29 ott 2008

Biglietti omaggio (la solita storia). L'aneddoto dell'assessore Umberto Croppi: due biglietti, ma entrano in quattro

ROMA — Sono strepitosi, a volte. Sono davvero oltre. Sono esattamente come uno se li immagina. Politici potenti e arroganti, politici banali, paonazzi, un po' volgari. Allora, sentite: erano giorni che quelli che gestiscono l'organizzazione di questo Festival venivano giù, sui gradoni dell'Auditorium, con gli occhi al cielo e le braccia larghe, e raccontavano: «No, sul serio: tipi così, mai visti al mondo...». Tu gli chiedevi: dài, spiegate. E loro: «Ti spieghiamo cosa?... No, credici: è una storia troppo triste, dacci retta, lascia stare». Ma che lascia stare. Infatti, dopo un po', sono crollati: «La verità? Dal gabinetto del sindaco Alemanno ci hanno massacrato di richieste». Richieste, scusate, per cosa? «Biglietti omaggio. Biglietti gratuiti. Per figli, per amici dei figli, per le fidanzatine dei figli e...». E poi? «Per le mogli, per le cognate, per la suocere...».

L'ASSESSORE PRETENDE - Storie spiacevoli. Complete di aneddoto. High School 3, anteprima, domenica pomeriggio: all'ingresso della sala si presenta Umberto Croppi, assessore alla Cultura del Campidoglio e amico personale del sindaco (la loro adolescenza politica, come noto, fu piuttosto nera e agitata). Croppi ha due biglietti e quattro persone al seguito. Dice: «Vabbé, dov'è il problema?». Gli spiegano che quattro meno due, fa due. Cioè mancano due biglietti. E lui: «Ne mancano due? Beh, facciamo che ora non mancano più». Lo guardano con aria interrogativa. «Entrano tutti e quattro. Punto, basta. Entrano e basta. Qualcosa da obiettare?». I deputati del Pd Giovanna Melandri e Dario Franceschini, a pochi passi, nella folla festante dei bambini, assistono muti. Inevitabilmente, lunedì sera, l'ufficio di presidenza del Festival è stato così costretto a spedire una lettera (per ovvio escamotage diplomatico inviata anche alla Regione e alla Provincia) in cui si avvertivano tutti «i soci fondatori del Festival» che, qualora volessero avanzare richieste per acquistare biglietti, è ora in funzione un numero telefonico specifico» (si noti la sottigliezza dell'indicazione: «per acquistare»).

IL MAESTRO BACCHETTA - Non casualmente, il maestro Mario Monicelli dice che «la Mostra di Venezia e il Festival di Roma non sono neanche in concorso. Venezia, infatti, ha una sua tradizione e una sua classe che Roma, purtroppo, non ha». Monicelli parla sotto la pioggia, davanti a una folla che neppure riesce ad ascoltarlo, sperduta com'è nelle piccole piazze e lungo i vicoli: proiezione pubblica in piazza Santa Maria dei Monti del suo primo, memorabile documentario: «Vicino al Colosseo, c'è Monti». C'è il rione Monti. Un rione bellissimo. E a entrarci, per dire, non si paga niente.

Fonte: corriere.it

26 ott 2008

Ufficiali Nato in affitto nella villa dei Casalesi

Ufficiali Nato in affitto nella villa del boss
E' la proprietà di famiglia del latitante Iovine

CASAL DI PRINCIPE (Caserta) — Via Toti numero 10. Sul confine tra la municipalità di Casal di Principe e San Cipriano. La villa è circondata e protetta da un alto muro, su di un ampio perimetro. Il portone e il cancello in ferro. Gli accessi sono sorvegliati dall'interno da telecamere ultima generazione. Potrebbe essere una delle tante villone che riempiono gli spazi di questa regione del casalese: costruite come fortini, ricordano la logica medioevale a difesa del clan, piegate su se stesse, affacciate su quello che viene chiamato «il luogo », la corte interna. Con una differenza però. Questa è una delle proprietà immobiliari note della famiglia di Antonio Iovine, classe 1964, detto «ninno» perché piccolo di statura, tra i più pericolosi boss d'Italia, ricercato da oltre 12 anni. E con una peculiarità ancora più curiosa: la villa è ormai da tempo affittata ad ufficiali americani in servizio nelle vicine basi Nato. «Paradossale e assurdo, no? Le casse della Nato, cui contribuisce anche il governo italiano, alimentano quelle della camorra organizzata», dice Franco Roberti, coordinatore della direzione distrettuale antimafia di Napoli. Un fatto noto al comando provinciale dei carabinieri di Caserta, che assieme alla magistratura da tempo cercano di mettere sotto sequestro i beni della camorra, comprese le ville affittate alla Nato.

Quante? «Probabilmente centinaia — commenta il colonnello Carmelo Burgio, ex comandante della missione dei carabinieri a Nassiriya che da oltre 4 anni dirige gli oltre 1.360 carabinieri della provincia —. Con introiti milionari per la malavita locale, che così riesce a riciclare in modo pulito gli introiti delle sue attività illecite. Solo l'anno scorso, nel marzo 2007, riuscimmo a sequestrare beni pari a cento milioni di euro del clan Bianco-Corvino e a localizzare una cinquantina delle loro ville, che erano state acquistate grazie ad un largo giro di truffe alle assicurazioni auto. Di queste oltre 40 erano state affittate a militari americani stanziati nelle basi Nato campane. Oggi quasi tutte sono ancora abitate da ufficiali Usa con le loro famiglie. Ma gli affitti, che sono alti per queste regioni e variano in genere dai 1.500 agli oltre 3.000 euro mensili, vanno ora ad un fiduciario dello Stato». Alla procura di Napoli sospettano tra l'altro che anche il clan di Giuseppe Setola, considerato tra gli autori del massacro di sei giovani di colore poche settimane fa, abbia affittato alla Nato. «Occorre capire chi sono gli intermediari della camorra presso gli americani », dice preoccupato Raffaele Cantone, magistrato di Cassazione esperto dei Casalesi. La villa di via Toti ha un iter molto particolare. «Antonio Iovine, assieme a Michele Zagaria, detto " Capa storta", e gli Schiavone è al comando della camorra casalese. Si arricchiscono anche con gli affitti alla Nato», dicono i carabinieri. «Calcoliamo che quella dove vive la famiglia di Iovine, sempre tra Casal di Principe e San Cipriano, valga almeno un milione di euro e quella molto vicina di via Toti oltre 800mila. Nell'aprile di quest'anno gli abbiamo sequestrato beni per il valore di 80 milioni di euro. Ma il giudice per le indagini preliminari ci ha negato i sequestri delle ville. In particolare, per quella intestata alla madre di Iovine e affittata agli americani, ci è stato detto che non ci sono prove sufficienti per dimostrare che è stata comprata con fondi sporchi», specifica il tenente dell'Arma Giuseppe Tomasi, da oltre trent'anni impegnato nella lotta alla camorra.

La scorsa estate i carabinieri hanno arrestato la moglie di Iovine, Enrichetta Avallone, 40 anni, accusata di aver garantito i contatti tra i il marito latitante e i camorristi. La villa venne intestata alla madre al momento del suo acquisto nel 1986: valore di allora 15 milioni di lire per oltre 500 metri quadri edificati. Come dimostrare che è stata acquistata con fondi illegali? Risponde il colonnello Burgio: «Sono maestri nella truffa. La moglie di Iovine aveva ideato un ottimo sistema per i beni più costosi. Vestiti, mobili, televisori, video erano tutti corredati dai bigliettini da cui risultava che erano regali di amici, conoscenti e parenti, così non doveva dimostrare con che soldi li aveva comprati». Persino le centinaia di scarpe con marchi costosi negli armadi erano contrassegnate come improbabili doni.

Fonte: corriere.it

Università, il business dei laureati precoci

Sono cresciuti in un anno del 57 per cento. La metà negli atenei di Siena e Chieti

Tasic, un serbo di 19 anni, è finito su tutti i giornali del mondo perché, partito per l'America per studiare, ha preso la laurea e pure il dottorato in otto giorni? Noi italiani, di geni, ne abbiamo a migliaia. O almeno così dicono i numeri, stupefacenti, di alcune università. Numeri che, da soli, rivelano più di mille dossier sul degrado del titolo di «dottore». I «laureati precoci», studenti straordinari che riescono a finire l'università in anticipo sul previsto, ci sono sempre stati. È l'accelerazione degli ultimi anni ad essere sbalorditiva. Soprattutto nei corsi di laurea triennali, dove i «precoci» tra il 2006 e il 2007, stando alla banca dati del ministero dell'Università, sono cresciuti del 57% arrivando ad essere 11.874: pari al 6,83% del totale. Tema: è mai possibile che un «dottore» su 14 vada veloce come Usain Bolt? C'è di più: stando al rapporto 2007 sull'università elaborato dal Cnvsu, il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario, quasi la metà di tutti questi Usain Bolt, per la precisione il 46%, ha preso nel 2006 l'alloro in due soli atenei. Per capirci: in due hanno sfornato tanti «dottori» quanto tutti gli altri 92 messi insieme. Quali sono queste culle del sapere occidentale colpevolmente ignorate dalle classifiche internazionali come quella della Shanghai Jiao Tong University secondo cui il primo ateneo italiano nel 2008, La Sapienza di Roma, è al 146˚ posto e Padova al 189˚? Risposta ufficiale del Cnvsu: «Stiamo elaborando i dati aggiornati per la pubblicazione del rapporto 2008. Comunque i dati sui laureati sono pubblici e consultabili sul sito dell'ufficio statistica del Miur». Infatti la risposta c'è: le culle del sapere che sfornano più «precoci» sono l'Università di Siena (494ª nella classifica di Shanghai) e la «Gabriele D'Annunzio» di Chieti e Pescara, che non figura neppure tra le prime 500 del pianeta. Numeri alla mano, risulta che dall'ateneo abruzzese, che grazie al contenitore unico di un'omonima Fondazione presieduta dal rettore Franco Cuccurullo e finanziata da molte delle maggiori case farmaceutiche (Angelini, Kowa, Ingenix, Fournier, Astra Zeneca, Boheringer, Bristol- Myers...), conta su una università telematica parallela non meno generosa, sono usciti nel 2007 la bellezza di 5.718 studenti con laurea triennale. In maggioranza (53%) immatricolati, stando ai dati, nell'anno accademico 2005-2006 o dopo. Il che fa pensare che si siano laureati in due anni o addirittura in pochi mesi. Quanto all'ateneo di Siena, i precoci nel 2007 sono risultati 1.918 su un totale di 4.060 «triennali»: il 47,2%. La metà.

Ancora più sorprendente, tuttavia, è la quota di maschi: su 1.918 sono 1.897. Contro 21 femmine. Come mai? Con ogni probabilità perché alla fine del 2003 l'Università firmò una convenzione coi carabinieri che consentiva ai marescialli che avevano seguito il corso biennale interno di farsi riconoscere la bellezza di 124 «crediti formativi». Per raggiungere i 148 necessari ad ottenere la laurea triennale in Scienza dell'amministrazione, a quel punto, bastava presentare tre tesine da 8 crediti ciascuna. E il gioco era fatto. Ma facciamo un passo indietro. Tutto era nato quando, alla fine degli anni Novanta, il ministro Luigi Berlinguer, adeguando le norme a quelle europee, aveva introdotto la laurea triennale. Laurea alla portata di chi, avendo accumulato anni d'esperienza nel suo lavoro, poteva mettere a frutto questa sua professionalità grazie al riconoscimento di un certo numero di quei «crediti formativi» di cui dicevamo. Un'innovazione di per sé sensata. Ma rivelatasi presto, all'italiana, devastante. Colpa del peso che da noi viene dato nei concorsi pubblici, nelle graduatorie interne, nelle promozioni, non alle valutazioni sulle capacità professionali delle persone ma al «pezzo di carta», il cui valore legale non è mai stato (ahinoi!) abolito. Colpa del modo in cui molti atenei hanno interpretato l'autonomia gestionale. Colpa delle crescenti ristrettezze economiche, che hanno spinto alcune università a lanciarsi in una pazza corsa ad accumulare più iscritti possibili per avere più rette possibili e chiedere al governo più finanziamenti possibili. Va da sé che, in una giungla di questo genere, la gara ad accaparrarsi il maggior numero di studenti è passata attraverso l'offerta di convenzioni generosissime con grandi gruppi di persone unite da una divisa o da un Ordine professionale, un'associazione o un sindacato. Dai vigili del fuoco ai giornalisti, dai finanzieri agli iscritti alla Uil. E va da sé che, per spuntarla, c'è chi era arrivato a sbandierare «occasioni d'oro, siore e siore, occasioni irripetibili». Come appunto quei 124 crediti su 148 necessari alla laurea, annullati solo dopo lo scoppio di roventi polemiche. Un andazzo pazzesco, interrotto solo nel maggio 2007 da Fabio Mussi («Mai più di 60 crediti: mai più!») quando ormai buona parte dei buoi era già scappata dalle stalle. Peggio. Perfino dopo quell'argine eretto dal predecessore della Gelmini, c'è chi ha tirato diritto. Come la «Kore» di Enna che, nonostante il provvedimento mussiano prevedesse che il taglio dei crediti doveva essere applicato tassativamente dall'anno accademico 2006-2007, ha pubblicato sul suo sito internet il seguente avviso: «Si comunica che, a seguito della disposizione del ministro Mussi, l'Università di Enna ha deciso di procedere alla riformulazione delle convenzioni» ma «facendo salvi i diritti acquisiti da coloro che vi abbiano fatto esplicito riferimento, sia in sede di immatricolazione che in sede di iscrizione a corsi singoli, nell'ambito dell'anno accademico 2006-2007».

Bene: sapete quanti studenti risultano aver preso la laurea triennale nell'ateneo siciliano in meno di due anni grazie ad accordi come quello con i poliziotti (76 crediti riconosciuti agli agenti, 106 ai sovrintendenti e addirittura 127 agli ispettori) che volevano diventare dottori in «Mediazione culturale e cooperazione euromediterranea»? Una marea: il 79%. Una percentuale superiore perfino a quella della Libera università degli Studi San Pio V di Roma: 645 precoci su 886, pari al 73%. E inferiore solo a quella della Tel.M.A., l'università telematica legata al Formez, l'ente di formazione che dipende dal Dipartimento della funzione pubblica: 428 «precoci» su 468 laureati. Vale a dire il 91,4%. Che senso ha regalare le lauree così, a chi ha l'unico merito di essere iscritto alla Cisl o di lavorare all'Aci? È una domanda ustionante, da girare a tutti coloro che hanno governato questo Paese. Tutti. E che certo non può essere liquidata buttando tutto nel calderone degli errori della sinistra, come ha fatto l'altro ieri Mariastella Gelmini dicendo che di tutte le magagne universitarie «non ha certo colpa il governo Berlusconi che, anzi, è il primo governo che vuol mettere ordine». Sicura? Certo, non c'era lei l'altra volta alla guida del ministero. Ma la magica moltiplicazione delle università (soprattutto telematiche), la corsa alle convenzioni più assurde e il diluvio di «lauree sprint», lo dicono i numeri e le date, è avvenuta anche se non soprattutto negli anni berlusconiani dal 2001 al 2006. E pretendere oggi una delega in bianco perché «non si disturba il manovratore», è forse un po' troppo. O no?

Fonte: corriere.it

24 ott 2008

Palermo, 100 famiglie in cattedra Una Cupola di clan accademici si spartisce il sapere

Padri e figli controllano le facoltà. Una Cupola di clan accademici si spartisce il sapere. Docenti parenti: 58 a Medicina, 21 a Giurisprudenza, 23 su 129 professori ad Agraria
Palermo, 100 famiglie in cattedra. La "parentopoli" dell'università

PALERMO - Una Cupola dotta si spartisce il sapere di Palermo. Sono cento le famiglie che hanno l'Università nelle loro mani, cento clan accademici fatti di figli che salgono in cattedra per diritto ereditario, fratelli e sorelle che succedono inevitabilmente ai loro padri e ai loro zii, nipoti e cugini immancabilmente primi al pubblico concorso. Regnano in ogni facoltà. Si riproducono nell'omertà. Docenti parenti. Cinquantotto a Medicina. Ventuno a Giurisprudenza. Ventitré su appena centoventinove professori ad Agraria, la roccaforte dei patti di sangue.

Se l'Ateneo di Bari è diventato famoso in Italia per la compravendita di esami e per i test superati in cambio di sesso, quello di Palermo ha un primato assoluto che spiega come i "soliti noti" spadroneggino in ogni disciplina. Ordinari, associati, ricercatori: tutti legati uno all'altro da un intreccio parentale. In totale sono almeno 230. Cento famiglie.

Un altro record solo apparentemente innocuo di questa Università è per esempio il luogo di nascita dei suoi docenti: il 54,7 per cento sono palermitani. Più della metà sono di qui e due su tre vengono dalla provincia. Soltanto Napoli eguaglia la capitale della Sicilia in questa performance. Ma il numero che svela fino in fondo la Palermo cattedratica è quell'altro sui legami familiari. Sono piccoli grandi eserciti dislocati dipartimento dopo dipartimento, materia per materia.

Somiglia tanto a un'occupazione militare, chi non fa parte di un clan resta quasi sempre fuori. E tutto nel rispetto della legge e delle procedure. La regola per conquistare un posto in università è solo una: non parlare. Qualcuno - è chiaro - si ritrova suo malgrado in questo elenco nonostante meriti e titoli. Per molti però quello che conta è solo il nome che portano.
Ci sono delle vere e proprie dinasty anche a Scienze, ad Architettura, a Economia. In ogni facoltà ci sono ceppi familiari dominanti, aule e laboratori di ricerca popolati solo da rampolli. Uno scandalo dopo l'altro soffocati nel silenzio.

A Medicina le famiglie che comandano sono 24. Si ramificano dappertutto. Una è la famiglia Cannizzaro. Il padre Giuseppe è ordinario di Scienze farmacologiche, nel suo dipartimento c'è anche il figlio Emanuele (ricercatore), la cognata Luisa Dusonchet (associata) e la figlia Carla che insegna a Farmacia. Ordinario di Scienze stomatologiche è Domenico Caradonna, i figli Carola e Luigi fanno i ricercatori nello stesso dipartimento. Ordinario di Scienze biochimiche è Giovanni Tesoriere, la moglie Renza Vento è a Biologia, la figlia Zeila è entrata in Architettura dove c'è anche suo marito Renzo Lecardane. Zeila è stata nominata a soli 37 anni come associata "per chiamata diretta", il marito - che da un anno era impiegato al Comune di Palermo dopo un'esperienza all'estero - ha conquistato un posto grazie alle norme sul "rientro dei cervelli". Altri nomi eccellenti di Medicina con parenti al seguito: i Salerno (Biopatologia), i Canziani (Neuropsichiatria infantile), i Ferrara (Otorinolaringoiatria), i Piccoli (Neuroscienze cliniche). Dopo i parenti ci sono naturalmente schiere di compari. Li piazzano per grazia ricevuta. A un favore fatto ne corrisponde sempre un altro. E' una catena interminabile, un giro chiuso. Le carte sono sempre a posto, i concorsi a prova di codice penale, un altro discorso è la decenza.

Come a Economia, il reame dei Fazio. Il capostipite è Vincenzo, ordinario di Scienze economiche, aziendali e finanziarie. Nello stesso suo dipartimento ci sono altri due Fazio: i suoi figli, Gioacchino associato e Giorgio ricercatore. Insegnano la stessa materia di papà. Il preside di Economia si chiama Carlo Dominici, suo figlio Gandolfo è anche lui in facoltà per istruire gli studenti in Scienze economiche. Poi ci sono i due Bavetta, Sebastiano ordinario e Carlo associato, figli di Giuseppe che lì a Economia c'era fino a qualche tempo fa. Ora è in pensione. Un ultimo caso di padre e figli di quella facoltà: il docente di economia aziendale Carlo Sorci e sua figlia Elisabetta - ricercatrice - che insegna Diritto commerciale.

A Giurisprudenza i docenti sono 137 e i nuclei familiari che dettano legge 10. Alfredo Galasso è ordinario di Diritto privato, suo figlio Gianfranco insegna la stessa materia, nello stesso dipartimento c'è anche Giuseppina Palmeri che è la moglie del fratello di Gianfranco. Anche Savino Mazzamuto (Diritto privato, ora trasferito a Roma 3) ha lasciato un posto in eredità a suo figlio Pierluigi. La figlia di Aurelio Anselmo, Alice, ha trovato sistemazione all'Università di Trapani: ricercatrice di Diritto pubblico. Salvatore Raimondi, nome pesante, amministrativista di grido ingaggiato per i suoi "pareri" anche dalla Regione siciliana, ha nel suo dipartimento di Diritto pubblico il figlio Luigi. E Rosalba Alessi, ordinario di Diritto privato - e soprattutto potente commissario degli enti economici siciliani, una carica che vale come tre assessorati importanti - ha nello stesso suo dipartimento il nipote Enrico Camilleri.

Ad Architettura c'è una grande famiglia, quella dei Milone. Il preside Angelo è in compagnia del fratello Mario (che è anche vicesindaco di Palermo e - attenzione - assessore ai rapporti con l'Università) e due figli che sono ricercatori: Daniele e Manuela. A Lettere, i Carapezza sono 4. I fratelli Attilio e Marco, il primo che insegna Scienze delle Antichità e il secondo Filosofia e teoria dei linguaggi. Il loro cugino Paolo Emilio è ordinario di Musicologia, suo figlio Francesco è ricercatore nello stesso dipartimento di Attilio. Poi ci sono i Buttita. Nino, il vecchio, antropologo, è stato preside di Lettere. Il figlio Ignazio insegna all'Università di Sassari ma ha supplenze a Palermo. La moglie Elsa Guggino è ordinaria nella stessa facoltà.
L'elenco dei padri e dei figli continua a Ingegneria, 18 famiglie e 38 parenti. Filippo Sorbello e il figlio Rosario, Michele Inzerillo e la figlia Laura, Stefano Riva Sanseverino (cognato di Luca Orlando) e la figlia Eleonora. A Scienze Matematiche Fisiche e Naturali si contendono il numero dei parenti i Gianguzza e i Vetro. Mario Gianguzza, ordinario di Biopatologia a Medicina, a Scienze ha come colleghi i fratelli Antonio (Chimica inorganica) e Fabrizio (Biologia cellulare) e la figlia Paola (Ecologia). Uno dei loro nipoti, Salvatore Costa, è anche lui in Biologia cellulare. L'altra famiglia, i Vetro, è tutta appassionata di matematica. Pasquale Vetro, matematico. La moglie Cristina Di Bari, matematica. Il loro figlio Calogero, matematico.

La facoltà più piena di mogli e mariti e figli è però quella di Agraria. Su 129 docenti 23 sono parenti. Un quinto. Divisi in 11 nuclei familiari. Il preside Salvatore Tudisca ha lì dentro come associata sua moglie Anna Maria Di Trapani. L'ordinario Antonino Bacarella ha la figlia Simona e il nipote Luca Altamore. L'ordinario Giuseppe Chironi ha la figlia Stefania, l'ordinario in pensione Giuseppe Asciuto ha suo figlio Antonio, l'ordinario in pensione Carmelo Schifani ha il figlio Giorgio, l'ordinario Salvatore Ragusa ha il figlio Ernesto, l'ordinario Luigi Di Marco ha la moglie Antonietta Germanà, l'ordinario Vito Ferro ha la moglie Costanza Di Stefano, l'ordinario Antonio Motisi ha la moglie Maria Gabriella Barbagallo, l'ordinario Riccardo Sarno ha il figlio Mauro, l'ordinario Claudio Leto ha la moglie Teresa Tuttolomondo. Cento famiglie. Di queste ce ne sono sessanta con "residenza" fissa in uno stesso dipartimento. E' praticamente casa loro.

Fonte: repubblica.it

16 ott 2008

Campania, una gita da 200.000 euro

Ma la Regione Campania non è quella con i conti in situazione disperata? Quella dove la gestione dei rifiuti è commissariata da un decennio? Quella dove la sanità pubblica solo nel 2008 ha prodotto un extrabuco di 300 milioni di euro che si sommano ai miliardi degli anni scorsi? L'ultimo degli assessori bassoliniani, quel Claudio Velardi chiamato a risollevare l'immagine di un terra travolta da immondizia e criminalità, non deve essersi accorto della situazione finanziaria che lo circonda. Forse l'ex spin doctor dalemiano e fondatore di una lanciatissima società di comunicazione è ancora rimasto ai fasti del rinascimento partenopeo. Così per una trasferta ufficiale della Regione Campania a Washington sono stati stanziati duecentomila euro. Certo, ben poca cosa rispetto allo sfarzo delle tournè transoceaniche di Sandra Lonardo Mastella, tutt'ora presidente del consiglio campano nonostante l'arresto e le accuse confermate da tutti i tribunali. Ma una cifra comunque elevata.

Nel suo blog Velardi parla di "un persistente, sordo pregiudizio sui fondi impiegati nella promozione istituzionale". E fornisce la lista delle spese previste per la trasferta di 3 giorni. Onore alla trasparenza. L'elenco però aumenta le perplessità. Ci sono dieci voli andata e ritorno Roma-Washington: 25 mila euro. In pratica, 2500 euro a testa: biglietto di business senza sconti. Poi ben 1500 euro per i trasferimenti dall'aeroporto alla capitale americana: 150 euro a testa, una cifra molto alta per le tariffe delle Limousine con autista. Quindi 16.890 uro per l'albergo della delegazione ufficiale, dello staff del ristorante Don Alfonso e per gli ospiti. Andiamo all'alimentazione. Sono previsti 36 mila euro per offrire una cena di gala: quanto basta a sfornare 500 menù da 72 euro l'uno. Poi c'è il dinner della Niaf, la potente organizzazione italo-americana: il tavolo richiede un contributo di 70 mila euro. Ma le due mangiate non bastano e così vengono stanziati altri 5000 euro di pasti per delegazione e ospiti: forse il jet lag mette appetito... E pensare che Velardi nel blog lamenta di avere "le viscere che bofonchiano" per una recente indisposizione.

Veniamo ai gadget. Per gli ospiti d'onore 50 cravatte e 25 foulard: 7500 euro. Fanno cento euro a pezzo. Si spera almeno che siano Marinella. E sorpende che la Regione non sia riuscita nemmeno a farsi fare uno sconticino. Prezzo da boutique anche per i 3.500 magneti omaggio, costati 4 euro e mezzo cadauno. Ci sono poi 2.000 magliette da 5 euro a mezzo l'una, quelle sì economiche. Infine la pubblicità. Poteva un evento del genere non venire propagandato? Bene, altri 24 mila euro. Per comprare una pagina su una testata di Washington? Per far uscire qualcosa su un settimanale statunitense? No, i soldi vanno al quadrimestrale Italy Italy, edito da una società di Magliano Romano: un periodico in inglese, spesso distribuito come allegato nelle edicole italiane e venduto solo in abbonamento nel Nord America.
Velardi, parlando delle missioni all'estero, sul suo blog parla di "esercizi gratuiti di cafoneria, imbarazzanti foto ricordo (ne ricordo una di Occhetto a Manhattan…), dichiarazioni fuori luogo. Insomma, il sospetto generale e preventivo è comprensibile". Come dargli torto?

Fonte: spreconi.it

15 ott 2008

Pietro Maso torna in semilibertà

Condannato a trent'anni per aver ucciso i genitori nel 1991, nel Veronese, era detenuto nel carcere di Opera

MILANO - Pietro Maso è in semilibertà. Lo ha stabilito il Tribunale di sorveglianza di Milano. Condannato a 30 anni di carcere per aver ucciso i genitori, è detenuto nel carcere di Opera e recentemente ha ottenuto diversi permessi premio. All'epoca 19enne, oggi ha 37 anni. La semilibertà prevede che il condannato esca dal carcere per partecipare ad attività lavorative, istruttive o utili al reinserimento sociale.

IL DELITTO - Diciassette anni fa, il 17 aprile 1991, insieme a tre complici (di cui uno minorenne) aveva trucidato a colpi di spranga e padella Antonio Maso e la moglie Maria Rosa Tessari a Montecchia di Crosara, nel Veronese. I quattro si erano appostati in casa, aspettando che la coppia rientrasse da una riunione in parrocchia: quindi l'agguato. Il gruppo aveva progettato il delitto da tempo e indossava tute da lavoro e maschere di carnevale. L'obiettivo era uno: dividersi l'eredità. C'erano stati due tentativi precedenti: Maso e i suoi complici avevano provato a ucciderli con un ordigno rudimentale fatto con due bombole a gas e poi tentando di investire la madre.

TRE GIORNI DI INTERROGATORI - Il duplice omicidio è stato denunciato dallo stesso Pietro, che dice di aver trovato i corpi dei genitori vicino a una scala interna di casa in una pozza di sangue al ritorno dalla discoteca. I coniugi, stabilirà l'autopsia, sono stati uccisi con bastonate alla testa: per questo gli inquirenti pensano a una rapina. I carabinieri sono però insospettiti dallo strano atteggiamento del giovane, che si dimostra pronto a collaborare con loro rimanendo freddo e distaccato rispetto alla tragedia. Dopo tre giorni di interrogatori, Pietro e i suoi tre complici cedono, confessando il duplice omicidio, progettato affinché Maso ereditasse i soldi dei genitori e potesse mantenere lo stile di vita che lo ha fatto emergere tra gli amici. Dalle indagini è emerso che Pietro aveva pensato anche di eliminare le sue due sorelle, per essere l'unico erede di tutte le sostanze.

LA SENTENZA - Meno di un anno dopo, il 29 febbraio 1992, Maso, allora 19enne, e due dei complici, Giorgio Carbognin e Paolo Cavazza (il terzo, Damiano Burato, è stato processato a parte e condannato a 13 anni perché quando è stato commesso l'omicidio era minorenne), sono stati condannati a 30 anni (Maso) e 26 anni di carcere (i complici) dai giudici della Corte d'Assise di Verona. La pena è stata confermata sia in Appello che in Cassazione, dove la condanna è diventata definitiva nel 1994. A tutti la Corte d'Assise aveva concesso la seminfermità, l'equivalenza fra attenuanti e aggravanti e il riconoscimento ai gregari di aver subito un rapporto di «dipendenza psicologica» da Pietro Maso. Il processo era cominciato il 18 febbraio. Aveva fatto scalpore la perizia affidata dall'accusa a Vittorino Andreoli, che oltre a escludere che i tre fossero incapaci di intendere e volere (tranne un disturbo narcisistico della personalità di Maso, che però non rappresenta un'infermità), aveva puntato il dito contro la società in cui il delitto si inseriva. In Appello, Maso aveva prodotto una lettera di pentimento, inizio di un percorso poi proseguito in carcere, dove il condannato ha tenuto un comportamento ineccepibile, impegnandosi anche come attore in un musical insieme ad altri detenuti.

UNA PERSONA DIVERSA - Maso aveva chiesto diverse volte di poter godere di permessi premio, ma la richiesta gli era stata negata sia nel 2002 che nel 2006, quando il magistrato di sorveglianza di Milano Roberta Cossia aveva concesso il permesso ma il pm Claudio Gittardi aveva posto in extremis il veto. A febbraio 2007, in un'intervista, Maso aveva detto di essere «una persona diversa». «Sedici anni di carcere mi hanno cambiato - aveva dichiarato -. Mi ero perso, ho cercato di ritrovarmi, anche grazie alla fede». E ancora: «Ai ragazzi che mi scrivono e mi raccontano che vogliono uccidere i genitori, dico di fermarsi, di ragionare, di ricucire i rapporti. Non ho potuto salvare me stesso, almeno ci provo con gli altri. Perché quando fra cinque anni uscirò di qui, anche queste cose, forse, mi serviranno per iniziare una nuova vita». Pochi mesi dopo il primo permesso premio. Maso è uscito per la prima volta dal carcere di Opera la mattina del 7 aprile 2007 per rientrare la sera del 9. Con l'indulto il termine ufficiale della sua pena è stato fissato al 2015 e non più al 2018.

«SERIO CAMMINO DI FEDE» - Don Guido Todeschini, padre spirituale di Pietro Maso, commenta interpellato dall'Ansa la concessione della semilibertà: «L'ho seguito fin dall'inizio della sua vicenda e posso dire che in questi anni Pietro ha fatto un serio cammino di fede e conversione. Ciò che gli auguro è di continuare questo percorso di fede e portarlo avanti». Don Todeschini gestisce alle porte di Verona la comunità Il Cenacolo, che Maso ha indicato in passato come domicilio in caso di permessi premio. L'avvocato Maria Pia Licata, difensore milanese di Maso, si è detta felicemente sorpresa. «Ci speravo tanto - ha detto all'Ansa - e c'erano tutti i presupposti per ottenere la semilibertà, ma il procuratore generale aveva dato parere sfavorevole e non pensavo si arrivasse a questo traguardo. Maso è un ragazzo che non ha mai sgarrato, ha saputo ricostruire il rapporto con le sorelle e dimostra un forte sentimento nei confronti della fidanzata. Ricordo che da tempo lavora come magazziniere e si è diplomato in ragioneria». Di diverso parere il sindaco di Montecchia di Crosara, Giuseppe Cavazza: «I giudici avranno valutato bene prima di concedere la semilibertà a Maso, ma resto del parere che la condanna dovrebbe essere scontata fino in fondo».

Fonte: corriere.it

13 ott 2008

Crack di Catania, 47 avvisi di garanzia, coinvolto anche Umberto Scapagnini

Si era detto entusiasta dell'idea di una commissione d'inchiesta interna al Comune. Ma sull'ex sindaco di Catania Umberto Scapagnini, e su altri 46 fra ex assessori al bilancio e altri dirigenti comunali, le indagini erano già in corso da parte della Procura del capoluogo etneo, che ora ha emesso altrettanti avvisi di garanzia per abuso d'ufficio e falso.

A far scattare le indagini della Procura sono i buchi nel bilancio comunale che hanno condotto la città sull'orlo del dissesto finanziario, lungo mesi di calvario costellati di debiti sempre più difficili da onorare, luci spente nelle vie del centro per i 20 milioni di euro non pagati all'Enel e stipendi sospesi anche per 10 mesi. Tra i 47 avvisi di garanzia spiccati dalla Procura, che ha subito secretato gli atti relativi agli interrogatori già effettuati nell‘inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Gennaro e dai sostituti Francesco Puleio e Andrea Ursino, ci sono, oltre all'ex sindaco Scapagnini (oggi parlamentare per il Popolo della Libertà), gli ex assessori al Bilancio, i responsabili dei servizi finanziari e altri funzionari del Comune. Per il medico personale di Silvio Berlusconi non è il primo infortunio con la magistratura siciliana: a maggio i giudici di Catania hanno infatti condannato a 2 anni e 6 mesi l'ex sindaco per abuso d'ufficio e violazione della legge elettorale per la vicenda dei contributi previdenziali concessi ai dipendenti del Comune per i danni subiti a causa della cenere dell'Etna. Un generoso assegno che il municipio allora guidato da Scapagnini staccò tre giorni prima delle elezioni amministrative del 2005 che lo riconfermarono in sella alla Giunta.

Tecnicamente, a far scattare i rischi più concreti di dissesto sono 99 milioni di euro di disavanzi accumulati tra 2004 e 2006, che il Comune non è stato in grado di ripianare integralmente entro i due anni di tempo concessi dalla legge. Ma al di là dei tecnicismi, il buco nei conti comunali si rivela una voragine da 357 milioni di euro secondo i calcoli degli stessi tecnici comunali, a cui si aggiungono quasi 600 milioni di euro di mutui che portano il rosso catanese a sfiorare la cifra record del miliardo di euro. Per correre ai ripari il Comune nei mesi scorsi ha tentato una serie di operazioni che non hanno retto la prova sul campo. La dismissione di un primo pacchetto di immobili a favore di Catania Risorse, la spa interamente comunale costruita appositamente nel 2006, è stata stoppata dall'Economia che nel portafoglio di immobili da destinare alla società ha trovato anche beni demaniali e del patrimonio indisponibile dello Stato. Superato questo primo, enorme, ostacolo, un altro problema insormontabile è stato rappresentato dalla ricerca dei finanziatori che avrebbero dovuto garantire al Comune il pagamento degli immobili conferiti. Risultata vana la ricerca, il municipio ha provato ad accertare "convenzionalmente" i fondi, vincolando all'effettivo arrivo dei finanziamenti la definizione dell'entrata, ma Corte dei conti e Ragioneria generale hanno acceso il semaforo rosso a questa operazione di finanza creativa.

Nei giorni scorsi, con una delibera Cipe e con il successivo decreto salvabilanci (il 154/2008, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 235 del 7 ottobre scorso), il Governo ha stanziato un assegno straordinario di 140 milioni per far uscire dalle secche i conti catanesi. Ma la dotazione finanziaria, che pure è consistente ed ha avviato una polemica infuocata e bipartisan nei Comuni del centro-nord, è poco più di una boccata d'ossigeno per i conti della seconda città della Sicilia, nono Comune italiano per dimensioni. Lo sa bene lo stesso sindaco Raffaele Stancanelli, succeduto a Scapagnini alla guida della città, che nelle scorse settimane aveva chiesto al Governo 200 milioni perché il Comune potesse sopravvivere e ha presentato un piano in più punti per riportare in vita le finanze comunali. Tra le contromosse annunciate da Stancanelli c'è il commissariamento di tutte le partecipate comunali, che per ripianare le loro perdite hanno presentato al Comune un conto da 119 milioni. "Le partecipate - ha ribadito Stancanelli senza ricorrere a giri di parole - sono la vera vergogna di Catania. È uno scandalo che siano in perdita settori come le utility, che in tutto il resto d'Italia macinano utili".


Fonte: ilsole24ore.com

12 ott 2008

La vita dorata dei falsi sfollati negli alberghi di Napoli

Pensione completa per gli ospiti. Mentre il municipio perde 16 milioni ogni 12 mesi

Costano 4 milioni l'anno, solo la metà ha diritto all'assistenza. E il Comune rischia il dissesto

Gli sfollati che da sei anni soggiornano in alcuni alberghi napoletani a spese del Comune, vitto e alloggio bevande escluse, sono ancora lì. Nonostante la scoperta che solo uno su due era sfollato: gli altri erano «subentrati». Sono in corso accertamenti, dicono. E i furboni sperano che come le altre volte lo scandalo passi e chi paga i conti si dimentichi di loro. Difficile, stavolta: il municipio è messo male. E quegli sfollati, i veri e i falsi, costano quattro milioni di euro l'anno. Direte: non è possibile. Stando ai calcoli fatti da Alleanza Nazionale, l'ospitalità generosamente offerta alle famiglie fatte sgomberare nel dicembre 2002 da tre edifici fatiscenti di vico Longo a Carbonara, nella zona più degradata dalle parti di piazza Mercato, sarebbe costata fino ad oggi quanto bastava e avanzava per costruire un paio di palazzine in grado di accogliere tutti gli evacuati.

Basti dire che ai cinque hotel nei dintorni della stazione ferroviaria, il Comune paga 55 euro al giorno per la pensione completa di ogni ospite per un totale di 79.600 euro a settimana, 341 mila al mese, 4 milioni e 98 mila euro l'anno. E quando hanno fatto irruzione al «Maxjo», un brutto albergo a due stelle, all'alba di alcuni giorni fa, i vigili urbani al comando del generale Luigi Sementa, ci hanno trovato di tutto. Persone che vivevano a sbafo a spese della collettività senza mai essere stato sfollate. Un paio di pregiudicati. Armi e munizioni. Stanze trasformate in appartamentini con angoli cottura. Un «femminiello» assonnato reduce da una notte sul marciapiede: «Ca vulite? Siete della buoncostume?». Oddio, non che il Municipio sia nuovo a «distrazioni» su questo versante. Anzi. Una bella fetta di napoletani è assolutamente convinta di avere una specie di diritto divino ad avere la casa gratis. E l'andazzo di chiudere un occhio sulle piccole e grandi prepotenze del popolino («si può ben dire che la plebe napoletana è molto più plebe delle altre», diceva già due secoli e mezzo fa Montesquieu) è così diffuso che il Comune, proprietario di un immenso patrimonio immobiliare, riesce a rimetterci 16 milioni di euro l'anno. Ovvio: stando a un recente rapporto della Corte dei Conti, gli inquilini degli alloggi municipali che dichiarano di vivere d'aria e di non avere neppure un euro di reddito annuale (neppure uno!) sono 78 su cento. Gli ultimi 22, almeno, pagano? Qualche volta sì, qualche volta no...

Come andassero le cose negli alberghi dove il Comune aveva via via piazzato gli sfollati a partire addirittura dal 2000, si sapeva da tempo. Rifondazione Comunista aveva denunciato la cosa già nel 2003 e poi di nuovo alla fine del 2006, chiedendo di sapere l'entità della spesa comunale «essendoci nuclei familiari collocati in vari alberghi cittadini dei quali però si è persa ogni traccia». Solo che questa volta il ritorno di fiamma dello scandalo è arrivato in un momento delicatissimo. Nei giorni in cui la giunta comunale guidata da Rosa Russo Iervolino, come scriveva ieri mattina Il Sole 24 ore, si ritrova «a un passo dal dissesto». Carica di debiti, di mutui da pagare e con crediti per 800 milioni di euro che i revisori dei conti, con un eufemismo che la dice lunga, hanno definito «difficilmente esigibili». Traduzione: avanza un mucchio di denaro da persone, enti e società che i loro debiti non li salderanno mai.

Non bastasse, sono saltati fuori tra esclamazioni di sorpresa generale 58 milioni e 349 mila euro di debiti fuori bilancio, segnalati dai vari uffici all'assessorato alle Finanze dopo la chiusura del documento contabile annuale. Una somma enorme. Tanto più che riguarda solo i primi otto mesi dell'anno e rischia, secondo l'opposizione di destra, di gonfiarsi ancora fino a cento milioni. Cosa significhi lo ha spiegato il Corriere del Mezzogiorno, ricordando che non solo lo stesso Comune partenopeo aveva chiuso il 2007 con un extradeficit che era la metà (28 milioni) ma che questo extradeficit nel 2007 ha pesato su Torino per 60 mila euro, su Roma per un milione e 800 mila, su Milano per 195 mila. Cifre risibili, in confronto a quella napoletana. Di più, accusa il Sole: nel 2007 tutti i Comuni e tutte le Province italiani messi insieme hanno accumulato perdite fuori bilancio per un totale di 600 milioni.

Come diavolo ha fatto Palazzo San Giacomo a farne da solo oltre 58? Colpa del profondo rosso da 23,4 milioni di «Napoli Servizi», la società partecipata dalla quale la giunta di Rosa Russo Iervolino (che strilla furente: «Chi ha sbagliato pagherà!») vuole uscire. Colpa, per altri 11 milioni, di lavori imprevisti, improvvise urgenze, manutenzione stradale, «acquisto suppellettili»... Colpa infine, per altri 23,5 milioni, di spese processuali e risarcimenti e condanne sul fronte di varie sentenze negative, a partire da un vecchio contenzioso su un grosso appalto pubblico di metà degli anni Novanta a Ponticelli chiuso con un lodo di 14 milioni euro. «Mi vergogno di essere l'assessore al Bilancio di un Comune che ha un debito fuori bilancio così grande. È intollerabile la dimensione che sta assumendo questo fenomeno», si è sfogato accusando i funzionari l'assessore Enrico Cardillo, un ex sindacalista della Uil nel mirino della magistratura per la distribuzione di troppe consulenze. «Se ti vergogni dimettiti», gli ha risposto brusco Salvatore Varriale, oggi consigliere di Forza Italia e tanti anni fa, per conto della Dc, predecessore di Cardillo. Secondo lui, i crediti di fatto quasi impossibili da recuperare sono addirittura di più e potrebbero sfondare il miliardo: «Si pensi che le sole tasse sulla spazzatura mai pagate ammontano a 130 milioni e le sole multe stradali a 416!». Come andrà a finire? Boh... I nuvoloni all'orizzonte sono neri neri. Lo sapete, ad esempio, quante sono le cause pendenti contro il Comune? Oltre cinquantamila.

Fonte: corriere.it

9 ott 2008

Il sistema Cosentino

Il business milionario di famiglia. I terreni comprati dai boss. Il mistero di un certificato antimafia negato e poi rilasciato. Carriera e affari del sottosegretario. Accusato da quattro pentiti

E ora sono quattro. Un poker di pentiti di camorra accusa il sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino, nato a Casal di Principe, di avere intessuto un rapporto organico con il clan più pericoloso d'Italia: i casalesi.

L'ultimo verbale è stato depositato il 30 settembre scorso in occasione dell'operazione 'Spartacus 3' della Procura di Napoli, una retata che ha raccolto il plauso del capo dello Stato. Il pentito Domenico Frascogna ha raccontato ai pm che Cosentino è stato il postino dei messaggi del boss Francesco Schiavone, detto Sandokan per una vaga somiglianza con l'eroe salgariano. L'attuale sottosegretario avrebbe trasmesso gli ordini del capoclan, poi condannato a tre ergastoli e decine di anni di galera per reati gravissimi che vanno dall'omicidio all'associazione camorristica.

Pizza e pizzino I fatti narrati si svolgono tra la fine del 1995 e l'inizio del 1996. In quel periodo il boss, che ora è chiuso nel regime di isolamento più duro, è latitante. Cosentino è stato eletto consigliere regionale per Forza Italia con una valanga di voti (in provincia di Caserta una preferenza su tre è sua) e forte di questo bottino sta preparando l'approdo in Parlamento, che gli riuscirà nel 1996. A Casal di Principe Sandokan regna incontrastato e segue gli affari del clan nei rifiuti e nel calcestruzzo grazie a una rete di fiancheggiatori. Secondo il racconto di Frascogna, quando Sandokan vuol far sapere qualcosa ai suoi, si rivolge a Mario Natale, un avvocato proprietario di decine di immobili che circola su una Ferrari 550 Maranello e che è stato arrestato il 30 settembre scorso con l'accusa di essere il cassiere dei casalesi. Frascogna avrebbe visto Cosentino e Natale che andavano a casa di Nicola Panaro (un boss legato a Schiavone arrestato nell'ultimo blitz) per consegnare la lettera del capo. Non basta: il pentito racconta di avere assistito a un incontro a quattro nella sua pizzeria con Cosentino e l'avvocato Natale che consegnavano la solita lettera ai boss Raffaele Diana e Vincenzo Zagaria. Le accuse di Frascogna sono state rilasciate in tempi non sospetti, nel lontano 1998. La Procura le ha ritenute credibili e le ha allegate all'ordinanza di arresto contro i casalesi, ma non si sa ancora se le userà anche nel fascicolo segreto che vede indagato Cosentino.

In realtà il pentito non pronuncia mai il suo nome, ma solo il soprannome di famiglia, ereditato dal padre: 'o Americano'. Forse per questo nessun quotidiano nazionale ha valorizzato la notizia del sottosegretario postino del boss. Eppure i quattro verbali dei collaboratori di giustizia che 'L'espresso' pubblica a pagina 65 disegnano un puzzle davvero inquietante. Vediamo: per l'imprenditore di camorra Gaetano Vassallo (vedi 'L'espresso' n. 37 'Così ho avvelenato Napoli'), Cosentino controlla il consorzio per la raccolta dei rifiuti infiltrato dalla camorra, l'Eco 4, e gestisce la costruzione degli inceneritori in accordo con Sandokan. Per Michele Froncillo, un altro pentito citato nell'ultima indagine, anche il boss legato a Sandokan, Raffaele Letizia, ha rapporti con Cosentino per ottenere appalti. Mentre secondo quello che raccontava già nel 2000 il cugino di Sandokan, Carmine Schiavone, i primi patti elettorali tra i casalesi e Cosentino risalgono alle elezioni amministrative del 1982, quando Nicola Cosentino militava nel Partito socialdemocratico. Le accuse dei collaboratori di giustizia, anche quando sono concordanti, hanno valore solo se riscontrate, ma indubbiamente imporrebbero una riflessione. Invece sul caso è calato il silenzio. Nessuno sembra interessato davvero a capire chi è questo sottosegretario all'Economia di Casal di Principe che dispone di deleghe delicate sul Cipe, sul dipartimento del Tesoro e sulle frequenze radio e tv. Per comprendere meglio il fenomeno Cosentino, 'L'espresso' ha consultato informative prefettizie, visure camerali e catastali che riportano fatti certi, non parole di pentiti. A partire da un atto dal quale risulta che Nicola Cosentino ha comprato un terreno dal boss Mario Schiavone, arrestato nel blitz del 30 settembre scorso

Schiavone vende Cosentino compra
È il 9 ottobre del 1993, a Santa Maria Capua Vetere davanti al notaio Raffaele Orsi siedono Nicola Cosentino e i suoi cinque fratelli. Entra Mario Schiavone, il cugino e cognato di Sandokan è accompagnato dalla sua signora: Clelia Nappa (sorella della moglie di Sandokan, oggi in cella). Schiavone è lì per vendere un terreno di famiglia ai Cosentino. È un rettangolo di due ettari al confine tra il comune di Casale e quello di Villa di Briano. Il prezzo dichiarato è di 40 milioni di lire. La società della famiglia Cosentino quell'anno fattura già 20 miliardi, ma si presenta al gran completo per chiudere questo piccolo affare un po' insolito. Nel 1993 Mario Schiavone invece è ancora un cittadino incensurato, ma su di lui già si addensano nuvole giudiziarie. Nel 1990 'o Maittone' ha subito un procedimento di prevenzione insieme al boss Francesco Schiavone che si è concluso con il sequestro delle terre di Ferrandelle (dove poi è sorta la discarica). Tira una brutta aria per lui.

Nel maggio 1993 uno dei capi del clan, Carmine Schiavone, altro cugino di Sandokan, ha cominciato a cantare. Il 26 agosto del 1993 racconta ai pm gli acquisti immobiliari fatti da Mario Schiavone per nascondere dietro un prestanome i soldi del padrino. Poi parla del suo ruolo logistico: "La sua abitazione è uno dei nostri rifugi". Pochi mesi dopo quel verbale, Schiavone vende a Cosentino il terreno. Nulla di illecito. Solo nel luglio 1998, la Dia arresterà il capo dei casalesi in un bunker pieno di armi con il cugino Mario.

Resta il mistero di questo atto. Cosa se ne dovevano fare i Cosentino di un suolo agricolo confinante con un allevamento di bufale che sorge, secondo quello che dicono in zona, su terreni degli Schiavone? Se l'obiettivo dei Cosentino era un'operazione edilizia, non è riuscita. Il suolo, 15 anni dopo, si presenta ancora come un normalissimo campo appena arato. Lì vicino sorge il Santuario della Madonna di Briano, cara alla popolazione per i suoi miracoli. L'assistente del parroco conosce tutto e tutti, ma non ha mai sentito dire che il terreno in questione è stato comprato dal politico Cosentino e dai suoi fratelli. In compenso tutti sanno che a ridosso del Santuario ci sono i suoli degli Schiavone. E quando pronunciano quel nome abbassano la voce.

Affari di famiglia
Alla stipula dell'atto Nicola arriva con i fratelli. Una famiglia molto unita e potente. Se chiedete a chi abita da queste parti quale sia il simbolo del potere dei Cosentino, vi indicheranno il tribunale civile di Santa Maria Capua Vetere. Lì avvocati e giudici pieni di pratiche sono costretti a lavorare in un condominio con balconi, stanze, bagni e muri concepiti per ospitare famiglie e non computer e fascicoli. Eppure proprio quell'immobile, appartenente alla famiglia Cosentino, è stato preferito agli altri per ospitare il tribunale.

Il vero monumento al conflitto di interessi familiare è però la centrale elettrica di Sparanise, in provincia di Caserta, un mostro da 800 megawatt osteggiato dalla popolazione ed entrato in funzione nel 2007. Quando l'allora ministro Antonio Marzano scese a Sparanise per confermare che la centrale, nonostante le proteste, si sarebbe fatta, al suo fianco c'era Nicola Cosentino. Come dargli torto: quella centrale rappresenta una gallina dalle uova d'oro per la sua famiglia. Alla fine di un complesso giro societario la Scr, legata a Giovanni Cosentino, ha guadagnato 10 milioni di euro in un sol colpo con la vendita dei terreni dell'area e si è garantita un flusso di un milione di euro all'anno. Il tutto grazie alla scelta del Comune di Sparanise di far sorgere lì la centrale. E indovinate chi è il sindaco di Sparanise? Antonio Merola, un fedelissimo del sottosegretario.

Se l'energia è la nuova frontiera della famiglia, il core business da 35 anni resta il gasolio. Il gruppo di aziende che si occupa di carburanti e che fa capo a tre fratelli, Giovanni, Mario e Antonio, fattura 100 milioni di euro contro i 30 del 2003. Una serie di accordi intervenuti tra il 2002 e il 2003 con l'Eni e l'Agip hanno permesso ai Cosentino di espandere la rete con l'acquisto di 150 distributori. Al governo c'era Berlusconi, ma nessuno ha sollevato accuse di conflitto di interessi. Nicola è fuori dall'azionariato e così il gruppo può crescere parallelamente alla sua statura politica senza dare nell'occhio. Nemmeno quando inciampa in storie di boss e colletti bianchi.

L'impero Cosentino
Il gruppo è composto da Aversana gas, Aversana Petroli (ingrosso); Ip Service (distributori di benzina); Immobiliare 6C e Agripont, che ha comprato una fattoria di 180 ettari a Pontinia, in provincia di Latina. Ma la società centrale è la Aversana Petroli, 80 milioni di euro di fatturato, fondata nel 1975 da papà Silvio 'o Americano', come lo chiamavano tutti per i rapporti di affari con gli Alleati nel primo dopoguerra. Per cinque anni la società tenta inutilmente di avere la licenza per distribuire il carburante che arriva solo nel 1980. Nicola intanto ha scelto la politica: entra in consiglio comunale a 19 anni nelle file del Psdi e a 21 è già consigliere alla Provincia di Caserta. Nel 1983 agguanta la poltrona di assessore, prima ai Servizi sociali e poi alla Pubblica istruzione. Qualche voce maligna mette in relazione l'aumento delle forniture di gasolio alle scuole con il suo incarico. Ma secondo i libri aziendali è la "forte capacità di penetrazione nel territorio" il segreto del successo. In una terra in cui è facile incappare nel racket, la facilità di penetrazione non è poca cosa. Anche se talvolta ci vuole un po' di elasticità nella scelta dei partner. A Sparanise la pompa di benzina più vicina alla centrale fino al settembre 2007 era dei Cosentino, ma la gestiva il nipote di un boss, quel Giuseppe Papa condannato per omicidio. Due settimane fa l'impresa che gestiva la pompa dei Cosentino è stata sequestrata dalla Procura. Cose che accadono. In compenso i cantieri della centrale non hanno mai avuto problemi di criminalità. Proprio grazie alla sua capacità di penetrazione, la Aversana cresce lentamente fino ai 26 miliardi di lire del 1992. Lo stop che rischia di bloccare tutto arriva nel 1997, quando la Prefettura di Caserta nega il certificato antimafia per un appalto pubblico. Il motivo? Rischio di infiltrazione mafiosa.

Boss all'altare
In Prefettura analizzano i matrimoni dei fratelli di Nicola Cosentino e saltano sulla sedia: Giovanni Cosentino, 64 anni, è sposato con la figlia del boss Costantino Diana, poi deceduto. Mario, 43 anni, è sposato con Mirella Russo sorella di Giuseppe Russo, alias 'Peppe 'u Padrino', condannato all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidio. Quando non sono le mogli, ci si mettono gli amici: un terzo fratello, Antonio Cosentino, 39 anni, è stato controllato nel 2005 in compagnia di un soggetto con precedenti di polizia per tentato omicidio, associazione mafiosa e tentata estorsione. La Prefettura nega così la certificazione anche nel 1998. Per i Cosentino si profila una catastrofe. Rischiano di saltare tutti gli appalti. Aversana Petroli ricorre al Tar e al Consiglio di Stato, ma perde, perché i legami parentali "rappresentano elementi, univoci e non contestati, da cui ragionevolmente può dedursi che sussisteva il pericolo di infiltrazione mafiosa". La sentenza è un macigno sulle aziende e rischia di danneggiare anche Nicola. In fondo le considerazioni sui 'rischi di infiltrazione' possono estendersi per analogia al politico. Nicola Cosentino ha ammesso di essere intervenuto in favore di qualche imprenditore per fargli ottenere la certificazione antimafia.

Nessuno sa se lo abbia fatto anche per la società di famiglia. Una cosa però è certa: la Prefettura cambia idea. Nonostante le sentenze dei giudici, il nuovo prefetto Maria Elena Stasi sollecita il comitato per l'ordine e la sicurezza a riconsiderare il caso. Una procedura che "si usa di rado" conferma il prefetto Stasi. Alla fine la Aversana Petroli supera lo scoglio dell'antimafia e alle ultime elezioni la Stasi è eletta in posizione blindata alla Camera con il Pdl. Il suo grande sponsor è stato Nicola Cosentino. Anche questo succede di rado.

Fonte: espresso.repubblica.it

8 ott 2008

Benny Calasanzio e i Diversamente Onesti dell’attuale Assemblea Regionale Siciliana

Benny Calasanzio, bennycalasanzio.blogspot.com – giovanissimo giornalista che ancora oggi piange la morte di uno zio e un nonno trucidati dalla mafia perché non si piegavano al suo volere – ha scritto il libro “Disonorevoli Nostrani. Indagini, arresti e disavventure dei Diversamente Onesti dell’attuale Assemblea regionale siciliana”.

Benny ha messo in fila – così, tanto per gradire – 33 nomi e 33 cognomi, con tanto di foto “segnaletiche” di politici siciliani che – in un modo o nell’altro – hanno avuto o hanno a che fare con la Giustizia o con l’Ingiustizia. Taluni con condanne passate in giudicato, talatri con assoluzioni miracolose, altri ancora con prescrizioni salvifiche, altri con processi in corso, altri infine semplicemente con storie poco edificanti e rassicuranti alle spalle. Storie passate che, però, gli hanno permesso di costruire uno splendido presente e un minaccioso (per i siciliani onesti) futuro.

Tutti, comunque, come recita il titolo, “diversamente onesti”, una nuova categoria di handicappati che fanno però della loro abilità diversa una miniera di ricchezza (propria e per i propri clientes) in barba a ogni regola di convivenza civile. Divonesti, in altre parole, un neologismo che può anche significare – suggerisco io all’amico Benny – non solo i diversamenti onesti come lui li intende, ma anche i “divi onesti”. Divi (al contrario della logica) nella Sicilia che non vuole cambiare pagina grazie alla loro spregiudicatezza che li fa apparire paradossalmente onesti agli occhi dei siciliani che quella pagina non vogliono proprio girarla perché a loro sta bene così.

E invece questo libro di pagine da sfogliare ne offre tante ringraziando Iddio. Pagine ricche di episodi puntuali, carriere che gridano vendetta, storie di prevaricazioni, raccomandazioni, contatti ravvicinati con Cosa Nostra e con la criminalità peggiore. Tutto documentato, con colore e con fatti. Tanti fatti, spesso provati da indagini e condanne, molto spesso arricchiti da intercettazioni telefoniche e ambientali che svelano il sottobosco ripugnante della politica.

Sarebbe facile mettere in fila i 15 politici del Pdl, i 4 del Pd, i 7 dell’Udc, i 5 dell’Mpa e l’ex Pdl (una politica avvenente e piaciona ora nel gruppo misto) elencati da Benny. Sarebbe facile e anche ingiusto perché in realtà la “diversa onestà” di costoro è – come accade in tutto il Sud e ormai in quasi tutta Italia – dannatamente trasversale.

Sarebbe facile anche fare l’elenco degli amici dei mafiosi o di gente come Cuffaro o l’attuale Governatore Raffaele Lombardo dei quali vengono dipinti ritratti disgustosi e coinvolgenti per la loro povertà.

Sarebbe facile persino citare – e solo a farlo ancora rido – le mirabolanti avventure dell’attuale Assessore regionale alle attività produttive Giuseppe Gianni detto Pippo che in una seduta del Parlamento (ebbene sì, il Divonesto è stato anche a Montecitorio) sulle quote rose disse: “Le donne non ci devono scassare la minchia!”. Sarebbe facile ricordare anche un altro ritratto, quello di Giuseppe Limoli che in una difesa a spada tratta di Totò Cuffaro se ne uscì con un criptico “bla bla bla bla due per due fa 22 quattro per quattro fa 44”.

Mentre ancora i suoi amici di coalizione cercano di capire che cosa avrà voluto dire e per questo stanno pensando di rivolgersi persino ad Aldo Biscardi, a me preme invece ricordare due cose che mi hanno sconvolto.

La prima – ed è una conferma della quale avrei fatto volentieri a meno – è il numero incredibile di figli o fratelli di. Insomma: la politica per eredità o per “trasmissione divonesta” (se preferite).

La seconda è la purezza morale (l’intransigenza oserei dire, che non credo trascenda in intolleranza) dei giudizi di Benny Calasanzio. Vi cito quello che a mio giudizio è il ritratto più inquietante perché testimonia di come in Sicilia e nel Sud (ma ripeto: accade ormai ovunque nella politica locale e nazionale) mafia e antimafia si mischino e si confondano. Chiacchiere e distintivo o – se volete – fumo, tanto fumo.

Il ritratto è quello di Carmelo Incardona, eletto all’Ars in provincia di Ragusa. Il fatto che sia anche lui del Pdl (ricordo ancora) è un dettaglio. Ebbene costui è – scrive Benny - “figlio di un uomo che di mafia è morto non perché era colluso ma perché aveva deciso di non pagare. Il 19 giugno 1989 venne ucciso perché si era rifiutato di pagare il pizzo al mercato ortofrutticolo di Ragusa”. Carmelo Incardona aveva 25 anni quando suo padre morì. Incardona – il cui curriculum vitae è immacolato come la sua storia personale – è stato però macchiato agli occhi di Calasanzio dal fatto di essere stato (non so se lo sia ancora) associato di studio con un avvocato difensore di un noto mafioso. In quel periodo Incardona era anche presidente della Commissione regionale antimafia (un organismo, aggiungo io, totalmente inutile come i due analoghi che esistono in Calabria e, forse, come quella parlamentare nazionale di cui ho già scritto in questo blog). Ebbene: come si potevano conciliare le due cose?

Io non lo so, Benny neppure, Incardona sì. Probabilmente si giustifica con la professione che è cosa diversa dalla vita privata e politica.

Sarà, ma per me le persone si giudicano da due cose. Una frivola (prendetela come battuta) e l’altra importante. Quella frivola sono le scarpe. Quella seria sono le amicizie o le persone che si frequentano. Chissà che scarpe calza Incardona!

Fonte: http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com

Mambro in libertà condizionale. Era condannata all'ergastolo per la strage di Bologna

I parenti delle vittime: vergogna
I giudici: si è ravveduta. La scelta criticata anche dal Pd bolognese: «Una decisione incomprensibile»

ROMA — Fra cinque anni tutto sarà finito: Francesca Mambro avrà pagato il suo conto con la giustizia. La ex terrorista dei Nar, condannata anche per la strage alla stazione di Bologna, ha ottenuto la libertà condizionale: sarà in libertà vigilata fino al 16 settembre 2013, quando la pena sarà estinta.

La Mambro, 49 anni, aveva già ottenuto la semilibertà nel '98 e la detenzione domiciliare speciale nel 2002, quando era nata la figlia Arianna. Tre settimane fa il tribunale di sorveglianza ha accolto l'istanza dell'avvocato Michele Leonardi soprattutto perché, spiega il legale, negli ultimi dieci anni l'ex terrorista «si è ravveduta» e si è dedicata senza risparmiarsi «alla riconciliazione e pacificazione con i familiari delle vittime ». In particolare, a convincere i giudici, sarebbero state le due lettere scritte alla Mambro e a Valerio Fioravanti (che è semilibertà da aprile 2004) da Anna Di Vittorio e Gian Carlo Calidori: una coppia che si è incontrata e innamorata in seguito alla bomba che aveva ucciso il fratello di lei, Mauro, e uno degli amici più cari di lui, Sergio Secci. «Ecco come i percorsi di sofferenza — chiosa l'avvocato Leonardi —- possono trasformarsi in percorsi di riconciliazione ».

L'ordinanza valuta anche in modo positivo la capacità di reinserimento della ex estremista, che collabora all'associazione «Nessuno tocchi Caino», ed esclude che sia ancora pericolosa socialmente. Nel provvedimento viene poi ricostruito l'iter della detenzione della Mambro dall'arresto, nell'82, per la strage del 2 agosto di due anni prima: un attentato che la ex terrorista e il marito hanno sempre negato di aver commesso. Tuttavia fino al 2013 il tran-tran quotidiano non cambierà: la Mambro dovrà continuare a tornare a casa la sera e non potrà oltrepassare i confini del Comune di Roma. Sono le regole della libertà condizionale, che un altro dei suoi avvocati, Tommaso Mancini, definisce «una spada di Damocle ». «Nei prossimi cinque anni — spiega il legale che ha difeso l'ex terrorista nel processo per la bomba alla stazione — non potrà commettere errori, altrimenti perderà il beneficio ».

A criticare senza mezze misure la decisione del tribunale di sorveglianza è il presidente dell'associazione dei familiari e delle vittime, Paolo Bolognesi: «È una vergogna», sbotta. «È scandaloso — continua — che la libertà condizionale sia stata concessa a una terrorista che non ne ha i requisiti, che è stata condannata a sette ergastoli e che non ha mai espresso alcun sentimento di distacco dal suo passato ». Per Bolognesi, la Mambro ha avuto «un trattamento di favore», mentre «le vittime non hanno mai ottenuto alcun risarcimento nonostante le condanne definitive». Come in altre occasioni, conclude il presidente dell'associazione, «l'omertà di Stato è stata più forte della legge». Ma anche il Pd di Bologna, attraverso il segretario Andrea De Maria, boccia la scelta dei giudici romani: «La decisione è incomprensibile. Mentre siamo ancora in attesa di conoscere i mandanti della strage, arriva questo provvedimento che colpisce profondamente non solo la memoria delle vittime, ma l'intera città che da quella orribile strage fu così drammaticamente ferita». De Maria è amareggiato: «Ancora una volta — osserva — lo Stato appare più attento alle ragioni di chi ha commesso terribili atti di sangue che a quelle delle vittime ».

Fra i familiari, in effetti, Anna e Gian Carlo sono i soli che hanno voluto riconciliarsi con la Mambro e con Fioravanti. «Voi, a suo tempo — hanno scritto —, avete scelto la violenza. E in questo modo avete contribuito a creare e coltivare quel clima di violenza nel quale, poi, noi abbiamo fatto la nostra esperienza di morte e lutto. Per questo vi perdoniamo: per sempre e in modo assoluto, senza contingenza di scambio ».

Fonte: corriere.it

7 ott 2008

«Arriva la polizia»: l'assessore al telefono guidava la protesta degli ultrà di Pianura.

Nugnes del Pd avvisava gli antidiscarica, insieme a un consigliere di An. Arrestate 37 persone per gli scontri

NAPOLI — «Fai una cosa, vai a pisciare là, dove successe il fatto». Il 6 aprile 2008 uno dei capi ultrà si rammarica di non poter partecipare alla trasferta di Catania.

Da buon dirigente, lascia però le consegne ad un suo sottoposto, invitandolo — tra le risate — a fare la pipì nel luogo preciso dove morì l'agente Filippo Raciti. Il verbo «picchiare», declinato anche in varie forme dialettali, è quello che ricorre più spesso nelle conversazioni telefoniche degli affiliati di «Niss» e «Teste matte», gli esecutori della «guerra totale» ordinata a tavolino da Giorgio Nugnes e Marco Nonno, due rappresentanti delle istituzioni, o presunti tali. Intercettazioni davvero illuminanti. Gli ultrà commentano i «macelli» fatti a Milano con l'aggressione a due passanti. Le parole si fanno febbrili nel tramandare la «speronata» di un'auto di sostenitori della Roma, aggrediti con cinghiate sui finestrini. Mica da fermo, ma in corsa, ai 190 chilometri all'ora, sull'autostrada del Sole. Non parlano mai di calcio. Un mondo a parte

Le prime duecento pagine dell'ordinanza sui fatti di Pianura non si limitano a ripercorrere una dozzina di episodi violenti avvenuti negli ultimi anni prima o dopo le partite del Napoli. Sono anche un documento antropologico sugli ultrà. «Un luogo extraterritoriale — sostiene il Gip — nel quale le regole da rispettare non sono le leggi dello Stato ma altre, dove vige un forte senso di omertà e una radicata convinzione di impunità, e i cui appartenenti non sono estranei agli ambienti della criminalità comune e organizzata». Si scrive Napoli e «Niss», si potrebbe leggere con il nome di molte altre città e relative curve. C'è una telefonata che esprime meglio di qualunque trattato di sociologia l'esistenza di «un vero e proprio stile di vita» che unisce il mondo ultrà. Riccardo, tifoso del Verona, chiama Giuseppe Nota, capo delle Teste matte per scusarsi. Uno dei loro, dopo essere stato accoltellato da un napoletano, ha osato andare alla polizia per fare denuncia. «Non sono cose che ci appartengono, a nessuno di noi. Cioè, nemici per sempre, oltre la morte, ma infami mai». I politici A questa gente si sono consapevolmente affidati Nugnes e Nonno, entrambi definiti «mandanti» degli scontri di Pianura. «Chi li ha chiamati in causa — scrive il Gip — l'ha fatto verosimilmente con l'intento di portare la violenza organizzata in seno alla protesta». Gli arresti di ieri riscrivono le responsabilità di ciò che avvenne a gennaio. La ritirata da Pianura di uno Stato molle e assente.

Una sconfitta senza attenuanti, a braghe calate, con la polizia che si allontanava tra ali di ultrà festanti. In quei giorni, Marco Nonno almeno non agiva nell'ombra ma sempre in favore di telecamera. Si aggirava tra i rivoltosi con giubbotto di pelle, cappellino da baseball, Rayban neri. Sulla manica sinistra portava uno stemma delle SS Fallschirmjäger, unità di truppe paracadutiste dell'esercito tedesco. Al collo, una croce celtica. Ogni tanto si metteva un elmetto nazista in testa. Non c'è problema, diceva lui, «tanto ho anche aderito alla svolta di Fiuggi, che volete di più». Nonno è l'anello che congiunge gli ultrà alla politica. È lui, pianurese di nascita, che li fa entrare in gioco e li guida. «Faccio parte della guerriglia urbana, bisogna scendere di nuovo e assaltare le forze di polizia» dice in una conversazione filmata a sua insaputa. Agisce per la carriera, come sottolinea un suo amico («Là sopra tu stai pigliando tremila voti»), e per «le braciole», i soldi. I magistrati lo considerano uomo di fiducia dei costruttori abusivi della zona, coinvolto anche in una piccola speculazione immobiliare.

L'assessore

L'unica vera sorpresa di questa inchiesta è il nome del suo alleato. Anche Giorgio Nugnes è di Pianura. Ex impiegato regionale, a tutti gli effetti un politico di professione, vestito di regolamentare grisaglia. Nel primo mandato di Rosa Russo Iervolino è stato il capogruppo della Margherita. Alle elezioni del 2006 è stato nominato assessore sull'onda delle migliaia di preferenze ricevute. Il mite ex democristiano che nelle interviste rivendicava con orgoglio gli esordi in politica «sulle ginocchia di De Mita» è la stessa persona che avrebbe sfruttato la sua posizione di governo per fornire all'esponente di An e ai suoi «ragazzi» informazioni preziose sulla posizione delle forze dell'ordine. «Stanno al viale Augusto, sono cinque camion dei carabinieri... prima avevo visto anche la Celere non so che fine ha fatto». «Fammelo sapere in tempo speciale», lo incita Nonno. L'esponente del Pd dice la sua anche sulle strategie di occupazione del territorio. «Ma via Sartania è libera!! Mannaggia 'a capa vostra. Via Sartania chiudetela subito». Nonno esegue con teutonica efficienza. Gli autobus che percorrono la via vengono dirottati e bruciati. L'assessore si dimostra sempre attivo, manifesta il desiderio di scendere dall'auto e unirsi alla lotta: «Avrei lo sfizio di buttarmi davanti, mi credi?».

La polizia sospetta anche di una sua partecipazione diretta all'assalto di una sede di An. La voce di Nugnes sparisce dall'inchiesta a metà della rivolta, quando capisce di essere «ascoltato». Ma lui continua a incontrarsi con Nonno, fino al momento in cui si accorge che la misura è colma. «Io vi ho aiutato, vi sto aiutando» dice a Nonno. «Ma ora fai il consigliere comunale e non il terrorista». Fuori tempo massimo. «Nugnes — scrive il gip — ha offerto un contributo concreto e materiale al compimento delle violenze su Pianura». Lo avrebbe fatto senza fini di lucro, partecipando alla vergogna di quei giorni per contendere il consenso all'alleato-rivale. Dovrebbe essere un'attenuante, sembra il segno del cinismo che permea un certo ceto politico napoletano. Le Mani sulla città, in versione da stadio.

Fonte: corriere.it

2 ott 2008

Camorra

’Tore ’e Criscienzo», citato nelle cronache cittadine di metà Ottocento come il «capintesta» della camorra partenopea, viveva a Montecalvario. La sua influenza si estendeva dalla Vicaria al Porto e assieme alla famiglia gestiva, praticamente in regime di monopolio assoluto, il florido mercato della carne di maiale. Tangenti e imposizione di forniture a tutte le taverne della città. Praticamente racket ante litteram. Allora come adesso, dunque, il cuore della malavita locale pulsava nel Centro storico di Napoli. Allora come adesso, inoltre, la strategia della camorra era di carattere prettamente economico. Com’è cambiata in un secolo e mezzo di storia partenopea l’organizzazione e la struttura dei clan malavitosi? Molto, e al tempo stesso pochissimo. Si sono diversificati enormemente, questo è chiaro, gli affari criminali. Se l’attività estorsiva e il controllo della prostituzione che ancora oggi costituiscono una fetta rilevante del bilancio della camorra — rispettivamente 4703 e 587 milioni di euro di fatturato nel 2004 secondo Eurispes — fruttavano potere e denaro già nell’Ottocento, i due grandi business del contrabbando di sigarette e del traffico di droga emergono solo nella seconda metà del Novecento. Oggi, poi, le indagini della magistratura dimostrano come la camorra, seguendo il trend della globalizzazione, si sia spinta sempre più sui mercati internazionali, riciclando il denaro sporco in attività commerciali e imprenditoriali dalla Scozia alla Cina.

Ciò che invece non appare soggetto a cambiamenti rapidi e significativi nel corso dei decenni è il complessivo assetto geografico e familistico della camorra partenopea. I gruppi criminali, soprattutto quelli storicamente radicati sul territorio, appaiono infatti duri a morire. Soltanto da alcuni mesi, ad esempio, gli investigatori non sembrano avere più dubbi rispetto al fatto che la famiglia Giuliano, egemone a Forcella per oltre mezzo secolo, possa essere considerata estinta dal punto di vista della sua forza criminale. Più di una vicenda giudiziaria che la riguarda, però, è ancora in corso: mentre le rivelazioni dei pentiti Luigi e Salvatore continuano a fornire materiale significativo per la comprensione delle dinamiche interne alla scena criminale partenopea, l’ultimo rampollo della famiglia, Salvatore «il rosso», ventidue anni appena, è stato condannato il 31 marzo scorso per l’omicidio della giovane Annalisa Durante.

Come i Giuliano altre storiche famiglie della camorra partenopea hanno mantenuto per decenni potere e controllo del territorio, grazie alla capacità dei loro boss di gestire alleanze e soffocare i conflitti sul nascere. Tra queste il gruppo dei Licciardi, già storica componente dell’Alleanza di Secondigliano, e quello capeggiato dal boss latitante Edoardo Contini, detto «’o romano» per i suoi interessi nella capitale, egemone nella zona della stazione centrale.

Oltre vent’anni di potere anche per il clan di Giuseppe Misso, «’o Nasone», il boss della Sanità simpatizzante dell’estrema destra che finì sotto processo, ma fu poi assolto dall’accusa, per una sua presunta partecipazione alla strage del rapido 904 nella notte del 23 dicembre 1984. Il nome di Misso, oggi in carcere, negli anni Ottanta fece il giro del mondo per la rapina miliardaria realizzata dal suo clan ai danni del Monte dei Pegni del Banco di Napoli. Teorizzare e praticare furti e rapine, definiti «prelievi forzati», come una delle principali attività del gruppo è un’anomalia che ha a lungo contraddistinto il clan Misso in un panorama criminale che vedeva fiorire ben altro genere di affari.

Tra le poche novità rilevanti dell’ultimo decennio emerge l’avanzata del clan guidato da Paolo Di Lauro, che inizia la sua carriera come uomo dei Nuvoletta alla fine degli anni ’80 e poi si muove alla conquista delle piazze di spaccio di Secondigliano e Scampia, investendo nella creazione di un sistema del narcotraffico che riproduce i mecanismi e la struttura di un’azienda multilevel.

Oltre al filo rosso fuoco, ce n’è un altro che lega le guerre di camorra scoppiate, a distanza di circa un anno l’una dall’altra, a Scampia e alla Sanità. In entrambi i casi a mettere a rischio la tenuta del potere criminale del gruppo originario, e a determinarne una frattura, è stata l’avanzata, all’interno del clan dominante, delle nuove leve: i figli di Paolo Di Lauro e i nipoti di Peppe Misso. Dopo gli arresti dei boss e di decine e decine di affiliati, entrambe le mattanze hanno subito una forte battuta d’arresto. Appare però impossibile affermare con certezza che i due focolai, tenuti sotto stretta osservazione da parte degli investigatori, si siano spenti per sempre. Un nuovo rischio, intanto, si profila all’orizzonte: i clan Di Biase dei Quartieri Spagnoli, Festa del Cavone e Sabatino-Torino della Sanità, starebbero lavorando alla costruzione di un’alleanza del Centro storico in grado di entrare in concorrenza con il cartello dei gruppi criminali di Secondigliano.

Oggi una mappa dei clan partenopei che voglia essere, se non del tutto esaustiva, almeno comprensiva dei nuclei che mostrano un certo radicamento in determinati quartieri della città o nelle aree dell’hinterland, conta almeno quaranta nomi diversi. Se si contano anche le organizzazioni criminali presenti nelle altre quattro province campane, però, si arriva ad una stima di circa cento clan. Almeno venti dei gruppi presenti nell’area napoletana possono essere considerati egemoni, cioè in posizione di supremazia ” militare” ed economica, rispetto ai concorrenti che si muovono nella loro zone d’influenza. Stilare un’ipotetica top ten dei clan di camorra è poi operazione complicata: la classifica muta infatti notevolmente in base al parametro prescelto. Gruppi come i casalesi del Casertano e i Fabbrocino della zona vesuviana mostrano una strategia imprenditoriale e una capacità di penetrazione nell’ambito degli appalti pubblici che li pone in una posizione di supremazia rispetto agli altri clan. Organizzazioni come quella messa in piedi dal boss Paolo Di Lauro e quella derivata degli scissionisti, noti anche come Spagnoli, si distinguono invece, sulla scena cittadina, per il maggior numero di affiliati, stimato intorno alle cinquemila unità.

La scena camorristica partenopea conferma dunque, con il passare degli anni, il carattere che l’ha sempre distinta dalla mafia: il suo essere un’organizzazione orizzontale, del tutto priva di una strutturazione verticistica, piramidale. Il tentativo più concreto di ricomporre i molteplici gruppi criminali sotto un’unica cupola fu compiuto dal boss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo, «’o Professore», che negli anni ’80 dal carcere di Poggioreale, tesseva la sua trama politico-criminale. Ma fallì. (di Chiara Marasca e Roberto Saviano, pubblicato il 7/5/2006 dal Corriere del Mezzogiorno)
La Camorra ed i clan a Napoli città

La Direzione investigativa antimafia parla oggi di una sorta di duopolio camorristico. Due cartelli in città, da un lato i Misso-Mazzarella-Sarno-Di Lauro, (la famosa camorra a quattro teste di cui parlano i pentiti di Forcella) radicati al centro e nella periferia orientale di Napoli e dall’altro il cartello dei Licciardi-Contini-Lo Russo, (assieme alle altre famiglie della ex Alleanza di Secondigliano, tra cui i potenti Mallardo di Giugliano), egemoni nella zona nord di Napoli e in buoni rapporti con le cosche della periferia occidentale.


I Clan rimangono sostanzialmente privi di una vera e propria cupola, interecciando e disfacendo alleanze con una grande frequenza.Tra Napoli e Provincia sono oltre 200 i clan.

Questa struttura, caratteristica della camorra fin dal dopoguerra, fu sostituita solo in due occasioni e solo temporaneamente, come riferisce la commissione antimafia nella sua relazione del 1993: “Prima, nella seconda metà degli anni Settanta, dalla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e poi, verso la fine degli anni Settanta, dalla Nuova Famiglia composta tra gli altri dai Casalesi,i Nuvoletta e gli Alfieri, sorta, d'intesa con Cosa Nostra, per contrastare Cutolo, e perciò modellata sugli stessi caratteri dell'organizzazione cutoliana.

Nel 1992 Alfieri tentò di costruire un'organizzazione unitaria, secondo lo schema siciliano, chiamata significativamente “Nuova Mafia Campana” assieme ad altre famiglie come i Mallardo e i Licciardi.

Tutti gli esperimenti sono cessati dopo pochi anni. Spiega la commissione anti-mafia : “La Nco è finita nel 1983, per l'indebolirsi delle alleanze politiche, la riduzione delle fonti di finanziamento ed i colpi ricevuti dagli avversari. La Nuova Famiglia cessò nello stesso periodo per il venir meno della ragione dell'alleanza dopo la sconfitta di Cutolo. La Nuova Mafia Campana fu più un'aspirazione che una realizzazione”.

A differenza di Cosa Nostra e della 'ndrangheta, nella camorra non ci sono particolari criteri di selezione, né strutture rigide o particolari rituali di iniziazione. L'unico a delineare uno statuto ed a dare all'organizzazione una gerarchia interna è stato Cutolo che Nuova Camorra Organizzata era il “Vangelo”. I componenti della direzione strategica erano detti “santisti”, “sgarristi” e “capizona”, mentre alla base c'era i picciotti. La cerimonia di affiliazione (o “fedelizzazione”) doveva rafforzare lo spirito di gruppo soprattutto nei giovani chiamati a contrastare l'espansione di Cosa Nostra che, come avvertiva Cutolo, voleva colonizzare la camorra.

Fatto sta che tutti i tentativi sono sempre falliti per la tendenza dei capi dei vari clan a non ricevere ordini dall’alto.
Etimologia

Varie sono le ipotesi sull'etimologia del termine camorra ma 3 sono le più probabili:

  • La parola deriva da una giacca corta indossata da banditi spagnoli detta “gamurri”.
  • La parola sarebbe connessa a “morra” che significa “raggruppamento di malfattori” inteso come “frotta” ma può significare anche “rissa”.
  • La parola significa tassa sul gioco che bisognava pagare a chi proteggeva i locali per il gioco d'azzardo, dal rischio di liti e di risse. Con questo significato compare in un documento ufficiale del Regno di Napoli nel 1735.

Storia
Dalle Origini al 1945

La Camorra nasce a Napoli nel XVI secolo durante la dominazione spagnola. A differenza delle altre organizzazioni criminali, diffuse soprattutto in campagna, la camorra nasce e si sviluppa in città, nei quartieri più popolosi. Nel 1820 la “Bella Società Riformata” (cioè confederata) si costituì ufficialmente, riunendosi nella chiesa di Santa Caterina a Formiello a Porta Capuana.

I governi borbonici non fecero mai nulla di concreto per fermare l'ondata criminosa della camorra. Nel 1825, salito al trono Francesco I, il Regno delle Due Sicilie impegnava completamente il sovrano nella difesa dalle sette politiche di ispirazione liberale che incrementavano continuamente nel numero (i Filadelfi, i Pellegrini Bianchi, gli Eremiti Fedeli). Addirittura molte operazioni di polizia avvenivano in concomitanza all'agire dei camorristi che prestavano un notevole aiuto nel mantenimento dell'ordine. Anche con Ferdinando II le cose non migliorarono.

Per accedere all’organizzazione era previsto un vero e proprio rito di iniziazione definito “zumpata” o dichiaramento che consisteva in una sorta di duello rusticano. Questo si spiega soprattutto con il fatto che i camorristi ebbero sempre l'ambizione di imitare i nobili. Impiegando il coltello piuttosto che la spada cercavano di dimostrare il loro “valore” in questa sorta di scontri. Le fasi preliminari della zumpata erano l'appicceco, il litigio, il ragionamento, tentativo di composizione della controversia, banchetto e poi duello. Se il combattimento all'arma bianca si poteva tenere in una qualsiasi zona affollata l’utilizzo di una pistola richiedeva, invece un luogo solitario. Raffaele Cutolo più tardi, nella sua opera di “ristrutturazione” della camorra organizzata introdurrà rituali molto simili a quelli che Buscetta dichiarerà per l'iniziazione del mafioso.

In origine il sodalizio si occupa principalmente della riscossione del pizzo dai numerosi biscazzieri che affollano le strade di Napoli. Ben presto, però, il fenomeno dilaga e le estorsioni iniziano a danneggiare la quasi totalità dei commercianti. Nonostante le violenze ed i crimini perpetrati, i camorristi godono della benevolenza del popolo al quale, in una situazione di totale disinteresse delle istituzioni per i problemi sociali, garantiscono un minimo di “giustizia”.

Tra le principali fonti di risorse economiche della Camorra si ricordano:

  • Il “Barattolo” che era la percentuale di circa il 20% sugli introiti dei biscazzieri;
  • Lo “Sbruffo” era, invece, la tangente su tutte le altre attività (dai facchini ai venditori ecc.);
  • Un particolare regime di tassazione per la prostituzione;
  • Il gioco piccolo (una sorta di Lotto)

Nel 1860 il prefetto Liborio Romano ricevuto dal governo provvisorio unitario l'incarico di mantenere l'ordine pubblico, affida alla Camorra l'organizzazione della guardia cittadina, per allontanare dalla città il pericolo di rivolte popolari. Facendo questo Don Liborio riconobbe alla Camorra quella dignità e autorità istituzionale che ancora le mancava durante il regno borbonico. Solo nei primi del '900 lo Stato riuscirà a reagire allo strapotere della cosiddetta Bella Società Riformata, la quale tra i politici dell'Italia unita vanta solide amicizie.

Nel 1911, nel processo celebrato a Viterbo per l'omicidio dei coniugi Cuocolo, grazie alle confessioni del camorrista pentito Abbatemaggio, vengono inflitte severe pene ai maggiori esponenti dell'organizzazione. La sera del 25 maggio 1915, nelle Caverne delle Fontanelle, nel popolare rione Sanità, i camorristi, presieduti da Gaetano Del Giudice, decretano lo scioglimento della Bella Società Riformata; in realtà la setta era già stata debellata nel processo Cuocolo.

Nel periodo fascista si assiste ad una quiescenza del fenomeno camorristico; lo stesso Mussolini, forte dei risultati ottenuti dal prefetto Moro nella lotta alla mafia siciliana, concede la grazia a molti dei camorristi condannati a Viterbo, sicuro che nel nuovo assetto istituzionale non costituissero più un pericolo.
Dal 1945 ad oggi

È nel secondo dopoguerra che la camorra inizia ad assumere le caratteristiche riscontrabili attualmente. Il soggiorno obbligato a Napoli, imposto dal governo degli U.S.A. al boss di Cosa nostra americana Lucky Luciano, contribuì al superamento della dimensione locale del fenomeno ed all'inserimento dei camorristi campani nei grandi traffici illeciti internazionali. Tuttavia, in questa fase, la camorra non ha la struttura verticistica che la caratterizzava nei secoli precedenti, ma si presenta come una pluralità di famiglie più o meno legate tra loro.

Negli anni '70, dal carcere di Poggioreale nel quale è rinchiuso per omicidio, Raffaele Cutolo (detto O' Professore) inizia a realizzare il suo progetto: riorganizzare la camorra come organizzazione gerarchica; nasce così la NCO (Nuova Camorra Organizzata). Lo strapotere raggiunto dalla NCO inizia a preoccupare le vecchie famiglie che si riuniscono sotto il nome di Nuova Famiglia, per portare guerra alla camorra cutoliana.

La guerra tra le due organizzazioni criminali è spietata e si conclude nei primi anni ottanta con la sconfitta della NCO. Le vittime sono molte centinaia, tra esse anche molti innocenti. Ben presto anche la Nuova Famiglia smette di esistere, per il venir meno della ragione che aveva spinto le famiglie all'alleanza.

Nel 1992 ci prova il boss Alfieri a dare alla malavita organizzata campana una struttura verticistica creando la Nuova Mafia Campana (NMC), anch'essa scomparsa dopo poco tempo.

Fonte: napolionline.org

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