31 dic 2008

Vendola: Rifondazione? Casa di spettri. Il governatore e Fagioli: è un guru melmoso e volgare

ROMA - «Se dobbiamo parlare di ciò che sta accadendo a
Liberazione, va bene. Ma di quel signore, di quel presunto guru, di quel...».

Massimo Fagioli, lo psicoterapeuta che definì Sigmund Freud «un autentico cretino» e che di lei, presidente, ha invece detto...
«L'ho letta l'intervista che ha rilasciato al Corriere... ma che linguaggio usa questo signore? Quella frase, su di me, che ora nemmeno ricordo più... perché l'ho subito rimossa e...».

Fagioli dice che lei è libero di andare a letto anche con un termosifone, ma di non poter essere, al tempo stesso, gay, cattolico praticante e comunista.
«Siamo alla sublimazione della volgarità, o no?».
(Nichi Vendola è nato a Terlizzi, vicino a Bari, 50 anni fa ed è una persona colta, sensibile, un affabulatore straordinario, un omosessuale dichiarato, che porta l'orecchino con disinvoltura e dice che gli sarebbe piaciuto avere un figlio, o almeno fare il maestro d'asilo: il fatto è che dopo essersi laureato in Lettere con una tesi su Pier Paolo Pasolini, fece il cameriere, poi il venditore di libri per l'Einaudi, quindi entrò nel Pci e, quando Occhetto gli cambiò nome, pianse e seguì Fausto Bertinotti. Che l'ha fatto diventare deputato di Rifondazione, e poi Presidente della Regione Puglia. Da reggente del regno che fu di Federico II, Vendola avrebbe voluto succedere allo stesso «lider maximo » e a Franco Giordano: ma al congresso di Chianciano, a sorpresa, la sua compagnia fu sbaragliata dalle truppe di Paolo Ferrero).

Continuiamo da Ferrero?
«No, mi faccia prima dire un'altra cosa su questo Massimo Fagioli, che io, per altro, non conosco...».

No?
«Personalmente, mai incontrato. Mi sono sempre rifiutato».

Ma davvero?
«Perché tanto stupore?».

Perché non è un mistero che Fagioli, negli ultimi anni, abbia spesso ispirato Fausto Bertinotti: la sua più importante svolta politica, la sfida del percorso non violento, è stata un'elaborazione fagiolina. E siccome lei di Bertinotti è grande amico...
«Quello della sua amicizia con Fagioli è un argomento che non ho mai affrontato con Fausto».

Non le sembra un'amicizia sorprendente?
«Mah... è probabile che il vero pensiero di questo guru violento sia sempre stato nascosto da ragionamenti sofisticati, in cui non si vedeva il fondo, che è melmoso, pruriginoso...».

Prosegua.
«Finge di ispirare un percorso di non violenza e poi taglia a fette gli altri. La verità, temo, è che su un lettino, a farsi psicanalizzare, dovrebbe finirci lui... È un uomo pieno di ossessioni, di pregiudizi... è un omofobico, un anticattolico, un anziano che detesta i giovani, i loro sogni e chi questi sogni li racconta».

Dice che Piero Sansonetti, il direttore di Liberazione, è un bimbo fermo al '68.
«Ecco, appunto. Perché insultare? I temi di fondo, nel dibattito sul futuro di Liberazione, dovrebbero essere altri, o no?».

Li elenchi.
«La libertà d'informazione, e l'autonomia di una redazione. Punto. Fine. Nient'altro».

Lei è molto amico di Sansonetti, che però è accusato da Ferrero di...
«Senta: io non sono lo sponsor di Sansonetti. Nell'ultimo anno, con Sansonetti avrò parlato al telefono non più di cinque volte...».

Non ci credo.
«Giuro».

Mah.
«No, davvero: qui dev'esser chiaro che Sansonetti non è il direttore del giornale della mia corrente. Sansonetti è il direttore di un quotidiano che in questi anni è sempre stato al centro del dibattito politico, e che ha scatenato polemiche, suscitato riflessioni, provocato, raccontato, denunciato. Di questo dobbiamo parlare: Liberazione è stato un laboratorio che ha funzionato oppure no?».

Ferrero pensa di no.
«Beh, certo: immagino che Ferrero voglia un giornale in linea, di linea».

Più semplicemente, Ferrero vuole un giornale di partito. Che metta in prima pagina il pensiero del segretario.
«Cioè, per capirci: Ferrero vuole un giornale fatto come si sarebbe fatto nell'altro millennio...».

Intanto il Cda è stato costretto alle dimissioni. I giorni di Sansonetti sembrano contati.
«Si assumeranno la responsabilità di tutto».

Ritanna Armeni, che di Liberazione era anche consigliere di amministrazione, ha scritto sul Riformista un commento dal titolo: «Rifondazione è morta».
«Quella di Rifondazione è un'agonia lenta e dolorosa... cominciata, direi, alla vigilia del congresso».

Che lei, Vendola, ha perso. Questa vicenda di Liberazione può accelerare un processo di scissione?
«Sa, un partito che considera esagerato riflettere sui diritti dei trans e preferirebbe interrogarsi sulle ragioni del crollo del Muro di Berlino, come dire? non è già più un partito, ma una casa piena di spettri».

Fonte: corriere.it

Sangennapoli: i verbali dei politici. Rutelli: Lusetti, esuberante e millantatore

Sul ruolo di Romeo: «Verosimile che abbia finanziato la Margherita ma non è l'unico imprenditore a farlo»

NAPOLI - «Ho personalmente incontrato Alfredo Romeo e l'ho conosciuto come uno dei più grandi imprenditori a livello nazionale nel settore immobiliare. Ero sindaco all'epoca in cui la sua impresa si aggiudicò l'appalto per la gestione del patrimonio immobiliare del Comune di Roma. Con lui non ho peraltro una particolare confidenza. Non ho mai avuto con lui colloqui connessi ai suoi interessi ». Così, la sera del 17 dicembre, Francesco Rutelli risponde ai pubblici ministeri di Napoli. Romeo è appena finito in carcere, altri assessori napoletani sono ai domiciliari. Per Renzo Lusetti, suo fedelissimo nella Margherita e amico dello stesso Romeo, c'è una richiesta di arresto. Il leader del Pd e presidente del Copasir — il comitato di controllo sui servizi segreti — si presenta in Procura dopo aver saputo che nelle intercettazioni telefoniche si fa il suo nome. Chiede di «essere ascoltato immediatamente in quanto l'incarico che attualmente ricopro non mi consente di far nutrire dubbi sulla onorabilità della mia persona da parte di alcuno». E prende le distanze.

«Lusetti è esuberante»
«I rapporti con il collega Lusetti sono cordialissimi e penso che sia persona onesta.
Per i rapporti tra Romeo e Lusetti dovrei poter parlare "fuori verbale". Renzo è una persona "molto esuberante". Fa parte della mia area politica. Non posso dire che abbia rapporti approfonditi con Romeo... Quando dico che Lusetti è "molto esuberante" intendo dire che, da classico uomo di partito, andando magari al di là, a volte, di ciò che è la realtà, è portato a riferire cose che in alcune occasioni sono ancora molto aleatorie». I magistrati gli fanno ascoltare una telefonata tra Romeo e Lusetti nella quale i due interlocutori parlano del «grande capo » e del Consiglio di Stato che deve pronunciarsi proprio sulla sospensione dell'appalto per la manutenzione delle strade di Roma e Lusetti assicura all'imprenditore: «Sto lavorando per te». Fanno anche riferimento a Paolo Troiano, giudice da contattare. Rutelli è categorico: «Non mi riconosco nel "grande capo" di cui si parla... Quelle che ascolto assomigliano a gigantesche millanterie. Certamente con Lusetti non ho mai fatto riunioni operative, né ho mai interferito in vicende giudiziarie legate agli appalti di Romeo».
Pm: «Che ruolo aveva Romeo nel partito?».
Rutelli: «Non so se Romeo sia iscritto al partito. Non escludo, anzi ritengo che possa essere verosimile, che Romeo possa aver finanziato il partito. Ma voglio chiarire che non è l'unico imprenditore o comune cittadino che abbia contribuito finanziariamente alle campagne elettorali...».
I magistrati gli fanno ascoltare una conversazione tra Romeo e Lusetti relativa ai congressi della Margherita di Bari e Firenze.
Rutelli: «A me sembra un grande "cazzeggio". A me sembra che, al di là delle chiacchiere, non abbiano ottenuto risultati ai congressi di cui si parla».

«Mai sponsorizzato Nugnes»
Rutelli parla poi di Giorgio Nugnes, l'assessore che si è suicidato forse temendo le conseguenze dell'inchiesta: «L'ho conosciuto e sono stato addolorato nell'apprendere il suo drammatico gesto e anche meravigliato. Ho avuto modo di apprendere dalla lettura dell'ordinanza che Romeo avrebbe sponsorizzato con me Nugnes. Lo escludo categoricamente. A Nugnes non ho mai avuto occasione di dare alcun supporto alle sue eventuali aspirazioni politiche». Poi ricostruisce il suo ruolo riguardo alle primarie in Campania.
«Ho sostenuto Sandro De Franciscis (presidente della Provincia di Caserta, ndr) mentre Nugnes appoggiava un altro candidato di altra area». Con Romeo, dice ancora, «non ho mai discusso di Nugnes». E riferendosi a conversazioni del maggio 2007 in cui l'imprenditore dice di brigare per fare avere all'allora assessore incarichi in dipartimenti, precisa: «I dipartimenti di cui si parla presumo siano incarichi interni alla Margherita. Era peraltro l'epoca in cui il partito si stava sciogliendo. Nugnes non ha avuto alcun incarico».

«Romeo è del partito»
Sui rapporti tra Romeo e i vertici del partito è stato interrogato a lungo anche Giuseppe Gambale, l'ex assessore della giunta Iervolino alla legalità e alla scuola, tuttora ai domiciliari.
Gambale: «Romeo aveva un rapporto di grande stima con De Mita, per questo chiede sempre se questa persona è vicina a De Mita, perché Romeo non voleva intervenire in vicende anche interne al partito».
Pm: «Chi è vicino a De Mita?».
Gambale: «Romeo».
Pm: «Rutelli ha detto che non lo conosce proprio. Lei invece sa di rapporti diretti tra Romeo e Rutelli?».
Gambale: «So che si conoscevano ».
Pm: «Si conoscevano in che termini? ».
Gambale: «So che Romeo faceva parte del consiglio di amministrazione del nostro giornale, Europa».
Pm: «E Rutelli nel vostro giornale che ruolo ha?».
Gambale: «È il giornale del partito e Rutelli è il segretario del partito».

L'incontro con Fioroni
Pm: «Senta, Romeo si doveva incontrare con Fioroni?».
Gambale: «Sì, il ministro della Pubblica Istruzione, il capo di una delle correnti della Margherita».
Pm: «Di cui Romeo è ben conosciuto perché deve portare...».
Gambale: «Aveva rapporti con Rutelli e la corrente rutelliana. Gliel'ho detto che partecipava al consiglio di amministrazione di Europa e in qualche maniera partecipava anche alla vita del partito».
Pm: «Con Rutelli e con Fioroni?».
Gambale: «Voleva conoscere l'altra corrente del partito... era per una ragione politica».
Pm: «E allora perché lo porta in maniera riservata da Fioroni?».
Gambale: «Non lo porto in maniera riservata, semplicemente "andiamo insieme", così al ministero Romeo era scocciato di andare al ministero e non sapere dove andare, dove entrare e come fare... "andiamo insieme, saliamo insieme"».
Pm: «Scusi ma lei mi sta dicendo che è uno dei maggiori esponenti della Margherita, seppure non a livello...».
Gambale: «Sì, ma non andava alla sede del partito, dottore, andava al ministero della Pubblica Istruzione, che devo fare?...».
Pm: «E c'era bisogno di Gambale per conoscere Fioroni?».
Gambale: «Sì perché non lo conosceva e voleva essere presentato».
Al termine dell'interrogatorio Gambale si rivolge al pm e afferma: «Credo di aver dato disponibilità a parlare anche di altro, che non c'era nell'ordinanza, tutto quello che serve a chiarire, l'ho detto dall'inizio. Dottore, forse se ci saremmo sentiti prima qualche cosa la potevamo pure evitare...». In realtà i magistrati non lo ritengono credibile e danno parere negativo alla sua scarcerazione.

Fonte: corriere.it

30 dic 2008

Non c'è posta per te

Lettere mai recapitate. O buttate nella spazzatura. Raccomandate scomparse. Pacchi irrintracciabili. Tra appalti esterni e risparmi, si moltiplicano i disservizi

Siamo sotto le feste, ma se vuoi mandare un biglietto d'auguri a qualcuno devi essere fortunato. Devi riuscire a trovare una buca e devi incrociare le dita che il postino passi a ritirarlo. Se il biglietto lo stai aspettando, invece, devi sperare che la tua zona sia ancora servita. E anche augurarti che un portalettere frustrato non la butti nella spazzatura. Ma che poi arrivi in tempo è tutto un altro paio di maniche. Come ha raccontato in un articolo sui suoi tre anni italiani l'inglese Lisa Hilton: "L'anno scorso, per esempio, ho ricevuto le cartoline di Natale a Pasqua. Le mie lamentele si sono scontrate invariabilmente con un'alzata di spalle e un rassegnato 'è così'".

La giornalista britannica non è un caso isolato: le associazioni di consumatori moltiplicano le segnalazioni di disservizi di Poste Italiane: dai pacchi accumulati e non consegnati, alle raccomandate che tocca andare a ritirare all'ufficio postale. Alle Poste, però, minimizzano: "La consegna della corrispondenza in Italia dopo la conclusione del processo della riorganizzazione del servizio di recapito e la stabilizzazione di migliaia di portalettere è oggi regolare. Isolati casi di ritardo nella consegna della posta sono dovuti esclusivamente alle ultime fasi di conclusione del progetto".

Eppure a volte la realtà sfiora l'assurdo. Come nel caso, denunciato dal Movimento difesa del cittadino, di una signora che aveva spedito medicinali antimalarici a suore missionarie di Brescia. Ora saranno anche scaduti, perché a destinazione non sono mai arrivati. Il postino si è scusato così: aveva bussato al convento, ma nessuno ha risposto. E poi c'era una signora, felice di poter rendere la propria casa più 'verde' grazie agli incentivi energetici. Di cui però non ha visto traccia, perché la documentazione, inviata con raccomandata, alla Agenzia delle entrate di Pescara non è mai arrivata. Spesso poi, come racconta un cittadino milanese, "nessuno suona al citofono per consegnarmi un pacco, ma lasciano l'avviso 'destinatario assente', così sono costretto ad andare a ritirarlo al deposito".


Eppure quello del recapito di buste, pacchi e affini è un servizio 'universale', che le poste dovrebbero garantire a tutti i cittadini per 365 giorni l'anno. Anche perché in cambio ricevono denaro pubblico. Ma forse Poste Italiane preferisce fare tante altre cose che rendono di più: fa la banca, fa la compagnia telefonica, fa il commerciante. Lo dimostra il fatto che il 30,8 per cento dei suoi guadagni proviene dai servizi finanziari (a fronte di quelli postali, che si fermano al 2,2). E in futuro questa forbice è destinata ad allargarsi, dato che l'azienda affida ad altre imprese proprio quei servizi che le danno il nome: dal 2007 a oggi, come si legge da documenti riservati aziendali, il bouquet di attività passate di mano vale oltre 70 milioni. Significa che vaste aree del territorio vengono coperte da società terze (come Tnt Post Italia a Torino, Romana Recapiti nella capitale e Corel a Bari). "Poste Italiane, però, si tiene strette le zone più ricche delle città, lasciando le aree periferiche e più difficili da servire, alle ditte appaltatrici". Lo racconta un precario di Romana Recapiti: "A Roma le vie centrali sono roba loro, mentre a noi toccano quelle più rognose". E siccome gli appalti Poste li assegna al ribasso (l'azienda che offre di meno vince, a prescindere dalla qualità del servizio), le ditte appaltatrici risparmiano sui lavoratori. "Meno dipendenti esperti, più precari pagati a cottimo e poco preparati". Tutto a discapito di mittente e destinatario. "È ovvio che queste società saranno interessate al maggior guadagno possibile, ma non al miglior servizio possibile", dice Paolo Martinelli, presidente del Beuc, coordinamento europeo delle associazioni di consumatori, "così si accentua la catena dell'inefficienza".

Non solo: "Ci sono ben 150 zone del nostro Paese dove i postini non li vedono neanche passare", denuncia Graziano Benedetti, responsabile Cgil Poste. Senza dimenticare che, come raccontano quelli di Altroconsumo, la riorganizzazione del servizio di recapito ha significato meno buche delle lettere e meno giri dei postini per ritirarle. A Genova, ad esempio, all'aeroporto c'è più di una dozzina di cassette stracolme, e alla stazione ce n'è un'altra ventina. Colpa dell'effetto imbuto: diminuiscono i postini, aumentano i quartieri da coprire. Con risvolti pazzeschi. C'è il postino comasco, diciannovenne e precario, che getta nell'immondizia un intero sacco di lettere. "Ero troppo stressato perché non riuscivo a trovare le case dove recapitare la posta", si è giustificato. C'è il giovane postino fiorentino pizzicato dai carabinieri con 230 lettere non recapitate nel bagagliaio. Il contratto trimestrale non gli era stato rinnovato. E poi c'è un suo collega bresciano che ha fatto entrambe le cose: imbucava la posta nei cassonetti. E quando non la buttava, la teneva in macchina. Voleva fingersi più veloce nella consegna, sperando in un'assunzione a tempo indeterminato.

"Il problema di Poste Italiane è lo stesso di Trenitalia: latitano i controlli del rispetto degli standard qualitativi", commenta Martinelli: "Mentre per energia e telecomunicazioni esistono delle authority che oltre a fissare gli standard fungono da strumento di verifica e controllo, per le poste tutto questo manca. È ancora il ministero che dovrebbe controllare, in teoria. Ma in pratica non avviene". E allora a chi tocca? "Di lettere che denunciano fatti come questi i giornali locali sono pieni. Non li leggono, i sindaci?", chiede Matteo Salvini, deputato della Lega Nord: "Dovrebbero essere gli stessi amministratori locali a tutelare i propri cittadini, e a fare una telefonatina come si deve agli uffici postali". Quindi restano le volenterose associazioni di consumatori, che hanno sottoscritto un accordo per la risoluzione delle controversie. "Il 98 per cento di tutte le procedure attivate si è concluso a favore del cittadino", annunciava trionfalmente Rosario Fazio, responsabile marketing di Poste, a 'Mi manda RaiTre'. Peccato che questo significhi che in quei casi le Poste avevano torto. E peccato che, al di là della magra consolazione di un risarcimento, il danno ormai era stato fatto.

Ma in Italia, si sa, le cose si risolvono solo quando si muove la politica. È quello che è accaduto in Lombardia: lì agli inizi dell'anno la gestione di 75 mila raccomandate era stato affidata a due società, la Tnt Milano e l'Act di Carlo D'Angelo. Quest'ultima è una cooperativa che definire eclettica è un eufemismo: si occupa di tutto, dalla derattizzazione alle bevande per le mense scolastiche. E i risultati si sono visti: mentre la prima non aveva problemi, l'Act non riusciva a consegnare la corrispondenza. Tanto che una pattuglia di deputati della Lega ha bersagliato il ministro allo Sviluppo economico Claudio Scajola di interrogazioni parlamentari a cadenza settimanale: prima Salvini, poi Nicola Molteni e infine Paolo Grimoldi. Alla fine, il consigliere d'amministrazione di Poste in quota Pdl, Roberto Colombo, raccoglie la questione e taglia la testa al toro. Dopo pochi giorni l'azienda revoca l'appalto all'Act e si riprende il servizio. Con grande sollievo dei cittadini lombardi.

"È mai possibile che tocchi affidarsi alla buona volontà di questo o di quel politico, che agisce su segnalazione della gente?", si chiede Salvini: "Ci dovrebbe essere un controllo interno. Fatti come questi non dovrebbero ripetersi". Eppure le prospettive non sono rosee. "La situazione sta peggiorando", preannuncia Benedetti, "c'è il rischio che i problemi di Milano si replichino altrove". E la Lombardia minaccia di essere soltanto il paziente zero di un'epidemia ben più grave.

Fonte: espresso.repubblica.it

La «guerra a colpi di figli». Duello tra l’ex pm e il Cavaliere. Bossi e la «trota». Quella volta di Veltroni e Casini..

Renzo, Elio, Piersilvio

ROMA — Belli, i figli. Preziosi. Adorabili. Anche se poi te li ritrovi con il pizzetto che gli esalta il doppiomento (tipo Cristiano Di Pietro, per capirci). No, davvero, tutto questo non importa. Perché i figli sono loro che diventano te. Sono loro che ti prendono il cognome e pure il nome. Sono le stesse tue smorfie, le stesse labbra, lo stesso modo di gesticolare. Pazzesco. Meraviglioso. Sono pezzi dell’animo. Del cuore. Del tuo cuore. Ma a un patto. Sì, a pensarci bene, a un patto. Quello di non finire, per colpa loro, sulle prime pagine dei giornali. Perché se ci finiscono, il papà è costretto poi a parlare come Geppetto: il mio Pinocchio, giuro, è proprio un bravo bambino. Diciamoci la verità: tra le tante appetibili (finché sarà possibile pubblicarle), l’intercettazione più interessante — e se mai ce ne dovesse essere una, dovrebbe essere ambientale — è quella relativa all’ultimo dialogo tra Antonio Di Pietro e suo figlio.

Cosa avrà detto il duro e incorruttibile Tonino al figlio che, come abbiamo letto, chiedeva cortesie per i suoi stimabili amici? Ieri, sull’Unità, a pagine 3, nella rubrica dove si fa chiamare in modo piuttosto eloquente «Zorro», Marco Travaglio sottolineava come appunto «il Giornale berluscomico dedichi mezza dozzine di pagine al giorno allo sciagurato figlio di Di Pietro, beccato a raccomandare amici a un dirigente dei Lavori pubblici poi trasferito dal padre... », con lo stesso impegno con cui, nel luglio del 2004, sorvolava invece sulla vicenda che coinvolse Marina e Piersilvio Berlusconi, «indagati col padre a Milano non per qualche raccomandazione, ma per ricettazione e riciclaggio nell’inchiesta sulla compravendita di diritti cinematografici in America tramite società off-shore (poi la loro posizione fu archiviata, ndr). Mario Cervi, sul Giornale, implorò i giudici: "Ci si rivolga al Cavaliere. Marina e Piersilvio, dirigenti di fresca età, non c’entrano...». Che poi, a pensarci, polemiche a parte, il punto era e resta in fondo questo: i figli quanto c’entrano? A volte, e questo uno come Umberto Bossi può testimoniarlo, i figlioli vengono usati. Per dire: due anni fa, il ventottenne Riccardo, primogenito del Senatur e della sua prima moglie Gigliola Guidali, espresse il desiderio di partecipare al reality-show «L’isola dei famosi » (contattato dalla Simo, lui s’era visto subito celebre naufrago ai Caraibi: antesignano di Luxuria e del bidello piangente Capponi). I ranghi della Lega insorsero però indignati, i colonnelli della Padania (Maroni, Calderoli etc) si dissero allibiti, buona parte della politica italiana avviò, sulla notizia, un banchetto memorabile.

Quasi quanto quello — in effetti però più simile a un tormentone —che ormai da mesi coinvolge anche l’altro figlio di Bossi, il Renzo, detto Renzino, vent’anni, nato dalle seconde nozze del Senatur con Manuela Marrone. Il Renzino che fa? Non riesce a conquistare la maturità. Niente. Tre volte, l’ha ripetuta (grazie anche a un ricorso al Tar), e tre volte l’han bocciato. La reazione del padre potete immaginarla. Un mugugno e una frase, divenuta ormai cult, rivolta al figlio che, sui giornali, qualche cronista generoso già definiva delfino. «Altro che delfino... tu, per me, sei piuttosto una trota...» (impossibile la traduzione dal celtico, ndr). Naturalmente non è poi mica sempre così che va: i genitori non perdono sempre la pazienza. A volte, infatti, sono fortunati. Esempio? Il ministro Ignazio La Russa. Che ha un figlio come Geronimo, avvocato, le idee chiare: «Uno con il mio cognome deve stare attento due volte. Perché da te si aspettano sempre il meglio. E perché se sbagli, danneggi tuo padre». Sante parole. Da invidiare. Prendete Pier Ferdinando Casini. Due anni fa, a passeggio nell’elegante Cortina, si sfogò con Chi: «Ahimè... mia figlia ama un comunista ». Lei, Benedetta. Lui, David. Casini: «Purtroppo questo David non lo vedrò mai leggere Libero...». Toni non affettuosi, ma indulgenti. I papà fanno i papà. Mai, comunque, come Clemente Mastella. Che di figli finiti sui giornali ne ha due: Elio, che — ricorderete — difende la villa di famiglia a Ceppaloni dall’assalto della troupe delle Iene, e Pellegrino.

Di quest’ultimo dette notizia Il Sole 24 ore: Pellegrino Mastella, 31 anni, figlio di Clemente (all’epoca ancora ministro di Grazia e Giustizia) e di Sandra Lonardo (all’epoca ancora presidente del Consiglio regionale della Campania) è stato ingaggiato dal ministero dello Sviluppo (alla cui guida c’era Pier Luigi Bersani, con Clemente compagno di banco a Palazzo Chigi) come consulente. Nel dettaglio, «l’incarico è quello di approfondire le specificità dei modelli anglosassoni e...». Commento— indignato — di papà Clemente: «Mio figlio è avvocato, quel contratto è regolare e poi, diciamolo, mio figlio se lo merita proprio...». Sul genere di merito, ha qualche perplessità Omar Calabrese, docente di semiotica all’università di Siena: «Questa è una stagione in cui, al ragionamento politico, prevale il buon senso di massa. E perciò l’idea che il potere possa essere usato non per ottenere il bene comune, ma solo il bene dei figli, può certamente deformare gravemente l’immagine di qualsiasi politico». Non casualmente, mentre Walter Veltroni spiega subito che i modesti 60 metri quadrati di casa a Manhattan destinati a Martina, la sua primogenita ventenne e talentuosa figliola appassionata di cinema, sono stati acquistati «grazie ai diritti d’autore del romanzo "La scoperta dell’alba"».

Fonte: corriere.it

28 dic 2008

Bonsignore, il politico-imprenditore che vota per il Contropatto

La Torino-Piacenza, poi la Mi-To di Gavio, il posto all' europarlamento e il 2,8% di Bnl.
Ora vuol diventare il terzo gestore autostradale. I contatti giusti li ha Un piano da 18 miliardi. Con Fiorani come socio

Un record, Vito Bonsignore, l' ha già conquistato senza alcuna difficoltà.
L' anno scorso è stato il destinatario del contributo finanziario più cospicuo che un singolo uomo politico abbia mai ricevuto (stando almeno ai dati in possesso della Camera dei deputati): un milione di euro.
Anche se si è trattato di un contributo un po' particolare. I soldi glieli ha dati infatti la società Mec, che è sua.
Un autofinanziamento generoso, probabilmente servito a sostenere pure il suo partito, l' Udc, per le elezioni europee. Che per lui hanno avuto un esito in linea con le aspettative. Grazie alla rinuncia di Marco Follini, Bonsignore ha ottenuto un seggio al parlamento di Strasburgo.
L' imprenditore siciliano, che ha in tasca il 2,8% della Banca Nazionale del Lavoro e combatte insieme al Contropatto guidato da Francesco Gaetano Caltagirone la battaglia contro gli spagnoli del Bbva, è rientrato così in politica dalla porta principale, dopo 11 anni.
Originario di Bronte, in provincia di Catania, ha cominciato alla Satap, la società che gestisce l' autostrada Torino-Piacenza, di cui è in seguito diventato direttore generale. Quindi amministratore delegato della Torino-Milano di Marcellino Gavio. Alternando il lavoro manageriale alla politica.
Per lunghi anni è stato il proconsole di Giulio Andreotti a Torino. Ma sempre a modo suo: come quando decise, con una iniziativa che destò un certo clamore, di iscriversi al Partito radicale di Marco Pannella.
Parlamentare democristiano per due legislature, nel marzo del 1993 Bonsignore si era dovuto dimettere dall' incarico di sottosegretario al Bilancio pochi giorni prima della fine del governo di Giuliano Amato, essendo stato coinvolto nell' inchiesta sulle tangenti dell' ospedale di Asti, una vicenda che toccò anche il fratello del cardinale Angelo Sodano, il segretario di Stato del Vaticano.
Ma la mazzata non gli fece perdere la passione per la politica.

Il suo nome tornò a circolare un paio di anni più tardi, fra quelli delle persone che avrebbero potuto schierarsi con Lamberto Dini. Non se ne fece però nulla. Invece con Rocco Buttiglione è filato tutto liscio. Bonsignore è stato prima fra i fondatori del Cdu, poi quando il Biancofiore si è unito al Ccd (e successivamente a Democrazia europea), ha aderito con entusiasmo all' Udc. Senza però mai perdere di vista un altro obiettivo.
A parte il premier Silvio Berlusconi, forse nessuno meglio di lui incarna attualmente il prototipo del politico imprenditore. Fino a far sorgere l' interrogativo su quale delle due attività prevalga sull' altra. Certo è che la scalata imprenditoriale di Bonsignore è stata rapidissima e clamorosa. Grazie anche a una fittissima rete di importanti contatti.

Oggi l' ex manager della Satap è a capo di un piccolo impero. La testa è nella Gefip holding di Lussemburgo, società dove è custodita anche la partecipazione nella Bnl. Poi ci sono la Mec e la Ili, imprese attraverso cui Bonsignore punta a conquistare il ruolo di terzo gestore autostradale in Italia. In due anni la Ili, che a settembre del 2003 ha siglato un accordo con il gruppo Caltagirone, ha presentato all' Anas progetti per realizzare in project financing un migliaio di chilometri, con un investimento potenziale di 18,2 miliardi. Nata per iniziativa della Banca Carige, la Infrastrutture lavoro Italia si è arricchita lo scorso anno di nuovi azionisti. L' istituto genovese e la Gefip holding si sono infatti ritrovati soci, fra gli altri, anche Vittorio Merloni ed Efibanca. Già, proprio l' istituto che fa parte del gruppo Popolare di Lodi guidato da Giampiero Fiorani, banchiere considerato vicinissimo al governatore della Banca d' Italia, Antonio Fazio, e che sta cercando di far fallire un' altra offensiva di una banca estera in Italia: quella dell' Abm Amro sull' Antonveneta.

Del resto, gli amici di Fazio non possono che essere amici anche del politico/imprenditore siciliano. Non per nulla Infrastrutture lavoro Italia è nata con l' attivo sostegno di Luigi Grillo, presidente della commissione Lavori pubblici del Senato, senatore di Forza Italia che assolve il ruolo di ufficiale di collegamento fra Berlusconi e il governatore.
Con Bonsignore Grillo ha diviso anche una breve ma intensa esperienza di governo: durante il primo governo Amato erano entrambi sottosegretari al Bilancio con il ministro Luigi Spaventa. E nonostante abbiano compiuto scelte politiche diverse, i due sono rimasti legati. Al punto da passarsi anche un piccolo e curioso testimone. Katia Bonsignore, figlia di Vito, è oggi fra gli azionisti della Soa Azzurra 2000 (una delle società private che hanno il compito di attestare che le imprese di costruzioni hanno i requisiti per gli appalti), insieme a Stefano Previti, figlio del parlamentare di Forza Italia Cesare Previti, e ad Adolfo Cucinella, commercialista dello stesso Previti.
In compenso, nella lista dei soci non compare più uno degli azionisti iniziali di quella Soa: la Margiu srl, società della famiglia di Grillo.

Fonte: corriere.it

27 dic 2008

Consigliere Pdl col pass del morto: sospeso dal partito

ROMA (26 dicembre) - Probabilmente il consigliere del Pdl in XVIII municipio, Fabio Benedetti, credeva di averla fatta franca: che il suo parcheggio galeotto di sabato scorso in piazza di Spagna esponendo il permesso da disabile di un morto non avrebbe avuto conseguenze. E, invece, ce l’ha avute. Eccome. Subito dopo aver letto i giornali, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno ha detto: «Se la notizia pubblicata dal Messaggero è confermata, lo espelleremo immediatamente dal partito e dal gruppo consiliare del Pdl». Poi ha chiesto al comandante della polizia municipale, Angelo Giuliani, una relazione immediata sull’accaduto. E quando la relazione è arrivata, confermando per filo e per segno quanto scritto dal Messaggero, il responsabile della federazione romana di Alleanza Nazionale, Vincenzo Piso, ha sospeso cautelativamente Benedetti dal partito «con proposta di espulsione, che verrà vagliata dai probiviri di An».

L’ESTREMA DIFESA
Alle 16,30 di ieri Fabio Benedetti ha inviato un’email al Messaggero: «Cortese signor Desario, ho letto il suo articolo che riguarda lo scrivente. Ovviamente mi permetterà il diritto di replica che ho inserito nell'allegato di questa mail». Ecco il testo: «Per quanto riguarda la foto a pagina 34 del citato quotidiano pubblicata con contorno sferico, dove viene rappresentato un contrassegno disabili, viene disconosciuta dallo scrivente. Confermo invece che la targa del veicolo in questione è inserita presso l’Atac accesso Ztl con regolare permesso invalidi di una persona in vita». E poi: «Per quanto riguarda la dichiarazione del sindaco Alemanno, non trovo una parola di solidarietà espressa nei confronti dello scrivente, né un contatto per chiedere chiarimenti. Inoltre, l’espulsione dal partito non è stata eseguita per esponenti politici coinvolti in varie cronache molto più gravi, fino alle figure amministrative apicali nominate in vari enti e società». Ma le cose non stanno così.

ALTRE CONFERME
Il consigliere municipale Fabio Benedetti oltre ad avventurarsi con permessi irregolari è anche sfortunato. Sabato, infatti, a fotografare la sua Porsche parcheggiata nell’isola pedonale di piazza di Spagna non c’era solo il fotografo che lavora per il Messaggero. Ma anche altri due fotoreporter. E il numero del permesso lasciato sul cruscotto lo hanno appuntato e fotografato tutti. «Ho subito annotato la targa dell’auto e il numero del contrassegno invalidi - dice Angelo Carconi dell’agenzia Toiati del Messaggero - E poi ho iniziato a fare le fotografie». Angelo Franceschi, dell’agenzia F3 Press, conferma: «C’ero anch’io, sabato, in piazza di Spagna a fotografare quella Porsche e ad aspettare il conducente - ricorda - Ho tutte le fotografie scattate in sequenza, compresa quella con il numero del pass». E le fotografie le ha scattate (vedi sopra) anche il fotoreporter dell’agenzia Jpeg che lavora per il Corriere della Sera.

LE INDAGINI
La storia non finisce qui. Il comandante dei vigili Giuliani ha incaricato il comandante del Primo Gruppo Carlo Buttarelli di andare a fondo sulla vicenda. Benedetti (che è anche presidente del consiglio del XVIII municipio) è stato convocato per i prossimi giorni negli uffici di via Montecatini dove dovrà dare molte spiegazioni. Una su tutte: come ha fatto ad entrare in possesso di quel pass da disabili intestato a Sergio A., deceduto nel 2006?

Fonte: ilmessaggero.it

Consigliere Pdl in Porsche col pass disabili di un morto

ROMA (23 dicembre) - La sua auto parcheggiata sabato pomeriggio in piena piazza di Spagna, davanti alla sede di Mediobanca, aveva attirato l’attenzione di molti passanti e commercianti. Non tanto perché fosse una fiammante Porsche ma perché sul cruscotto aveva in bella mostra ben tre contrassegni: uno classico con la ’X’ di accesso alla Ztl, un altro da consigliere comunale e il terzo da disabile. Dalla targa si è risaliti al proprietario: Fabio Benedetti, consigliere Pdl del XVIII municipio (non consigliere comunale). Così i fotografi si sono appostati e, al suo ritorno, hanno immortalato lui e una donna che, dopo aver sistemato pacchi e pacchettini, rimontavano in auto e se ne andavano come niente fosse.

Benedetti si prontamente giustificato: «Se uno in famiglia ha un portatore di handicap, e se avete le fotografie vedete che si tratta di una signora di quarant’anni, è regolarissimo parcheggiare anche sull’isola pedonale. C’è proprio scritto dietro al tagliando». Tutto vero. Peccato che il permesso esposto sulla Porsche di Benedetti non era quello intestato alla signora ma quello intestato a un’altra persona deceduta a febbraio del 2006. Un permesso che l’Atac ha annullato da due anni ma che non è mai stato restituito.

A tutto shopping.
Il “fattaccio” risale a sabato 20 dicembre. L’ultimo prima di Natale. Nel pomeriggio il centro di Roma è nel pieno della corsa ai regali. Via Condotti, via Frattina, via della Croce sono stracolme di gente che entra ed esce dai negozi. Piazza di Spagna quasi scoppia. Eppure, in piena area pedonale, dietro le palme illuminate a festa, davanti alla sede romana di Mediobanca, qualche macchina ha trovato un parcheggio galeotto. Tra queste c’è una Porsche di colore grigio (targata CM933.. ). E’ l’unica che sul cruscotto espone un campionario di permessi: uno classico con la “X” di accesso alla Ztl, un altro da consigliere comunale e il terzo da disabile. Quest’ultimo è il pass numero 96349R con scadenza naturale il 13 gennaio 2011. Insomma sembrerebbe in regola o almeno così devono aver pensato i vigili di pattuglia lì vicino (auto DK043HE). Alle 19,10 arriva un uomo e una donna che porta alcune buste griffate. Lui è Fabio Benedetti, 35 anni, eletto ad aprile nelle file del Pdl consigliere del XVIII municipio (zona Aurelio). I due salgono in macchina, sistemano i pacchi, tolgono il pass e vanno via accompagnati dal rombo della Porsche.

Faccia tosta.
Fabio Benedetti è stato raggiunto telefonicamente dal Messaggero e dal Corriere della Sera (vedi numero di domenica 21). E a entrambi ha dato la medesima versione: «Ho accompagnato una signora disabile dal medico e poi lungo la strada abbiamo approfittato per fare degli acquisti. E’ tutto regolarissimo. Al permesso della signora è collegata anche un’altra targa riferibile a me. Potete verificarlo al VII dipartimento». E proprio facendo le verifiche Il Messaggero ne ha scoperte delle belle.

Verifiche e misteri.
E’ vero la Porsche targata CM933.. è associata ad un permesso disabili. E’ il permesso 73479R e, come affermato da Benedetti, è intestato ad una quarantenne. Ma quel sabato sul cruscotto, Benedetti esponeva un altro contrassegno, quello numero 96349R che è stato rilasciato il 13 gennaio del 2006 e scade, dopo cinque anni, il 13 gennaio del 2011. Il titolare però non è una donna ma Sergio A. Anzi era il titolare, perché il signor Sergio è deceduto a febbraio del 2006. Così l’Atac, che ogni sei mesi effettua un controllo incrociato con l’anagrafe capitolina, lo ha annullato ad agosto. E c’è anche un’altra anomalia: sul cruscotto aveva anche un tagliando con la scritta “consigliere comunale”. Ma Benedetti non siede in aula Giulio Cesare ma è consigliere del XVIII municipio.

Fonte: ilmessaggero.it

Comune Napoli: senza aiuti, crack vicino

Avrà anche le «mani pulite» Rosa Russo Iervolino, pur con mezza Giunta sotto il tiro della magistratura. Ma di sicuro sono mani piuttosto sbadate. L'affaire Romeo rischia infatti solo di essere la punta dell'iceberg di un malgoverno diffuso. Non c'è quasi attività sotto il Vesuvio in cui le (tante) risorse pubbliche non siano utilizzate con estrema disinvoltura e con scarsissimi benefici per la collettività.

Le spese record del Comune
Solo il mantenimento della "macchina comunale" grida vendetta. Come una gigantesca idrovora, e solo per garantire l'auto-sopravvivenza, Napoli spende senza eguali: il grande carrozzone amministrativo assorbe ogni anno la bellezza di 450 milioni di euro. Fanno 460 euro per abitante contro i 325 euro di Milano, i 278 di Roma e i 271 della virtuosa Torino. E così la macchina si mangia il 36% del totale delle spese del Comune. Le altre grandi città si fermano al 25% con Torino al 21 per cento.
Se sotto il Vesuvio si spendesse per stipendi e altro (tra cui le auto blu) come a Torino la città campana, come evidenzia uno studio del Politecnico di Milano per la Fondazione Civicum, disporrebbe ogni anno di 180 milioni di euro in più. Una cifra che è poco meno la metà del maxi-appalto per le strade per il quale Alfredo Romeo e 4 assessori sono indagati. E con 180 milioni si raddoppiano le spese, oggi al lumicino, per l'assistenza sociale.
Ma, forse, quel tesoretto ha funzione di welfare locale: paga gli stipendi a 13mila dipendenti pubblici. Come pensare di limitarlo? Fosse tutto qua si potrebbe anche accettare. E invece no, dato che l'impiego delle risorse collettive è quanto mai sproporzionato ai risultati. Iervolino dovrebbe spiegare perché Napoli spende ogni anno per l'ambiente ben 250 milioni di euro. Milano ne spende 300, ma i mucchi indecorosi di spazzatura per le strade per mesi e mesi non giustificano neanche per un minuto quelle spese. Ma non è finita qui. L'Asìa, l'azienda rifiuti, è un colabrodo. Non solo non faceva il suo lavoro (come ha dimostrato il dramma della monnezza), ma è costata ai contribuenti 45 milioni di perdite da ripianare nel triennio 2004-2006. Dulcis in fondo, nel 2008 l'Asìa ha ricevuto altri 50 milioni e dal 1° gennaio avrà un contratto "dorato" con il Comune che spenderà per l'azienda 170 milioni all'anno per tre anni.

Denaro al vento
Credete che le cose vadano meglio negli altri settori? Niente affatto. I trasporti sono la terza voce di spesa del Comune. Ebbene chiedete a qualsiasi napoletano qual è la situazione di bus e tram in città e farà un sorriso amaro.
Qualche cifra del dissesto. Il Comune compartecipa al 50% nel CTp. Il consorzio trasporti pubblici ha bruciato in 10 anni 500 milioni di euro, equivalente all'intero ammontare dei trasferimenti che Napoli incassa dallo Stato nell'arco di un anno. Più che trasporto pubblico è un clamoroso caso di fallimento pubblico: non si capisce perché a Napoli il costo per abitante di un servizio alquanto scadente sia superiore di 3-4 volte rispetto a Milano o a Torino.
Ma è tutta la gestione delle aziende comunali che fa acqua. In tutte le grandi città con i dividendi incassati dalle proprie aziende i Comuni programmano spese e investimenti per la collettività. A Napoli avviene il contrario: la gestione Iervolino conta perdite. Tra il 2005 e il 2006 sono ammontate a 97 milioni. Soldi in meno per i servizi. Ma anche quando si danno i servizi, chissà come mai costano più che altrove. Sintomatico quello degli asili nido. A Napoli (mistero) un posto all'asilo nido costa 11mila euro l'anno, il 50% in più di Milano o Torino. Con in più la beffa: a Napoli solo un terzo degli addetti è un educatore, contro i due terzi delle altre città.

I milioni dallo Stato
Qualche sforzo per limitare questa distribuzione a pioggia di denaro pubblico è stato fatto. L'ex assessore al bilancio (oggi indagato), Enzo Cardillo, è riuscito a programmare nel 2008 tagli di spese per 8,7 milioni. Dato irrisorio, perché il bilancio di milioni ne vale oltre 1.300 milioni. Ma cosa allora tiene in vita un Comune tanto disastrato? Una sola cosa. I trasferimenti record dallo Stato: valgono quasi 600 milioni all'anno, quasi la metà del totale delle entrate e ben sette volte quanto incassa Milano: quattro volte più di Roma e il doppio di Torino. Se si riportassero quei contributi a livello delle altre città, il Comune di Napoli sarebbe in bancarotta da anni. E a Napoli ballano sul Titanic: i residui di crediti e debiti che si trascinano da anni sono a livello record di 3,2 miliardi. Se solo qualche debitore smettesse di pagare, il crack avverrebbe. Da domani.

Fonte: ilsole24ore.com

24 dic 2008

Motivazione choc. Gasparri: sentenza che fa ribrezzo. «La Reggiani resisteva. Sconto di pena a Mailat»

I giudici: niente ergastolo anche perché il romeno era ubriaco

ROMA — Romulus Mailat, il romeno che la sera del 30 ottobre 2007 stuprò ed uccise la signora Giovanna Reggiani vicino alla stazione di Tor di Quinto, agì da solo. Ed ha avuto la condanna a 29 anni in primo grado e non l'ergastolo perché «la Corte, pur valutando la scelleratezza e l'odiosità del fatto, commesso in danno di una donna inerme e, da un certo momento in poi esanime, con violenza inaudita, non può non rilevare che omicidio e violenza sessuale sono scaturiti del tutto occasionalmente dalla combinazione di due fattori: la completa ubriachezza e l'ira dell'aggressore, e la fiera resistenza della vittima». Lo sostiene la motivazione della sentenza della Corte d'Assise presieduta da Angelo Gargani. E Maurizio Gasparri, capogruppo al Senato del Pdl, esplode: «Provo ribrezzo per questa decisione». Paradossalmente, secondo la Corte, è anche l'incredibile forza d'animo della Reggiani ad aver attenuato le responsabilità dell'assassino: «In assenza degli stessi fattori — si legge — l'episodio criminoso, con tutta probabilità, avrebbe avuto conseguenze assai meno gravi ». Mailat, invece, a causa della reazione della vittima «non riesce ad averne ragione a mani nude» e deve usare il bastone. Però il romeno «all'epoca era ventiquattrenne, incensurato, e l'ambiente in cui viveva era degradato. Queste circostanze, assieme al dettato costituzionale secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione, inducono la Corte a risparmiargli l'ergastolo, concedendogli le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate, pur irrogando la pena massima per l'omicidio».

Lette le motivazioni, Gasparri, che aveva già criticato l'entità della pena, attacca: «Questi giudici — dice — si devono vergognare. Se non si dà l'ergastolo per una persona del genere, a chi lo si da?». Ma non è solo questo, ad indignare Gasparri: «Di fronte a queste motivazioni, più che di separazione di carriere, bisognerebbe parlare di "abolizione di carriere". Certi magistrati andrebbero cacciati... Spero che il Natale porti un po' di saggezza». Il parlamentare non si ferma qui: «Come legislatore farò tutto il possibile per evitare che si ripetano certe cose, ma come italiano mi vergogno ». I giudici hanno anche ricordato la necessità di non trascurare la Carta nella parte in cui richiama all'esigenza di un recupero del detenuto. Gasparri però non ci sta: «Io credevo nella magistratura. Ma ogni giorno ci sono prove che inducono chi può a rivederne sia il ruolo sia le responsabilità ». Secondo i giudici l'esclusiva responsabilità di Mailat «è pienamente provata. La selvaggia violenza dei colpi sarebbe stata inutile se l'azione fosse stata condotta da più persone». Presenterà appello l'avvocato del romeno, Piero Piccinini: «È una motivazione di una semplicità sconcertante, che lascia interdetti. Sono state fatte forzature logiche che dimostrano che le prove erano insufficienti ». Pronta all'appello anche la procura, contraria alla concessione delle attenuanti generiche. E secondo l'avvocato di parte civile Tommaso Pietrocarlo «è proprio la fiera resistenza della povera signora Reggiani che rende più grave l'episodio ».

Fonte: corriere.it

23 dic 2008

Romeo e la rete del fido Mautone. Le intercettazioni svelano gli intrecci del provveditore alle opere. Bocchino promette: vi porto a pranzo con Fini

Politici, funzionari e Di Pietro jr

NAPOLI — Favori, ricatti, raccomandazioni. Legami trasversali con i politici, contatti amicali con i vertici delle forze dell'ordine, in una girandola di conversazioni che lo pone al centro di una «rete» di enorme potere. L'inchiesta di Napoli sugli appalti esalta la figura di Mario Mautone, ex provveditore alle Opere Pubbliche della Campania, finito agli arresti domiciliari durante il blitz della scorsa settimana. E svela i suoi rapporti controversi con la famiglia di Antonio Di Pietro, quando quest'ultimo era ministro delle Infrastrutture.
Numerose intercettazioni allegate agli atti dimostrano come il figlio Cristiano, consigliere provinciale a Campobasso per l'Italia dei Valori, tentasse di «sistemare» gli amici e danno conto delle preoccupazioni del padre per tenerlo fuori dall'indagine.
Un ruolo di primo piano, dunque, che comunque non mette in ombra quello di Alfredo Romeo. Nuove telefonate dell'imprenditore con il parlamentare di Alleanza nazionale Italo Bocchino — per lui i pubblici ministeri hanno sollecitato l'arresto — rivelano il tentativo di organizzare un pranzo con Gianfranco Fini. Nelle carte processuali è citato anche l'ex assessore all'Urbanistica del comune di Roma, Roberto Morassut, attuale segretario regionale del Pd nel Lazio. Ma le telefonate a lui attribuite sono in realtà quelle tra Romeo e un funzionario campano, Roberto Mostaccio. E dunque, dopo aver chiarito i motivi di un errore tanto grave, bisognerà accertare come mai il suo nome sia venuto fuori.

Favori a Di Pietro jr e fuga di notizie
L'informativa allegata agli atti ricostruisce i rapporti tra Cristiano Di Pietro e Mario Mautone. «Di Pietro — è scritto nel documento — chiede alcuni interventi di cortesia quali: affidare incarichi a persone da lui segnalate anche al di fuori degli ambiti di competenza istituzionale; affidare incarichi ad architetti da lui indicati e sollecitati anche da Nello Di Nardo; interessi di Cristiano in alcuni appalti e su alcuni fornitori. Naturalmente le sue richieste vengono subito esaudite. "Gli ho dato l'incarico! Poi non l'ho ancora dato a lei! Lo passerò sempre a te e poi ce lo farai avere tu!", gli dice Mautone». Conversazione dell'8 giugno 2007
Cristiano: «Poi un'altra cosa, non so se la puoi fare questa cosa o meno... se hai la possibilità... ». Mautone: «Dimmi, dimmi».
Cristiano: «Io ho un amico però è ingegnere e sta a Bologna, volevo sapere se su Bologna c'era possibilità di trovargli qualcosa...».
Mautone: «Adesso vediamo, ci informiamo subito e vediamo». Il rapporto tra i due si interrompe il 29 luglio 2007. «Mautone gli comunica di essere stato trasferito. Cade la comunicazione e Di Pietro non risponderà più alle telefonate». Il giorno dopo Aniello Formisano incontra Mautone, non sanno che le loro parole sono registrate da una microspia. E Formisano rivela: «Quello ha avuto qualche input e si è messo a posto... mi ha detto, figurati nemmeno al telefono suo lo dice — il telefono di Nello — Perché secondo me lo tiene sotto pure».

Di Pietro: tenete fuori mio figlio
È la fuga di notizie sull'indagine avviata dalla procura di Napoli. Nell'informativa il nome della possibile «talpa» è coperto da un omissis, ma si sottolinea quanto accade in questi giorni di fine luglio: «Subito dopo si succedono in maniera convulsiva i seguenti avvenimenti: Mautone viene trasferito; Cristiano Di Pietro non parla più con lui al telefono; il ministro Di Pietro chiede di parlare di persona con il senatore Nello Formisano; il ministro Di Pietro fa una riunione politica per tenere fuori il figlio poiché "ritenuto troppo esposto"». Il 10 agosto Mautone viene trasferito. Chiama gli amici, la moglie e con loro concorda la linea: «Ricattare il figlio del ministro». Annotano gli investigatori nel brogliaccio: «La moglie lo invita a ricordare come lui si è messo a disposizione "con quel cretino di Di Pietro con il figlio" e si chiede come mai questo non sia servito a niente». E poi aggiunge: "Tu non ti devi muovere da Napoli. Il potere che tieni qua non lo puoi tenere a Roma!... Buttarla sul ricatto del figlio è l'unico sistema». E il suo amico Mauro Caiazza rincara la dose: «È importante tenere il ministro sotto».

Amico questore e casa del prefetto
Il 18 novembre 2007 il figlio di Mautone viene denunciato per rapina per aver rubato il telefonino di un ragazzo che aveva preso a calci e pugni. Viene avvisato dall'ispettore della squadra Volanti e subito premette: «Io sono il provveditore alle Opere pubbliche, sono amico del questore Oscar Fioriolli». Poi scopre che il ferito è figlio del proprietario della catena di ristoranti "I fratelli La Bufala" e tratta con i familiari il ritiro dell'esposto. Ma si muove anche con la polizia. Il giorno dopo il questore lo chiama e lo rassicura.
Fioriolli: «Va bene, ci ho parlato (con la funzionaria della polizia ndr) si muovono sulla linea, insomma... con il minimo della cosa. Lite così».
Mautone: «E appunto, che c'è stata una lite e basta, senza mettere il telefonino, la rapina... perché tanto pure gli altri non vogliono. Ma sta venendo?».
Fioriolli: «Ma e... sì ha detto che sta facendo... non lo so che cazzo sta facendo, ma comunque avrebbe fatto così. Dava disposizioni».
Mautone: «Va bene Oscar, scusami».
Fioriolli: «Ma per amor di Dio... buonanotte ».
Il 12 dicembre 2007 Mautone chiede a un certo Michele Tambaro di chiamare il prefetto Nicola Izzo, attuale vicecapo della polizia, «per chiedere se ha sistemato quella cosa a Mario (verosimilmente si riferisce all'appartamento ai Parioli che Mario doveva avere in affitto tramite lo stesso Izzo e per ristrutturare il quale Mautone avrebbe stanziato una ingente somma con carattere di urgenza. La sera Tambaro gli riferisce che «Nicola mi ha arronzato e ha detto che ci vediamo per gli auguri...». Con Gennaro Coronella di An Mautone fa trasferire la sua amante «alla segreteria politica dell'Assessore all'Ambiente alla Regione Campania». C'è Aniello Di Nardo dell'Idv, che «chiede a Mautone di sollecitare "per quel suo amico" che doveva essere chiamato e poi non è più stato chiamato e fanno riferimento a lavori di impiantistica per una galleria a Vico Equense». C'è Nello Formisano, anche lui dell'Idv, al quale Mautone si rivolge quando capisce che sta per essere sostituito, e cerca aiuto.

Bocchino, Romeo e i parlamentari An
Aiuto e appoggio politico cerca anche Alfredo Romeo. Decine sono le sue telefonate con Italo Bocchino. Il 24 aprile 2007 i due commentano un incontro pubblico».
Romeo: «Ciao Italo, solo per sapere come era andata...
Bocchino: «Benissimo, la dottoressa è stata molto cortese... l'ho fatta sedere vicino al sindaco... molto carina e poi oggi ci sentiamo per parlare con calma dell'albergo. C'era Ferruccio Ferrante, Andrea Ronchi, ti mandano tutti i saluti, ti ringrazia e...».
Romeo: «Facciamolo un punto anche su lui perché poi la dottoressa mi ha detto che si avvia una stagione di interlocuzione molto positiva con l'imprenditoria...».
Bocchino: «Sì, poi adesso viene a trovarlo, fa la prima cosa con la fondazione Aznar, poi verrà Sarkozy dopo che sarà eletto, insomma ha legato bene alcune operazioni... diciamo con i rapporti esteri».
Romeo: «Va bene, abbiamo fatto una buona figura».
Bocchino: «Ottima, mancavi solo tu...».
Un mese dopo, l'8 maggio 2007, i due parlano ancora e questa volta l'attenzione è per Gianfranco Fini. Bocchino: «Quando posso venire a trovarti? Quando sei a Roma?».
Romeo: «La prossima settimana sto tre giorni... eh, mi ha chiamato quell'Enzo e mi vuole vedere domani».
Bocchino: «Sì, sì tienilo un po' perché io ho organizzato una colazione con Gianfranco».
Romeo: «È utile farla».
Bocchino: «Esatto... però quindi guardi io mi devo vedere con Fini ... quindi se... fagli capire che il tuo rapporto è solo ed esclusivamente quello».
Romeo: «Perfetto, hai fatto bene a consigliarmelo».

Le tre telefonate a Bassolino
A fine gennaio 2008, Romeo ha contatti con la segreteria del governatore Antonio Bassolino. Il 28 sono loro a chiamarlo, «ma non si sente la voce dell'interlocutore. Si apprende che Alfredo ha fatto preparare una planimetria e un rendering per individuare gli spazi che devono essere coperti». Nei giorni seguenti parla con il dottor Cicelin e si capisce che stanno organizzando un evento con Francesco Clemente, artista molto conosciuto negli Usa. In un'altra telefonata — risalente alla primavera 2007 — parla con l'assessore Ferdinando Di Mezza e quest'ultimo lo informa di «un progetto che il governo porta avanti, però Francesco è stato preso un po' in contropiede e ha dato incarico alla "Zillotta", (che poi si capisce essere Linda Lanzillotta ndr) di portare avanti». Ma non è chiaro di che cosa discutano.

Fonte: corriere.it

22 dic 2008

Auto blu, record mondiale all'Italia con 600mila vetture

L'Italia ha conquistato un nuovo record mondiale per il proprio parco di 'auto blu', che ha raggiunto le 607.918 unità. È quanto emerge dallo studio condotto da Contribuenti.it - Associazione Contribuenti Italiani con 'Lo Sportello del Contribuentè che ha analizzato il parco auto esistente, sia proprie che in leasing, in noleggio operativo ed in noleggio lungo termine, presso lo Stato, Regioni, Province, Comuni, Municipalità, Asl, Comunità montane, Enti pubblici, Enti pubblici non economici e Società misto pubblico-private, Società per azioni a totale partecipazione pubblica.
In soli due anni, in Italia, si è passati da 574.215 a 607.918 auto blu, un aumento del 6% in soli due anni. Dopo la legge del 1991 che limitava l'uso esclusivo delle auto blu ai soli Ministri, Sottosegretari e ad alcuni Direttori generali, si sono sempre proposte regolamentazioni e tagli, mai effettuati. La classifica dei paesi che utilizzano le 'auto blù vede oggi al comando l'Italia con 607.918 seguita dagli USA con 75.000, Francia con 64.000, Regno Unito con 55.000, Germania con 53.000, Turchia con 52.000, Spagna con 42.000, Giappone, con 31.000, Grecia con 30.000 e Portogallo con 23.000. «In Italia gli amministratori pubblici hanno superato ogni limite - sostiene Vittorio Carlomagno, presidente Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani - Basterebbe una norma che stabilisse il limite di cilindrata delle auto blu per ridurre drasticamente il parco auto, sostenere le industrie automobilistiche italiane e incrementare l'utilizzo di prestigiose utilitarie italiane come la Grande Punto».

Fonte: ilsole24ore.com

21 dic 2008

Due giudici nel ciclone Sangennapoli: sono ora sotto la lente della Procura di Roma

Nelle intercettazioni spunta il nome di un magistrato amministrativo e di un altro collega in servizio a Napoli


NAPOLI — Alfredo Romeo aveva promesso al generale di divisione Vito Bardi, comandante regionale della Guardia di Finanza che ovviamente è del tutto estraneo all'inchiesta, «un po' di aggiusti», forse per la caserma: è lo stesso imprenditore che lo racconta a Mario Mautone, ex provveditore alle Opere pubbliche di Napoli, anche lui tra gli arrestati. Il testo dell'intercettazione, che risale all'11 giugno 2007, è agli atti dell'inchiesta.
Mautone: «Come vanno le cose?».
Romeo: «Bene, io ho dato indicazioni per quelle due persone eh!».
Mautone: «Eh, ma non sono state chiamate ancora?».
Romeo: «No, no, adesso vengono chiamate perché abbiamo acquisito un nuovo incarico e diremo alla persona che le persone devono essere messe là, lui le interscambia per fare in modo che rimangono al palazzo perché mi pare che questo era gradito».
Mautone: «Sì, sì, al Palazzo di Giustizia. Va bene. Poi mi sono sentito con il geometra... ».
Romeo: «Eh, mi raccomando... ».
Mautone: «Non si preoccupi».
Romeo: «Va bene. Ah, poi io mi sono visto con il generale Bardi, abbiamo molto parlato male di lei».
Mautone: «Lo so, ci credo».
Romeo: «Siccome mi devo vedere nei prossimi giorni, perché gli abbiamo promesso di fargli un po' di aggiusti lì».
Mautone: «Me lo faccia sapere, al limite ci incontriamo insieme».
L'imprenditore ieri si è difeso per quasi cinque ore davanti al gip, ma le intercettazioni delle sue telefonate rappresentano indizi pesanti. Secondo l'accusa, Alfredo Romeo aveva al suo servizio politici, funzionari pubblici, ma anche («Dobbiamo essere onesti ed ammetterlo», aveva dichiarato mercoledì il procuratore aggiunto Franco Roberti) alcuni magistrati.
Una telefonata in particolare, avvenuta la sera del 3 maggio del 2007, è ora all'esame della Procura di Roma. L'imprenditore conversa con Renzo Lusetti, che è a sua volta indagato. Parlano di un incontro che il parlamentare del Pd avrà l'indomani mattina alle 8 con il «grande capo», che i magistrati napoletani identificano in Francesco Rutelli, all'epoca ministro dei Beni culturali. All'incontro, annuncia Lusetti, parteciperà anche un consigliere di Stato. Un giovane magistrato amministrativo dal brillante curriculum, che ha ricoperto incarichi istituzionali di grande prestigio. Proprio il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 36 del 15 gennaio 2008, ha sovvertito totalmente, in senso favorevole alla Romeo Gestioni, la precedente decisione del Tar del Lazio che, accogliendo il ricorso della Manital s.c.p.a., aveva annullato la precedente sentenza.
Il 6 marzo 2007 i due parlano di una serie di provvedimenti comunali di aggiudicazione alla Romeo ed alle imprese ad essa associate del ricchissimo appalto per la manutenzione delle strade di Roma. La Procura della capitale dovrà ora verificare se davvero quel magistrato amministrativo si interessò alla vicenda, come Lusetti garantì a Romeo.
E dovrà occuparsi anche di un altro magistrato, il napoletano Antonio Panico, in servizio presso il Tribunale di Napoli. Estensore nel 2003 della sentenza che permise all'amministrazione comunale di affidare alla Romeo la ristrutturazione di tre immobili confiscati alla camorra, Panico è diventato poi amico dell'imprenditore, che lo ha presentato al deputato di An Italo Bocchino. Il 6 marzo 2007 i due parlano di una cena con lo chef Gennaro Esposito.
Bocchino: «Se tu vuoi, noi sabato potremmo andare a fare quella scappata da lui».
Romeo: «Va benissimo».
Bocchino: «Così stringiamo. Andiamo con le mogli, tu che dici?».
Romeo: «Va benissimo ».
Bocchino: «Allora io organizzo per sabato».
Romeo: «Organizza per sei, perché stavo insieme ad Antonio che poi conosci anche tu».
Bocchino: «Chi, Antonio?».
Romeo: «Antonio Panico».
Bocchino: «Ah come no, benissimo che bello».
Romeo: «Organizza... siccome stavo fuori con lui, aveva detto... sai, se sabato vai vengo anche io».
Tra numerosissime intercettazioni agli atti dell'inchiesta c'è quella della telefonata «di depistaggio» intercorsa tra Romeo e il colonnello della Guardia di Finanza Vincenzo Mazzucco, in servizio alla Dia e arrestato nel blitz di mercoledì. Una lunga telefonata che risale al 31 gennaio 2007, nella quale i due tentano di edulcorare le cose che si sono detti nelle conversazioni precedenti. Prendono spunto da una raccomandazione scolastica che l'imprenditore dice di non aver voglia di fare.
Alfredo: «Guarda è pazzesco, no ma poi con tutte queste cose che si sentono in questa città che mi sono proprio rotto il cacchio».
Vincenzo: «No, va bene. Va bene non è che uno può vivere così... Io dico che per quanto riguarda i figli, se noi li abituiamo al sacrificio, poi non ci possiamo lamentare che sono viziati».
Alfredo: «No, no ma io ti devo dire che ho dei ragazzi che sotto questo aspetto non... La mamma si preoccupa esageratamente sugli studi, però poi li sta crescendo in un modo abbastanza...».
Vincenzo: «Avevo difficoltà a dirtelo, però visto il rapporto dico... ti dico la verità, potevo dirti pure sì, sì, l'ho fatto, ma non ho fatto niente, poi mi scoccio io non l'ho fatto per me, figurati».
Alfredo: «Gli, gli dirò una bugia. Gli dirò che me ne sono occupato».
Vincenzo: «Esatto». Alfredo: «Però, tutto sommato sono contento che tu non te ne occupi, va'. Meglio così».
Vincenzo: «No, no è che stavo in difficoltà. Pure a dirti di no. Però non... Va bene così, dai».
Alfredo: «No, no, ma poi se tu devi entrare in difficoltà, non esiste proprio ».
Vincenzo: «No, no io non l'ho mai fatto. Non è... ed onestamente per me è una cosa che è contraria ai miei principi. Che ti devo dire».
Alfredo: «Sono d'accordo. Sono d'accordo. Sono d'accordo».
Vincenzo: «Senti, per il restotuttobene».
Alfredo: «Sì, no, mi sono solo sfottuto perché... insomma, io quando vengo a Napoli mi intossico vorrei tanto non lavorare a Napoli perché... Quando sto a Firenze, a Milano eccetera, guarda tutto è tranquillo. Tutto... basta che tu leggi i giornali che... che ti, ti... Capisci che atmosfera c'é in questa città».
La conversazione diventa surreale. Lo ammetterà lo stesso Mazzucco, interrogato successivamente dai pm: «Ho detto, questo ha fatto una telefonata che io, da investigatore, ho detto: ma quanto è strunz' chist'».

Fonte: corrieredelmezzogiorno.it

Scandalosa Firenze, ecco le buonuscite d'oro

La Firenze degli scandali offre nuovi tasselli di perplessità. Piccole tessere, forse, che compoiono un mosaico carico di interrogativi sulla gestione della metropoli.
L'ultima scoperta riguarda le buonuscite d'oro della Ataf, la municipalizzata dei trasporti: cinque manager si sono portati via un ricco extra, in tutto un milione di euro. Un bel regalo, confezionato con soldi pubblici. La Guardia di Finanza è entrata in azione dopo un esposto dei Cobas e una polemica sollevata a Palazzo Vecchio dal capogruppo del Ps. L'Ataf infatti è un corsorzio di nove municipi, ma il Comune di Firenze ovviamente è di fatto l'azionista più importante.

E mentre l'opposizione si è rivolta al sindaco Leonardo Domenici chiedendo spiegazioni, gli investigatori hanno rifatto i calcoli e hanno presentato denuncia alla magistratura contabile. Secondo le Fiamme Gialle, la responsabilità per quei doni che valgono un milione è dell'assessore fiorentino Tea Albini, del presidente e di uno dei membri del Cda ed 'ex sindaco della confinante Campi Bisenzio: gli viene contestato di non avere esercitato il dovere di controllo sulle elargizioni. Solo nel caso del direttore generale Sassoli, sostituito con l'ex top manager della Trambus capitolina, l'azienda fiorentina ha rischiato di dovere regalare tre anni di stipendio: più di mezzo milione, solo per essersi scordata di dargli il preavviso.

Fonte: spreconi.it

Quei rettori che assediano i fratelli Pizza. La caccia ai favori. «State tranquilli, ne parlo io con Pino al ministero, è lui a decidere»

Giuseppe è all'Istruzione, Massimo incontra i capi delle università del Sud

Dopo quelle del Prete Gianni, del figlio segreto di Marilyn Monroe e della immortalità di Elvis Presley, è sbocciata infine una nuova leggenda: i pizzini di Pizza in pizzeria. Pizzini che un po' di rettori meridionali consegnano a un misterioso fratello del sottosegretario alla Pubblica Istruzione, che sollecito risponde: «Tranquilli: ne parlo a Pino!». E chi sarebbe questo misterioso potente congiunto del potente viceministro? Una vecchia conoscenza delle cronache.

Conoscere «qualcuno» a Roma, si sa, è determinante. E Mariastella Gelmini, paracadutata al ministero di viale Trastevere per investitura monarchica di Silvio Berlusconi, appare a molti frequentatori delle anticamere capitoline più o meno come una marziana con le antenne e la pelle verde squamata. Ma ecco che, provvidenziali come certi angioletti, hanno cominciato ad apparire ai responsabili di diverse università del Mezzogiorno alcuni misteriosi emissari. Che dopo essersi premurosamente informati sulle difficoltà nei rapporti col dicastero mai tanto avaro di finanziamenti («Che tempi, professore! Che tempi!»), spiegano che in realtà la Gelmini «si occupa soprattutto di grembiulini» ma per fortuna al ministero, grondante di responsabilità come un albero di cachi a novembre, c'è Sua Eccellenza il Sottosegretario on. Giuseppe Pizza. Informata della faccenda, a dirla tutta, la ministra fa sapere in giro di essere piuttosto seccata e sottolinea che a Pizza, come risulta anche dalla scheda personale sul sito del governo, non ha dato neppure una delega. Del resto, perché glielo hanno messo al fianco? Perché il Cavaliere doveva ricompensare il nostro della sofferta decisione di rinunciare a presentare la «sua» Dc alle elezioni dello scorso aprile. Certo, il microscopico partitino, che «Pino» si è ritrovato in tasca grazie a una sentenza della controversa magistratura dopo anni di battaglie giudiziarie sulle spoglie della Balena Bianca, non avrebbe sicuramente rosicchiato granché al Pdl. Più che una balena, è oggi una Sardina Bianca. Ma c'era il rischio che il voto potesse essere rinviato. E Berlusconi era stufo di aspettare la vittoria annunciata. Fatto sta che «Pino», per dirla in aziendalese, fa parte dell'organico. Va a presenziare all'ambasciata di Parigi al premio «Giuseppe Colombo». Interviene al convegno «Eurospazio: strategie per il futuro ».

Rappresenta il governo al simposio su «L'Italia al Polo Nord — Una nuova prospettiva di ricerca in Artico». Invia messaggi di scuse per l'assenza alla «S. Messa in suffragio del compianto amico prof. Diomede Ivone, di cui serbiamo preziose testimonianze dei suoi studi sul cattolicesimo politico e sindacale». Cose così... «E da noi non ci viene nessuno?». «Se volete, Pizza». Tra quanti lo sottovalutano però, come dicevamo, non c'è il fratello. Che non perde occasione per spiegare a tutti che «è Pino quello che decide ». E dove dà appuntamento ai suoi interlocutori? Nel cuore della Roma politica, accanto alla vecchia sede socialista di via del Corso. Alla pizzeria «La Capricciosa» di largo dei Lombardi. Dove giovedì scorso, all'ora di pranzo, dominava una tavola imbandita attorno alla quale erano seduti il presidente e il rettore dell'Università «Kore» di Enna, Cataldo Salerno, e Salvo Andò (l'ex ministro della Difesa ai tempi di Craxi), e il rettore dell'Università di Messina Francesco Tomasello, appena sospeso dall'incarico per decisione del giudice delle indagini preliminari che indaga su un concorso per medicina del Lavoro al Policlinico vinto da Umberto Bonanno, ex presidente forzista del Consiglio comunale messinese, arrestato nel procedimento «Gioco d'azzardo » riguardante presunte tangenti sulla realizzazione di un complesso edilizio. Tema della chiacchierata: la nascita del Politecnico del Mediterraneo, qualche precario da stabilizzare, fondi da sbloccare... Lui, il fratello di Pino, raccoglieva i foglietti di carta con gli appunti e rassicurava tutti: «Adesso chiamo Pino». E chi è il protagonista di questa storia irresistibile di pizzini per Pizza in pizzeria alla «Capricciosa»? Lasciamo rispondere a un dispaccio dell'Ansa del 10 maggio 2006.

Dove si parlava di «Massimo Pizza, nome in codice Polifemo» arrestato dal Pm Henry John Woodcock nell'ambito dell'inchiesta su una serie di truffe a imprenditori. In dieci ore di interrogatori, raccontava l'agenzia, l'uomo ne aveva raccontate di tutti i colori. Che Ilaria Alpi era stata «vittima della sua superficialità al 100 per cento» ed era stata ammazzata dai somali perché «aveva scoperto il passaggio strategico di materiale importantissimo, piccolo ed occultabile», cioè uranio partito forse dalla Basilicata. Che «il Dc9 Itavia l'hanno abbattuto gli italiani» in una sera di guerra fra aerei libici, americani e italiani. Che sulla scomparsa di Emanuela Orlandi «non c'è mai stata nessuna attività di indagine seria». E poi ore e ore di «rivelazioni » sulla massoneria, i servizi segreti, i signori della guerra somali... La parte più succosa, però, è la chiusura della notizia d'agenzia: «Nei due interrogatori, Pizza si definisce rappresentante del governo somalo, "agente provocatore", consulente storico, consulente, bibliografo, "scambiatore di notizie", analista, venditore di informazioni e anche "truffatore ma non musulmano", quando ricorda che è stato vicepresidente dell'Associazione musulmana italiana». Oddio: anche un risvolto islamico? Misteri. Basti dire che al «nostro» questa personalità all'Arsenio Lupin dai mille volti piace tanto che sui giornali è apparsa soltanto una fotografia, pubblicata da Panorama, con la didascalia che diceva: «Massimo Pizza nelle vesti di ammiraglio, una delle sue identità». E il bello è che non è neppure detto che l'uomo in quella foto, elegantemente vestito con una divisa della marina militare, fosse proprio lui.

Fonte: corriere.it

20 dic 2008

L'inchiesta di 12 anni fa A Romeo furono dati 4 anni e mezzo, nel 2000 il reato fu prescritto. Quella condanna ignorata dai politici

Nel '96 la Tangentopoli napoletana, ma l'imprenditore continuò ad avere appalti

NAPOLI — I pubblici ministeri che ritengono di aver svelato il «sistema Romeo» per truccare le gare d'appalto a Napoli e chissà in quale altra città, avvertono: «A tutt'oggi opera una struttura criminale, nata dall'intuito perverso di Romeo Alfredo, che è in grado di condizionare pesantemente il buon andamento e l'imparzialità di ogni azione e di ogni programma di un qualsivoglia ente pubblico campano e nazionale, al fine di soddisfare gli interessi dello spregiudicato imprenditore».
Le giustificazioni addotte dall'imprenditore in questione nell'interrogatorio svolto in carcere (per dire che il «sistema» non esiste e lui non mirava al mega-appalto da 400 milioni, bensì ad assumere il ruolo di «consulente» del Comune) non li hanno minimamente convinti. Semmai ai loro occhi assumono maggiore sincerità le dichiarazioni di Romeo sul desiderio di avere buoni rapporti con tutti. Ma per motivi diversi da quelli addotti.

RAPPORTI TRASVERSALI - Commentando le intercettazioni con i due deputati Italo Bocchino, del Popolo della libertà, e Renzo Lusetti, del Partito democratico, i magistrati scrivono nella richiesta d'arresto: «Le conversazioni che Romeo intrattiene amabilmente con i due parlamentari, anche per i medesimi argomenti, sempre legati agli interessi economici del primo, fanno venire alla luce una trasversalità di rapporti che garantiscono al Romeo la certezza della realizzazione dei propri affari vita natural durante, a prescindere dalle coalizioni di volta in volta prevalenti».
Parole che sembrano copiate da un altro procedimento giudiziario a carico dello stesso imprenditore, precedente di dodici anni. È la sentenza del tribunale di Napoli che nel 1996 lo condannò a 4 anni e mezzo di carcere per la Tangentopoli locale, verdetto ridotto a 2 anni e mezzo di carcere nel '99, finché nel 2000 la Cassazione dichiarò il reato prescritto. Nella prima condanna i giudici scrissero: «Romeo non lascia nulla al caso. Egli infatti, nel corso dell'iter amministrativo (degli appalti, ndr) prende contatti con tutte le forze politiche e a tutte, in relazione alla loro importanza, offre contributi, anche se cerca il concreto appoggio solo del "partito trasversale"...». E poi: «L'attività di Romeo non si ferma. Egli non mira solo alla gestione del patrimonio della città di Napoli; ha interessi, come da lui stesso affermato, nella Immobiliare Italia e mira alla gestione del patrimonio del Comune di Roma, e ad estendere l'esperienza napoletana anche altrove...».

IL «VECCHIO DELLE MONTAGNE» - Parole di cui nessuno s'è preoccupato, evidentemente, quando s'è trattato di reinserire Romeo nei circuiti degli appalti pubblici. E che suonano profetiche, aggiungono oggi i pubblici ministeri napoletani, citando testualmente questo brano di sentenza nel loro documento datato settembre 2008. Rendendolo attuale con le intercettazioni dello scorso anno, dove compaiono i nomi più disparati quando l'imprenditore fa riferimento ai possibili appoggi cui può ricorrere. «Se è quell'aria», dice a Lusetti il 1˚ giugno 2007, «voglio dire, se tu... dammi pure un'imbeccata se per caso io non debba parlare pure con il vecchio». Lusetti non capisce e chiede «Con chi?». E Romeo, «Con il vecchio... il vecchio delle montagne». I pubblici ministeri annotano che si tratta di Ciriaco De Mita. Lusetti, evidentemente dopo aver capito, chiosa: «Non serve, non credo che serva...». Quando poi, nella telefonata del febbraio 2008 con Paolo Cirino Pomicino — confezionata ad arte per chi intercettava, ha ammesso nell'interrogatorio dell'altro ieri— l'imprenditore dice di gestire «sul fronte del facility » perfino «tutte le sedi della Corte dei Conti, del Consiglio di Stato, della Cassazione, della Corte Costituzionale, della presidenza della Repubblica, della presidenza del Consiglio», per i magistrati muove una pedina intimidatoria: «Romeo vuole indirizzare un chiaro messaggio a coloro che stanno ascoltando, per far comprendere ai medesimi le importanti coperture istituzionali di cui gode».

Fonte: corriere.it

18 dic 2008

Rutelli e Palombelli nelle intercettazioni di "Sangennapoli"

Ecco tutte le telefonate, con gli amici onorevoli
«Ho riferito a Francesco del festival. Se ne occupa Barbara, la moglie». Palombelli: «Mai conosciuto»

NAPOLI — È tanto potente Alfredo Romeo da poter contare su una rete di politici, funzionari, magistrati, professionisti pronti a mettersi a sua completa disposizione. E i rapporti che mostra di avere con Renzo Lusetti e Italo Bocchino, in una logica bipartisan che si rivela la sua arma vincente per ottenere gli appalti, sono molto amicali. Tanto che quando minaccia Lusetti — «Mo' cambio partito e mi metto con i Ds» — il parlamentare all'epoca in forza alla Margherita prima scherza confermandogli che «con i Ds hai più fortuna perché hai capito che sono più bravi di noi», ma subito dopo lo rassicura: «Abbi fiducia». Negli assessori napoletani l'imprenditore aveva riposto la sua fiducia. Perché sapeva che potevano aprirgli le porte per contattare i ministri, e così provare ad ampliare la sua già lunghissima lista di lavori ottenuti dagli enti pubblici. E così nel marzo del 2007 si affida a Giuseppe «Peppe» Gambale, che al comune di Napoli ha la delega alla Legalità, ma anche alla Scuola, per incontrare l'allora titolare della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni.

L'incontro alla Pubblica istruzione
Gambale: «Alfredo sono Peppe...».
Romeo: «Ciao Peppe come stai?...».
Gambale: «Bene tu come stai? ... senti, due flash: il primo, io domani ho un appuntamento con Beppe Fioroni per alcune cose... al Ministero alle sei. Tu come stai combinato? vogliamo fare un salto insieme?».
Romeo: «Fammi vedere un attimo...».
Gambale: «Se vieni con me... vieni senza... come dire, identificazione... passo, coso... roba, stiamo insieme ...».
Romeo: «Sì, va bene, aspetta no, alle sei no... devo verificare domani mattina per te sarebbe possibile alle sette in caso...».
Gambale: «Verifico un attimo perché io tenevo questo mezzo appuntamento fissato da un po' perché dovevo vedere un attimo delle cose con lui e quindi, insomma poiché lui stava al ministero eravamo rimasti così, mi ero liberato, fatto liberare dalla segretaria uno spazio, perché io non ci avevo pensato che stai su Napoli lunedì...».
Annota il Gip: «L'incontro avviene, e non è particolarmente breve, se è vero che, come si legge nell'informativa del 14 aprile 2008, alle ore 20.18 il Romeo, contattato dal figlio, gli rappresenta di trovarsi all'interno del dicastero della Pubblica istruzione, a Trastevere».

L'amico Nugnes
Il 13 maggio 2007 Romeo parla con il suo amico, all'epoca assessore, Giorgio Nugnes.
Romeo: «Ieri sera ho visto Francesco (Rutelli), ho ricordato e... mi ha fatto la battuta il tuo protetto non ti preoccupare, non sono entrato nel merito, ha fatto solo una battuta simpatica, ho parlato con Renzo (Lusetti) che è sempre più sbandatone...».
Nugnes: «Infatti».
Romeo: «Va bene, lui ha detto, io ho avuto l'input quindi stai tranquillo non c'è problema, quindi domani si fanno i Dipartimenti, però mi ha detto Renzo che ti aveva parlato».
Nugnes: «Sì, mi aveva parlato, però se è una cosa utile, se no la dessero a qualcun altro». Romeo: «Va bene, deve essere utile, mica ci mettiamo a pazziare».
Francesco Rutelli ha smentito qualsiasi coinvolgimento: «Non ho mai, e dico mai, avuto nulla a che vedere con le vicende di cui si sta occupando la procura». Ma sono i politici nazionali, a volte, a chiamare Romeo anche per le decisioni a livello locale che lo interessavano da vicino. Il 20 marzo 2007, dopo la riunione del Consiglio comunale che aveva approvato la delibera «Global service», il primo a telefonargli «per rassicurarlo sul buon esito della sua intercessione, come scrive il giudice, è il parlamentare di An Italo Bocchino, oggi vice-capogruppo del Pdl alla Camera.

«Sì, sì a posto. Senza problemi»
Bocchino: «Alfredo, Italo».
Romeo: «Ciao Italo».
Bocchino: «Tutto a posto».
Romeo: «Tutto bene?».
Bocchino: «Sì, sì, quelli tutti allineatissimi... Senza problemi. Domani mattina a che ora passo a trovarti?».
Romeo: «Allora... che dici, alle nove e mezzo è presto per te?».
Bocchino: «No, alle nove e mezzo sono da te».
Romeo: «Ok».
Bocchino: «Un abbraccio».
Romeo: «Ciao, grazie».
Il 5 maggio dello stesso anno Romeo e Renzo Lusetti discutono «della possibilità di sfruttamento del lussuoso albergo, nei pressi del porto di Napoli, in occasione di un imminente evento internazionale, il festival Teatro Italia, di cui Napoli era stata designata, proprio dal ministro Rutelli».

La moglie di Rutelli

Lusetti: «...Poi ho riferito a Francesco (Rutelli) a lui direttamente ho riferito della cosa di quest'estate (fa riferimento al festival)».
Romeo: «Eh, sì».
Lusetti: «Di questa ha detto che non c'è problema... mi devi dare qualche dettaglio in più però, magari ci vediamo... dov'è, come si chiama, no?».
Romeo: «Ho capito ma lui ci può parlare?».
Lusetti: «Sì, come ci può parlare, in che senso?... Io dell'albergo dicevo».
Romeo: «Ah, è a proposito dell'albergo».
Lusetti: «Ha detto va bene dell'albergo».
Romeo: «Quello apre ad ottobre praticamente, chi gestisce l'evento?».
Lusetti: «Salvo Nastasi».
Annota il giudice: «Si tratta di Salvatore Nastasi, all'epoca direttore generale per lo spettacolo dal vivo del ministero dei Beni delle Attività Culturali retto da Rutelli, il quale il mese di agosto successivo lo nominerà commissario straordinario della Fondazione teatro San Carlo».
Romeo: «La parte centrale? Cioè, è Roma oppure Regione Campania?».
Lusetti: «Roma, Roma, fa tutto Roma stai tranquillo... Lunedì tu sei a Roma?». Romeo: «Io sono a Roma mercoledì... perché mi pare se ne occupi Barbara (Barbara Palombelli, moglie di Rutelli) di questa cosa».
Lusetti: «Chi Barbara?».
Romeo: «La moglie di Francesco, di questa cosa del festival, del teatro».
Lusetti: «Ma non può farlo, lei è la moglie».
Romeo: «Uh uh...».
Lusetti: «Comunque io c'ho i riferimenti operativi, quindi li vedo lunedì mattina».
Romeo: «Invece mi interessava sapere se poteva... parlarci Francesco con quello lì della commissione della corte di giustizia europea».
Lusetti: «No, ma non serve... se serve glielo dico, ma non serve».
Romeo: «Perché hai già visto le cose? Hai già visto tu come stavano le cose?».
Lusetti: «Esatto»
Romeo: «E c'ha già le idee chiare su quella cosa tu?»
Lusetti: «Cioè, è abbastanza chiaro tutto quanto... io poi se tu vuoi mercoledì mattina ti do tutto... tutti gli elementi».
Romeo: «Eh, perché ti vorrei vedere mercoledì perché quella là è una questione di vita o di morte». Nella serata di ieri Barbara Palombelli ha dichiarato: «Non ho mai conosciuto il signor Romeo, non mi sono mai occupata di teatro in vita mia, non ho mai lavorato a Napoli». Anche dalla Santa Sede arriva un comunicato per negare di aver mai affidato a Romeo appalti o altri incarichi. Ma nelle sue telefonate, l'imprenditore mostrava di avere i contatti giusti.

I lavori in Vaticano
Il 13 giugno 2007, conversava dell'argomento con Vincenzo Mazzucco, il tenente colonnello della Finanza in forza alla Dia.
Mazzucco: «È un personaggio del Vaticano... è il nipote del Segretario di Stato».
Romeo: «Ah, ottimo, e com'è che si trova a Napoli?».
Mazzucco: «Lui sta qua, è di qua...».
Romeo: «È napoletano?».
Mazzucco: «È professore universitario ... è uno giovane ... molto sveglio...».
Romeo: «E che deve fare?».
Mazzucco: «Ci sta da gestire un sacco di situazioni immobiliari... chiese... ospedali... Tutto quello che ha in mano che è un patrimonio immenso... È una cosa iniziale da 60 milioni ad aggiudicazione diretta».
Romeo: «Benissimo ... Che vendono ...».
Mazzucco: «No... che devono gestire. Ma diverse tipologie di cose dalla manutenzione agli appartamenti che hanno. 150 condomini sono tutti a scadenza di contratto e li ha in mano lui... Poi magari ti spiego da vicino... Però io domani volevo fare subito questo appuntamento... Niente, lui fa parte del consiglio di amministratore della Cei, è il nipote, anzi la moglie è la nipote diretta del segretario di Stato Cardinale Bertone. Lui fa parte anche del consiglio di amministrazione, si chiama la Fabbrica del Vaticano... che sarebbe come il Ministero delle opere Infrastrutture e tutto il resto, e gestiscono tutto il patrimonio del Vaticano e a lui gli compete l'assegnazione diretta di alcuni lavori... uno me lo ha accennato che è già finanziato di 60 milioni, rifacimento completo della cattedrale di Rieti, poi ha un 150 condomini a Roma nei dintorni del Vaticano...».

Fonte: corriere.it

17 dic 2008

Il Pd si spacca, per Cioni niente primarie. L'assemblea vota contro l'assessore e lui: «Lascio, siete voi che mi fate fuori».

Cioni: «Il Pd non è più democratico perchè non rispetta le sue regole. Sono amareggiato, anche dal cannibalismo da parte di alcuni candidati»

Uscita di scena per l’assessore-sceriffo, ma il partito è spaccato. Eccolo qua il quadro dell’ennesimo capitolo delle primarie del Pd per la corsa a sindaco di Firenze, che, in un’accesa e confusa assemblea cittadina, ha di fatto «buttato fuori» il candidato diventato più scomodo. Ma per il partito si profila una situazione difficile, che potrebbe avere riflessi anche sulla tenuta della maggioranza in Comune, a Palazzo Vecchio.

LA VICENDA. Cioni, indagato per corruzione e violenza privata nella vicenda Castello, diventa nelle ultime settimane, mentre nel Pd e nel Paese monta la questione morale, oggetto di un pressing incessante per un «passo indietro». Lui, che si dichiara innocente, «non una, ma 500 volte», vuole invece correre per le primarie insieme ad altri tre candidati, la collega di giunta Daniela Lastri, il presidente della Provincia di Firenze Matteo Renzi e il deputato Lapo Pistelli. Il partito vive giorni di stallo, da Roma Walter Veltron benedice, alla fine, le primarie di coalizione, ma gli alleati pongono poi un veto proprio su Cioni.

ASSEMBLEA A VIE NUOVE. All’assemblea, il segretario cittadino del Pd Giacomo Billi gli chiede formalmente «un passo indietro», segno di una «assunzione di responsabilità». Lo sceriffo sfida l’assemblea: «Se mi buttate fuori me ne vado». I numeri finali (154 votanti su un’assemblea composta da oltre 230 persone) non sono dalla sua parte, ma ci sono anche molti astenuti. Billi vince con 87 voti, 35 sono contrari e 32 gli astenuti: Cioni è fuori, le primarie di coalizione possono andare avanti. Ma la battaglia, tutta interna al Pd, continua.

TERREMOTO IN PALAZZO? Tra i sostenitori di Cioni, ci sono anche due assessori comunali, Tea Albini e Riccardo Nencini, che lo hanno difeso strenuamente. Cioni ha detto che «non starà fermo», che deciderà insieme ai suoi sostenitori cosa fare, e che non vuole abbandonare il partito. Ma se decidesse di lasciare la giunta, sarebbe il quarto assessore che molla in poco tempo e questo potrebbe causare un terremoto. Uno dei sostenitori di Cioni, l’assessore comunale Riccardo Nencini, ha detto che «con 20 voti di maggioranza ci si assume una grandissima responsabilità che mette a rischio il Pd a Firenze. Con questi numeri non avranno la forza di parlare con la coalizione». In precedenza Nencini, dichiarando voto contrario alla relazione di Billi, aveva accusato l’assemblea di stare «consegnando Cioni a Gianni Varrasi (capogruppo dei Verdi in Comune) pur di fare le primarie di coalizione».

LA RELAZIONE DI BILLI. La relazione di Billi conteneva anche la richiesta dell’approvazione del passaggio dalle primarie di partito a quelle di coalizione e, di fatto, chiedeva un mandato a tempo allo stesso Billi e al gruppo dirigente per verificare la possibilità politico programmatica per dare vita alle primarie di coalizione. Le procedure di voto, che si è svolto dopo un'accesa assemblea di tre ore, ha subito diverse interruzioni perchè non tutti erano concordi sulle sue modalità. Tra gli astenuti, molti sostenitori di un altro candidato, Matteo Renzi, presidente della Provincia di Firenze. Un’altra candidata, Daniela Lastri era inizialmente presente ma poi non ha partecipato al voto. Tra i favorevoli, anche Sonia Innocenti, vittima della presunta violenza privata per cui è anche indagato Cioni.

IL DISCORSO DI CIONI. «Non vado via dal Pd - ha detto Cioni prima che l'assemblea votasse - ma non sono contento, anzi sono amareggiato, e non resterò nè fermo, nè immobile, nè a guardare. Sul futuro deciderà l’associazione di Firenze Democratica», associazione che è a lui vicina. «Se passerà una decisione che non è nelle regole sono loro che si allontanano dal Pd. In ogni caso non farò appello alla decisione che verrà presa».

«MANCANZA DI STILE DEGLI ALTRI CANDIDATI». Cioni, nel suo intervento di fronte all’assemblea cittadina, ha parlato di «mancanza di stile di altri candidati alle primarie», tra i quali c’è stato «cannibalismo politico», dato che «anche loro hanno detto che non mi vogliono e questo mi dispiace». L’assessore ha spiegato che la sinistra lo contesta da molto tempo per il suo lavoro in Giunta, e non solo ora che si concretizzano le primarie di coalizione.

«IL PD? POCO DEMOCRATICO». Parlando poi delle indagini in corso, ha chiesto di smetterla «con i processi mediatici» e ha ricordato di essere solo indagato. «La mia corsa - ha concluso parlando a margine con i giornalisti - non avrebbe dovuto essere un problema. Oggi il Pd ha dimostrato poca democrazia, visto che non ci sono regole per farmi fuori. Se mi appellassi alla decisione dell’assemblea vincerei. Ma non lo faro».

Fonte: corrierefiorentino.corriere.it

Compagni Spa, la retata

Arrestati l'imprenditore Romeo e due assessori della giunta Iervolino. Indagati anche due deputati: Renzo Lusetti (Pd) e Italo Bocchino (An). Ora sono tre i fronti giudiziari: Napoli, Pescara e Potenza.

Esplode Tangentopoli sul Partito democratico. Dopo l'arresto del sindaco di Pescara Luciano D'Alfonso e gli arresti chiesti per l'onorevole rutelliano Salvatore Margiotta, ora la dufera bufera si abbatte sulla giunta di Napoli. Ed è finito dietro le sbarre l'imprenditore Alfredo Romeo, coinvolto nell'indagine sulla delibera 'Global service', approvata dal Comune. Agli arresti domiciliari due assessori della giunta comunale di Napoli, due ex loro colleghi e un ex provveditore alle opere pubbliche, attualmente al ministero delle Infrastrutture.

Tutti accusati di associazione per delinquere finalizzata alla turbativa degli appalti, abuso d'ufficio e corruzione. Indagati anche gli onorevoli Renzo Lusetti (Pd) e Italo Bocchino (An). La richiesta di utilizzo delle conversazioni telefoniche dei due parlamentari con l'imprenditore Alfredo Romeo equivarrebbe, infatti, a una informazione di garanzia. Nel provvedimento 'Global service' era compreso l'affidamento di appalti relativo a manutenzione delle strade e del patrimonio pubblico, nonché la gestione di mense scolastiche.

La delibera Global service, al centro dell'inchiesta, è un affare da 400 milioni di euro, in realtà mai partito. Con il provvedimento, il comune di Napoli intendeva affidare a un unico gestore l'appalto per una serie consistente di lavori pubblici di competenza del Comune. Ma chi è Alfredo Romeo, l'uomo attorno al quale ruota tutta la vicenda? Finora non lo conosceva nessuno, ma adesso che si sono accesi i riflettori su di lui, spuntano inchieste da tutte le parti che tracciano le coordinate di una rete di entrature inarrestabile. Per 15 anni Romeo è andato avanti senza che le iniziative della magistratura gli impedissero di costruire il suo impero, un gruppo immobiliare che da Napoli ha macinato contratti in tutta Italia.


Le anticipazioni sull'istruttoria partenopea sul 'global service', una torta da 420 milioni per la manutenzione delle strade, condizionano la vigilia di Natale e fanno traballare gli assetti politici del centrosinistra campano, minati da tre anni di scandali. Ma gli atti di altre indagini svelano nuovi aspetti della ragnatela di conoscenze a disposizione di Romeo: rapporti che portano dritto al cuore del potere. A Roma: sul Campidoglio amministrato dal centrosinistra, prima, e negli uffici chiave del governo di centrodestra, poi.

Si scopre così che Romeo è indagato per corruzione nella capitale, in un'inchiesta che proviene da Potenza ed è uno stralcio del fascicolo del pm Henry John Woodcock sull'ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio. L'indagine è stata trasferita nei mesi scorsi alla Procura diretta da Giovanni Ferrara per ragioni di competenza e saranno ora i magistrati capitolini a stabilire se archiviare o decidere il rinvio a giudizio. Al di fuori della rilevanza penale, la vicenda offre uno spaccato del sistema Romeo, una ragnatela bipartisan che avvolge politici, imprenditori e giudici, nella quale limiti e ruoli sfumano. Al centro ci sono i rapporti con Angelo Canale, ex assessore nella giunta Rutelli fino al 1998, ex procuratore della Corte dei conti: ora come capo del dipartimento sviluppo del turismo di Palazzo Chigi compare spesso al fianco del sottosegretario Maria Vittoria Brambilla.

L'accusa di corruzione nasce da un episodio minore: l'immobiliarista avrebbe pagato due notti di albergo a Canale quando era ancora un magistrato in servizio attivo. Il pm Woodcock è arrivato a scoprire i pernottamenti perché monitorava Canale per una seconda storia di presunti favori ricevuti da un altro imprenditore: Mattia Fella, il titolare dell'agenzia di viaggi Visetur che - sempre nell'ipotesi dell'accusa - avrebbe corrotto il ministro Pecoraro Scanio con viaggi e voli. Ed ecco la contestazione dei due soggiorni al Royal Continental, il mega albergo sul lungomare con vista sul Castel dell'Ovo finiti sul conto di Romeo.

Non solo: l'allora procuratore avrebbe chiesto a Romeo di far lavorare una persona a lui vicina come avvocato del gruppo. "Io non ho nessun rapporto istituzionale con Romeo e non ho fatto nulla per lui", spiega Canale, "l'ho conosciuto anni fa, sono stato con lui a vedere la partita allo stadio a Napoli e spesso a cena. Certo, è capitato che mi abbia ospitato, ma anche lui è stato ospite mio a cena. Quanto all'incarico a quella persona, mi sono solo permesso di segnalarla, poi se la sono vista tra loro. Non ci vedo nulla di male.

A me sembra un imprenditore corretto e sono sorpreso dalle notizie che leggo in questi giorni. Comunque non chiedo il certificato di buona condotta alle persone che incontro". Il rapporto con Canale non è secondario per ricostruire l'ascesa dell'imprenditore napoletano. Romeo infatti venne arrestato durante la Mani pulite partenopea del 1993: uscì subito di galera accusando i boss della Dc e del Psi di essere delle 'cavallette' che gli erano saltate addosso chiedendogli più di quattro miliardi di vecchie lire. La condanna in primo grado a quattro anni per corruzione, venne dimezzata in appello e poi annullata per prescrizione.

E l'immobiliarista torna protagonista grazie alla giunta capitolina di centrosinistra guidata da Francesco Rutelli: ottiene l'appalto di gestione dei 33 mila appartamenti comunali. L'assessore competente era proprio Angelo Canale. "Facemmo una gara europea per affidare la gestione del patrimonio immobiliare e vinse Romeo perché offrì di gran lunga il prezzo più basso", dice oggi Canale, che ricorda, "quando la gara fu rinnovata, dopo il mio addio, rivinse perché evidentemente era davvero il migliore".

Le proteste più fiere allora furono quelle di Teodoro Buontempo. 'Er Pecora', fresco della svolta di Fiuggi, tuonò: "Non si può dare in gestione il patrimonio comunale a chi è stato condannato per corruzione".

Fonte: espresso.it

Napoli, assessori del PD in manette. Coinvolti due parlamentari, Bocchino (PdL) e Lusetti (PD)

NAPOLI - E' bufera sulla giunta di Napoli. E' in carcere l'imprenditore Alfredo Romeo, coinvolto nell'indagine sulla delibera 'Global service', approvata dal Comune. Altre 12 persone sono invece agli arresti domiciliari: tra essi due assessori della giunta comunale di Napoli, due ex loro colleghi e un ex provveditore alle opere pubbliche, attualmente al ministero delle Infrastrutture. Tutte le persone raggiunte dalle misure cautelari sono accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata alla turbativa degli appalti, abuso d'ufficio e corruzione. I magistrati: "La prospettiva ultima è quella del saccheggio sistematico delle risorse pubbliche".

Indagati anche gli onorevoli Renzo Lusetti (Pd) e Italo Bocchino (An). La richiesta di utilizzo delle conversazioni telefoniche dei due parlamentari con l'imprenditore Alfredo Romeo equivarrebbe, infatti, a una informazione di garanzia.

Nel provvedimento 'Global service' era compreso l'affidamento di appalti relativo a manutenzione delle strade e del patrimonio pubblico, nonché la gestione di mense scolastiche.

Tra i destinatari delle misure cautelari, figurano l'ex assessore alle Scuole, Giuseppe Gambale, l'ex assessore al Bilancio Enrico Cardillo, nonché un ufficiale della guardia di finanza in forza alla Dia, che avrebbe informato l'entourage dell'imprenditore Alfredo Romeo delle indagini in corso. Nell'inchiesta, destinatari a loro volta di misure cautelari figura anche l'assessore Laudadio e l'ex provveditore alle opere pubbliche per Campania e Molise, Mauro Mautone. Nell'ordinanza, infine, vi sono anche Paola Grittani, collaboratrice dell'imprenditore Romeo, e altri nomi vicini allo stesso imprenditore.

L'operazione è stata condotta dalla Dia e dai carabinieri di Caserta, che hanno eseguito le ordinanze cautelari firmate dal Gip di Napoli, che ha accolto le richieste della Direzione distrettuale antimafia napoletana, guidata dal procuratore Franco Roberti.

Coinvolto anche Giorgio Nugnes, l'assessore che si è suicidato a fine novembre, e un colonnello della guardia di finanza. L'ufficiale sarebbe stato in servizio fino ad un anno fa alla Dia di Napoli.

"La prospettiva ultima è quella del saccheggio sistematico delle risorse pubbliche, spesso già di per sè insufficienti a rispondere alla drammatica situazione in cui versano Napoli e la sua provincia. Risorse che vengono veicolate verso l'esclusivo ed egoistico interesse di Alfredo Romeo e delle sue imprese in totale dispregio delle regole fondamentali della buona ed efficiente amministrazione", scrivono i magistrati al gip, nelle richieste di custodia cautelare. Nell'inchiesta, partita da una indagine avviata dalla procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere emerge uno spaccato di cointeressenze politiche tra maggioranza e opposizione che governa la pubblica amministrazione e che vede al centro l'imprenditore Alfredo Romeo.

La delibera Global service, è un affare da 400 milioni di euro, in realtà mai partito. Con il provvedimento, il comune di Napoli intendeva affidare a un unico gestore, come avvenuto in altre città, l'appalto per una serie consistente di lavori pubblici e manutenzioni di competenza del Comune. La delibera fu varata ma il relativo appalto non è mai partito, a causa della mancanza di copertura finanziaria.

Dieci giorni fa, intervistata da Lucia Annunziata a "Mezz'ora", il sindaco Rosa Iervolino si era soffermata su alcuni passaggi della vicenda. La delibera era stata "sottoposta di corsa ad una commissione contro la corruzione nella pubblica amministrazione, guidata dal prefetto Serra e composta da magistrati. E ci ha detto che andava bene". Poi era stata anche sottoposta a una commissione di giuristi e alti magistrati, "secondo la quale le norme per la prevenzione degli incidenti sul lavoro non erano ancora forti". In ogni caso "non abbiamo fatto la gara, non abbiamo fatto assolutamente nulla. E chi vuole imbrogliare non sottopone i documenti approvati a verifiche non dovute".

Fonte: repubblica.it

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