' Foscari, ha sede la «Seaarland », una «società che fornisce servizi di gestione navale (commerciale, tecnica, armatoriale) per conto terzi» dalla quale sarebbe germogliata la «Seaarland Management Services» di Ginevra. Un imprenditore dai mille legami internazionali, dai mille interessi, dai mille agganci societari che spaziano dagli affari immobiliari al turismo, dalla tecnologia ai servizi, dalla ricerca medica all'energia e alle banche. Azionista diretto di una decina di società e indirettamente di almeno il doppio di imprese e finanziarie. Benedetto oggi da dieci incarichi da presidente e quattro da consigliere. In grado di comprare nell'ultimo anno e mezzo un'azienda agricola di 146 ettari («Le Pezzate», a Pordenone) per 6 milioni 387.500 euro e l'albergo Capitol di San Giuliano a Mestre per dieci milioni e mezzo. Il tutto da solo o in parte, attraverso società spesso olandesi come la «Sc Ventures Bv» o la «San Marco Finanziaria», della quale è presidente e il cui capitale risulta custodito per il 97% dalla «Chirona International Bv» e per il 3% dal novantanovenne Antonio Zacchello.

Insomma, un uomo ricco di spirito d'iniziativa. Con forti interessi, da solo o in società, spesso insieme con moglie e parenti vari, di hotel come il «Crowne Plaza Stabiae Sorrento Coast», compagnie di navigazione come «Motia», stabilimenti balneari con ristorante come a Castellammare, società immobiliari come la «Ca' Pianiga» di Mestre, imprese agricole a Musile di Piave con allevamento ittico, fabbriche per la produzione di impianti a cogenerazione di energia quali la «Genera srl» di Arzignano. Una miriade di iniziative che, a volte, gli ha tirato addosso anche roventi polemiche. Come quando, da presidente dell'Autorità Portuale di Venezia (poltrona affidatagli dall'allora ministro dei trasporti Pietro Lunardi su indicazione del governatore veneto Giancarlo Galan), fu al centro di un'affilata inchiesta de «l'Espresso» dedicata ai conflitti d'interesse tra le sue attività e il ruolo pubblico. In particolare, scrisse Gigi Riva, «disse di essersi liberato della “Multi Service”, azienda fondata da lui stesso e dai suoi familiari che poi, con Zacchello regnante sul porto, ha goduto dell'assegnazione di diverse aree su cui compiere affari d'oro. Fino all'iperbole di un'area comprata per 4 milioni e rivenduta dopo due anni per 15.

Tutto bene se non fosse che un'accurata inchiesta condotta da Alessandra Carini per il quotidiano «La nuova Venezia», ha dimostrato come i legami tra Zacchello e la Multi Service non siano del tutto recisi se una società del presidente ha mantenuto un pegno che scade nel maggio 2008 a garanzia del pagamento di 1,4 milioni di euro». Ma veniamo alla laurea ad honorem. Punto di partenza, la convenzione firmata da Zacchello nella veste di presidente dell'Autorità Portuale e dal rettore dell'Università Ca' Foscari, Pier Francesco Ghetti. Dove si dice che, partendo da un accordo del 2001, l'Autority pubblica, «interessata allo sviluppo di competenze scientifiche nell'ambito della ricerca e dell'insegnamento del diritto amministrativo applicato al campo marittimo (…) è disposta ad integrare il finanziamento» dando dei soldi all'ateneo per assumere un «professore associato di diritto Amministrativo» e promuovere «un dottorato di ricerca nelle materie suddette». Quanto? «Euro 100.000,00 per ciascuno degli anni dal 2008 al 2015 a valere sugli impegni dei rispettivi anni e con liquidazione entro il 31 dicembre dell'anno di riferimento». Otto anni, ottocentomila euro. Per carità: tutto legittimo. Ma è la data in calce al documento a essere curiosa: 28 marzo 2008. Dieci giorni prima che a Zacchello scada il mandato. Di più: il ministro dei trasporti del governo prodiano, Alessandro Bianchi, ha già dichiarato di non avere alcuna intenzione di rinnovare l'incarico e neppure di concedere al presidente uscente la proroga richiesta di 45 giorni. Una decisione dettata da tutto tranne che da ostilità politiche.

Tanto è vero che, pur essendo indicato come vicino a Forza Italia, il nostro aspirante «dottore» sarà scaricato anche dal governo berlusconiano, che il 13 maggio 2008, per mano di Altero Matteoli, metterà al suo posto l'ex sindaco veneziano ed ex ministro ulivista Paolo Costa. «Ingrati!», penserà il nostro sospirando sulle assunzioni di collaboratori destrorsi che gli avevano tirato addosso le accuse della sinistra. Evidentemente, però, non è ingrata l'Università. Dove il «beau geste » generosamente compiuto dall'amico Giancarlo con quegli ottocentomila euro donati a Ca' Foscari per assumere quel professore associato (e a questo punto sarà curioso vedere come verrà scelto…) non viene dimenticato. Tanto è vero che viene avviato l'iter per concedere all'ormai ex presidente una laurea specialistica ad honorem in «Economia degli scambi internazionali». La faccenda è all'ordine del giorno del Consiglio di facoltà, prima del passaggio al Senato Accademico, proprio questa mattina. Docente incaricato della laudatio: «il Direttore o altro docente del Dipartimento di Scienze Giuridiche ». Tema della lezione del laureando: «Lo sviluppo dei sistemi portuali tra logistica e mercato». Ma assolutamente spettacolare è la motivazione della laurea. Nero su bianco: «Ha finanziato la didattica e la ricerca nel campo del lavoro marittimo. Ha assicurato la propria disponibilità ad ulteriori finanziamenti per la didattica e la ricerca nel settore dei trasporti e del diritto marittimo ». E a questo punto avanziamo sommessamente al magnifico rettore una domandina: perché non dare una laurea «honoris causa» anche a tutti i cittadini italiani ai quali appartenevano quei soldi?

Fonte: corriere.it

Montespertoli, permessi edilizi in cambio di mazzette

Nel mirino il Comune di Montespertoli. Le accuse della procura. Indagati il capo dell´ufficio urbanistico e altri 5. Una serie di perquisizioni eseguite da tredici pattuglie di carabinieri

Permessi di costruire. Condoni. Indebito aumento di volumetrie. Alterazione di documenti catastali. Secondo la procura di Firenze, si poteva ottenere tutto questo negli uffici urbanistica e lavori pubblici del Comune di Montespertoli. Bastava pagare. Per verificare queste gravi ipotesi di accusa, tredici pattuglie di carabinieri hanno eseguito ieri in una serie di perquisizioni che hanno sconvolto il Comune di Montespertoli, impegnato da mesi a promuovere la partecipazione dei cittadini nella costruzione del piano strutturale e dello statuto del territorio. L´inchiesta coordinata dai pm Leopoldo De Gregorio e Giuseppina Mione fa temere però che, mentre Montespertoli chiedeva ai cittadini di dare vita a una urbanistica trasparente, mentre si succedevano assemblee e laboratori, negli uffici urbanistici si perpetuassero le pratiche più antiche ed avvilenti, quelle del permesso in cambio della bustarella.

La procura ipotizza i reati di associazione a delinquere, concussione, corruzione, falso materiale e ideologico commesso dal pubblico ufficiale in atti pubblici. Ieri i carabinieri hanno perquisito sei persone, a vario titolo coinvolte nell´inchiesta: il responsabile dell´ufficio assetto del territorio del Comune di Montespertoli Marco Calonaci; un funzionario dello stesso ufficio, Marco Simoncini; un dipendente del catasto di Firenze, Luciano Bogani; l´architetto Marco Bellucci di Montespertoli, il geometra Massimo Maccari di Certaldo e l´ingegner Giuliano Giubbolini, dirigente a contratto dell´ufficio assetto del territorio del Comune di Castelfiorentino ma anche libero professionista ed ex dirigente a contratto del Comune di Montespertoli. I carabinieri hanno acquisito un gran numero di pratiche edilizie degli ultimi due anni, ma anche agende, corrispondenza, documenti informatici. I funzionari comunali sono sospettati di aver fatto «mercimonio» dei pubblici uffici, agevolando progettisti e imprese nel rilascio di concessioni edilizie, in cambio di denaro.

La giunta comunale, guidata dal sindaco Antonella Chiavacci, Pd, esprime la massima fiducia nella magistratura e nelle forze dell´ordine, spera che «si arrivi in tempi brevi a fare chiarezza» e che «eventuali irregolarità vengano punite con il massimo rigore, com´è giusto che sia».

L´amministrazione comunale «mette a disposizione tutti gli strumenti necessari per una fattiva collaborazione con le forze dell´ordine». Il sindaco Antonella Chiavacci interviene anche come candidata alle primarie del Pd insieme con gli altri tre candidati, i suoi compagni di partito Giulio Mangani e Alessandro Nencioni, e Matteo Fiorentini di Rifondazione Comunista: «E´ una notizia che ci riempie di amarezza. Siamo fiduciosi e attendiamo gli sviluppi dell´inchiesta. Per noi un cittadino deve essere considerato innocente fino all´ultimo grado di giudizio. Ovviamente qualora emergano responsabilità precise, chi le ha commesse dovrà risponderne nelle appropriate sedi».

Fonte:

12 gen 2009

L'uomo che ridà la vista ai poveri

Un ottico britannico vuole far avere a un miliardo di persone i suoi occhiali «auto-regolabili»

WASHINGTON (USA) - Joshua Silver ricorda perfettamente la prima volta che ha ridato la vista a un uomo. Si chiamava Henry Adjei-Mensah, era un sarto del Ghana. Aveva solo 35 anni, ma stava per ritirarsi. Non ci vedeva più, ed era troppo povero per permettersi la visita da un ottico. È stato a quel punto che Joshua gli ha dato gli occhiali che lui aveva inventato. È stato a quel punto che Henry ha sorriso, e ha detto: «Ora leggo anche quelle lettere lì, quelle piccole». E ha ripreso a lavorare. Da allora il dottor Silver, 62enne ex docente di Ottica all’università di Oxford, ha distribuito 30mila dei suoi occhiali in 15 Paesi del mondo. Ma i suoi piani sono molto più ambiziosi: far tornare a vedere un milione di indiani entro la fine dell’anno. E un miliardo di poveri entro la fine del prossimo decennio.

L'IDEA NEL 1985 - Tutto è cominciato il 23 marzo 1985. Silver, allora un semplice docente universitario, si chiedeva con un collega se fosse possible costruire lenti in grado di adattarsi senza l’aiuto di un ottico o di macchinari costosi. Occhiali, insomma, che chiunque potesse «tarare» da sé, regolandoli sulle necessità dei propri occhi. «Fu allora che capii come fare», spiega al quotidiano britannico Guardian. Costruì lenti di plastica, nelle quali pose una sacca con del liquido. Sulla montatura mise due piccole siringhe piene di quel liquido. Per adattare le lenti ai propri bisogni basta aggiungere liquido finché non si vede chiaramente. Poi si staccano le siringhe, si sigilla la montatura con un tappo, e gli occhiali sono pronti. «Il meccanismo è così semplice – spiega Silver – che quasi non serve dare istruzioni. Tutti quelli a cui abbiamo dato gli occhiali sono stati in grado di sistemarseli da sé, con grande precisione. E di tornare a vedere». Il punto (che Silver definisce «ovvio») è che occorre trovare un sistema per ovviare alla carenza di ottici in alcune zone del mondo. Negli Stati Uniti, o in Gran Bretagna, tra il 60 e il 70% delle persone porta occhiali. Nei Paesi in via di sviluppo la percentuale scende al 5%. E i motivi sono semplici. Anzitutto, in Gran Bretagna c’è un ottico ogni 4,500 persone, mentre nell’Africa Sub-Sahariana ce n’è uno ogni milione di abitanti. «E anche se ce ne fossero di più, nessuno potrebbe permettersi gli occhiali che vengono prodotti normalmente».

UN DOLLARO A PAIO - E tutto questo, continua Silver, influenza «l’educazione, l’economia, la qualità della vita». Senza occhiali, gli studenti non possono vedere bene la lavagna. I pescatori non possono ripararsi le reti, le donne I propri abiti, gli autisti di autobus non riescono a vedere bene le (spesso pessime) strade su cui guidano. Gli occhiali di Silver risolvono molti di questi problemi. Perché chiunque può «aggiustarli» da sé. E perché costano pochissimo: «Per ora siamo a 19 dollari, ma l’obiettivo è scendere di molto». Quanto? «Un dollaro l’uno». Certo, gli ostacoli verso gli obiettivi di Silver non mancano. Il primo, confessa, è che gli occhiali «per ora sono brutti, sembrano usciti da un vecchio armadio di Woody Allen. Ma sul design possiamo lavorare, e comunque l’importante è mantenere il prezzo bassissimo». Già, perché proprio il costo è il secondo problema. Se l’obiettivo è dare occhiali a miliardi di persone, anche un dollaro a occhiale è troppo. Il Dipartimento della Difesa Usa ne ha acquistati 30mila, e li ha distribuiti in Africa: «Ho visto persone camminare sorridendo, in Angola, perché potevano rivedere il loro villaggio. E non lo facevano da quando erano bambini», dice il maggiore dei Marine Kevin White. In India il progetto sarà aiutato da Mehmood Khan, attivista e manager. «E il nostro sogno», spiega proprio Khan, «è che Onu e governi capiscano il valore di questo progetto. E ci aiutino». Silver dice che i suoi occhiali non possono risolvere tutti i problemi. «Non funzionano contro l’astigmatismo. E non possono sostituire un ottico nella diagnosi di glaucoma o altre malattie». Ma sa che la sua idea è buona. «Non ho mai portato occhiali in vita mia», dice. «E penso sia il modo con cui Dio mi dice che sto andando nella direzione giusta».

Fonte: corriere.it

Insegnare per anni gratis nelle private. La tacita regola imposta ai giovani docenti in Campania.

Assunzioni regolari per il punteggio, ma stipendio uguale a zero o quasi
Tutti sanno, ma nessuna denuncia

NAPOLI - Insegnare per anni gratuitamente nelle scuole private. È il destino che accomuna centinaia di giovani docenti che lavorano in istituti paritari in Campania senza ricevere compenso o al massimo ottenendo solo una piccola parte del salario. Esiste ormai da anni una regola tacita imposta dai dirigenti di tante scuole private ai docenti freschi di abilitazione all'insegnamento che entrano nel mondo della scuola attraverso il canale degli istituti privati: le scuole paritarie assumono con un regolare contratto i giovani insegnanti permettendo loro di accumulare punteggio e scalare le graduatorie provinciali d'insegnamento (condizione necessaria per lavorare un giorno nella scuola pubblica e ottenere il fatidico posto fisso). I docenti in cambio accettano di lavorare gratuitamente o per poche centinaia di euro nelle scuole private. È raro che un giovane insegnante si ribelli a questa prassi: nelle regioni meridionali il numero dei docenti precari è molto alto e le scuole private non hanno problemi a trovare insegnanti pronti a tutto pur di ottenere un incarico annuale.

STATISTICHE - Secondo i dati Istat del 2006, oltre il 20% delle scuole italiane sono private e dei 9 milioni di studenti italiani almeno uno su dieci frequenta un istituto privato. In Campania le scuole non statali riconosciute sono oltre 2 mila: la maggioranza sono istituti per l'infanzia o elementari, ma nel corso degli ultimi anni si sono moltiplicati i licei e gli istituti tecnici. Con la legge del 2000 le scuole paritarie sono state equiparate in tutto e per tutto alle scuole pubbliche e ricevono sussidi e finanziamenti dallo Stato (la legge di bilancio 2008 ha stanziato oltre 530 milioni di euro a favore delle scuole private per l'anno 2008/2009). Ma, a differenza degli istituti pubblici, le scuole paritarie non assumono gli insegnanti prendendo in considerazione le graduatorie nazionali e provinciali, ma contrattando con il docente compenso e condizioni lavorative. L'unico obbligo che le scuole paritarie hanno è quello di assumere insegnanti che hanno superato il concorso di abilitazione all'insegnamento. Per tanti giovani alle prime armi che vivono nell'Italia meridionale è davvero difficile ottenere una supplenza in una scuola pubblica a causa del gran numero di insegnanti presenti nelle graduatorie provinciali: proprio per questo si rivolgono alle scuole paritarie. Tanti istituti paritari propongono ai docenti il medesimo accordo: punteggio annuale in cambio di lavoro gratis o sottopagato.

LA STORIA DI M. – M. è una trentenne che da quasi tre anni lavora in un istituto primario paritario che si trova nell'agro nocerino-sarnese, area a metà strada tra Salerno e Napoli. Non vuole che il nome della sua scuola sia divulgato perché teme di perdere il lavoro. «Come tanti giovani insegnanti meridionali per cominciare a lavorare ho dovuto fare una scelta», dichiara. «O emigravo al Nord con la speranza di ottenere qualche supplenza nella scuola pubblica oppure dovevo accettare di restare a casa e lavorare gratis per qualche istituto privato. Grazie alla raccomandazione di un mio parente (la maggioranza delle scuole paritarie locali assumono solo persone di cui si possono fidare) sono stata presentata alla preside di una scuola privata della zona e ho cominciato a insegnare. Già il primo giorno è stata chiara: mi ha detto che a fine mese avrei dovuto dichiarare di aver ricevuto il compenso ordinario firmando la busta paga, ma mi sarebbero stati concessi solo 300 euro. Sono costretta a firmare e a dichiarare il falso perché questa finta retribuzione garantisce il pagamento dei contributi previdenziali, condizione necessaria per l'attribuzione dei 12 punti annuali in graduatoria. I 300 euro mensili mi permettono di pagare la benzina e l'autostrada che ogni giorno prendo per raggiungere la scuola». Durante questi tre anni, M. non ha ottenuto nessun aumento salariale, mentre le ore a scuola sono aumentate e spesso la sua giornata lavorativa si conclude nel tardo pomeriggio. «Io amo insegnare e per me non è un peso passare intere giornate con i bambini. Certo se fossi pagata il giusto sarei più felice. Lavorare gratuitamente nelle scuole private può apparire uno scandalo ai più, ma qui in Campania è la regola. Nell'istituto dove insegno ci sono decine di giovani colleghe che si trovano nella mia stessa condizione. Con la riforma del maestro unico presentata dal ministro Gelmini, per gli insegnanti elementari la situazione è destinata a peggiorare: aumenteranno i maestri senza lavoro e diminuiranno i posti a disposizione. Non mi stupirei se fra qualche anno le scuole paritarie ci chiedessero di offrire un contributo simbolico per lavorare».

LA STORIA DI S. – C'è chi come S. dopo tanti anni di lavoro gratuito è riuscita a liberarsi dal ricatto del punteggio diventando un'insegnante di ruolo in una scuola pubblica. Oggi lavora in un liceo di Salerno, ma ricorda ancora con rancore e rabbia gli anni di docenza in un famoso istituto privato della città campana: «I primi anni insegnavo solo italiano e latino», dichiara S., che oggi ha poco più di 30 anni. «Poi ho cominciato a fare lezione anche di storia e geografia. Lavoravo fino a 30 ore alla settimana e a fine mese l'istituto mi pagava solo 200 euro. Questo calvario è durato ben sei anni». S. dichiara di non aver mai parlato di compenso con il preside del liceo, ma di aver sempre saputo che se voleva lavorare in quella scuola bisognava accettare la somma esigua che le offrivano: «La cosa più degradante avveniva a fine mese. Entravo nella stanza del preside e fingevo di volerlo salutare. Lui capiva e mi metteva in mano duecento euro. Anche altri insegnanti erano costretti a ripetere questa sceneggiata. Nella scuola vi erano oltre trenta docenti e la maggioranza si trovava nelle mie stesse condizioni. Poi ogni tanto ti chiamavano e ti facevano firmare in blocco le buste paga. Quando hai bisogno di lavoro e denaro fai mille compromessi, alla fine se penso a quegli anni mi sembra di aver rimosso tante cose spiacevoli e tristi». S. racconta che dopo aver passato sei anni in quella scuola privata finalmente tre anni fa ha ricevuto la chiamata per la prima supplenza in una scuola pubblica: «Avevo accumulato un buon punteggio e ho deciso di lasciare l'istituto privato. Dopo varie supplenze sono diventata di ruolo. Il giorno che ho ricevuto il primo stipendio regolare è stato indimenticabile». Tuttavia S. non rinnega il passato: «Mi dispiace dirlo, ma senza i compromessi accettati nella scuola privata, oggi non lavorerei in un istituto pubblico. Chi sfrutta giovani docenti dovrebbe vergognarsi. Ma ciò che più sconcerta è il fatto che dai sindacati agli insegnanti di ruolo tutti accettino questa realtà facendo finta di niente».

LA STORIA DI G. E IL SINDACATO LOCALE - G. ha 27 anni ed è alla sua seconda esperienza in una scuola privata del salernitano. L'anno scorso ha insegnato in un istituto alberghiero del Cilento, mentre quest'anno è stato chiamato come docente di materie letterarie in un liceo sociopsicopedagogico di Salerno. Non riceve alcun compenso (lavora 18 ore alla settimana) , ma naturalmente ogni mese firma la sua busta paga. «L'anno scorso ho lavorato l'intero anno e poi non mi hanno più chiamato. Non ricevevo nemmeno un euro come adesso, ma dovevo fare quasi 50 km in macchina per arrivare a scuola». G. non è ancora abilitato e ricevere questo incarico gli sembra una benedizione: «Prima di me numerosi professori, visto che la mia scuola non paga nulla, hanno rifiutato l'incarico. Sono stato fortunato: ho presentato la domanda e, dopo aver visto che accettavo le loro condizioni, mi hanno subito assunto. Mi rendo conto che non è il massimo, ma questo lavoro non remunerato mi permetterà, dopo un anno e mezzo di sacrifici, di fare il concorso all'abilitazione. Se riesco a superarlo, potrò cambiare scuola e almeno comincerò a guadagnare qualcosa». Il segretario provinciale Uil-scuola, Gerardo Pirone, conosce bene la situazione drammatica delle scuole private, ma afferma: «Sono nel sindacato scolastico di Salerno dal 1987 e in oltre vent'anni ho ricevuto solo due denunce da parte d'insegnanti di scuole private che si lamentavano della retribuzione offerta dai loro datori di lavoro. In queste due occasioni ci siamo mossi e siamo riusciti a ottenere dalle scuole che gli insegnanti ricevessero quello che gli spettava. Il nostro compito è far rispettare i contratti, ma se nessuno denuncia, noi non possiamo fare molto».

Fonte: corriere.it

11 gen 2009

«Proposte impossibili ma chiare». La tattica leghista che dà frutti.

«Norme annunciate, l'approvazione non conta»

MILANO — Genuina sensibilità per le preoccupazioni del popolo? Oppure la vecchia astuzia di Bertoldo, sia pure in salsa padana? Come che sia, è accaduto un'altra volta: il Carroccio annuncia a gola spiegata una novità, gli alleati (o il Tar, o la Corte costituzionale) lo bocciano, e il provvedimento sfuma. Soltanto ieri i numerosi go padani hanno ricevuto due stop: quello di Berlusconi in persona riguardo alla tassa sul permesso di soggiorno, quello del Tar sulle multe alle prostitute volute dal sindaco di Verona Flavio Tosi. Eppure, la credibilità cresce. E il consenso, almeno quello misurato dai sondaggi, aumenta. Secondo Nando Pagnoncelli di Ipsos, oggi la Lega sfiorerebbe l'11 per cento a livello nazionale: «Fortissima nei suoi territori tradizionali — spiega il sondaggista — ha ormai sfondato anche in Toscana e in Emilia».

Il tutto, grazie proprio a questa «strategia, peraltro assolutamente coerente con il posizionamento della Lega, che punta a differenziarsi da qualsiasi alleato e ad incassare il dividendo dell'essere, come già si è detto, partito di lotta e di governo». Renato Mannheimer sottolinea l'efficacia semplice di questo metodo: «La gente si sente difesa, vede che la Lega è quella che non perde mai l'iniziativa, quella che comunque propone qualcosa. E resta distante da una politica romana vista come statica, bizantina, immobilista». Secondo Mannheimer, «il Carroccio ha una capacità straordinaria di individuare temi semplici da capire. E pazienza se poi la ricetta proposta è irrealizzabile: il fine non è il governo, ma il consenso». Soprattutto, conclude Mannheimer, «nel momento in cui appare chiaro che il federalismo fiscale non arriverà dalla sera alla mattina e sono necessari altri vessilli». Ma loro, i leghisti, che ne pensano? Maurizio Fugatti, deputato e segretario del Trentino, è tra i recordman di Montecitorio: tra emendamenti depositati e provvedimenti proposti è senza dubbio tra i deputati più attivi. Ma di strategie, non vuole sentir parlare. «La verità — spiega — è che noi proponiamo quello che la gente vorrebbe, e lo si vede dal tasso altissimo di riconferma dei nostri amministratori. Poi, però, parte la grancassa, magari dallo stesso Pdl, e le cose si fermano: e il perbenismo prevale sul realismo».

Nessuna furbizia, dunque. Semmai, per Fugatti, «sono le nostre proposte che vengono sempre guardate con occhiali diversi, non si valutano nel merito ma prevale la filosofia e la sociologia». Vale allora la pena di sentire un sociologo come Roberto Biorcio, dell'università Milano Bicocca, che da parecchio tempo segue il Carroccio: «Il fatto che il proclama non abbia seguito, è cosa molto diversa dalla promessa elettorale non mantenuta. Il tentare di escludere gli immigrati dalle case popolari, le classi ponte per gli extracomunitari sono messaggi che funzionano al di là della loro reale applicabilità: perché cambiano il modo di pensare». Soprattutto per la loro capacità «di rendersi accettabili: non c'è razzismo esplicito, i provvedimenti più discutibili son sempre giustificati da una sorta di buon senso». Ma un politico come Filippo Penati, il presidente della Provincia di Milano, mette in guardia dal considerare la nuova Lega soltanto come l'ennesima riedizione del partito di lotta e di governo: «Prima puntavano i piedi, ora sono gli alleati più fedeli, e riescono a giocare tutta la loro partita su questa ambiguità. Riescono a sembrare i duri e puri, anche quando i fatti li smentiscono: guardate Maroni, che sulle impronte digitali ha presentato a Bruxelles un provvedimento diverso da quello annunciato in Italia. Hanno capito che l'annuncio è sufficiente a passare all'incasso». Secondo Penati, «Berlusconi se ne è accorto: e infatti, sulla vicenda Malpensa non ha concesso niente. Loro, però, canteranno vittoria: anche se da martedì prossimo a Malpensa rimarranno soltanto tre, e dico tre, collegamenti intercontinentali».

Fonte: corriere.it

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