In manette anche tre suoi stretti collaboratori
CASERTA - Centrale pulita, ma affari sporchi. Ventitré arresti, bufera in Regione Campania, perquisizione negli uffici dell'assessore regionale Andrea Cozzolino (che potrebbe essere candidato dal Pd alle Europee), in manette anche tre suoi strettissimi collaboratori.
OPERAZIONE BIOPOWER - Un ciclone innescato da un'inchiesta sulla società Biopower interessata alla costruzione di una centrale a biomasse nel casertano. Nell'inchiesta sono stati effettuati 23 arresti su ordine di cattura della procura della repubblica di Santa Maria Capua Vetere per reati che vanno dall'associazione per delinquere alla truffa, al falso alla corruzione. Tra gli arrestati, è ai domiciliari, un ex assessore del Pd della provincia di Caserta Franco Capobianco.
LA CENTRALE «PULITA» - La vicenda riguarda la costruzione di una centrale a biomasse nel territorio del comune di Pignataro Maggiore, una decisione che aveva provocato le proteste della popolazione di quel comune e di quelli circostanti. A voler costruire l'impianto due imprenditori laziali, Renzo Bracciali e Gianpiero Tombolillo che hanno costituito tre società la «Biopower spa», la «Natural Energy srl« e la «Energethic srl». Per instaurare rapporti con funzionari del genio civile, della regione e del comune e poter svolgere attività contabili (secondo la procura si tratterebbe di tangenti) i due avevano anche costituito una società con sede nel territorio di San Marino. Il giro di corruzione, promesse e denaro, secondo il procuratore capo di Santa Maria, Corrado Lembo, aveva molte facce: così per poter realizzare la centrale i due imprenditori laziali hanno promesso a un funzionario dell'assessorato alle attività produttive, Vincenzo Guerriero, di inserire il figlio nel team di progettazione. Mentre un altro funzionario dello stesso assessorato, Fulvio Scia, avrebbe ricevuto dia due imprenditori 25.000 euro l'anno per fornire informazioni utili ad orientare le strategie imprenditoriali. Nel giro è finito anche Eugenio Di Santo, coordinatore della segreteria particolare dell'assessore Andrea Cozzolino che, oltre a rilevare in maniera irrituale i nominativi dei funzionari che curavano le istruttorie, ha anche fatto in modo di far incontrare i due imprenditori con l'assessore. La Finanza avrebbe accertato il pagamento di 140 mila euro a Di Danto come compenso per queste «prestazioni».
SPONSOR ALLA SOCIETA' DI CALCIO - Non solo laziali, ma anche altri imprenditori locali entrano nell'affare. Giovanni e Tommaso Verrazzo (residenti a Capua) hanno fatto da intermediari sia con Francesco D'Alonzo consigliere comunale di Pignataro, sia con l'ex assessore provinciale del Pd Franco Capobianco. Il consigliere comunale avrebbe avuto in cambio del suo interessamento sponsorizzazioni per la sua squadra di calcio, la Sc Pignataro Calcio. D'Alonzo avrebbe anche così espresso voto favorevole alla costruzione della centrale nel corso della conferenza di servizi. Franco Capobianco avrebbe invece fatto pressione su Francesco Cuccaro, consigliere comunale del Pd per cercare di fargli smettere le proteste che aveva organizzato contro questo insediamento. Poi c'è il Genio civile di Caserta: anche in questo caso sarebbero stati i due imprenditori locali a fare pressione su Michele Testa e Mario Pasquariello per ottenere piaceri in cambio di denaro. I due funzionari avrebbe fatto risultare conformi alle normative antisismiche i progetti presentati. Per loro, sostiene l'accusa, sarebbero stati prelevati 100mila euro dalla tramite la società di San Marino.
EOLICO - Non è stata solo la centrale di Pignataro a provocare le mire del gruppo, un altro funzionario dello stesso assessorato, Giuseppe Ragucci è stato arrestato e messo agli arresti domiciliari per una serie di autorizzazioni concesse per la costruzione di un parco eolico a san Bartolomeo in Galdo. Il tutto per ottenere un contributo dalla regione Campania di 6 milioni e 800 mila euro che poi non è stato erogato perché i due imprenditori hanno optato per altre agevolazioni ( i cosidetti «certificati verdi»).
Fonte: corrieredelmezzogiorno.corriere.it
28 apr 2009
26 apr 2009
E la Sicilia si concede 500 dirigenti in più. La Regione autonoma sta per approvare un’infornata di assunzioni.
Solo ai Beni Culturali sono 770, il triplo dell’intero parco dirigenziale lombardo
Risultato: un capo ogni 8,4 sottoposti
Ancora poche ore e la regione Sicilia batterà un record planetario: su 3.450 dipendenti, ai Beni Culturali, ci saranno 770 dirigenti. Il triplo dell'intero parco dirigenziale della regione Lombardia. Il tutto grazie a un'infornata di assunzioni e promozioni che vedrà l'ente isolano regalarsi, a dispetto della Corte dei Conti che aveva denunciato come abnorme la presenza di un «colonnello » ogni 8,4 «soldati semplici», altri 500 nuovi dirigenti in un colpo solo.
Certo, non è solo la Sicilia a essere di manica larga. Spiegava l’anno scorso uno studio dell’Università di Milano, che dai dati 2006 risultava una media nazionale di un dirigente ogni 15 dipendenti ma che questa media era composta da realtà assai differenti: da un minimo di un dirigente ogni 31 sottoposti in Puglia a uno ogni 7,7 nel Lazio. Numeri aggiornati meno di un mese fa, sulla base dei dati della Ragioneria Generale dello Stato, dal Sole 24 ore: un dirigente ogni 25 dipendenti scarsi nelle Marche, ogni 22 in Emilia Romagna, ogni 17 circa in Lombardia e nel Veneto, ogni 18 in Liguria, ogni 16 in Piemonte... Fino agli eccessi: uno ogni 8,3 in Molise e ancora ogni 7,7 nel Lazio. Vogliamo rileggere l’atto di accusa lanciato nel 2008 dalla Corte dei Conti alla Sicilia? «I dipendenti a carico del bilancio regionale raggiungono la notevole cifra di 21.104 unità (erano 20.781 nel 2006), di cui 2.320 dirigenti (erano 2.150 nel 2005, anno a cui risale l’ultimo rilevamento nazionale pubblicato in tabella), con un rapporto di un dirigente ogni 8,4 dipendenti.
Il confronto con altre realtà regionali è improponibile sol che si consideri che in Sicilia vi è un dipendente ogni 239 abitanti, in Lombardia uno ogni 2.500 lombardi ». Conosciamo l’obiezione: la Sicilia gode di uno statuto speciale quindi ha tutta una serie di competenze che le regioni a statuto ordinario non hanno. Giusto. La stessa tabella del Sole riporta però il dato, per fare un esempio, del Friuli Venezia Giulia. Anche quella è una regione autonoma. Ma ha un dirigente ogni 28 dipendenti. Prova provata che l’autonomia forse c’entra con le competenze, e non c’è dubbio che le regioni a statuto ordinario ne hanno di meno, ma non c’entra un fico secco con la gerarchia interna. Che nell’isola non è solo speciale ma specialissima. Basti dire che non solo la Sicilia ha tanti «regionali» quanto Piemonte, Lombardia, Lazio, Veneto, Emilia Romagna, Friuli e Liguria messe insieme. Ma che oltre alle figure di dirigenti prima e di seconda fascia, la Regione ha inventato quella di terza fascia.
Il risultato lo spiega Marcello Minio dei Cobas/ Codir, che insieme con altri due sindacati autonomi (Sadirs e Siad) ha denunciato l’infornata in arrivo di assunzioni e promozioni: su 18.508 dipendenti regionali (ai quali vanno aggiunti quelli a carico dell’Ars, l’assemblea regionale più altri ancora) ci sono oggi un dirigente di prima fascia, 199 di seconda e 2.146 di terza per un totale di 2.346. Vale a dire che c’è un colonnello ogni 7,8 «marmittoni». Ma questo solo se si contano i 4.571 precari. Tolti quelli, il rapporto sarebbe ancora più assurdo: un dirigente ogni 5,9 dipendenti. Cosa farebbe, davanti a un panorama così, il «buon padre di famiglia » tante volte invocato da Silvio Berlusconi? Cercherebbe di dare un «drizzone», per usare una parola sbandierata qualche mese fa dal Cavaliere. Macché.
La manovra intitolata «Disposizioni programmatiche e correttive per l’anno 2009» che è firmata dal presidente Raffaele Lombardo e dall’assessore al Bilancio Michele Cimino e arriva domani in aula dopo avere ottenuto qualche giorno fa il via libera in Commissione Bilancio, allarga la manica ulteriormente. Avvia infatti la sistemazione come dirigenti di seconda fascia (un paradosso: quelli di terza fascia furono inventati con l’impegno che si trattava di un provvedimento non rinnovabile, quindi non se ne possono fare altri) di 55 precari un tempo a busta paga di due aziende parastatali (Italter e Sirap) sciolte perché improduttive e rimasti per anni a carico prima dello Stato e poi della Regione. Più un’altra cinquantina di dipendenti di altre amministrazioni da tempo distaccati all’Assessorato regionale al Bilancio. Più altre 250 persone dichiarate idonee anni fa al concorso per storici dell’arte, architetti, fisici, archeologi e archivisti. Più altri 150 vincitori di questo concorso già inquadrati ai beni Culturali con contratti da funzionari direttivi. Per un totale, appunto, di circa 500 nuovi dirigenti. Che porteranno a un nuovo rapporto interno: un colonnello ogni 6,6 dipendenti. Tolti i soliti precari, che hanno anzianità di precariato a volte intorno ai venti anni, uno ogni 4,9. Numeri da brivido. Che diventeranno ancora più incredibili, come dicevamo, al dipartimento dei Beni culturali: un dirigente ogni dipendenti e mezzo.
«Un vero e proprio assalto alla diligenza», denuncia il comunicato dei tre sindacati autonomi, «che trasformerebbe la Regione Siciliana in una macchina clientelare al servizio d’una classe politica capace di varare soltanto norme per i propri accoliti». Ma passeranno anche in aula queste scelte, che il governo regionale motiva con la necessità di chiudere col passato, sanare quanto va sanato e chiudere i contenziosi aperti? E’ probabile. Anche perché una parte non secondaria dei promossi sarebbe vicina alla sinistra. Che avrebbe grosse difficoltà a mettersi di traverso. Si vedrà... Certo è che la scelta, accusa il presidente della commissione Antimafia siciliana Calogero Speziale, arriva in un momento in cui la Regione non trova la copertura finanziaria per la legge varata solo sei mesi fa per combattere la piovra mafiosa. «Non c’è un euro», come scrive Emanuele Lauria su Repubblica, a sostegno degli sgravi contributivi e fiscali alle imprese che denunciano il racket. E non ci sono risorse per diffondere la cultura nelle scuole e alimentare il fondo di rotazione per i beni confiscati alla mafia». E meno male che quella legge era stata salutata come «una svolta epocale»...
Fonte: corriere.it
Risultato: un capo ogni 8,4 sottoposti
Ancora poche ore e la regione Sicilia batterà un record planetario: su 3.450 dipendenti, ai Beni Culturali, ci saranno 770 dirigenti. Il triplo dell'intero parco dirigenziale della regione Lombardia. Il tutto grazie a un'infornata di assunzioni e promozioni che vedrà l'ente isolano regalarsi, a dispetto della Corte dei Conti che aveva denunciato come abnorme la presenza di un «colonnello » ogni 8,4 «soldati semplici», altri 500 nuovi dirigenti in un colpo solo.
Certo, non è solo la Sicilia a essere di manica larga. Spiegava l’anno scorso uno studio dell’Università di Milano, che dai dati 2006 risultava una media nazionale di un dirigente ogni 15 dipendenti ma che questa media era composta da realtà assai differenti: da un minimo di un dirigente ogni 31 sottoposti in Puglia a uno ogni 7,7 nel Lazio. Numeri aggiornati meno di un mese fa, sulla base dei dati della Ragioneria Generale dello Stato, dal Sole 24 ore: un dirigente ogni 25 dipendenti scarsi nelle Marche, ogni 22 in Emilia Romagna, ogni 17 circa in Lombardia e nel Veneto, ogni 18 in Liguria, ogni 16 in Piemonte... Fino agli eccessi: uno ogni 8,3 in Molise e ancora ogni 7,7 nel Lazio. Vogliamo rileggere l’atto di accusa lanciato nel 2008 dalla Corte dei Conti alla Sicilia? «I dipendenti a carico del bilancio regionale raggiungono la notevole cifra di 21.104 unità (erano 20.781 nel 2006), di cui 2.320 dirigenti (erano 2.150 nel 2005, anno a cui risale l’ultimo rilevamento nazionale pubblicato in tabella), con un rapporto di un dirigente ogni 8,4 dipendenti.
Il confronto con altre realtà regionali è improponibile sol che si consideri che in Sicilia vi è un dipendente ogni 239 abitanti, in Lombardia uno ogni 2.500 lombardi ». Conosciamo l’obiezione: la Sicilia gode di uno statuto speciale quindi ha tutta una serie di competenze che le regioni a statuto ordinario non hanno. Giusto. La stessa tabella del Sole riporta però il dato, per fare un esempio, del Friuli Venezia Giulia. Anche quella è una regione autonoma. Ma ha un dirigente ogni 28 dipendenti. Prova provata che l’autonomia forse c’entra con le competenze, e non c’è dubbio che le regioni a statuto ordinario ne hanno di meno, ma non c’entra un fico secco con la gerarchia interna. Che nell’isola non è solo speciale ma specialissima. Basti dire che non solo la Sicilia ha tanti «regionali» quanto Piemonte, Lombardia, Lazio, Veneto, Emilia Romagna, Friuli e Liguria messe insieme. Ma che oltre alle figure di dirigenti prima e di seconda fascia, la Regione ha inventato quella di terza fascia.
Il risultato lo spiega Marcello Minio dei Cobas/ Codir, che insieme con altri due sindacati autonomi (Sadirs e Siad) ha denunciato l’infornata in arrivo di assunzioni e promozioni: su 18.508 dipendenti regionali (ai quali vanno aggiunti quelli a carico dell’Ars, l’assemblea regionale più altri ancora) ci sono oggi un dirigente di prima fascia, 199 di seconda e 2.146 di terza per un totale di 2.346. Vale a dire che c’è un colonnello ogni 7,8 «marmittoni». Ma questo solo se si contano i 4.571 precari. Tolti quelli, il rapporto sarebbe ancora più assurdo: un dirigente ogni 5,9 dipendenti. Cosa farebbe, davanti a un panorama così, il «buon padre di famiglia » tante volte invocato da Silvio Berlusconi? Cercherebbe di dare un «drizzone», per usare una parola sbandierata qualche mese fa dal Cavaliere. Macché.
La manovra intitolata «Disposizioni programmatiche e correttive per l’anno 2009» che è firmata dal presidente Raffaele Lombardo e dall’assessore al Bilancio Michele Cimino e arriva domani in aula dopo avere ottenuto qualche giorno fa il via libera in Commissione Bilancio, allarga la manica ulteriormente. Avvia infatti la sistemazione come dirigenti di seconda fascia (un paradosso: quelli di terza fascia furono inventati con l’impegno che si trattava di un provvedimento non rinnovabile, quindi non se ne possono fare altri) di 55 precari un tempo a busta paga di due aziende parastatali (Italter e Sirap) sciolte perché improduttive e rimasti per anni a carico prima dello Stato e poi della Regione. Più un’altra cinquantina di dipendenti di altre amministrazioni da tempo distaccati all’Assessorato regionale al Bilancio. Più altre 250 persone dichiarate idonee anni fa al concorso per storici dell’arte, architetti, fisici, archeologi e archivisti. Più altri 150 vincitori di questo concorso già inquadrati ai beni Culturali con contratti da funzionari direttivi. Per un totale, appunto, di circa 500 nuovi dirigenti. Che porteranno a un nuovo rapporto interno: un colonnello ogni 6,6 dipendenti. Tolti i soliti precari, che hanno anzianità di precariato a volte intorno ai venti anni, uno ogni 4,9. Numeri da brivido. Che diventeranno ancora più incredibili, come dicevamo, al dipartimento dei Beni culturali: un dirigente ogni dipendenti e mezzo.
«Un vero e proprio assalto alla diligenza», denuncia il comunicato dei tre sindacati autonomi, «che trasformerebbe la Regione Siciliana in una macchina clientelare al servizio d’una classe politica capace di varare soltanto norme per i propri accoliti». Ma passeranno anche in aula queste scelte, che il governo regionale motiva con la necessità di chiudere col passato, sanare quanto va sanato e chiudere i contenziosi aperti? E’ probabile. Anche perché una parte non secondaria dei promossi sarebbe vicina alla sinistra. Che avrebbe grosse difficoltà a mettersi di traverso. Si vedrà... Certo è che la scelta, accusa il presidente della commissione Antimafia siciliana Calogero Speziale, arriva in un momento in cui la Regione non trova la copertura finanziaria per la legge varata solo sei mesi fa per combattere la piovra mafiosa. «Non c’è un euro», come scrive Emanuele Lauria su Repubblica, a sostegno degli sgravi contributivi e fiscali alle imprese che denunciano il racket. E non ci sono risorse per diffondere la cultura nelle scuole e alimentare il fondo di rotazione per i beni confiscati alla mafia». E meno male che quella legge era stata salutata come «una svolta epocale»...
Fonte: corriere.it
24 apr 2009
Sardegna e Toscana: la criminalità organizzata non esiste ma.. bracca i magistrati e brucia gli imprenditori!
Secondo me c’è una differenza sostanziale tra inquirenti e investigatori chiamati a contrastare e reprimere la criminalità organizzata e i giornalisti che di criminalità organizzata scrivono: i primi analizzano lo stato dell’arte; i secondi – anche a costo di sbagliare - cercano di spingersi oltre cercando di capire cosa accade oggi in un territorio ma, soprattutto, che cosa accadrà…domani. E, in questo modo, dare alla collettività strumenti di lettura, analisi e dibattito, che possano scatenare una reazione sociale. Forse è per questo che alle mafie danno spesso più fastidio i secondi che i primi.
IN SARDEGNA LA MAFIA NON ESISTE. ANZI: FORSE NON ESISTE.
Questa riflessione mi è tornata in mente nei giorni scorsi in due occasioni. La prima è stata una chiacchierata con il procuratore generale della Sardegna, Ettore Angioni, che manderò in onda nella mia trasmissione “Un abuso al giorno” su Radio 24 nei prossimi giorni. Sentirete – mi rivolgo a chi avrà la bontà di seguirla – che Angioni afferma che in Sardegna non esiste la mafia, nel senso classico del termine (ma qual è il senso non più classico ma moderno del termine? Su questo bisogna interrogarsi. Tutto il resto, come diceva il mio grande concittadino-filosofo Franco Califano, è noia). Nessuno lo mette in dubbio, tantomeno io, che la mafia bel senso classico in Sardegna non esiste: il paladino di questa teoria che i sardi portano al petto come uno sceriffo la propria stella è Pino Arlacchi. Scrissi di criminalità organizzata in Sardegna già alcuni mesi fa in questo blog e fui duramente attaccato da molti lettori sardi, alcuni dei quali mi hanno anche gratificato di graziosi insulti nati a catena sulla Rete, attraverso siti e blog che ripresero quell’articolo (si veda il post del 26 settembre 2008).
Siti, blog e insulti che ricevo con amore ma con eguale amore chiedo agli stessi estensori: ma è il caso o no, invece di cullarsi sugli allori di una inesistente isola felice, di affrontare il tema dilagante di una criminalità che, dimentica del romantico ma spietato banditismo, dilania sempre più il tessuto connettivo di questa splendida terra? Secondo me è il caso ma vedete voi. Io non devo convincere nessuno. Fatto sta, che la si voglia chiamare mafia o la si voglia chiamarla “patagarru” (parafrasando gli sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo) non passa giorno che in Sardegna la criminalità organizzata (la chiamano così i giornalisti e gli inquirenti locali, non io) non colpisca con atti intimidatori un amministratore locale, no gestisca ogni losco traffico a partire dalla droga, non bruci l’azienda di un imprenditore o non costringa un magistrato a vivere blindato per le delicate indagini che sta svolgendo.
E sì, è il caso di Domenico Fiordalisi, capo della Procura di Lanusei in Ogliastra. Un calabrese che da quando è arrivato sull’isola, 8 mesi fa circa, ha cambiato volto alla Procura rivitalizzando inchieste scivolate da anni nei cassetti chissà perché. E, di conseguenza, rompendo parecchio le scatole alla locale criminalità (più o meno organizzata). Bene, il risultato è che dopo continue e vigliacche minacce, la famiglia del magistrato è stata costretta a tornare a vivere in Calabria, mentre Fiordalisi vive blindato nel locale carcere con misure di protezione senza precedenti. Ma in Sardegna la mafia classica (pardon: la criminalità organizzata) non esiste, anche se in Gallura e Costa Smeralda la cosca crotonese Ferrazzo, egemone a Mesoraca, stava (sta?) investendo milioni prima che intervenisse la Dda di Milano. E la mafia classica non esiste anche se il 3 marzo di quest’anno (non 100 anni fa) a Marbella in Spagna, paradiso dei latitanti, è stato arrestato Giuseppe Utzeri, re del narcotraffico sardo. Questo ex poliziotto – è stato nella scorta dell’ex ministro ballerino e riccioluto Gianni De Michelis ai tempi della Prima Repubblica – era, secondo le prime indagini, in stretto contatto con pezzi grossi di Cosa Nostra di Trapani e della ‘ndrine di Palmi. Fatto sta che lo stesso Fiordalisi – che di cosche se ne intende essendo nato in una terra dove la mafia la respiri nell’aria anche quando tira sabbia – timidamente accenna in contraddittorio radiofonico con il suo Procuratore generale che forse le cose stanno cambiando anche in Sardegna. Forse. In attesa di conferme, la mafia classica, in Sardegna, non esiste. E quella moderna?
NEPPURE IN TOSCANA LA MAFIA ESISTE MA INTANTO BRUCIA E UCCIDE
La seconda volta che mi è venuta in mente la riflessione sulla differenza tra inquirenti e investigatori da una parte e giornalisti dall’altra è stata quando ho letto la relazione sulla Toscana scritta dal sostituto procuratore nazionale antimafia Carmelo Petralia e consegnata a fine 2008 nelle mani del suo capo, il procuratore Piero Grasso che ha predisposto la relazione sulle mafie della Dna (ho il brutto difetto di leggere le carte). Petralia scrive testualmente a pag. 493 che in Toscana si conferma: 1) un tendenziale ricambio dei diversi soggetti criminali, 2) una loro sostanziale delocalizzazione, 3) l’impossibilità per i medesimi di praticare forme tipicamente mafiose di controllo del territorio. Scrive anche, a pag. 494, che esiste però la possibilità per “i gruppi criminali organizzati, di “confondere” le proprie iniziative, e in particolare quelle propriamente e direttamente a sfondo economico-patrimoniale (si pensi ai delitti di riciclaggio e di reimpiego di capitali di provenienza illecita, ma anche al condizionamento del mercato degli appalti pubblici), con quelle di operatori economici che si muovono nell'ambito della legalità, di talché si determinano situazioni nelle quali non solo si inseriscono fattori di inquinamento del mercato dei beni e dei servizi ma anche si determinano condizioni che rendono sostanzialmente indecifrabili i fattori di inquinamento medesimi. Sulla scorta di queste considerazioni introduttive non è difficile comprendere le ragioni per le quali le indagini della Procura di Firenze, a partire dagli anni ’80, debbano in tema di criminalità organizzata continuamente ottimizzare la messa a fuoco anche delle metodiche di investigazione, onde non compromettere un corretto allineamento con pratiche delittuose di diversa estrazione (e relative sub-culture criminali), talora riconducibili anche a realtà collegate a organizzazioni criminali storiche, quali “cosa nostra”, alla “camorra”, alla “‘ndrangheta”, alla “sacra corona unita” ed al banditismo sardo.” Ora, questa analisi – che giudico ottima anche nella parte in cui richiama come organizzazione criminale il “banditismo sardo”, oh yeah! – come ogni cosa al mondo (tranne la morte) è però opinabile. O meglio ancora: integrabile. E per argomentare quel che penso, parto da un a celebre frase di Agatha Christie: un caso è un caso, due casi fanno un indizio, tre forse sono una prova. E quattro? Lo scoprirete solo…leggendo.
UN CASO, DUE INDIZI, UNA PROVA E…
Ebbene. Il mio amico Pino Bianco, già alla Dda di Reggio Calabria (colgo l’occasione per salutare lui e Morena), sta seguendo le indagini sulla morte di Stefano Ciolli, morto carbonizzato il 15 giugno 2008 a San Casciano Val di Pesa. Da ciò che sembra emergere questo imprenditore-spedizioniere fiorentino, era in contatto con ambienti di Cosa Nostra. Bum direte voi! Bum lo anno fatto invece il 28 marzo 2009 gli otto camion di una ditta (ancora di spedizioni) a Calenzano (Firenze). Il rogo è avvenuto nella ditta Greco che – secondo quanto sta emergendo – ha visto entrare nel capitale societario Paolo Ciolli, fratello del morto ammazzato quasi un anno fa. Il 6 aprile 2009 a Peretola (sempre in provincia di Firenze) 4 furgoni e 2 auto hanno ancora fatto bum-bum e hanno preso fuoco. Anche in questo caso la magistratura sta indagando. Bene: una ditta di spedizioni in provincia di Firenze con un morto ammazzato è un caso, due ditte di spedizioni colpite sono un indizio, tre possono essere una prova. La prova – forse – che le mafie hanno le idee chiare dei business e dei modi in cui penetrare fino a controllare (è questo l’obiettivo finale) parti intere dell’economia e della società. Ah dimenticavo, scusate: il 6 febbraio 2009 in Via Orazio Vecchi a Firenze, a due passi dalla sua ditta “Gass Express”, è stato gambizzato l’imprenditore Marco Garrisi. Su questo episodio, ovviamente, stanno proseguendo le indagini, anche se sembra che l'attentato sia opera di persone che volevano mettersi in proprio e rilevare in questo modo violento il pacchetto clienti (una delle persone arrestate era la segretaria dell'imprenditore). Qual era il suo ramo di attività? Toh: spedizioni nazionali e internazionali! Non sta a me dire se 4 casi sono una prova provata degli interessi delle mafie che aggrediscono economia e società toscana, la condizionano o la governano ma, senza starvi a tediare con le decine e decine di inchieste aperte in Toscana sulle infiltrazioni di Cosa Nostra, Camorra, ‘ndrangheta anche in cordata con le mafie straniere (a partire da quella russa e cinese), vi riporto, sinteticamente un splendido rapporto del mio amico Enzo Ciconte, studioso tra i più grandi della criminalità organizzata.
LE MAFIE IN TOSCANA: CARATTERISTICHE ED EVOLUZIONE
In questo studio – si badi bene: datato 19 dicembre 2008 – Ciconte enumera la bellezza di 78 famiglie di Camorra, Cosa Nostra e ‘ndrangheta presenti in Toscana: 15 in provincia di Lucca, 6 a Massa Carrara, 3 a Pisa, 4 a Livorno, 2 a Grosseto, 12 a Pistoia, 4 a Prato, 23 a Firenze, 9 ad Arezzo e 1 a Siena. Ma sono “fantastici” (ironizzo, ovvio) gli interessi che vale la pena riportare integralmente e che secondo me sono stati stimati in difetto:
1) esercizi commerciali nella Val di Nievole
2) bische, estorsioni ed edilizia nella provincia di Massa Carrara
3) turismo e bische in Versilia
4) terreni, immobili, commercio, credito e gioco d’azzardo in provincia di Livorno
5) soldi falsi e usura in provincia di Grosseto
6) alberghi, negozi e bische in provincia di Pistoia
7) aziende tessili, commercio di abiti usati e locali notturni in provincia di Prato
8) movimento terra, edilizia, controllo di agenzie bancarie di piccole dimensioni, gioco d’azzardo, riciclaggio e rapine in provincia di Firenze
9) truffe con aziende agricole e investimenti immobiliari in provincia di Arezzo
10) aziende agricole e appalti in provincia di Siena
Detto e riportato quanto sopra, in Toscana le mafie (non quelle classiche!) secondo voi stanno acquisendo sempre più il controllo del territorio? Io la risposta ce l’ho: e voi? Ma a non voler essere assertivi ma dubitativi (e il dubbio anima sempre il bravo giornalista) mi limito a indicarvi un’altra buona lettura (oltre alle pagine della Relazione 2008 della Dna che potete trovare su www.casadellalegalita.org). Si tratta del Rapporto annuale 2008 sulla legalità in Toscana della Fondazione Antonino Caponnetto di Firenze, che troverete sul sito www.antoninocaponnetto.it. Ebbene, la premessa al ricco indice è tutta un programma (da prendere sul serio): “La Toscana non è terra di mafia ma la mafia c’è e non dobbiamo abbassare la guardia.” E – aggiungo umilmente – la guardia non va abbassata neppure nelle altre regioni, isole comprese, come dicono nelle loro pubblicità…gli spedizionieri.
Fonte: Blog di Roberto Galullo
IN SARDEGNA LA MAFIA NON ESISTE. ANZI: FORSE NON ESISTE.
Questa riflessione mi è tornata in mente nei giorni scorsi in due occasioni. La prima è stata una chiacchierata con il procuratore generale della Sardegna, Ettore Angioni, che manderò in onda nella mia trasmissione “Un abuso al giorno” su Radio 24 nei prossimi giorni. Sentirete – mi rivolgo a chi avrà la bontà di seguirla – che Angioni afferma che in Sardegna non esiste la mafia, nel senso classico del termine (ma qual è il senso non più classico ma moderno del termine? Su questo bisogna interrogarsi. Tutto il resto, come diceva il mio grande concittadino-filosofo Franco Califano, è noia). Nessuno lo mette in dubbio, tantomeno io, che la mafia bel senso classico in Sardegna non esiste: il paladino di questa teoria che i sardi portano al petto come uno sceriffo la propria stella è Pino Arlacchi. Scrissi di criminalità organizzata in Sardegna già alcuni mesi fa in questo blog e fui duramente attaccato da molti lettori sardi, alcuni dei quali mi hanno anche gratificato di graziosi insulti nati a catena sulla Rete, attraverso siti e blog che ripresero quell’articolo (si veda il post del 26 settembre 2008).
Siti, blog e insulti che ricevo con amore ma con eguale amore chiedo agli stessi estensori: ma è il caso o no, invece di cullarsi sugli allori di una inesistente isola felice, di affrontare il tema dilagante di una criminalità che, dimentica del romantico ma spietato banditismo, dilania sempre più il tessuto connettivo di questa splendida terra? Secondo me è il caso ma vedete voi. Io non devo convincere nessuno. Fatto sta, che la si voglia chiamare mafia o la si voglia chiamarla “patagarru” (parafrasando gli sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo) non passa giorno che in Sardegna la criminalità organizzata (la chiamano così i giornalisti e gli inquirenti locali, non io) non colpisca con atti intimidatori un amministratore locale, no gestisca ogni losco traffico a partire dalla droga, non bruci l’azienda di un imprenditore o non costringa un magistrato a vivere blindato per le delicate indagini che sta svolgendo.
E sì, è il caso di Domenico Fiordalisi, capo della Procura di Lanusei in Ogliastra. Un calabrese che da quando è arrivato sull’isola, 8 mesi fa circa, ha cambiato volto alla Procura rivitalizzando inchieste scivolate da anni nei cassetti chissà perché. E, di conseguenza, rompendo parecchio le scatole alla locale criminalità (più o meno organizzata). Bene, il risultato è che dopo continue e vigliacche minacce, la famiglia del magistrato è stata costretta a tornare a vivere in Calabria, mentre Fiordalisi vive blindato nel locale carcere con misure di protezione senza precedenti. Ma in Sardegna la mafia classica (pardon: la criminalità organizzata) non esiste, anche se in Gallura e Costa Smeralda la cosca crotonese Ferrazzo, egemone a Mesoraca, stava (sta?) investendo milioni prima che intervenisse la Dda di Milano. E la mafia classica non esiste anche se il 3 marzo di quest’anno (non 100 anni fa) a Marbella in Spagna, paradiso dei latitanti, è stato arrestato Giuseppe Utzeri, re del narcotraffico sardo. Questo ex poliziotto – è stato nella scorta dell’ex ministro ballerino e riccioluto Gianni De Michelis ai tempi della Prima Repubblica – era, secondo le prime indagini, in stretto contatto con pezzi grossi di Cosa Nostra di Trapani e della ‘ndrine di Palmi. Fatto sta che lo stesso Fiordalisi – che di cosche se ne intende essendo nato in una terra dove la mafia la respiri nell’aria anche quando tira sabbia – timidamente accenna in contraddittorio radiofonico con il suo Procuratore generale che forse le cose stanno cambiando anche in Sardegna. Forse. In attesa di conferme, la mafia classica, in Sardegna, non esiste. E quella moderna?
NEPPURE IN TOSCANA LA MAFIA ESISTE MA INTANTO BRUCIA E UCCIDE
La seconda volta che mi è venuta in mente la riflessione sulla differenza tra inquirenti e investigatori da una parte e giornalisti dall’altra è stata quando ho letto la relazione sulla Toscana scritta dal sostituto procuratore nazionale antimafia Carmelo Petralia e consegnata a fine 2008 nelle mani del suo capo, il procuratore Piero Grasso che ha predisposto la relazione sulle mafie della Dna (ho il brutto difetto di leggere le carte). Petralia scrive testualmente a pag. 493 che in Toscana si conferma: 1) un tendenziale ricambio dei diversi soggetti criminali, 2) una loro sostanziale delocalizzazione, 3) l’impossibilità per i medesimi di praticare forme tipicamente mafiose di controllo del territorio. Scrive anche, a pag. 494, che esiste però la possibilità per “i gruppi criminali organizzati, di “confondere” le proprie iniziative, e in particolare quelle propriamente e direttamente a sfondo economico-patrimoniale (si pensi ai delitti di riciclaggio e di reimpiego di capitali di provenienza illecita, ma anche al condizionamento del mercato degli appalti pubblici), con quelle di operatori economici che si muovono nell'ambito della legalità, di talché si determinano situazioni nelle quali non solo si inseriscono fattori di inquinamento del mercato dei beni e dei servizi ma anche si determinano condizioni che rendono sostanzialmente indecifrabili i fattori di inquinamento medesimi. Sulla scorta di queste considerazioni introduttive non è difficile comprendere le ragioni per le quali le indagini della Procura di Firenze, a partire dagli anni ’80, debbano in tema di criminalità organizzata continuamente ottimizzare la messa a fuoco anche delle metodiche di investigazione, onde non compromettere un corretto allineamento con pratiche delittuose di diversa estrazione (e relative sub-culture criminali), talora riconducibili anche a realtà collegate a organizzazioni criminali storiche, quali “cosa nostra”, alla “camorra”, alla “‘ndrangheta”, alla “sacra corona unita” ed al banditismo sardo.” Ora, questa analisi – che giudico ottima anche nella parte in cui richiama come organizzazione criminale il “banditismo sardo”, oh yeah! – come ogni cosa al mondo (tranne la morte) è però opinabile. O meglio ancora: integrabile. E per argomentare quel che penso, parto da un a celebre frase di Agatha Christie: un caso è un caso, due casi fanno un indizio, tre forse sono una prova. E quattro? Lo scoprirete solo…leggendo.
UN CASO, DUE INDIZI, UNA PROVA E…
Ebbene. Il mio amico Pino Bianco, già alla Dda di Reggio Calabria (colgo l’occasione per salutare lui e Morena), sta seguendo le indagini sulla morte di Stefano Ciolli, morto carbonizzato il 15 giugno 2008 a San Casciano Val di Pesa. Da ciò che sembra emergere questo imprenditore-spedizioniere fiorentino, era in contatto con ambienti di Cosa Nostra. Bum direte voi! Bum lo anno fatto invece il 28 marzo 2009 gli otto camion di una ditta (ancora di spedizioni) a Calenzano (Firenze). Il rogo è avvenuto nella ditta Greco che – secondo quanto sta emergendo – ha visto entrare nel capitale societario Paolo Ciolli, fratello del morto ammazzato quasi un anno fa. Il 6 aprile 2009 a Peretola (sempre in provincia di Firenze) 4 furgoni e 2 auto hanno ancora fatto bum-bum e hanno preso fuoco. Anche in questo caso la magistratura sta indagando. Bene: una ditta di spedizioni in provincia di Firenze con un morto ammazzato è un caso, due ditte di spedizioni colpite sono un indizio, tre possono essere una prova. La prova – forse – che le mafie hanno le idee chiare dei business e dei modi in cui penetrare fino a controllare (è questo l’obiettivo finale) parti intere dell’economia e della società. Ah dimenticavo, scusate: il 6 febbraio 2009 in Via Orazio Vecchi a Firenze, a due passi dalla sua ditta “Gass Express”, è stato gambizzato l’imprenditore Marco Garrisi. Su questo episodio, ovviamente, stanno proseguendo le indagini, anche se sembra che l'attentato sia opera di persone che volevano mettersi in proprio e rilevare in questo modo violento il pacchetto clienti (una delle persone arrestate era la segretaria dell'imprenditore). Qual era il suo ramo di attività? Toh: spedizioni nazionali e internazionali! Non sta a me dire se 4 casi sono una prova provata degli interessi delle mafie che aggrediscono economia e società toscana, la condizionano o la governano ma, senza starvi a tediare con le decine e decine di inchieste aperte in Toscana sulle infiltrazioni di Cosa Nostra, Camorra, ‘ndrangheta anche in cordata con le mafie straniere (a partire da quella russa e cinese), vi riporto, sinteticamente un splendido rapporto del mio amico Enzo Ciconte, studioso tra i più grandi della criminalità organizzata.
LE MAFIE IN TOSCANA: CARATTERISTICHE ED EVOLUZIONE
In questo studio – si badi bene: datato 19 dicembre 2008 – Ciconte enumera la bellezza di 78 famiglie di Camorra, Cosa Nostra e ‘ndrangheta presenti in Toscana: 15 in provincia di Lucca, 6 a Massa Carrara, 3 a Pisa, 4 a Livorno, 2 a Grosseto, 12 a Pistoia, 4 a Prato, 23 a Firenze, 9 ad Arezzo e 1 a Siena. Ma sono “fantastici” (ironizzo, ovvio) gli interessi che vale la pena riportare integralmente e che secondo me sono stati stimati in difetto:
1) esercizi commerciali nella Val di Nievole
2) bische, estorsioni ed edilizia nella provincia di Massa Carrara
3) turismo e bische in Versilia
4) terreni, immobili, commercio, credito e gioco d’azzardo in provincia di Livorno
5) soldi falsi e usura in provincia di Grosseto
6) alberghi, negozi e bische in provincia di Pistoia
7) aziende tessili, commercio di abiti usati e locali notturni in provincia di Prato
8) movimento terra, edilizia, controllo di agenzie bancarie di piccole dimensioni, gioco d’azzardo, riciclaggio e rapine in provincia di Firenze
9) truffe con aziende agricole e investimenti immobiliari in provincia di Arezzo
10) aziende agricole e appalti in provincia di Siena
Detto e riportato quanto sopra, in Toscana le mafie (non quelle classiche!) secondo voi stanno acquisendo sempre più il controllo del territorio? Io la risposta ce l’ho: e voi? Ma a non voler essere assertivi ma dubitativi (e il dubbio anima sempre il bravo giornalista) mi limito a indicarvi un’altra buona lettura (oltre alle pagine della Relazione 2008 della Dna che potete trovare su www.casadellalegalita.org). Si tratta del Rapporto annuale 2008 sulla legalità in Toscana della Fondazione Antonino Caponnetto di Firenze, che troverete sul sito www.antoninocaponnetto.it. Ebbene, la premessa al ricco indice è tutta un programma (da prendere sul serio): “La Toscana non è terra di mafia ma la mafia c’è e non dobbiamo abbassare la guardia.” E – aggiungo umilmente – la guardia non va abbassata neppure nelle altre regioni, isole comprese, come dicono nelle loro pubblicità…gli spedizionieri.
Fonte: Blog di Roberto Galullo
18 apr 2009
Permessi di soggiorno falsi, dipendenti comunali in arresto
Stroncato un vasto giro criminale finalizzato alla produzione di permessi di soggiorno falsi per cittadini stranieri, in particolare cinesi
Permessi di soggiorno rinnovati o rilasciati sulla base di documenti falsi. Stesso iter per i ricongiungimenti familiari. Ancora, fittizie richieste di lavoro per sfruttare la procedura dei flussi d’ ingresso. Così, secondo l’accusa, circa 350 stranieri, prevalentemente cinesi, sarebbero riusciti ad entrare o a rimanere illegalmente in Italia. Aiutati, è questa l’accusa, da una presunta organizzazione attiva tra Pistoia, città da dove è partita l’indagine, Prato e Firenze. Undici le persone arrestate in esecuzione di misure cautelari, tra loro anche una funzionaria della prefettura di Firenze, già sospesa, un consigliere comunale del Prc a Pistoia, sospeso dal partito, un messo e un’impiegata dell’anagrafe dello stesso Comune. Arrestato anche il marito della funzionaria della prefettura.
L'INCHIESTA
L’indagine, coordinata dalla procura di Pistoia e condotta dalla digos pistoiese, che ha eseguito gli arresti e 25 perquisizioni in collaborazione con i colleghi di Firenze e Lucca e con la squadra mobile di Prato, è partita due anni fa. A far insospettire, secondo quanto emerso, un aumento ritenuto insolito di richieste di residenza nella città da parte di cittadini cinesi. L’inchiesta avrebbe poi portato all’individuazione della presunta associazione a delinquere specializzata in particolare, è stato spiegato dalla polizia, nel far conseguire i rinnovi dei permessi di soggiorno a stranieri già presenti in Italia nonchè a consentire l’arrivo dei propri familiari, fornendo o costituendo documentazione contraffatta, come false dichiarazioni dei datori di lavoro, o artefatta documentazione fiscale. Come attività secondaria ci sarebbe poi stata quella legata all’utilizzo fraudolento della procedura dei flussi: false richieste di lavoro in favore di extracomunitari assunti, dopo il loro arrivo, solo formalmente per un massimo di due-tre mesi.
IL COSTO DELLE PRATICHE
Costo delle varie pratiche per ciascun extracomunitario da 4.000 euro, per una dichiarazione relativa al lavoro, fino a 15.000 euro per l’intera procedura. La digos di Pistoia avrebbe inoltre individuato come attività marginale dell’associazione quella di fornire documentazione, sempre falsa, per agevolare la concessione di finanziamenti bancari. In carcere sono finiti anche tre cittadini cinesi, tra cui una collaboratrice a Firenze dell’Anolf, associazione attiva sui temi dell’immigrazione, promossa dalla Cisl. Il sindacato spiega di aver già rescisso la collaborazione e di essere completamente estraneo alle indagini, precisando che su Pistoia, dove la polizia ha acquisito nella sede del patronato Inas della Cisl documentazione relativa ai flussi migratori del 2007, non c’è alcun proprio addetto coinvolto. In carcere sono poi finiti altri tre italiani, residenti tra Pistoia, Prato e Firenze. Apprezzamento per l’indagine è stato rivolto dal prefetto di Firenze Andrea De Martino. Intanto, per il coinvolgimento dei due dipendenti comunali, il sindaco di Pistoia Renzo Berti ha annunciato di aver chiesto di avviare un’indagine interna.
Fonte: corriere.it
Permessi di soggiorno rinnovati o rilasciati sulla base di documenti falsi. Stesso iter per i ricongiungimenti familiari. Ancora, fittizie richieste di lavoro per sfruttare la procedura dei flussi d’ ingresso. Così, secondo l’accusa, circa 350 stranieri, prevalentemente cinesi, sarebbero riusciti ad entrare o a rimanere illegalmente in Italia. Aiutati, è questa l’accusa, da una presunta organizzazione attiva tra Pistoia, città da dove è partita l’indagine, Prato e Firenze. Undici le persone arrestate in esecuzione di misure cautelari, tra loro anche una funzionaria della prefettura di Firenze, già sospesa, un consigliere comunale del Prc a Pistoia, sospeso dal partito, un messo e un’impiegata dell’anagrafe dello stesso Comune. Arrestato anche il marito della funzionaria della prefettura.
L'INCHIESTA
L’indagine, coordinata dalla procura di Pistoia e condotta dalla digos pistoiese, che ha eseguito gli arresti e 25 perquisizioni in collaborazione con i colleghi di Firenze e Lucca e con la squadra mobile di Prato, è partita due anni fa. A far insospettire, secondo quanto emerso, un aumento ritenuto insolito di richieste di residenza nella città da parte di cittadini cinesi. L’inchiesta avrebbe poi portato all’individuazione della presunta associazione a delinquere specializzata in particolare, è stato spiegato dalla polizia, nel far conseguire i rinnovi dei permessi di soggiorno a stranieri già presenti in Italia nonchè a consentire l’arrivo dei propri familiari, fornendo o costituendo documentazione contraffatta, come false dichiarazioni dei datori di lavoro, o artefatta documentazione fiscale. Come attività secondaria ci sarebbe poi stata quella legata all’utilizzo fraudolento della procedura dei flussi: false richieste di lavoro in favore di extracomunitari assunti, dopo il loro arrivo, solo formalmente per un massimo di due-tre mesi.
IL COSTO DELLE PRATICHE
Costo delle varie pratiche per ciascun extracomunitario da 4.000 euro, per una dichiarazione relativa al lavoro, fino a 15.000 euro per l’intera procedura. La digos di Pistoia avrebbe inoltre individuato come attività marginale dell’associazione quella di fornire documentazione, sempre falsa, per agevolare la concessione di finanziamenti bancari. In carcere sono finiti anche tre cittadini cinesi, tra cui una collaboratrice a Firenze dell’Anolf, associazione attiva sui temi dell’immigrazione, promossa dalla Cisl. Il sindacato spiega di aver già rescisso la collaborazione e di essere completamente estraneo alle indagini, precisando che su Pistoia, dove la polizia ha acquisito nella sede del patronato Inas della Cisl documentazione relativa ai flussi migratori del 2007, non c’è alcun proprio addetto coinvolto. In carcere sono poi finiti altri tre italiani, residenti tra Pistoia, Prato e Firenze. Apprezzamento per l’indagine è stato rivolto dal prefetto di Firenze Andrea De Martino. Intanto, per il coinvolgimento dei due dipendenti comunali, il sindaco di Pistoia Renzo Berti ha annunciato di aver chiesto di avviare un’indagine interna.
Fonte: corriere.it
Il «sistema» Soria e le accuse. Il racconto di una segretaria. E le spese per resort, mazzi di fiori e aerei
L'ordinanza. Un conto mensile gestito dalla madre. «Così sbloccavo i soldi per il prof»
Il gip scrive: Soria è un individuo incline alle ingiurie e alle prevaricazioni, che sfrutta la sua posizione di potere
TORINO — Spiega una segretaria: «Avevamo una cassa presidenziale che funzionava così: il professore ci chiedeva un anticipo per le spese per il mese in corso e noi sbloccavamo i soldi, 3-4 mila euro alla volta. Questa piccola contabilità veniva gestita dalla mamma del professore…». E un'altra: «Ho assistito un sacco di volte a irregolarità di cassa della presidenza. Con quei soldi altro che Grinzane… noi compravamo di tutto per Soria, specie i suoi continui viaggi a Roma». «Tanto per fare un esempio», scrivono i magistrati: «l'archivista personale di Soria ricorda acquisti tipo mazzi di fiori da mandare alla madre per il compleanno, creme di bellezza per sé e per altri, soggiorni nei centri benessere. Tutti attribuiti poi all'Associazione come spese di rappresentanza».
Nelle 36 pagine dell'ordinanza che tiene in carcere da due giorni Giuliano Soria, fondatore del Premio Grinzane, non ci sono solo i grandi affari (quasi un milione di euro secondo l'accusa) del professore accusato di malversazione, appropriazione indebita, violenza sessuale, ingiurie, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. C'è il «sistema Soria ». Il «convinto e reiterato comportamento nel tempo» di un uomo che per 27 anni ha fatto la fortuna del Premio, sì. Ma soprattutto la sua. Con un fiume di denaro usato come patrimonio personale e una gestione «a dir poco clientelare», dicono gli investigatori, della sua multinazionale della cultura: regali, inviti a cena, viaggi, casse di vino pregiato... Il professore, annota il gip Silvia Salvatori, era convinto di poter contare sulla sua personalità di «individuo incline alle ingiurie e alle prevaricazioni, in grado di sfruttare sapientemente la sua posizione di potere e di influenza per assoggettare alle proprie pretese le persone con cui entrava in contatto anche attraverso l'umiliazione psicologica dei vari dipendenti ». Per esempio Nitish, il mauriziano che lo accusa delle molestie e che lui, stando all'indagine, ha più volte maltrattato con «contumelie e intemperanze».
L'ordinanza dice che l'ha costretto «a spostare nottetempo quadri» a «cambiare l'acqua dei fiori a ogni ora», a «essere disponibile 24 ore su 24», a «subire, anche in presenza di altri, approcci sessuali, insulti verso sua madre», a «mangiare carne proibita dalla sua religione o cioccolato scaduto» e, non ultimo, a «non percepire compensi per 4 mesi». Tutto in nome della sua «autorità». Che usò con molti collaboratori. A una dipendente disse: «Oca, sindacalista di merda, lei non capisce un cazzo. Io sono il presidente e quindi faccio quello che mi pare». Ma il comportamento più stupefacente di Soria, rivelano gli inquirenti, è quello post-scandalo. Il professore chiamò un collaboratore (Pasqualino Pulcino) e si fece comprare una scheda telefonica per evitare intercettazioni. Poi cercò di aggiustare le versioni sulle molestie e sui soldi. Fino a inventare un furto. Al telefono con la domestica Vincenza Marazzotta, spiegò cosa rispondere sul muratore tuttofare, Giovanni Ruggeri, che lavorò a casa sua per tre anni con pagamento a nome Grinzane-Cavour. «Lei dica che Giovanni è stato da noi dieci giorni, solo a dare un aiuto, a venire a controllare le cose dopo che hanno rubato qui, al quinto piano... E poi un'altra cosa: lei sa bene con quanto affetto ho sempre trattato Nitish. Solo un grande affetto, vero?».
A Veronica Basilotta, impiegata convinta di aver ricevuto l'ispettorato (era la Finanza) per controlli al Grinzane lui disse al telefono: «Lei doveva buttarsi per terra e poi denunciarli per molestie». Ad Antonella Cavallo, collaboratrice, spiegò: «Stringiamo i ranghi, nessuno parli con l'esterno, vigilanza assoluta». Ma più di tutto si fece insistente con Giuseppe Cavaliere, titolare del muratore. «Se ti chiamano non devi negare tutto. Devi solo evitare di dire che hai fatto lavorare il tuo uomo al terzo piano per casa mia. Dì che il lavoro era per il Grinzane agli altri piani». Alla polizia tributaria della Finanza sono convinti che il caso Soria sia solo all'inizio. Ieri gli uomini del colonnello Francesco Greco hanno sequestrato 40 scatoloni di carte in Regione e altre nel Castello astigiano di Costigliole D'Asti, una delle sedi del Premio, altre ancora in una società di Bologna.
Tutto questo mentre la governatrice Mercedes Bresso annunciava una costituzione di parte civile, se le accuse arriveranno a un processo, e i finanzieri perquisivano le abitazione di due nuovi indagati, uno dei quali è il fratello, Angelo Soria, funzionario regionale nel settore delle comunicazioni (l'altro è un imprenditore). La procura di Giancarlo Caselli indaga anche sulla recente cena a casa Soria: giornalisti, politici e un imprenditore del vino. A lui il professore avrebbe chiesto, non si sa a che titolo, un milione e 200 mila euro.
Fonte: corriere.it
Il gip scrive: Soria è un individuo incline alle ingiurie e alle prevaricazioni, che sfrutta la sua posizione di potere
TORINO — Spiega una segretaria: «Avevamo una cassa presidenziale che funzionava così: il professore ci chiedeva un anticipo per le spese per il mese in corso e noi sbloccavamo i soldi, 3-4 mila euro alla volta. Questa piccola contabilità veniva gestita dalla mamma del professore…». E un'altra: «Ho assistito un sacco di volte a irregolarità di cassa della presidenza. Con quei soldi altro che Grinzane… noi compravamo di tutto per Soria, specie i suoi continui viaggi a Roma». «Tanto per fare un esempio», scrivono i magistrati: «l'archivista personale di Soria ricorda acquisti tipo mazzi di fiori da mandare alla madre per il compleanno, creme di bellezza per sé e per altri, soggiorni nei centri benessere. Tutti attribuiti poi all'Associazione come spese di rappresentanza».
Nelle 36 pagine dell'ordinanza che tiene in carcere da due giorni Giuliano Soria, fondatore del Premio Grinzane, non ci sono solo i grandi affari (quasi un milione di euro secondo l'accusa) del professore accusato di malversazione, appropriazione indebita, violenza sessuale, ingiurie, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. C'è il «sistema Soria ». Il «convinto e reiterato comportamento nel tempo» di un uomo che per 27 anni ha fatto la fortuna del Premio, sì. Ma soprattutto la sua. Con un fiume di denaro usato come patrimonio personale e una gestione «a dir poco clientelare», dicono gli investigatori, della sua multinazionale della cultura: regali, inviti a cena, viaggi, casse di vino pregiato... Il professore, annota il gip Silvia Salvatori, era convinto di poter contare sulla sua personalità di «individuo incline alle ingiurie e alle prevaricazioni, in grado di sfruttare sapientemente la sua posizione di potere e di influenza per assoggettare alle proprie pretese le persone con cui entrava in contatto anche attraverso l'umiliazione psicologica dei vari dipendenti ». Per esempio Nitish, il mauriziano che lo accusa delle molestie e che lui, stando all'indagine, ha più volte maltrattato con «contumelie e intemperanze».
L'ordinanza dice che l'ha costretto «a spostare nottetempo quadri» a «cambiare l'acqua dei fiori a ogni ora», a «essere disponibile 24 ore su 24», a «subire, anche in presenza di altri, approcci sessuali, insulti verso sua madre», a «mangiare carne proibita dalla sua religione o cioccolato scaduto» e, non ultimo, a «non percepire compensi per 4 mesi». Tutto in nome della sua «autorità». Che usò con molti collaboratori. A una dipendente disse: «Oca, sindacalista di merda, lei non capisce un cazzo. Io sono il presidente e quindi faccio quello che mi pare». Ma il comportamento più stupefacente di Soria, rivelano gli inquirenti, è quello post-scandalo. Il professore chiamò un collaboratore (Pasqualino Pulcino) e si fece comprare una scheda telefonica per evitare intercettazioni. Poi cercò di aggiustare le versioni sulle molestie e sui soldi. Fino a inventare un furto. Al telefono con la domestica Vincenza Marazzotta, spiegò cosa rispondere sul muratore tuttofare, Giovanni Ruggeri, che lavorò a casa sua per tre anni con pagamento a nome Grinzane-Cavour. «Lei dica che Giovanni è stato da noi dieci giorni, solo a dare un aiuto, a venire a controllare le cose dopo che hanno rubato qui, al quinto piano... E poi un'altra cosa: lei sa bene con quanto affetto ho sempre trattato Nitish. Solo un grande affetto, vero?».
A Veronica Basilotta, impiegata convinta di aver ricevuto l'ispettorato (era la Finanza) per controlli al Grinzane lui disse al telefono: «Lei doveva buttarsi per terra e poi denunciarli per molestie». Ad Antonella Cavallo, collaboratrice, spiegò: «Stringiamo i ranghi, nessuno parli con l'esterno, vigilanza assoluta». Ma più di tutto si fece insistente con Giuseppe Cavaliere, titolare del muratore. «Se ti chiamano non devi negare tutto. Devi solo evitare di dire che hai fatto lavorare il tuo uomo al terzo piano per casa mia. Dì che il lavoro era per il Grinzane agli altri piani». Alla polizia tributaria della Finanza sono convinti che il caso Soria sia solo all'inizio. Ieri gli uomini del colonnello Francesco Greco hanno sequestrato 40 scatoloni di carte in Regione e altre nel Castello astigiano di Costigliole D'Asti, una delle sedi del Premio, altre ancora in una società di Bologna.
Tutto questo mentre la governatrice Mercedes Bresso annunciava una costituzione di parte civile, se le accuse arriveranno a un processo, e i finanzieri perquisivano le abitazione di due nuovi indagati, uno dei quali è il fratello, Angelo Soria, funzionario regionale nel settore delle comunicazioni (l'altro è un imprenditore). La procura di Giancarlo Caselli indaga anche sulla recente cena a casa Soria: giornalisti, politici e un imprenditore del vino. A lui il professore avrebbe chiesto, non si sa a che titolo, un milione e 200 mila euro.
Fonte: corriere.it
«Grinzane»: arrestato Angelo Soria.
Concorso in peculato: avrebbe erogato illecitamente 400 mila euro al fratello di Giuliano nella sua veste di funzionario regionale
TORINO - Angelo Soria, fratello di Giuliano, ex presidente del Premio Grinzane Cavour finito in carcere con l'accusa di malversazione e molestie sessuali, è stato arrestato venerdì sera dai militari del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Torino. Angelo Soria, ex responsabile della comunicazione istituzionale della Regione Piemonte e trasferito a un altro incarico dopo l'apertura dell'inchiesta della Procura di Torino, è accusato di concorso in peculato per una cifra di circa 400 mila euro. È stato arrestato nella sua casa di Castiglione d'Asti. Nei suoi confronti è stata disposta dal Gip un'ordinanza di custodia cautelare, su richiesta della Procura della Repubblica.
L'ACCUSA
Secondo l'accusa, agendo nella sua veste di pubblico ufficiale, Angelo Soria si è appropriato di 400 mila euro, precisa la Procura di Torino, «disponendo di tale importo in più soluzioni, adottando undici determinazioni di spesa, senza alcuna ragionevole giustificazione, in favore di private associazioni (Associazione civiltà territori letterari e Associazione Studi Iberici, ndr) che, seppure formalmente presiedute da terze persone, erano in realtà gestite in via esclusiva dal fratello Giuliano che richiedeva le erogazioni patrimoniali che Angelo Soria puntualmente disponeva in suo favore, per iniziative cui in realtà le citate associazioni richiedenti erano del tutto estranee». Contestazioni che fanno riferimento dal novembre 2006 al luglio 2008. La misura cautelare, fanno notare gli inquirenti, si fonda sulla documentazione acquisita presso la Regione Piemonte nonchè su quella sequestrata presso l'Associazione Premio Grinzane Cavour e sulle dichiarazioni acquisite nel corso del procedimento. «Il Gip - conclude la Procura - ha ravvisato la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato e il pericolo di inquinamento probatorio, desumibili entrambi dal ruolo ricoperto dal Soria in seno alla Regione Piemonte». Giuliano Soria, attualmente in carcere, era stato arrestato lo scorso 12 marzo a Torino.
Fonte: corriere.it
TORINO - Angelo Soria, fratello di Giuliano, ex presidente del Premio Grinzane Cavour finito in carcere con l'accusa di malversazione e molestie sessuali, è stato arrestato venerdì sera dai militari del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Torino. Angelo Soria, ex responsabile della comunicazione istituzionale della Regione Piemonte e trasferito a un altro incarico dopo l'apertura dell'inchiesta della Procura di Torino, è accusato di concorso in peculato per una cifra di circa 400 mila euro. È stato arrestato nella sua casa di Castiglione d'Asti. Nei suoi confronti è stata disposta dal Gip un'ordinanza di custodia cautelare, su richiesta della Procura della Repubblica.
L'ACCUSA
Secondo l'accusa, agendo nella sua veste di pubblico ufficiale, Angelo Soria si è appropriato di 400 mila euro, precisa la Procura di Torino, «disponendo di tale importo in più soluzioni, adottando undici determinazioni di spesa, senza alcuna ragionevole giustificazione, in favore di private associazioni (Associazione civiltà territori letterari e Associazione Studi Iberici, ndr) che, seppure formalmente presiedute da terze persone, erano in realtà gestite in via esclusiva dal fratello Giuliano che richiedeva le erogazioni patrimoniali che Angelo Soria puntualmente disponeva in suo favore, per iniziative cui in realtà le citate associazioni richiedenti erano del tutto estranee». Contestazioni che fanno riferimento dal novembre 2006 al luglio 2008. La misura cautelare, fanno notare gli inquirenti, si fonda sulla documentazione acquisita presso la Regione Piemonte nonchè su quella sequestrata presso l'Associazione Premio Grinzane Cavour e sulle dichiarazioni acquisite nel corso del procedimento. «Il Gip - conclude la Procura - ha ravvisato la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato e il pericolo di inquinamento probatorio, desumibili entrambi dal ruolo ricoperto dal Soria in seno alla Regione Piemonte». Giuliano Soria, attualmente in carcere, era stato arrestato lo scorso 12 marzo a Torino.
Fonte: corriere.it
17 apr 2009
Nella “clinica degli orrori” interventi ingiustificati e inutili
MILANO (17 aprile) - L'ex primario del reparto di chirurgia toracica della clinica Santa Rita di Milano, Pier Paolo Brega Massone, «asportava pezzi di tessuto mammario senza motivo, senza alcuna giustificazione clinica» su pazienti anche molto giovani, che avevano patologie benigne per le quali «sarebbe bastata una biopsia con ago».
Lo hanno spiegato due oncologi, consulenti della Procura di Milano, sentiti cone testi nel processo milanese con al centro la casa di cura e i presunti interventi inutili effettuati per gonfiare i rimborsi. I consulenti Paolo Squicciarini e Marco Greco, sentiti in relazione ai casi contestati come lesioni gravissime ad alcuni degli 11 imputati, tra cui Brega Massone e il suo aiuto Fabio Presicci, hanno raccontato di una paziente di 18 anni a cui è stata asportata una porzione di seno «senza giustificazione, con un intervento totalmente inutile».
La ragazza il 12 gennaio 2005 venne sottoposta a una quadrantectomia, ossia a un intervento chirurgico di asportazione, malgrado avesse una patologia benigna, un fibroadenoma, un nodulo palpabile che poteva essere accertato «con un agobiopsia o una biopsia con ago aspirato», le quali non prevedeno nemmeno punti di sutura. «A 18 anni nessuna donna può avere un carcinoma», ha chiarito Squicciarini. «È sorprendente - ha aggiunto Greco - che si sia fatto un esame, si è avuta risposta negativa e si sia proceduto con l'asportazione di altre parti di tessuto».
I consulenti hanno illustrato anche i casi di donne di età diversa (75 anni, 42 anni, 38 anni), tutte sottoposte a intervento chirurgico con anestesia generale con conseguente asportazione anche di parti di tessuto di 8 centimetri, nonostante avessero cisti o noduli benigni che potevano essere «facilmente enucleate con semplici incisioni». «La quadrantectomia - hanno concluso i consulenti - si pratica solo per tumori maligni e non per patologie estremamente comuni».
Fonte: ilmessaggero.it
Lo hanno spiegato due oncologi, consulenti della Procura di Milano, sentiti cone testi nel processo milanese con al centro la casa di cura e i presunti interventi inutili effettuati per gonfiare i rimborsi. I consulenti Paolo Squicciarini e Marco Greco, sentiti in relazione ai casi contestati come lesioni gravissime ad alcuni degli 11 imputati, tra cui Brega Massone e il suo aiuto Fabio Presicci, hanno raccontato di una paziente di 18 anni a cui è stata asportata una porzione di seno «senza giustificazione, con un intervento totalmente inutile».
La ragazza il 12 gennaio 2005 venne sottoposta a una quadrantectomia, ossia a un intervento chirurgico di asportazione, malgrado avesse una patologia benigna, un fibroadenoma, un nodulo palpabile che poteva essere accertato «con un agobiopsia o una biopsia con ago aspirato», le quali non prevedeno nemmeno punti di sutura. «A 18 anni nessuna donna può avere un carcinoma», ha chiarito Squicciarini. «È sorprendente - ha aggiunto Greco - che si sia fatto un esame, si è avuta risposta negativa e si sia proceduto con l'asportazione di altre parti di tessuto».
I consulenti hanno illustrato anche i casi di donne di età diversa (75 anni, 42 anni, 38 anni), tutte sottoposte a intervento chirurgico con anestesia generale con conseguente asportazione anche di parti di tessuto di 8 centimetri, nonostante avessero cisti o noduli benigni che potevano essere «facilmente enucleate con semplici incisioni». «La quadrantectomia - hanno concluso i consulenti - si pratica solo per tumori maligni e non per patologie estremamente comuni».
Fonte: ilmessaggero.it
16 apr 2009
La villa al Palatino a equo canone
L’archeologo Abita sopra il museo accanto alla Domus di Augusto.
È in pensione dal 2005
L’ex soprintendente La Regina: un mio diritto. Il sottosegretario Giro: vada via
ROMA — Tutt’intorno è il Palatino, storia millenaria piena ancora di misteri, con i fantasmi di imperatori e congiurati, con ciò che resta del pittore Fabullus o di Robirius l’architetto. Ai turisti anglosassoni le guide spiegano che «palace» è parola nata qui, informazione destinata a creare gran brusio e stupore. Poi, dopo le 18.15, i visitatori lasciano la Domus di Augusto, da poco riaperta, o le capanne di Romolo e sciamano a valle, i custodi chiudono l’Antiquarium, restano solo quelle luci, al secondo piano sopra il museo. Lì con la moglie Olga abita l’ex soprintendente archeologico di Roma, il professore Adriano La Regina.
Una camera, un soggiorno, un corridoio, cucina, bagno e servizi, insomma 130 metri quadri a equo canone sul sommo colle da poco diventati un tappeto di carboni ardenti per lo studioso pensionato nel 2005. Sistemazione di grande effetto, sullo skyline del gran colle della Roma più antica: senz’altro un privilegio che ora, sull’onda delle polemiche nate sull’emergenza nei beni culturali, è stata contestata apertamente dal sottosegretario Francesco Giro. «La Regina? Prima di parlare lasci l’appartamento che occupa senza titolo...», ha detto Giro aprendo un contenzioso con l’archeologo noto come «Signornò » e gran censore di ogni intervento stonato dell’amministrazione, dal 2005 sostituito dal nuovo soprintendente Angelo Bottini. La bacchettata è stata accolta con deciso malumore: «Ecco, per tapparmi la bocca, non si rinuncia alle offese... », ha replicato La Regina.
Aggiungendo: «Certo che me ne vado. E, se ce la faccio, prima della scadenza del contratto a fine anno. Alla mia nuova casa a Porta Latina, che ho ristrutturato con lavori in economia, mancano solo alcune opere di falegnameria...». Sono abbassate le persiane della casa sull’insigne colle, al secondo piano dell’Antiquarium. Il «professore» è sotto attacco. Dopo 29 anni a capo della sovrintendenza della capitale non si aspettava la reprimenda. Spiega: «Questa casa è stata abitata già da altri sovrintendenti. Io l’ho solo ridotta in superficie facendo acquisire più spazio alla biblioteca sul Palatino, allestita nel resto del secondo piano. Nel 2004, alla vigilia della scadenza dei limiti di età, ho comprato una casa a Porta Latina. Poi è uscita la legge che consentiva di essere trattenuti in servizio e il ministro Urbani prima mi prorogò l’incarico; poi a inizio 2005 decise di revocarlo, sostituendomi con Angelo Bottini. Ho accolto il mio successore accompagnandolo prima in ufficio e poi nell’appartamento. "Lo vuoi tu?", gli chiesi: "in tal caso me ne vado via subito", aggiunsi. Ma Bottini: "No, vado io in un altro alloggio mai utilizzato a Palazzo Altemps". E così è stato. Del resto io avevo un contratto fino al 31 dicembre 2009. E poi, in quel momento, avrei potuto perfino fare ricorso contro la proroga del ministro...».
La sera La Regina, reduce dalle lezioni di etruscologia alla Sapienza, lascia l’auto nel convento di San Bonaventura. E poi fa a piedi i duecento metri che lo separano dall’appartamento. Vicino c’è un cartello che ricorda il «Triclinium Iovis», dove racconta lo storico Cassio Dione l’imperatore Domiziano organizzava cene da brivido, facendo trovare ai commensali lapidi personalizzate, salvo lasciarli andare via incolumi alla fine della serata trascorsa nell’angoscia. «Questo è ovviamente un posto anche bello», ammette La Regina. «Ma sapete perché ce l’hanno con me? Solo perché ho protestato contro il commissariamento fasullo della Roma archeologica». Andiamo, e l’affitto della casa? Davvero solo cinquecento euro al mese? «Pago l’equo canone stabilito a suo tempo dall’amministrazione, più tutte le rivalutazioni annuali... ». Parole che al tramonto si perdono tra la Domus Flavia e il tempio di Apollo Aziaco.
Fonte: corriere.it
È in pensione dal 2005
L’ex soprintendente La Regina: un mio diritto. Il sottosegretario Giro: vada via
ROMA — Tutt’intorno è il Palatino, storia millenaria piena ancora di misteri, con i fantasmi di imperatori e congiurati, con ciò che resta del pittore Fabullus o di Robirius l’architetto. Ai turisti anglosassoni le guide spiegano che «palace» è parola nata qui, informazione destinata a creare gran brusio e stupore. Poi, dopo le 18.15, i visitatori lasciano la Domus di Augusto, da poco riaperta, o le capanne di Romolo e sciamano a valle, i custodi chiudono l’Antiquarium, restano solo quelle luci, al secondo piano sopra il museo. Lì con la moglie Olga abita l’ex soprintendente archeologico di Roma, il professore Adriano La Regina.
Una camera, un soggiorno, un corridoio, cucina, bagno e servizi, insomma 130 metri quadri a equo canone sul sommo colle da poco diventati un tappeto di carboni ardenti per lo studioso pensionato nel 2005. Sistemazione di grande effetto, sullo skyline del gran colle della Roma più antica: senz’altro un privilegio che ora, sull’onda delle polemiche nate sull’emergenza nei beni culturali, è stata contestata apertamente dal sottosegretario Francesco Giro. «La Regina? Prima di parlare lasci l’appartamento che occupa senza titolo...», ha detto Giro aprendo un contenzioso con l’archeologo noto come «Signornò » e gran censore di ogni intervento stonato dell’amministrazione, dal 2005 sostituito dal nuovo soprintendente Angelo Bottini. La bacchettata è stata accolta con deciso malumore: «Ecco, per tapparmi la bocca, non si rinuncia alle offese... », ha replicato La Regina.
Aggiungendo: «Certo che me ne vado. E, se ce la faccio, prima della scadenza del contratto a fine anno. Alla mia nuova casa a Porta Latina, che ho ristrutturato con lavori in economia, mancano solo alcune opere di falegnameria...». Sono abbassate le persiane della casa sull’insigne colle, al secondo piano dell’Antiquarium. Il «professore» è sotto attacco. Dopo 29 anni a capo della sovrintendenza della capitale non si aspettava la reprimenda. Spiega: «Questa casa è stata abitata già da altri sovrintendenti. Io l’ho solo ridotta in superficie facendo acquisire più spazio alla biblioteca sul Palatino, allestita nel resto del secondo piano. Nel 2004, alla vigilia della scadenza dei limiti di età, ho comprato una casa a Porta Latina. Poi è uscita la legge che consentiva di essere trattenuti in servizio e il ministro Urbani prima mi prorogò l’incarico; poi a inizio 2005 decise di revocarlo, sostituendomi con Angelo Bottini. Ho accolto il mio successore accompagnandolo prima in ufficio e poi nell’appartamento. "Lo vuoi tu?", gli chiesi: "in tal caso me ne vado via subito", aggiunsi. Ma Bottini: "No, vado io in un altro alloggio mai utilizzato a Palazzo Altemps". E così è stato. Del resto io avevo un contratto fino al 31 dicembre 2009. E poi, in quel momento, avrei potuto perfino fare ricorso contro la proroga del ministro...».
La sera La Regina, reduce dalle lezioni di etruscologia alla Sapienza, lascia l’auto nel convento di San Bonaventura. E poi fa a piedi i duecento metri che lo separano dall’appartamento. Vicino c’è un cartello che ricorda il «Triclinium Iovis», dove racconta lo storico Cassio Dione l’imperatore Domiziano organizzava cene da brivido, facendo trovare ai commensali lapidi personalizzate, salvo lasciarli andare via incolumi alla fine della serata trascorsa nell’angoscia. «Questo è ovviamente un posto anche bello», ammette La Regina. «Ma sapete perché ce l’hanno con me? Solo perché ho protestato contro il commissariamento fasullo della Roma archeologica». Andiamo, e l’affitto della casa? Davvero solo cinquecento euro al mese? «Pago l’equo canone stabilito a suo tempo dall’amministrazione, più tutte le rivalutazioni annuali... ». Parole che al tramonto si perdono tra la Domus Flavia e il tempio di Apollo Aziaco.
Fonte: corriere.it
15 apr 2009
Bari, il giudice non deposita la sentenza: scarcerati 21 presunti mafiosi e trafficanti
Un'altra trentina di imputati, con pene superiori ai 10 anni, sarà scarcerata ad ottobre
Il gup Anna De Palo in 15 mesi non è riuscita a depositare le motivazioni della sentenza di primo grado
BARI - Sono 21 i presunti mafiosi e trafficanti di droga - otto detenuti in carcere, 13 ai domiciliari - che sono stati scarcerati mercoledì per il mancato deposito delle motivazioni della sentenza di primo grado da parte del Tribunale di Bari. Un'altra trentina di imputati, condannati a pene superiori ai dieci anni, sarà scarcerata nell'ottobre prossimo.
IL DISPOSITIVO - Si tratta di alcuni dei 160 imputati del maxiprocesso «Eclissi» nei confronti del potente clan mafioso barese degli Strisciuglio, egemone nel capoluogo pugliese e in comuni della provincia. Nei confronti degli imputati che tornano in libertà sono infatti scaduti i «termini di fase» che decorrono dalla data di lettura del dispositivo di sentenza all'avvio del processo di secondo grado. Il processo di primo grado, celebrato con rito abbreviato, si è concluso il 16 gennaio 2008 con la condanna di quasi tutti i 160 imputati da parte del gup del Tribunale di Bari Rosa Anna De Palo. Proprio De Palo, che da qualche mese è presidente del Tribunale per i minorenni di Bari, in questi 15 mesi non è riuscita a depositare le motivazioni della sentenza di primo grado, il cui dispositivo è composto da 62 pagine. Per questo motivo mercoledì sono stati scarcerati i primi 21 imputati. Questi fatti hanno indotto la Dda ad allertare le forze di polizia.
Fonte: corriere.it
Il gup Anna De Palo in 15 mesi non è riuscita a depositare le motivazioni della sentenza di primo grado
BARI - Sono 21 i presunti mafiosi e trafficanti di droga - otto detenuti in carcere, 13 ai domiciliari - che sono stati scarcerati mercoledì per il mancato deposito delle motivazioni della sentenza di primo grado da parte del Tribunale di Bari. Un'altra trentina di imputati, condannati a pene superiori ai dieci anni, sarà scarcerata nell'ottobre prossimo.
IL DISPOSITIVO - Si tratta di alcuni dei 160 imputati del maxiprocesso «Eclissi» nei confronti del potente clan mafioso barese degli Strisciuglio, egemone nel capoluogo pugliese e in comuni della provincia. Nei confronti degli imputati che tornano in libertà sono infatti scaduti i «termini di fase» che decorrono dalla data di lettura del dispositivo di sentenza all'avvio del processo di secondo grado. Il processo di primo grado, celebrato con rito abbreviato, si è concluso il 16 gennaio 2008 con la condanna di quasi tutti i 160 imputati da parte del gup del Tribunale di Bari Rosa Anna De Palo. Proprio De Palo, che da qualche mese è presidente del Tribunale per i minorenni di Bari, in questi 15 mesi non è riuscita a depositare le motivazioni della sentenza di primo grado, il cui dispositivo è composto da 62 pagine. Per questo motivo mercoledì sono stati scarcerati i primi 21 imputati. Questi fatti hanno indotto la Dda ad allertare le forze di polizia.
Fonte: corriere.it
9 apr 2009
Coca nel bagaglio: arrestata segretaria Lega Nord
E`una dipendente del Parlamento italiano una delle due persone arrestate, lo scorso due aprile a Lugano, con otto chili di cocaina in valigia. Insolito sequestro, quello avvenuto il 2 Si tratta, infatti, della segretaria del gruppo parlamentare della Lega Nord a Roma. Insieme a lei, lo ricordiamo, è stato arrestato anche un uomo. Entrambi provenivano dal Brasile.
Le Guardie di confine hanno scovato lo stupefacente stipato in alcune vaschette di alimenti. Non è chiaro se la droga fosse destinata al mercato ticinese, oppure se dovesse rientrare in Italia passando per lo scalo luganese, dove forse la coppia – di 40 e 50anni – sperava in controlli meno severi. In ogni caso, i due non avrebbero mai avuto alcun legame col Ticino.
Fonte: rsi.ch
Le Guardie di confine hanno scovato lo stupefacente stipato in alcune vaschette di alimenti. Non è chiaro se la droga fosse destinata al mercato ticinese, oppure se dovesse rientrare in Italia passando per lo scalo luganese, dove forse la coppia – di 40 e 50anni – sperava in controlli meno severi. In ogni caso, i due non avrebbero mai avuto alcun legame col Ticino.
Fonte: rsi.ch
3 apr 2009
Portaborse, 6 su 10 in «nero». Fini e Schifani: prassi inaccettabile.
L’Italia non imita l’Europa
Disattesi gli impegni presi nella scorsa legislatura. Il presidente del Senato giura: soluzione in arrivo
Evidenziare tutto, copiare, incollare. Ecco cosa dovrebbero fare, Camera e Senato, per dare una prova di serietà sui portaborse: prendere le nuove regole dell'Ue e adottarle uguali identiche. L'immagine offerta ancora una volta in questi giorni, con centinaia di assistenti sottopagati che lavorano in nero dentro i «templi della democrazia », infatti, non fa onore ai nostri rappresentanti. I quali, in questa faccenda, sono recidivi.
Ricordate cosa assicuravano le notizie di agenzia del 13 marzo 2007, dopo lo scoppio dello scandalo dovuto ai servizi delle «Iene» che avevano dimostrato come dei 683 collaboratori accreditati alla Camera solo 54 avessero un contratto regolare? Testuale: «La Presidenza della Camera ha approvato stamattina la delibera che mette fine all’anarchica situazione dei collaboratori parlamentari. L’impegno a sanare i numerosi casi dei 'portaborse in nero' era stato preso dai presidenti delle due Camere, Fausto Bertinotti e Franco Marini». Tutto già fatto, pareva: «I deputati hanno due mesi di tempo per conformarsi alla nuova procedura: dovranno, cioè, consegnare una copia del contratto stipulato e approvato da un consulente del lavoro. Il contratto potrà essere stipulato anche con quei collaboratori che abbiano già un rapporto di lavoro con un soggetto terzo legato a sua volta al deputato, al partito o al gruppo parlamentare di riferimento».
Chiacchiere. Promesse fatte per guadagnare tempo aspettando che l’indignazione dei cittadini si placasse. Esattamente come era già successo con l’intimazione ai deputati di due anni prima: «I rapporti di collaborazione a titolo oneroso dovranno essere attestati, al momento della richiesta di accredito, mediante la consegna agli uffici di copia del relativo contratto». Pochi mesi e come previsto, nel luglio 2007, arrivò infatti l’aggiustatina: oltre a quelli con regolare contratto avrebbero potuto avere il tesserino di accesso ai palazzi della politica anche «persone che svolgano attività di tirocinio formativo» e poi «soggetti titolari di reddito da pensione» e poi «dipendenti di enti pubblici o privati che dichiarino di svolgere attività di collaborazione a titolo non oneroso in favore del deputato... ». Insomma: tutti.
Il servizio di Marco Occhipinti e Filippo Roma per il programma di Italia Uno è sferzante. Spiega che certo, ci sono diverse eccezioni. Come quella dell’assistente di Santo Versace, che si chiama Massimo Migliosi e dice che sì, è vero, lui è in regola: «Ma sono uno dei pochi». E gli altri? La maggior parte lavora in nero. Guadagnando dai tre ai settecento euro. Su 516 portaborse accreditati, solo 194 hanno un contratto e quindi uno stipendio Gli altri 322, cioè il 62 %, non hanno un contratto e quindi niente stipendio.
Proprio come due anni fa. Quando, per esempio, il nazional- alleato Carlo Ciccioli spiegava romanescamente: «La politica ha dei grossi costi. Quindi ognuno s’arangia ». Cioè? Rispose che lui «s’arangiava» allungando ai collaboratori qualche bigliettone: «Quattro o cinquecento euro ar mese pe’ fa ’na cosa. Quattro o cinquecento pe’ fanne ’n’antra... ». Eppure, in aggiunta all’indennità e a tutte le altre voci, i parlamentari prendono ogni mese 4.678 euro al Senato e 4.190 alla Camera proprio perché paghino dignitosamente i collaboratori. Il guaio è che, di fatto, nessuno chiede loro di dimostrare che girano effettivamente quei soldi agli assistenti. Tanto che il senatore di An Antonio Paravia, avendo chiesto lumi al segretario generale di Palazzo Madama Antonio Malaschini, si era visto rispondere che «il contributo per il supporto di attività e compiti degli onorevoli senatori connessi con lo svolgimento del mandato parlamentare, erogato mensilmente, non ha alcun vincolo di destinazione rispetto a eventuali prestazioni lavorative rese da terzi o a possibili configurazioni contrattuali». Traduzione: la scelta di come comportarsi spettava solo al parlamentare.
Le cose, da allora, sono rimaste sostanzialmente intatte. L’unica vera differenza è che questa volta, quando si sono trovati sotto il naso il microfono delle «Iene» (che mandano in onda le interviste stasera) i presidenti della Camera e del Senato hanno almeno evitato di manifestare lo stupore che due anni fa mostrò Fausto Bertinotti dicendo: «Non lo sapevo». Loro sì, ammettono di saper bene qual è l’andazzo. Gianfranco Fini, dopo aver riconosciuto che «da un punto di vista morale è un comportamento poco onorevole, una formula molto diplomatica per dire che è un comportamento inaccettabile», dice che occorre «verificare che chi entra alla Camera, dichiarando di essere collaboratore di quel tal deputato, abbia un contratto di lavoro» perché «non devono esserci volontari. O meglio... in molti casi il volontario è un lavoratore in nero e questo è inaccettabile». Quanto a Renato Schifani, giura che proprio «in questi giorni» stanno «discutendo in commissione» una legge da far approvare in commissione «senza che passi dall’aula, quindi in tempi molto brevi», per regolamentare la faccenda «una volta per tutte». Magari introducendo un «albo» dei portaborse e imponendo finalmente un «contratto di tempo determinato e di lavoro subordinato» con «diritti e doveri e funzioni» e «regole contrattuali», limiti di orario, retribuzione minima e massima...
Auguri. Manca però, pare di capire, un punto centrale. Quello adottato dall’Europa. Dopo varie polemiche, come sui casi di Giles Chichester (il capogruppo dei conservatori inglesi costretto a dimettersi perché aveva trovato il modo di passare i soldi a una società di parenti) o di Umberto Bossi (che aveva fatto assumere da due eurodeputati leghisti suo fratello Franco e suo figlio Riccardo), l’Europarlamento ha infatti deciso di svoltare. E se già il sistema era più rigido che in Italia visto che l’europarlamentare doveva presentare le pezze d’appoggio (tipo un contratto di assunzione o di consulenza) per avere i soldi destinati agli assistenti, da giugno sarà ancora più difficile da aggirare.
Il parlamento Ue riconosce che chi viene eletto a Strasburgo ha diritto a scegliersi dei collaboratori di fiducia. Non sempre il deputato sa le lingue, non sempre è padrone dei regolamenti d’aula, non sempre conosce le diverse materie. Ed è giusto che si porti dietro qualcuno di cui si fida. Di più: l’Europa, sapendo quanto sono costosi i viaggi e gli affitti a Strasburgo e tutto il resto, è generosa. E arriva a dare 17 mila euro al mese (uno sproposito, se fossero dati a Roma) per lo staff di ogni deputato. Ma, ecco il nodo, il parlamentare quei soldi non li vedrà più neanche in transito. Le persone di fiducia da assumere con un contratto a tempo legato al mandato dell’eurodeputato dovranno avere la laurea (o almeno il diploma e una buona esperienza), verranno inquadrate con stipendi stabiliti in base a 19 diversi livelli di professionalità. Ma soprattutto saranno pagate direttamente dal Parlamento. Risultato, per il parlamentare rispettoso delle regole non cambierà nulla ma quello furbo non potrà più giocare: i soldi per i collaboratori devono andare ai collaboratori.
Sono anni che gli assistenti parlamentari italiani chiedono esattamente questo. E su questo si vedrebbe davvero una svolta anche a Roma. Ma quanti, al di là delle parole, vorrebbero davvero darsi queste regole europee rinunciando a quella voce che di fatto, per tanti, è vista come un benefit in più in busta paga?
Fonte: corriere.it
Disattesi gli impegni presi nella scorsa legislatura. Il presidente del Senato giura: soluzione in arrivo
Evidenziare tutto, copiare, incollare. Ecco cosa dovrebbero fare, Camera e Senato, per dare una prova di serietà sui portaborse: prendere le nuove regole dell'Ue e adottarle uguali identiche. L'immagine offerta ancora una volta in questi giorni, con centinaia di assistenti sottopagati che lavorano in nero dentro i «templi della democrazia », infatti, non fa onore ai nostri rappresentanti. I quali, in questa faccenda, sono recidivi.
Ricordate cosa assicuravano le notizie di agenzia del 13 marzo 2007, dopo lo scoppio dello scandalo dovuto ai servizi delle «Iene» che avevano dimostrato come dei 683 collaboratori accreditati alla Camera solo 54 avessero un contratto regolare? Testuale: «La Presidenza della Camera ha approvato stamattina la delibera che mette fine all’anarchica situazione dei collaboratori parlamentari. L’impegno a sanare i numerosi casi dei 'portaborse in nero' era stato preso dai presidenti delle due Camere, Fausto Bertinotti e Franco Marini». Tutto già fatto, pareva: «I deputati hanno due mesi di tempo per conformarsi alla nuova procedura: dovranno, cioè, consegnare una copia del contratto stipulato e approvato da un consulente del lavoro. Il contratto potrà essere stipulato anche con quei collaboratori che abbiano già un rapporto di lavoro con un soggetto terzo legato a sua volta al deputato, al partito o al gruppo parlamentare di riferimento».
Chiacchiere. Promesse fatte per guadagnare tempo aspettando che l’indignazione dei cittadini si placasse. Esattamente come era già successo con l’intimazione ai deputati di due anni prima: «I rapporti di collaborazione a titolo oneroso dovranno essere attestati, al momento della richiesta di accredito, mediante la consegna agli uffici di copia del relativo contratto». Pochi mesi e come previsto, nel luglio 2007, arrivò infatti l’aggiustatina: oltre a quelli con regolare contratto avrebbero potuto avere il tesserino di accesso ai palazzi della politica anche «persone che svolgano attività di tirocinio formativo» e poi «soggetti titolari di reddito da pensione» e poi «dipendenti di enti pubblici o privati che dichiarino di svolgere attività di collaborazione a titolo non oneroso in favore del deputato... ». Insomma: tutti.
Il servizio di Marco Occhipinti e Filippo Roma per il programma di Italia Uno è sferzante. Spiega che certo, ci sono diverse eccezioni. Come quella dell’assistente di Santo Versace, che si chiama Massimo Migliosi e dice che sì, è vero, lui è in regola: «Ma sono uno dei pochi». E gli altri? La maggior parte lavora in nero. Guadagnando dai tre ai settecento euro. Su 516 portaborse accreditati, solo 194 hanno un contratto e quindi uno stipendio Gli altri 322, cioè il 62 %, non hanno un contratto e quindi niente stipendio.
Proprio come due anni fa. Quando, per esempio, il nazional- alleato Carlo Ciccioli spiegava romanescamente: «La politica ha dei grossi costi. Quindi ognuno s’arangia ». Cioè? Rispose che lui «s’arangiava» allungando ai collaboratori qualche bigliettone: «Quattro o cinquecento euro ar mese pe’ fa ’na cosa. Quattro o cinquecento pe’ fanne ’n’antra... ». Eppure, in aggiunta all’indennità e a tutte le altre voci, i parlamentari prendono ogni mese 4.678 euro al Senato e 4.190 alla Camera proprio perché paghino dignitosamente i collaboratori. Il guaio è che, di fatto, nessuno chiede loro di dimostrare che girano effettivamente quei soldi agli assistenti. Tanto che il senatore di An Antonio Paravia, avendo chiesto lumi al segretario generale di Palazzo Madama Antonio Malaschini, si era visto rispondere che «il contributo per il supporto di attività e compiti degli onorevoli senatori connessi con lo svolgimento del mandato parlamentare, erogato mensilmente, non ha alcun vincolo di destinazione rispetto a eventuali prestazioni lavorative rese da terzi o a possibili configurazioni contrattuali». Traduzione: la scelta di come comportarsi spettava solo al parlamentare.
Le cose, da allora, sono rimaste sostanzialmente intatte. L’unica vera differenza è che questa volta, quando si sono trovati sotto il naso il microfono delle «Iene» (che mandano in onda le interviste stasera) i presidenti della Camera e del Senato hanno almeno evitato di manifestare lo stupore che due anni fa mostrò Fausto Bertinotti dicendo: «Non lo sapevo». Loro sì, ammettono di saper bene qual è l’andazzo. Gianfranco Fini, dopo aver riconosciuto che «da un punto di vista morale è un comportamento poco onorevole, una formula molto diplomatica per dire che è un comportamento inaccettabile», dice che occorre «verificare che chi entra alla Camera, dichiarando di essere collaboratore di quel tal deputato, abbia un contratto di lavoro» perché «non devono esserci volontari. O meglio... in molti casi il volontario è un lavoratore in nero e questo è inaccettabile». Quanto a Renato Schifani, giura che proprio «in questi giorni» stanno «discutendo in commissione» una legge da far approvare in commissione «senza che passi dall’aula, quindi in tempi molto brevi», per regolamentare la faccenda «una volta per tutte». Magari introducendo un «albo» dei portaborse e imponendo finalmente un «contratto di tempo determinato e di lavoro subordinato» con «diritti e doveri e funzioni» e «regole contrattuali», limiti di orario, retribuzione minima e massima...
Auguri. Manca però, pare di capire, un punto centrale. Quello adottato dall’Europa. Dopo varie polemiche, come sui casi di Giles Chichester (il capogruppo dei conservatori inglesi costretto a dimettersi perché aveva trovato il modo di passare i soldi a una società di parenti) o di Umberto Bossi (che aveva fatto assumere da due eurodeputati leghisti suo fratello Franco e suo figlio Riccardo), l’Europarlamento ha infatti deciso di svoltare. E se già il sistema era più rigido che in Italia visto che l’europarlamentare doveva presentare le pezze d’appoggio (tipo un contratto di assunzione o di consulenza) per avere i soldi destinati agli assistenti, da giugno sarà ancora più difficile da aggirare.
Il parlamento Ue riconosce che chi viene eletto a Strasburgo ha diritto a scegliersi dei collaboratori di fiducia. Non sempre il deputato sa le lingue, non sempre è padrone dei regolamenti d’aula, non sempre conosce le diverse materie. Ed è giusto che si porti dietro qualcuno di cui si fida. Di più: l’Europa, sapendo quanto sono costosi i viaggi e gli affitti a Strasburgo e tutto il resto, è generosa. E arriva a dare 17 mila euro al mese (uno sproposito, se fossero dati a Roma) per lo staff di ogni deputato. Ma, ecco il nodo, il parlamentare quei soldi non li vedrà più neanche in transito. Le persone di fiducia da assumere con un contratto a tempo legato al mandato dell’eurodeputato dovranno avere la laurea (o almeno il diploma e una buona esperienza), verranno inquadrate con stipendi stabiliti in base a 19 diversi livelli di professionalità. Ma soprattutto saranno pagate direttamente dal Parlamento. Risultato, per il parlamentare rispettoso delle regole non cambierà nulla ma quello furbo non potrà più giocare: i soldi per i collaboratori devono andare ai collaboratori.
Sono anni che gli assistenti parlamentari italiani chiedono esattamente questo. E su questo si vedrebbe davvero una svolta anche a Roma. Ma quanti, al di là delle parole, vorrebbero davvero darsi queste regole europee rinunciando a quella voce che di fatto, per tanti, è vista come un benefit in più in busta paga?
Fonte: corriere.it
Ilaria D'Amico: «Chiedo scusa a tutti»
SulLa presenza di Beppe Grillo a Exit
La conduttrice: «Ho sbagliato a riportarlo in tv»
ROMA - «Sono molto rammaricata e desidero scusarmi con tutti gli spettatori, con La7, con l'Editore Telecom Italia Media, con le tutte persone citate e con gli ospiti in studio in relazione a quanto accaduto mercoledì sera in diretta con il comico Beppe Grillo nella trasmissione Exit»: Ilaria D'Amico torna con queste parole su quanto accaduto con Beppe Grillo che ha lasciato il programma improvvisamente. Il comico, prima di andar via, ha svolto un monologo dove ha attaccato tutto e tutti, tralasciando il tema della puntata per cui era venuto, la privatizzazione dell'acqua.
IL MONOLOGO - «Pensavo che la presenza di Beppe Grillo - dice la giornalista - potesse rappresentare un interessante elemento di dibattito su un tema così importante come la privatizzazione dell'acqua, che negli accordi presi con Grillo e nella costruzione del panel degli ospiti in studio, era l'argomento su cui avevamo concordato la sua presenza in diretta». «Il suo intervento invece - prosegue la D'Amico - non solo ha divagato su temi molto diversi, dei quali evidentemente si è assunto la responsabilità, ma non ha lasciato nemmeno spazio al dialogo. La sua assenza dal collegamento prima, il suo repentino abbandono poi, hanno infatti impedito a me qualsiasi interazione e a tutti gli ospiti eventuali repliche. Avevo creduto di poter riportare dopo tanto tempo le posizioni di Grillo all'interno di un confronto televisivo corretto dedicato a tutti i telespettatori, anche a quelli che normalmente non amano la piazza». «Evidentemente - conclude - mi sbagliavo».
Fonte: corriere.it
La conduttrice: «Ho sbagliato a riportarlo in tv»
ROMA - «Sono molto rammaricata e desidero scusarmi con tutti gli spettatori, con La7, con l'Editore Telecom Italia Media, con le tutte persone citate e con gli ospiti in studio in relazione a quanto accaduto mercoledì sera in diretta con il comico Beppe Grillo nella trasmissione Exit»: Ilaria D'Amico torna con queste parole su quanto accaduto con Beppe Grillo che ha lasciato il programma improvvisamente. Il comico, prima di andar via, ha svolto un monologo dove ha attaccato tutto e tutti, tralasciando il tema della puntata per cui era venuto, la privatizzazione dell'acqua.
IL MONOLOGO - «Pensavo che la presenza di Beppe Grillo - dice la giornalista - potesse rappresentare un interessante elemento di dibattito su un tema così importante come la privatizzazione dell'acqua, che negli accordi presi con Grillo e nella costruzione del panel degli ospiti in studio, era l'argomento su cui avevamo concordato la sua presenza in diretta». «Il suo intervento invece - prosegue la D'Amico - non solo ha divagato su temi molto diversi, dei quali evidentemente si è assunto la responsabilità, ma non ha lasciato nemmeno spazio al dialogo. La sua assenza dal collegamento prima, il suo repentino abbandono poi, hanno infatti impedito a me qualsiasi interazione e a tutti gli ospiti eventuali repliche. Avevo creduto di poter riportare dopo tanto tempo le posizioni di Grillo all'interno di un confronto televisivo corretto dedicato a tutti i telespettatori, anche a quelli che normalmente non amano la piazza». «Evidentemente - conclude - mi sbagliavo».
Fonte: corriere.it
2 apr 2009
Consigliere regionale agli arresti: associazione a delinquere.
Roberto Conte di nuovo agli arresti: associazione per delinquere
Con lui fermate altre sei persone: avevano costituito una società fittizia che otteneva contributi regionali
NAPOLI -Arrestato il consigliere regionale Roberto Conte. La Guardia di Finanza di Napoli gli ha notificato, insieme ad altre sei persone, un ordine di custodia cautelare richiesto dal pm Filippo Beatrice. Per i sette l'accusa è di associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata ai danni della Regione Campania. I sette avevano messo su una ditta fasulla che otteneva contributi regionali per attività mai svolte. Conte, ex consigliere della Margherita, era stato espulso dal Pd.
IL PRECEDENTE - Non è la prima volta che il consigliere regionale viene coinvolto in vicende giudiziarie: nel gennaio 2008 fu indagato per concorso esterno in associazione mafiosa; nel 2007 altra indagine per appalti pilotati e tangenti. Conte, secondo l’accusa, avrebbe fornito «un contributo esterno rilevante alla vita e alle attività dell’organizzazione camorristica dei Misso del quartiere Sanità». In particolare «avrebbe stipulato un patto illecito con Misso in forza del quale il sodalizio criminale offriva ampio sostegno in termini economici di mezzi e di persone impegnate per garantire l’ elezione di Conte, esercitando anche la forza intimidatrice e la capacità di controllo del territorio». Conte - in attesa di giudizio - a sua volta si sarebbe impegnato «dopo essere divenuto consigliere regionale a garantire al clan Misso ampi benefici economici consistenti, in particolare nel controllo delle gare per la costruzione di opere pubbliche e di gare per la fornitura di servizio presso strutture pubbliche». Nel 2007 risultò indagato nel corso dell’Operazione Canaglia: indagine che portò all’arresto di 13 persone tra dirigenti, funzionati e dipendenti del Comune di Napoli e del Consiglio regionale della Campania.
BASSOLINO - «Da tempo Pd ha chiesto rimozione di Conte dall'ufficio presidenza. Sulla vicenda ha controllato la Magistratura, cui spetta il compito della legalità. Comunque c'erano già fatti precedenti». Così il presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino ha commentato in diretta a «Insieme sul 2». «Conte è un consigliere - ha ricordato Bassolino- che è stato già espulso dal Partito Democratico. Era stato eletto nei Verdi, poi era passato alla Margherita e quindi al PD, da cui è stato espulso da tempo. Tra l'altro il capogruppo ha richiesto da tempo la sua rimozione dall'ufficio di presidenza».
Fonte: corrieredelmezzogiorno.it
Con lui fermate altre sei persone: avevano costituito una società fittizia che otteneva contributi regionali

NAPOLI -Arrestato il consigliere regionale Roberto Conte. La Guardia di Finanza di Napoli gli ha notificato, insieme ad altre sei persone, un ordine di custodia cautelare richiesto dal pm Filippo Beatrice. Per i sette l'accusa è di associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata ai danni della Regione Campania. I sette avevano messo su una ditta fasulla che otteneva contributi regionali per attività mai svolte. Conte, ex consigliere della Margherita, era stato espulso dal Pd.
IL PRECEDENTE - Non è la prima volta che il consigliere regionale viene coinvolto in vicende giudiziarie: nel gennaio 2008 fu indagato per concorso esterno in associazione mafiosa; nel 2007 altra indagine per appalti pilotati e tangenti. Conte, secondo l’accusa, avrebbe fornito «un contributo esterno rilevante alla vita e alle attività dell’organizzazione camorristica dei Misso del quartiere Sanità». In particolare «avrebbe stipulato un patto illecito con Misso in forza del quale il sodalizio criminale offriva ampio sostegno in termini economici di mezzi e di persone impegnate per garantire l’ elezione di Conte, esercitando anche la forza intimidatrice e la capacità di controllo del territorio». Conte - in attesa di giudizio - a sua volta si sarebbe impegnato «dopo essere divenuto consigliere regionale a garantire al clan Misso ampi benefici economici consistenti, in particolare nel controllo delle gare per la costruzione di opere pubbliche e di gare per la fornitura di servizio presso strutture pubbliche». Nel 2007 risultò indagato nel corso dell’Operazione Canaglia: indagine che portò all’arresto di 13 persone tra dirigenti, funzionati e dipendenti del Comune di Napoli e del Consiglio regionale della Campania.
BASSOLINO - «Da tempo Pd ha chiesto rimozione di Conte dall'ufficio presidenza. Sulla vicenda ha controllato la Magistratura, cui spetta il compito della legalità. Comunque c'erano già fatti precedenti». Così il presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino ha commentato in diretta a «Insieme sul 2». «Conte è un consigliere - ha ricordato Bassolino- che è stato già espulso dal Partito Democratico. Era stato eletto nei Verdi, poi era passato alla Margherita e quindi al PD, da cui è stato espulso da tempo. Tra l'altro il capogruppo ha richiesto da tempo la sua rimozione dall'ufficio di presidenza».
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