I due uomini sono accusati di violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia e atti osceni in luogo pubblico
TORINO - Una storia di abusi e incesti lunga 25 anni di cui sono state vittime 6 ragazze e bambine di una famiglia torinese: è quanto hanno scoperto la Procura di Torino e gli agenti del commissariato Barriera di Milano che hanno raccolto la denuncia di una ragazza, Laura (il nome è di fantasia), 34 anni, che da quando ne ha 9 è stata costretta a subire le violenze sessuali del padre e poi anche del fratello, a sua volta padre di 4 figlie anch'esse vittime dei suoi abusi.
IL FRATELLO - Un storia che ha inizio quando Laura, con i genitori, si reca dalla Polizia a denunciare il fratello,sostenendo che questi l'aveva violentata per due volte quando la donna le aveva chiesto ospitalità dopo essere scappata dalla casa del padre. Sono scattati gli accertamenti della polizia che, dalle intercettazioni telefoniche e ambientali, ha scoperto che il fratello di Laura abusava delle sue 4 figlie (di 6, 8, 12 e 20 anni), e che il padre di Laura, 63 anni,venditore ambulante, abusava della figlia, che era «succube e passiva del genitore». È così venuta alla luce l'intera verità: Laura, quando finalmente è riuscita a raccontare la sua vicenda agli inquirenti, ha spiegato di come non abbia mai avuto una vita autonoma; costretta a lasciare la scuola in seconda media, ha vissuto in una camera senza luce elettrica, costretta a subire gli abusi del padre, dal quale ha provato alcune volte a scappare.
LE FUGHE - Una prima volta accadde nel 1994, quando la ragazza si rifugiò a casa di uno zio. Il padre andò a riprenderla e la costrinse a denunciare lo zio per abusi sessuali. Già allora, lo zio dichiarò che la realtà era che la giovane subiva invece le violenze del padre, ma la vicenda venne archiviata perché un consulente della Procura giudicò inattendibile il racconto di Laura. La seconda volta che Laura scappò di casa, si rifugiò a casa del fratello e, di nuovo, il padre, forse temendo di essere denunciato, decise di costringere la figlia a sporgere denuncia contro il fratello. Da qui è partita la nuova indagine che ha portato in carcere il padre e il fratello di Laura, accusati di violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia e atti osceni in luogo pubblico, dal momento che alcuni abusi sarebbero stati consumati in macchina, per strada. Vittima degli abusi del padre di Laura anche una cugina che, giunta a Torino per lavoro e ospitata dagli zii, è stata poi violentata. Laura e le sue cugine sono state affidate a delle comunità di recupero. La perizia medica sulla donna ha evidenziato un «disturbo di personalità dipendente».
Fonte: corriere.it
27 mar 2009
26 mar 2009
La mitica Assemblea Regionale Siciliana promulga leggina per aggirare il divieto di doppio incarico.
Maggioranza trasversale di destra e sinistra
Il via libera della Sicilia al doppio incarico. Leggina per aggirare il verdetto della Corte costituzionale
La mitica Assemblea Regionale Siciliana ne ha fatta un'altra delle sue. Per fregare la Corte costituzionale chiamata a ribadire le incompatibilità che costringerebbero vari deputati regionali a rinunciare ai doppi incarichi, ha votato una leggina: i consiglieri dovranno sì scegliere, ma solo dopo la sentenza finale in Cassazione al termine di un eventuale processo civile. Risultato: dato che in Sicilia ci vogliono in media 1.678 giorni solo per arrivare al verdetto d'appello, potranno tutti finire il mandato senza la seccatura di dimettersi.
Il carico di incarichi (scusate il bisticcio) dei deputati regionali siciliani non è una novità. Benedetti storicamente da privilegi spettacolari, tra i quali a un certo punto spiccava il contributo vacanze per il suocero (58 mila lire: sempre buoni per comprar le sigarette...), i «baroni» del Palazzo dei Normanni erano finiti per l'ennesima volta in prima pagina soltanto poche settimane fa. Grazie alla proposta di un esponente del Pd, Giovanni Barbagallo, di abolire l'accumulo di bonus supplementari dati in aggiunta all'indennità e ai benefit a quelli che hanno qualche carica. Cioè quasi i quattro quinti dei parlamentari isolani, che già incassano (per «nobile lignaggio»...) al netto quanto i senatori di Palazzo Madama. Rileggiamo il Giornale di Sicilia: «Ognuno dei due vicepresidenti incassa una indennità aggiuntiva di 5.149 euro lordi al mese. I tre questori si fermano a 4.962 euro ciascuno. I tre segretari del consiglio di presidenza hanno 3.316 euro e la stessa cifra guadagnano i 10 presidenti delle commissioni. I 23 vicepresidenti delle commissioni si fermano a 829 euro in più al mese mentre gli 11 segretari delle stesse commissioni ricevono 414 euro». Più i bonus ai capigruppo e agli assessori. Bene: in questo contesto già imbarazzante, spiccano i casi di deputati che, in smaccata violazione della legge nazionale, hanno contemporaneamente altri incarichi incompatibili. Esempi? Pino Federico, del lombardiano Mpa, che fa il presidente della «provincia regionale» (variazione delle province, sulla carta abolite) di Caltanissetta. Alberto Campagna, Pdl, consigliere regionale e comunale a Palermo. Davide Faraone, Pd, consigliere regionale e comunale a Palermo. Giovanni Greco, Pdl, consigliere regionale e comunale a Palermo.
Per non dire di Giuseppe Buzzanca, che mentre siede a Palazzo dei Normanni fa anche il sindaco di Messina e si è preso in giunta altri due deputati isolani. Il vicesindaco (nonché assessore alle Politiche Culturali) Giovanni Ardizzone e l'assessore alla protezione civile Fortunato Romano. Ed è proprio intorno a questi due che nasce il caso di cui parliamo. Escluso dall'Ars perché primo dei non eletti dietro Ardizzone, il casiniano Antonino Reitano va dall'avvocato Antonio Catalioto e presenta un ricorso: l'articolo 62, comma 3, della legge regionale 29/51, prevede infatti «l'incompatibilità del Deputato regionale con la carica di sindaco o assessore dei comuni con popolazione superiore a 40 mila abitanti o presidente ed assessore provinciale». Parallelamente, il legale presenta un ricorso identico contro Romano per conto del primo dei non eletti del Mpa, Santo Catalano.
Mesi di attesa e finalmente, alla fine del gennaio scorso, il Tribunale di Palermo decide: i ricorsi non sono manifestamente infondati. Meglio chiarire la faccenda una volta per tutte girandola alla Corte Costituzionale. A Palazzo dei Normanni sbuffano: vuoi vedere che la Consulta spazza via per sempre la comodità di tenere i piedi in più scarpe? Detto fatto, una maggioranza trasversale di destra e sinistra, ritrovando una magica coralità d'intenti assente in tutte le altre questioni, prende in contropiede i giudici costituzionali e allestisce in tutta fretta una nuova leggina. Che sempre in tutta fretta vota e pubblica sulla Gazzetta Ufficiale perché entri in vigore. Cosa di pochi giorni fa. E cosa dice questa leggina? Che «nel caso in cui venga accertata l'incompatibilità, dalla definitiva deliberazione adottata dall'Assemblea, decorre il termine di dieci giorni entro il quale l'eletto deve esercitare il diritto di opzione a pena di decadenza. Ove l'incompatibilità sia accertata in sede giudiziale, il termine di dieci giorni per esercitare il diritto di opzione decorre dal passaggio in giudicato della sentenza». Traduzione: l'Ars si riserva il diritto di decidere chi è incompatibile e chi no (cosa che ha mostrato di guardarsi bene dal fare) ma in ogni caso la decadenza dall'una o dall'altra delle cariche accumulate sulla base della legge nazionale non è affatto automatica.
C'è chi contesta questa procedura da signorotti medievali? Faccia causa. Ma sia chiaro: il deputato regionale condannato a mollare una delle poltrone potrà restare dove sta fino alla sentenza definitiva in Cassazione. Sapete quali sono i tempi della giustizia civile in Sicilia? Lo dice il Presidente della Corte d'Appello di Palermo, Armando D'Agati, nella relazione dell'anno giudiziario: 1.678 giorni. Trentuno più che nel 2007. Quattro anni e mezzo. Ai quali va aggiunto almeno un altro anno per la Cassazione. È vero che, teoricamente, se gli avvocati dei denunciati non facessero ostruzionismo, la procedura potrebbe essere accelerata. Ma non abbastanza da evitare un finale scontato: prima che arrivi la sentenza definitiva, la legislatura sarà finita. E il deputato siciliano grondante di poltrone potrà rivolgere ai suoi compaesani e a tutti gli italiani il suo distinto saluto: marameo.
Fonte: corriere.it
Il via libera della Sicilia al doppio incarico. Leggina per aggirare il verdetto della Corte costituzionale
La mitica Assemblea Regionale Siciliana ne ha fatta un'altra delle sue. Per fregare la Corte costituzionale chiamata a ribadire le incompatibilità che costringerebbero vari deputati regionali a rinunciare ai doppi incarichi, ha votato una leggina: i consiglieri dovranno sì scegliere, ma solo dopo la sentenza finale in Cassazione al termine di un eventuale processo civile. Risultato: dato che in Sicilia ci vogliono in media 1.678 giorni solo per arrivare al verdetto d'appello, potranno tutti finire il mandato senza la seccatura di dimettersi.
Il carico di incarichi (scusate il bisticcio) dei deputati regionali siciliani non è una novità. Benedetti storicamente da privilegi spettacolari, tra i quali a un certo punto spiccava il contributo vacanze per il suocero (58 mila lire: sempre buoni per comprar le sigarette...), i «baroni» del Palazzo dei Normanni erano finiti per l'ennesima volta in prima pagina soltanto poche settimane fa. Grazie alla proposta di un esponente del Pd, Giovanni Barbagallo, di abolire l'accumulo di bonus supplementari dati in aggiunta all'indennità e ai benefit a quelli che hanno qualche carica. Cioè quasi i quattro quinti dei parlamentari isolani, che già incassano (per «nobile lignaggio»...) al netto quanto i senatori di Palazzo Madama. Rileggiamo il Giornale di Sicilia: «Ognuno dei due vicepresidenti incassa una indennità aggiuntiva di 5.149 euro lordi al mese. I tre questori si fermano a 4.962 euro ciascuno. I tre segretari del consiglio di presidenza hanno 3.316 euro e la stessa cifra guadagnano i 10 presidenti delle commissioni. I 23 vicepresidenti delle commissioni si fermano a 829 euro in più al mese mentre gli 11 segretari delle stesse commissioni ricevono 414 euro». Più i bonus ai capigruppo e agli assessori. Bene: in questo contesto già imbarazzante, spiccano i casi di deputati che, in smaccata violazione della legge nazionale, hanno contemporaneamente altri incarichi incompatibili. Esempi? Pino Federico, del lombardiano Mpa, che fa il presidente della «provincia regionale» (variazione delle province, sulla carta abolite) di Caltanissetta. Alberto Campagna, Pdl, consigliere regionale e comunale a Palermo. Davide Faraone, Pd, consigliere regionale e comunale a Palermo. Giovanni Greco, Pdl, consigliere regionale e comunale a Palermo.
Per non dire di Giuseppe Buzzanca, che mentre siede a Palazzo dei Normanni fa anche il sindaco di Messina e si è preso in giunta altri due deputati isolani. Il vicesindaco (nonché assessore alle Politiche Culturali) Giovanni Ardizzone e l'assessore alla protezione civile Fortunato Romano. Ed è proprio intorno a questi due che nasce il caso di cui parliamo. Escluso dall'Ars perché primo dei non eletti dietro Ardizzone, il casiniano Antonino Reitano va dall'avvocato Antonio Catalioto e presenta un ricorso: l'articolo 62, comma 3, della legge regionale 29/51, prevede infatti «l'incompatibilità del Deputato regionale con la carica di sindaco o assessore dei comuni con popolazione superiore a 40 mila abitanti o presidente ed assessore provinciale». Parallelamente, il legale presenta un ricorso identico contro Romano per conto del primo dei non eletti del Mpa, Santo Catalano.
Mesi di attesa e finalmente, alla fine del gennaio scorso, il Tribunale di Palermo decide: i ricorsi non sono manifestamente infondati. Meglio chiarire la faccenda una volta per tutte girandola alla Corte Costituzionale. A Palazzo dei Normanni sbuffano: vuoi vedere che la Consulta spazza via per sempre la comodità di tenere i piedi in più scarpe? Detto fatto, una maggioranza trasversale di destra e sinistra, ritrovando una magica coralità d'intenti assente in tutte le altre questioni, prende in contropiede i giudici costituzionali e allestisce in tutta fretta una nuova leggina. Che sempre in tutta fretta vota e pubblica sulla Gazzetta Ufficiale perché entri in vigore. Cosa di pochi giorni fa. E cosa dice questa leggina? Che «nel caso in cui venga accertata l'incompatibilità, dalla definitiva deliberazione adottata dall'Assemblea, decorre il termine di dieci giorni entro il quale l'eletto deve esercitare il diritto di opzione a pena di decadenza. Ove l'incompatibilità sia accertata in sede giudiziale, il termine di dieci giorni per esercitare il diritto di opzione decorre dal passaggio in giudicato della sentenza». Traduzione: l'Ars si riserva il diritto di decidere chi è incompatibile e chi no (cosa che ha mostrato di guardarsi bene dal fare) ma in ogni caso la decadenza dall'una o dall'altra delle cariche accumulate sulla base della legge nazionale non è affatto automatica.
C'è chi contesta questa procedura da signorotti medievali? Faccia causa. Ma sia chiaro: il deputato regionale condannato a mollare una delle poltrone potrà restare dove sta fino alla sentenza definitiva in Cassazione. Sapete quali sono i tempi della giustizia civile in Sicilia? Lo dice il Presidente della Corte d'Appello di Palermo, Armando D'Agati, nella relazione dell'anno giudiziario: 1.678 giorni. Trentuno più che nel 2007. Quattro anni e mezzo. Ai quali va aggiunto almeno un altro anno per la Cassazione. È vero che, teoricamente, se gli avvocati dei denunciati non facessero ostruzionismo, la procedura potrebbe essere accelerata. Ma non abbastanza da evitare un finale scontato: prima che arrivi la sentenza definitiva, la legislatura sarà finita. E il deputato siciliano grondante di poltrone potrà rivolgere ai suoi compaesani e a tutti gli italiani il suo distinto saluto: marameo.
Fonte: corriere.it
24 mar 2009
Esami venduti, sequestrate 48 lauree. Scandalo nell'università di Catanzaro.
Coinvolti una decina di avvocati e 25 praticanti
I destinatari del provvedimento indagati per corruzione, falso in atto pubblico, esercizio abusivo della professione
CATANZARO - Ha portato al sequestro di 48 lauree in giurisprudenza l'inchiesta della procura di Catanzaro sui presunti esami venduti all'Università "Magna Grecia". I destinatari del provvedimento di sequestro, fra i quali figurano anche avvocati che esercitano la professione forense e praticanti, sono indagati a vario titolo di corruzione, falso in atto pubblico, falso per induzione, soppressione e distruzione di atti, esercizio abusivo della professione forense.
INCHIESTA INIZIATA NEL 2007 - Gli avvocati che esercitano la libera professione sono dieci e sono iscritti a diversi ordini della Calabria ed anche in Regioni del nord dell'Italia. Ci sono poi 25 praticanti avvocati mentre altre tredici persone svolgono una professione che non riguarda l'attività forense. La Procura di Catanzaro ha provveduto a segnalare agli ordini professionali i nomi di coloro che risultano indagati nell'inchiesta ed ai quali è stato sequestrato il titolo di studio. L'inchiesta, coordinata dai sostituti procuratori Salvatore Curcio e Paolo Petrolo, è iniziata nel 2007 ed ha portato già alla condanna a tre anni di reclusione per un funzionario dell'ateneo calabrese, Francesco Marcello, accusato di aver ricevuto somme di denaro in cambio della falsificazione dei libretti universitari. Nel settembre dell'anno scorso, inoltre, la Procura ha sequestrato altre tredici lauree che, dopo il patteggiamento degli indagati, sono state confiscate.
Fonte: corriere.it
I destinatari del provvedimento indagati per corruzione, falso in atto pubblico, esercizio abusivo della professione
CATANZARO - Ha portato al sequestro di 48 lauree in giurisprudenza l'inchiesta della procura di Catanzaro sui presunti esami venduti all'Università "Magna Grecia". I destinatari del provvedimento di sequestro, fra i quali figurano anche avvocati che esercitano la professione forense e praticanti, sono indagati a vario titolo di corruzione, falso in atto pubblico, falso per induzione, soppressione e distruzione di atti, esercizio abusivo della professione forense.
INCHIESTA INIZIATA NEL 2007 - Gli avvocati che esercitano la libera professione sono dieci e sono iscritti a diversi ordini della Calabria ed anche in Regioni del nord dell'Italia. Ci sono poi 25 praticanti avvocati mentre altre tredici persone svolgono una professione che non riguarda l'attività forense. La Procura di Catanzaro ha provveduto a segnalare agli ordini professionali i nomi di coloro che risultano indagati nell'inchiesta ed ai quali è stato sequestrato il titolo di studio. L'inchiesta, coordinata dai sostituti procuratori Salvatore Curcio e Paolo Petrolo, è iniziata nel 2007 ed ha portato già alla condanna a tre anni di reclusione per un funzionario dell'ateneo calabrese, Francesco Marcello, accusato di aver ricevuto somme di denaro in cambio della falsificazione dei libretti universitari. Nel settembre dell'anno scorso, inoltre, la Procura ha sequestrato altre tredici lauree che, dopo il patteggiamento degli indagati, sono state confiscate.
Fonte: corriere.it
21 mar 2009
«Opera mio figlio». I chirurghi guardano. Condannato l'ospedale per mobbing
Maxi-risarcimento a cinque cardiochirurghi pisani: non lavoravano più a causa delle scelte del professor Mariani che decideva lui chi far operare
Ieri è stato scritto un capitolo importante, forse non l'ultimo, di quella che a Pisa e in Toscana divenne famosa come la guerra del cuore. Il tribunale del lavoro, in primo grado, ha condannato l'azienda ospedaliero universitaria pisana per aver «illegittimamente demansionato» cinque cardiochirurghi: Gerardo Anastasio, Carlo Barzaghi, Maurizio Levantino, Stefano Pratali e Giovanni Scioti. Secondo il giudice Tarquini, l'azienda dovrà risarcire ciascun chirurgo con una cifra che oscilla tra i 300 mila e i 340 mila euro (in tutto oltre 1,5 milioni di euro) e consentire il pieno reintegro alle mansioni che svolgevano prima che scoppiasse la guerra del cuore.
CHIRURGHI FERMI A GUARDARE
Nel frattempo, questi cinque cardiochirurghi sostengono che per anni non hanno potuto operare. Come se un calciatore fosse rimasto in panchina per cinque anni: perde confidenza con il campo, con i compagni, non ha più ritmo e le sue quotazioni scendono irrimediabilmente. Per capire meglio però cosa sia stata la guerra del cuore a Pisa, bisogna fare un salto indietro di almeno nove anni. Ed entrare in una vicenda intricata, che ha coinvolto professori di fama, figli e chirurghi internazionali.
La storia ce la racconta uno dei cinque cardiochirurghi che ieri ha potuto prendersi una grossa rivincita.
Ma prima è necessario fissare alcune date molto importanti nella sofferta vicenda della cardiochirurgia pisana.
Nel 1999 fu inaugurata la nuova struttura del dipartimento universitario di chirurgia cardiotoracica diretta dal professor Mario Mariani, che qualche anno dopo finì sotto accusa dalla procura di Bari che lo riteneva uno dei personaggi chiave al centro di una inchiesta su alcuni concorsi universitari truccati (nel 2004 assieme ad altri quattro colleghi fu messo agli arresti domiciliari — dove vi rimase per cinque mesi — con l'accusa di associazione finalizzata alla corruzione) che si affiancava all'unità operativa diretta dal professor Uberto Bortolotti e di cui facevano parte i cinque cardiochirurghi che ieri hanno ottenuto il risarcimento. Dall'Olanda a capo della struttura fondata da Mariani arrivò Jan Grandjean, da Siena il figlio di Mariani, Massimo. Nel 2001 l'attività di Bortolotti fu risucchiata nella unità operativa di Grandjean e la sua sezione chiusa. La cardiochirurgia pisana però non decollava, con il Cnr che all'ospedale pediatrico di Massa operava anche gli adulti e stava risucchiando pazienti a Pisa, dal momento che i cardiologi della costa si fidavano di più di quella struttura.
IL CASO IN REGIONE
Il caso arrivò perfino nelle stanze della Regione. E dopo qualche mese l'assessore Enrico Rossi decise di azzerare il reparto pisano.
Mariani figlio e Grandjean furono allontanati. Nonostante l'arrivo di un nuovo primario però, i cinque cardiochirughi hanno continuato a non avere vita facile. E qui comincia il racconto di uno di loro: «Dopo qualche mese dalla nascita dell'unità sperimentale di Grandjean, che doveva fare trapianti di cuore con la tecnica mininvasiva, capimmo che quella struttura era un duplicato della nostra diretta dal professor Bortolotti. Fummo caldamente invitati ad andare sotto Grandjean, ma noi cinque non ce la sentivamo, anche perché con il professor Bortolotti avevamo un rapporto di reciproca stima e fiducia. Così dal 2000 in avanti su di noi sono aumentate progressivamente le pressioni.
La nostra storia ha avuto una grande risonanza perché venne a galla in alcune intercettazioni che coinvolgevano Mariani nella vicenda dei concorsi». Nonostante il rifiuto, due cardiochirurghi vengono trasferiti in un altro reparto e gli altri tre, dopo la chiusura dell'unità operativa di Bortolotti, vengono assorbiti all'interno della struttura diretta dal chirurgo olandese. «Ma non ci facevano operare, ci occupavamo delle cartelle, visitavamo i pazienti, svolgevamo tutta una serie di attività burocratiche per noi poco gratificanti. Per un chirurgo non fare interventi vuol dire perdere manualità e non essere considerato professionalmente». E infatti sostengono i cardiochirurghi che anche dopo l'azzeramento dell'unità diretta da Grandjean e l'arrivo di un nuovo primario da Pavia la musica per loro non sia cambiata più di tanto: «Quando è arrivato ci ha detto che prendeva atto della situazione passata e che però non poteva non tener conto del fatto che per quasi cinque anni eravamo rimasti fermi. Quindi si è affidato a quelli più esperti e noi siamo sempre rimasti ai margini fino a che, dopo aver minacciato un nuovo ricorso al giudice del lavoro, è stata avviata una piccola unità dove due di noi sono stati assegnati a Bortolotti e qualcosa si è ricominciato a fare». Ieri però c'è stata la sentenza, contro cui probabilmente l'azienda ospedaliera farà appello. «Vorremmo ringraziare il sindacato (Anaao, ndr) che ci è stato vicino. È un grande giorno per noi. Speriamo che una vicenda del genere non si ripeta più in Toscana».
Fonte: corrierefiorentino.it
Ieri è stato scritto un capitolo importante, forse non l'ultimo, di quella che a Pisa e in Toscana divenne famosa come la guerra del cuore. Il tribunale del lavoro, in primo grado, ha condannato l'azienda ospedaliero universitaria pisana per aver «illegittimamente demansionato» cinque cardiochirurghi: Gerardo Anastasio, Carlo Barzaghi, Maurizio Levantino, Stefano Pratali e Giovanni Scioti. Secondo il giudice Tarquini, l'azienda dovrà risarcire ciascun chirurgo con una cifra che oscilla tra i 300 mila e i 340 mila euro (in tutto oltre 1,5 milioni di euro) e consentire il pieno reintegro alle mansioni che svolgevano prima che scoppiasse la guerra del cuore.
CHIRURGHI FERMI A GUARDARE
Nel frattempo, questi cinque cardiochirurghi sostengono che per anni non hanno potuto operare. Come se un calciatore fosse rimasto in panchina per cinque anni: perde confidenza con il campo, con i compagni, non ha più ritmo e le sue quotazioni scendono irrimediabilmente. Per capire meglio però cosa sia stata la guerra del cuore a Pisa, bisogna fare un salto indietro di almeno nove anni. Ed entrare in una vicenda intricata, che ha coinvolto professori di fama, figli e chirurghi internazionali.
La storia ce la racconta uno dei cinque cardiochirurghi che ieri ha potuto prendersi una grossa rivincita.
Ma prima è necessario fissare alcune date molto importanti nella sofferta vicenda della cardiochirurgia pisana.
Nel 1999 fu inaugurata la nuova struttura del dipartimento universitario di chirurgia cardiotoracica diretta dal professor Mario Mariani, che qualche anno dopo finì sotto accusa dalla procura di Bari che lo riteneva uno dei personaggi chiave al centro di una inchiesta su alcuni concorsi universitari truccati (nel 2004 assieme ad altri quattro colleghi fu messo agli arresti domiciliari — dove vi rimase per cinque mesi — con l'accusa di associazione finalizzata alla corruzione) che si affiancava all'unità operativa diretta dal professor Uberto Bortolotti e di cui facevano parte i cinque cardiochirurghi che ieri hanno ottenuto il risarcimento. Dall'Olanda a capo della struttura fondata da Mariani arrivò Jan Grandjean, da Siena il figlio di Mariani, Massimo. Nel 2001 l'attività di Bortolotti fu risucchiata nella unità operativa di Grandjean e la sua sezione chiusa. La cardiochirurgia pisana però non decollava, con il Cnr che all'ospedale pediatrico di Massa operava anche gli adulti e stava risucchiando pazienti a Pisa, dal momento che i cardiologi della costa si fidavano di più di quella struttura.
IL CASO IN REGIONE
Il caso arrivò perfino nelle stanze della Regione. E dopo qualche mese l'assessore Enrico Rossi decise di azzerare il reparto pisano.
Mariani figlio e Grandjean furono allontanati. Nonostante l'arrivo di un nuovo primario però, i cinque cardiochirughi hanno continuato a non avere vita facile. E qui comincia il racconto di uno di loro: «Dopo qualche mese dalla nascita dell'unità sperimentale di Grandjean, che doveva fare trapianti di cuore con la tecnica mininvasiva, capimmo che quella struttura era un duplicato della nostra diretta dal professor Bortolotti. Fummo caldamente invitati ad andare sotto Grandjean, ma noi cinque non ce la sentivamo, anche perché con il professor Bortolotti avevamo un rapporto di reciproca stima e fiducia. Così dal 2000 in avanti su di noi sono aumentate progressivamente le pressioni.
La nostra storia ha avuto una grande risonanza perché venne a galla in alcune intercettazioni che coinvolgevano Mariani nella vicenda dei concorsi». Nonostante il rifiuto, due cardiochirurghi vengono trasferiti in un altro reparto e gli altri tre, dopo la chiusura dell'unità operativa di Bortolotti, vengono assorbiti all'interno della struttura diretta dal chirurgo olandese. «Ma non ci facevano operare, ci occupavamo delle cartelle, visitavamo i pazienti, svolgevamo tutta una serie di attività burocratiche per noi poco gratificanti. Per un chirurgo non fare interventi vuol dire perdere manualità e non essere considerato professionalmente». E infatti sostengono i cardiochirurghi che anche dopo l'azzeramento dell'unità diretta da Grandjean e l'arrivo di un nuovo primario da Pavia la musica per loro non sia cambiata più di tanto: «Quando è arrivato ci ha detto che prendeva atto della situazione passata e che però non poteva non tener conto del fatto che per quasi cinque anni eravamo rimasti fermi. Quindi si è affidato a quelli più esperti e noi siamo sempre rimasti ai margini fino a che, dopo aver minacciato un nuovo ricorso al giudice del lavoro, è stata avviata una piccola unità dove due di noi sono stati assegnati a Bortolotti e qualcosa si è ricominciato a fare». Ieri però c'è stata la sentenza, contro cui probabilmente l'azienda ospedaliera farà appello. «Vorremmo ringraziare il sindacato (Anaao, ndr) che ci è stato vicino. È un grande giorno per noi. Speriamo che una vicenda del genere non si ripeta più in Toscana».
Fonte: corrierefiorentino.it
20 mar 2009
Migliaia di telefonini illegali per evitare le intercettazioni
Schede vendute nei negozi di tutta Italia con documenti falsi
Indagati 10 dipendenti Telecom. L’azienda: raggiro contro di noi
MILANO - Migliaia di schede telefoniche Tim con contratti intestati a nomi di fantasia oppure a ignari clienti, attivate con l’utilizzo di documenti di identità falsi e di sostituzioni di persona favorito da una decina di dipendenti del settore commerciale dell’azienda, e poi offerte al dettaglio da negozi compiacenti al costo maggiorato di 10-15 euro a chi voglia avvalersene. Il risultato indiretto è che migliaia di «fantasmi» diventano «invisibili» alle intercettazioni: perché, acquistando appunto queste schede, telefonano con cellulari la cui titolarità appare in capo o a persone inesistenti oppure — peggio — a cittadini davvero esistenti ma inconsapevoli di poter finire inizialmente nei guai laddove emergesse che dietro lo scudo apparente del proprio nome c’era chi preparava una rapina o incassava l’ultima rata di una frode informatica.
E’ questo il fenomeno — non più limitato come tante volte in passato al pasticcio del singolo negoziante, ma di dimensioni tutt’altro che trascurabili se nel solo mese d’agosto 2008 a Milano sono state messe in circolazione 9.000 schede, e se a Napoli un altro punto di smercio ne ha veicolate 5.000 — individuato dalla Procura di Milano con una decina di perquisizioni svolte ieri dai carabinieri del Nucleo operativo in uffici Telecom di numerose città italiane. Telecom si ravvisa vittima di raggiri operati da una decina di propri dipendenti infedeli contro i quali ha sporto querela per truffa, ritiene di aver già avviato nei mesi scorsi i necessari correttivi organizzativi, rimarca di aver impartito per il futuro nuove direttive operative e di aver a questo scopo anche avvicendato molte poltrone dirigenziali.
Ma le perquisizioni di ieri, ordinate dal pm Laura Cocucci, sembrano prospettare una attualità del fenomeno, «dal marzo 2007 sino a marzo 2009», e puntano a verificare se corrisponda a verità quanto agli inquirenti ha rivelato un dipendente del settore commerciale di Telecom: e cioè che a concorrere a scatenare questa corsa all’attivazione «dopata» di schede telefoniche siano state anche le ricadute sui vari livelli del personale della politica commerciale dell’azienda per guadagnare o difendere quote nel mercato cosiddetto «etnico», rivolto cioè agli stranieri in Italia. Con incentivi e bonus che subordinano posizioni lavorative o agganciano una parte di retribuzione al raggiungimento di obiettivi quantitativi mensili sul numero di schede e sul traffico telefonico generato. «Venditori e/o dipendenti per conto di Tim», insieme ai «gestori di esercizi commerciali di vendita di schede Tim», risultano così indagati nell’ipotesi che, allo scopo di «trarre profitto » dall’«attivazione illecita di centinaia di schede Sim in violazione della normativa del 2003», abbiano costituito «una associazione a delinquere» finalizzata a «falsificazione e ricettazioni di documenti» cartacei e informatici, «contraffazione di scritture private», «sostituzione di persona». E quanto ai clienti in carne e ossa messi in mezzo a loro insaputa con firme apocrife, si apre la questione dell’illecito trattamento dei loro dati personali.
Fonte: corriere.it
Indagati 10 dipendenti Telecom. L’azienda: raggiro contro di noi
MILANO - Migliaia di schede telefoniche Tim con contratti intestati a nomi di fantasia oppure a ignari clienti, attivate con l’utilizzo di documenti di identità falsi e di sostituzioni di persona favorito da una decina di dipendenti del settore commerciale dell’azienda, e poi offerte al dettaglio da negozi compiacenti al costo maggiorato di 10-15 euro a chi voglia avvalersene. Il risultato indiretto è che migliaia di «fantasmi» diventano «invisibili» alle intercettazioni: perché, acquistando appunto queste schede, telefonano con cellulari la cui titolarità appare in capo o a persone inesistenti oppure — peggio — a cittadini davvero esistenti ma inconsapevoli di poter finire inizialmente nei guai laddove emergesse che dietro lo scudo apparente del proprio nome c’era chi preparava una rapina o incassava l’ultima rata di una frode informatica.
E’ questo il fenomeno — non più limitato come tante volte in passato al pasticcio del singolo negoziante, ma di dimensioni tutt’altro che trascurabili se nel solo mese d’agosto 2008 a Milano sono state messe in circolazione 9.000 schede, e se a Napoli un altro punto di smercio ne ha veicolate 5.000 — individuato dalla Procura di Milano con una decina di perquisizioni svolte ieri dai carabinieri del Nucleo operativo in uffici Telecom di numerose città italiane. Telecom si ravvisa vittima di raggiri operati da una decina di propri dipendenti infedeli contro i quali ha sporto querela per truffa, ritiene di aver già avviato nei mesi scorsi i necessari correttivi organizzativi, rimarca di aver impartito per il futuro nuove direttive operative e di aver a questo scopo anche avvicendato molte poltrone dirigenziali.
Ma le perquisizioni di ieri, ordinate dal pm Laura Cocucci, sembrano prospettare una attualità del fenomeno, «dal marzo 2007 sino a marzo 2009», e puntano a verificare se corrisponda a verità quanto agli inquirenti ha rivelato un dipendente del settore commerciale di Telecom: e cioè che a concorrere a scatenare questa corsa all’attivazione «dopata» di schede telefoniche siano state anche le ricadute sui vari livelli del personale della politica commerciale dell’azienda per guadagnare o difendere quote nel mercato cosiddetto «etnico», rivolto cioè agli stranieri in Italia. Con incentivi e bonus che subordinano posizioni lavorative o agganciano una parte di retribuzione al raggiungimento di obiettivi quantitativi mensili sul numero di schede e sul traffico telefonico generato. «Venditori e/o dipendenti per conto di Tim», insieme ai «gestori di esercizi commerciali di vendita di schede Tim», risultano così indagati nell’ipotesi che, allo scopo di «trarre profitto » dall’«attivazione illecita di centinaia di schede Sim in violazione della normativa del 2003», abbiano costituito «una associazione a delinquere» finalizzata a «falsificazione e ricettazioni di documenti» cartacei e informatici, «contraffazione di scritture private», «sostituzione di persona». E quanto ai clienti in carne e ossa messi in mezzo a loro insaputa con firme apocrife, si apre la questione dell’illecito trattamento dei loro dati personali.
Fonte: corriere.it
19 mar 2009
L'Italia non è un Paese per giovani. Prima dei 40 anni è difficile affermarsi sul lavoro e diventare indipendenti dalla propria famiglia
Secondo il Cnel, è sempre più complicato trovare un posto dopo la laurea
All'Associazione italiana giovani avvocati si possono iscrivere civilisti e penalisti che hanno fino a 45 anni. Quando di anni ne aveva 44 un certo Anthony Charles Lynton Blair non solo aveva fatto già una discreta carriera di lawyer, ma con il nomignolo di Tony si era anche trasferito al numero 10 di Downing Street come primo ministro della Gran Bretagna. La responsabile dei pionieri, la componente giovane della Croce Rossa italiana, si chiama Fiorella Caminiti e di anni ne ha 47. Alla stessa età, in un Paese che di pionieri se ne intende, Barack Obama si era già lasciato alle spalle la carriera di senatore per entrare alla Casa Bianca. Non è un Paese per giovani l'Italia. Ma un Paese dove anche chi è in gamba e preparato fatica ad affermarsi nel lavoro e a diventare indipendente dalla propria famiglia prima dei 40 anni. Un Paese che vede crescere la triste categoria dei giovani-adulti: uomini e donne che magari hanno già superato il mezzo del cammin di loro vita ma che sul lavoro — come ruolo, stipendio e considerazione — sono fermi ancora alla gavetta. A trasformare in numeri e percentuali quello che ci insegna l'esperienza di tutti i giorni è «Urg! Urge ricambio generazionale» una ricerca curata dal Cnel, Il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, e dal Forum nazionale dei giovani, che sarà presentata stamattina a Roma.
Certo, l'Italia è sempre stato un Paese a bassa mobilità, dove solo il 3 per cento dei figli degli operai riesce a salire qualche gradino della scala sociale per diventare libero professionista o imprenditore. Ma il guaio vero è che negli ultimi anni le cose sono peggiorate. Il problema viene analizzato da vari punti di vista ma non c'è un solo dato che faccia sorridere. È diventato più difficile trovare il primo lavoro, anche se precario, anche se sottopagato, anche se non era quello che uno sognava da piccolo. Nel 2005, ad un anno dalla laurea, aveva trovato un posto più della metà dei giovani italiani, il 56,9 per cento. Nel 2006 siamo scesi al 53 per cento, nel 2007 al 47 per cento. E con la crisi che non molla è difficile immaginare un'inversione di tendenza. Anche i fortunati che un posto l'hanno trovato faticano sempre di più a fare carriera. Nel 1997 i dirigenti con meno di 35 anni erano il 9,7 per cento del totale, dieci anni dopo siamo scesi al 6,9 per cento. Stessa tendenza per il livello intermedio dei quadri, scesi dal 17,8 al 12,3 per cento. Chi entra in azienda si deve accontentare di rimanere soldato semplice, anche se magari ha le stesse responsabilità e mansioni di chi, assunto 20 anni prima, ha un livello dieci volte superiore. Non è solo un problema di galloni e medaglie sul petto. Ma una questione di soldi che rinvia la possibilità di mettere su famiglia e trasformarsi da eterni figli in genitori.
Può essere logico che un giovane guadagni in media meno di un adulto. È meno logico che questa differenza stia diventando sempre più grande. Nel 2003 il salario medio tra i 24 e i 30 anni era di 20 mila euro lordi, cioè più dell'80 per cento di quello nella fascia d'età tra i 50 e i 60 anni. Nel 2007, come si dice in questi casi, la forbice si è allargata e adesso un giovane ha uno stipendio medio pari al 73,8 per cento di un adulto. Quasi sette punti in meno. Il risultato è che la generazione nata dalla fine degli anni Sessanta all'inizio degli anni Ottanta è quella dei baby losers. Losers cioè perdenti, come spiega il sociologo francese Louis Chauvel. Uomini e donne che hanno studiato più dei loro genitori, teoricamente hanno trovato un lavoro migliore. Ma che in realtà guadagnano meno di loro, devono rinunciare allo stile di vita nel quale erano cresciuti e magari farsi ancora aiutare da mamma e papà. Ecco, in questo, siamo quasi in testa alla classifica. Sei italiani su dieci, nella categoria under 30, fanno affidamento sul portafoglio dei genitori. In Europa solo la Spagna è messa peggio di noi. E vista la situazione non è una sorpresa se i giovani italiani sono tra i più insoddisfatti d'Europa. Tra i 15 e i 29 anni si dichiara contento l'82 per cento mentre quasi tutti i Paesi europei superano il 90 per cento.
Se dal mondo del lavoro in generale passiamo a quello delle professioni — come avvocato, commercialista o giornalista — il quadro diventa ancora più buio. Qui più che scegliere il corso di laurea bisognerebbe scegliersi i genitori con relativo studio ben avviato. In buona parte dei casi il mestiere si trasmette per via ereditaria. Non c'è solo il caso limite dei notai, dove più di 800 su 5 mila, circa uno su cinque, ha come collega almeno un genitore. Quasi la metà dei figli degli architetti, il 43,9 per cento, si laurea in architettura, ad esempio. E sempre intorno al 40 per cento restiamo per gli avvocati, per i farmacisti, per gli ingegneri e per i medici. Anche questo, sottolinea la ricerca, finisce per essere un ostacolo al ricambio generazionale. In dieci anni il numero dei professionisti di tutte le categorie con meno di 35 anni è sceso dal 30 al 22 per cento. I medici con meno di 35 anni si sono quasi dimezzati. Negli stessi dieci anni è calato anche il numero dei giovani avvocati: quelli che si sono iscritti all'ordine prima di aver girato la boa dei 30 anni sono scesi dal 43,7 al 40,4 per cento. E pure nella categoria dei docenti universitari l'età media continua a salire senza sosta: gli under 35 erano l'8,4 per cento del totale nel 1997 e sono scesi al 7,4 per cento dieci anni dopo. «La beffa — dice Cristian Carrara, portavoce del Forum nazionale dei giovani — è che negli ultimi dieci anni di ricambio generazionale si è parlato tanto. Eppure la situazione è peggiorata da ogni punto di vista».
Gli ostacoli ci sono, certo, ma c'è anche il rischio che diventino un alibi. Insomma, se i vecchi resistono, siamo proprio sicuri che i giovani non abbiano colpe? «Il problema c'è — ammette Carrara — perché pure i giovani che vivono sulla propria pelle questo problema faticano a trasformare l'amarezza personale in un impegno collettivo». Sempre alla politica si finisce: «Uno può anche pensare che la politica fa schifo e che sono tutti corrotti. Ma poi è la politica che decide sugli ammortizzatori sociali, tanto per fare un esempio. E, se non si partecipa, non c'è da sorprendersi se per pagare le pensioni dei genitori si penalizzano i figli». In questo la politica è uno specchio fedelissimo dell'Italia.
I parlamentari al di sotto dei 35 anni sono il 5,6 per cento del totale. Archiviata la fiammata del dopo Mani pulite, quando sull'onda delle facce nuove eravamo arrivati al 12,4 per cento, siamo tornati ai livelli della prima Repubblica. Il risultato è che la fascia d'età tra i 50 e i 60 è sovrarappresentata, cioè pesa in Parlamento più di quanto pesa nella società. Mentre quella dei giovani è sotto rappresentata, cioè pesa meno in Parlamento che nella società. E le prospettive sono fosche se ad invecchiare è anche quello che dovrebbe essere il vivaio della politica. Nei consigli comunali gli eletti con meno di 35 anni erano il 28 per cento nel 1997 e sono diventati il 19,2 per cento nel 2007. Stessa tendenza nelle Province e nelle Regioni dove pure il calo è meno marcato. Un sistema chiuso, insomma, come quello delle aziende. I consigli d'amministrazione dei grandi gruppi sono spesso una compagnia di giro: l'83 per cento dei cda ha almeno un componente in comune con un altro, il 44 per cento ne ha due, il 25 per cento tre. E anche tra gli imprenditori i giovani sono sempre di meno: gli under 35 erano il 22 per cento nel 1997, dieci anni dopo erano scesi al 15 per cento. Insomma, avvocato, imprenditore o impiegato semplice, chi in Italia si affaccia al mondo del lavoro si deve preparare ad una lunga gavetta. Oppure studiare bene un paio di lingue straniere e tenere il passaporto pronto.
Fonte: corriere.it
All'Associazione italiana giovani avvocati si possono iscrivere civilisti e penalisti che hanno fino a 45 anni. Quando di anni ne aveva 44 un certo Anthony Charles Lynton Blair non solo aveva fatto già una discreta carriera di lawyer, ma con il nomignolo di Tony si era anche trasferito al numero 10 di Downing Street come primo ministro della Gran Bretagna. La responsabile dei pionieri, la componente giovane della Croce Rossa italiana, si chiama Fiorella Caminiti e di anni ne ha 47. Alla stessa età, in un Paese che di pionieri se ne intende, Barack Obama si era già lasciato alle spalle la carriera di senatore per entrare alla Casa Bianca. Non è un Paese per giovani l'Italia. Ma un Paese dove anche chi è in gamba e preparato fatica ad affermarsi nel lavoro e a diventare indipendente dalla propria famiglia prima dei 40 anni. Un Paese che vede crescere la triste categoria dei giovani-adulti: uomini e donne che magari hanno già superato il mezzo del cammin di loro vita ma che sul lavoro — come ruolo, stipendio e considerazione — sono fermi ancora alla gavetta. A trasformare in numeri e percentuali quello che ci insegna l'esperienza di tutti i giorni è «Urg! Urge ricambio generazionale» una ricerca curata dal Cnel, Il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, e dal Forum nazionale dei giovani, che sarà presentata stamattina a Roma.
Certo, l'Italia è sempre stato un Paese a bassa mobilità, dove solo il 3 per cento dei figli degli operai riesce a salire qualche gradino della scala sociale per diventare libero professionista o imprenditore. Ma il guaio vero è che negli ultimi anni le cose sono peggiorate. Il problema viene analizzato da vari punti di vista ma non c'è un solo dato che faccia sorridere. È diventato più difficile trovare il primo lavoro, anche se precario, anche se sottopagato, anche se non era quello che uno sognava da piccolo. Nel 2005, ad un anno dalla laurea, aveva trovato un posto più della metà dei giovani italiani, il 56,9 per cento. Nel 2006 siamo scesi al 53 per cento, nel 2007 al 47 per cento. E con la crisi che non molla è difficile immaginare un'inversione di tendenza. Anche i fortunati che un posto l'hanno trovato faticano sempre di più a fare carriera. Nel 1997 i dirigenti con meno di 35 anni erano il 9,7 per cento del totale, dieci anni dopo siamo scesi al 6,9 per cento. Stessa tendenza per il livello intermedio dei quadri, scesi dal 17,8 al 12,3 per cento. Chi entra in azienda si deve accontentare di rimanere soldato semplice, anche se magari ha le stesse responsabilità e mansioni di chi, assunto 20 anni prima, ha un livello dieci volte superiore. Non è solo un problema di galloni e medaglie sul petto. Ma una questione di soldi che rinvia la possibilità di mettere su famiglia e trasformarsi da eterni figli in genitori.
Può essere logico che un giovane guadagni in media meno di un adulto. È meno logico che questa differenza stia diventando sempre più grande. Nel 2003 il salario medio tra i 24 e i 30 anni era di 20 mila euro lordi, cioè più dell'80 per cento di quello nella fascia d'età tra i 50 e i 60 anni. Nel 2007, come si dice in questi casi, la forbice si è allargata e adesso un giovane ha uno stipendio medio pari al 73,8 per cento di un adulto. Quasi sette punti in meno. Il risultato è che la generazione nata dalla fine degli anni Sessanta all'inizio degli anni Ottanta è quella dei baby losers. Losers cioè perdenti, come spiega il sociologo francese Louis Chauvel. Uomini e donne che hanno studiato più dei loro genitori, teoricamente hanno trovato un lavoro migliore. Ma che in realtà guadagnano meno di loro, devono rinunciare allo stile di vita nel quale erano cresciuti e magari farsi ancora aiutare da mamma e papà. Ecco, in questo, siamo quasi in testa alla classifica. Sei italiani su dieci, nella categoria under 30, fanno affidamento sul portafoglio dei genitori. In Europa solo la Spagna è messa peggio di noi. E vista la situazione non è una sorpresa se i giovani italiani sono tra i più insoddisfatti d'Europa. Tra i 15 e i 29 anni si dichiara contento l'82 per cento mentre quasi tutti i Paesi europei superano il 90 per cento.
Se dal mondo del lavoro in generale passiamo a quello delle professioni — come avvocato, commercialista o giornalista — il quadro diventa ancora più buio. Qui più che scegliere il corso di laurea bisognerebbe scegliersi i genitori con relativo studio ben avviato. In buona parte dei casi il mestiere si trasmette per via ereditaria. Non c'è solo il caso limite dei notai, dove più di 800 su 5 mila, circa uno su cinque, ha come collega almeno un genitore. Quasi la metà dei figli degli architetti, il 43,9 per cento, si laurea in architettura, ad esempio. E sempre intorno al 40 per cento restiamo per gli avvocati, per i farmacisti, per gli ingegneri e per i medici. Anche questo, sottolinea la ricerca, finisce per essere un ostacolo al ricambio generazionale. In dieci anni il numero dei professionisti di tutte le categorie con meno di 35 anni è sceso dal 30 al 22 per cento. I medici con meno di 35 anni si sono quasi dimezzati. Negli stessi dieci anni è calato anche il numero dei giovani avvocati: quelli che si sono iscritti all'ordine prima di aver girato la boa dei 30 anni sono scesi dal 43,7 al 40,4 per cento. E pure nella categoria dei docenti universitari l'età media continua a salire senza sosta: gli under 35 erano l'8,4 per cento del totale nel 1997 e sono scesi al 7,4 per cento dieci anni dopo. «La beffa — dice Cristian Carrara, portavoce del Forum nazionale dei giovani — è che negli ultimi dieci anni di ricambio generazionale si è parlato tanto. Eppure la situazione è peggiorata da ogni punto di vista».
Gli ostacoli ci sono, certo, ma c'è anche il rischio che diventino un alibi. Insomma, se i vecchi resistono, siamo proprio sicuri che i giovani non abbiano colpe? «Il problema c'è — ammette Carrara — perché pure i giovani che vivono sulla propria pelle questo problema faticano a trasformare l'amarezza personale in un impegno collettivo». Sempre alla politica si finisce: «Uno può anche pensare che la politica fa schifo e che sono tutti corrotti. Ma poi è la politica che decide sugli ammortizzatori sociali, tanto per fare un esempio. E, se non si partecipa, non c'è da sorprendersi se per pagare le pensioni dei genitori si penalizzano i figli». In questo la politica è uno specchio fedelissimo dell'Italia.
I parlamentari al di sotto dei 35 anni sono il 5,6 per cento del totale. Archiviata la fiammata del dopo Mani pulite, quando sull'onda delle facce nuove eravamo arrivati al 12,4 per cento, siamo tornati ai livelli della prima Repubblica. Il risultato è che la fascia d'età tra i 50 e i 60 è sovrarappresentata, cioè pesa in Parlamento più di quanto pesa nella società. Mentre quella dei giovani è sotto rappresentata, cioè pesa meno in Parlamento che nella società. E le prospettive sono fosche se ad invecchiare è anche quello che dovrebbe essere il vivaio della politica. Nei consigli comunali gli eletti con meno di 35 anni erano il 28 per cento nel 1997 e sono diventati il 19,2 per cento nel 2007. Stessa tendenza nelle Province e nelle Regioni dove pure il calo è meno marcato. Un sistema chiuso, insomma, come quello delle aziende. I consigli d'amministrazione dei grandi gruppi sono spesso una compagnia di giro: l'83 per cento dei cda ha almeno un componente in comune con un altro, il 44 per cento ne ha due, il 25 per cento tre. E anche tra gli imprenditori i giovani sono sempre di meno: gli under 35 erano il 22 per cento nel 1997, dieci anni dopo erano scesi al 15 per cento. Insomma, avvocato, imprenditore o impiegato semplice, chi in Italia si affaccia al mondo del lavoro si deve preparare ad una lunga gavetta. Oppure studiare bene un paio di lingue straniere e tenere il passaporto pronto.
Fonte: corriere.it
Timbravano, e uscivano a fare shopping. Indagate per truffa aggravata capo e vice dei servizi cimiteriali del Comune.
Esposto anonimo denunciava il comportamento delle due donne, gli appostamenti della Finanza hanno confermato i sospetti
Dovranno rispondere anche di peculato per essere andate a fare commissioni con l'auto di servizio Timbravano il cartellino e andavano a fare la spesa. Qualche volta anche con l'auto di servizio. Con buona pace del ministro Brunetta e della sua guerra dichiarata all'assenteismo nel pianeta pubblica amministrazione. Adesso la responsabile dei servizi cimiteriali di Palazzo Vecchio e la sua vice, dipendente dell'ufficio contabilità nella stessa sede, sono indagati dalla procura guidata da Giuseppe Quattrocchi con l'accusa di truffa aggravata ai danni della pubblica amministrazione per l'uso disinvolto del badge e di peculato per l'utilizzo dell'auto.
L'INCHIESTA - L'inchiesta, condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dal sostituto procuratore Sandro Cutrignelli, è partita grazie a un esposto anonimo arrivato in procura che segnalava con un'abbondanza di dettagli l'abitudine delle due dipendenti comunali di lasciare il posto di lavoro senza motivo. «Andate a vedere cosa succede in quell'ufficio durante l'orario di lavoro», era scritto. Sono bastati pochi appostamenti agli investigatori del gruppo tutela spesa pubblica della Guardia di Finanza per capire che le informazioni contenute in quel-l'esposto non erano pura diffamazione, come talvolta accade. Evidentemente a mettere nero su bianco quello che era da tempo sulla bocca di tutti è stato qualcuno ben informato. Il cartellino veniva timbrato con grande puntualità all'arrivo al lavoro ma al momento dell'uscita il badge veniva «dimenticato » nel cassetto. Le due donne non potevano saperlo ma negli ultimi mesi, ogni volta che lasciavano il loro posto di lavoro, c'era un finanziere che seguiva le loro mosse, pronto ad annotare rigorosamente gli orari di entrata ed uscita. Gli investigatori hanno filmato e fotografato le due dipendenti mentre entravano negli uffici in via delle Gore e mentre uscivano durante l'orario di lavoro senza aver smarcato il cartellino.
SPESA & SHOPPING - Le hanno viste salire nell'auto di servizio, andare a fare la spesa, lo shopping o qualche commissione personale per poi rientrare tranquillamente in ufficio cariche di borse. In un paio di mesi di lavoro hanno ricostruito le abitudini delle due donne e nei giorni scorsi hanno perquisito abitazioni e ufficio. Durante le perquisizioni sono state trovati anche scontrini fiscali che dimostrano che le due donne, nell'orario in cui dovevano essere al lavoro, erano invece a fare acquisti. Le indagini non sono finite qui: i finanzieri stanno cercando di ricostruire tutti i movimenti dei mesi scorsi, stanno incrociando i dati dei due cartellini con l'effettiva presenza delle due dipendenti nell'ufficio. Sarà un lavoro certosino che porterà probabilmente anche all'esame dei tracciati telefonici, come è accaduto qualche tempo fa per il caso di una dipendente della Bibioteca Nazionale, ora finita sotto processo. Non è escluso che l'indagine si possa allargare. Bisognerà adesso capire se quell'abitudine di timbrare il cartellino e poi uscire sia circoscritta a due soli casi o se sia prassi adottata da altre persone. Il caso potrebbe poi passare alla Corte dei Conti, dal momento che si configura anche un danno erariale.
Fonte: corriere.it
Dovranno rispondere anche di peculato per essere andate a fare commissioni con l'auto di servizio Timbravano il cartellino e andavano a fare la spesa. Qualche volta anche con l'auto di servizio. Con buona pace del ministro Brunetta e della sua guerra dichiarata all'assenteismo nel pianeta pubblica amministrazione. Adesso la responsabile dei servizi cimiteriali di Palazzo Vecchio e la sua vice, dipendente dell'ufficio contabilità nella stessa sede, sono indagati dalla procura guidata da Giuseppe Quattrocchi con l'accusa di truffa aggravata ai danni della pubblica amministrazione per l'uso disinvolto del badge e di peculato per l'utilizzo dell'auto.
L'INCHIESTA - L'inchiesta, condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dal sostituto procuratore Sandro Cutrignelli, è partita grazie a un esposto anonimo arrivato in procura che segnalava con un'abbondanza di dettagli l'abitudine delle due dipendenti comunali di lasciare il posto di lavoro senza motivo. «Andate a vedere cosa succede in quell'ufficio durante l'orario di lavoro», era scritto. Sono bastati pochi appostamenti agli investigatori del gruppo tutela spesa pubblica della Guardia di Finanza per capire che le informazioni contenute in quel-l'esposto non erano pura diffamazione, come talvolta accade. Evidentemente a mettere nero su bianco quello che era da tempo sulla bocca di tutti è stato qualcuno ben informato. Il cartellino veniva timbrato con grande puntualità all'arrivo al lavoro ma al momento dell'uscita il badge veniva «dimenticato » nel cassetto. Le due donne non potevano saperlo ma negli ultimi mesi, ogni volta che lasciavano il loro posto di lavoro, c'era un finanziere che seguiva le loro mosse, pronto ad annotare rigorosamente gli orari di entrata ed uscita. Gli investigatori hanno filmato e fotografato le due dipendenti mentre entravano negli uffici in via delle Gore e mentre uscivano durante l'orario di lavoro senza aver smarcato il cartellino.
SPESA & SHOPPING - Le hanno viste salire nell'auto di servizio, andare a fare la spesa, lo shopping o qualche commissione personale per poi rientrare tranquillamente in ufficio cariche di borse. In un paio di mesi di lavoro hanno ricostruito le abitudini delle due donne e nei giorni scorsi hanno perquisito abitazioni e ufficio. Durante le perquisizioni sono state trovati anche scontrini fiscali che dimostrano che le due donne, nell'orario in cui dovevano essere al lavoro, erano invece a fare acquisti. Le indagini non sono finite qui: i finanzieri stanno cercando di ricostruire tutti i movimenti dei mesi scorsi, stanno incrociando i dati dei due cartellini con l'effettiva presenza delle due dipendenti nell'ufficio. Sarà un lavoro certosino che porterà probabilmente anche all'esame dei tracciati telefonici, come è accaduto qualche tempo fa per il caso di una dipendente della Bibioteca Nazionale, ora finita sotto processo. Non è escluso che l'indagine si possa allargare. Bisognerà adesso capire se quell'abitudine di timbrare il cartellino e poi uscire sia circoscritta a due soli casi o se sia prassi adottata da altre persone. Il caso potrebbe poi passare alla Corte dei Conti, dal momento che si configura anche un danno erariale.
Fonte: corriere.it
La guerra della Coca-Cola ora sbarca all'Università
Duemila lattine di Coca Cola saranno distribuite gratis davanti alla mensa universitaria di viale Morgagni e presso il polo di Novoli dagli studenti di Forza Italia giovani: «Contro la politica ideologica dell'Ardsu»
Duemila lattine di Coca Cola saranno distribuite gratis, domani a Firenze, davanti alla mensa universitaria di viale Morgagni e presso il polo di Novoli dagli studenti di Forza Italia giovani. Motivo, protestare «contro la miope, provocatoria e ideologizzata politica dell’Azienda regionale per il diritto allo studio universitario (Ardsu) che da tempo ha deciso di non distribuire Coca Cola all’interno delle mense universitarie fiorentine». Lo annuncia una nota. La Coca Cola è stata sostituita dalla «bevanda equo-solidale Equo Cola». Per i giovani di Forza Italia, la scelta dell’Ardsu «è stata assunta su basi prettamente politiche ed ideologiche» per lanciare un messaggio di boicottaggio alla multinazionale americana. «Siamo dell’idea - si legge in una nota - che ogni studente sia in grado di decidere da solo se bere o meno una bibita e soprattutto quanto spendere. L’Ardsu deve fornire un servizio agli studenti senza arrogarsi il diritto di decidere cosa far bere o meno nelle mense».
Fonte: corrierefiorentino.it
Duemila lattine di Coca Cola saranno distribuite gratis, domani a Firenze, davanti alla mensa universitaria di viale Morgagni e presso il polo di Novoli dagli studenti di Forza Italia giovani. Motivo, protestare «contro la miope, provocatoria e ideologizzata politica dell’Azienda regionale per il diritto allo studio universitario (Ardsu) che da tempo ha deciso di non distribuire Coca Cola all’interno delle mense universitarie fiorentine». Lo annuncia una nota. La Coca Cola è stata sostituita dalla «bevanda equo-solidale Equo Cola». Per i giovani di Forza Italia, la scelta dell’Ardsu «è stata assunta su basi prettamente politiche ed ideologiche» per lanciare un messaggio di boicottaggio alla multinazionale americana. «Siamo dell’idea - si legge in una nota - che ogni studente sia in grado di decidere da solo se bere o meno una bibita e soprattutto quanto spendere. L’Ardsu deve fornire un servizio agli studenti senza arrogarsi il diritto di decidere cosa far bere o meno nelle mense».
Fonte: corrierefiorentino.it
Parenti in cattedra, atenei da vergogna. «Parentopoli»: Favoritismi, corruzione, concorsi truccati: è l'ultimo scandalo
Raccolte dal giornalista Nino Luca le segnalazioni inviate al Corriere.it sull'università italiana
Se in vita vostra avete solo collaborato a un lavoro «scientifico» di una pagina (una!) scritto con altre cinque persone e presentato a un convegno ma mai pubblicato su una rivista internazionale, non disperate: potete sempre vincere un concorso universitario. Basta esser nati sotto la giusta congiunzione astrale. Come successe al «professor» Giovanni Lanteri. Che vinse appunto un posto da «associato» all'Università di Messina presentando 2 pubblicazioni. La prima («Studio preliminare sull'espressione immunoistochimica dell'Eritropoietina...») fu subito scartata dagli stessi commissari: «Non venga presa in considerazione ai fini della presente valutazione». La seconda («A new outbreak of photobacteriosis in Sicily») è finita nel fascicolo dell'inchiesta giudiziaria col giudizio del Ministero dell'Università consultato dai magistrati: «Priva di rigore metodologico. Non è possibile individuare il singolo apporto di ciascuno dei sei autori».
L'episodio, sconcertante, è uno dei tantissimi raccolti da Nino Luca, un collega del «Corriere.it», in un libro appena uscito da Marsilio: «Parentopoli». Quando l'università è affare di famiglia. Un reportage durissimo e spassoso su uno degli aspetti più controversi dell'università, quello dei concorsi sospetti. Che troppo spesso finiscono col consegnare la cattedra a mogli, figli, cognati, amici e amici degli amici. Immaginiamo già l'obiezione: non ci son solo i baroni e le clientele e le apocalittiche classifiche internazionali! Giusto. È vero che la situazione «cambia drasticamente se si concentra l'analisi sulle singole aree disciplinari» (come ricorda Domenico Marinucci, direttore del Dipartimento di Matematica di Tor Vergata, 19° in Europa tra le eccellenze del settore e meno afflitto dalla cronica povertà di docenti stranieri), vero che nelle «hit parade» avulse la «Normale» è stabilmente nelle prime venti al mondo, vero che tanti ragazzi usciti dai nostri atenei vanno alla conquista del mondo.
Il reportage di Nino Luca, però, proprio per l'abbondanza di episodi così incredibili da risultare irresistibilmente comici, mette spavento. A partire dalla disinvolta e allegra spudoratezza con cui tanti rettori irridono alle perplessità di chi non riesce a capacitarsi di come, ad esempio, possano essere circondati da tanti parenti. Come Gennaro Ferrara, da 22 anni alla guida della Parthenope di Napoli: «Ma lei vuole fare un articolo serio o un articolo scherzoso? No, perché se lei vuole fare un articolo scherzoso, io ci sto». Come mai ha portato con sé all'università la seconda moglie, il di lei fratello, la figlia e i mariti delle due figlie? La risposta: «Se trattiamo “parentopoli” in termini scandalistici non va bene». Poveri figli, poi...«Devono dimostrare ogni giorno di valere...». Alcuni casi raccontati sono noti, come quello d'una torinese bocciata a un concorso che mesi fa si sfogò con «La Stampa» d'esser stata trombata, scusate il bisticcio, perché non aveva «più voluto compiacere sessualmente» il direttore della scuola di specializzazione. O quello della famiglia Massari che «porta l'Università di Bari nel Guinness dei primati» grazie al piazzamento nei dintorni della facoltà di economia di otto-Massari-otto: Antonella, Fabrizio, Francesco Saverio, Gian Siro, Gilberto, Lanfranco, Manuela e Stefania. O quello del preside di Medicina e rettore della «Sapienza» Luigi Frati («Parentopoli? Voi giornalisti sapete fare solo folclore!», ha urlato a Luca), un uomo tutto casa e ufficio dato che nella sua facoltà lavorano la moglie Luciana Angeletti, il figlio Giacomo e la figlia Paola, che nell'aula magna di Patologia ha fatto la festa di nozze. Altri casi sono meno conosciuti. Come quello di un recentissimo concorso per due posti alla Facoltà di Medicina e Chirurgia della Bicocca di Milano con cinque soli concorrenti tra i quali tre figli (due vittoriosi, ovvio) di docenti della stessa Facoltà di Medicina e Chirurgia. O quello della condanna a un anno di reclusione per abuso d'ufficio (pena sospesa) e a uno d'interdizione dai pubblici uffici (per aver danneggiato la professoressa Antonina Alberti durante un concorso) di Fernanda Caizzi Decleva, moglie del presidente in carica della Crui, la conferenza dei rettori.
La cosa più interessante del reportage, però, al di là della sottolineatura di certe bizzarrie (come quella che riguarda l'ex rettore di Bologna Fabio Roversi Monaco, che ha incassato 11 lauree honoris causa da vari atenei mondiali distribuendone in parallelo 160 a gente varia, da Madre Teresa di Calcutta a Valentino Rossi), sono le chiacchierate tra l'autore e alcuni dei protagonisti del mondo accademico italiano. Come quella con Augusto Preti, che diventò rettore a Brescia nel lontanissimo 1983, quando erano ancora vivi Garrincha e David Niven, e scherza: «Io sono il potere assoluto». O Pasquale Mistretta, il rettore di Cagliari, secondo il quale «molti figli illustri, proprio a causa dei complessi d'inferiorità verso i padri, a volte si sono smarriti: alcuni sono finiti anche nel tunnel della droga», quindi forse «quando un padre va in pensione, come un tempo succedeva in banca o all'Enel, è logico che ci sia un occhio di riguardo» per i figli. Il meglio, però, lo dà il professore Giuseppe Nicotina spiegando come il suo Ludovico avesse vinto in solitaria un concorso per ricercatore: «I figli dei docenti sono più bravi perché hanno tutta una "forma mentis" che si crea nell'ambito familiare tipico di noi professori». Insomma: è una questione quasi genetica. Se poi una spintarella aiuta la forma mentis...
Fonte: corriere.it
Se in vita vostra avete solo collaborato a un lavoro «scientifico» di una pagina (una!) scritto con altre cinque persone e presentato a un convegno ma mai pubblicato su una rivista internazionale, non disperate: potete sempre vincere un concorso universitario. Basta esser nati sotto la giusta congiunzione astrale. Come successe al «professor» Giovanni Lanteri. Che vinse appunto un posto da «associato» all'Università di Messina presentando 2 pubblicazioni. La prima («Studio preliminare sull'espressione immunoistochimica dell'Eritropoietina...») fu subito scartata dagli stessi commissari: «Non venga presa in considerazione ai fini della presente valutazione». La seconda («A new outbreak of photobacteriosis in Sicily») è finita nel fascicolo dell'inchiesta giudiziaria col giudizio del Ministero dell'Università consultato dai magistrati: «Priva di rigore metodologico. Non è possibile individuare il singolo apporto di ciascuno dei sei autori».
L'episodio, sconcertante, è uno dei tantissimi raccolti da Nino Luca, un collega del «Corriere.it», in un libro appena uscito da Marsilio: «Parentopoli». Quando l'università è affare di famiglia. Un reportage durissimo e spassoso su uno degli aspetti più controversi dell'università, quello dei concorsi sospetti. Che troppo spesso finiscono col consegnare la cattedra a mogli, figli, cognati, amici e amici degli amici. Immaginiamo già l'obiezione: non ci son solo i baroni e le clientele e le apocalittiche classifiche internazionali! Giusto. È vero che la situazione «cambia drasticamente se si concentra l'analisi sulle singole aree disciplinari» (come ricorda Domenico Marinucci, direttore del Dipartimento di Matematica di Tor Vergata, 19° in Europa tra le eccellenze del settore e meno afflitto dalla cronica povertà di docenti stranieri), vero che nelle «hit parade» avulse la «Normale» è stabilmente nelle prime venti al mondo, vero che tanti ragazzi usciti dai nostri atenei vanno alla conquista del mondo.
Il reportage di Nino Luca, però, proprio per l'abbondanza di episodi così incredibili da risultare irresistibilmente comici, mette spavento. A partire dalla disinvolta e allegra spudoratezza con cui tanti rettori irridono alle perplessità di chi non riesce a capacitarsi di come, ad esempio, possano essere circondati da tanti parenti. Come Gennaro Ferrara, da 22 anni alla guida della Parthenope di Napoli: «Ma lei vuole fare un articolo serio o un articolo scherzoso? No, perché se lei vuole fare un articolo scherzoso, io ci sto». Come mai ha portato con sé all'università la seconda moglie, il di lei fratello, la figlia e i mariti delle due figlie? La risposta: «Se trattiamo “parentopoli” in termini scandalistici non va bene». Poveri figli, poi...«Devono dimostrare ogni giorno di valere...». Alcuni casi raccontati sono noti, come quello d'una torinese bocciata a un concorso che mesi fa si sfogò con «La Stampa» d'esser stata trombata, scusate il bisticcio, perché non aveva «più voluto compiacere sessualmente» il direttore della scuola di specializzazione. O quello della famiglia Massari che «porta l'Università di Bari nel Guinness dei primati» grazie al piazzamento nei dintorni della facoltà di economia di otto-Massari-otto: Antonella, Fabrizio, Francesco Saverio, Gian Siro, Gilberto, Lanfranco, Manuela e Stefania. O quello del preside di Medicina e rettore della «Sapienza» Luigi Frati («Parentopoli? Voi giornalisti sapete fare solo folclore!», ha urlato a Luca), un uomo tutto casa e ufficio dato che nella sua facoltà lavorano la moglie Luciana Angeletti, il figlio Giacomo e la figlia Paola, che nell'aula magna di Patologia ha fatto la festa di nozze. Altri casi sono meno conosciuti. Come quello di un recentissimo concorso per due posti alla Facoltà di Medicina e Chirurgia della Bicocca di Milano con cinque soli concorrenti tra i quali tre figli (due vittoriosi, ovvio) di docenti della stessa Facoltà di Medicina e Chirurgia. O quello della condanna a un anno di reclusione per abuso d'ufficio (pena sospesa) e a uno d'interdizione dai pubblici uffici (per aver danneggiato la professoressa Antonina Alberti durante un concorso) di Fernanda Caizzi Decleva, moglie del presidente in carica della Crui, la conferenza dei rettori.
La cosa più interessante del reportage, però, al di là della sottolineatura di certe bizzarrie (come quella che riguarda l'ex rettore di Bologna Fabio Roversi Monaco, che ha incassato 11 lauree honoris causa da vari atenei mondiali distribuendone in parallelo 160 a gente varia, da Madre Teresa di Calcutta a Valentino Rossi), sono le chiacchierate tra l'autore e alcuni dei protagonisti del mondo accademico italiano. Come quella con Augusto Preti, che diventò rettore a Brescia nel lontanissimo 1983, quando erano ancora vivi Garrincha e David Niven, e scherza: «Io sono il potere assoluto». O Pasquale Mistretta, il rettore di Cagliari, secondo il quale «molti figli illustri, proprio a causa dei complessi d'inferiorità verso i padri, a volte si sono smarriti: alcuni sono finiti anche nel tunnel della droga», quindi forse «quando un padre va in pensione, come un tempo succedeva in banca o all'Enel, è logico che ci sia un occhio di riguardo» per i figli. Il meglio, però, lo dà il professore Giuseppe Nicotina spiegando come il suo Ludovico avesse vinto in solitaria un concorso per ricercatore: «I figli dei docenti sono più bravi perché hanno tutta una "forma mentis" che si crea nell'ambito familiare tipico di noi professori». Insomma: è una questione quasi genetica. Se poi una spintarella aiuta la forma mentis...
Fonte: corriere.it
Genova, 25 poliziotti nei guai: cocaina, bische e festini. La lista degli agenti drogati pronta per il Viminale
L'inchiesta Le prime manette a febbraio. Il questore: solo poche mele marce
GENOVA — Il mondo sotto al monumento di Quarto era come un film americano. I circoli per anziani diventavano bische notturne. Arrivava gente in cerca di coca che si faceva chiamare «Jack» e «Topo», con i rotoli di banconote in tasca. Gli sbirri che gestivano il traffico di droga si sentivano «prima spacciatore e poi poliziotto », tenevano in casa fucili a pompa e munizioni da guerra per custodire «la bamba», organizzavano festini con prostitute, transessuali e fiumi di polvere bianca, si depilavano a sangue il pube per sfuggire ai controlli tossicologici degli «Affari interni», sniffavano fino a «farsi girare gli occhi», scortavano armati le auto dei pusher.
Lo sapevano in tanti, quel che succedeva intorno al «monu », la statua che celebra la partenza dei Mille di Garibaldi diventata punto di ritrovo dei «cattivi tenenti» genovesi, i due poliziotti arrestati lo scorso febbraio per spaccio. Era davvero come un film o un romanzo lungo almeno due anni, dal 2007 al 2009. Di quelli sui poliziotti cattivi, «i ragazzi del coro » raccontati da Joseph Wambaugh e poi James Ellroy. Dove non c'è più distinzione tra male e bene, i mondi paralleli del crimine e della legge finiscono per sovrapporsi e diventare una sola cosa. Soltanto che qui i cattivi tenenti avevano facce da ragazzi, non la maschera sfatta di Harvey Keitel.
Al nono piano del palazzo di Giustizia in questi giorni va in scena una sorta di forca caudina. Uno alla volta, vengono interrogati una trentina di agenti. Dalle intercettazioni risultano essere consumatori abituali di cocaina. Il pubblico ministero Vittorio Ranieri Miniati li mette davanti ad un bivio. Se ammetti di aver comprato e sniffato vieni segnalato al Prefetto e vai incontro ad un procedimento disciplinare, ci sono già gli ispettori venuti da Roma che aspettano di avere i nomi. Se rimani in silenzio vieni indagato per favoreggiamento. In ventidue sono finiti nel primo elenco. Altri tre hanno dato prova di omertà e adesso sono sotto inchiesta.
Nessuno si è mai accorto di niente, questa è la versione ufficiale. I poliziotti arrestati e quelli indagati hanno lavorato a Milano, Asti, Lodi, Novara, Mondovì e Genova, trafficando sempre in cocaina. I magistrati sono sempre più convinti che gli agenti abbiano goduto di una rete di connivenze. Non un complotto da parte di cittadini al di sopra di ogni sospetto. Piuttosto, la semplice condivisione del consumo di droga, pratica che dalle testimonianze raccolte finora sembra diffusa tra i colleghi degli agenti arrestati. Anche nelle intercettazioni ci sono passaggi preoccupanti. «Sei dei tanti, non ti preoccupare, sei proprio nella norma», dice un agente ad un collega mentre parlano tra loro del consumo di droga. Anche per questo il capo della Polizia ha subito mandato i suoi ispettori. Nessuna voglia di sottovalutare l'allarme.
«Poche mele marce», è la definizione fornita dal questore di Genova Salvatore Presenti. Un gruppo di amici, tutti compagni di corso, età compresa tra i 25 e i 30 anni. L'indagine nasce quasi per caso e fin da subito assume una coloritura malsana. Massimo Pigozzi è un agente che nel luglio scorso è stato condannato a tre anni e due mesi per i fatti avvenuti durante il G8 nella caserma di Bolzaneto. Aveva «strappato» la mano di un no global, divaricandogli le dita fino a lacerare pelle e legamenti. Nel 2007 era stato arrestato con un'altra accusa. Insieme ad alcuni suoi colleghi avrebbe violentato tre prostitute straniere nelle guardine della questura genovese. I magistrati decidono di fare intercettazioni sull'utenza dell'agente che abitualmente era di turno con lui. Dall'ascolto delle telefonate emergono riferimenti a festini a base di cocaina. Ad organizzarli è uno spacciatore, Luca Schenone, che rifornisce decine di poliziotti. Due di questi acquirenti, gli agenti Morgan Mele e Stefano Picasso, decidono di mettersi in proprio, organizzando una rete che aveva clienti in molte questure del Nord Ovest.
I comportamenti illegali di questo gruppo di agenti mostrano una scelta di campo netta. «Venererò quello spacciatore fin che vivrà» dice Mele, consapevole dell'abbruttimento dovuto alla droga. «Non riesci a pisciare, dormire, mangiare. E non ci vedi, cazzo». Quando Picasso viene fermato dai carabinieri mentre sta sniffando fuori da una discoteca, decide di prendersi una pausa dal lavoro in questura e simula una malattia, ingannando il medico. «Recito da Oscar. E ho scoperto che il bello è stare a casa senza avere assolutamente nulla, è una cosa bellissima». Un poliziotto dichiara le sue intenzioni: «Voglio bruciarmi completamente ». Il collega lo ammonisce a non portare un amico considerato non adatto: «Non vorrei che morisse lì, e poi ci tocca anche buttarlo nella spazzatura». Medici pronti a dare lastre false per simulare incidenti, armi illegali, depilazioni integrali e ripetute per aggirare i controlli. Due atti di droga venduta e consumata ogni settimana. Coca a fiumi, cervelli in pappa. «Stasera voglio fare una rissa della Madonna, finisce che ammazzo tutti». La sensazione di impunità che permette di fare progetti folli. «Facciamo come i colleghi arrestati a Brescia» dice l'agente Mele. Si riferisce ad una banda di carabinieri e vigili urbani che rapinava extracomunitari. «Rapinare i negri», una suggestione che ricorre spesso nelle intercettazioni. Ogni Paese ha i ragazzi del coro che si merita.
Fonte: corriere.it
GENOVA — Il mondo sotto al monumento di Quarto era come un film americano. I circoli per anziani diventavano bische notturne. Arrivava gente in cerca di coca che si faceva chiamare «Jack» e «Topo», con i rotoli di banconote in tasca. Gli sbirri che gestivano il traffico di droga si sentivano «prima spacciatore e poi poliziotto », tenevano in casa fucili a pompa e munizioni da guerra per custodire «la bamba», organizzavano festini con prostitute, transessuali e fiumi di polvere bianca, si depilavano a sangue il pube per sfuggire ai controlli tossicologici degli «Affari interni», sniffavano fino a «farsi girare gli occhi», scortavano armati le auto dei pusher.
Lo sapevano in tanti, quel che succedeva intorno al «monu », la statua che celebra la partenza dei Mille di Garibaldi diventata punto di ritrovo dei «cattivi tenenti» genovesi, i due poliziotti arrestati lo scorso febbraio per spaccio. Era davvero come un film o un romanzo lungo almeno due anni, dal 2007 al 2009. Di quelli sui poliziotti cattivi, «i ragazzi del coro » raccontati da Joseph Wambaugh e poi James Ellroy. Dove non c'è più distinzione tra male e bene, i mondi paralleli del crimine e della legge finiscono per sovrapporsi e diventare una sola cosa. Soltanto che qui i cattivi tenenti avevano facce da ragazzi, non la maschera sfatta di Harvey Keitel.
Al nono piano del palazzo di Giustizia in questi giorni va in scena una sorta di forca caudina. Uno alla volta, vengono interrogati una trentina di agenti. Dalle intercettazioni risultano essere consumatori abituali di cocaina. Il pubblico ministero Vittorio Ranieri Miniati li mette davanti ad un bivio. Se ammetti di aver comprato e sniffato vieni segnalato al Prefetto e vai incontro ad un procedimento disciplinare, ci sono già gli ispettori venuti da Roma che aspettano di avere i nomi. Se rimani in silenzio vieni indagato per favoreggiamento. In ventidue sono finiti nel primo elenco. Altri tre hanno dato prova di omertà e adesso sono sotto inchiesta.
Nessuno si è mai accorto di niente, questa è la versione ufficiale. I poliziotti arrestati e quelli indagati hanno lavorato a Milano, Asti, Lodi, Novara, Mondovì e Genova, trafficando sempre in cocaina. I magistrati sono sempre più convinti che gli agenti abbiano goduto di una rete di connivenze. Non un complotto da parte di cittadini al di sopra di ogni sospetto. Piuttosto, la semplice condivisione del consumo di droga, pratica che dalle testimonianze raccolte finora sembra diffusa tra i colleghi degli agenti arrestati. Anche nelle intercettazioni ci sono passaggi preoccupanti. «Sei dei tanti, non ti preoccupare, sei proprio nella norma», dice un agente ad un collega mentre parlano tra loro del consumo di droga. Anche per questo il capo della Polizia ha subito mandato i suoi ispettori. Nessuna voglia di sottovalutare l'allarme.
«Poche mele marce», è la definizione fornita dal questore di Genova Salvatore Presenti. Un gruppo di amici, tutti compagni di corso, età compresa tra i 25 e i 30 anni. L'indagine nasce quasi per caso e fin da subito assume una coloritura malsana. Massimo Pigozzi è un agente che nel luglio scorso è stato condannato a tre anni e due mesi per i fatti avvenuti durante il G8 nella caserma di Bolzaneto. Aveva «strappato» la mano di un no global, divaricandogli le dita fino a lacerare pelle e legamenti. Nel 2007 era stato arrestato con un'altra accusa. Insieme ad alcuni suoi colleghi avrebbe violentato tre prostitute straniere nelle guardine della questura genovese. I magistrati decidono di fare intercettazioni sull'utenza dell'agente che abitualmente era di turno con lui. Dall'ascolto delle telefonate emergono riferimenti a festini a base di cocaina. Ad organizzarli è uno spacciatore, Luca Schenone, che rifornisce decine di poliziotti. Due di questi acquirenti, gli agenti Morgan Mele e Stefano Picasso, decidono di mettersi in proprio, organizzando una rete che aveva clienti in molte questure del Nord Ovest.
I comportamenti illegali di questo gruppo di agenti mostrano una scelta di campo netta. «Venererò quello spacciatore fin che vivrà» dice Mele, consapevole dell'abbruttimento dovuto alla droga. «Non riesci a pisciare, dormire, mangiare. E non ci vedi, cazzo». Quando Picasso viene fermato dai carabinieri mentre sta sniffando fuori da una discoteca, decide di prendersi una pausa dal lavoro in questura e simula una malattia, ingannando il medico. «Recito da Oscar. E ho scoperto che il bello è stare a casa senza avere assolutamente nulla, è una cosa bellissima». Un poliziotto dichiara le sue intenzioni: «Voglio bruciarmi completamente ». Il collega lo ammonisce a non portare un amico considerato non adatto: «Non vorrei che morisse lì, e poi ci tocca anche buttarlo nella spazzatura». Medici pronti a dare lastre false per simulare incidenti, armi illegali, depilazioni integrali e ripetute per aggirare i controlli. Due atti di droga venduta e consumata ogni settimana. Coca a fiumi, cervelli in pappa. «Stasera voglio fare una rissa della Madonna, finisce che ammazzo tutti». La sensazione di impunità che permette di fare progetti folli. «Facciamo come i colleghi arrestati a Brescia» dice l'agente Mele. Si riferisce ad una banda di carabinieri e vigili urbani che rapinava extracomunitari. «Rapinare i negri», una suggestione che ricorre spesso nelle intercettazioni. Ogni Paese ha i ragazzi del coro che si merita.
Fonte: corriere.it
17 mar 2009
In Toscana c'è chi aiuta il boss di Gomorra. Il rapporto della Direzione Nazionale Antimafia
Per i magistrati dell'antimafia la latitanza di Michele Zagaria, primula rossa della criminalità organizzata è gestita nella nostra regione
Non sono famiglie, ma qualcosa che ricorda un gruppo ancora più chiuso e impermeabile. Non a caso si usa la parola «cellula» — un lessico tipicamente brigatista — per delineare la caratteristica degli «uomini di Gomorra». Il crimine organizzato della Campania, la camorra, è forse quello più presente in Toscana. Ha interessi dappertutto. Secondo il pm Carmelo Petralia «accanto alle strategie di penetrazione economica e mimetizzazione sociale connesse all'inserimento nel mercato delle imprese del comparto turistico-alberghiero e della distribuzione commerciale, vanno sottolineate le ulteriori attività di infiltrazione affaristico- criminale, connesse alla gestione in varie province della Toscana di locali notturni ed agenzie di scommesse». Interessi, questi, che vengono passati al setaccio, in particolar modo, dagli investigatori della squadra mobile e dai carabinieri della Regione Toscana, diretta dal generale Riccardo Amato. L'evoluzione della criminalità campana è veloce. Gli interessi «gemmano». Nella relazione della Direzione nazionale antimafia si legge che «il quadro investigativo che ne emerge può dirsi paradigmatico del più recente modo di atteggiarsi della “penetrazione” casalese, nel senso che alcuni esponenti di detta organizzazione, fermi restando i loro legami strutturali e operativi con la struttura criminale campana di provenienza, mostrano di aver costituito in Toscana delle “cellule” individuabili come aggregati mafiosi autonomi, caratterizzati da uno specifico progetto criminale da attuarsi in sede locale».
LA LATITANZA DI MICHELE ZAGARIA - Attenzione: è in questo contesto che si inserise «la “gestione” di talune importanti latitanze, come quella di Michele Zagaria». Una delle «primule rosse» della criminalità organizzata, inserito nell'elenco dei massimi ricercati in Italia, potentissimo boss dei casalesi. Ricercato dal 1995, per associazione di tipo mafioso, omicidio, estorsione, rapina, nei confronti di Zagaria l'8 febbario del 2000 sono state diramate le ricerche in campo internazionale per arresto ai fini estradizionali. Di fatto la Dna è certa che parte della sua latitanza viene «gestita» proprio in Toscana, da sempre un crocevia della latitanza criminale (si pensi ai banditi sardi). Le province che sono più a rischio, almeno per quanto riguarda un'istantanea investigativa che si ferma allo scorso anno, riguardano Arezzo, Pisa e Lucca, dove in Versilia i carabinieri stanno lavorando in maniera serrata. La presenza dei casalesi è talmente seria che ci sono state «necessità conseguenti al collegamento tra le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze e quelle della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli» che hanno «comportato lo svolgimento di alcune riunioni a Roma» durante le quali il procuratore Grasso ha impartito direttive ben precise.
Fonte: corriere.it
Non sono famiglie, ma qualcosa che ricorda un gruppo ancora più chiuso e impermeabile. Non a caso si usa la parola «cellula» — un lessico tipicamente brigatista — per delineare la caratteristica degli «uomini di Gomorra». Il crimine organizzato della Campania, la camorra, è forse quello più presente in Toscana. Ha interessi dappertutto. Secondo il pm Carmelo Petralia «accanto alle strategie di penetrazione economica e mimetizzazione sociale connesse all'inserimento nel mercato delle imprese del comparto turistico-alberghiero e della distribuzione commerciale, vanno sottolineate le ulteriori attività di infiltrazione affaristico- criminale, connesse alla gestione in varie province della Toscana di locali notturni ed agenzie di scommesse». Interessi, questi, che vengono passati al setaccio, in particolar modo, dagli investigatori della squadra mobile e dai carabinieri della Regione Toscana, diretta dal generale Riccardo Amato. L'evoluzione della criminalità campana è veloce. Gli interessi «gemmano». Nella relazione della Direzione nazionale antimafia si legge che «il quadro investigativo che ne emerge può dirsi paradigmatico del più recente modo di atteggiarsi della “penetrazione” casalese, nel senso che alcuni esponenti di detta organizzazione, fermi restando i loro legami strutturali e operativi con la struttura criminale campana di provenienza, mostrano di aver costituito in Toscana delle “cellule” individuabili come aggregati mafiosi autonomi, caratterizzati da uno specifico progetto criminale da attuarsi in sede locale».
LA LATITANZA DI MICHELE ZAGARIA - Attenzione: è in questo contesto che si inserise «la “gestione” di talune importanti latitanze, come quella di Michele Zagaria». Una delle «primule rosse» della criminalità organizzata, inserito nell'elenco dei massimi ricercati in Italia, potentissimo boss dei casalesi. Ricercato dal 1995, per associazione di tipo mafioso, omicidio, estorsione, rapina, nei confronti di Zagaria l'8 febbario del 2000 sono state diramate le ricerche in campo internazionale per arresto ai fini estradizionali. Di fatto la Dna è certa che parte della sua latitanza viene «gestita» proprio in Toscana, da sempre un crocevia della latitanza criminale (si pensi ai banditi sardi). Le province che sono più a rischio, almeno per quanto riguarda un'istantanea investigativa che si ferma allo scorso anno, riguardano Arezzo, Pisa e Lucca, dove in Versilia i carabinieri stanno lavorando in maniera serrata. La presenza dei casalesi è talmente seria che ci sono state «necessità conseguenti al collegamento tra le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze e quelle della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli» che hanno «comportato lo svolgimento di alcune riunioni a Roma» durante le quali il procuratore Grasso ha impartito direttive ben precise.
Fonte: corriere.it
Assenteismo: 36 arresti a Portici. Operazione di polizia contro un gruppo di dipendenti del comune napoletano
A tutti è stato concesso il beneficio degli arresti domiciliari
NAPOLI - Trentasei dipendenti del Comune di Portici (Napoli) sono stati arrestati all'alba dalla polizia per assenteismo, in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare emessa dalla magistratura. A tutti è stato concesso il beneficio degli arresti domiciliari.
Nel corso dell'operazione sono stati anche notificati altri 58 avvisi di conclusione indagini ad altrettanti dipendenti del Comune. I provvedimenti, emessi su richiesta della sezione reati contro la Pubblica Amministrazione della procura della Repubblica di Napoli, sono stati eseguiti dagli agenti del commissariato di Polizia Portici-Ercolano, della squadra Mobile e della Digos
Fonte: corriere.it
NAPOLI - Trentasei dipendenti del Comune di Portici (Napoli) sono stati arrestati all'alba dalla polizia per assenteismo, in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare emessa dalla magistratura. A tutti è stato concesso il beneficio degli arresti domiciliari.
Nel corso dell'operazione sono stati anche notificati altri 58 avvisi di conclusione indagini ad altrettanti dipendenti del Comune. I provvedimenti, emessi su richiesta della sezione reati contro la Pubblica Amministrazione della procura della Repubblica di Napoli, sono stati eseguiti dagli agenti del commissariato di Polizia Portici-Ercolano, della squadra Mobile e della Digos
Fonte: corriere.it
14 mar 2009
Più di 40 auto blu in coda per ritirare i biglietti di Roma-Arsenal. Riprese da un filmato di "Le Iene".
Le macchine erano tutte in servizio con sirene e lampeggianti, esponevano contrassegni e palette
ROMA - Più di quaranta auto blu in coda davanti alla sede del Coni di Roma per ritirare i biglietti della partita Roma-Arsenal. Ed erano tutte in servizio. Sirene, lampeggianti, palette esposte dagli autisti, contrassegni «Servizio di Stato», «Camera dei Deputati», «Senato della Repubblica», «Palazzo Chigi Presidenza del Consiglio dei Ministri». Un filmato delle «Iene Show» in onda stasera su Italia 1, le ha riprese tutte.
AL MINISTRO BRUNETTA
E «Le Iene» si rivolgono al ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta: «Sta cercando di combattere gli sprechi nella PA, uno dei più emblematici è l'abuso delle auto blu, ovvero macchine pagate con soldi pubblici e che dovrebbero servire a soddisfare interessi statali». Non è sempre così, secondo «Le Iene», che hanno voluto verificare di persona e la sera dell'11 marzo si sono appostate davanti alla sede romana del Coni, a due passi dallo Stadio Olimpico. «Ecco che arriva la prima auto blu con tanto di sirena - raccontano "Le Iene" -, l'autista torna con una busta in mano, ma è muto come un pesce».
LA PROCESSIONE
A poco a poco arrivano auto blu di tutti i tipi, italiane, straniere, con lampeggiante o paletta. Tutti acqua in bocca, ma i contrassegni sulle auto tradiscono gli autisti. Qualcuno poi si sbottona davanti alla finta giornalista che fa domande e alla fine qualche autista fa anche nome e cognome del fortunato che riceverà i biglietti della partita, come ad esempio il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo e il sottosegretario del Lavoro Pasquale Viespoli.
Le «Iene», fanno sapere in una nota di essere «a disposizione nel caso il ministro Brunetta volesse intervenire contro questi sprechi operati dai suoi colleghi».
Fonte: corriere.it
ROMA - Più di quaranta auto blu in coda davanti alla sede del Coni di Roma per ritirare i biglietti della partita Roma-Arsenal. Ed erano tutte in servizio. Sirene, lampeggianti, palette esposte dagli autisti, contrassegni «Servizio di Stato», «Camera dei Deputati», «Senato della Repubblica», «Palazzo Chigi Presidenza del Consiglio dei Ministri». Un filmato delle «Iene Show» in onda stasera su Italia 1, le ha riprese tutte.
AL MINISTRO BRUNETTA
E «Le Iene» si rivolgono al ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta: «Sta cercando di combattere gli sprechi nella PA, uno dei più emblematici è l'abuso delle auto blu, ovvero macchine pagate con soldi pubblici e che dovrebbero servire a soddisfare interessi statali». Non è sempre così, secondo «Le Iene», che hanno voluto verificare di persona e la sera dell'11 marzo si sono appostate davanti alla sede romana del Coni, a due passi dallo Stadio Olimpico. «Ecco che arriva la prima auto blu con tanto di sirena - raccontano "Le Iene" -, l'autista torna con una busta in mano, ma è muto come un pesce».
LA PROCESSIONE
A poco a poco arrivano auto blu di tutti i tipi, italiane, straniere, con lampeggiante o paletta. Tutti acqua in bocca, ma i contrassegni sulle auto tradiscono gli autisti. Qualcuno poi si sbottona davanti alla finta giornalista che fa domande e alla fine qualche autista fa anche nome e cognome del fortunato che riceverà i biglietti della partita, come ad esempio il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo e il sottosegretario del Lavoro Pasquale Viespoli.
Le «Iene», fanno sapere in una nota di essere «a disposizione nel caso il ministro Brunetta volesse intervenire contro questi sprechi operati dai suoi colleghi».
Fonte: corriere.it
10 mar 2009
Roma, sacerdote con trans: multato
Il religioso, un americano di 35 anni, trovato dalla polizia nel quartiere Aurelio. I due erano dentro un'auto
ROMA - Un sacerdote americano di 35 anni è stato sorpreso con un transessuale in una strada in periferia di Roma, nel quartiere Aurelio, ed è stato multato per atti osceni in base a quanto previsto dall'ordinanza anti prostituzione della capitale che prevede sanzioni anche per i clienti. Il religioso, arrivato nella capitale da qualche giorno per partecipare a un convegno, è stato sorpreso dagli agenti la notte tra sabato e domenica in una zona isolata mentre era in compagnia del trans dentro un'auto.
Fonte: corriere.it
ROMA - Un sacerdote americano di 35 anni è stato sorpreso con un transessuale in una strada in periferia di Roma, nel quartiere Aurelio, ed è stato multato per atti osceni in base a quanto previsto dall'ordinanza anti prostituzione della capitale che prevede sanzioni anche per i clienti. Il religioso, arrivato nella capitale da qualche giorno per partecipare a un convegno, è stato sorpreso dagli agenti la notte tra sabato e domenica in una zona isolata mentre era in compagnia del trans dentro un'auto.
Fonte: corriere.it
9 mar 2009
Truffa dei rifiuti a Colleferro : 13 arresti, smantellata la dirigenza del termovalizzatore.
Falsificati i certificati di analisi: nell'impianto finivano anche materiali tossici
ROMA - Un termovalorizzatore moderno, un modello di tecnologia. Quello di Colleferro. Ma dentro ci finiva di tutto, con pesanti conseguenze sull'ambiente circostante. E’ questa l’accusa per cui nella notte tra domenica e lunedì i carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Roma hanno eseguito 13 ordini di custodia cautelare degli arresti domiciliari, emessi dal gip del tribunale di Velletri, nelle province di Roma, Latina, Frosinone, Napoli, Avellino, Bari, Foggia, Grosseto e Livorno. Secondo quanto si apprende da fonti investigative a Colleferro veniva smaltito ogni tipo di rifiuto violando «tutte le norme previste». Parte del materiale, hanno verificato gli uomini dell'Arma, arriva «di nascosto» dalla Campania e comprendeva anche rifiuti pericolosi.
GLI INQUIRENTI: «PROVE INEQUIVOCABILI» - Le indagini del nucleo ecologico dei carabinieri - spiega una nota - hanno permesso di raccogliere «inequivocabili elementi di responsabilità a carico dei soggetti che conseguivano ingiusti profitti, rappresentati dai maggiori ricavi e dalle minori spese di gestione dei rifiuti che venivano prodotti e commercializzati come Cdr (combustibile da rifiuti) pur non avendone le caratteristiche, qualificabili, in parte invece, come rifiuti speciali anche pericolosi e quindi non utilizzabili nei forni dei termovalorizzatori per il recupero energetico».
L'ORIGINE DELL'INCHIESTA - Era stata la denuncia di un ex dipendente a far partire le prime indagini. Il capo-turno si presentò con un campione di rifiuti da analizzare, estratto da una vasca per il trattamento dei rifiuti che presentava picchi anomali di XCl (acido cloridico) e SO2 (biossido di zolfo). Il campione sotto forma di cilindro è stato poi fatto analizzare dall’Arpa di Frosinone che non lo ha repertato come «materiale non identificabile come cdr» bensì «rifiuto speciale e pericoloso per la presenza di idrocarburi».
I REATI - I reati contestati a vario titolo sono di associazione per delinquere; attività organizzata per traffico illecito di rifiuti; falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico; truffa aggravata ai danni dello Stato; favoreggiamento personale; violazione dei valori limiti delle emissioni in atmosfera e prescrizione delle autorizzazioni; accesso abusivo a sistemi informatici.
IN MANETTE I DIRIGENTI DEL CONSORZIO - A finire in manette la dirigenza del consorzio che gestisce l'impianto di smaltimento alle porte di Roma e alcuni responsabili dell'Ama per i ciclo dei rifiuti. Tra di loro anche il direttore tecnico e responsabile della gestione dei rifiuti degli impianti di termovalorizzazione di Colleferro, Paolo Meaglia; un dirigente dell’Ama; soci e amministratori di società di intermediazione di rifiuti e di sviluppo di software, chimici di laboratori di analisi. I militari oggi hanno provveduto anche a notificare 25 informazioni di garanzia.
Fonte: corriere.it
ROMA - Un termovalorizzatore moderno, un modello di tecnologia. Quello di Colleferro. Ma dentro ci finiva di tutto, con pesanti conseguenze sull'ambiente circostante. E’ questa l’accusa per cui nella notte tra domenica e lunedì i carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Roma hanno eseguito 13 ordini di custodia cautelare degli arresti domiciliari, emessi dal gip del tribunale di Velletri, nelle province di Roma, Latina, Frosinone, Napoli, Avellino, Bari, Foggia, Grosseto e Livorno. Secondo quanto si apprende da fonti investigative a Colleferro veniva smaltito ogni tipo di rifiuto violando «tutte le norme previste». Parte del materiale, hanno verificato gli uomini dell'Arma, arriva «di nascosto» dalla Campania e comprendeva anche rifiuti pericolosi.
GLI INQUIRENTI: «PROVE INEQUIVOCABILI» - Le indagini del nucleo ecologico dei carabinieri - spiega una nota - hanno permesso di raccogliere «inequivocabili elementi di responsabilità a carico dei soggetti che conseguivano ingiusti profitti, rappresentati dai maggiori ricavi e dalle minori spese di gestione dei rifiuti che venivano prodotti e commercializzati come Cdr (combustibile da rifiuti) pur non avendone le caratteristiche, qualificabili, in parte invece, come rifiuti speciali anche pericolosi e quindi non utilizzabili nei forni dei termovalorizzatori per il recupero energetico».
L'ORIGINE DELL'INCHIESTA - Era stata la denuncia di un ex dipendente a far partire le prime indagini. Il capo-turno si presentò con un campione di rifiuti da analizzare, estratto da una vasca per il trattamento dei rifiuti che presentava picchi anomali di XCl (acido cloridico) e SO2 (biossido di zolfo). Il campione sotto forma di cilindro è stato poi fatto analizzare dall’Arpa di Frosinone che non lo ha repertato come «materiale non identificabile come cdr» bensì «rifiuto speciale e pericoloso per la presenza di idrocarburi».
I REATI - I reati contestati a vario titolo sono di associazione per delinquere; attività organizzata per traffico illecito di rifiuti; falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico; truffa aggravata ai danni dello Stato; favoreggiamento personale; violazione dei valori limiti delle emissioni in atmosfera e prescrizione delle autorizzazioni; accesso abusivo a sistemi informatici.
IN MANETTE I DIRIGENTI DEL CONSORZIO - A finire in manette la dirigenza del consorzio che gestisce l'impianto di smaltimento alle porte di Roma e alcuni responsabili dell'Ama per i ciclo dei rifiuti. Tra di loro anche il direttore tecnico e responsabile della gestione dei rifiuti degli impianti di termovalorizzazione di Colleferro, Paolo Meaglia; un dirigente dell’Ama; soci e amministratori di società di intermediazione di rifiuti e di sviluppo di software, chimici di laboratori di analisi. I militari oggi hanno provveduto anche a notificare 25 informazioni di garanzia.
Fonte: corriere.it
6 mar 2009
La pensione in anticipo, l'auto blu, l'indennità che migliora la vita: radiografia del Palazzo. Dove tutto costa meno ed è più facile
Nel Belpaese dei privilegi quell'extra che rende diversi
Sarà un anno orribile questo, l'ha garantito ieri Giulio Tremonti. La fila dei disoccupati agli angoli delle fabbriche misura oramai esattamente la distanza che separa la moltitudine, di ogni ceto, razza, lingua e religione, dagli eletti. Segno dei tempi è il ragù politico, il piatto di pasta servito alla buvette dei senatori il cui costo - collassato a un euro e cinquanta centesimi per deliberata e generosa scelta del gestore del catering - è stato fatto subito risalire dal presidente del Senato a un euro e ottanta, più in linea e rispettoso dei sentimenti dell'opinione pubblica.
C'è una parola, una sola, che pone alcuni lavori fuori dal comune, li innalza e li tonifica: il privilegio. L'extra che cambia il corso della busta paga, consola la vita anche quando è sul punto di finire. E produce quel miracolo che appunto si definisce privilegio, frutto del diritto che cambia natura.
Tutto ha un prezzo. Il silenzio, per esempio. Stare zitti è una fatica e ha il giusto costo. E morire, oltre al dolore inconsolabile, comporta una serie infinita di pratiche e di cerimonie che vanno obbligatoriamente fatturate. L'Iva, la maledetta Iva.
Il premio alla carriera. Una questione a parte, senza volere entrare nel merito del tema che qui lambisce la terra e il cielo, è il pacchetto dei premi fine vita. Apriamo parentesi. Prima della morte, ma forse più dolorosa di essa, c'è la fine della carriera politica, la fine dei sogni e della gloria. Il politico che lascia ottiene un vitalizio. Lo dice la parola stessa: il vitalizio non è la pensione e quindi lo si può raccogliere, a certe condizioni, anche da giovani. E' qualcosa di diverso e, stando all'etimo, sicuramente di vitale.
Antonio Martusciello a soli 46 anni ha lasciato Montecitorio. Per quattordici anni di fila ha servito le Istituzioni e Forza Italia. Se riscatta quattro anni di contributi può godere di un vitalizio formidabile: 7.958 euro (lordi) mensili. E il 49enne Alfonso Pecoraro Scanio, 16 anni trascorsi a Montecitorio, con un minimo riscatto raggiunge il traguardo degli 8.836 euro (lordi) in tasca, senza temere i nuovi ricalcoli pensionistici, il famigerato scalone, espressione che indica ancora lavoro e ancora per tanti anni per i sessantenni.
Oltre al vitalizio, conquistato calcando la scena, a fine carriera si aggiunge un affidamento in danaro a titolo di "solidarietà" o di "reinserimento sociale". L'assegno è pari all'80 per cento dell'indennità per il numero degli anni in cui ha frequentato il Potere. Ti hanno cacciato dal Parlamento e ora? L'anziano Armando Cossutta ha ottenuto 345.600 euro, per esempio. Il più giovane Clemente Mastella 307.328 euro. Proprio Mastella, causa licenziamento, ha raccolto il dovuto: vitalizio (9600 euro lordi mensili) e assegno di solidarietà. Ma il reinserimento sociale non è riuscito, Clemente ha vagato meno di un anno e sta per tornare nel punto esatto da dove era partito.
L'indennità funeraria. Trombato e premiato perciò. L'indennità, e qui entriamo in una speciale categoria, accompagna la vita del vivo e permette di dare sollievo ai familiari qualora il de cuius abbia davvero deciso di smettere e per sempre. In Veneto si chiamava indennità funeraria. In Sicilia, forse per non dare nell'occhio, la tipologia si è classificata più proletariamente come "sussidio di lutto". Così, il deputato palermitano Giovanni Ardizzone non ha fatto mistero di aver avuto una qualche perplessità anche di natura scaramantica allorché, nel corso del suo mandato di questore dell'Assemblea siciliana, si è trovato a firmare un paio di provvedimenti che erogavano "sussidi di lutto". E ha scoperto, dopo aver chiesto delucidazioni, che nella ricca e antica collezione di decreti del consiglio di presidenza dell'Ars c'è un atto che concede una somma fino a 5 mila euro per le spese relative a funerali di deputati in carica o cessati dal mandato. Soldi ovviamente destinati alle famiglie del caro onorevole estinto. Se l'è cavata magnificamente Ardizzone: "Cosa dire? Noi parlamentari siamo previdenti: pensiamo al nostro futuro. Anche dopo la morte".
Nel 2007 per i "sussidi di lutto" in Sicilia sono stati spesi 36.151 euro. In Veneto non si sa, ma il presidente del consiglio regionale, il leghista Marino Finozzi, interrogato sul triste tema del trapasso, ebbe come un sobbalzo e sinceramente rispose: "Io penso che un contributo pubblico alle spese di funerale per una persona che ha speso 10, 15 o più anni della vita per servire le istituzioni e i cittadini non sia un grande scandalo".
Tocchiamo ferro e badiamo al presente. È un'ora grave, la recessione economica sta travolgendo consuetudini quasi secolari: il Quirinale ha detto addio a 37 corazzieri (da 260 passeranno a 223) le senatrici hanno visto abolito il loro assegno per il parrucchiere, un bonus mensile di 150 euro. "Sono ancora piccole cose", hanno scritto i senatori questori. Piccole ma che danno il segno di un'era nuova, e dei sacrifici che attendono davvero tutti.
La corsia preferenziale. Le piccole cose si fanno poi grandi col crescere delle responsabilità. Conoscete un privilegio più tondo ed esibito di una guida contromano? Il comune di Palermo ha deliberato che i politici, di ogni risma e colore, debbano essere agevolati nel loro movimento. Viaggeranno in corsia preferenziale, ridurranno a una legittima concessione contromano l'attesa di far presto e bene. Ogni cosa al suo posto e ogni responsabilità al livello che merita. Il 22 agosto scorso una circolare di palazzo Chigi ha riclassificato le urgenze e le potestà mutando nel profondo le condizioni del passaggio aereo di Stato. Romano Prodi aveva incautamente ristretto il numero dei beneficiati obbligando persino fior fiore di ministri a giustificare la propria richiesta di volare alto e bene. Silvio Berlusconi ha ricondotto la spesa nei suoi limiti fisiologici: qualche milione di euro in più si spenderà, e però vuoi mettere la resa? Efficienza e velocità per tutti. Quindi tutti imbarcati: premier e consiglieri, ministri e viceministri, persino sottosegretari. Quando e come chiedono, facendo attenzione solo alle coincidenze.
Il costo del silenzio. Bisogna capirsi - e una volta per tutte - dove finisce il privilegio e dove inizia il dovere. L'obbligo per esempio di tenere la bocca cucita. Quando i capi dei servizi segreti Emilio Del Mese, Niccolò Pollari e Mario Mori hanno lasciato il comando, l'Espresso - curioso - fece due conti sulla liquidazione straordinaria che avrebbero ricevuto: la fissò in un milione e ottocentomila euro. Tra le tante voci che avrebbero prodotto una pensione da favola (circa 31 mila euro lordi al mese) per una carriera quarantennale davvero straordinaria bisognò tener conto anche del tributo a una vita pericolosa e soprattutto silenziosa. Allo stipendio si aggiunge infatti, per chi opera nei servizi, un'indennità particolare di funzione che, tra gli addetti, viene definita "indennità di silenzio" e quasi raddoppia l'emolumento base. Voce che poi, alla fine della carriera, viene conteggiata per la quiescenza. Silenzio d'oro, compenso perpetuo. Ma è un trattamento riservato unicamente ai capi. I sottoposti, al momento della pensione, non si portano dietro quella ricca indennità.
Questi tempi moderni hanno anche impresso un'autentica accelerazione allo scambio di idee e di proposte. Con internet tutto si è fatto non solo più semplice ma straordinariamente veloce. E sia il Senato che la Camera consegnano a ciascun eletto, ad ogni inizio di legislatura, hardware e software necessari. Il parlamentare riceve il suo computer (che a fine mandato conserverà) in modo che ovunque si trovi, ovunque, sia nella condizione di lavorare. Qualche mese fa la signora Anna, disperata, (tre figli minorenni e senza lavoro) ha scritto una mail a tutti i parlamentari e ha invocato aiuto. Anna non esisteva e la sua disperazione era finta. Era un modo per testare l'apparato tecnologico in dotazione. Dal momento dell'invio al momento della lettura della mail sono trascorse in media due settimane. Il 42 per cento dei senatori aveva però e purtroppo la casella di posta piena. Alla signora Anna hanno alla fine risposto in 26 che, su 994 destinatari, rappresenta il 2,7 per cento. Non male.
Auto blu e super autista. A ciascuno il suo e ad alcuni autisti, per esempio, una retribuzione maiuscola, calcolata sul giusto: il rischio, la velocità, la fatica di guidare anche di notte. Di pochi giorni fa la notizia che la Camera dei deputati ha riconosciuto, dopo una annosa vertenza, il secondo livello retributivo ai suoi autisti. Porterà a 10.164 euro la retribuzione mensile lorda (dopo 35 anni di lavoro) a chi conduce l'auto blu. Più di quattromila euro netti al mese. Tre autisti dell'Atac ci vogliono per farne uno della Camera. Ma il Parlamento è un mondo a parte, non fa testo. Un bravo barbiere, se riesce a imboccare il portone di Montecitorio, supera in progressione e di molto lo stipendio di un magistrato d'appello (fermo a 98mila euro l'anno), e un operaio specializzato (tubista, elettricista) se ha la ventura di lavorare alla Camera è sicuramente nella condizione di raggiungere e superare lo stipendio di un professore universitario, persino di un cattedratico barone. Alla Camera ogni cosa ha costi elevatissimi, e persino le spese minute diventano mostruose: l'anno scorso 650 mila euro sono volati via proprio per la minutaglia, le spese vagabonde. Ma lì anche gli appendiabiti e chissà quale altro accessorio dei guardaroba (giacché le guardarobiere sono pagate a parte) sono valsi nell'ultimo bilancio un accantonamento monstre: 205 mila euro. Disse Goffredo Bettini, al momento di metter piede a Montecitorio: "Mio padre mi ha lasciato ricco. Sono diventato assai meno ricco quando per anni, come segretario del Pci di Roma non ho preso lo stipendio. Tuttavia il mio partito mi ha restituito i privilegi eleggendomi prima alla Regione e poi in Parlamento". Privilegiato, esatto. Tra le cento carezze parlamentari anche una voce destinata alla lingua, a parlar bene e a farsi intendere meglio. Per la formazione linguistica ai deputati investiti nel 2008 900mila euro. In Parlamento si parla, nevvero?
Fonte: repubblica.it
Sarà un anno orribile questo, l'ha garantito ieri Giulio Tremonti. La fila dei disoccupati agli angoli delle fabbriche misura oramai esattamente la distanza che separa la moltitudine, di ogni ceto, razza, lingua e religione, dagli eletti. Segno dei tempi è il ragù politico, il piatto di pasta servito alla buvette dei senatori il cui costo - collassato a un euro e cinquanta centesimi per deliberata e generosa scelta del gestore del catering - è stato fatto subito risalire dal presidente del Senato a un euro e ottanta, più in linea e rispettoso dei sentimenti dell'opinione pubblica.
C'è una parola, una sola, che pone alcuni lavori fuori dal comune, li innalza e li tonifica: il privilegio. L'extra che cambia il corso della busta paga, consola la vita anche quando è sul punto di finire. E produce quel miracolo che appunto si definisce privilegio, frutto del diritto che cambia natura.
Tutto ha un prezzo. Il silenzio, per esempio. Stare zitti è una fatica e ha il giusto costo. E morire, oltre al dolore inconsolabile, comporta una serie infinita di pratiche e di cerimonie che vanno obbligatoriamente fatturate. L'Iva, la maledetta Iva.
Il premio alla carriera. Una questione a parte, senza volere entrare nel merito del tema che qui lambisce la terra e il cielo, è il pacchetto dei premi fine vita. Apriamo parentesi. Prima della morte, ma forse più dolorosa di essa, c'è la fine della carriera politica, la fine dei sogni e della gloria. Il politico che lascia ottiene un vitalizio. Lo dice la parola stessa: il vitalizio non è la pensione e quindi lo si può raccogliere, a certe condizioni, anche da giovani. E' qualcosa di diverso e, stando all'etimo, sicuramente di vitale.
Antonio Martusciello a soli 46 anni ha lasciato Montecitorio. Per quattordici anni di fila ha servito le Istituzioni e Forza Italia. Se riscatta quattro anni di contributi può godere di un vitalizio formidabile: 7.958 euro (lordi) mensili. E il 49enne Alfonso Pecoraro Scanio, 16 anni trascorsi a Montecitorio, con un minimo riscatto raggiunge il traguardo degli 8.836 euro (lordi) in tasca, senza temere i nuovi ricalcoli pensionistici, il famigerato scalone, espressione che indica ancora lavoro e ancora per tanti anni per i sessantenni.
Oltre al vitalizio, conquistato calcando la scena, a fine carriera si aggiunge un affidamento in danaro a titolo di "solidarietà" o di "reinserimento sociale". L'assegno è pari all'80 per cento dell'indennità per il numero degli anni in cui ha frequentato il Potere. Ti hanno cacciato dal Parlamento e ora? L'anziano Armando Cossutta ha ottenuto 345.600 euro, per esempio. Il più giovane Clemente Mastella 307.328 euro. Proprio Mastella, causa licenziamento, ha raccolto il dovuto: vitalizio (9600 euro lordi mensili) e assegno di solidarietà. Ma il reinserimento sociale non è riuscito, Clemente ha vagato meno di un anno e sta per tornare nel punto esatto da dove era partito.
L'indennità funeraria. Trombato e premiato perciò. L'indennità, e qui entriamo in una speciale categoria, accompagna la vita del vivo e permette di dare sollievo ai familiari qualora il de cuius abbia davvero deciso di smettere e per sempre. In Veneto si chiamava indennità funeraria. In Sicilia, forse per non dare nell'occhio, la tipologia si è classificata più proletariamente come "sussidio di lutto". Così, il deputato palermitano Giovanni Ardizzone non ha fatto mistero di aver avuto una qualche perplessità anche di natura scaramantica allorché, nel corso del suo mandato di questore dell'Assemblea siciliana, si è trovato a firmare un paio di provvedimenti che erogavano "sussidi di lutto". E ha scoperto, dopo aver chiesto delucidazioni, che nella ricca e antica collezione di decreti del consiglio di presidenza dell'Ars c'è un atto che concede una somma fino a 5 mila euro per le spese relative a funerali di deputati in carica o cessati dal mandato. Soldi ovviamente destinati alle famiglie del caro onorevole estinto. Se l'è cavata magnificamente Ardizzone: "Cosa dire? Noi parlamentari siamo previdenti: pensiamo al nostro futuro. Anche dopo la morte".
Nel 2007 per i "sussidi di lutto" in Sicilia sono stati spesi 36.151 euro. In Veneto non si sa, ma il presidente del consiglio regionale, il leghista Marino Finozzi, interrogato sul triste tema del trapasso, ebbe come un sobbalzo e sinceramente rispose: "Io penso che un contributo pubblico alle spese di funerale per una persona che ha speso 10, 15 o più anni della vita per servire le istituzioni e i cittadini non sia un grande scandalo".
Tocchiamo ferro e badiamo al presente. È un'ora grave, la recessione economica sta travolgendo consuetudini quasi secolari: il Quirinale ha detto addio a 37 corazzieri (da 260 passeranno a 223) le senatrici hanno visto abolito il loro assegno per il parrucchiere, un bonus mensile di 150 euro. "Sono ancora piccole cose", hanno scritto i senatori questori. Piccole ma che danno il segno di un'era nuova, e dei sacrifici che attendono davvero tutti.
La corsia preferenziale. Le piccole cose si fanno poi grandi col crescere delle responsabilità. Conoscete un privilegio più tondo ed esibito di una guida contromano? Il comune di Palermo ha deliberato che i politici, di ogni risma e colore, debbano essere agevolati nel loro movimento. Viaggeranno in corsia preferenziale, ridurranno a una legittima concessione contromano l'attesa di far presto e bene. Ogni cosa al suo posto e ogni responsabilità al livello che merita. Il 22 agosto scorso una circolare di palazzo Chigi ha riclassificato le urgenze e le potestà mutando nel profondo le condizioni del passaggio aereo di Stato. Romano Prodi aveva incautamente ristretto il numero dei beneficiati obbligando persino fior fiore di ministri a giustificare la propria richiesta di volare alto e bene. Silvio Berlusconi ha ricondotto la spesa nei suoi limiti fisiologici: qualche milione di euro in più si spenderà, e però vuoi mettere la resa? Efficienza e velocità per tutti. Quindi tutti imbarcati: premier e consiglieri, ministri e viceministri, persino sottosegretari. Quando e come chiedono, facendo attenzione solo alle coincidenze.
Il costo del silenzio. Bisogna capirsi - e una volta per tutte - dove finisce il privilegio e dove inizia il dovere. L'obbligo per esempio di tenere la bocca cucita. Quando i capi dei servizi segreti Emilio Del Mese, Niccolò Pollari e Mario Mori hanno lasciato il comando, l'Espresso - curioso - fece due conti sulla liquidazione straordinaria che avrebbero ricevuto: la fissò in un milione e ottocentomila euro. Tra le tante voci che avrebbero prodotto una pensione da favola (circa 31 mila euro lordi al mese) per una carriera quarantennale davvero straordinaria bisognò tener conto anche del tributo a una vita pericolosa e soprattutto silenziosa. Allo stipendio si aggiunge infatti, per chi opera nei servizi, un'indennità particolare di funzione che, tra gli addetti, viene definita "indennità di silenzio" e quasi raddoppia l'emolumento base. Voce che poi, alla fine della carriera, viene conteggiata per la quiescenza. Silenzio d'oro, compenso perpetuo. Ma è un trattamento riservato unicamente ai capi. I sottoposti, al momento della pensione, non si portano dietro quella ricca indennità.
Questi tempi moderni hanno anche impresso un'autentica accelerazione allo scambio di idee e di proposte. Con internet tutto si è fatto non solo più semplice ma straordinariamente veloce. E sia il Senato che la Camera consegnano a ciascun eletto, ad ogni inizio di legislatura, hardware e software necessari. Il parlamentare riceve il suo computer (che a fine mandato conserverà) in modo che ovunque si trovi, ovunque, sia nella condizione di lavorare. Qualche mese fa la signora Anna, disperata, (tre figli minorenni e senza lavoro) ha scritto una mail a tutti i parlamentari e ha invocato aiuto. Anna non esisteva e la sua disperazione era finta. Era un modo per testare l'apparato tecnologico in dotazione. Dal momento dell'invio al momento della lettura della mail sono trascorse in media due settimane. Il 42 per cento dei senatori aveva però e purtroppo la casella di posta piena. Alla signora Anna hanno alla fine risposto in 26 che, su 994 destinatari, rappresenta il 2,7 per cento. Non male.
Auto blu e super autista. A ciascuno il suo e ad alcuni autisti, per esempio, una retribuzione maiuscola, calcolata sul giusto: il rischio, la velocità, la fatica di guidare anche di notte. Di pochi giorni fa la notizia che la Camera dei deputati ha riconosciuto, dopo una annosa vertenza, il secondo livello retributivo ai suoi autisti. Porterà a 10.164 euro la retribuzione mensile lorda (dopo 35 anni di lavoro) a chi conduce l'auto blu. Più di quattromila euro netti al mese. Tre autisti dell'Atac ci vogliono per farne uno della Camera. Ma il Parlamento è un mondo a parte, non fa testo. Un bravo barbiere, se riesce a imboccare il portone di Montecitorio, supera in progressione e di molto lo stipendio di un magistrato d'appello (fermo a 98mila euro l'anno), e un operaio specializzato (tubista, elettricista) se ha la ventura di lavorare alla Camera è sicuramente nella condizione di raggiungere e superare lo stipendio di un professore universitario, persino di un cattedratico barone. Alla Camera ogni cosa ha costi elevatissimi, e persino le spese minute diventano mostruose: l'anno scorso 650 mila euro sono volati via proprio per la minutaglia, le spese vagabonde. Ma lì anche gli appendiabiti e chissà quale altro accessorio dei guardaroba (giacché le guardarobiere sono pagate a parte) sono valsi nell'ultimo bilancio un accantonamento monstre: 205 mila euro. Disse Goffredo Bettini, al momento di metter piede a Montecitorio: "Mio padre mi ha lasciato ricco. Sono diventato assai meno ricco quando per anni, come segretario del Pci di Roma non ho preso lo stipendio. Tuttavia il mio partito mi ha restituito i privilegi eleggendomi prima alla Regione e poi in Parlamento". Privilegiato, esatto. Tra le cento carezze parlamentari anche una voce destinata alla lingua, a parlar bene e a farsi intendere meglio. Per la formazione linguistica ai deputati investiti nel 2008 900mila euro. In Parlamento si parla, nevvero?
Fonte: repubblica.it
5 mar 2009
Banca del Sud: Tremonti vede D'Alema. L'incontro segreto e le telecamere della fiction
D'Alema e Giulio Tremonti avevano scelto per l'incontro un luogo riservato: una saletta dell'hotel Majestic, in via Veneto, nel centro di Roma. Non avrebbero mai pensato di trovarsi, alle 12.30 di ieri, sul set di Caterina e le sue figlie, una fiction di Canale 5 che in quel momento stavano girando nella hall dell'albergo. Commento fulminante di D'Alema, il primo a entrare, insieme al senatore del Pd Nicola Latorre: «Potevamo andare direttamente in teatro ».
Un minuto dopo è entrato anche il ministro dell'Economia, con il fido deputato Marco Milanese, seguendo lo stesso percorso, attraverso gli sguardi sorpresi di macchinisti e comparse e poi su per le scale, fino al primo piano. Per un lungo faccia a faccia. Abbastanza inedito, per i rapporti (praticamente inesistenti) che oggi intercorrono fra il governo e l'opposizione. Avrebbero parlato per un'ora, alla vigilia del credit and liquidity day, la giornata dedicata dal Tesoro alla verifica dello stato di salute finanziaria delle imprese, della crisi finanziaria. Un argomento che è stato spesso terreno di aspro confronto fra i due. Basta ricordare la puntata di Matrix dell'inizio di gennaio quando D'Alema dipinse Tremonti «come uno di quelli che amano andare contromano in autostrada». Oppure l'intervento a un convegno del Pd, nel giorno di San Valentino, quando aveva invitato a «distinguere fra socialismo e neopatrimonialismo di Tremonti, perché sono due modi diversi di concepire l'azione pubblica». Ma dietro le schermaglie verbali il dialogo fra i due non si è mai spezzato. Ieri D'Alema era reduce da un viaggio a Bruxelles dove martedì aveva visto il commissario agli Affari economici Joaquín Almunia, con il quale ha spezzato una lancia in favore degli eurobond: le emissioni di titoli continentali attraverso cui si dovrebbero finanziare le grandi infrastrutture europee. «Uno strumento ragionevole», li ha definiti l'ex ministro degli Esteri del governo di Romano Prodi.
Per inciso, l'idea degli eurobond, lanciata dall'ex presidente della Commissione Jacques Delors, è un cavallo di battaglia bipartisan degli italiani, sostenuto da Tremonti e Prodi, come dal vicepresidente del Parlamento europeo, il forzista Mauro Pepe, e dal capodelegazione democratico Gianni Pittella. Lo stesso Pittella autore, nel primo numero di quest'anno di Italianieuropei, bimestrale diretto da Giuliano Amato e D'Alema (che si apre fra l'altro proprio con un lungo articolo del ministro dell'Economia), di un preoccupato saggio nel «focus» sul Meridione. Il tema del Mezzogiorno sta particolarmente a cuore sia a Tremonti sia a D'Alema. Non senza qualche reciproca incomprensione. Per esempio, sul progetto di Banca del Sud, che durante l'incontro di ieri è stato comunque affrontato. Sabato 28 febbraio D'Alema non aveva risparmiato le critiche ai piani del Tesoro: «Il governo non può ritenere sufficiente la creazione della Banca del Sud per ripagare il Mezzogiorno degli otto miliardi di euro di fondi sottratti finora. Si tratterebbe solo di una mancia, buona a prendere il caffè. Qui non c'è bisogno del caffè. Ma di investimenti, sviluppo e lavoro». Ieri il chiarimento, con l'ex ministro degli Esteri che avrebbe chiesto impegni più consistenti per il Sud anche nell'ambito della strategia tremontiana. Se sono rose fioriranno.
Fonte: corriere.it
Un minuto dopo è entrato anche il ministro dell'Economia, con il fido deputato Marco Milanese, seguendo lo stesso percorso, attraverso gli sguardi sorpresi di macchinisti e comparse e poi su per le scale, fino al primo piano. Per un lungo faccia a faccia. Abbastanza inedito, per i rapporti (praticamente inesistenti) che oggi intercorrono fra il governo e l'opposizione. Avrebbero parlato per un'ora, alla vigilia del credit and liquidity day, la giornata dedicata dal Tesoro alla verifica dello stato di salute finanziaria delle imprese, della crisi finanziaria. Un argomento che è stato spesso terreno di aspro confronto fra i due. Basta ricordare la puntata di Matrix dell'inizio di gennaio quando D'Alema dipinse Tremonti «come uno di quelli che amano andare contromano in autostrada». Oppure l'intervento a un convegno del Pd, nel giorno di San Valentino, quando aveva invitato a «distinguere fra socialismo e neopatrimonialismo di Tremonti, perché sono due modi diversi di concepire l'azione pubblica». Ma dietro le schermaglie verbali il dialogo fra i due non si è mai spezzato. Ieri D'Alema era reduce da un viaggio a Bruxelles dove martedì aveva visto il commissario agli Affari economici Joaquín Almunia, con il quale ha spezzato una lancia in favore degli eurobond: le emissioni di titoli continentali attraverso cui si dovrebbero finanziare le grandi infrastrutture europee. «Uno strumento ragionevole», li ha definiti l'ex ministro degli Esteri del governo di Romano Prodi.
Per inciso, l'idea degli eurobond, lanciata dall'ex presidente della Commissione Jacques Delors, è un cavallo di battaglia bipartisan degli italiani, sostenuto da Tremonti e Prodi, come dal vicepresidente del Parlamento europeo, il forzista Mauro Pepe, e dal capodelegazione democratico Gianni Pittella. Lo stesso Pittella autore, nel primo numero di quest'anno di Italianieuropei, bimestrale diretto da Giuliano Amato e D'Alema (che si apre fra l'altro proprio con un lungo articolo del ministro dell'Economia), di un preoccupato saggio nel «focus» sul Meridione. Il tema del Mezzogiorno sta particolarmente a cuore sia a Tremonti sia a D'Alema. Non senza qualche reciproca incomprensione. Per esempio, sul progetto di Banca del Sud, che durante l'incontro di ieri è stato comunque affrontato. Sabato 28 febbraio D'Alema non aveva risparmiato le critiche ai piani del Tesoro: «Il governo non può ritenere sufficiente la creazione della Banca del Sud per ripagare il Mezzogiorno degli otto miliardi di euro di fondi sottratti finora. Si tratterebbe solo di una mancia, buona a prendere il caffè. Qui non c'è bisogno del caffè. Ma di investimenti, sviluppo e lavoro». Ieri il chiarimento, con l'ex ministro degli Esteri che avrebbe chiesto impegni più consistenti per il Sud anche nell'ambito della strategia tremontiana. Se sono rose fioriranno.
Fonte: corriere.it
Si può dare il patrocinio a un film ispirato al libro di un terrorista di Prima linea che ha ammazzato il prossimo e non si è mai pentito?
«Lo Stato non paghi il film sui terroristi»
L'ex Prima linea Sergio Segio non si è mai pentito
MILANO — Protestano i familiari delle vittime, s'indigna il procuratore della Repubblica Armando Spataro. Si può dare il patrocinio a un film ispirato al libro di un terrorista di Prima linea che ha ammazzato il prossimo e non si è mai pentito? Il ministero della Cultura l'ha fatto. Con qualche correzione sulla sceneggiatura e un generoso assegno di Stato: un milione e mezzo di euro. Il Comune di Milano è andato a ruota: via libera alla richiesta di esentare dalle spese la casa di produzione per le scene girate in città e sponsorizzazione sui manifesti pubblicitari. Filava tutto liscio, fino a tre giorni fa. La delibera del Comune sembrava un atto dovuto.
Poi il caso è finito sulle pagine del Corriere, la riservatezza è saltata, il figlio di un giudice assassinato ha scritto una lettera umana e toccante: «Milano è la mia città, la città della mia famiglia, dei miei bambini... e io mi chiedo come può patrocinare un film ispirato alla storia di chi ha deciso di distruggere cinicamente la vita di un uomo e pretende di spiegarci le ragioni della sua impresa...». «La prima linea», film ispirato all'autobiografia dell'ex terrorista Sergio Segio e alle sue poco nobili imprese, riapre antiche ferite sui cattivi maestri e sull'opportunità di riscrivere la storia da una parte sola. Ci sono Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno, nel ruolo dei protagonisti, Segio e Susanna Ronconi. «Cosi avremo il terrorista figo e belloccio», dice Benedetta Tobagi, figlia di Walter, il giornalista del Corriere assassinato nel 1980 da un commando che aspirava ad entrare in Prima linea. «Io non contesto la libertà di girare un film, mi preoccupa l'avallo del ministero della Cultura». «Fanno bene a protestare i parenti delle vittime», spiega Armando Spataro, coordinatore del dipartimento antiterrorismo della Procura di Milano. «Anzi, penso che altri avrebbero dovuto sentire prima il dovere di sollevare la questione, già quando il ministro Bondi deliberò la sovvenzione pubblica, riconoscendo al libro di Segio una qualche dignità culturale».
Antonio Iosa, gambizzato dalle Br, racconta che il libro si apre con una dedica ai figli dei compagni chiamati a ricordare con quale coraggio e purezza di ideali i loro genitori hanno combattuto per una società più giusta. Spataro s'arrabbia: «In Italia c'è stata una stagione di vili tragedie provocata da una parte sola. Spero che Segio ricordi a quanti innocenti lui stesso e i suoi compagni hanno sparato in testa, mentre accompagnavano i loro figli a scuola o aspettavano di entrare in un'aula di università». Giovanni Terzi, assessore al Tempo libero del Comune di Milano, si chiama fuori. «La delibera mi sembrava un atto dovuto. Pensavo che i problemi con i familiari delle vittime fossero stati chiariti al ministero». Dopo le proteste, ha corretto il tiro. «Non ci ho dormito la notte su quel patrocinio...». Ieri ha incontrato i familiari delle vittime. E ha congelato la delibera. Un modo per far uscire Milano dal gorgo delle polemiche. Ma anche un colpo di cerchiobottismo, per non andare in rotta di collisione con il ministro Bondi. C'è una dissociazione, ma non la revoca del patrocinio. A film concluso, si prenderà una decisione definitiva.
La palla torna ai Beni Culturali. Spataro, magistrato di punta negli anni di piombo, apprezza il ripensamento di Milano, ma aggiunge: «Dovrebbe orientarsi in questo senso anche il ministro Bondi. È stato dimenticato che Segio ha ucciso a Milano tre uomini delle istituzioni, i magistrati Alessandrini e Galli, il brigadiere Rucci, e il giovane William Waccher, ritenuto erroneamente un confidente della polizia. Milano ha il dovere della memoria, non può dimenticare. E ha il diritto di chiedere a Segio di ammettere, innanzitutto, quanto vili e folli siano stati gli omicidi che ha commesso. Lo sponsorizzino altri, se vogliono, non le istituzioni pubbliche». Giuseppe Galli, il figlio del giudice assassinato, soffre ogni volta che deve ricordare. «Non ci interessano le furbizie politiche, ma il rispetto della memoria. In un Paese dove è difficile trovare punti di riferimento, è meglio evitare di far diventare eroi anche i cattivi maestri».
Fonte: corriere.it
L'ex Prima linea Sergio Segio non si è mai pentito
MILANO — Protestano i familiari delle vittime, s'indigna il procuratore della Repubblica Armando Spataro. Si può dare il patrocinio a un film ispirato al libro di un terrorista di Prima linea che ha ammazzato il prossimo e non si è mai pentito? Il ministero della Cultura l'ha fatto. Con qualche correzione sulla sceneggiatura e un generoso assegno di Stato: un milione e mezzo di euro. Il Comune di Milano è andato a ruota: via libera alla richiesta di esentare dalle spese la casa di produzione per le scene girate in città e sponsorizzazione sui manifesti pubblicitari. Filava tutto liscio, fino a tre giorni fa. La delibera del Comune sembrava un atto dovuto.
Poi il caso è finito sulle pagine del Corriere, la riservatezza è saltata, il figlio di un giudice assassinato ha scritto una lettera umana e toccante: «Milano è la mia città, la città della mia famiglia, dei miei bambini... e io mi chiedo come può patrocinare un film ispirato alla storia di chi ha deciso di distruggere cinicamente la vita di un uomo e pretende di spiegarci le ragioni della sua impresa...». «La prima linea», film ispirato all'autobiografia dell'ex terrorista Sergio Segio e alle sue poco nobili imprese, riapre antiche ferite sui cattivi maestri e sull'opportunità di riscrivere la storia da una parte sola. Ci sono Riccardo Scamarcio e Giovanna Mezzogiorno, nel ruolo dei protagonisti, Segio e Susanna Ronconi. «Cosi avremo il terrorista figo e belloccio», dice Benedetta Tobagi, figlia di Walter, il giornalista del Corriere assassinato nel 1980 da un commando che aspirava ad entrare in Prima linea. «Io non contesto la libertà di girare un film, mi preoccupa l'avallo del ministero della Cultura». «Fanno bene a protestare i parenti delle vittime», spiega Armando Spataro, coordinatore del dipartimento antiterrorismo della Procura di Milano. «Anzi, penso che altri avrebbero dovuto sentire prima il dovere di sollevare la questione, già quando il ministro Bondi deliberò la sovvenzione pubblica, riconoscendo al libro di Segio una qualche dignità culturale».
Antonio Iosa, gambizzato dalle Br, racconta che il libro si apre con una dedica ai figli dei compagni chiamati a ricordare con quale coraggio e purezza di ideali i loro genitori hanno combattuto per una società più giusta. Spataro s'arrabbia: «In Italia c'è stata una stagione di vili tragedie provocata da una parte sola. Spero che Segio ricordi a quanti innocenti lui stesso e i suoi compagni hanno sparato in testa, mentre accompagnavano i loro figli a scuola o aspettavano di entrare in un'aula di università». Giovanni Terzi, assessore al Tempo libero del Comune di Milano, si chiama fuori. «La delibera mi sembrava un atto dovuto. Pensavo che i problemi con i familiari delle vittime fossero stati chiariti al ministero». Dopo le proteste, ha corretto il tiro. «Non ci ho dormito la notte su quel patrocinio...». Ieri ha incontrato i familiari delle vittime. E ha congelato la delibera. Un modo per far uscire Milano dal gorgo delle polemiche. Ma anche un colpo di cerchiobottismo, per non andare in rotta di collisione con il ministro Bondi. C'è una dissociazione, ma non la revoca del patrocinio. A film concluso, si prenderà una decisione definitiva.
La palla torna ai Beni Culturali. Spataro, magistrato di punta negli anni di piombo, apprezza il ripensamento di Milano, ma aggiunge: «Dovrebbe orientarsi in questo senso anche il ministro Bondi. È stato dimenticato che Segio ha ucciso a Milano tre uomini delle istituzioni, i magistrati Alessandrini e Galli, il brigadiere Rucci, e il giovane William Waccher, ritenuto erroneamente un confidente della polizia. Milano ha il dovere della memoria, non può dimenticare. E ha il diritto di chiedere a Segio di ammettere, innanzitutto, quanto vili e folli siano stati gli omicidi che ha commesso. Lo sponsorizzino altri, se vogliono, non le istituzioni pubbliche». Giuseppe Galli, il figlio del giudice assassinato, soffre ogni volta che deve ricordare. «Non ci interessano le furbizie politiche, ma il rispetto della memoria. In un Paese dove è difficile trovare punti di riferimento, è meglio evitare di far diventare eroi anche i cattivi maestri».
Fonte: corriere.it
3 mar 2009
Botte e bevande con sangue di topo alla segretaria. minacciata per 14 anni. Imprenditore in cella per stalking e indagato anche per omicidio.
«Perseguita l'ex, ucciso il rivale» Imprenditore in cella per stalking
È indagato anche per omicidio: sparito il compagno della donna
MILANO — Lui non c'è più: sparito nel nulla da tre mesi. Il suo cadavere, ammesso che davvero tale lo si debba ormai considerare, pure: mai trovato. Ma il movente sì, quello c'è per la Squadra Mobile e la magistratura milanesi. Il movente di questo «giallo» è tanto classico nella struttura (un possibile assassinio mascherato dietro una scomparsa) quanto spiazzante nello spaccato che gli investigatori allo stato vi intravvedono come ipotesi: l'omicidio volontario del nuovo compagno di una donna, quale ultima tappa di 14 anni di pesantissimo stalking inflittole dall'imprenditore di cui era stata segretaria e compagna in una precedente relazione «clandestina». Dalle lettere minatorie e telefonate anonime, per svelare ai parenti trame extraconiugali, al pestaggio della donna; dalle intercettazioni ambientali in auto ai pedinamenti, con tanto di rilevatore satellitare piazzato sulla vettura; dalla costrizione fisica, legando la donna per ore su una sedia per farle confessare veri o supposti tradimenti, all'intossicazione delle sue bevande con escrementi di topo. Fino al sospetto di aver commissionato il delitto dell'uomo al quale la sua ex si era poi legata.
L'imputazione di omicidio volontario non è tra le contestazioni per le quali Stefano Savasta, 50enne imprenditore titolare di una azienda grafica con una decina di dipendenti, è stato arrestato dalla polizia, e cioè violenza privata, lesioni personali gravi, estorsione, rapina. Ma è una manciata di righe del provvedimento del giudice Giorgio Barbuto a svelare che l'imprenditore è indagato appunto anche per l'ipotesi (mai come in questo caso davvero in senso letterale) di omicidio volontario: «In data 10 dicembre 2008 Stefano Cerri — il nuovo compagno della donna — è scomparso. Le investigazioni condotte sulla causa e sulla matrice di questa anomala "scomparsa" rientrano nel presente procedimento, ma non costituiscono oggetto della presente istanza cautelare, e ciò per una precisa opzione investigativa». Per ora, dunque, l'inchiesta del pm Antonio Sangermano ha ritenuto di arginare, con l'arresto dell'imprenditore, l'escalation «di atti emulativi, minatori, violenti, sadici, tutti determinati dalla pervicace volontà di punire a annientare» l'ex segretaria con la quale aveva avuto una lunga relazione. Come? «Interferendo nella sua vita privata, scardinandone le abitudini, esautorandola dal diritto all'affettività e alla riservatezza, facendola pedinare, spiandola, controllandola».
Ma anche, «in un'ottica padronale della vita che considera la realtà come una sorta di estensione della sua azienda», facendola «massacrare in un agguato commissionato a due complici incappucciati » e mascherato da scippo; nonché «arrivando a concepire » di versarle in una bevanda «sangue o interiora di un topo morto», costati alla donna «7 mesi di attacchi di dissenteria e sudori freddi». Un mese fa, due persone (padre e figlio) hanno ammesso agli inquirenti di essere state ingaggiate dall'imprenditore per andare a minacciare nel gennaio 2007 l'uomo (quello poi scomparso il 10 dicembre 2008) che aveva allacciato una relazione con la donna e che era anche un fornitore dell'imprenditore. Ma, a parte il fatto che Cerri potrebbe essersi allontanato di propria volontà (seppure magari per paura), l'avvocato dell'arrestato, Pietro Porciani, dice di non riuscire «neanche a immaginare dove si possa fondare un movente, posto che il mio cliente non vedeva più la donna dal 2006, e con lo scomparso aveva solo un contenzioso di lavoro in sede civile ». Sullo stalking, invece, la difesa dell'imprenditore spiega di «stare finendo di preparare una denuncia contro la donna per calunnia, giacché a più persone ha ad esempio offerto versioni diverse dell'episodio-scippo che ora rubrica come pestaggio». Questa prospettazione è però anticipata nella valutazione del gip Barbuto, secondo il quale gli elementi agli atti escluderebbero la tesi di una «macchinazione diabolica» ordìta contro l'uomo dalla «attendibile» donna, «la cui lunga vicenda umana merita la massima attenzione».
Fonte: corriere.it
È indagato anche per omicidio: sparito il compagno della donna
MILANO — Lui non c'è più: sparito nel nulla da tre mesi. Il suo cadavere, ammesso che davvero tale lo si debba ormai considerare, pure: mai trovato. Ma il movente sì, quello c'è per la Squadra Mobile e la magistratura milanesi. Il movente di questo «giallo» è tanto classico nella struttura (un possibile assassinio mascherato dietro una scomparsa) quanto spiazzante nello spaccato che gli investigatori allo stato vi intravvedono come ipotesi: l'omicidio volontario del nuovo compagno di una donna, quale ultima tappa di 14 anni di pesantissimo stalking inflittole dall'imprenditore di cui era stata segretaria e compagna in una precedente relazione «clandestina». Dalle lettere minatorie e telefonate anonime, per svelare ai parenti trame extraconiugali, al pestaggio della donna; dalle intercettazioni ambientali in auto ai pedinamenti, con tanto di rilevatore satellitare piazzato sulla vettura; dalla costrizione fisica, legando la donna per ore su una sedia per farle confessare veri o supposti tradimenti, all'intossicazione delle sue bevande con escrementi di topo. Fino al sospetto di aver commissionato il delitto dell'uomo al quale la sua ex si era poi legata.
L'imputazione di omicidio volontario non è tra le contestazioni per le quali Stefano Savasta, 50enne imprenditore titolare di una azienda grafica con una decina di dipendenti, è stato arrestato dalla polizia, e cioè violenza privata, lesioni personali gravi, estorsione, rapina. Ma è una manciata di righe del provvedimento del giudice Giorgio Barbuto a svelare che l'imprenditore è indagato appunto anche per l'ipotesi (mai come in questo caso davvero in senso letterale) di omicidio volontario: «In data 10 dicembre 2008 Stefano Cerri — il nuovo compagno della donna — è scomparso. Le investigazioni condotte sulla causa e sulla matrice di questa anomala "scomparsa" rientrano nel presente procedimento, ma non costituiscono oggetto della presente istanza cautelare, e ciò per una precisa opzione investigativa». Per ora, dunque, l'inchiesta del pm Antonio Sangermano ha ritenuto di arginare, con l'arresto dell'imprenditore, l'escalation «di atti emulativi, minatori, violenti, sadici, tutti determinati dalla pervicace volontà di punire a annientare» l'ex segretaria con la quale aveva avuto una lunga relazione. Come? «Interferendo nella sua vita privata, scardinandone le abitudini, esautorandola dal diritto all'affettività e alla riservatezza, facendola pedinare, spiandola, controllandola».
Ma anche, «in un'ottica padronale della vita che considera la realtà come una sorta di estensione della sua azienda», facendola «massacrare in un agguato commissionato a due complici incappucciati » e mascherato da scippo; nonché «arrivando a concepire » di versarle in una bevanda «sangue o interiora di un topo morto», costati alla donna «7 mesi di attacchi di dissenteria e sudori freddi». Un mese fa, due persone (padre e figlio) hanno ammesso agli inquirenti di essere state ingaggiate dall'imprenditore per andare a minacciare nel gennaio 2007 l'uomo (quello poi scomparso il 10 dicembre 2008) che aveva allacciato una relazione con la donna e che era anche un fornitore dell'imprenditore. Ma, a parte il fatto che Cerri potrebbe essersi allontanato di propria volontà (seppure magari per paura), l'avvocato dell'arrestato, Pietro Porciani, dice di non riuscire «neanche a immaginare dove si possa fondare un movente, posto che il mio cliente non vedeva più la donna dal 2006, e con lo scomparso aveva solo un contenzioso di lavoro in sede civile ». Sullo stalking, invece, la difesa dell'imprenditore spiega di «stare finendo di preparare una denuncia contro la donna per calunnia, giacché a più persone ha ad esempio offerto versioni diverse dell'episodio-scippo che ora rubrica come pestaggio». Questa prospettazione è però anticipata nella valutazione del gip Barbuto, secondo il quale gli elementi agli atti escluderebbero la tesi di una «macchinazione diabolica» ordìta contro l'uomo dalla «attendibile» donna, «la cui lunga vicenda umana merita la massima attenzione».
Fonte: corriere.it
Montespertoli sotto accusa: cento permessi edilizi nel mirino. Oltre quaranta quartieri in fase di sequestro.
Oltre quaranta cantieri edili per la ristrutturazione e il recupero di case coloniche, annessi agricoli ed edifici di campagna sono in fase di sequestro nel territorio comunale di Montespertoli
Oltre quaranta cantieri edili per la ristrutturazione e il recupero di case coloniche, annessi agricoli ed edifici di campagna sono in fase di sequestro nel territorio comunale di Montespertoli da parte dei carabinieri che stanno operando in collaborazione con la polizia municipale. Il sequestro è stato disposto dalla procura di Firenze in seguito a sviluppi di indagine nell’ambito dell’inchiesta sui presunti illeciti nel rilascio di concessioni edilizie a Montespertoli. I carabinieri e i vigili urbani stanno operando nella varie frazioni, San Quirico, Ortimino ma anche nella zona del capoluogo.
SEI INDAGATI
Nell’inchiesta su presunti illeciti nel rilascio delle concessioni edilizie, che a gennaio scorso portò a una serie di perquisizioni, si ipotizzano a vario titolo i reati di associazione a delinquere, falso, corruzione e concussione. Sei gli indagati, tra cui due dipendenti comunali, tre professionisti e un impiegato del catasto. Lo scorso 19 febbraio, il Comune di Montespertoli, per autotutela, ha avviato le procedura per sospendere i lavori legati ai permessi a costruire rilasciati dopo il 14 aprile 2007.
CENTO PERMESSI SOTTO INCHIESTA
Sono più di cento i permessi a costruire rilasciati dal Comune di Montespertoli (Firenze) finiti nel mirino della procura di Firenze nell’ambito dell’inchiesta che oggi ha portato al sequestro di 42 cantieri per la ristrutturazione e il recupero di edifici agricoli per i quali è stata cambiata la destinazione d’uso al fine di trasformarli in abitazioni. L’ipotesi di reato, per questo nuovo filone di indagine, è esecuzione di lavori in totale difformità o assenza di permesso a costruire. Le concessioni finite nel mirino dei carabinieri sarebbero state firmate perlopiù da un dirigente del Comune di Montespertoli e da un suo vice, entrambi già indagati, con altre quattro persone, nell’inchiesta principale, che a gennaio scorso ha portato a una serie di perquisizioni.
LA LEGGE
Secondo la procura le concessioni rilasciate per i cantieri sequestrati violerebbero una legge regionale del 2005 per la tutela del patrimonio collinare che, nei comuni privi di piano strutturale (come Montespertoli), permette solo interventi di restauro e piccole manutenzioni degli edifici agricoli, ma non il loro cambio di destinazione d’uso. Proprio temendo irregolarità nelle concessioni rilasciate negli ultimi anni, nel febbraio scorso il nuovo responsabile del settore assetto del territorio del Comune di Montespertoli, che ha sostituito il dirigente indagato, aveva sospeso i lavori legati ai permessi a costruire rilasciati dopo il 2007.
Fonte: corriere.it
Oltre quaranta cantieri edili per la ristrutturazione e il recupero di case coloniche, annessi agricoli ed edifici di campagna sono in fase di sequestro nel territorio comunale di Montespertoli da parte dei carabinieri che stanno operando in collaborazione con la polizia municipale. Il sequestro è stato disposto dalla procura di Firenze in seguito a sviluppi di indagine nell’ambito dell’inchiesta sui presunti illeciti nel rilascio di concessioni edilizie a Montespertoli. I carabinieri e i vigili urbani stanno operando nella varie frazioni, San Quirico, Ortimino ma anche nella zona del capoluogo.
SEI INDAGATI
Nell’inchiesta su presunti illeciti nel rilascio delle concessioni edilizie, che a gennaio scorso portò a una serie di perquisizioni, si ipotizzano a vario titolo i reati di associazione a delinquere, falso, corruzione e concussione. Sei gli indagati, tra cui due dipendenti comunali, tre professionisti e un impiegato del catasto. Lo scorso 19 febbraio, il Comune di Montespertoli, per autotutela, ha avviato le procedura per sospendere i lavori legati ai permessi a costruire rilasciati dopo il 14 aprile 2007.
CENTO PERMESSI SOTTO INCHIESTA
Sono più di cento i permessi a costruire rilasciati dal Comune di Montespertoli (Firenze) finiti nel mirino della procura di Firenze nell’ambito dell’inchiesta che oggi ha portato al sequestro di 42 cantieri per la ristrutturazione e il recupero di edifici agricoli per i quali è stata cambiata la destinazione d’uso al fine di trasformarli in abitazioni. L’ipotesi di reato, per questo nuovo filone di indagine, è esecuzione di lavori in totale difformità o assenza di permesso a costruire. Le concessioni finite nel mirino dei carabinieri sarebbero state firmate perlopiù da un dirigente del Comune di Montespertoli e da un suo vice, entrambi già indagati, con altre quattro persone, nell’inchiesta principale, che a gennaio scorso ha portato a una serie di perquisizioni.
LA LEGGE
Secondo la procura le concessioni rilasciate per i cantieri sequestrati violerebbero una legge regionale del 2005 per la tutela del patrimonio collinare che, nei comuni privi di piano strutturale (come Montespertoli), permette solo interventi di restauro e piccole manutenzioni degli edifici agricoli, ma non il loro cambio di destinazione d’uso. Proprio temendo irregolarità nelle concessioni rilasciate negli ultimi anni, nel febbraio scorso il nuovo responsabile del settore assetto del territorio del Comune di Montespertoli, che ha sostituito il dirigente indagato, aveva sospeso i lavori legati ai permessi a costruire rilasciati dopo il 2007.
Fonte: corriere.it
1 mar 2009
La festa di Mugabe: «Mai terra ai bianchi». Ottanta vacche alla griglia. Compleanno con torta di 85 chili. Zimbabwe allo stremo
Il capo del governo non ha partecipato al party. Monito a Tsvangirai: «Nessuna marcia indietro».
HARARE — Il «compagno Mugabe» ha festeggiato gli 85 anni con una torta di 85 chili e la minacciosa baldanza di sempre. Una settimana fa il compleanno in famiglia. Ieri un party all'aperto a Chinhoyi, la sua provincia natale. Un'ottantina di vacche macellate per l'occasione, 250 mila dollari raccolti con una «colletta forzata» tra gli abitanti, carne alla griglia e un discorso che è un siluro lanciato contro Morgan Tsvangirai, leader del Movimento per il Cambiamento Democratico (Mdc) e capo di un governo di unità nazionale che di unitario ha pochissimo. Tsvangirai era invitato, ma ha giustificato l'assenza (con tante scuse) sostenendo che l'evento era organizzato dal partito rivale Zanu-PF.
Comrade Bob non è cambiato. Nessuna marcia indietro, nessuna rottura con il passato, anzi. Mentre l'Mdc sostiene che le oltre 5.000 proprietà agricole confiscate ai bianchi dal 2000 a oggi devono tornare ai legittimi proprietari, il presidente tuona che «non ci sarà nessun ritorno». E che «in futuro vogliamo assistere ad una maggiore partecipazione del nostro popolo nelle imprese nazionali ». Per Mugabe, i «vecchi padroni» bianchi non sono che «inglesi» figli della colonizzazione (spetta a Londra risarcirli). Pazienza se lo Zimbabwe è in ginocchio anche per lo stato dell'agricoltura.
Milioni di persone sopravvivono grazie agli aiuti dall'estero sempre più magri. Il colera ha ucciso quasi 4 mila persone. Tsvangirai chiede alla comunità internazionale 5 miliardi di dollari per ricostruire il Paese. Il discorso di compleanno di Mugabe è fatto apposta per far fallire «la colletta » del premier. Per risollevare lo Zimbabwe, dice al Corriere l'economista John Robertson, bisogna ripartire dall'agricoltura: reinsediare i vecchi farmer. Sono disposti a tornare? «Uno su quattro sì. Sarebbe abbastanza ». E come si cacciano i nuovi padroni del partito Zanu-PF? «Con la polizia. La confisca è stata illegale, l'ha stabilito anche la Sadc, la Comunità che comprende i Paesi dell'Africa meridionale. Partendo subito, intorno al 2012 potremmo sperare in raccolti decenti». Partendo subito la cricca Mugabe sta mettendo le mani sulle ultime fattorie. «Ne hanno prese altre 170 sulle 400 rimaste — dice Trevor Gifford, presidente della Commercial Farmers Union — E' l'assalto finale».
Fonte: corriere.it
HARARE — Il «compagno Mugabe» ha festeggiato gli 85 anni con una torta di 85 chili e la minacciosa baldanza di sempre. Una settimana fa il compleanno in famiglia. Ieri un party all'aperto a Chinhoyi, la sua provincia natale. Un'ottantina di vacche macellate per l'occasione, 250 mila dollari raccolti con una «colletta forzata» tra gli abitanti, carne alla griglia e un discorso che è un siluro lanciato contro Morgan Tsvangirai, leader del Movimento per il Cambiamento Democratico (Mdc) e capo di un governo di unità nazionale che di unitario ha pochissimo. Tsvangirai era invitato, ma ha giustificato l'assenza (con tante scuse) sostenendo che l'evento era organizzato dal partito rivale Zanu-PF.

Comrade Bob non è cambiato. Nessuna marcia indietro, nessuna rottura con il passato, anzi. Mentre l'Mdc sostiene che le oltre 5.000 proprietà agricole confiscate ai bianchi dal 2000 a oggi devono tornare ai legittimi proprietari, il presidente tuona che «non ci sarà nessun ritorno». E che «in futuro vogliamo assistere ad una maggiore partecipazione del nostro popolo nelle imprese nazionali ». Per Mugabe, i «vecchi padroni» bianchi non sono che «inglesi» figli della colonizzazione (spetta a Londra risarcirli). Pazienza se lo Zimbabwe è in ginocchio anche per lo stato dell'agricoltura.
Milioni di persone sopravvivono grazie agli aiuti dall'estero sempre più magri. Il colera ha ucciso quasi 4 mila persone. Tsvangirai chiede alla comunità internazionale 5 miliardi di dollari per ricostruire il Paese. Il discorso di compleanno di Mugabe è fatto apposta per far fallire «la colletta » del premier. Per risollevare lo Zimbabwe, dice al Corriere l'economista John Robertson, bisogna ripartire dall'agricoltura: reinsediare i vecchi farmer. Sono disposti a tornare? «Uno su quattro sì. Sarebbe abbastanza ». E come si cacciano i nuovi padroni del partito Zanu-PF? «Con la polizia. La confisca è stata illegale, l'ha stabilito anche la Sadc, la Comunità che comprende i Paesi dell'Africa meridionale. Partendo subito, intorno al 2012 potremmo sperare in raccolti decenti». Partendo subito la cricca Mugabe sta mettendo le mani sulle ultime fattorie. «Ne hanno prese altre 170 sulle 400 rimaste — dice Trevor Gifford, presidente della Commercial Farmers Union — E' l'assalto finale».
Fonte: corriere.it
Lottizzati e superpagati: «Aboliamo i difensori civici». Patti scellerati tra la sinistra e la destra per eleggerli
La proposta di alcuni consiglieri regionali veneti
Abolire i difensori civici? «Sarebbe come tornare indietro a re, principi e sudditi», ha ringhiato indignatissimo l'ombudsman del Veneto, Vittorio Bottoli, davanti al progetto della sua Regione di sopprimere il suo ufficio: «Come si possono lasciare i cittadini più deboli, senza questa difesa?». Parole d'oro, sulla carta. La storia di questi anni dice però che da noi questa nobile istituzione nordica è stata troppo spesso ridotta a uno strapuntino dei partiti.
O viene rivoluzionata, o è meglio buttarla via sul serio. Almeno smetterà di essere una foglia di fico di tante schifezze.
Dalle altre parti sì, viene preso sul serio. In Svezia, dove questa figura ispirata al defensor civitatis esiste da quattro secoli e da due sta nella Costituzione, lo stesso braccio destro del premier Lars Danielsson, criticato dall'ombudsman nazionale per la gestione dei soccorsi dopo lo tsunami in Asia, non ebbe scampo: dimissioni. Quanto all'Europa, il difensore civico comunitario lo sceglie con la massima cura: bandi di concorso, richieste rigidissime, convocazione dei candidati, pubblico esame di ogni curriculum... Non si scherza, su queste cose, nei Paesi di sane tradizioni democratiche. Deve o non deve, questo garante dei cittadini, essere un uomo di assoluta trasparenza? Da noi no. Anzi. Gli archivi sono pieni zeppi di vicende poco edificanti. Come le estenuanti sfide tra i partiti («Tocca nominarlo a noi!». «No, a noi!») che hanno impedito per anni (non settimane o mesi: anni!) la nomina di certi ombudsman regionali. O l'inchiesta giudiziaria sui brogli nella nomina di quello di Lamezia Terme. O le polemiche sullo stipendio di quello della Val d'Aosta. Per non dire del patto scellerato tra la sinistra e la destra al Comune di Roma.
Dove, quando era sindaco Walter Veltroni, i partiti concordarono un difensore civico a testa, uno ulivista e uno berlusconiano. Lottizzazione al cubo: un imparziale a me, un imparziale a te. Come se l'uno e l'altro degli schieramenti politici, che avrebbero poi rinnovato l'accordo alla scadenza, riconoscessero la propria incapacità di scegliere un uomo davvero al di sopra delle parti. Una pubblica ammissione di impotenza. O se vogliamo un'arrogante esempio di indifferenza nei confronti della legge. Le norme, in realtà, sarebbero chiare. E pretenderebbero dai candidati alla carica di difensore civico una «acclarata indipendenza politica». In linea con lo spirito delle origini, che l'allora ministro Remo Gaspari spiegava con la necessità di una figura capace di «dare ai cittadini la possibilità di instaurare un corretto rapporto con la pubblica amministrazione e le sue leggi, spesso difficili da applicare» ma più ancora di «appurare, proprio tramite le richieste che giungeranno al nuovo organismo, le sacche di disfunzione e di inefficienza ». Sì, ciao. Immaginate di essere cittadini campani: se non basta che la moglie di Cesare sia onesta ma «deve essere al di sopra di ogni sospetto», con quale spirito andreste a chiedere la tutela dei vostri diritti al difensore civico regionale Vincenzo Lucariello, messo lì perché mastelliano e coinvolto nelle indagini su un giro di clientele e raccomandazioni e intercettazioni sconcertanti che forse non sono reato ma certo non disegnano una figura di purezza adamantina?
E se foste cittadini palermitani con quale spirito vi rivolgereste ad Antonio Tito sapendo che è stato nominato difensore civico a dispetto della «non» acclarata indipendenza politica visto che era stato candidato alle elezioni nel 2001 nelle liste Biancofiore guidate da Antonio Borzacchelli, poi arrestato per concussione e rapporti con la mafia? Sapendo che i suoi figli Giuseppe e Tania erano stati assunti da due aziende municipali mentre lui, il papà, era presidente dell'Autority su quelle aziende? Che fino a poche settimane fa aveva l'autoblù (l'autoblù!) e un pass di accesso alle zone di traffico limitato valido anche per la macchina di sua figlia? E sempre lì torniamo: se l'ombudsman, per godere della fiducia dei cittadini, dev'essere una figura cristallina, come può essere nominato per la tessera politica, le amicizie o i rapporti clientelari? Possibile che il Consiglio comunale di Favignana non sapesse che Salvatore Prestigiacomo, al momento di essere nominato difensore civico, era sotto processo per abusivismo edilizio? E al Comune di Monreale hanno mai letto il curriculum presentato a fine febbraio dell'anno scorso da Gianbruno Vitale, poi scelto per quel ruolo delicatissimo? «Docenza in legislazione turistica in un corso di formazione professionale regionale della cooperativa "Idra" di Palermo, Docenza in un corso di formazione professionale regionale della cooperativa "Menphis" di Palermo, laurea in giurisprudenza nel 1998, abilitazione nel 2003, ha partecipato alla missione Speranza e carità di Biagio Conte nel 2004, adozione a distanza di una bambina in Tanzania con un progetto "Action aid", istruttore di calcio a 5 presso la scuola calcio Cds anni 1999-2002, allenatore della squadra dei giovanissimi con partecipazione al campionato federale nelle società Cds, socio fondatore dell'Associazione Sportiva Conca d'Oro di Monreale, chitarrista autodidatta... ». C'è poi da stupirsi se lo stesso presidente dell'Andci, l'associazione dei difensori civici italiani, Giuseppe Fortunato, dice che «ormai siamo arrivati ad un bivio, o si cambia o si muore»?
O se Lino Buscemi, che oltre ad essere presidente italiano del comitato scientifico dell'Andci è stato uno di quelli che più ci hanno creduto, dice amareggiato che la nomina a ombudsman è diventata di fatto una questione di puro potere e «da troppe parti viene messa sul tavolo nelle trattative partitiche in modo che chi non ha avuto l'assessore si becca il difensore»? Certo, non è giusto generalizzare. Ed è assolutamente vero che molti difensori civici, forse la larga maggioranza, fanno dignitosamente il loro lavoro. Talvolta a dispetto di chi li ha piazzati là. E forse non è del tutto giusto buttar via il bambino con l'acqua sporca, come vorrebbero quei consiglieri di destra del Consiglio regionale veneto (fatta eccezione per i leghisti, propensi a chiedere piuttosto una riforma delle procedure di nomina) che hanno presentato una proposta di legge per abolire il difensore civico. Può darsi che i pidiellini Moreno Teso e Carlo Alberto Tesserin, il primo di rito finiano, il secondo berlusconiano, esagerino quando dicono che 815mila euro l'anno sono troppi, di questi tempi, «in rapporto alla resa». Come può darsi che abbia ragione Vittorio Bottoli a dire che lui, nonostante il marchio di ex-consigliere comunale di An a Verona, ha sempre cercato di essere al di sopra delle parti e di fare al meglio il suo mestiere. Ma quando il governatore friulano Renzo Tondo dice che della mancanza del difensore civico del Friuli-Venezia Giulia, già abolito, «non si accorgerà nessuno», non ha purtroppo tutti i torti. E' difficile mettersi l'elmetto e andare in trincea per difendere «questi» difensori civici: troppo spesso sono indifendibili. Ma resta il tema: il fallimento è dovuto a loro o a quei politici allergici ai controlli che hanno voluto i controllori così proprio per poterli svuotare, screditare, svillaneggiare e buttare via? Le nomine Dovrebbero essere indipendenti. Ma a Napoli Lucariello è stato scelto per la fede mastelliana e a Palermo Tito era candidato alle elezioni nelle liste Biancofiore
Fonte: coriere.it
Abolire i difensori civici? «Sarebbe come tornare indietro a re, principi e sudditi», ha ringhiato indignatissimo l'ombudsman del Veneto, Vittorio Bottoli, davanti al progetto della sua Regione di sopprimere il suo ufficio: «Come si possono lasciare i cittadini più deboli, senza questa difesa?». Parole d'oro, sulla carta. La storia di questi anni dice però che da noi questa nobile istituzione nordica è stata troppo spesso ridotta a uno strapuntino dei partiti.
O viene rivoluzionata, o è meglio buttarla via sul serio. Almeno smetterà di essere una foglia di fico di tante schifezze.
Dalle altre parti sì, viene preso sul serio. In Svezia, dove questa figura ispirata al defensor civitatis esiste da quattro secoli e da due sta nella Costituzione, lo stesso braccio destro del premier Lars Danielsson, criticato dall'ombudsman nazionale per la gestione dei soccorsi dopo lo tsunami in Asia, non ebbe scampo: dimissioni. Quanto all'Europa, il difensore civico comunitario lo sceglie con la massima cura: bandi di concorso, richieste rigidissime, convocazione dei candidati, pubblico esame di ogni curriculum... Non si scherza, su queste cose, nei Paesi di sane tradizioni democratiche. Deve o non deve, questo garante dei cittadini, essere un uomo di assoluta trasparenza? Da noi no. Anzi. Gli archivi sono pieni zeppi di vicende poco edificanti. Come le estenuanti sfide tra i partiti («Tocca nominarlo a noi!». «No, a noi!») che hanno impedito per anni (non settimane o mesi: anni!) la nomina di certi ombudsman regionali. O l'inchiesta giudiziaria sui brogli nella nomina di quello di Lamezia Terme. O le polemiche sullo stipendio di quello della Val d'Aosta. Per non dire del patto scellerato tra la sinistra e la destra al Comune di Roma.
Dove, quando era sindaco Walter Veltroni, i partiti concordarono un difensore civico a testa, uno ulivista e uno berlusconiano. Lottizzazione al cubo: un imparziale a me, un imparziale a te. Come se l'uno e l'altro degli schieramenti politici, che avrebbero poi rinnovato l'accordo alla scadenza, riconoscessero la propria incapacità di scegliere un uomo davvero al di sopra delle parti. Una pubblica ammissione di impotenza. O se vogliamo un'arrogante esempio di indifferenza nei confronti della legge. Le norme, in realtà, sarebbero chiare. E pretenderebbero dai candidati alla carica di difensore civico una «acclarata indipendenza politica». In linea con lo spirito delle origini, che l'allora ministro Remo Gaspari spiegava con la necessità di una figura capace di «dare ai cittadini la possibilità di instaurare un corretto rapporto con la pubblica amministrazione e le sue leggi, spesso difficili da applicare» ma più ancora di «appurare, proprio tramite le richieste che giungeranno al nuovo organismo, le sacche di disfunzione e di inefficienza ». Sì, ciao. Immaginate di essere cittadini campani: se non basta che la moglie di Cesare sia onesta ma «deve essere al di sopra di ogni sospetto», con quale spirito andreste a chiedere la tutela dei vostri diritti al difensore civico regionale Vincenzo Lucariello, messo lì perché mastelliano e coinvolto nelle indagini su un giro di clientele e raccomandazioni e intercettazioni sconcertanti che forse non sono reato ma certo non disegnano una figura di purezza adamantina?
E se foste cittadini palermitani con quale spirito vi rivolgereste ad Antonio Tito sapendo che è stato nominato difensore civico a dispetto della «non» acclarata indipendenza politica visto che era stato candidato alle elezioni nel 2001 nelle liste Biancofiore guidate da Antonio Borzacchelli, poi arrestato per concussione e rapporti con la mafia? Sapendo che i suoi figli Giuseppe e Tania erano stati assunti da due aziende municipali mentre lui, il papà, era presidente dell'Autority su quelle aziende? Che fino a poche settimane fa aveva l'autoblù (l'autoblù!) e un pass di accesso alle zone di traffico limitato valido anche per la macchina di sua figlia? E sempre lì torniamo: se l'ombudsman, per godere della fiducia dei cittadini, dev'essere una figura cristallina, come può essere nominato per la tessera politica, le amicizie o i rapporti clientelari? Possibile che il Consiglio comunale di Favignana non sapesse che Salvatore Prestigiacomo, al momento di essere nominato difensore civico, era sotto processo per abusivismo edilizio? E al Comune di Monreale hanno mai letto il curriculum presentato a fine febbraio dell'anno scorso da Gianbruno Vitale, poi scelto per quel ruolo delicatissimo? «Docenza in legislazione turistica in un corso di formazione professionale regionale della cooperativa "Idra" di Palermo, Docenza in un corso di formazione professionale regionale della cooperativa "Menphis" di Palermo, laurea in giurisprudenza nel 1998, abilitazione nel 2003, ha partecipato alla missione Speranza e carità di Biagio Conte nel 2004, adozione a distanza di una bambina in Tanzania con un progetto "Action aid", istruttore di calcio a 5 presso la scuola calcio Cds anni 1999-2002, allenatore della squadra dei giovanissimi con partecipazione al campionato federale nelle società Cds, socio fondatore dell'Associazione Sportiva Conca d'Oro di Monreale, chitarrista autodidatta... ». C'è poi da stupirsi se lo stesso presidente dell'Andci, l'associazione dei difensori civici italiani, Giuseppe Fortunato, dice che «ormai siamo arrivati ad un bivio, o si cambia o si muore»?
O se Lino Buscemi, che oltre ad essere presidente italiano del comitato scientifico dell'Andci è stato uno di quelli che più ci hanno creduto, dice amareggiato che la nomina a ombudsman è diventata di fatto una questione di puro potere e «da troppe parti viene messa sul tavolo nelle trattative partitiche in modo che chi non ha avuto l'assessore si becca il difensore»? Certo, non è giusto generalizzare. Ed è assolutamente vero che molti difensori civici, forse la larga maggioranza, fanno dignitosamente il loro lavoro. Talvolta a dispetto di chi li ha piazzati là. E forse non è del tutto giusto buttar via il bambino con l'acqua sporca, come vorrebbero quei consiglieri di destra del Consiglio regionale veneto (fatta eccezione per i leghisti, propensi a chiedere piuttosto una riforma delle procedure di nomina) che hanno presentato una proposta di legge per abolire il difensore civico. Può darsi che i pidiellini Moreno Teso e Carlo Alberto Tesserin, il primo di rito finiano, il secondo berlusconiano, esagerino quando dicono che 815mila euro l'anno sono troppi, di questi tempi, «in rapporto alla resa». Come può darsi che abbia ragione Vittorio Bottoli a dire che lui, nonostante il marchio di ex-consigliere comunale di An a Verona, ha sempre cercato di essere al di sopra delle parti e di fare al meglio il suo mestiere. Ma quando il governatore friulano Renzo Tondo dice che della mancanza del difensore civico del Friuli-Venezia Giulia, già abolito, «non si accorgerà nessuno», non ha purtroppo tutti i torti. E' difficile mettersi l'elmetto e andare in trincea per difendere «questi» difensori civici: troppo spesso sono indifendibili. Ma resta il tema: il fallimento è dovuto a loro o a quei politici allergici ai controlli che hanno voluto i controllori così proprio per poterli svuotare, screditare, svillaneggiare e buttare via? Le nomine Dovrebbero essere indipendenti. Ma a Napoli Lucariello è stato scelto per la fede mastelliana e a Palermo Tito era candidato alle elezioni nelle liste Biancofiore
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