26 giu 2009

No Giampi no party

Le ville. Le ragazze. Gli affari. Le mire sulla sanità e sulla Protezione civile. Amici e ascesa di Tarantini. Molto caro a Silvio

Con lui, per telefono, Silvio Berlusconi era particolarmente esplicito. In decine di colloqui, ad ogni ora del giorno e della notte, parlava di cene, politica, feste e di donne. Sì, soprattutto di donne, perché con il trentaquattrenne Giampaolo "Giampi" Tarantini, l'attempato premier non aveva né imbarazzi né segreti. Tanto da arrivare a descrivere nei particolari, dal colore dei capelli fino alle misure delle curve, il tipo di ragazze che voleva fossero invitate a palazzo Grazioli o a villa La Certosa. Le conversazioni diventavano così goliardiche e spesso, dopo le sue serate, il premier si dilungava in commenti su quanto era accaduto la notte precedente.

Telefonate su telefonate. Con Tarantini che annuiva, organizzava viaggi, portava accompagnatrici, hostess e modelle. Incautamente. Perché in qualche occasione, dinanzi al leader del Pdl, stando a quanto "L'espresso" ha verificato, sono persino arrivate donne legate ai clan. Frequentazioni pericolose che espongono il Cavaliere al rischio ricatto da parte della criminalità organizzata.

Sembra un film, ma è il racconto straordinario del Berlusconi segreto, regalato dalle intercettazioni della Guardia di finanza, nell'inchiesta barese sugli appalti sanitari conquistati, secondo l'ipotesi di accusa, a colpi di mazzette dalle aziende di Tarantini. Un'indagine che già l'estate scorsa, dopo le prime settimane di ascolti, è improvvisamente virata su una serie di starlette e di ragazze a pagamento che frequentavano il premier. Niente di sorprendente. Perché l'incensurato Giampi, più volte incappato a Bari, a partire dal 1999, nelle attenzioni della magistratura, è sempre stato un tipo effervescente. E, in fondo, il suo incontro con l'escort Patrizia D'Addario e con "l'utilizzatore finale" Berlusconi pare davvero l'inevitabile epilogo di una vita sopra le righe, a cavallo tra la politica, gli affari e i party da jet set. Eppure, fino a qualche anno fa, su di lui nessuno avrebbe scommesso un centesimo. Nemmeno i carabinieri che ascoltavano le sue telefonate già nel lontano 2002. Per loro all'epoca Giampi era solo un ragazzino della buona borghesia che, rimasto da poco orfano di padre, sembrava destinato a mandare a carte quarantotto il piccolo impero familiare, basato sulla vendita di protesi sanitarie. Troppe feste, troppe ragazze e troppa cocaina tra Bari e Milano per poter pensare che Tarantini potesse avere successo anche nel mondo del lavoro.

Ma Giampi è sveglio, simpatico, e soprattutto cresce accanto agli amici giusti. Due in particolare. Il primo è l'ex onorevole Tato Greco, figlio del senatore di Forza Italia Mario Greco e nipote dei potentissimi Matarrese. Il secondo è Giuseppe Tedesco, all'epoca titolare, come Tarantini, di imprese di forniture sanitarie e figlio di Alberto: già assessore della giunta regionale di Nichi Vendola, oggi indagato per una maxi truffa sanitaria e in procinto di diventare parlamentare del Pd, dopo l'elezione a Strasburgo del deputato Paolo De Castro.
Nel 2005, come "L'espresso" è in grado di rivelare, Greco junior (attraverso la fidanzata) diventa socio occulto dell'amico nella Global System Hospital. Giampi e Tato si sentono per telefono di continuo.
Gli investigatori li ascoltano mentre pianificano strategie, intervengono tramite i loro canali politici (Greco all'epoca era già consigliere regionale) su Asl e policlinici. E quando si tratta di risolvere i problemi più grandi, come quelli con la Casa sollievo della sofferenza, l'ospedale di San Giovanni Rotondo fondato da Padre Pio, non esitano a far intervenire lo zio di Tato, il vescovo di Frascati, Giuseppe Matarrese.

Insomma non deve sorprendere se quattro anni dopo, alle amministrative del 2009, sarà proprio il giovane Greco a candidare in Comune la escort Patrizia, che pagata da Tarantini aveva trascorso una notte col premier. E a presentare alla circoscrizione la sua amica Barbara Montereale, ospite di Berlusconi (come semplice ragazza immagine, dice lei) prima a palazzo Grazioli e poi a villa Certosa. Entrambe entrano in "Puglia prima di tutto", la lista fondata dal ministro Raffaele Fitto, pure lui vecchio conoscente di Tato e di Giampi.

I rampolli sono cresciuti. E Tarantini ha imparato che ingraziandosi i politici gli affari vanno a gonfie vele. Il suo pallino, raccontano oggi a Bari, è quello di infilarsi nel piatto ricco della Protezione civile, un settore in cui le gare di appalto sono poche e i fornitori vengono spesso scelti con procedure d'urgenza direttamente da Palazzo Chigi. In più Giampi vuole fare intermediazione anche con gli enti pubblici. Per questo fonda a Roma, il 20 gennaio scorso, la CG consulting, una srl dall'oggetto sociale amplissimo. Insomma il ragazzo pensa in grande e si trasforma in lobbista.

È nell'estate del 2008 che Tarantini spicca il volo. In Sardegna affitta una villa hollywoodiana, noleggia aerei privati, partecipa a feste e cene importanti: da quelle con Abramovich e Berlusconi a villa Certosa fino agli incontri conviviali sulla barca di uno dei figli di Gheddafi, dove porta con sé un'ottantina di ospiti. Al suo fianco ha sempre soubrette e belle donne: da Manuela Arcuri a Francesca Lana, da Sara Tommasi a Carolina Marconi sino alla popolarissima Belen. Il Cavaliere lo adora, se ne accorgono tutti. E così in molti prendono a contattarlo per ottenere raccomandazioni e incontrare gli uomini che contano. Nei mesi scorsi gli investigatori della Finanza restano a bocca aperta quando ascoltano due alti ufficiali del corpo, in servizio a Roma, che gli chiedono informazioni e favori. Poi ci sono gli imprenditori. Uno di loro, il pugliese Enrico Intini, amministratore di un gruppo da 140 milioni l'anno, considerato molto vicino a Massimo d'Alema, racconterà d'essere andato con Tarantini da Guido Bertolaso, il sottosegretario alla Protezione civile, per proporre la propria azienda.

A ben vedere, comunque, la tecnica che Giampi applica negli affari è sempre la stessa. Oggi usa le donne. Mentre nel 2005, quando si trattava di piazzare protesi e macchinari, si ingraziava medici e primari regalando buoni benzina, viaggi, abbonamenti allo stadio, prestando auto e in qualche caso, secondo gli investigatori, allungando mazzette. Certo allora era un po' pasticcione: le telefonate di un primario che si lamenta perché uno dei due assegni circolari a lui destinati è andato perso, resteranno a lungo negli annali della storia delle inchieste sulle tangenti. Ma il guaio più grosso Giampi lo combina portando le ragazze sbagliate al Cavaliere. Si può capirlo. L'estate sta finendo. Ormai la Sardegna è lontana. E soddisfare le richieste di nuove amiche da parte di Berlusconi non è più come organizzare i party in Costa Smeralda.

Anche per questo a palazzo Grazioli arrivano in autunno Patrizia D'Addario e le sue amiche. Giampi le recluta a Bari senza pensare che, alla lunga, la bionda e bellissima escort potrebbe rivelarsi pericolosa. Ormai dal 2006, l'anno in cui denunciò e fece arrestare il suo sfruttatore, Patrizia ha infatti preso l'abitudine di registrare tutti i suoi incontri. E poi, come racconta lei stessa a "L'espresso", tra le amiche che frequenta e presenta a Tarantini ce ne sono "alcune legate alla malavita". Ragazze che finiranno per vedere anche il premier.

Il rischio dello scandalo diventa insomma altissimo. E appena in città si sparge la voce dell'esistenza di nastri imbarazzanti per il premier, qualcuno svaligia la casa della escort. Patrizia racconta: "Mi hanno svuotato completamente l'appartamento. Hanno portato via tutto: i vestiti, la biancheria intima, il computer, la foto con dedica che Berlusconi mi aveva regalato, e i miei cd. Tutti, compresi quelli che la prima sera mi aveva donato Apicella". Un lavoro da professionisti utile per spaventarla, ma non per far sparire le tracce.

Fonte: espresso.repubblica.it

Baia Domizia, via agli abbattimenti. Subito 10 demolizioni, poi le altre

A partire il 30 giugno verrà smantellata la «favela delle vacanze» di Baia Domizia che comprende 5000 abitazioni

CASERTA — «Gli abbatti­menti cominceranno il 30 giugno». Il dirigente del set­tore Urbanistica della Regio­ne Campania, Bartolomeo Sciannimanica, dopo nume­rosi rinvii, ufficializza final­mente il «D-day» che darà il via alle demolizioni nella «fa­vela delle vacanze» di Baia Domizia. Nei fatti lo start up sarà poco più che simbolico, considerato che ad essere buttate giù saranno solo die­ci delle circa cinquemila abi­tazioni abusive sorte a poche centinaia di metri dal centro della più importante località balneare della provincia, in una vasta area demaniale sot­toposta dal 1985 al vincolo della legge Galasso, che pre­vede l’inedificabilità assoluta ed inibisce ogni modifica del­lo stato dei luoghi.

Ma è comunque un segna­le di inversione di tendenza, rispetto all’assoluta assenza di regole e controlli che in po­co più di 20 anni ha favorito la nascita di una vera e pro­pria cittadella dell’abusivi­smo. Perché lì, a Pantano, in quella vasta piana che prima della bonifica voluta da Mus­solini era interamente rico­perta dalle acque, a partire dalla metà degli anni ’80 è ac­caduto più o meno quello che avveniva nel Far West: la gente arrivava, si sceglieva un pezzo di terra, e fatto il se­gno della croce decideva che lì sarebbe sorta la propria ca­sa per le vacanze. In principio erano solo ca­tapecchie, con la copertura in lamiera o in amianto. Poi, nella più totale assenza di controlli da parte degli enti preposti (il Comune di Cello­le e, in parte quello di Sessa Aurunca), quelle baracche hanno cominciato a trasfor­marsi in edifici in muratura dotati di tutti i comfort: ac­qua corrente, energia elettri­ca, telefono.

Ma se molti «proprietari» non hanno lesi­nato sulle spese per le rifini­ture (numerose le piscine), non altrettanto è avvenuto per le fognature e i pozzi ne­ri. Tutti, o quasi, hanno risol­to il problema allacciando gli scarichi fognari ai canali di bonifica, divenuti ormai vere e proprie fogne a cielo aper­to. E quei canali di scolo stra­colmi di liquami finiscono poi direttamente nel mare. Nel mese di agosto del 2008, Sciannimanica aveva diffida­to i due Comuni territorial­mente competenti — quello di Cellole, nel cui tenimento ricade più del 95% delle abita­zioni abusive, e quello Sessa Aurunca — ad approntare in tempi celeri programmi di de­molizione onde evitare il commissariamento. Dieci mesi dopo Sessa Au­runca ha consegnato il censi­mento di tutti gli immobili concordando l’accettazione della procedura commissaria­le. Mentre Cellole ha chiesto ed ottenuto di poter gestire gli abbattimenti, anche se nel bilancio ha stanziato fon­di sufficienti solo per 25 edifi­ci. Intanto a Pantano si conti­nua a costruire. E nei giorni scorsi si notavano diversi cantieri in corso.

Fonte: corrieredelmezzogiorno.it

24 giu 2009

Coca nei locali di Firenze. Revoca della licenza per la discoteca Full up e i locali Colle Bereto e Peperoncino.

Coca nei locali di Firenze
«Revoca della licenza per 3», poichè sono venuti meno i requisiti giuridici e morali richiesti a proprietari e gestori di attività di pubblico esercizio

La questura di Firenze ha chiesto al prefetto la revoca della licenza per tre dei quattro locali fiorentini interessati dall’inchiesta antidroga della squadra mobile che ieri ha portato all’arresto di 28 persone (38 gli indagati in totale) coinvolte in un vasto giro di spaccio di cocaina destinato a giovani della cosiddetta «Firenze bene». La revoca è stata chiesta per la discoteca Full up e i locali Colle Bereto e Peperoncino poichè sono venuti meno, è stato spiegato dalla polizia amministrativa, i requisiti giuridici e morali richiesti a proprietari e gestori di attività di pubblico esercizio. Tra gli indagati, infatti, ci sono i proprietari dei locali che secondo le indagini avrebbero agevolato la diffusione e il consumo di coca tra i clienti, in particolare professionisti e giovani appartenenti a ceti agiati. Per un quarto locale, la discoteca Yab Yum, è stata invece chiesta la sospensione della licenza poichè non tutti i soci sono risultati coinvolti nell’inchiesta.

FONTANI ANCORA LATITANTE - La proposta della questura per la revoca e la sospensione delle licenze dei titolari dei locali, sequestrati nell’ambito dell’operazione antidroga, rientra nella consueta attività di verifica sui locali notturni della polizia amministrativa che di recente ha portato, per altri locali, alla denuncia di decine di persone per esercizio illegale dell’attività di vigilanza privata all’interno dei locali notturni (la cosiddetta inchiesta sui buttafuorì) e a periodici controlli per la verifica delle disposizioni di vendita di bevande alcoliche nel 2008 e finora nel 2009. Sempre riguardo all’operazione «Notti bianche» il dirigente della polizia amministrativa Sergio Vannini ha spiegato che negli ultimi mesi i controlli ai quattro locali sequestrati erano stati ridotti, limitandoli ad accertamenti di routine, proprio per la concomitanza delle indagini della squadra mobile. Un modo, è stato evidenziato, per non insospettire gli indagati. Intanto, tra i destinatari di misure cautelari, rimane ancora irreperibile Emiliano Fontani (a sx nella foto), 35 anni, titolare e gestore dei locali Colle Bereto e Full up, per il quale è stato disposto l’arresto in carcere e che la polizia sta cercando. Sulla vicenda proseguono comunque le indagini della squadra mobile. Gli investigatori devono ancora visionare alcuni filmati più materiale fotografico di vario tipo che mostra scene di spaccio e consumo di cocaina nei locali.

VERBALI E TESTIMONI - I verbali sono fondamentali. Perché l’inchiesta della squadra mobile, coordinata dal sostituto procuratore Luigi Bocciolini e dal procuratore capo Giuseppe Quattrocchi, viene disegnata nei minimi particolari. E procede spedita, talmente spedita che ieri mattina — durante le perquisizioni — è spuntata una prima fondamentale conferma dell’ipotesi accusatoria. Un architetto fiorentino, che non è tra gli indagati, ha infatti confermato agli investigatori della squadra mobile che la cocaina veniva venduta e consumata nei locali sotto sequestro. Le «sommarie informazioni» del professionista fiorentino saranno fondamentali quando si arriverà a processo. Due pagine per ripetere sempre lo stesso concetto: «Ho consumato cocaina all’interno de­gli uffici e dei bagni dello Yab, del Full Up, del Colle Bereto e del Pepe­roncino. La droga la compravamo direttamente dai pusher all’inter­no dei locali». Il racconto dell’archi­tetto è preciso: i poliziotti gli mo­strano alcuni fascicoli fotografici e lui indica di aver «pippato» assie­me ad alcuni degli indagati. E speci­fica: «Per una dose ho pagato 70 eu­ro ». Questo verbale si va ad aggiun­gere a quelli che sono invece conte­nuti nell’ordinanza di custodia cau­telare emessa dal gip Erminia Ba­gnoli. Racconti che descrivono molto bene alcune notti di una cer­ta «movida» fiorentina, compresa quella che rientra nel capitolo «Spaccio ed uso personale di droga nell’abitazione di Fontani Emilia­no ».

NIGHT GHIBELLINA - Una casa che qualcuno chia­mava «Night Ghibellina». Una ragazza viene sentita dalla sezione narcotici della squadra mo­bile, l’articolazione diretta dal vice­questore aggiunto Alfonso Di Mar­tino. È il 2 febbraio dello scorso an­no e la ragazza, molto avvenente, racconta: «Ricordo che durante l’estate del 2007, all’inizio della bel­la stagione, un mio amico invitò una mia amica a casa di Emiliano (Fontani per gli inquirenti, ndr), che era interessato a lei. Ci andai anche io, perché eravamo in mac­china assieme». Le ragazze arriva­no, entrano e la scena è semplice: «Ricordo che su di un tavolino del salotto, Carlo (Falzetti, finito in car­cere, ndr) preparò alcune strisce di cocaina che consumammo tutti as­sieme. Preciso che quella fu per me la prima volta che consumavo dro­ga. Preciso che poco dopo siamo andate via: dovevo rientrare a ca­sa ». E ancora: «So che Emiliano, a casa sua, organizza spesso dei ‘‘fe­stini’’. Ma io in quella casa non ci sono più tornata». La solita ragazza racconta, in un altro verbale, come funzionasse an­che lo spaccio di cocaina all’inter­no di uno dei locali, il Full Up. «Una sera mi trovavo in compa­gnia di alcune persone all’interno della discoteca: volevamo fare una ‘‘sniffata’’. Non sapendo a chi rivol­gerci, chiesi a Carlo Falzetti. Mi dis­se di andare verso il bancone del bar del privè: ci sarebbe stato un nordafricano che mi avrebbe potu­to soddisfare. Lo trovai e gli chiesi se mi poteva vendere della cocai­na ».

COME FUNZIONAVA - Contrattano poco perché, spie­ga sempre la ragazza, «lui mi chie­se chi mi aveva mandato. Risposi Carlo e lui mi disse che andava be­ne ». Furono gli amici della ragazza ad acquistare la cocaina. Poi «uscimmo dal privè ed entrammo in un bagno riservato al personale, dove fu consumata». Allo Yab fun­zionava alla stessa maniera: un ra­gazzo, trovato in possesso di cocai­na, racconta alla polizia nel marzo dello scorso anno che «sei mesi ad­dietro feci uso di cocaina nei bagni della discoteca». Uno dei principali imputati, per quanto riguarda lo Yab, è Giusep­pe Presta: in città lo conoscono co­me Pino Presta ed è forse uno dei volti più noti della night-life fioren­tina. Per la squadra mobile Presta, uno dei soci dello Yab, all’epoca dei fatti contestati commentava al telefono alcune situazioni. «Diceva di fare attenzione a non farsi vede­re da Plinio Mocchetti, in quanto questi era contrario all’uso delle droghe».

Fonte: corriere.it

19 giu 2009

Due indagini su Tecno Hospital. Verifiche anche sul giro di escort

Sigilli alle cassette dove sarebbero registrati gli incontri con il premier

BARI — Due le indagini in corso da parte dei magistrati baresi sulla sulla Tecno Hospi­tal dei fratelli baresi Claudio e Giampaolo Tarantini. Quest’ul­timo è sospettato di aver in­gaggiato avvenenti ragazze af­finché partecipassero a feste organizzate in luoghi esclusi­vi. Il reato ipotizzato in en­trambe le inchieste è l’associa­zione per delinquere finalizza­ta alla corruzione e riguardano due periodi diversi. Le indagi­ni sono concentrate su un pre­sunto giro di tangenti legato agli acquisti di protesi sanita­rie fornite dalla Tecno Hospi­tal a diverse strutture sanita­rie. La prima indagine (sono indagati i fratelli Tarantini) è quella del pm Giuseppe Scelsi, nella quale è ipotizzato anche il reato di induzione alla prosti­tuzione di ragazze che avrebbe­ro partecipato a feste nelle resi­denze private ed estive del pre­mier Silvio Berlusconi. Nell’al­tra indagine affidata invece al pm Roberto Rossi risale ai pri­mi anni del 2000 e si riferisce a reati in parte coperti dall’indul­to.

In alcuni colloqui intercet­tati dalla guardia difinanza si parla - emerge da fonti inqui­renti - della fornitura di dosi di cocaina apparentemente per uso personale. A proposito del giro di escort per avvicinare i potenti, la procura ha avviato una serie di accertamenti per verificare il ruolo di Giampaolo Taranti­ni e i suoi presunti collega­menti e intrecci con il presi­dente del Consiglio: si ipotizza che l’imprenditore pugliese ab­bia, in più occasioni e a benefi­cio di persone influenti 'procu­rato' ragazze che prendessero parte a feste esclusive. Questo - sospetto investigativo tutto da verificare - potrebbe essere avvenuto per consentire a Ta­rantini di avvicinare persone di potere a beneficio della sua attività imprenditoriale. Inda­gando su episodi di corruzio­ne il pm Scelsi avrebbe infatti intercettato i colloqui in cui Giampaolo Tarantini parla del­le ragazze che ha ingaggiato per farle partecipare ad alcune feste a Palazzo Grazioli, resi­denza romana del premier Ber­lusconi.

Intanto per evitare fughe di notizie, la procura di Bari ha contestualmente acquisito, chiuso in un plico e sigillato, le audio cassette che Patrizia D’Addario ha consegnato spontaneamente al magistrato relative agli incontri avuti du­rante due feste a Palazzo Gra­zioli con il premier Berlusco­ni. La consegna delle audio cassette è avvenuta durante l’audizione della donna, ascol­tata nei giorni scorsi dal pm Scelsi.

Fonte: corriere.it

Patrizia voleva costruire campi sportivi a Carbonara e un residence a Japigia

Bufera scatenata dal no del Comune, la D’Addario si sarebbe rivolta direttamen­te al premier Silvio Berlusconi

BARI — Patrizia D’Addario si sarebbe rivolta direttamen­te al premier Silvio Berlusconi perché facesse sbloccare una sua pratica ferma al Comune di Bari. La richiesta di un per­messo per costruire un resi­dence, racconta la stessa im­prenditrice già ribattezzata la Noemi barese. Un’istanza per variare la destinazione della sua villa, la cui costruzione era già iniziata, nel quartiere Japigia di Bari. E dell’episodio ha memoria anche Salvatore Greco, il coordinatore di "Puglia prima di tutto" che ha candidato D’Addario. «Ne par­lò quando venne a chiedermi di essere inserita in lista». Effettivamente D’Addario è stata al Comune di Bari, negli uffici della ripartizione Urbani­stica, più di una volta.

Ma l’as­sessore Ludovico Abbaticchio fatica a ricordare. «Il nome non mi dice nulla, ma quando ho visto la foto sul giornale mi sono ricordato di averla ri­cevuta nel mio ufficio, come faccio con tutti i cittadini che lo chiedano, nell’assoluta tra­sparenza ». Impossibile, dice l’assessore, ricostruire l’intera vicenda dei rapporti tra l’im­prenditrice D’Addario e gli uf­fici, seguita non sempre dallo stesso funzionario. «Ricordo una breve interlocuzione. Il progetto per cui chiedeva il permesso, non era in sintonia con il piano regolatore. Le ho spiegato che non c’erano le ba­si di legittimità per autorizzar­lo, e la conversazione si è con­clusa così». Le istanze della D’Addario, in realtà, furono almeno due e presentate in momenti diver­si. Circa due anni fa chiese e ottenne il permesso per la rea­lizzazione di alcuni campetti sportivi a Carbonara. Nono­stante i permessi, però, i lavo­ri non partirono mai. Poi chie­se la possibilità di integrare questo progetto realizzando degli spogliatoi. E a questa ri­chiesta gli uffici comunali ri­sposero con un no: i suoli, lun­go una lama, rientravano in quelli per i quali il Putt (piano urbanistico territoriale temati­co) dispone l’inedificabilità as­soluta. Allo stato, quindi, i la­vori per i campetti sportivi possono essere ancora condot­ti, anche se la richiesta va ri­formulata perché nel frattem­po il permesso è scaduto. Ma si potranno realizzare a patto di rinunciare agli spogliatoi. Più recente è la vicenda del­la villa, la seconda istanza pre­sentata da D’Addario agli uffi­ci urbanistici del Comune. Un’istanza, in questo caso, mi­rata a variare la destinazione di un intervento già autorizza­to, avviato, riautorizzato e mo­dificato più volte. L’imprendi­trice ha avviato la realizzazio­ne di una villa su un suolo di sua proprietà nel quartiere Ja­pigia. E nel corso del tempo ha in parte cambiato e amplia­to il progetto iniziale affidan­dosi ad architetti diversi. Per farlo ha dovuto aggiornare la richiesta, via via che il proget­to cambiava. Ma tutto sarebbe accaduto senza particolari in­toppi. Lo stop dagli uffici del­l’urbanistica riguarderebbe in­vece il cambio di destinazione per realizzare in quella villa una struttura ricettiva, il resi­dence del quale D’Addario di­ce di aver parlato anche con Berlusconi. La richiesta, in realtà, sareb­be ancora all’attenzione del funzionario al quale il capo della ripartizione l’ha affidato. Il numero di pratiche, le ferie, alcune assenze per malattia non avrebbero ancora consen­tito di dare una risposta, alme­no non una risposta formale alla richiesta della signora. La vicenda, però, aveva scosso parecchio la D’Addario. Che in­fatti, quando si è presentata nella sede del movimento "La Puglia prima di tutto" a fine marzo, ne ha parlato alla pre­senza di diverse persone. Rac­contando la propria vicenda, le proprie esperienze come modella in America e come imprenditrice anche fuori da Bari, aveva annunciato di vo­lersi fare paladino della difesa dei cittadini contro il sistema «politico programmatico in­staurato dal sindaco Michele Emiliano».

Fonte: corriere.it

Patrizia D'Addario. Incontri e candidatura, ecco la mia verità.

«Incontri e candidatura. Ecco la mia verità». Patrizia D’Addario in lista alle Comunali

BARI — Patrizia D’Addario è candidata nelle li­ste di «La Puglia prima di tutto», schieramento inse­rito nel Popolo della Libertà alle ultime elezioni co­munali a Bari. Ha partecipato alle prime settimane di campagna elettorale al fianco del ministro per i Rapporti con le Regioni Raffaele Fitto e degli altri politici in corsa per il Pdl. Ma adesso ha deciso di rinunciare perché vuole raccontare un’altra verità. La D’Addario ha cercato il Corriere e registriamo, con la massima cautela e il beneficio d’inventario, la sua versione, trattandosi di una candidata alle am­ministrative.

«Mi hanno messo in lista — afferma — perché ho partecipato a due feste a palazzo Grazioli. Ho le prove di quello che dico e voglio raccontare che co­sa è successo prima che decidessi di tirarmi indie­tro. Il mio nome è ancora lì, ma io non ci sono più».

Cominciamo dall’inizio. Quando sarebbe anda­ta a palazzo Grazioli?
«La prima volta è stato a metà dello scorso otto­bre ».

Chi l’ha invitata?
«Un mio amico di Bari mi ha detto che voleva far­mi parlare con una persona che conosceva, per par­tecipare a una cena che si sarebbe svolta a Roma. Io gli ho spiegato che per muovermi avrebbero dovu­to pagarmi e ci siamo accordati per 2.000 euro. Allo­ra mi ha presentato un certo Giampaolo».

Qual era la proposta?
«Avrei dovuto prendere un aereo per Roma e lì mi avrebbe aspettato un autista. Mi dissero subito che si trattava di una festa organizzata da Silvio Ber­lusconi ».

E lei non ha pensato a uno scherzo?
«Il mio amico è una persona di cui mi fido cieca­mente. Ho capito che era vero quando mi hanno consegnato il biglietto dell’aereo».

Quindi è partita?
«Sì. Sono arrivata a Roma e sono andata in taxi in un albergo di via Margutta, come concordato. Un au­tista è venuto a prendermi e mi ha portato all’Hotel de Russie da Giampaolo. Con lui e altre due ragazze siamo entrati a palazzo Grazioli in una macchina con i vetri oscurati. Mi avevano detto che il mio no­me era Alessia».

E poi?
«Siamo state portate in un grande salone e lì ab­biamo trovato altre ragazze. Saranno state una venti­na. Come antipasto c’erano pezzi di pizza e champa­gne. Dopo poco è arrivato Silvio Berlusconi».

Lei lo aveva mai incontrato prima?
«No, mai. Ha salutato tutte e poi si è fermato a parlare con me. Ho capito di averlo colpito perché mi ha chiesto che lavoro facessi e io gli ho parlato subito di un residence che voglio costruire su un terreno della mia famiglia. Ci ha mostrato i video del suo incontro con Bush, le foto delle sue ville, ha cantato e raccontato barzellette.

Lei è tornata subito a Bari?
«Era notte, quindi sono andata in albergo e Giam­paolo mi ha detto che mi avrebbe dato soltanto mil­le euro perché non ero rimasta».

C’è qualcuno che può confermare questa sto­ria?
«Io ho le prove».

Che vuole dire?
«Che quella non è stata l’unica volta. Sono torna­ta a palazzo Grazioli dopo un paio di settimane, esat­tamente la sera dell’elezione di Barack Obama».

Vuol dire che la notte delle presidenziali degli Stati Uniti lei era con Berlusconi?
«Sì. Nessuno potrà smentirmi. Ci sono i biglietti aerei. Anche quella volta sono stata in un albergo, il Valadier. Con me c’erano altre due ragazze. Una la conoscevo bene. È stato sempre Giampaolo a orga­nizzare tutto».

E che cosa è accaduto?
«Con l’autista ci ha portato nella residenza del presidente, ma quella sera non c’erano altre ospiti. Abbiamo trovato un buffet di dolci e il solito piani­sta. Quando mi ha visto, Berlusconi si è ricordato subito del progetto edilizio che volevo realizzare. Poi mi ha chiesto di rimanere».

Si rende conto che lei sostiene di aver trascor­so una notte a palazzo Grazioli?
«Ho le registrazioni dei due incontri».

E come fa a dimostrare che siano reali?
«Si sente la sua voce e poi c’erano molti testimo­ni, persone che non potranno negare di avermi vi­sta ».

Scusi, ma lei va agli incontri con il registrato­re?
«In passato ho avuto problemi seri con un uomo e da allora quando vado a incontri importanti lo por­to sempre con me».

E lei vuol far credere che non è stata controlla­ta prima di entrare nella residenza romana del premier?
«È così, forse sono stata abile. Ma posso assicura­re che è così».

E può anche provarlo?
«Berlusconi mi ha telefonato la sera stessa, appe­na sono arrivata a Bari. E qualche giorno dopo Giam­paolo mi ha invitata a tornare. Ma io ho rifiutato».

A noi la sua versione sembra poco credibile...
«Lo dicono i fatti. Berlusconi mi aveva promesso che avrebbe mandato due persone di sua fiducia a Bari per sbloccare la mia pratica. Non ha mantenuto i patti ed è da quel momento che non sono più volu­ta andare a Roma, nonostante i ripetuti inviti da par­te di Giampaolo. Loro sapevano che avevo le prove dei miei due precedenti viaggi».

E non si rende conto che questo è un ricatto?
«Lei dice? Io posso dire che qualche giorno dopo Giampaolo ha voluto il mio curriculum perché mi disse che volevano candidarmi alle Europee».

Però lei non era in quella lista?
«Quando sono cominciate le polemiche sulle veli­ne, il segretario di Giampaolo mi ha chiamata per dirmi che non era più possibile».

Quindi la candidatura alle Comunali è stata un ripiego?
«A fine marzo mi ha cercato Tato Greco, il nipote di Matarrese che conosco da tanto tempo. Mi ha chiesto un incontro e mi ha proposto la lista 'La Pu­glia prima di tutto' di cui era capolista lo zio. Io ho accettato subito, ma pochi giorni dopo ho capito che forse avevo commesso un errore».

Perché?
«La mia casa è stata completamente svaligiata. Mi hanno portato via cd, computer, vestiti, bianche­ria intima. È stato un furto molto strano».

Addirittura? Ma ha presentato denuncia?
«Certamente. Ma ho continuato la campagna elet­torale. È andato tutto bene fino al giorno in cui Ber­lusconi è arrivato a Bari per la presentazione dei can­didati del Pdl. Io lo aspettavo all’ingresso dell’Hotel Palace. Lui mi ha guardata, mi ha stretto la mano ed è entrato nella sala piena. Io ero in lista, quindi l’ho seguito. Ma all’ingresso della sala sono stata blocca­ta dagli uomini della sicurezza e del partito che mi hanno impedito di partecipare all’evento».

È il motivo che adesso la spinge a raccontare questa storia?
«No, avrei potuto continuare a fare campagna elettorale e trattare con loro nell’ombra. La racconto perché ho capito che mi hanno ingannata. Avevo chiesto soltanto un aiuto per un progetto al quale tengo molto e invece mi hanno usata».

Fonte: corriere.it

11 giu 2009

La camorra dei night, tutti in carcere. Avevano esportato le tecniche del clan a Firenze, Prato, Pistoia e Lucca.

Bische, usura, prostituzione: otto arresti, sequestrati 60 immobili e 100 conti correnti. Cinque anni di indagini

Gestivano bische clandesti­ne, locali notturni e società fi­nanziarie che praticavano tassi usurari. Avevano esportato i metodi della camorra dalla peri­feria di Napoli direttamente al­la Toscana. Si circondavano di un piccolo esercito di «guarda­spalle» violenti e armati che avevano il compito di imporre la loro legge tra Firenze, Prato, Pistoia e Lucca e si avvelevano an­che della consu­lenza di un avvo­cato — anche lui indagato per as­sociazione mafio­sa — che elargi­va consigli e ri­solveva tutti i problemi pratici che potevano sorgere, offrendo in cambio an­che prestazioni sessuali di pre­stanti ragazze.

CINQUE ANNI DI INDAGINI
Dopo cinque anni di indagi­ni gli investigatori della squa­dra mobile di Firenze e Prato, coordinati dal procuratore ca­po Giuseppe Quattrocchi — che ha visto nascere l’indagine quando era ancora a Lucca — e dai procuratori antimafia Pie­tro Suchan e Leopoldo De Gre­gorio, sono riusciti a tagliare le radici del clan Terracciano, originario di Pollena Trocchia, piccolo paese vesuviano in provincia di Napoli. Otto le persone finite in ma­nette ieri mattina all’alba con un’ordinanza firmata dal gip David Monti in tempo record: sono passati solo 19 giorni dal giorno in cui la procura ha pre­sentato le richieste di custo­dia cautelare.

IL CLAN TERRACCIANO
Il «boss» Giacomo Terraccia­no, 57 anni, è considerato da­gli investigatori la mente di quel piccolo impero messo in piedi in terra toscana dalla fi­ne degli anni Ottanta ad oggi, con i due figli Francesco e An­tonio, 34 e 30 anni, titolari di due società di costruzioni a Prato e Napoli, la Terra srl e la Sestante srl, che prendono in mano le redini dell’organizza­zione quando il padre viene ar­restato nell’ambito di un’altra operazione in Versilia. Accan­to a lui il fratello Carlo, 60 an­ni, detto «l’avvocato» che lavo­rava soprattutto sul fronte del­l’ «impresa usura», avvalendo­si della collaborazione di Jo­nah Ghiselli, 30 anni, di Viareg­gio, di Alberto Paolo Mancin, 51 anni, di Prato, e Giovanni Calvo, 54 anni di Genova. Solo un impreditore prate­se, vittima del gruppo, ha avu­to il coraggio di denunciare che a fronte di un prestito di 30 mila euro, nell’arco di tre mesi si era visto imporre un tasso che sfiorava il 1.000%, ed era stato costretto a vende­re uno stock di maglieria sot­tocosto, accettando assegni postdatati, tecnica che veniva usata sempre dal clan. Tutti gli altri, terrorizzati al solo sen­tire il nome dei Terracciano, hanno sempre negato. In manette an­che Francesco Lo Ioco, 57 anni, detto il «barbieri­no » per la sua at­tività precedente o Rocky Balboa, originario di En­na ma residente a Montemurlo, amministratore dell’hotel Lon­dra di Montecatini. Dagli inve­stigatori della sezione crimina­lità organizzata di Fabio Pocek è considerato il cassiere di fidu­cia del gruppo.

60 IMMOBILI SOTTO SEQUESTRO
Sotto sequestro sono finiti 60 immobili tra la Toscana, l’Umbria, Genova e Milano. La Guardia di Finanza di Prato e Lucca ha messo sotto sequestro anche quote di una clinica di Pollena, 6 fabbricati a uso residenziale, dieci autori­messe, due laboratori, due ma­gazzini, due terreni, due appar­tamenti, 6 società, oltre cento tra conti correnti bancari e de­positi di titoli, 16 auto di lusso (Porsche, Mercedes, Bmw) e una moto, il tutto per un valore che supera i 20 milioni di euro.

SETTE LOCALI
Sette i locali notturni che l’organizzazione mafiosa era ar­rivata a controllare: lo Show girls di Campi Bisenzio, il Delta di Calenzano, l’Oca Fioca e il Fa­ce to Face di Prato, il Regina Monika di Pescia, il Mostro del Lago di Serravalle Pistoiese, L’Orto Gino di Viareggio. In questi locali, gestiti da presta­nome, venivano reclutate don­ne dell’Est e venivano avviate alla prostituzione. A dare il via alle indagini de­gli investigatori della squadra mobile di Firenze, guidata da Filippo Ferri, sono stati gli in­cendi di due locali notturni a Vinci e Quarrata. Da lì sono partite le intercettazioni che hanno permesso di sistemare uno dopo l’altro tutti i tasselli dell’organizzazione. «Il tutto grazie alle intercettazioni», spiega il procuratore Quattroc­chi. Che avverte: «Attenzione a cancellarle per i reati minori. L’associazione per delinquere non è sempre immediatamen­te riconoscibile. Spesso si par­te dai reati come usura o estor­sione, per risalire alla struttu­ra associativa».

Fonte: corrierefiorentino.it

La rivelazione del tesoriere Pd. Mauro Agostini svela i meccanismi dei «rimborsi» e la difficile convivenza con i colleghi di Ds e Margherita

«In 5 anni ai partiti 941 milioni»

ROMA - «Il tesoriere ha in mano i cordoni della borsa di un partito. Figura tradizionalmente oscura, un po’ sinistra, al punto da passare per colui che manovra non solo i denari ma anche i segreti più turpi della politica ». Tanto basterebbe a spiegare perché nessun tesoriere di partito abbia mai scritto un libro. Nessuno prima di Mauro Agostini, l’uomo che un anno e mezzo fa ha avuto (e ha tuttora) in mano i cordoni della borsa del Partito democratico: non si sa se per coraggio o incoscienza. Il suo libro, da cui sono tratte queste frasi, esce oggi in libreria, l’ha pubblicato Aliberti in una collana diretta da Pier Luigi Celli e si chiama semplicemente Il tesoriere. Da un titolo così è lecito attendersi anche qualche considerazione numerica. Che infatti non manca. A cominciare dal calcolo minuzioso di quanti soldi pubblici, attraverso il meccanismo ipocrita dei cosiddetti rimborsi elettorali, sono entrati nelle tasche dei partiti italiani soltanto negli ultimi cinque anni, dal 2004 al 2008. Reggetevi forte: 941 milioni 446.091 euro e 14 centesimi. Cifre senza eguali in Europa, se si eccettua, sostiene Agostini, la Germania. La ciccia, tuttavia, non è nei numeri. Il tesoriere sostiene che è necessario un sistema di finanziamento dei partiti «prevalentemente pubblico » senza più ipocrisie, ma con «forme di controllo incisive e penetranti » di natura «squisitamente pubblica» e il «vincolo esplicito» di una gestione sobria ed economica prevedendo anche «sanzioni reputazionali ». Ma al tempo stesso non può non ripercorrere la storia dei ruvidi rapporti con i suoi colleghi dei Ds, Ugo Sposetti, e della Margherita, Luigi Lusi, i due partiti che hanno dato vita al Pd. «Il nuovo partito nasceva senza un euro. L’obiettivo, mai esplicitato, ma evidente in comportamenti (...) dei tesorieri Ds e Margherita era quello di dare vita a una sorta di triumvirato nella gestione delle risorse, di cui però i veri sovrani avrebbero dovuto essere Ugo Sposetti e Luigi Lusi, in quanto titolari dei rimborsi elettorali.

Con le conseguenze facilmente immaginabili: quando le cose sarebbero andate secondo i desiderata dei due vecchi azionisti, i soldi sarebbero affluiti regolarmente, in caso contrario no. È evidente che la questione rivestiva un valore (...) squisitamente politico e di autonomia del nuovo partito». Una ricostruzione che indica senza mezzi termini fra le cause delle difficoltà interne del Pd la sopravvivenza dei vecchi apparati di partito, con le rispettive munizioni finanziarie. Agostini ricorda che i Ds avevano provveduto a blindare in fondazioni «con un percorso opaco» migliaia di immobili. E che il tesoriere della Margherita, Lusi, aveva dato sì la disponibilità a contribuire al Pd con i rimborsi elettorali, «a condizione che anche i Ds avessero fatto la loro parte, in ragione di quaranta a sessanta per cento». Ma «l’impossibilità dei Ds» a mettere mano al portafoglio motivata da quel partito con il forte indebitamento «assolveva tutti dall’obbligo politico di sostenere il Pd». Questa vicenda è chiaro sintomo di quella che Agostini definisce «un’ambiguità di fondo mai esplicitata ma che percorrerà il progetto sotto pelle in tutto il suo primo anno di vita e che rischia di essere anche la causa profonda della crisi che sfocia nelle dimissioni di Walter Veltroni ». Ancora: «L’ispirazione sembra più quella di dare vita a una specie di consorzio o di holding i cui diritti principali restano in mano ai soci fondatori, piuttosto che fondare una nuova formazione politica». La notizia con la quale comincia Il tesoriere, e cioè che il Pd ha fatto certificare il bilancio 2008 dalla Price Waterhouse Coopers («la prima volta», rivendica con orgoglio Agostini, che un partito italiano sottopone i suoi conti a una verifica del genere), valga a questo punto come una consolazione. Perché se la diagnosi politica è giusta, la strada è ancora tutta in salita. Dettaglio non trascurabile: il libro viene presentato oggi dal segretario del Pd, Dario Franceschini.

Fonte: corriere.it

Casoria, viaggio nel cuore del Noemi-gate

Tra disoccupazione e abusivismo super, un piccolo polo del divertimento e il fiorire di associazioni culturali

Questa volta è andata leggermente meglio. Nel gennaio 2008, erano i giorni peggiori dell’emergenza rifiuti, la pensilina in via Nazionale delle Puglie, alla fermata dell’autobus 170, era diventata una parte per il tutto. Lo specchio del disastro di una regione aveva trovato il suo indirizzo, a Casoria. Anche sotto alla pioggia, i bambini e le loro madri aspettavano il pullman in mezzo alla strada, piazzati sulla striscia di mezzeria, il più lontano possibile dai cumuli di immondizia che avevano completamente sepolto la pensilina. Era una immagine che suscitava un ribrezzo morboso, tentativi di vita quotidiana che apparivano patetici in mezzo a montagne di sacchetti laceri dai quali spuntavano lische di acciughe e resti di pummarola marcia. Furono i fotografi della Reuters a scattare le foto di quella specie di monumento all’impotenza e alla sottomissione. Piacquero, finirono sulla prima pagina dell’Independent e del Figaro. La pensilina di Casoria divenne un simbolo. Ma rappresentava altro, non certo il luogo che la ospitava.

Adesso il nome della città che molto, troppo tempo fa era chiamata la Sesto San Giovanni del Sud per via delle sue fabbriche, è diventato simbolo di ben altra storia, di ben altra morbosità. «Casoria-gate», lo chiamano. La stessa Noemi Letizia è diventata «la ragazza di Casoria», nonostante sia nata e viva a Portici, dall’altra parte di Napoli. I riflettori si sono accesi su fontane, finti marmi, stucchi e piccole piscine che dovrebbero volutamente rievocare il meglio del peggior kitsch di Las Vegas. Nelle intenzioni dell’ex fornaio Mario Iodice e di suo figlio Rocco, Villa Santa Chiara dovrebbe essere questo. Un piccolo Cesar Palace sulla circumvallazione che fa il periplo della città, poco distante dalla frazione Arpino, la zona più periferica di Casoria, che lambisce Napoli, vi entra dentro per 500 metri, ed è spaccata a metà, come fosse una lama da via Nazionale delle Puglie, che comincia da queste parti e finisce 300 chilometri più a sud. Vista da fuori, sembra una versione raffazzonata dell’hotel California, quello sulla copertina del disco degli Eagles. Con una sua dignità, dato il contesto. Mario e Rocco Iodice sono inconsapevoli testimoni della cronaca recente. Ci hanno messo la location, e basta. Non conoscevano quel signore magro che a metà marzo ha prenotato la sala. Si chiamava Elio Letizia, stava organizzando il diciottesimo della figlia Noemi, che avrebbe avuto un ospite molto ma molto particolare, Berlusconi Silvio. Quella sera, era il 26 aprile, è nato ufficialmente l’affaire Casoria, un nome riportato e citato dai giornali di tutto il mondo. E forse, solo per il fatto di essere quel che è, un contributo alla marea montante, lo ha dato anche la fama di questi luoghi.

Secondo lo storico Paolo Macry il grande errore di Silvio Berlusconi e Noemi Letizia è stato proprio di natura geografica. La scelta del ristorante, e del luogo. «Si fossero visti al Covo di Venezia, al Piperno di Roma o perfino allo Scoglio di Marina del Cantone, non sarebbe successo niente. Invece hanno optato per il Villa Santa Chiara, senza rendersi conto che si trova a Casoria. Non c’è stato giornalista italiano o straniero che non abbia sottolineato l’oscura circostanza di un uomo politico (e che uomo politico) il quale se ne va in giro di notte nell’hinterland di Napoli. Ingenuità imperdonabile. Casoria riuscirebbe a infangare anche il Cv (curriculum vitae, ndr) di Cromwell, figurarsi Berlusconi».

Ci sono stati giorni migliori, questo è sicuro. Ed è curioso che l’affaire sia avvenuto proprio nel luogo che ha segnato l’alfa e l’omega di Casoria, la zona industriale. All’inizio de-gli anni Sessanta era la città simbolo del tentativo di rilancio industriale del Mezzogiorno. C’era il quartier generale della Rhodiatoce, che spopolava a Carosello con Caio Gregorio, er Guardiano del Pretorio; c’erano le Acciaierie delSud, c’era insomma un distretto che nel momento migliore il 1971 - era arrivato a contare la presenza di 119 aziende. In quel decennio la popolazione raddoppiò, da 26mila a 54mila abitanti, trasformando un paesone agricolo in una città vera e propria. Il tramonto fu veloce, inarrestabile.

All’inizio degli anni Ottanta non rimaneva più nulla, e l’unica cosa che continuò a crescere fu il numero degli abitanti - oggi sono 84.000 - e la pessima reputazione. Periferia Nord di Napoli, e ormai basta la parola. Da qualche anno, quella fetta di terra stretta tra Capodichino e Marcianise è diventata un concentrato del male moderno. A pochi chilometri l’uno dall’altro è possibile trovare le discariche di Giugliano e Chiaiano, lo sfacelo sociale di Secondigliano e Scampia, l’inceneritore di Acerra e ovviamente la Gomorra dei Casalesi. Per questo, continua Macry, «Casoria, ai cronisti famelici, dev’essere sembrata un’occasione succulenta per libere associazioni freudiane, la location perfetta di storie torbide, patti e ricatti, cosche e sesso trash, politica grassa e sudata, coca a volontà».

IL POLO DEL DIVERTIMENTO
Casoria è un punto indistinto di quell’hinterland napoletano che si espande fino a Caserta, dove si fatica a distinguere una città o una realtà dall’altra, tutto è immerso in un grigio indistinto. È difficile capire dove cominci e dove finisca, dove sia il confine con Afragola, che ha dato i natali ad Antonio Bassolino, o Frattamaggiore. Esiste un centro storico, che ogni tanto fa notizia per via di qualche crollo. La periferia, con i suoi centri commerciali e i parcheggi enormi, sembra essere tenuta meglio del vecchio borgo. È un posto ben servito da autostrade, funicolare e mezzi pubblici. Ma ogni mattina, dal quartiere della Cittadella, si assiste allo spettacolo dei vecchi pullmini abusivi, carrozzeria arrugginita, gomme lisce come le guance di un bambino, che portano i pendolari a Napoli, scaricandoli in piazza Garibaldi. «Costa meno, ed è più veloce », dice Enzo, un ingegnere informatico. Un posto buono solo per venirci a dormire, dice. Con la più alta percentuale di disoccupazione tra tutti i comuni della provincia di Napoli, che già viaggiano in doppia cifra. Giuseppe Pesce, scrittore e giornalista, è autore di Casoria, Ricostruire la memoria di una città. «Per molti, ormai, è solo Napoli sotto altro nome. Speculazione, abusivismo, abbandono ed ignoranza hanno trasformato e cancellato molti luoghi, sfregiando irrimediabilmente il centro storico e divorando il distretto rurale».

La cattiva reputazione è stata costruita con pazienza certosina. Nel 2005, il Consiglio comunale aveva il record di indagati pro capite, e venne sciolto per infiltrazioni camorristiche. Nell’aprile del 2008 Giovanni Ferrara, ex democristiano in quota Pdl, ha vinto le elezioni promettendo il recupero delle aree dismesse e del centro storico. È un signore di 56 anni che ne ha passati 25 al Nord, lavorando come dirigente delle Generali, e poi ha scelto la politica per tornare a casa. «Dico solo che i giornali, stranieri e non, avrebbero il dovere di farsi un giro da queste parti. Abbiamo i nostri problemi, certo. Il territorio è quello, non possiamo trasferirci altrove. Ma lo sputtanamento che stiamo subendo è intollerabile. Si parla di noi soltanto per denigrare, senza conoscere la realtà. Non è assolutamente vero che Casoria sia una città senza scampo». Ferrara non ha preso bene questa onda di notorietà al contrario, e non poteva essere altrimenti. La fascia tricolore lo obbliga a dipingere una realtà migliore di quella che abbiamo davanti agli occhi.

Eppure non è vero che non ci sia scampo, che questo sia un luogo non da cartolina ma da casellario giudiziale. «Ci stiamo risollevando», dice il sindaco. Di questa volontà se ne intravedono le tracce. La prima è proprio sul luogo del metaforico delitto. Dalla vetrata che fa da sfondo alle foto di Berlusconi con la famiglia Letizia si vede l’altro lato della circumvallazione, pieno di luci e locali. Bar, ristoranti, decine di discoteche. Villa Santa Chiara non è certo paragonabile ad una cattedrale, ma non è sola in mezzo al deserto. Nella distesa di capannoni abbandonati che più di ogni altro testimoniano la storia di questa città, sono nati altri locali, un piccolo polo del divertimento. C’è chi si riconverte come può, ma ha ragione don Mario, “almeno è un inizio”. A Casoria c’è, ad esempio, un Museo di Arte contemporanea che fa cose bellissime, c’è una strana densità di associazioni culturali, oltre duecento, c’è una fitta rete di solidarietà costituita da preti di frontiera, associazioni di volontariato e centri sociali. Invece, il ciclone Noemi è passato sopra al buono che cerca di emergere. Per far risaltare il contrasto tra due mondi inconciliabili, quello di Casoria e quello dorato del presidente del Consiglio, si è preferito percorrere la strada conosciuta della città brutta e degradata, popolata solo da cafoni. Alla fermata dei pullman abusivi hanno le idee chiare e le espongono senza rabbia, solo con rassegnazione. «Prima dicevano che eravamo una città sporca, adesso dicono che siamo noi ad essere sporchi». Meglio, rispetto alla notorietà da rifiuti, ma mica poi tanto.

Fonte: Corriere Magazine

4 giu 2009

Il caso. Esercito di falsi invalidi: in 12.000 smascherati dalla commissione

In una famiglia su due c’è un beneficiario di pensione Ottantamila malati su cinquecentottantamila abitanti

TARANTO — In una fami­glia su due in provincia di Ta­ranto c’è un invalido che per­cepisce un assegno o la pen­sione in quanto affetto da una menomazione fisica o mentale. Ottantamila malati, all’in­circa, su una popolazione di circa cinquecentottantamila abitanti. Di questi, almeno il 15 per cento (12 mila), sareb­bero dei falsi invalidi. A dirlo sono i dati nelle mani della speciale Commissione medi­ca superiore dell’Inps che da due mesi, qui a Taranto, sta lavorando per accertare le re­ali condizioni di salute di co­loro che percepiscono soldi dello Stato perché malati o dichiarati tali. Finora ne ha scovati ses­santa di non aventi diritto, su 400 visitati, ai quali è sta­to già revocato il vitalizio che oscillava dai 256 euro per gli assegni, agli 800 men­sili per chi usufruisce di ac­compagnamento. Il 15 per cento, quindi, è falso. Se la percentuale rimarrà tale (le previsioni sono addirittura in crescita), alla fine dei con­trolli, previsti per dicembre prossimo, dal campione di quattromila portatori d’inva­lidità remunerata, i simulato­ri saranno ben 600.

Dodicimi­la, invece, se si rapporta la stessa percentuale sull’intera popolazione invalida. I casi presi in esame riguar­dano le inabilità civili per handicap fisici e/o mentali, cecità e sordomutismo. Quel­lo che sta venendo fuori dal­le verifiche somiglia a que­sto: pseudo ritardati mentali che da soli conducono azien­de, gravi invalidi con la pa­tente regolarmente utilizza­ta, oppure beneficiari di ac­compagnamento per patolo­gie magari gravi ma oramai guarite da anni. Situazioni emblematiche al limite del grottesco che a fine verifica non mancheranno di interes­sare la Corte dei Conti. Potrebbe essere la giusti­zia contabile, se non quella penale, a voler chiedere con­to degli enormi esborsi pub­blici finiti per anni nelle ta­sche sbagliate. Intanto tocca agli ispettori dell’Istituto nazionale di pre­videnza sociale indagare sul campione di quattromila ta­rantini che hanno avuto o che riceveranno la raccoman­data con l’invito a presentar­si nella sede provinciale del­­l’Inps in via Golfo di Taran­to. Con loro dovranno porta­re tutta la documentazione che attesti il proprio stato. Ma soprattutto dovranno su­perare il giudizio degli esper­ti (due medici legali oltre al presidente provinciale del­­l’istituto di previdenza) che hanno il compito di smasche­rare le false invalidità.

Fino­ra è successo con una fre­quenza di uno e mezzo ogni dieci visitati. Le più diffuse irregolarità sono state riscontrate nelle pensioni per tumori, scom­parsi da anni, nei ritardi men­tali e nelle malattie dell’appa­rato scheletrico. Molti di lo­ro sono risultati talmente abi­li da svolgere lavori di forza e quindi totalmente autono­mi dal punto di vista dei mo­vimenti. La fascia d’età dei convocati va dai 18 ai 70 an­ni. La categoria invece risul­tata più veritiera è quella dei sordomuti seguiti dai ciechi. Questa verifica medica, mai effettuata prima da par­te dell’Inps, sta facendo emergere una falla nel siste­ma previdenziale italiano che ha permesso a tanti ina­bili di percepire indennizzi per lunghi anni, praticamen­te a vita, senza essere mai sot­toposti a verifiche. Dopo l’as­segnazione del punteggio da parte della commissione di prima istanza della Asl, esi­ste solo un controllo a sorteg­gio di una seconda commis­sione medica che non visita il paziente ma si basa sulla documentazione presente agli atti. Ora, invece, la visita è diretta. Gli ex pensionati re­vocati possono inoltrare ri­corso al tribunale ordinario.

Fonte: corrieredelmezzogiorno.it

Arrestato il presidente della provincia di Benevento, Cimitile. Sotto accusa per le ecoballe non a norma

In un'intercettazione i legami con i partiti
Ai domiciliari altre 14 persone, tutti collaudatori degli impianti di Cdr,

NAPOLI - Rifiuti-choc. Per le ecoballe fuorilegge emesse 15 ordinanze di custodia cautelare, tutte ai domiciliari. L’accusa è di falso ideologico. Tra gli arrestati un solo politico, il presidente della Provincia di Benevento, Aniello Cimitile (centrosinistra, vinse nel l'aprile 2008 al primo turno su Cosimo Izzo di Fi). L’inchiesta riguarda le presunte irregolarità nei collaudi di cinque dei sette impianti cdr in Campania che appunto producono le famigerate ecoballe. I destinatari dei provvedimenti della magistratura sono i collaudatori di questi cinque impianti. Per il gip Aldo Esposito le nomine di questi esperti rispondevano a «logiche clientelari».

FALSO - L’inchiesta ha accertato che le persone arrestate avevano attestato l’idoneità degli impianti quando questi erano già sotto sequestro e avevano sostenuto la conformità del prodotto del cdr alle specifiche del contratto, che in realtà mancava. L'arresto di Cimitile - 61 anni, ex rettore dell'università del Sannio - è scattato non nella sua veste di presidente della Provincia, bensì in quella di collaudatore. Svolgendo questa funzione avrebbe, accusano i pm Noviello, Sirleo e Milita, dichiarato il falso.

GLI ALTRI ARRESTATI - Tra gli arrestati ci sono anche Claudio De Biasio, ex-subcommissario del sottosegretario Guido Bertolaso, e Giuseppe Vacca, direttore dei lavori del termovalizzatore di Acerra (ma l'mpianto di Acerra non c'entra con quest'inchiesta), in funzione dal 26 marzo, all'epoca dei fatti direttore dei lavori nei cdr. Altri arrestati sono: Oreste Greco, professore universitario; Giuseppe Sica, architetto; Vincenzo Naso, docente di ingegneria alla Federico II ed ex preside; Vittorio Colavita; Alfredo Nappo; Vitale Cardamone, ingegnere; Rita Mastrullo, docente di fisica alla Federico II; Filippo De Rossi, ordinario di fisica; Luigi Travaglione, ufficio tecnico Benevento; Mario Cini e Francesco Scalingia. L'attività dei cdr, dal 2005 fino a circa un anno fa, ha prodotto diversi milioni di ecoballe che restano stoccate in Campania e per le quali ancora non si è trovata una soluzione di smaltimento, poiché non essendo a norma non possono essere bruciate nei termovalorizzatori di ultime generazioni. Attualmente i cdr continuano a trattare i rifiuti, ma in modo diverso da quanto previsto dalla normativa.

L'INTERCETTAZIONE - «Come ho avuto l’incarico? Io faccio parte di un partito. E chiaramente non faccio il nome del partito perchè non è il caso». Così Alfredo Nappo, collaudatore dell’impianto cdr di Caivano e destinatario di una delle ordinanze di custodia, risponde a un amico che gli chiede i motivi per i quali fosse stato convocato dagli investigatori della Dia. L’intercettazione telefonica che risale al 5 ottobre 2005 è inserita nelle motivazioni del provvedimento. Per i magistrati questo episodio «appare illuminante per comprendere le reali motivazioni sottese alla nomina dei collaudatori, unitamente all’assenza di qualsivoglia interesse a controllare e pretendere il rispetto dell’appalto». Nell’ordinanza il gip Esposito scrive che «tale conversazione disegna uno scenario sconcertante, notevolmente difforme dai presunti "buoni propositi" indicati nei provvedimenti di nomina», nei quali si fissavano i criteri informatori per la designazione dei commissari di collaudo. Per il giudice «tutto appare più grave ad una lettura ex post della cosiddetta "emergenza rifiuti" in Campanià in quanto la verifica dell’effettivo buon funzionamento degli impianti avrebbe scongiurato l’entrata a regime di un sistema di smaltimento di rifiuti frutto di una colossale truffa che contribuiva ad aggravare la pesante situazione emergenziale».

LA REPLICA DI CIMITILE Il presidente della Provincia, attraverso il suo portavoce Nello Manfrellotti, si dice «fermamente convinto che dal punto di vista tecnico il collaudo, peraltro solo tecnico-amministrativo, fu compiuto con rigore e professionalità». «Pur profondamente colpito da un provvedimento che ritiene prima ingiusto ed errato e poi, in ogni caso, sproporzionato - dice il portavoce in una nota - il professor Cimitile attenderà con fiducia che la giustizia faccia il suo corso; resta il rammarico che il provvedimento possa essere oggi correlato alla sua funzione di presidente della Provincia di Benevento del tutto estranea alla vicenda».

FRANCESCHINI - «Non commento fatti che non conosco, ma ho rispetto per il lavoro della magistratura». Questo ha detto Dario Franceschini durante la trasmissione «Radio Anch’io» sugli arresti avvenuti in Campania nell’ambito di un’indagine sui rifiuti. «Spero che la magistratura - ha aggiunto il segretario del Pd - faccia e bene e in fretta il suo lavoro». Alla domanda se questi provvedimenti a tre giorni dalle elezioni destassero dubbi, Franceschini ha risposto negativamente: «Io non penso mai a complotti; altri lo pensano».

GABRIELE: STO CON CIMITILE - L’ assessore regionale al Lavoro Corrado Gabriele rivolge parole di solidarietà a Cimitile, arrestato nell’ambito dell’inchiesta sui rifiuti. «Sono fiducioso - dice Gabriele - nel lavoro della magistratura, ma altrettanto certo della professionalità e della correttezza del presidente Cimitile al quale rivolgo il mio personale sostegno».

Fonte: corrieredelmezzogiorno.it

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