29 feb 2008

La strada di Giuseppe Riina, un "figlio eccellente" della mafia. Tra bravate, pizzo e affari, la carriera di un aspirante boss

Le intercettazioni, i soldi facili, il disprezzo dopo l'attentato di Capaci Tra bravate, pizzo e affari carriera di un aspirante boss

Duro, sprezzante, conscio di portare un cognome che gli avrebbe spianato la strada, Giuseppe Salvatore Riina, lascia il carcere di Sulmona a due mesi dal suo trentunesimo compleanno. Il fratello Giovanni resta dentro con un ergastolo. A lui è andata meglio. Una condanna per mafia ed estorsione, l'annullamento senza rinvio per il secondo reato contestatogli, una pena a 8 anni e 10 mesi e tre anni trascorsi tra il primo grado e l'appello gli restituiscono anzitempo la libertà.

In carcere c'era finito nel giugno del 2002. Due anni dopo gli avevano contestato la partecipazione allo sterminio di una famiglia di Corleone insieme con il fratello. L'accusa che lo vedeva assassino a 17 anni era poi caduta. Scalpitava e tanto per tornare libero già da mesi, Giuseppe Salvatore Riina, per tutti Salvuccio. Lo avevano intercettato mentre pronunciava frasi ingiuriose nei confronti di Falcone e Borsellino e al processo, giocando il ruolo del figlio oppresso da un cognome ingombrante, aveva anche fatto pubblica ammenda per quelle offese. Non gli era bastato a evitare una condanna pari quasi al doppio di quella definitiva.
Altre e decisive prove della smania di seguire le orme del padre aveva rassegnato alle microspie. Era caduta così anche la patina di rispettabilità che aveva provato a darsi commerciando in macchine agricole con la Agrimar, la società che aveva aperto insieme con il cognato piazzandosi in un capannone industriale con la facciata a vetri proprio all'ingresso di Corleone. Gli investigatori lo avevano ascoltato raccontare di affari, di soldi facili fatti con il pizzo e le forniture sugli appalti, di gare d'appalto combinate e del destino amministrativo della sua città.

Aveva in odio il sindaco ds Giuseppe Cipriani, uno dei più dubbiosi sull'effettiva riabilitazione dei figli di Riina. Proprio Cipriani aveva accolto quei ragazzi in municipio, quando, dopo l'arresto del padre erano tornati dalla clandestinità, nel 1993. Aveva avvertito sulla necessità di evitare che le colpe del superboss ricadessero sui figli. Ma i rampolli di Riina avevano subito rivelato ben altre aspirazioni. Il danneggiamento della lapide di Falcone e Borsellino nella piazza di Corleone, diverse altre spacconate, le corse in motorino, le risse in discoteca avevano gelato le speranze di quanti speravano che il terzogenito di Totò u'curtu sfuggisse al suo destino.

Il resto lo hanno fatto le intercettazioni nella sua auto. Durante i lunghi viaggi in giro per la Sicilia a combinare affari, parlando con amici fidati, ragionava a tutto campo di mafia e antimafia. A Riesi parlava di Giuseppe Di Cristina, il boss ucciso perché sospettato di essere un confidente: "Faceva all'antica - diceva Riina jr - dove non arrivava con la testa arrivava con le corna". A Gela raccontava della guerra alla stidda decretata dal padre: "Un macello".

A partire dal furto telematico di milioni di euro ai danni del Banco di Sicilia, Riina Jr era entrato in affari con Gianfranco Puccio, suo amico di infanzia e puntava a "riempirsi i sacchittuna con i soldi illeviti (riempirsi le tasche con i soldi facili" . Per questo dava lezioni di economia, invitando i soci a fatturare acquisti con l'Agrimar: "Tu devi anche sapere... riciclare, i soldi quelli "illè" (in nero, ndr), li puoi fare spuntare "original"". Aggiungeva che "i soldi non si tengono sotto il mattone, perché altrimenti fetono (puzzano) e allora bisogna movimentarli".

Teneva fede al patto di una Corleone tranquilla, dove neppure la droga circola, a costo di sforacchiare a pistolettate l'auto di uno spacciatore riottoso. "L'ordine qui sono io", ricordava con spocchia a un benzinaio a corto di carburante che si giustificava sostenendo che le esigue scorte gli servivano per le forze dell'ordine.

Analizzava a suo modo la crisi delle casse mafiose. E a Salvatore Cusimano diceva: "Se tu pensi quello che ha fatto mio padre, allora io oggi dico con quello che ha fatto mio padre di pizzo, allora oggi noialtri neanche possiamo fare l'uno per cento. C'era più benessere, i soldi si facevano, oggi vedi che non si possono fare più".

Aveva del resto una sua idea sulla dissociazione dei boss e rivendicava con orgoglio: "Noi putroppo siamo quelli all'antica, noi ci mangiamo la galera". È quello che ha sempre pensato del padre e dello zio Leoluca Bagarella: "Linea dura!! Ne pagano le conseguenze, però, sono stati uomini, alla fin fine". Passando per l'autostrada di Capaci commentava: "A maggio ci fu sta strage, a luglio l'altra e poi a gennaio hanno arrestato a mio padre. Perché io non so come sarebbe andata a finire, si o statu poi un ci avissi fatto calari i corna". Ed ecco come vedeva la repressione del dopo stragi causata dal clamore degli attentati: "Purtroppo ci fu troppo accanimento, e poi che "sciddicò (scivolò, ndr) a palla", "sciddicò u peri" nel momento giusto". L'intento delle stragi era chiaro: "Perché noi le corna gliele facevamo a tutti i compagni e dirgli "qua in Sicilia ci siamo noi", forse da là sopra in poi ci siete voi, "ma cca semu nuatri".

Fonte: repubblica.it

Termini scaduti, libero Riina jr. La Cassazione libera il terzogenito del boss siciliano, era in cella dal 2002

Condannato per associazione mafiosa. Ha lasciato il carcere a bordo di una Mercedes
Amato: "Amareggiato per la Polizia". E Scotti chiede notizie

Giuseppe Salvatore Riina, terzogenito del boss Totò, esce dal carcere

PALERMO - "Salvuccio" Riina è libero. A bordo di una Mercedes nera ha lasciato il carcere di Sulmona. Jeans nero, felpa rosa e giubbotto senza maniche Moncler, Giuseppe Salvatore Riina, 27 anni, il più piccolo dei figli maschi del boss Totò e nipote di Leoluca Bagarella, ha lasciato alla spalle il pesante portone del carcere speciale alle 16 in punto. Libero, per decorrenza termini. Condannato in appello a 8 anni e dieci mesi per associazione mafiosa, in attesa della Cassazione (un secondo passaggio visto che il primo aveva deciso per un rinvio), è passato troppo tempo da quando è stato pronunciato il giudizio di secondo grado senza che sia ancora intervenuto quello definitivo.

Addirittura l'avvocato di fiducia Luca Cianferoni ha "contestato l'ingiusta detenzione almeno a partire dal giugno scorso. I termini prevedono in questo caso due anni oltre le sospensive per la stesura delle sentenze. La sentenza annullata è del 2 luglio 2007, la prima condanna è del 31 dicembre 2004. Abbiamo fatto i nostri conti e alla fine il procuratore generale della Cassazione ci ha dato ragione". Nella pratica significa che Riina jr potrà attendere fuori dal carcere la sentenza definitiva. Senza alcun provvedimento restrittivo. Libero a gestire l'enorme potere della famiglia.

Giuseppe Salvatore Riina era stato arrestato nel 2002. Secondo i magistrati "era diventato il nuovo punto di riferimento della famiglia Riina e protagonista della riorganizzazione della cosca facente capo al padre che egli gestisce come una vera e propria impresa". Accusato di associazione mafiosa ed estorsione, Riina jr era stato condannato in primo grado a 14 anni e 6 mesi. In appello la pena era stata ridotta a 11 anni e 8 mesi. La Corte di Cassazione, però, aveva annullato la condanna per associazione mafiosa e rinviato il processo ad un'altra sezione della Corte d'appello di Palermo che aveva confermato la condanna per associazione mafiosa a 8 anni e 10 mesi. Mancava il pronunciamento della Cassazione che la corte avrebbe dovuto emettere entro un termine fissato per legge. Purtroppo i giudici ancora non hanno sentenziato e per "decorrenza termini", l'imputato ha potuto riottenere la libertà.
E la conclusione della vicenda non ha tardato a provocare reazioni. Dura quella del ministro dell'Interno, "amareggiato", che manda la sua solidarietà alle forze dell'ordine anche se - dice - "sono sicuro che non si scoraggeranno per questo episodio". E il suo collega di governo, il guardasigilli Scotti, ha chiesto "informazioni urgenti su tutto l'iter processuale". Proteste dalle associazioni antimafia mentre l'Unione delle camere penali torna a chiedere processi più rapidi.

Fonte: repubblica.it

Ucciso sindaco di Cervino, paese della provincia di Caserta: "Legato e incaprettato nell'auto incendiata"

La macchina data alle fiamme, il cadavere semicarbonizzato trovato in campagna
Piscitelli, 52 anni, era infermiere. A capo di una lista di centrosinistra

CASERTA - Giovanni Piscitelli, di 52 anni, sindaco del piccolo comune di Cervino, in provincia di Caserta, è stato ucciso la scorsa notte. Il cadavere dell'uomo semicarbonizzato è stato trovato in una zona di campagna a Durazzano, a qualche chilometro di distanza da Cervino.

Secondo i primi accertamenti, Piscitelli è stato rinchiuso in un'auto e legato. Il veicolo è stato cosparso di liquido infiammabile e dato alle fiamme. L'uomo è riuscito ad aprire uno sportello e ad uscire dall'abitacolo, presumibilmente avvolto dalle fiamme. Il cadavere è stato trovato nei pressi dell'auto. Piscitelli, infermiere all'ospedale di Caserta, era a capo di una lista di centro sinistra.

"Era sereno, non sembrava preoccupato di nulla" ha detto a SkyTg24 Cuono Laudando, consigliere comunale di Cervino. Piscitelli era atteso a casa per le 20 di ieri. Trascorse alcune ore, i familiari hanno avvertito i carabinieri del mancato rientro. Le ricerche erano appena cominciate quando al centralino del comando provinciale dei carabinieri di Caserta è giunta la comunicazione di un agricoltore di Durazzano, il quale segnalava un incendio in una zona isolata. I carabinieri si sono così recati sul posto ed hanno scoperto il cadavere.

Piscitelli aveva i piedi legati con del filo di ferro. Il sindaco di Cervino aveva precedenti per abuso d'ufficio. Negli ultimi tempi i suoi rapporti con alcuni dipendenti del Comune si erano fatti tesi ed aveva anche adottato per qualcuno provvedimenti di sospensione.

Fonte: repubblica.it

21 feb 2008

L'incredibile storia di Gianni Punzo, da Piazza Mercato a Piazza Affari (senza passare dal via)

La bancarella di stoffe e il boss Alfieri. Poi da Nola la scalata al mondo degli affari. E l'ingresso nel gotha con Montezemolo. L'incredibile storia di Gianni Punzo

Gianni Punzo la gridava in faccia ai magistrati, la sua innocenza. Gesticolando, paonazzo in volto, si difendeva dalle accuse infamanti di flirtare con i camorristi per creare il Cis, il grande centro all'ingrosso vicino Nola. Non sapeva che, involontariamente, stava raccontando anche l'incredibile ascesa sociale di un 'pannazzaro' di piazza Mercato, di un venditore tessile che, nato nel rione popolare a due passi dalla stazione, va a vivere, rispettato, nel quartiere della Napoli che conta. "Io nasco qui, in via Firenze, sono cresciuto giù al mercato e oggi abito a via Petrarca. Per fare quegli otto chilometri c'ho messo 30 anni, ho fatto due metri al giorno. Per questo io difendo il Cis, la mia creatura. Perché il Cis è pulito! Il Cis è leale! È lo sforzo di tante persone che hanno creato un mercato di migliaia di miliardi senza l'assistenza di nessuno, né della malavita né dei politici".

Lo sfogo è tratto da un verbale inedito della Dia del 1995, quando l'imprenditore finì in galera con l'accusa di associazione a delinquere. Tredici anni dopo Punzo, 70 anni, non ha ancora finito la sua maratona: zitto zitto è diventato uno degli uomini più ricchi e potenti della Campania, alla testa di un impero che macina miliardi di euro, socio paritario di Diego Della Valle e Luca Cordero di Montezemolo nell'affare dell'Alta velocità. Una vita da film, che intreccia amicizie spericolate e importanti rapporti politici, conoscenze che, unite a un cervello creativo e visionario (come ammettono anche i suoi nemici), in tre decenni hanno permesso la costruzione dell'Interporto. Una struttura commerciale talmente ben fatta che i cinesi la riprodurranno, in scala più grande, a Tiangjin.

"È uno degli uomini più scaltri e intelligenti in circolazione. Gli imprenditori campani sono deboli, lui ha approfittato del vuoto ed è diventato padrone assoluto", dice un esponente di Confindustria.
Punzo ha fatto filotto e colleziona cariche e aziende come fossero farfalle: presidente del Cis, dell'Interporto e del centro servizi Vulcano Buono, con cui controlla parte enorme degli scambi all'ingrosso del Mezzogiorno, consigliere della finanziaria Cisfi e vice presidente di una banca. Ha messo da poco le mani sulla stazione marittima del porto e pensa di strappare agli spagnoli di Ferrovial l'aeroporto di Capodichino. Il Cavaliere del lavoro si muove con le spalle coperte dai portafogli dei suoi mille soci, ma non disdegna avventure solitarie con "Luca e Diego". Trasversale come pochi, la sua cavalcata ha sponsor importanti. Da Pomicino a Mastella, da Altissimo fino a Bassolino, che da governatore ha indirizzato ingenti fondi pubblici nei grandiosi progetti del mercante. In città hanno capito quanto Punzo pesasse davvero la scorsa estate, quando il ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli nominò la moglie Geppina Gambardella - del tutto a digiuno di teatro e balletti - consigliere d'amministrazione del prestigioso San Carlo.

Bettino e Pomicino
La forza di Punzo è nel gioco di squadra. Lui unisce, coordina, inventa e gestisce i soldi degli altri. Garantendo, quasi sempre, profitti a sei zeri. L'arte di vendere la impara nella bottega del padre, ma giovanissimo con i fratelli fonda la Puntex, da cui esce definitivamente nel 1986. Napoli gli sta stretta: dieci anni prima con un gruppo di commercianti decide di trasferirsi pezze e bagagli da piazza Mercato nei territori vicino Nola, al tempo dominata dal boss Carmine Alfieri. Uno dei fondatori del Cis è Raniero Coletta, finito nel mirino della Dia nel 1998 e nel 2006: accusato prima di associazione camorristica e poi di essere prestanome del capoclan Mario Fabbrocino, è stato sempre assolto. Il centro diventa in pochi anni una realtà gigantesca: oggi conta 320 aziende consociate, 3.500 addetti e un giro d'affari che sfiora i 7 miliardi l'anno. Un complesso che senza l'aiuto di fondi pubblici non sarebbe però mai stato costruito. Se Pasquale Casillo, ex re del grano, accusò Punzo di aver ottenuto i finanziamenti agevolati per l'allargamento del Cis grazie all'appoggio di Paolo Cirino Pomicino, è lo stesso imprenditore a spiegare ai pm come arrivarono i soldi.

Il finanziamento l'abbiamo avuto da Renato Altissimo (ministro dell'Industria dal 1979 al 1986, ndr) che creò la legge 41 per i centri alimentari all'ingrosso. Noi chiedemmo se non era possibile includere anche noi, un centro commerciale. Andammo a Roma, Altissimo disse che c'era legittima aspirazione da parte nostra". Dall'Isveimer arrivarono oltre 61 miliardi di lire, nell'86 Bettino Craxi andò a tagliare il nastro rosso. Pomicino era presidente della commissione Bilancio.

"Negli anni '80 e '90 il giro di Punzo è influente, coinvolge politici, magistrati e industriali. Grazie a Salvatore D'Amato, padre di Antonio ex leader di Confindustria, viene nominato Cavaliere del lavoro. Punzo è vicepresidente del Calcio Napoli, ospite fisso del 'Processo' di Biscardi, stringe rapporti con Mastella. Quando i suoi soci hanno problemi fiscali - ammette Punzo nei verbali - va a trovare il super ispettore del Secit Antonio Merone e il generale della Finanza Luigi Ramponi, oggi parlamentare di An, che in un'occasione gli regala anche un foulard per la moglie. Una rete che non riesce a proteggerlo quando Alfieri e Galasso, grandi pentiti della camorra, lo indicano come loro complice in storiacce di ogni genere. "Pago la mia abilità di 'pattinare'. Non ho mai negato di conoscere Carmine Alfieri sin dal 1959, e che questa persona mi abbia fatto timore in un cero momento della mia vita. Non sono un eroe", dice Punzo ai pm che lo arrestano. Il re di Nola viene tenuto in carcere per oltre 50 giorni, le accuse sono pesanti: associazione camorristica, appalti truccati, tangenti. Alfieri lo accusa persino di essere il mandante degli attentati incendiari contro il proprietario del Napoli Corrado Ferlaino, intimidazioni con cui Punzo avrebbe tentato di prendersi il Napoli. L'ex 'pannazzaro' nega tutto, "sono una vittima della malavita", ripete. I giudici gli credono, e due anni dopo il gip derubrica l'accusa di associazione camorristica in quella di favoreggiamento, reato che risulta prescritto.

La strana coppia
Dal successo alla polvere, Punzo sembra un uomo finito, la sua parabola declinante. Si sbagliano in molti. La rinascita è repentina, dovuta alla sua tenacia e a rapporti più saldi del previsto. L'amicizia con Montezemolo comincia trent'anni fa, a Capri. I due sono come il giorno e la notte, opposti per temperamento e stile: meroliano e teatrale Punzo, che parla a mitraglia in dialetto napoletano stretto, aristocratico e snob il capo della Ferrari. Pare che la strana coppia si conosca quasi per caso, quando Punzo vende il suo Magnum al giovane collaboratore dell'avvocato Agnelli, in cerca di un motoscafo per scorrazzare intorno ai Faraglioni. La settimana agostana a Cortina diventa una tradizione. Se gli impegni lo consentono, i due si incontrano a feste e matrimoni dei (tanti) comuni amici. Quando Punzo finisce dietro le sbarre di Poggioreale, Montezemolo è il primo a esprimergli solidarietà: nonostante i sospetti e le chiacchiere, le accuse gravissime e i processi, Montezemolo non lo abbandona. Anzi. Le grandi mangiate da Mimì alla Ferrovia, dietro piazza Garibaldi, diventano un must, dove tra antipasti di mare e linguine al pomodoro nascono i primi affari a braccetto: Luca decide di investire nella Cisfi, la finanziaria del Cis, mentre la Fiat Engineering (ceduta poi nel 2004) prende il 4 per cento dell'Interporto. Non solo: i soldi del presidente del Lingotto finiscono anche nella Banca Popolare di Sviluppo, inventata da Punzo nel 2001. I due compagni sono inseparabili: nel 2006 Punzo riceve la laurea honoris causa in "management aziendale internazionale" dall'università Parthenope, Montezemolo prende un aereo per applaudirlo in prima fila. E Gianni è tra i selezionatissimi ospiti del party per i 60 anni del leader di Confindustria.
Il suo potere in Campania è all'apice ma, grazie all'amico, Punzo può allargare i confini del suo impero.

Da piazza Mercato a piazza Affari
Nel 2005 fa il salto nella galassia che conta entrando nel fondo Charme. Un private equity di cui fanno parte Della Valle, Isabella Seragnoli, Vittorio Merloni e la famiglia Montinari. L'anno dopo Punzo ricambia il favore, e propone al presidente di Confindustria di investire nei treni ad Alta velocità. L'idea, in realtà, è di Giuseppe Sciarrone, ex dipendente delle Fs e ad della Rail Traction Company. Per sfruttare la liberalizzazione del trasporto passeggeri nasce la Nuova Trasporto Viaggiatori (NTV), che ha l'obiettivo dichiarato di fare concorrenza alle Fs. Luca e Gianni coinvolgono anche Della Valle, e i tre si spartiscono equamente le quote: ora hanno il 25,3 per cento a testa. Un gruppo di fuoco che può contare sull'amicizia e l'appoggio di Corrado Passera di Intesa-San Paolo, che è prima entrata nel 20 per cento dell'azionariato (l'operazione è costata all'istituto 60 milioni di euro) poi ha garantito i 650 milioni che hanno permesso di ordinare 25 treni dalla francese Alstom.

Sotto al Vulcano
Il core business del potere di Punzo, ovviamente, resta saldamente ancorato a Nola. Il parterre dell'inaugurazione del mega centro commerciale 'Vulcano Buono' è dimostrazione plastica di come le cose vadano a gonfie vele. "C'erano tutti, non mancava nessuno", gongolava l'imprenditore il giorno dopo l'apertura, quando la struttura di Renzo Piano, definita da qualche giornale "l'architettura che sfida la camorra", aveva iniziato a macinare scontrini. Più che a Romano Prodi e al vescovo Beniamino Depalma e ai vari ministri, assessori e imprenditori venuti a rendergli omaggio, il 6 dicembre Punzo ha sorriso compiaciuto quando i suoi occhi hanno incrociato Paolo Mancuso, il magistrato che lo aveva ammanettato dodici anni prima. Un'apparizione catartica, una pietra definitiva sopra il passato. Anche la presenza dei manager di Auchan e Simon Property, proprietari di una quota importante del centro servizi, fotografava la solennità del momento.
Sulla nascita del Vulcaniello, però, pesano ancora dubbi e polemiche.L'opera monstre non ha infatti mai ottenuto la concessione edilizia da parte del comune di Nola: i lavori - come hanno sottolineato due interrogazioni parlamentari - sono partiti solo grazie a Bassolino, che usando una vecchia legge per la ricostruzione delle aree colpite dal terremoto dell'80 ha firmato un'ordinanza che esautora il comune dalle sue prerogative. Tra ricorsi al Tar e blocco dei cantieri, l'amministrazione nolana la concessione non l'ha mai data - come scrive il sito del mensile 'La voce delle voci' - e spera di ottenere oggi, dopo aver perso denaro mai versato dall'Interporto, otto milioni dal Consiglio di Stato, dove pende una sentenza sugli oneri di urbanizzazione. Terreni in concessione fino al 2080, forzature delle norme e sospetti di favoritismi secondo i senatori Tommaso Sodano (Prc) e Michele Florino (An) mettono a rischio la trasparenza dell'operazione. Ma sono in molti a storcere il naso anche per i 5 milioni investiti dalla Regione Campania per i corsi di formazione creati apposta per i dipendenti del Vulcano: la maggioranza dei contratti sono part time o a tempo determinato, e a tre mesi dall'apertura all'Auchan - nonostante il Vulcano promettesse di arricchire il territorio e dare piena occupazione - si parla già di primi esuberi.

Fonte: espresso.repubblica.it

18 feb 2008

Gli impresentabili

Assenteisti, voltagabbana, dinosauri, imputati, pregiudicati e screditati. Da Dini a De Gregorio, da Caruso a Storace, da Mastella a De Mita. Ecco i candidati che non vorremmo più vedere in lista

Non c'è primaria o gazebo della libertà che tenga. Con le famigerate liste bloccate del 'Porcellum', ancora una volta avranno l'elezione sicura quelli che non potrebbero mettere facilmente la propria faccia sui manifesti. Un pattuglione di assenteisti, trasformisti, dinosauri, pregiudicati, indagati o, più semplicemente, sputtanati. Ecco il catalogo dei nomi pronti a infilarsi alle spalle dei leader.

BOCCIATI
"Il dado è tratto: Rivoluzione Italiana confluisce nel Popolo delle libertà". Con queste parole, il 9 febbraio, il senatore Paolo Guzzanti ha annunciato ai seguaci del suo blog (Rivoluzione Italiana, 'www.paologuzzanti.it') il fidanzamento con il movimento dell'altra rosso-crinuta Michela Brambilla. Un aggancio che imbarazza la super-nuovista Brambilla, preoccupata dall'effetto muffa dell'ex presidente della Commissione Mitrokhin, simbolo di una stagione tutta bufale e complotti-spazzatura. La spazzatura vera, invece, è quella che ha distrutto la credibilità di Antonio Bassolino e Alfonso Pecoraro Scanio. Le immagini della maxi-pattumiera napoletana hanno fatto il giro del mondo, ma nessuno dei due politici campani è stato sfiorato dall'idea delle dimissioni. Così, tanto il presidente della Regione quanto l'ex ministro dell'Ambiente sono pronti a regalarsi un nuovo giro in Parlamento. Stessa scelta per un altro eletto che ha fatto parlare di sé in tutto il globo, il mastelliano Tommaso Barbato. Il filmato della sua tentata aggressione al compagno di partito Nuccio Cusumano, 'colpevole' di non revocare la fiducia a Prodi, spopola ancora su Internet e il suo presunto sputo è un giallo insoluto. Il fotogramma in cui senatori e questori tentano di placcare Barbato è diventato l'ultima pubblicità di Ryanair, sotto lo slogan 'Calma! Calma! C'è posto per tutti'. Barbato compreso. Un comodo seggio senatoriale aspetta anche il sindaco azzurro di Catania Umberto Scapagnini. L'ex medico di Berlusconi è ansioso di abbandonare la città prima che venga certificato lo stato d'insolvenza del Comune. Mentre il più fido scudiero di Massimo D'Alema, Nicola Latorre, non vede motivi per abbandonare il Palazzo, nonostante le sue telefonate pro-Unipol abbiano sconcertato migliaia di elettori del centrosinistra durante la folle estate delle scalate bancarie.

GIURASSICI
José Luis Rodríguez Zapatero non aveva compiuto tre anni, Barack Obama era nato da appena 20 mesi quando Luigi Ciriaco De Mita entrò per la prima volta alla Camera. Salvo una breve interruzione tra il 1994 e il 1996, non ha più trovato l'uscita. Classe 1928, la stessa di Ernesto Che Guevara, da 45 anni trascina giornalisti e colleghi deputati sottobraccio per il Transatlantico, manco fosse la Selva Lacandona. Ma guai a fargli notare l'età: "Ieri, per la prima volta, mi sono sentito vecchio", ha confessato al compimento degli ottant'anni. E ora è in corsa per la dodicesima ricandidatura, questa volta nel Pd. Il segretario campano Tino Iannuzzi ha già annunciato di voler chiedere la deroga per il suo maestro politico. Lo stesso vuole fare il segretario provinciale di Avellino: Giuseppe De Mita, il nipote. Sembra un'anomalia, ma non lo è. Spera di rientrare, ancora una volta, il senatore Francesco D'Onofrio, capogruppo dell'Udc. Una ex giovane promessa: a lanciarlo fu proprio De Mita, un quarto di secolo fa. C'è il neo-Udc Angelo Sanza (ex demitiano, ex cossighiano, ex buttiglioniano, ex berlusconiano), deputato dal 1972, lo stesso anno che vide l'esordio in Parlamento di Giuseppe Pisanu. C'è il forzista Alfredo Biondi, eletto la prima volta nel 1968. C'è il socialista Valdo Spini, simpaticamente parlamentare da quasi trent'anni, come il verde ex Lotta Continua Marco Boato (salvo un'interruzione negli anni Ottanta) che tenta il ripescaggio nella Cosa rossa. Lì, nell'area della sinistra radicale, si gioca il futuro di un'autentica istituzione come Armando Cossutta e di un veterano delle aule come Cesare Salvi. In fondo, il candidato premier Fausto Bertinotti, imbalsamato nella carica di leader dal 1994, è ormai anche lui un monumento vivente. A se stesso.

LAVATIVI
Giuliano Amato ha già annunciato che non si ricandiderà, a Montecitorio non avvertiranno la differenza: nell'ultima legislatura non l'hanno praticamente mai visto. In 20 mesi e su 4.693 votazioni ha pigiato il pulsante solo 21 volte, lo 0,45 per cento del totale. Certo, da ministro dell'Interno aveva altro da fare e si è fatto mettere in missione nel 97 per cento dei casi. Ma che dire di altri illustri assenti? Senza giustificazioni, per esempio, risulta il presidente della commissione Attività produttive Daniele Capezzone: infaticabile quando c'è da dichiarare al tg, un forzato dei talk-show televisivi, e dove trova il tempo di partecipare al lavoro legislativo? E infatti si è affacciato in aula per 119 volte, il 2,54 per cento delle votazioni, risultando assente senza scusanti nel 67 per cento dei casi. Peggio di lui hanno fatto solo i ministri Antonio Di Pietro, Pierluigi Bersani e Alfonso Pecoraro Scanio, che però figurano quasi sempre in missione. A differenza dell'ex segretario Ds Piero Fassino, assente nell'89 per cento dei casi, presente in dieci votazioni su cento, stessa misera performance del collega di Rifondazione Franco Giordano. Deve essere il duro tran tran del capopartito. Tre big di Forza Italia, Sandro Bondi, Fabrizio Cicchitto e Denis Verdini, non si sono quasi mai fatti vedere a Montecitorio. Bondi ha saltato l'87 per cento delle sedute, Cicchitto l'89. Il toscano Verdini, estenuato da 291 votazioni su 4.693 (il 6 per cento), ha trovato miracolosamente il tempo di mettere la firma su tre proposte di legge e su un'interrogazione: stipendio ben guadagnato. Ma è in ottima compagnia: il deputato Berlusconi Silvio ha mancato il 98,51 per cento delle votazioni. E nessuno lo rimprovererà per questo.

VOLTAGABBANA
"Si sentiva bene il discorso? Avevo la voce ben impostata?", ha chiesto appena finito di parlare. Si cambia schieramento per molte ragioni: per opportunismo, per convenienza, per calcolo. Il senatore-professore Domenico Fisichella l'ha fatto per ben due volte (da destra a sinistra e da sinistra a destra) per un ben più nobile motivo: la vanità. Quando lasciò An per traslocare nella Margherita era inviperito per la mancata presidenza del Senato che, secondo lui, gli spettava come una laurea, honoris causa. Quando il 24 gennaio ha pugnalato il governo Prodi, provocando la fine della legislatura, ha tenuto a precisare, la voce ben impostata, ci mancherebbe, che lui non era "uno qualunque". Basta sfogliare la sua monumentale produzione bibliografica, 18 volumi, da 'Elogio della monarchia' a 'Le ragioni del torto', tradotti in inglese, francese, spagnolo, ungherese e rumeno. Ora giura di voler tornare a studiare, ma è disponibile a candidarsi nel Pdl, "se il mio contributo è considerato utile". Lo stesso vale per Lamberto Dini: ma lui, più che utile, si ritiene indispensabile. Pronto a candidarsi con Berlusconi, dopo averlo mollato nel 1995 per fondare un partitino di transfughi dal berlusconismo, tra accuse di tradimento e insulti. Lo stesso percorso di Clemente Mastella (in comune i due hanno anche una moglie in guai giudiziari): "Resterò nella posizione in cui mi troverò, lealmente, come sempre", garantisce l'ex guardasigilli. I suoi compagni di partito, conoscendone la lealtà, si sono affrettati a cercare posizioni in proprio. Uno che una candidatura l'ha spuntata è l'ex ministro della Lega Giancarlo Pagliarini: nel '96 fu candidato premier di Umberto Bossi e predicava il secessionismo della Padania, oggi si ritrova con la destra tricolore di Francesco Storace, un bel salto tra gli arditi. Più modesto appare il valzer di Marco Follini, passato in 20 mesi dai pranzi di palazzo Grazioli alle merende nel loft del Pd: l'importante, per lui, è non imbattersi in Casini.

IN FUGA DALLA GIUSTIZIA
Eletto con l'Italia dei valori, passato all'opposizione con il movimento fai-da-te Italiani nel mondo e ora pronto all'ingresso nelle liste del Pdl, il senatore campano Sergio De Gregorio non è soltanto un politico che si muove veloce. È anche un uomo bisognoso di trovare un riparo sicuro da un'inchiesta della Procura antimafia di Napoli che lo vede indagato per riciclaggio e favoreggiamento della camorra. Non vede l'ora di sbarcare in Senato anche l'udiccino Salvatore Cuffaro, che da presidente della Regione Sicilia si è appena beccato una condanna in primo grado a cinque anni di reclusione. Anche in Calabria andrà in scena il film 'Governatori in fuga', con Agazio Loiero che preferirebbe attendere il suo processo per gli appalti della sanità da uno scranno di Montecitorio. Bisognoso d'immunità varie anche il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa. Già salvato dalla prescrizione ai tempi di Tangentopoli, quando ammise di aver preso soldi per appalti truccati, ora è indagato a Catanzaro per truffa all'Unione europea e associazione a delinquere. Non mollerà facilmente Palazzo Madama neppure il forzista Luigi Grillo, rinviato a giudizio per aggiotaggio nella vicenda delle scalate Rcs e Bnl. Seggio blindato anche per l'ex governatore pugliese Raffaele Fitto, che sotto Natale è diventato imputato per corruzione e finanziamento illecito. Un altro ex presidente eccellente, Francesco Storace, dovrà difendersi nel processo Laziogate dall'accusa di 'cospirazione informatica' ai danni della rivale Alessandra Mussolini. L'ex comandante della Finanza, Roberto Speciale, attenderà in Parlamento sotto le bandiere del Pdl l'inchiesta della magistratura per l'uso 'privato' di aerei ed elicotteri delle Fiamme gialle. Al fianco di Speciale troverà riparo anche la first lady di Ceppaloni Sandra Lonardo Mastella, indagata per tentata concussione. Mentre sotto i colori della Sinistra arcobaleno troveranno usbergo anche i 'disobbedienti' Francesco Caruso e Luca Casarini, per i quali la Procura di Genova ha appena chiesto sei anni al processo per il G8. Caruso ha già sulle spalle una condanna in primo grado a 40 mesi per la violenta 'spesa proletaria' all'Ipercoop di Afragola.

DEFINITIVI
Neppure nella prossima legislatura si assottiglierà il plotone dei condannati in via definitiva. Anzi, sono previsti grandi ritorni. Il leader morale di questi forzati del Parlamento è l'azzurro Marcello Dell'Utri, che ha una condanna passata in giudicato a due anni per frode fiscale e false fatture, mentre ha impugnato in appello una sentenza a nove anni per mafia. Intoccabile anche un altro eroe della prima Fininvest come Massimo Berruti, otto mesi definitivi per favoreggiamento nel processo per le tangenti alla Guardia di finanza. Riavranno il loro bravo posto in lista anche il democratico Enzo Carra (un anno e quattro mesi per false dichiarazioni al pm nel processo Enimont), l'azzurro Alfredo Vito (due anni patteggiati per corruzione), il berlusconiano Giorgio La Malfa (sei mesi per finanziamento illecito nella vicenda Enimont), il diessino Vincenzo Visco (abuso edilizio) l'azzurro Antonio Del Pennino (due mesi per Enimont, un anno e otto mesi per la metropolitana di Milano), l'eterno dc Paolo Cirino Pomicino (un anno e otto mesi per Enimont e e due mesi per i fondi neri Eni), i forzisti Gianpiero Cantoni (due anni per corruzione e bancarotta), Egidio Sterpa (sei mesi per Enimont) e Antonio Tomassini (tre anni per falso). Continueranno a scontare con le noie parlamentari una gioventù troppo vivace il radicale Sergio D'Elia (25 anni per banda armata e concorso in omicidio) e i finiani Domenico Nania (condanna per lesioni volontarie) e Marcello De Angelis (cinque anni per banda armata). Mentre si preparano a tornare nel Palazzo, dopo essere stati fermi qualche giro, anche Umberto Bossi (otto mesi per Enimont), l'udiccino Vito Bonsignore (due anni per tentata corruzione) e il socialista Gianni De Michelis (due anni per corruzione e tangente Enimont). Tra sputatori ed ex picchiatori, non sfigureranno neppure loro.

Fonte: espresso.repubblica.it

14 feb 2008

La prima mossa di Ganapini (Ex-presidente Greenpeace Italia)? Finanziare il termovalorizzatore

Giovedì e venerdì la commissione Ue in Campania per verificare lo stato della crisi dei rifiuti e decidere l'applicazione delle sanzioni

NAPOLI - La prima mossa di Walter Ganapini suona quasi come una terribile legge del contrappasso. Lui, ex presidente di Grenpeace Italia, lui strenuo oppositore dei termovalorizzatori si trova a dover firmare - nella sua nuova veste di assessore regionale all'Ambiente - un provvedimento che finanzia il completamento del termovalorizzatore di Acerra. Venticinque milioni di euro che dovranno consentire di procedere più speditamente. «Negli scorsi giorni - dice il governatore Bassolino - ho incontrato più volte sia il commissario De Gennaro che il commissario Sottile. Entrambi hanno avanzato la richiesta formale di disponibilità della Regione a sostenere finanziariamente, con risorse adeguate e aggiuntive, lo sforzo del Commissariato per fronteggiare l'emergenza rifiuti e per favorire il rientro nella gestione ordinaria».
Poi aggiunge: «Ho subito incaricato i nostri uffici di compiere tutte le verifiche tecniche e amministrative del caso e oggi – d’intesa con il neo-assessore all’Ambiente Ganapini - posso dire che siamo pronti a mettere a disposizione del commissariato, che li gestirà direttamente, 25 milioni di euro di fondi FAS (Fondo Aree Sottoutilizzate) per la ripresa dei lavori di completamento del termovalorizzatore di Acerra. Già nei prossimi giorni definiremo l'intesa con il Commissario Sottile e col ministero delle Attività Produttive per la sottoscrizione dell’Accordo di Programma Quadro che permetterà di utilizzare subito queste risorse».
Come già aveva annunciato, Ganapini si mostra flessibile sul termovalorizzatore di Acerra, evitando guerre ideologiche su un impianto che ne ha già visto tante.
Una delegazione della Commissione europea sarà giovedì e venerdì in Campania per verificare sul campo quanto si sta facendo per risolvere la crisi dello smaltimento dei rifiuti. La missione è guidata dalla responsabile della direzione ambiente dell’esecutivo Ue, Pia Bucella. «I funzionari avranno così modo di vedere con i loro occhi quanto sta avvenendo in Campania», ha rilevato una fonte della Commissione ricordando che il 31 gennaio scorso Bruxelles ha dato un mese di tempo all’Italia per fare tutto il possibile per affrontare adeguatamente la situazione ed evitare così il deferimento alla Corte di giustizia del Lussemburgo. «La situazione in Campania è intollerabile e capisco molto bene la frustrazione dei cittadini campani», aveva rilevato il commissario europeo all’ambiente Stavros Dimas in occasione dell’ultimo avviso lanciato all’Italia.

Fonte: corrieredelmezzogiorno.it

Reddito dei Consiglieri della Campania. Montemarano jr, figlio dell'assessore alla Sanità, non deposita neppure il Cud.

NAPOLI — È Stefano Palomba, avvocato lavorista, nel 2006 eletto nella Margherita e oggi nel Pd, il consigliere comunale più ricco di Napoli. Il suo reddito lordo dichiarato nel 2007 (per redditi 2006) ammonta a 848.674 euro, cioè tre volte e mezzo il reddito della sindaca Iervolino, che pure è consigliere e che nel 2007 ha dichiarato 242.596 euro (7.018,65 euro lordi sono lo stipendio di sindaco), ma che nella «classifica» dei redditi è soltanto seconda. Erano anni — spiegano al Comune di Napoli — che in Consiglio non sedeva un eletto così ricco, ma a memoria nessun ricorda quanto tempo sia. Per tutti i 60 consiglieri, più il sindaco, la cifra riportata in tabella è ovviamente quella complessiva, quindi non relativa ai soli gettoni riconosciuti ai consiglieri comunali per le sedute di consiglio e di commissione, ma all'ammontare di tutti i redditi (sempre lordi) da ieri disponibili al Comune ai sensi della legge 441 del 5 luglio 1982 sulla trasparenza dei redditi, sulle spese sostenute dai candidati alle elezioni e sulla variazione dei redditi rispetto all'anno precedente.

Non se la passa male neppure Franco Malvano, ex questore di Napoli, che che chiude la top five dei redditi: nel 2006 è stato il rivale della Iervolino nella corsa a sindaco ma che nello stesso periodo è diventato anche senatore di Forza Italia; incarico, quest'ultimo, che evidentemente ha inciso sul suo reddito, che nel Cud 2007 è stato di 148.417 euro. Sempre nel 2006 Malvano ha dichiarato spese elettorali sostenute per 421.947,31 euro, di cui 200 mila a carico del suo partito, Forza Italia. Sale sul podio, invece, Salvatore Varriale, terzo, affermato commercialista, ex deputato della Dc e fino a poche settimane fa capogruppo di Forza Italia, con 190.638 euro dichiarati al Fisco. Quarto in graduatoria è Luciano Schifone, con 152.543 euro dichiarati nel 2007. Emolumenti che schifone spiega così: «Ho il vitalizio di consigliere regionale, perché ho fatto tre legislature più due anni, mentre per un anno e mezzo sono stato europarlamentare. Inoltre sono funzionario amministrativo alla Federico II». Tra gli over 100mila euro c'è anche Vito Lupo, vicepresidente del Consiglio comunale del Pd, ma soprattutto famoso epatologo, «fermo» a quota 144.487 euro. Poco sotto i centomila euro, invece, si ferma Massimo Paolucci, ex subcommissario per l'emergenza rifiuti che nel 2006, dopo Berlusconi, è stato il consigliere più votato a Napoli: nel 2007 ha depositato un Cud da 97.834 euro.
Non ha invece depositato al Comune la dichiarazione dei redditi, Emilio Montemarano, figlio dell'assessore regionale alla Sanità, Angelo. Come lui, anche Salvatore Guerriero, Ds, vigile urbano e presidente della Commissione urbanistica, manca nell'elenco dei redditi depositati al Comune. In fondo alla classifica il giovane Francesco Minisci di Prc, con 11.408 euro. «Non dimentichiamo però che la Finanziaria 2008 ha portato da un terzo ad un quarto dello stipendio del sindaco il gettone per i consiglieri. per questo, se prendono parte a tutti i consigli e a tutte le commissioni, i consiglieri non si superano i mille e duecento euro al mese», spiega il presidente dell'assemblea, Leonardo Impegno, presente alla lettura delle dichiarazioni dei redditi, che sottolinea come «la classifica dei redditi dei consiglieri a disposizione degli organi di informazione è prova di massima trasparenza e di come gli atti pubblici, qui in via Verdi, siano a disposizione. Perché questo — conclude — è un palazzo di cristallo »

Fonte: corrieredelmezzogiorno.it

13 feb 2008

Cardarelli-shock, barelle sporche di sangue. Le foto della vergogna inviate dai pazienti

NAPOLI - Macchie di sangue sulle barelle. Le fotografie scattate ieri da alcuni malati del Cardarelli sono l'ennesima denuncia sulla condizione dei pazienti ricoverati in corsia. Non accenna a migliorare l'emergenza barelle nel più grande ospedale del Mezzogiorno.
In questo periodo in cui c'è un incremento delle malattie respiratorie e dei ricoveri per influenza, ogni giorno ci sono in media 60 malati senza posto letto, costretti a stare nei corridoi. «Cerchiamo di pulire le barelle una volta ogni settimana, al massimo dieci giorni - spiega il direttore sanitario del presidio ospedaliero, Franco Paradiso - abbiamo una macchina apposita nei sotterranei del dipartimento di emergenza, ma spesso riscontriamo delle difficoltà perché tale è l'affluenza di malati che tutte le barelle sono occupate. L'igiene per i pazienti è comunque garantita dalla biancheria pulita».
I reparti più affollati sono quelli di medicina e medicina d'urgenza. «Non ce la facciamo più, bisogna trovare una soluzione - si sfogano alcune persone ricoverate in corsia - oltre ai disagi e alla totale mancanza di privacy, ora ci accorgiamo che non c'è neanche il controllo delle condizioni igieniche. Abbiamo paura di poter contrarre malattie stando ricoverati qui». I Cobas sottolineano il pericolo della presenza delle bombole d'ossigeno accanto alle barelle. «Nonostante l'ordine dei Nas - dice Michele Tassaro responsabile del sindacato per il Cardarelli - le bombole piene d'ossigeno restano nei corridoi. I carabinieri hanno intimato la direzione generale a migliorare le condizioni di alcuni reparti, ma ancora nulla è stato fatto e per i pazienti aumentano i rischi: oltre a quello di cadere dalle barelle, c'è anche quello di contrarre delle infezioni. Il ciclo dei lavaggi delle lettighe dovrebbe essere giornaliero».
I Cobas annunciano anche uno sciopero all'interno dell'azienda di protesta contro l'emergenza barelle. Intanto nel complesso ospedaliero pare sia più vicina la riapertura della palazzina Alpi. «Stiamo predisponendo tutto per il suo utilizzo annuncia Paradiso - aspettiamo i finanziamenti di circa 6 milioni di euro per le attrezzature dell'intramoenia ». Ieri dal Monadi al Cardarelli circa duecento persone hanno sfilato in un corteo di protesta. Si tratta di alcuni disoccupati che hanno partecipato ai corsi di formazione a pagamento per operatore socio sanitario autorizzati dalla Regione e organizzati da istituti privati. «Ai direttori generali chiediamo dice Francesco Della Femmina, presidente dell'associazione "Oss" con 1700 iscritti - di assumere noi e non di ricorrere alle agenzie interinali ».
Interviene il parlamentare dei Verdi, Tommaso Pellegrino. «Quanto mostrato dalle foto pubblicate dal Corriere del Mezzogiorno sul degrado dell'ospedale Cardarelli di Napoli è davvero gravissimo: il ministro Livia Turco deve intervenire immediatamente per far sì che scandali come questo non debbano mai più ripetersi», dice il deputato che ha chiesto «visibili e concreti interventi a tutela dei pazienti e del diritto ad una sanità pubblica di qualità». «È inaccettabile che nel più grande ospedale del Sud - aggiunge - continuino ad avvenire episodi di gravissima malasanità. Tutto ciò non è degno di un Paese civile».

Fonte: corrieredelmezzogiorno.it

8 feb 2008

«Arbitri venduti»: tifosi condannati a morte in Libia

Tre uomini bendati messi al muro, tre tifosi del Al-Ahly di Bengasi con il gagliardetto in mano. Al posto del plotone di esecuzione c'è il figlio primogenito di Muammar Gheddafi, il Colonnello che guida la Libia da 39 anni. Al-Saadi indossa la sua divisa preferita, quella da calciatore (ha militato dal 2003 al 2006 nel campionato italiano di Serie A, prima a Perugia e poi a Udine). Eccolo mentre «spara » di piatto destro il pallone contro i condannati. Accanto a loro, un asinello con l'offensiva scritta Al-Saadi sulla groppa.

Tutto chiaro? Questo è il fotomontaggio, il rebus perfetto, con cui il mensile francese "So Foot" illustra una storiaccia di calcio, arbitri e condanne a morte tutta giocata tra i campi e i tribunali della Libia. Una storia dimenticata: la Fifa, l'organo supremo del football mondiale, assicura di «non aver mai aperto un'inchiesta». La Lega calcio libica ha le carte in regola per ospitare la Coppa d'Africa nel 2014. E forse potrebbe contribuire a risolvere l'annosa questione degli arbitraggi che avvelena anche il nostro campionato. Moviola in campo? Arbitri di area? Inutili. La soluzione sta negli assistenti. Devono essere armati. E come tutti rispondere al bene supremo della nazione. Cioè di chi comanda.

Altro che sudditanza psicologica. Sudditanza e basta, a mano armata. Estate 2000, l'Al-Ahly Bengasi riceve l'Al-Alhy (il nome significa nazionale) di Tripoli, la squadra di Gheddafi junior. I padroni di casa chiudono in vantaggio il primo tempo, 1-0. Nella ripresa, si vede chi sono i veri padroni. L'arbitro regala due rigori agli ospiti, e poi convalida un gol del Tripoli in netto fuorigioco. I giocatori del Bengasi vogliono lasciare il campo in segno di protesta. Più che i guardalinee, sono le guardie del corpo di Al-Saadi ai bordi del campo a convincerli a continuare. La partita deve finire regolarmente. Il Tripoli vince 3 a 1. Cosa si aspettavano, i tifosi del Bengasi? Quella è la squadra del figlio del capo. Zitti e correre. Poche settimane dopo, 20 luglio, i biancorossi affrontano l'Al-Bayada. E' la città natale della madre di Al-Saadi. Stesso copione. Quando il direttore di gara concede un rigore inesistente agli avversari, esplode la rivolta. Deve vincere sempre pure la squadra della mamma del capo? E' troppo. Invasione di campo, partita sospesa. Fuori dallo stadio i tifosi si scatenano.

Bruciano diverse auto, tra cui quella di Al-Saadi. Atti vandalici, certo, ma la Libia vanta precedenti peggiori: nel 1996 il derby di Tripoli (tra due squadre sulla carta apparentate nel segno dei Gheddafi, una sostenuta da Saadi l'altra dal fratello Mohammed) finì in un bagno di sangue, con la polizia che sparò sulla folla uccidendo decine di persone. La partita Bengasi-Bayada non si conclude con una carneficina. Ma i tifosi della città cirenaica, il giorno dopo, osano mettere in scena uno scherzo che non può passare impunito. Fanno circolare per le strade di Bengasi un asinello che ha sulla groppa il nome Al-Saadi.

La vendetta non tarda. Il 28 agosto 2000 la squadra è sciolta. Quattro giorni più tardi — secondo la ricostruzione di "So Foot" che ha raccolto diverse testimonianze — le infrastrutture della società vengono distrutte con i bulldozer. Decine di persone vengono arrestate. La Fifa non fa una piega. Human Rights Watch e Amnesty International cominciano le denunce: nel 2001 nove tifosi vengono condannati con sentenza definitiva. Durissima. Colpevoli di aver militato «di una società segreta proibita dalla legge». Usando come paravento il club di calcio e le tribune degli stadi, i tifosi avrebbero in realtà «complottato» contro la gloriosa «Rivoluzione libica e contro il suo leader ». Non erano soli. Più che con tifoserie gemellate, gli hooligans del Bengasi «hanno collaborato con servizi segreti stranieri». Bugie, racconta ora il tifoso Omar Ben Daoud al giornale francese: «La politica non c'entrava nulla. Eravamo furenti per l'arbitraggio».

Per tre imputati condanna a morte. Il 10 febbraio 2002 sono legati a un palo, con gli occhi bendati. Per un'ora. Il plotone non arriva. Tortura psicologica. Le pene capitali vengono ridotte all'ergastolo. Nell'ottobre 2005 il Consiglio Supremo libera i condannati (ma la pena è solo sospesa, e possono tornar dentro in ogni momento). Otto, perché nel frattempo uno è morto. Si è impiccato nella sua cella nel 2004. Lo stesso anno in cui Al-Saad esordiva bel bello in Serie A, Perugia-Juventus 1 a 0 gol di Ravanelli. Nessuno gli chiese conto del caso Bengasi, di quei tifosi condannati alla fucilazione: scusi, Al-Saadi, in un Paese dove non c'è libertà almeno sui campi di calcio può vincere il migliore? Niente. Più che il suo palleggio, furono i soldi di papà a consigliare l'ingaggio di Gheddafino, ad aprirgli le porte dell'Italia (Tripoli è tuttora proprietaria del 7,5% della Juventus). Oggi gli scampati al plotone di esecuzione raccontano a "So Foot" che furono torturati. Al Saadi ufficialmente non si occupa più di calcio. Ha ripreso il grado di colonnello nelle forze speciali. Il Bengasi è stato riabilitato. L'anno scorso è arrivato quinto. Niente più invasioni di campo però. Gli arbitri libici sono i migliori del mondo.

Fonte: corriere.it

7 feb 2008

90 arresti tra Palermo e New York. Presi i boss del nuovo patto Italia-Usa. Due anni d'indagini: nel mirino le famiglie Inzerillo, Gambino, Di Maggio

Operazione "Old bridge": blitz congiunto polizia-Fbi dall'una e dall'altra parte dell'Oceano
E' la vecchia mafia sconfitta dai corleonesi che cercava di rialzare la testa
Affari enormi e nuovi per riconquistare i territori e il potere perduti


ROMA - E' la più grande retata antimafia dai tempi della "Pizza Connection". I boss di Palermo e quelli di New York, la "famiglia" Inzerillo e la "famiglia" Gambino, un attacco a Cosa Nostra che da una parte all'altra dell'Atlantico stava prepotentemente tornando sulla scena mondiale dei grandi traffici.

Nella notte ci sono stati una novantina di arresti: sono tutti gli eredi degli storici "Don" siculo-americani. Trenta li hanno catturati nelle borgate palermitane di Passo di Rigano, di Cruillas, di Boccadifalco, nei paesi di Torretta e di Carini. Gli altri li hanno presi a Cherry Hill e a Brooklyn. E' un'operazione che la polizia italiana e il Federal Bureau of Investigation hanno chiamato in codice. "Old bridge".

Questa retata è comunque solo l'inizio di una più vasta iniziativa anticrimine pianificata fra Italia e Usa, il primo degli assalti alle "famiglie" della Cosa Nostra di New York.

Da almeno due anni gli investigatori erano sulle tracce dei Padrini americani alleati degli Inzerillo, dei Mannino, dei Di Maggio e dei Gambino. Li hanno seguiti giorno dopo giorno, ascoltati con le microspie, filmati nei loro spostamenti. Hanno scoperto le loro società e i loro nuovi affari. Soprattutto hanno scoperto un patto fra "siciliani" e "americani" dopo più di due decenni di dominio mafioso corleonese. Una strategia di ristrutturazione di Cosa Nostra che puntava "all'antico".

Così le tradizionali consorterie criminali volevano ritrovare nuove opportunità e nuovi mercati dopo l'èra di Totò Riina. Così gli "scappati" - i mafiosi sfuggiti alla morte nella guerra fra cosche degli Anni Ottanta - volevano riconquistare territori. Erano tornati tutti nelle loro borgate di Palermo, erano pronti a riprendersi tutto.

Sono personaggi importanti quelli scivolati nell'indagine della polizia italiana e dell'Fbi, le ordinanze di custodia cautelare sono state firmate a Palermo dai procuratori Giuseppe Pignatone, Maurizio De Lucia, Domenico Gozo, Roberta Buzzolani, Michele Prestipino, Nino Di Matteo e Guido Lo Forte; a New York i mandati di arresto sono stati ordinati dal procuratore distrettuale.

Il primo nome è quello di Francesco Paolo Augusto Calì, meglio conosciuto a Brooklyn come Frank o Franky Boy. E' considerato l'"ambasciatore" di Cosa Nostra americana nell'impresa di mettere ordine nei rapporti con le "famiglie" di Palermo. Sin dalla fine del 2003 molti mafiosi siciliani sono volati dall'Italia a New York per incontrarlo, per fare business, per riferire proprio a Franky Boy come andavano le cose in Sicilia.
Da più di dieci anni Franky Boy è un "wiseguy", un uomo d'onore della "famiglia" Gambino.

Ci sono due collaboratori dell'Fbi - uno è Frank Fappiano e l'altro Micheal Di Leonardo - che ai poliziotti americani hanno rivelato tutte le attività di Frank Calì all'interno dell'organizzazione dei Gambino d'America.

"Frank è amico nostro, è il tutto di là", confidava in una telefonata il mafioso Gianni Nicchi - uno degli uomini d'onore siciliani che hanno fatto la spola fra Palermo e gli States per un commercio di stupefacenti - al suo capomandamento Antonino Rotolo. Era chiaro che "è il tutto di là" voleva dire che era Frank a comandare a New York.

Se "di là" è stato arrestato l'"ambasciatore" della Cosa Nostra americana, a Palermo è finito nell'inchiesta Giovanni Inzerillo, il figlio secondogenito di Totuccio, uno dei grandi capimafia siciliani prima dell'avvento dei Corleonesi. Giovanni Inzerillo fa l'imprenditore edile come ufficialmente lo era anche il padre, ha 36 anni, secondo gli investigatori ha "debuttato" in Cosa Nostra in un summit tenuto l'11 agosto del 2003 al ristorante "Al Vecchio Mulino" di Torretta, un paesino a una ventina di chilometri da Palermo sulla strada provinciale che porta a Trapani.

Quel giorno, al "Vecchio Mulino", si riunirono una quindicina di mafiosi - c'erano anche il cugino Giuseppe Inzerillo e gli zii Giovanni Angelo Mannino e Calogero Mannino - per discutere il loro gran rientro nella Cosa Nostra palermitana. Qualche mese dopo a Giovanni Inzerillo fu affidato il compito di accompagnare il vecchio boss Filippo Casamento prima a Toronto e poi a New York, un viaggio di affari per incontrare in Canada uomini d'onore di origine italiana come Michele Modica e Michele Marrese.

E' Filippo Casamento un altro dei mafiosi coinvolti nel blitz di questa notte. Già sottocapo della "famiglia" di Boccadifalco (prima che i Corleonesi prendessero il potere) e fra gli organizzatori dei traffici della "Pizza Connection", Filippo Casamento è fra i protagonisti del ritorno in Sicilia degli Inzerillo. E' stato lui a "garantire" per gli eredi di quelli che erano una volta i padroni di Passo di Rigano.

L'inchiesta sugli Inzerillo e sui Gambino per il momento non spiega fino in fondo cosa è accaduto negli ultimi mesi nella mafia siciliana e in quella del New Jersey, ma di certo rivela che il "piano" degli Inzerillo di riconquistare Palermo è fallito. I boss della mafia storica siculo-americana sono stati fermati proprio mentre si stavano riorganizzando. Anche loro stessi avevano intuito che non sarebbero andati molto lontano.

E' stata una microspia a svelare le loro paure.
Era il 30 agosto del 2007 quando Giovanni Inzerillo e suo cugino Giuseppe erano andati insieme a trovare in carcere lo zio Francesco, rinchiuso nella casa circondariale di Torino. Si sono salutati, hanno cominciato a fare commenti sul loro "ritorno" a Palermo già raccontato dai giornali italiani, hanno manifestato tutte le loro paure. Ogni loro frase è stata registrata. Ecco lo sfogo di Francesco Inzerillo ai suoi due nipoti in visita al carcere di Torino: "Qua c'è solo da andare via e basta.. se non fai niente devi pagare, se fai devi pagare per dieci volte.. Bisogna andarsene dall'Europa, non dall'Italia, dovete andare via dall'Europa perché non si può più stare, qua futuro non ce n'è, sei sempre sotto controllo, è tutta una catena e una catenella, bisogna andarsene in Sud America... basta essere incriminato per l'articolo 416 bis e automaticamente scatta il sequestro dei beni. Cosa più brutta della confisca dei beni non c'è".

Fonte: repubblica.it

6 feb 2008

Tormenti e tradimenti. La legislatura dei tre silici

Dalla lite Luxuria-Gardini alle lacrime di Cusumano

E chi se la scorda, questa legislatura dei tre cilici? Breve ma intensa. Penitenziale e insieme sadomaso. Ruotata tutta intorno a tre sofferenze. Il cilicio di Paola Binetti, il cilicio di Franco Turigliatto, il cilicio del popolo di sinistra. Tre cilici diversi. Portati con spirito diverso. Paola Binetti, psicologa vicina all'Opus Dei, convinta che l'omosessualità sia «una malattia da curare», sarà ricordata soprattutto per la sua invocazione al cielo quel giorno in cui si apprestava a negare la fiducia al «suo» governo piuttosto che votare l'articolo che puniva chi «incita a commettere o commette atti di discriminazione» fondati su religione o tendenze sessuali: «Mi auguro solo che lo Spirito Santo scenda su quest'aula perché non so proprio se, alla fine, potrò votare il decreto». Votò contro. Decisa a sopportare fino in fondo le ironie dei compagni della maggioranza intorno a un paio di interviste in cui aveva confidato di dormire su una tavola di legno e di portare appunto il cilicio: «La vita di ognuno di noi è esposta a prove e difficoltà e ci vuole un certo "allenamento". Le privazioni, lo spirito di mortificazione, un domani mi aiutano ad affrontare cose più grandi».

E fa male? «Non più che portare il busto come facevano le donne in altri tempi. O girare in inverno con l'ombelico di fuori». Sempre meglio, aveva precisato successivamente, «che i tacchi a spillo». «Il sadomasochismo è un modo di godere. Purché ci sia libera scelta», commentò feroce Franco Grillini, storico leader gay e deputato della stessa Unione. E mai come in quel momento, in un Paese come il nostro che vede atei devoti come Marcello Pera corteggiare il Papa e cristiani ricchi di fede come Oscar Luigi Scalfaro battagliare in difesa della laicità, si è visto quanto fosse assurdo tenere insieme tutte le anime di un centrosinistra che per anni, all'opposizione, s'era illuso che per fare squadra bastasse l'antiberlusconismo. Come se questo potesse tenere insieme un teorico delle liberalizzazioni come Pierluigi Bersani e un no-global come Francesco Caruso, capace di portare alla Camera due finte molotov e marchiare Tiziano Treu e il povero Marco Biagi come «assassini».

Il cilicio di Franco Turigliatto era un cilicio autoflagellatorio sul genere di quello di Mara «d'Arco» Malavenda, la pulzella rossa di Pomigliano, che per il senso di colpa di chiamarsi Assunta tra i disoccupati aveva cambiato nome e nella legislatura ulivista scaricava in Parlamento decine di migliaia di emendamenti tesi a intralciare il governo della sinistra «borghese» traditrice del proletariato. Affetto da sensi di colpa operaisti dolorosi come una colica addominale e più cupo di un vedovo in lutto stretto, Turigliatto fu il primo ad abbattere Prodi, sparandogli contro sulla missione di pace in Afghanistan. E spiegò tra i sospiri a Jacopo Jacoboni de La Stampa che lui non poteva porsi il problema della precarietà del governo: «Non ho mai avuto uno stipendio regolare, io. La pensione non l'avrò neanche, credo; quella vita senza certezze la conosco bene perché l'ho vissuta su di me». Al che, perfida, arrivò una lettera del rifondarolo Rocco Papandrea che spiegava come il compagno, dopo aver lavorato al Comune di Torino «con un contratto dirigenziale», fosse stato sistemato in Regione fin dal '99: «Fui io ad assumerlo e firmare il contratto...». Espulso dal partito, sospirò. Durissimo, purissimo, levissimo.Come nel '98 lo erano stati i trotzkisti di Livio Maitan: «Oooh! Erano decenni che aspettavo di abbattere un governo borghese!».

Il terzo cilicio l'ha portato per due anni, patendo e sanguinando a ogni stazione del calvario, dalle spaccature sulla base di Vicenza a quelle sui Dico, il popolo ulivista. Quello che aveva riempito il Circo Massimo con Cofferati ed era andato entusiasta a votare alle primarie per Prodi e per anni aveva sognato «un grande governo» come quello promesso dal Professore per ritrovarsi con una maggioranza scheletrica e un governo grasso. Di cotica pesante. Così obeso, con quei 102 ministri e viceministri e sottosegretari, da imbarcare panchinari della politica provinciale come il mitico Pietro Colonnella, che si vantava sul sito governativo d'essere stato protagonista, come presidente della Provincia ascolana, dell'«apertura del Traforo di Forca Canapine» e dell'avvio dei lavori per il «polo scolastico del Pennile di Sotto».

Come dimenticarle, certe istantanee? Fausto Bertinotti che, eletto presidente della Camera, solca il Transatlantico tra un'ala di commessi come non avesse fatto altro in vita sua e si installa dedicando la vittoria «alle opevaie e agli opevai». E poi lo schiamazzo a Montecitorio di Elisabetta Gardini, che esce stravolta dai bagni femminili, dopo averci incrociato la deputata transgender Vladimir Luxuria manco se l'avesse palpeggiata un maniaco: «Sono entrata, l'ho visto e l'ho vissuta come una violenza, una violenza "sessuale", mi sono proprio sentita male». Per non dire di Clemente Mastella, che appena conquista la poltrona di ministro della Giustizia («Vedrete», confida Prodi ai cronisti, «Sarà una sorpreeesa! ») prende di petto la catastrofe di dieci milioni di processi arretrati spostando la sede della scuola superiore per la magistratura da Catanzaro alla «sua» Benevento. Nobili motivi: «Avere la presenza di 2500 magistrati ogni settimana significa persone che vengono qua. Alloggeranno negli alberghi della città, mangeranno nei ristoranti della città, andranno a cena... Un indotto interessante... Qualcuno comprerà un vestito, comprerà una camicia, comprerà un prodotto dell'artigianato locale...».

E come scordare Sergio De Gregorio? Neanche il tempo d'essere eletto tra gli anti- berlusconiani diepietristi e, in cambio della poltrona di presidente della Commissione Difesa, diventa un berlusconiano di ferro e mette a disposizione del nuovo capo il suo micropartito, «Italiani nel Mondo», nato dal commercialista cambiando la ragione sociale di un grossista di ombrelli e pellami.

E Luigi Pallaro? El hombre de la pampa, arrivato direttamente dall'Argentina, si presenta con un misterioso paso doble: non è di destra, non è di sinistra, che farà? «Non butterò mai giù io un governo». E il giorno della mancata spallata sulla politica estera mantiene la promessa. Regalando a Francesco Storace l'opportunità di una battuta: «Du' ggiorni perzi a parla' der monno e bbastava chiede' a Pallaro: 'a Palla', che voti?». E resterà la legislatura di Vincenzo Visco, accusato d'essere un «Vampiro delle tasse» e di avere rimosso il generale Roberto Speciale non perché si faceva portare sulle Dolomiti i branzini appena pescati ma perché insisteva a volere indagare sul caso Unipol. E quella delle polemiche sui costi e i privilegi della politica, polemiche ereditate dal passato ma ravvivate da episodi come quello di Gustavo Selva che, per aggirare il traffico bloccato e raggiungere La 7 per una comparsata, al posto di un taxi prese un'ambulanza. E quella delle risse volgarissime su Rita Levi Montalcini e gli altri senatori a vita, bollati da maturi settantenni come «senatori pannoloni». Insomma, una legislatura tragica e ridicola, drammatica e insensata, di buone volontà e esasperanti furbizie, di virtuosi risparmi e sventurati sprechi. E chiusa così come si doveva chiudere. Con quello svenimento in diretta dell'ex mastelliano Stefano Cusumano, crollato su un fianco tra gli insulti e gli sputi come l'avesse fulminato Giove pluvio. Un colpo di teatro perfetto, per un teatrino.

Fonte: corriere.it

4 feb 2008

Festa della legalità in Toscana

Avviso ai naviganti: se siete ancora tra quelli (tanti, troppi, purtroppo) convinti che la criminalità organizzata sia solo un problema del Sud, non leggete questo articolo. Se, invece, state maturando la convinzione (o avete già consapevolezza) che la cancrena della mafia, della camorra e della 'ndrangheta stiano divorando intere parti d'Italia, allora andate pure avanti con la lettura. O magari prenotate un biglietto ferroviario e recatevi a Firenze dove, mercoledì 19, la Regione ha avuto la geniale idea di dedicare una giornata alla legalità (il programma è scaricabile dal sito della Regione). Sarà una festa (come è doveroso che sia) in cui celebrare i tanti (mai troppi) cittadini comuni e uomini di legge, che si battono per fare di questo Paese meraviglioso, un Paese di diritto e diritti. A partire da quello di vedere le mafie combattute davvero e non a parole. Ma perchè il vicepresidente della Regione, Federico Gelli, ha voluto con così tanta caparbietà una festa della legalità nel capoluogo? Gelli lo spiega bene: "Da anni - spiega Gelli - siamo impegnati a mandare i nostri giovani nei terreni confiscati alla mafia in Sicilia". Vero, verissimo. A cominciare da quelli a Corleone e paesi limitrofi, dove i ragazzi della Cooperativa Placido Rizzotto producono un ottimo vino rosso: "I cento passi", dedicato alla figura del giornalista (figlio di mafiosi) Peppino Impastato, ucciso da quella mafia alla quale si era ribellato per primo in famiglia. Vanna Van Stratten, presidente di Libera Toscana, ricorda che oggi le associazioni sono sempre più impegnate nella legalità e, per fortuna, rispondono con sincerità e forza. Ce n'è bisogno anche in Toscana e nel resto del Centro-Nord. Come ricorda il magistrato della Direzione nazionale antimafia, Giovanni Melillo che della criminalità organizzata in Toscana è un esperto, questa regione è ormai diventata un crocevia del riciclaggio per Cosa Nostra, 'ndrangheta e camorra. E come se non bastasse ci si mettono pure i cinesi, i russi e gli albanesi, che spesso fanno affari con i nostri campioni del crimine. Occhi aperti dunque, quando, a esempio, dovrete comprare una casa. E sì, perchè come ricorda Melillo, ormai l'edilizia è diventata un grande affare per i mafiosi. Meditate scettici, meditate.

Fonte: robertogalullo.blog.ilsole24ore.com

3 feb 2008

Un ingorgo di cosche nei cantieri della Salerno - Reggio Calabria

Il traffico sulla Salerno-Reggio Calabria non è fatto soltanto di automobili e Tir. Con i lavori di ammodernamento dell'autostrada A3 corrono anche i traffici delle cosche che si dividono scientificamente ogni chilometro in costruzione. Lo dicono le inchieste della magistratura, le indagini degli investigatori antimafia e lo dicono i sequestri di aziende e beni mobili che, proprio in questi giorni, si stanno susseguendo.
Sui 229 chilometri nei quali in questi anni sono stati aperti decine di cantieri, sono almeno dodici le cosche infiltrate e decine le famiglie della 'ndrangheta intervenute per spartirsi i fondi. Il sistema è sempre lo stesso: per ogni lotto dei lavori l'impresa che vince l'appalto paga il pizzo e se non paga viene estromessa.
Alla tangente del 3% sull'importo complessivo dei lavori – centinaia di milioni in questi anni – si somma poi un costo occulto per le aziende: l'affidamento di sub-appalti e forniture di cemento e bitume a ditte di riferimento delle cosche.
Ma non è solo l'autostrada a fare gola. Il magistrato antimafia Vincenzo Macrì lancia l'allarme anche sui lavori miliardari per il nuovo tratto della statale 106.

La 'ndrangheta è una scienza esatta e i cantieri stradali sono il laboratorio in cui sperimentare le formule.
Non c'è tratto dell'autostrada Salerno-Reggio che non passi attraverso la spartizione scientifica delle cosche, che sottomettono le imprese chiamate a svolgere i lavori. Chi non ci sta viene escluso, come l'imprenditore Gaetano Saffioti, che ha il miglior misto cementato della Calabria, indispensabile per i lavori del fondo stradale (si veda il «Sole- 24 Ore» di ieri).
Nell'indagine Arca – chiusa il 2 luglio 2007 – la cosca Piromalli arrivò a tracciare, come un architetto, una variante del raccordo autostradale per Gioia Tauro. «Una variante – dichiara il 4 dicembre 2007 il magistrato della Direzione nazionale antimafia Vincenzo Macrì –che poi venne realizzata perché si rivelò migliore di quella progettata dai tecnici dell'Anas.In qualche modo la cosca ha contribuito al miglioramento dei lavori ».
L'operazione Arca – che ha portato all'arresto di imprenditori, sindacalisti e criminali – ha coinvolto pezzi da novanta come le famiglie Mancuso, Pesce e Piromalli e imprese del calibro di Condotte, Coop costruttori e Baldassini-Tognozzi, vittime del sistema. Il rituale sempre lo stesso con una variabile: la presenza del sindacalista che azzerava i conflitti. Quell'inchiesta lascerà ancora il segno: dopo la confisca di oltre 50 milioni in beni mobili e immobili ai gruppi Guarnaccia e Tassone, in queste ore giungono a maturazione i sequestri di altre aziende e beni per oltre cinque milioni.
Già nel 2002, con l'operazione Tamburo, la Dia e la magistratura dimostrarono che ogni lotto da Castrovillari a Rogliano era diviso tra le cosche, con una regia sublime, affidata a Vincenzo Dedato che era diventato portavoce unico delle 'ndrine nei confronti delle imprese. Una cosa mai vista e forse irripetibile. In quell'indagine – che portò ad arresti e successive collaborazioni di boss di rango della 'ndrangheta – furono invischiate imprese come la Asfalti sintex, l'Astaldi e l'Ati Vidoni che si erano aggiudicate lavori per 114 milioni. La tangente era pari al 3% dell'importo dei lavori e le imprese erano costrette ad affidare subappalti e forniture a ditte di riferimento delle cosche.
«La quota a carico delle società ora si chiama onere di sicurezza – spiega il colonnello Francesco Falbo, a capo della Dia di Reggio –e non più pizzo».I neologismi non cambiano la sostanza, fatta di accordi. Nella relazione fresca di stampa della Direzione nazionale antimafia per il 2007, ancora Macrì invita a guardare oltre i guard rail autostradali. «L'attenzione delle cosche – scrive il magistrato – potrebbe rivolgersi verso la realizzazione del nuovo tratto della statale 106 da Ardore a Marina di Gioiosa Jonica e della trasversale che porta da Bovalino a Bagnara. Altro possibile obbiettivo di infiltrazione delle cosche è l'area compresa tra i comuni di Delianuova, Sant'Eufemia d'Aspromonte, Oppido Mamertina e Bagnara, che sarà interessata dalla realizzazione della nuova arteria stradale Bovalino-Bagnara, con un impegno di spesa di 835 milioni».
Milioni che piovono sulle cosche e che sono pronti per essere riciclati in mezzo mondo:dai traffici di cocaina a quelli di armi. «Il problema della 'ndrangheta – ha ripetuto spesso Nicola Gratteri della Dda di Reggio Calabria – non è spendere, ma come spendere. Abbiamo intercettazioni telefoniche in cui mafiosi ridono del fatto di aver fatto marcire banconote per milioni di euro perché avevano dimenticato dove le avevano seppellite ».
Sulla Salerno-Reggio Calabria, insomma, gli ingorghi non sono solo quelli degli automobilisti ma anche quelli tra cosche, politica e imprese. «Confindustria nazionale – spiega Roberto Pennisi,della Dda di Reggio –dovrebbe assumere importanti posizioni contro le grandi imprese che partono dal Nord con l'accordo già raggiunto con le cosche e che, nonostante il rischio di annullamento dei contratti, vanno avanti». Nessuno ha la bacchetta magica ma Roberto Di Palma, magistrato della Dda di Reggio, concorda con Pennisi sulle occasione perse. «Il pacchetto sicurezza –spiega Di Palma– nella parte in cui disciplina il comportamento che devono tenere le imprese quando vengono in contatto con le cosche è valido.
Per il momento però resta nella lista dei desideri».
La caduta del Governo non aiuta certo il cammino del pacchetto- sicurezza. A trarne benefici è la 'ndrangheta che è alla ricerca di nuovi assetti affaristici (o forse li ha già trovati) dopo l'omicidio ieri a Gioia Tauro del boss Rocco Molè, capofamiglia del braccio armato della cosca Piromalli.

Fonte: ilsole24ore.com

Cina: dalla guerra dell’oppio al boom delle droghe chimiche

L’arresto del regista cinese Zhang Yuan, autore de La guerra dei fiori rossi, ha riaperto il dibattito, anche a mezzo stampa, su traffico e consumo di stupefacenti nella Repubblica Popolare. Un fenomeno dalle proporzioni sempre più vaste anche a causa degli accordi tra i nuovi narcos cinesi e le mafie latinoamericane che consente il passaggio degli stupefacenti alla frontiera di Lowu, che divide Hong Kong ed il Guangdong.

Tra la fine degli anni ‘90 e gli albori del terzo millennio, vale a dire negli anni del “miracolo economico” cinese, sono stati soprattutto i “nuovi ricchi” ad essere iniziati al consumo di sostanze di lusso a fini “ricreativi”, come la cocaina (fino a ieri inesistente sul mercato cinese) e l’ecstasy, complice l’esposizione a un modello di vita di tipo occidentale fino a ieri guardato con sospetto dal regime. Negli ultimi anni però, accanto agli oppiacei, si è consolidato, anche a livello di massa e più in giù nella piramide sociale, soprattutto il consumo di droghe sintetiche, prime fra tutte le metamfetamine, di cui, di fatto, la Repubblica Popolare monopolizza la produzione mondiale. Inizialmente la più diffusa è stata l’”ice”, una sostanza estremamente tossica ma estratta da articoli legali a costi piuttosto contenuti: l’ideale, insomma, per quei cinesi della middle class che vogliono assaporare lo stile di vita della nuova borghesia senza poterne sostenere i costi.

Negli ultimi dieci anni il numero dei tossicodipendenti in Cina è aumentato enormemente fino a raggiungere nel 2007 la cifra - pesantemente sottostimata - di 800.000 persone schedate dall’autorità. Tra queste, il 78% consuma eroina, il 2,28% oppiacei e lo 0,19% morfina. I dati dell’Onu, del resto, parlano chiaro: nel 2007 le autorità hanno confiscato più di 9 tonnellate di stupefacenti, secondo una progressione che è probabilmente ancora più drammatica di quanto dicano le statistiche. E anche queste non lasciano adito a dubbi: secondo l’ultimo rapporto annuale della Agenzia delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine Cina, Hong Kong e Taiwan hanno registrato un incremento del consumo di stupefacenti superiore al 10 per cento. Non solo: la Cina resta il primo mercato al mondo per consumo di eroina (15%), il principale produttore di metamfetamine (31,4%, sintetizzate soprattutto nei laboratori del sud del Paese, nel Guangdong e nel Fujian), seguita dal Myanmar (22,9%), e il decimo produttore di ecstasy (1,9%). Il primo è l’Olanda, che soddisfa il 35,1% della domanda mondiale.

Il mercato del narcotraffico ha risposto prontamente alle richieste del mercato cinese aumentando e diversificando la produzione in modo da soddisfare le esigenze di tutti i consumatori. Per quanto la Repubblica Popolare sia il principale produttore al mondo di efedrina, sostanza da cui derivano varie metamfetamine, la maggior parte delle droghe entra però ancora nel Paese grazie al contrabbando. I confini più caldi sono ancora quelli del “Triangolo d’oro”, composto da Myanmar, Laos e Thailandia, della “Mezzaluna d’oro”, che comprende Afghanistan, Pakistan e Iran, e, a est, dalla Corea. Tuttavia, gli esperti delle Nazioni Unite hanno rilevato che, di fatto, negli ultimi tempi l’Afghanistan sta pian piano soppiantando il Myanmar come principale fornitore cinese di eroina e oppiacei.

Consapevole dei danni che un eccessivo utilizzo di droghe potrebbe arrecare al Paese (non va dimenticato che le cause del declino della Cina nell’800 continuano ad essere attribuite al consumo di oppio imposto dall’Occidente), il governo ha adottato una politica repressiva che ha suscitato più di una critica da parte delle organizzazioni non governative che tutelano i i diritti umani. Dal 1990 esiste inoltre una Commissione Nazionale per il Controllo dei Narcotici e dal 2006 l’approvazione di leggi eccezionali consente di perseguire con ogni mezzo chi spaccia o fa uso di droga. Lo scorso giugno sono stati condannati a morte sette trafficanti di droga, e la sentenza è stata resa nota, in chiave propagandistica, solo un giorno prima della Giornata Internazionale contro il consumo e il traffico illecito di droga.

Anche il fermo del regista Zhang Yuan si inserisce in quella che il Partito comunista definisce la “campagna nazionale contro i narcotici”. Tuttavia, se, secondo la legge, il regista avrebbe dovuto essere condannato ad almeno a tre anni di detenzione, di fatto è stato rilasciato dopo pochi giorni. Il China Daily, a pochi giorni dall’arresto, si è limitato a pubblicare una requisitoria orientata a sottolineare quanto, per ogni artista che si rispetti, la fama sia direttamente proporzionale alla rettitudine morale.

Fonte: panorama.it

Scandalo alla Provincia: 3 milioni per 10 uomini d'oro.

Sembra incredibile, ma siamo di fronte a un nuovo record nell'Italia della politica sprecona. La vicenda dei rimborsi record concessi a dieci consiglieri della Provincia di Roma appare semplicemente paradossale. Sia per gli importi: tre milioni di euro. Sia perchè a beneficiarne sono stati gli organi di un ente, la Provincia, considerato sempre più come una fabbrica di poltrone: un ente che ha poche ragioni per giustificare la sua esistenza e molte per suggerire lo scioglimento. I fatti - oggetto una serie di articoli pubblicati dall'edizione romana del "Corriere della Sera" - sono choccanti. Dal 2003 al 2007 la Provincia di Roma presieduta da Enrico Gasbarra con una maggioranza di centrosinistra ha erogato 3 milioni e mezzo di euro per risarcire venti consiglieri dei mancati guadagni per loro attività professionale privata.

Gran parte del tesoro è finito a soli dieci consiglieri, che si sono divisi tre milioni. Al primo posto c’è Massimo Davenia de La Destra, con oltre 600 mila euro; seguito da Alessandro Coloni del Pd con 387 mila e da Francesco Paolo Posa, anche lui del Pd, con poco più di 300 mila. Nella lista ci sono in tutto 5 nomi del Pd, due di An, uno di Forza Italia, della Destra e dello Sdi. Guido Milana, per esempio, presidente del Consiglio provinciale e tessera Pd ha ricevuto 281.000 euro in poco più di due anni. Adesso la procura aprirà un'inchiesta, perché c'è il sospetto che molti risarcimenti siano stati ottenuti grazie a contratti fittizi: consiglieri che si sarebbero fatti assumere da mogli e figli solo per giustificare il mancato guadagno e farsi rimborsare con denaro pubblico. Uno scandalo nello scandalo, che ancora una volta ripropone il tema dei costi della politica. E della moralità delle persone a cui affidiamo la gestione della cosa pubblica.

Fonte: espresso.repubblica.it

"A Bassolino dissi: attento al contratto se lo firmi non ne usciremo vivi"

IL RETROSCENA. Giulio Facchi, ex subcommissario per la raccolta differenziata racconta il rapporto con Impregilo: "Così iniziò la catastrofe"

COLOGNO MONZESE (Milano) - Accampato in un ufficio del "Conapi", Consorzio nazionale piattaforme e imballaggi, vive un uomo di 53 anni che della catastrofe napoletana sa molte cose. "Su cui - dice - non ha più senso tacere". Si chiama Giulio Facchi. Nel 1998, dopo l'esperienza di assessore all'ambiente nella giunta provinciale di Milano del centro-sinistra, il ministro dell'Ambiente Edo Ronchi lo spedisce a Napoli come subcommissario per la raccolta differenziata. Ci resta fino al 2004. È uno degli occhi e delle orecchie di Antonio Bassolino. Ne diventa amico. Ne rimane travolto.

Da subcommissario, alla sua porta bussano tutti. "Amici di amici" per consigliargli di "non rompere i coglioni". Il Sisde. Due commissioni parlamentari. La Procura di Napoli, che sulla sua testimonianza costruisce l'istruttoria che travolge Bassolino, l'Impregilo e lui stesso, che si ritrova imputato. "Rimborsi aerei per tornare ogni 15 giorni dalla famiglia a Milano; 180 euro di traghetti Capri-Napoli-Capri in un agosto in cui feci le ferie del pendolare".

Dice Facchi: "Non si comprenderanno mai a pieno le ragioni della catastrofe fino a quando non sarà chiaro cosa accadde tra Napoli e Roma nel 2000". Impregilo-Fibe ha appena vinto la gara per la realizzazione di due termovalorizzatori e di 7 impianti per la produzione di combustibile da rifiuti, le "ecoballe". Antonio Bassolino, neopresidente della Regione e nuovo commissario all'emergenza, è di fronte a una scelta.

Bassolino succede ad Andrea Losco (oggi consigliere regionale del Pd, per 15 mesi governatore della Campania dopo il ribaltone Udeur che ha fatto cadere la giunta Rastrelli di centro-destra). È lui, sin lì, ad aver proceduto all'assegnazione definitiva della gara. Alla definizione dei primi subappalti, alla formazione delle commissioni di collaudo. Ha ridisegnato gli uffici del commissario, affidandone le chiavi a una trimurti che opera in palese conflitto di interesse.

Cura la parte legale Enrico Soprano (il cui studio assiste anche gli interessi di Impregilo). Curano la parte tecnica Salvatore Acampora e Raffaele Vanoli. Il primo, futuro "ingegnere capo" del progetto del termovalorizzatore di Acerra dopo averne scritto il capitolato di gara (Impregilo ne liquiderà la parcella di oltre un miliardo di lire). Il secondo, felice di abbracciare di fronte a una macchina fotografica un truffatore come Mario Scaramella, l'uomo della futura calunnia Mitrokhin.

Quando Bassolino diventa governatore, il governo D'Alema si sfalda. Ronchi lascia il ministero dell'Ambiente, dove arriva Willer Bordon. Cambiano i presupposti per cui Impregilo-Fibe si è infilata nell'avventura campana. Immaginava di poter incassare dalla produzione del suo termovalorizzatore di Acerra 296 lire il kilowattora (cifra riconosciuta dall'accordo Cip6 sullo sfruttamento di fonti di energia rinnovabile), ma il nuovo "certificato verde" ha abbassato la sovvenzione a 180 lire. Non sta scritto evidentemente da nessuna parte che i costi di quello che è un rischio di impresa debbano far ridiscutere un contratto, ma è esattamente ciò che accade.

"Bassolino - dice Facchi - si scava la fossa". Accade a Roma, in una riunione a palazzo Chigi, cui partecipano il governatore, l'avvocato Soprano, Vanoli, Facchi, Bordon. Bassolino convince il governo a riconoscere a Impregilo-Fibe ciò che chiede. Viene cancellato ogni riferimento all'accordo di programma che, come previsto dal bando di gara, avrebbe obbligato il vincitore a fare i conti con le indicazioni della committenza. Viene riconosciuta la tariffa originaria prevista dagli accordi Cip6.

È un passaggio cruciale. Si legge negli atti parlamentari della commissione di inchiesta "Russo": "L'eliminazione dell'accordo di programma cancella la possibilità di un'ulteriore negoziazione del contratto con Impregilo-Fibe, indispensabile per superare la sostanziale genericità del progetto. A cominciare dai tempi di realizzazione degli impianti, dagli obblighi nelle more della sua realizzazione".

Facchi ricorda: "La mattina della firma del contratto con Impregilo, presi Bassolino da parte. Gli dissi: "Antonio, se firmiamo siamo fottuti. Non ne usciremo vivi". Lui si infuriò. Naturalmente, non aveva letto una sola riga del contratto, perché per lui, quel che contava era "la questione politica". Il resto era "roba da tecnici"... Cominciò a gridare: "E allora me lo spieghi tu cosa succede se non firmo? Non abbiamo più discariche disponibili!". "Mi spieghi che succede quando tra qualche mese avrò i rifiuti in strada e dovrò pagare ad Enel (la concorrente di Impregilo uscita sconfitta dalla gara, ndr) 120 lire per chilo di rifiuto smaltito, quando invece ne pagherò 80?" "Me lo spieghi cosa diremo tra dieci mesi, quando saremo in campagna elettorale?"".

Con il bando di gara, gli accordi firmati da Bassolino con Impregilo hanno poco a che vedere. L'operazione si tramuta in un simulacro di project financing, ciò che non è mai stata. Impregilo è libera di scegliere i terreni degli impianti e sulle casse pubbliche grava un nuovo, imprevisto onere, che è quello di soccorrere finanziariamente chi ha vinto la gara per pagare i siti di stoccaggio temporanei delle "ecoballe".

Sappiamo come è andata a finire. Non sappiamo perché Impregilo, firmato nel 2000 il contratto con Bassolino, impieghi quattro anni per chiedere e ottenere dal ministro dell'Ambiente del nuovo governo di centro-destra (Matteoli), l'autorizzazione ad allacciare il futuro termovalorizzatore di Acerra alla rete Enel, condizione imprescindibile per metterlo in funzione. Facchi sorride: "Perché? Perché Impregilo entra subito in sofferenza finanziaria e, di fatto, le banche che la sostengono diventano le vere interlocutrici del Commissario. Ottengono nuove clausole contrattuali che gli consentano di sfilarsi, come avverrà, in caso di inadempimento di Impregilo, senza doverne sostenere i costi".

Fonte: repubblica.it

1 feb 2008

«Spegnete le stufe all'aperto». L'accusa: Consumano energia e scaricano nell'aria anidride carbonica

(Nota dell'autore del blog: questa notizia ha dello sconcertante e dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia sottile la linea che divide gli ambientalisti dagli ipocriti tali e quali.)

Il Parlamento europeo: inquinano, vanno ritirate. Il primo caso a Bologna


ROMA — Sono il rifugio dei fumatori di mezza Europa, in crisi per quel divieto che li condanna al cappotto fra primo e secondo. Fanno la felicità dei proprietari di bar e ristoranti, che così moltiplicano i coperti (e gli incassi) anche quando il clima non è proprio caraibico. E con il tempo sono diventati i falò del Duemila: tutti intorno a quel teporino, bicchiere in mano, a fare quattro chiacchiere e magari qualche nuova conoscenza. Fungoni, funghetti o, con burocratico linguaggio, stufe da esterno: adesso non attirano solo gli avventori infreddoliti ma anche le ire dell'Unione europea. Con l'accusa infamante di essere responsabili del riscaldamento del clima, e quindi di tutte le nefandezze che questo comporta, dalla fine della mezza stagione allo scioglimento dei ghiacciai.

Ieri il Parlamento di Bruxelles ha fatto il primo passo per metterli al bando. A larghissima maggioranza — 592 sì, 26 no e 30 astenuti — gli eurodeputati hanno approvato una relazione che chiede alla commissione europea di fissare una data per il loro ritiro dal commercio. E, già che c'erano, anche per modificare il meccanismo di stand by degli elettrodomestici, quella lucina rossa che resta accesa quando televisori e stereo sono in realtà spenti. Per stufe e lucine il problema è lo stesso: consumano energia. E scaricano nell'aria anidride carbonica contribuendo al riscaldamento globale.

Il documento votato dal parlamento europeo, su proposta della liberaldemocratica britannica Fiona Hall, non è vincolante: la commissione potrebbe lasciarlo cadere nel vuoto per la gioia degli amanti dell'aperitivo. Ma le notizie che arrivano da Bruxelles fanno perdere la pazienza a Edi Sommariva, direttore generale della Fipe, l'associazione che raggruppa bar e ristoranti: «Uno dei motivi per cui in Italia funziona la legge sul fumo — dice — sono proprio le stufe da esterno. Senza questa valvola di sfogo il divieto non sarebbe stata rispettato come invece abbiamo visto. Ci vogliono togliere le stufe? Allora via anche il divieto di fumo. Altrimenti tanto vale che restiamo tutti chiusi in casa e buona notte». Difesa corporativa, uno potrebbe pensare, visto che le stufe da esterno in Italia le hanno 50 mila locali, più o meno uno su tre. Ma il problema dell'inquinamento non riguarda anche il cittadino barista o ristoratore? «Certo — risponde Sommariva — ma questa è solo una pagliuzza, le travi sono altrove».

In Inghilterra si sono presi la briga di fare i conti: il professor Eric Johnson — componente della Convenzione dell'Onu per i cambiamenti climatici — ha calcolato che i funghi producono lo 0,002 per cento del totale delle emissioni di anidride carbonica. E che ci vorrebbero cinque stufe accese un anno di fila per avere la stessa quantità di CO2 prodotta da un solo televisore lasciato in stand by, sempre per un anno intero. Davvero una pagliuzza.

La stessa obiezione aveva fermato Claudio Merighi, battagliero capogruppo del Partito democratico al consiglio comunale di Bologna. Due mesi fa era stato lui a proporre la messa al bando delle stufe in via Righi e dintorni: «Capisco l'aspetto economico — aveva detto — ma mentre i ghiacciai si sciolgono vedere noi che facciamo l'aperitivo sotto il fungone è un'immagine da Titanic». L'idea aveva fatto alzare il sopracciglio del sindaco Sergio Cofferati: «Un giorno mi spiegherete questa passione per i funghi...» aveva detto in consiglio comunale lasciando intendere come le urgenze fossero altre. A Bologna le stufe scaldano ancora. Nel resto d'Europa si vedrà.

Fonte: corriere.it

A Catania la festa di Sant'Agata è affare delle cosche

CATANIA - La festa di Sant'Agata controllata dalla mafia. Per sette anni, dal 1999 al 2005, Cosa Nostra catanese avrebbe dettato tempi e ritmi della processione religiosa, controllando di fatto il business dei fuochi d'artificio e della vendita della cera, influendo persino sulle fortune di venditori di torrone e palloncini attraverso il controllo della gestione dell'associazione cattolica Circolo Cittadino Sant'Agata, che svolge un ruolo determinante nell'organizzazione dei festeggiamenti in onore della patrona di Catania.

Secondo Carmelo Petralia, sostituto della direzione nazionale antimafia, ed Antonino Fanara, della procura distrettuale, le famiglie Santapaola e Mangion, sarebbero riuscite a "penetrare nella manifestazione di maggior valore simbolico per la comunità catanese, con conseguente accrescimento del prestigio criminale dell'organizzazione mafiosa ed affermazione della stessa come uno dei centri di potere della città".

L'avviso di conclusione delle indagini preliminari, notificato ieri ad Antonino e Francesco Santapaola, Enzo, Alfio, Vincenzo ed Agatino Mangion, e a Salvatore Copia, arriva come una bomba a Catania proprio a tre giorni dal clou della festa, la terza nel mondo per importanza religiosa e partecipazione di popolo, con un cerimoniale antico quanto prestigioso che culmina nel solenne Pontificale, quest'anno concelebrato dal cardinale Angelo Sodano.

Anche perché, tra gli indagati nell'inchiesta, oltre ai boss accusati di associazione mafiosa, figura anche Pietro Diolosà, 54 anni, presidente fino a tre anni fa del circolo cittadino Sant'Agata, l'associazione di "devoti" che ha un ruolo importantissimo nella realizzazione della festa. Anche grazie all'intervento di Diolosà, per il quale i magistrati ipotizzano il reato di concorso in associazione mafiosa, la mafia catanese sarebbe riuscita ad influire sulla tempistica della processione che, tra il 4 e il 5 febbraio richiama a Catania quasi un milione di persone, "controllando" l'orario stesso del rientro del fercolo in Cattedrale.

Particolare non da poco se si pensa che, con l'allungarsi a dismisura dei tempi della festa crescono proporzionalmente anche i ricavi. C'è poi una parte consistente dell'indagine che riguarda le scommesse per i fuochi d'artificio, i compensi e i benefit per i portatori delle candelore ( pesantissimi ceri di legno portati a spalla da sei o otto uomini) e persino flussi di denaro provenienti da un giro di scommesse clandestine collegate ai festeggiamenti.

Voci di popolo, queste, che si rincorrevano da anni e che ora sono materiale di indagine che riguarda una festa sempre più, negli ultimi anni, caratterizzata da polemiche e feroci divisioni. Come l'anno scorso, quando, a due giorni dalla morte dell'ispettore Filippo Raciti, la processione si tenne regolarmente, pur senza fuochi d'artificio e luminarie. O come, due anni prima, quando durante la corsa finale del fercolo morì un devoto travolto dalla folla.

Fonte: repubblica.it

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