31 gen 2008

Ci manda Mastella

Giudici, prefetti, manager a disposizione. Così l'ex ministro aveva creato un sistema di potere. Dove contava solo la fedeltà al partito e alla famiglia

Santa Maria Capua Vetere? "È la capitale morale d'Italia". Totò lo ripeteva spesso nelle sue commedie, evocando il primato del piccolo centro casertano. Una frase surreale, senza spiegazioni, ma che oggi appare profetica. Perché se forse dell'inchiesta su Clemente Mastella di giudiziario rimarrà poco, resta però agli atti lo spaccato di un modo vorace di fare politica.

A come 'A disposizione'
È la dichiarazione di sudditanza pronunciata dai pubblici funzionari nei confronti della famiglia Mastella. Nelle intercettazioni è un coro. Intonato da personaggi di nomina politica e da dirigenti dello Stato. C'è il presidente di sezione del Tar. C'è il prefetto che declama: "Dite a Clemente che io quello che devo scrivere lo scrivo". E c'è Umberto Del Basso, diessino e neo presidente dell'Istituto case popolari nel Sannio, che va oltre: "Non è che Mastella deve chiamare me. Ci mancherebbe altro! Mi fa chiamare e mi dice 'Desidero questa cosa'. Io sono a disposizione".

B come Bassolino Antonio
In questa indagine il governatore della Campania è vittima e carnefice. Secondo i pm, da una parte subisce il ricatto dei coniugi Mastella che minacciano la crisi della giunta per conquistare una poltrona in più. Ma dall'altra gli inquirenti lo accusano di essere pronto ad avallare le richieste dell'Udeur firmando provvedimenti fuorilegge. Insomma, la versione giudiziaria dell'immortale 'chiagne e fotte'.

C come camorra
Quella di Casal di Principe, ossia dei feroci Casalesi. Ma nelle indagini di mafia non c'è traccia.Viene però citata in almeno due conversazioni dagli esponenti dell'Udeur per indicare Nicola Ferraro, consigliere regionale e segretario provinciale del partito, privo di certificato antimafia per le parentele con alcuni boss casalesi. Scherzavano? Dichiara ai pm Luigi Annunziata, direttore dell'ospedale di Caserta: "È chiaro che se vuole fare pressioni non le fa ricorrendo a un vescovo, ma chiedendo a qualche malvivente amico suo".

D come difesa
Tutti gli indagati hanno respinto le accuse: mai minacciato nessuno, non c'è corruzione perché questa è la normale prassi dei partiti. Il 28 gennaio il Tribunale della libertà esaminerà la revoca degli arresti domiciliari per la signora Mastella.

E come estorsioni
Commesse da pubblico ufficiale e quindi concussioni. È il reato contestato a Sandra e Clemente Mastella: un'ipotesi che difficilmente reggerà in Tribunale. La signora avrebbe creato l'intimidazione al direttore dell'ospedale di Caserta: "Per noi è un uomo morto". Poi c'è l'assedio del leader Udeur a Bassolino, descritto dal consuocero: "Se per martedì il problema non è risolto, lui fa una comunicazione. Spara a zero e dice: 'Me esco dalla maggioranza... naturalmente non per questi problemi... ma soltanto perché non condivido la politica di Bassolino'". A leggerlo ora, sembra il canovaccio del discorso che ha aperto la crisi del governo Prodi.

F come famiglia
Il centro di ogni azione dei coniugi Mastella. È la motivazione per le dimissioni da ministro: "Devo stare accanto a mia moglie". Ma anche quello per cui il Guardasigilli è finito nelle indagini, nate dalle intercettazioni del consuocero Carlo Camilleri. Poi c'è un cugino oncologo da piazzare alla guida di un consorzio dove può fare "il padre padrone". E i discorsi su una clinica da intestare a un altro parente.

G come giudici
Ai quali in fondo il Guardasigilli Mastella non dispiaceva: dopo cinque anni passati a combattere con l'ingegnere Castelli, un ministro ex dc era apparso come una manna. Da Milano a Palermo, anche le procure più combattive avevano apprezzato la sua capacità di mediare. Adesso tutti temono le 'Forche caudine' del Sannio.

I come intercettazioni
L'inchiesta condotta da un pugno di carabinieri del nucleo operativo di Caserta è basata su telefonate. Agli atti ci sono 9 conversazioni con il ministro. Nessuna indagine patrimoniale, nessun pedinamento o perquisizione: solo parole.

L come lottizzazione
Più che gli appalti, ai Mastella interessavano le poltrone: più che ai soldi, puntavano a collezionare persone e voti. Gli appalti ci sono (per esempio, uno a Matera da 18 milioni), ma solo come conseguenza secondaria. E vengono gestiti cercando di non scontentare nessuno.

M come medici
Dopo la laurea ci vuole il 'padrino'. Serve per entrare nella scuola di specializzazione: uno degli arrestati chiede l'intervento del procuratore di Foggia per sostenere una nipote. E serve per trovare un posto in ospedale, incasellandosi nella spartizione. Lady Mastella chiede "due cortesie: una in neurochirurgia e una in cardiologia". E guai a sgarrare.

N come Nutella
Il soprannome con cui veniva indicata la signora Mastella. Un po' per la passione per i dolci, un po' per il suo stile, che l'ha vista distribuire baci anche all'uscita dell'interrogatorio.

P come procuratore
Il colpo di coda di Mariano Massei costerà caro alla magistratura. La retata ha avuto l'effetto di rendere compatte le forze politiche nelle critiche alle toghe. E la surreale conferenza stampa, esplosa su YouTube, rischia di diventare il colpo di grazia alla credibilità dei pm italiani. Ora Massei va via, lasciando la procura capuana colma di veleni e problemi irrisolti.

Q come quadrato
Ossia il 'mazzo' che il ministro avrebbe minacciato di fare agli avversari. La replica di Mastella: "Frasi dialettali: più che il codice, offendono la lingua".

R come raccomandazione
Che segue alchimie molto complesse. Dalle intercettazioni emerge un sistema dove tutti sospettano e si spiano a vicenda. Ci sono liste doppie e canali differenziati che rendono obsoleto il manuale Cencelli. Il merito è una sorpresa negativa. Quando nel concorso si impone un geometra preparato, prima c'è perplessità: "Ma come ha fatto, nemmeno uno sponsor?". Poi la sentenza: "Peccato, così bravo... Sarà fra i primi esclusi...".

S come spazzatura
La monnezza che seppellisce la Campania e arricchisce un circolo di potere è dietro l'angolo anche nelle inchieste sull'Udeur. Si parla di un appalto per rifiuti clinici. E il manager dell'ospedale di Caserta accusa: "Nicola Ferraro mi disse che qualsiasi cosa facevo dovevo rivolgermi a lui". Ci sono gli atti sulla Provincia, dove si spartiscono fondi per mezzo milione e un funzionario promette: "Mandami un curriculum che faccio una richiesta mirata per far guadagnare qualcosa pure a te".

T come tecnici
Nell'ordinanza sembra rinascere la lobby dei compassi d'oro: progettisti che si arricchirono dopo il terremoto del 1980. Alcuni nomi sono gli stessi, con un cambiamento generazionale. Ai tempi di Pomicino c'era Vincenzo Maria Greco, oggi nelle registrazioni compare il figlio Ludovico. Professori illustri sgomitano per entrare nelle commissioni che arbitrano appalti o gestiscono opere. Spesso piegando le perizie alla volontà politica.

U come Udeur
I magistrati considerano l'Udeur campano come un'associazione per delinquere. Nessuna procura aveva mai costruito una simile accusa: 15 anni fa, il pool Mani Pulite l'aveva valutata e bocciata, perché già respinta dalla Cassazione.

V come Vuosi
Renato presidente dei gip di Napoli. Intercettato mentre descrive un colloquio con Mastella: "La situazione di Salerno? Glielo ho accennato... eh eh, devi vedere come mi devi sistemare. Ha detto: non ti preoccupare... Poi ha detto: abbiamo nominato a Salvatore, quindi con il consiglio di Stato se serve qualcosa...". Contro Vuosi non sono state formulate accuse. E adesso tutta l'inchiesta passa proprio a Napoli.

Z come zone a rischio idrogeologico
Nella regione del disastro di Sarno dovrebbero essere sorvegliate speciali. Invece Carlo Camilleri, il consuocero ingegnere discute del progetto per un nuovo insediamento. I disegni prevedono di intubare un vallone, con un'opera che sembra a rischio. Questo il commento: "Il vallone attraversa tutto il paese... Sono dei pazzi, lì mi scoppia il tubo...". Il piano però riceve il nulla osta. In attesa della prossima frana.

Fonte: espresso.repubbica.it

Caso Lonardo, l'interrogatorio a Luigi Annunziata

Caso Lonardo, l'interrogatorio a Luigi Annunziata

Questi che riportiamo sono ampi stralci del verbale reso il 2 novembre 2007 da Luigi Annunziata, direttore generale dell'ospedale di Caserta. Davanti ai pm Alessandro Cimmino e Maurizio Giordano, Annunziata precisa le sue accuse alla signora Sandra Lonardo Mastella e ai vertici campani dell'Udeur. In parte risponde a domande sul contenuto di intercettazioni telefoniche. È la seconda volta che viene interrogato e le sue deposizioni determineranno una delle accuse di tentata concussione contro la signora Mastella. Il verbale è stato depositato nell'udienza del Tribunale della Libertà che ha revocato gli arresti domiciliari della signora Mastella, presidente del consiglio regionale campano, dispondendo però l'obbligo di dimora. E riconoscendo quindi la fondatezza delle indagini condotte dalla procura di Santa Maria Capua Vetere. Il documento è uno spaccato impressionante sulla gestione della sanità pubblica in Campania.

Dall'ultima volta che ho reso dichiarazioni, sono continuate le richieste di mia rimozione da parte del Ferraro (ndr Nicola Ferraro, consigliere regionale Udeur e segretario provinciale a Caserta, anche lui arrestato) almeno con cadenza settimanale, presso l'assessorato alla Sanità. Inoltre mentre ero a Capri, ho invitato a sedersi con me per consumare un aperitivo il ministro Mastella e sua moglie Sandra Lonardo, ma la stessa testualmente diceva "se c'è lui (riferendosi a me), questo traditore, io non mi siedo". Sono andati via e null'altro è successo.


ADR (a domanda rispondo) Il presidente Lonardo mi chiese di nominare il primario di ginecologia. Io dissi che non era possibile. Si trattava di tal Passaretti che mi fu prima indicato dal Ferraro; voglio precisare che non ho mai ritenuto di dovere riferire a lei delle mie scelte, così come a nessuno degli appartenenti al mio partito politico di iniziale "elezione", ossia l'Udeur. Il presidente si interessò. Il Ferraro fu più perentorio, proprio e anche per i suoi modi.

ADR So perfettamente che ogni giorno ossia appena può il presidente Lonardo chiede la mia rimozione all'assessore Montemarano (ndr assessore regionale alla Sanità, esponente del Pd) . Lo so perchè di volta in volta dal personale dell'assessorato mi viene riferito che la stessa si reca da lui. Ma pure quel giorno a Capri mi disse che dovevo andare via. Io ero amico del Mastella, uno che umanamente gli ero vicino.

ADR Quando dico la "nutella" indico la Lonardo

ADR La presidente non ha firmato l'interpellanza ma è stata lei a influenzare tutto il gruppo, non ha firmato solo per far vedere il suo ruolo super partes. È chiaro che se si interpellano gli altri esponenti Udeur tenderanno a negare la sua diretta partecipazione.

ADR Ricordo che mi chiese anche altro. Di nominare il primario in neurochirurgia indicatomi in Cantone. So questa circostanza perché la moglie del Cantone, tale Cingotti, mi disse che aveva parlato con la Lonardo andando a Ceppaloni per far raccomandare il marito. In seguito la Lonardo, prima delle elezioni conunali a Caserta, mi chiese come mai non avessi fatto niente per Cantone, io le dissi che non avrei fatto nulla. Dopo questi dinieghi si verificò l'interpellanza parlamentare regionale. Del resto fino a pochi mesi prima quel gruppo Udeur era tutto contento di me e dopo il mio rifiuto di nominare i due primari citati parte questa interpellanza dal gruppo politico Udeur. Il Ferraro inoltre aveva anche fini personali quali la richiesta di leggere capitolati prima di presentarli, cosa che mi sono rifiutato di fare. Io sono l'unico che dopo che il Mastella è diventato ministro mi sono messo contro la moglie dello stesso rifiutando di accondiscere alle sue richieste. Ritengo che il Ferraro sia andato dalla Lonardo a lamentare la mia non accondiscenza alle richieste del partito. Di qui la posizione stessa della Lonardo. La cosa precipità quando volevano anche il direttore sanitario. Come già le avevo detto il senatore Barbato (ndr: senatore Udeur, protagonista dello scontro nel giorno del voto su Prodi) mi diede il direttore amministrativo. Prima della mia nomina dissi che avrei voluto come direttore sanitario Paternostro dirigente del pronto soccorso però di estrazione "Forza Italia". Fantini (ndr Antonio, segretario regionale Udeur) mi disse non c'è problema, e così feci. L'Uduer voleva Agnese Iovino, che ho ricevuto ma non ho nominato con una giustificazione di carattere politico, ovviamente Fantini non ha creduto a questa scusa riconoscendomi il mio carattere indipendente.

ADR La posizione del Mastella è quella di chi testualmente dice "Se mi dite (ossia mia moglie, gli assessori e i consiglieri Udeur) che Annunziata è un problema, va bene, eliminiamo il problema", quindi è chiaro che lui è a conoscenza del fatto e che ha dato il via libera all'intera operazione anche se mi risulta difficile pensare, per stima e per rapporti pregressi che ho con lui, che lui possa avere fatto una cosa del genere.

ADR La nomina di Izzo l'ho fatta perché è bravo. La Lonardo in tale occasione mi ha dato del delinquente all'indomani della nomina dello stesso. La Lonardo chiamò Fantini e gli disse che ero un delinquente. Era intorno al 4 febbraio 2007. Io negai di averlo fatto ma fui smentito dal presidente Fantini che mi disse proprio che la Lonardo glielo aveva detto. Attribuii la nomina alla precedente gestione ma Fantini mi chiese una copia della delibera di nomina. Non avendola mandai per fax un foglio bianco volendo far credere che il fax era rotto. Fantini richiamò ma la mia segretaria disse che in realtà il foglio bianco avrei voluto mandarglielo io così, e così fui scoperto.

ADR La Lonardo si inviperì anche all'indomani della nomina del direttore sanitario.

ADR Pur avendo saputo delle iniziative dell'Udeur nelle persone indicate di farmi fuori dall'incarico non ho mai provato per dignità di far intervenire il segretario di partito, il Mastella, proprio perchè essendo un politico non volevo riconoscere comunque questo ruolo degli altri e comunque implorando una pietà. Ho voluto resistere attraverso le capacità dimostrate sul campo non attraverso il passaggio politico. Le pressioni sono state fortissime e comunque singolari rispetto a un direttore generale. È chiaro che se i miei conti non fossero stati a posto non sarei già stato mandato via. Ora peraltro sono passati ad attaccare il direttore del Santobono con un'interpellanza simile a quella che hanno presentato contro di me

ADR Loro (ossia Lonardo e gli assessori Udeur) erano sicuri che io mi sarei prestato a richieste di carattere clientelare ma io non ho mai aderito a tale indirizzo in quanto la nomina di presidente della Giunta e dell'assessore mi .... a raggiungere obiettivi tecnici e non clientelari, come di fatto è avvenuto.

Fonte: espresso.repubblica.it

Caro Mastella, dacci la spintarella. Magistrati in cerca di promozioni, e non solo.

Magistrati in cerca di promozioni. Appalti per l'ambiente. Più di 100 episodi da contestare. Ecco cosa c'è negli altri atti dell'inchiesta capuana sull'ex ministro

Più di cento episodi da contestare, con un capitolo consistente sulle toghe sporche, un altro sulla spartizione di appalti e infine un filone sulle gare pilotate per i depuratori che dovevano salvare la Campania dall'inquinamento. È questa la bomba giudiziaria che la procura di Santa Maria Capua Vetere ha trasmesso ai colleghi di Napoli. Materiale grezzo, che deve essere ancora vagliato e tradotto in ipotesi di reato. O fascicoli in fase di completamento, come quello sui presunti giudici corrotti. Perché l'inchiesta capuana oggi spaventa più la magistratura che la politica. E vede per la prima volta uomini di partito e uomini di legge uniti nel tirare un sospiro di sollievo per la liberazione di Sandra Mastella, nonostante il Tribunale della Libertà abbia riconosciuto la fondatezza degli indizi e imposto l'obbligo di dimora.

L'inchiesta spaventa quei pubblici ministeri che la ritengono una esagerazione, quasi una provocazione che fa il gioco della politica: una mossa azzardata e inopportuna. Ma spaventa ancora di più uno squadrone di giudici sorpresi mentre bussavano alle porte del Palazzo in cerca di una raccomandazione. La Procura capuana ha registrato uno dei momenti chiave nella storia della giustizia italiana, alla vigilia della nomina di decine di nuovi capi degli uffici giudiziari. In tanti erano pronti a contattare quelli che apparivano come i luogotenenti del ministro: il consuocero Carlo Camilleri e l'instancabile Vincenzo Lucariello, protagonista di una incredibile carriera che l'ha visto cominciare come netturbino, andare in pensione come segretario generale del Tar e finire in cella a 73 anni. Alcuni invocavano una spintarella, altri chiedevano un aiuto concreto.

A leggere gli atti, venivano indicate due strade: quella maestra passava per il Csm, l'organo di autogoverno della magistratura.
E quella secondaria usava il bypass dei ricorsi amministrativi: Tar prima e Consiglio di Stato poi. Dove Lucariello vantava e dimostrava di avere agganci potenti. Non è un caso che, secondo le indagini dei pm capuani, dopo l'invio dei primi provvedimenti il neopresidente del Consiglio di Stato organizza un incontro con Lucariello in un'area di servizio sull'autostrada Roma-Napoli, ignorando di essere pedinato dai carabinieri.

Il gip intercettato
A settembre in una delle telefonate il presidente dei gip napoletani, Renato Vuosi, altro peso massimo nella geografia giudiziaria, descrive un incontro con l'allora ministro. Si discute della situazione di Salerno, ossia la nomina del nuovo procuratore capo. "Io gli ho detto... praticamente devi vedere come mi devi sistemare. Lui (Mastella, ndr) ha detto: 'Non ti preoccupare'". Lucariello: "Gli hai spiegato che ci sta giurisprudenza consolidata?". "Gliel'ho detto. Infatti ha detto: 'Mandami'. Loro lunedì prossimo devono incontrarsi con Mancino. Che lui l'ha chiamato: 'Mancino qua dobbiamo vedere cosa fare con tutti questi trasferimenti'. Allora lui mi ha detto: 'Tu manda, me li porti, tieni il contatto con Frunzio (vice capo di gabinetto del Guardasigilli, ndr)... Vediamo un poco in che modo che caso mai io lunedì io ne parlo pure a Mancino'".

Nicola Mancino è il vicepresidente del Csm, l'organo di autogoverno dei magistrati che decide le nomine. Ma nella registrazione è anche indicata la strada alternativa: "Lui (Mastella, ndr) mi ha detto: 'Ieri abbiamo nominato Salvatore quindi con il Consiglio di Stato se vi serve qualcosa'... Ho detto sì ma se andiamo al Consiglio di Stato, saluti e arrivederci. Hai capito?". Lucariello replica ridendo: "Paolo Salvatore è amico mio, lui l'ha conosciuto tramite me... Ah, sotto questo aspetto... Gesù, Giuseppe, Sant'Anna e Maria". E mette in campo tutta la sacra famiglia. Non sarebbe l'unico dossier di questo tenore. Molte dellespintarelle, chieste esplicitamente o solo vagheggiate, potrebbero avere un profilo disciplinare. Ma ci sono anche vicende che richiamano la corruzione. Come le trattative tra un imprenditore campano, che guida un gruppo di rilevanza nazionale e ha rapporti intensi con la pubblica amministrazione, e un alto magistrato. O le richieste di informazioni sullo stato di avanzamento di cause penali e ricorsi sugli appalti. Decine di episodi che i pm di Napoli hanno ereditato da Maurizio Giordano e Alessandro Cimmino.

Il pm ostinato Cimmino è l'uomo che ha fatto nascere questa istruttoria. Non parla con i giornalisti, non ha mai rilasciato un'intervista, non ha tessere di correnti, né frequentazioni rilevanti. Trentasette anni, magistrato da 7, ne ha trascorsi quattro come pm a Foggia prima di passare a Santa Maria: una procura minore, ma strategica sull'asse di potere tra Napoli e Roma. L'unico debole che gli si riconosce è la famiglia: venne deriso quando chiese due settimane di permesso per seguire il più piccolo dei suoi tre bambini. Ogni mattina fa il pendolare guidando la sua auto per 50 chilometri: negli ultimi due anni ha quasi sempre pranzato con un panino e la cuffia in testa, per riascoltare le intercettazioni. Ha una concezione rigorosa del suo dovere: una visione così rigida e ostinata dal venire definita 'ottusa' da diversi suoi colleghi. Dicono che respinga ogni valutazione politica e tattica dell'attività inquirente.

Anche le frasi di Gerardo D'Ambrosio sull'opportunità processuale per Alessandro Cimmino sono "cinismo giudiziario": sostengono che abbia una sola fede, quella dell'obbligatorietà dell'azione penale e nell'uguaglianza davanti alla legge. Nella terra degli ozi capuani non ha perso tempo: partendo da una denuncia per abusi edilizi, ha fatto arrestare un notabile ds e avviato la maxi-inchiesta sull'Udeur di Nicola Ferraro. Di sicuro però non si è fatto amare. Ha indagato su cinque colleghi, trasmettendo gli atti a Roma. Ha indagato persino sul procuratore aggiunto, accusandolo di avere spinto gli investigatori a distruggere un'informativa che riguardava il parente di un magistrato. Anche in questo caso nella capitale è stato tutto archiviato, ritenendo che quello distrutto non fosse un documento ufficiale, mentre il Csm non ha mosso un dito.

Cimmino non è mai stato tenero nemmeno con le forze dell'ordine: ha fatto arrestare un poliziotto che lavorava per la Procura. Un precedente che ha contribuito a tutelare il segreto sulle indagini. Perché in questo silenzio totale, il pm aveva valutato l'ipotesi di chiedere l'arresto anche per Clemente Mastella. Ma a fine estate, quando era ancora in vigore la legge Boato che vietava l'uso delle telefonate tra parlamentari e indagati, il gip Francesco Chiaromonte aveva preso tempo: prima di chiedere al Parlamento l'autorizzazione per le intercettazioni, voleva esaminare tutte le trascrizioni. Poi la Consulta aveva annullato la legge, permettendo l'utilizzo dei colloqui. A quel punto, però, è mancato il tempo.

Adesso gli ispettori del ministero stanno vagliando una pioggia di esposti contro Cimmino. I pochi che hanno potuto incontrarlo lo descrivono preoccupato, quasi rassegnato a una rappresaglia: senza però nulla di cui rimproverarsi. Ha un unico rammarico: quello di non avere completato il lavoro, per carenza di esperienza, di mezzi e forse di superiori che lo sostenessero in un'inchiesta così delicata.

Il governatore smemorato
Il procuratore di Napoli Giandomenico Lepore ora deciderà come e se proseguire. A partire dalla posizione di Antonio Bassolino. Il governatore, presunta vittima delle manovre contestate ai Mastella, a novembre aveva ricevuto un invito a comparire. Era accusato di abuso d'ufficio per la sostituzione del commissario di una Asi sannita, l'associazione sviluppo industriale. Aveva risposto con una memoria di poche pagine, in cui sostanzialmente scriveva di essersi limitato a firmare un testo redatto dai tecnici della Regione.

Peccato che gli investigatori avessero intercettato tutte le trattative tra lui, i suoi collaboratori e gli emissari di Mastella che pretendevano quella poltrona. Un esempio? L'assessore Udeur Luigi Nocera viene registrato mentre descrive l'incontro con Bassolino: "Allora lui ha chiamato davanti a me Andrea Cozzolino (assessore ds che sul suo sito si definisce 'delfino' del governatore, ndr) e ha detto: 'Fai la verifica per il commissariamento, anche se non è al 100 per cento mi assumo la responsabilità di fare il decreto'". A chi ha mentito: ai giudici o ai politici?

Fonte: espresso.repubblica.it

Organico da Guinness, due medici e due infermieri per ogni ricoverato. «Federico II», un primario ogni tre pazienti!

Il record dell'ospedale universitario di Napoli: sono 220. Al Policlinico di Padova ne bastano 67...

All'ospedale universitario della «Federico II» di Napoli, nella incessante dedizione alla sofferenza dell'umanità, hanno deciso di mettere a disposizione dei pazienti un primario ogni tre ricoverati scarsi.

Direte: si guarisce meglio che coi dottori semplici? No, ma vuoi mettere la soddisfazione? Adagiata nella zona ospedaliera alle spalle del centro storico tra il «Cardarelli», il «Cotugno» e il «Monaldi», l'«Azienda Ospedaliera Universitaria», non godeva in verità già prima di fama cristallina. Per carità: non sono mai mancate le eccellenze, figlie della straordinaria tradizione medica partenopea. La clinica ostetrica, ad esempio, è da sempre considerata dalle campane che devono partorire molto affidabile.
Ma anche se non sono mai esplosi scandali paragonabili a quelli del «Cardarelli» (come quelli dei decessi dovuti a sciatteria o della ventina di dipendenti denunciati perché si facevano timbrare il cartellino da colleghi «pianisti» e poi se ne andavano a spasso o ancora quello del centralista che anni fa lasciò la postazione senza alcuno che rispondesse al telefono finché fu sorpreso dai carabinieri sulla spiaggia di Licola) le storture sono sempre state tante.

Basti ricordare la storia del medico e del tecnico smascherati da Striscia la notizia mentre incassavano cinquanta euro da un «paziente» per farlo passare davanti a tutti nella lista d'attesa e fargli lasciare il Policlinico con in tasca il certificato medico di una visita neurologica mai fatta. O ancora la solenne inaugurazione nel luglio scorso, alla presenza del ministro della Salute, del nuovo edificio per l'intra- moenia, cioè dedicato alle prestazioni fornite dai medici al di fuori dell'orario di lavoro usando le strutture ambulatoriali e diagnostiche dell'ospedale, che concorda le tariffe coi professionisti. Un gioiello costato sette milioni di euro che lasciò Livia Turco di sasso: «Mai vista una palazzina interamente dedicata all'intra-moenia». Peccato che, dopo l'inaugurazione, non sia mai stata aperta. E che i 90 posti letto, tutti in confortevoli stanze con tv e aria condizionata, siano sempre rimasti vuoti. Come vuoti restano in gran parte i mille letti teoricamente a disposizione della struttura ospedaliera.

Il sito internet, che precisa come i metri quadrati a disposizione siano 440.000 (quanto la superficie del Vaticano) non spiega quanti siano i ricoverati medi giornalieri. L'ex direttore generale Carmine Marmo, rimosso il 31 dicembre alla vigilia del cenone di fine anno (forse perché «senza tessere in tasca», dicono gli amici) parla di circa 700 letti occupati al giorno. I sindacati stanno più bassi. E dicono che no, i numeri sono inferiori: cinquecento ricoverati. Se le cose stanno così, i dati messi «on line» dall'azienda (800 dirigenti medici e odontoiatri, 170 dirigenti sanitari, 1.150 infermieri più 1.280 tecnici, ausiliari e amministrativi) offrono un quadro che la dice lunga sull'organizzazione del lavoro. Fatti i conti, risulterebbero infatti quasi due medici più due infermieri (abbondanti) più quasi tre addetti vari per ogni ricoverato.

Si dirà che poi ci sono gli ambulatori e il day-hospital e tante altre cose. Vero. Ma si tratta comunque di rapporti abissalmente lontani da quelli, per fare un esempio, del Policlinico di Padova. Ricco di eccellenze ma retto su numeri totalmente diversi. E in questo contesto cosa hanno deciso, i vertici dell'Azienda? Di andarsi a riprendere ciò ritenevano fosse stato loro sottratto. Il numero dei primari era stato ridotto da 197 a 167? Bene: la delibera ha stabilito di aggiungerne d'un colpo altri 53. Così da salire alla somma stratosferica di 220 primari. Uno ogni quattro medici. O se volete, come dicevamo, ogni tre ricoverati scarsi.

Ma no, ma no, ha spiegato ad Alessandra Barone del Corriere del Mezzogiorno il neo direttore generale Giovanni Canfora: «L'atto aziendale è stato approvato dagli organi universitari e dall'ex manager prima del mio arrivo. Quando lo studierò e lo capirò in fondo, potrò esprimermi». Però, ha insistito, «questa è una grande struttura dove ci sono persone preparate e si offre un'ottima assistenza ospedaliera ». Ma no, ma no, «non si chiamano primari!», ha corretto il preside di Medicina, Giovanni Persico: si chiamano «responsabili di area funzionale». Di più: non fanno solo le 18 ore di attività in corsia o al capezzale dei malati. Devono anche tenere lezioni agli studenti. Quindi? Quindi lo scandalo non è poi così scandaloso. Grazie. Ma nel confronto con Padova, dove l'insegnamento di medicina sarebbe addirittura precedente alla fondazione dell'Università, la quale secondo la tradizione risale al 1222, i conti non tornano. I primari o «responsabili di area funzionale» che dir si voglia sono infatti 79. E oltre ad insegnare seguono 1.759 posti letto, occupati mediamente per oltre il 90%. Risultato: un primario ogni venti ricoverati medi. Sette volte meno che alla «Federico II». Come mai?

Fonte: corriere.it

30 gen 2008

Da discarica a nosocomio di lusso, ecco la clinica dei morti viventi

Calabria, Villa Anya la struttura che Domenico Crea volle a tutti i costi. Viaggio nel feudo della mafia sanitaria

MELITO PORTO SALVO (Reggio calabria) - La clinica dei morti viventi è sulla collina più alta. Le tre vecchiette hanno quasi un secolo l'una e sono imbambolate davanti alla finestra, bisbigliano frasi senza senso, forse pregano con lo sguardo perso verso il mare. Le infermiere le imboccano, stasera c'è pastina con l'olio e formaggio magro.

Loro sembrano indifferenti, lontane dai dolori e dagli orrori di questo lager mafioso a cinque stelle dove sopravvivono facendo ricco l'onorevole boss. Eccola qui la Sanità calabrese che brilla di fuori e ammazza di dentro. Eccola qui Villa Anya, la clinica dei morti viventi del dottore Domenico Crea, consigliere regionale e padrone di Melito Porto Salvo, quindicimila fra sudditi e vittime, trenta chilometri di rovina sulla vecchia statale che scende diritta fino a Reggio.

Somiglia proprio a una villa in mezzo a tutte quelle macerie della Calabria. L'ultimo sole che cala sul mar Ionio le dà uno splendore da brivido fra quei cubi di tufo che chiamano case, scheletri di cemento, saline abbandonate, la vecchia ferrovia. Eccola qui la cassaforte personale del mafioso che a volte si travestiva da politico e da politico faceva sempre il mafioso, una combinazione da sessanta posti letto e sessanta pazienti che per lui erano come sacchi della netturbe. Sacchi umani. Ogni sacco una retta. Ogni retta un po' di soldi in più da investire. Sempre là, sempre nella Sanità calabrese, l'albero della cuccagna.

E' sua Villa Anya, più sua di tutto quello che c'è intorno e che ha considerato tutto proprietà privata. "Dopo che mi sono mangiato un patrimonio, adesso rischio che mi perdo tutto per quel cornuto", imprecava l'onorevole boss quando un funzionario della Regione onesto, all'inizio della sua impresa, chiedeva certificati buoni e non carte fasulle per far nascere quella clinica nel deserto di Melito Porto Salvo. L'ha messo a posto il funzionario. Con qualche telefonata. Con i "consigli" di qualche amico dei paesi sopra Africo.

Chi saranno mai quelle tre vecchiette ultranovantenni che mangiano pastina con l'olio al tramonto? Saranno quelle vive o saranno quelle morte delle cartelle cliniche taroccate? Una sarà Maria? E l'altra con la vestaglia azzurra sarà Michelina? E la terza con lo scialle scuro sulle spalle sarà Domenica? Morte, vive, pagano tutte a Villa Anya. Paga la Regione. Paga la Sanità in contanti e sempre alla Premiata Ditta "Crea e Crea" di Melito Porto Salvo.

E' dietro l'ultima curva Villa Anya. Ci sono le palme nane, il prato inglese, ci sono gigantesche anfore di terracotta e i parenti dei pazienti raccolti fuori dalla clinica "per la disgrazia capitata" ai loro benefattori che tanto hanno fatto per loro e per le loro famiglie. E poi le luci, tante luci che illuminano i tre piani di Villa Anya, le scale, la palestra, i saloni, le trenta ampie stanze, i lunghi corridoi e la mensa, tutto luccica, tutto profuma di disinfettante e di bergamotto in questa residenza un po' ospedale e un po' ricovero che il consigliere regionale Domenico Crea si è conquistato per conquistare Asl, assessorati, ospedali, funzionari regionali, medici, infermieri, commissari straordinari, direttori generali.

Villa Anya. I suoi muri sono fatti di 'ndrangheta, i suoi pilastri e le sue fondamenta sono fatte di 'ndrangheta. La frazione è quella di Annà, il paese di Melito Porto Salvo con le sue indecenze costruttive è più giù, sul mare.

I dipendenti sono 79. Tre i medici generici, due specialisti, uno psicologo, un assitente sociale, quattro educatori, quindici infermieri, una trentina di operatori sociosanitari, i portantini, due cuochi, gli amministrativi. E tutti, tutti rancorosamente oggi se la prendono con i carabinieri, con la Finanza, con i magistrati. Dicono: "La realtà è questa bella clinica non quelle intercettazioni rubate, parole solo parole. Questa è una clinica modello". Si sentono "mortificati" perché l'hanno chiamato l'ospedale degli orrori, si sentono "spiati" dalle microspie, si sentono perseguitati dagli sbirri "che sono dappertutto". Dice l'infermiere Francesco Reggio: "L'onorevole chiarirà tutto e noi siamo lavoratori onesti". Dice il medico Maurizio Romeo: "Qui funziona tutto a meraviglia, un esempio, un esempio per tutta la Sanità". Dice Pasquale Catanoso, nipote di una paziente ricoverata a Villa Anya da quando Villa Anya ha aperto: "Quando sarò vecchio e non più autosufficiente solo in un posto vorrò vivere, io mia moglie e tutta la mia famiglia: qui a Villa Anya". E' il popolo di Melito Porto Salvo per la difesa della clinica dei morti viventi. E' la Calabria che non vede e che non sente.

Dove c'erano le palme nane c'era una volta una discarica che l'onorevole boss ha trasformato in una miniera di diamanti. E' cominciata così la storia di Villa Anya. Il resto l'ha fatto Domenico Crea per suo conto e per conto di quegli "amici" che gli portano voti e gli danno protezione. "Con quel cornuto sto risolvendo tutto, le cose non sono come devono essere", raccontava il boss onorevole quando, il 20 dicembre del 2001, sentiva già sua quella clinica ma alla Regione e all'Azienda ospedaliera di Reggio Calabria ancora qualcuno non firmava quello che doveva firmare. Aveva già nominato la moglie Angela amministratice unica di Villa Anya e "quel cornuto" - il solito burocrate che non ci vedeva chiaro - non si decideva ad aggiustare la pratica come doveva. Carte false che non "camminavano".

E poi c'era anche l'"agibilità" della clinica che non arrivava. Per la rete fognaria che il Comune di Melito Porto Salvo non aveva ancora collaudato. "Porco d.. a me intersessa solo quel certificato maledetto, non me ne fotte niente dell'allaccio", urlava ancora l'onorevole mafioso a un certo Nicola che terrorizzato non osava rispondergli. E Crea che che gli ripeteva: "Se quello fa qualche cazzata, parola d'onore, per una cosa di questa stavola lo ciunco". Lo ciunco, gli faccio male. Minacciava. Ordinava. Preparava i documenti. E gli altri obbedivano. Si erano tutti messi a lavorare giorno e notte a Melito Porto Salvo, per finire i lavori del depuratore e fare l'allaccio alla clinica del loro padrone. Quello che sapevano bene che era - così scrivono i magistrati nella loro ordinanza - "il cavallo vincente delle tre cosche dello Ionio". E' nata così Villa Anya, la clinica dei morti viventi.

Il giorno dell'inaugurazione - quello che Domenico Crea aveva previsto per l'inaugurazione del suo lager a cinque stelle - l'onorevole boss era tirato come una corda di violino. Il Dipartimento regionale alla Sanità l'aveva fatto penare. Troppo. Troppo per uno come lui. Una mancanza di rispetto.

"Che fa, mi prendono in giro? Siccome io devo fare l'apertura, figghioli non è che devo venire là, se vogliamo essere delle persone serie", avvertiva Crea. Il direttore generale alla Sanità lo ascoltava e poi informava l'assessore regionale Gianfranco Luzzo (quello del precedente governo di centrodestra) e l'assessore faceva contento il boss onorevole. Un anno dopo anche l'Asl 11 di Reggio Calabria gli fa un contratto da 500 mila euro "per le prestazioni di ricovero".

Minacciavano tutti in famiglia. Anche il figlio Antonio, il direttore sanitario di Villa Anya. "Se mi incazzo non guardo in faccia nessuno, io sono liquido, perché siamo e ragioniamo, ma se mi incazzo non guardo in faccia a nessuno.. il mio non me lo toglie nessuno: o me lo prendo con l'intelligenza o me lo prendo con la forza" diceva a un amico. E raccontava di suo padre: "Quando lui va all'Asl (di Reggio ndr) tutti si mettono sull'attenti".

Padre e figlio. Medico uno e medico l'altro. Lo stesso marchio, la stessa prepotenza. Finanziatore Domenico - con i risparmi "tenuti dentro il materasso" - e direttore sanitario Antonio. Davano ordini a Villa Anya. E all'Asl. E al Dipartimento Sanità della Regione. E quando i loro ordini non bastavano, allora gridavano "cornuti" a tutti e poi chiamavano i loro amici della Locride. I soldi, a Villa Anya, prima o poi arrivavano sempre.

Fonte: repubblica.it

29 gen 2008

Le mani della 'ndrangheta sulla Sanità; arrestato anche consigliere regionale Domenico Crea

REGGIO CALABRIA - Un patto tra 'ndrangheta e politica, per il controllo del settore della sanità in Calabria. E' quel che si delinea nelle oltre mille pagine dell'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Reggio Calabria su richiesta della Dda nei confronti di 18 persone accusate, a vario titolo, di associazione mafiosa, abuso d'ufficio, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale, truffa, omissione di soccorso, soppressione e distruzione di atti veri.

Gli elementi raccolti, scrive il gip, "rendono palese la circostanza che una serie di organizzazioni criminali radicate sulla fascia ionica reggina (...) abbiano coalizzato le loro forze dando luogo, attraverso soggetti a essi legati da stretto rapporto fiduciario, a un'unitaria struttura di sostegno alla candidatura di Domenico Crea", considerato il più adatto "a garantire al meglio gli interessi delle cosche e assicurare loro i vantaggi disparati conseguenti all'uso distorto di un'importante funzione pubblica ai diversi livelli in cui ciò può verificarsi".

Per questo 18 persone, fra le quali il consigliere regionale Domenico Crea, sono state raggiunte dal provvedimento di custodia cautelare, nell'ambito di un'operazione denominata "Onorata Sanità", che rientra in un filone d'inchiesta sull'omicidio di Francesco Fortugno, il vicepresidente del consiglio regionale della Calabria ucciso a Locri nell'ottobre del 2005. I provvedimenti sono stati eseguiti all'alba di oggi dai carabinieri del comando provinciale reggino. Le persone indagate sono complessivamente quarantaquattro.

Fra gli arrestati figurano elementi organici alla cosca del boss Giuseppe "Tiradritto" Morabito. Il provvedimento ha colpito anche Alessandro e Giuseppe Marcianò, padre e figlio, due degli imputati - come mandanti - per l'uccisione di Fortugno. Tra le persone colpite dalle ordinanze di custodia cautelare in carcere, anche Antonio Crea, 29 anni, medico, figlio di Domenico. Il giovane professionista è direttore sanitario della clinica privata "Anya" di Melito Porto Salvo, che è stata posta sotto sequestro.

Tra i destinatari dei diciotto provvedimenti di custodia cautelare in carcere, c'è anche Giuseppe Pansera, medico, genero del boss Giuseppe Morabito, considerato uno dei capi dell'organizzazione criminale e arrestato negli anni scorsi dopo lunga latitanza. La Giunta regionale della Calabria ha disposto la sostituzione immediata di tutti i vertici dell'assessorato alla Salute, la costituzione di parte civile al processo e un'inchiesta interna, oltre alla sospensione dei dirigenti colpiti da misure cautelari.

Per il presidente della Commissione d'inchiesta sullo stato della sanità in Calabria, Achille Serra, "si sono evidenziati rapporti tra quella parte della sanità malata e la malavita organizzata". Un'indagine, secondo il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Francesco Forgione, "che mette a nudo un vero e proprio sistema di interessi e di affari costruito sullo scempio della sanità pubblica calabrese".

Fonte: repubblica.it

La sanità in Calabria secondo Domenico Crea: "E' morto? E tu scrivi che è vivo"

I morti li facevano diventare vivi e i vivi li facevano diventare morti. Urlavano di dolore nelle corsie. E li lasciavano urlare ogni notte. Senza cure. Senza medici. "A questa intanto la facciamo fuori noi", diceva un'infermiera davanti al corpo ormai sfatto di una vecchietta in agonia. Era una clinica degli orrori quella dell'onorevole più mafioso della Calabria, una morgue chiamata Villa Anya.

Era là alla vista di tutti, sulla statale 106 che da Reggio sale verso la Locride. Era là a ingoiare malati e finanziamenti pubblici nella Repubblica autonoma di Melito Porto Salvo, un paese di un'altra Italia che è il regno di Domenico Crea, dottore in medicina specializzato in Igiene, consigliere regionale, 9 mila voti al servizio di chi ha sempre offerto di più a sinistra o a destra, il volto quasi pulito di tre cosche - gli Zavettieri di Roghudi, i Morabito di Africo, i Cordì di Locri - della costa ionica calabrese. La Sanità era lui a Melito Porto Salvo. La Sanità era lui all'Asl 11 di Reggio. La Sanità era lui all'assessorato a Catanzaro. Lui, suo figlio Antonio e gli amici di quelle tre "famiglie". C'era puzza di 'ndrangheta e puzza di cadaveri a Villa Anya.

Mezzanotte del 14 febbraio 2007, in una delle trenta stanze della "casa di ricovero ospedaliero per anziani non autosufficienti" di Melito Porto Salvo è appena morta un'altra anziana donna. Si chiama Grazia T.. Da ventotto ore è in coma, nessuno le presta cure, nessuno la conforta. Muore sola ma a Villa Anya risulta ancora viva. "Scrivi che è in condizioni critiche", ordina a un infermiere Antonio Crea, il figlio del boss e direttore sanitario di Villa Anya. Non volevano "decessi" lì, a casa loro. L'hanno fatta morire ufficialmente in un altro ospedale la povera Grazia.

Pomeriggio di 18 febbraio 2006, muore anche Maria S.. Se n'è andata da tre ore, sull'ambulanza che la trasporta al pronto soccorso del Civico è però ancora "in gravi condizioni". La "recapitano" come un pacco i portantini di Villa Anya. Senza cartella clinica, senza un documento. Una "consegna" con carte false.
"E' con un piede dentro", dice al telefono un dipendente della clinica ancora al figlio di Crea. E' la sera del 6 agosto 2006 e Maria F. "ha la pressione 70 su 45 e respira male". In corsia non c'è un solo medico, nemmeno quello di guardia. La diagnosi la fa qualcuno al telefono: "Mettici choc cardiogeno". Maria F. fortunatamente non muore. La sua cartella i medici di Villa Anya la compilano il giorno dopo.

Mattina del 12 dicembre 2006, Mario B. è in coma. Anche quella volta non ci sono medici. Anche quella volta il direttore sanitario Antonio Crea si rifiuta di andare in ospedale. "Guarda che è proprio fuori...", gli comunica uno dei suoi infermieri. E lo implora: "Dai chiama il 118...". Il capo della clinica fa ancora una volta una diagnosi sulle scarne conoscenze mediche del suo infermiere e poi finalmente telefona al 118: "Abbiamo un paziente che ha un'insufficienza renale e dovremmo trasferirlo perché. .. diciamo è quasi... ".
L'operatore: "Chi l'ha fatta questa diagnosi?". E dall'altra parte del telefono: "Io, il dottore Crea".
Sera del 18 giugno 2007, Aurelia M. muore all'alba ma alle 8,45, a Villa Anya, viene stilato un referto: "La paziente data l'instabilità clinica viene trasferita".

Terapie a distanza. Approssimative diagnosi sui resoconti degli infermieri. Cartelle contraffate. Timbri fasulli. Trasporto di cadaveri. Le indagini hanno accertato 11 episodi di omissione di soccorso in un anno e mezzo. In cinque casi il paziente è morto. Una clinica con il grande cuore della 'ndrangheta calabrese.
Era stata inaugurata in pompa magna nel 2002. Con tutti i "pezzi grossi" dell'Asl 11 di Reggio. Con quegli altri della Regione.

Un anno prima l'onorevole Domenico Crea - allora consigliere regionale del Ccd - aveva versato sul conto di suo padre - alla filiale del Banco di Napoli di Melito Porto Salvo - un miliardo 195 milioni di vecchie lire. Così è nata Villa Anya. "Mio padre non aveva mai avuto conti né nelle banche né agli uffici postali, erano i suoi risparmi che aveva conservato dentro un materasso", ha risposto l'onorevole Crea a un ufficiale della Finanza che all'inizio di questa indagine su Villa Anya chiedeva spiegazioni sulla provenienza di quel denaro. Poi l'onorevole aveva intestato la clinica a sua moglie Angela, aveva nominato suo figlio Antonio direttore sanitario e la figlia Annunziata amministratore delegato e la nuora Laura direttrice amministrativa.

E poi ancora ci sono state le elezioni regionali del 2005, quelle dove Francesco Fortugno è diventato consigliere al posto di Domenico Crea. Elezioni incerte fino all'ultima settimana con spostamento di voti, "pacchetti" dirottati dai boss da un candidato all'altro. Domenico Crea riceveva mille telefonate al giorno. "Dopo tutto questo bordello, se arriva prima Modugno ti sdirrupa la clinica", lo avvertiva il reggino Luigi Meduri della Margherita, quello che un anno dopo sarà sottosegretario alle Infrastrutture nel governo Prodi.

Sfottevano un galantuomo come Fortugno e lo chiamavano Modugno, lo sapevano tutti in Calabria che se per azzardo quel mite medico fosse diventato assessore regionale alla Sanità avrebbe fatto di tutto per portare un po' di pulizia nelle Asl. Se sale ti sdirrupa, ti fa a pezzi la clinica, gli diceva il futuro sottosegretario. Qualche mese dopo - in ottobre - hanno fatto a pezzi lui. E intanto Villa Anya - con tanti imbrogli e con tanti nuovi sponsor fra Reggio e Catanzaro - aveva finalmente avuto l'"accreditamento" della Regione per succhiare soldi, farsi pagare posti letto, per stipulare contratti con il sistema sanitario regionale e nazionale.

Tutto con carte truccate da funzionari del Dipartimento della Sanità della Regione, dell'Asl 11.
"La Sanità è prima, l'Agricoltura e Forestazione seconda, le Attività produttive è terza", spiegava Domenico Crea al suo uomo di fiducia Antonio Iacopino. Erano in auto e una microspia registrava: "Dai Antonio... come budget 7 mila miliardi di vecchie lire, la Sanità ha 3 miliardi 360 milioni di euro ogni anno.. cioè uno fa una cosa uno fa un'altra, va nelle Asl e gestisce le Asl, tu hai bisogno almeno di quattro o cinque che siano con te, cinque o sei braccia in questo settore.. sempre sugli inidirizzi che do io". E ancora: "Mi segui Antò? Oppure parlo arabo io?".
Si sentiva il padrone della Sanità l'onorevole Domenico Crea.

Anche se non ce l'aveva fatta a diventare consigliere subito.
Anche se non ce l'aveva fatta a diventare assessore poi. E però rassicurava sempre il suo amico Antonio: "Ma che te ne fotte a te cretino dello stipendio di consigliere..10 mila euro al mese.. e che cazzo sono? Quando io a quello storto di B... gli ho detto vieni a farmi il direttore generale che gli volevo dire? Gli volevo dire che di miliardi ne abbiamo 3 mila, 4 mila, 7 mila.. con me, Pino, Bruno, Sandro sono diventati tutti miliardari... il più fesso di loro è miliardario".
E poi c'era sempre la sua clinica, la "creatura" dell'onorevole, la morgue di Villa Anya.

Fonte: repubblica.it

25 gen 2008

I giovani di Napoli, forse qualcuno di loro è da gettarsi nella munnezza

Napoli: i giovani spazzano via i rifiuti, ma solo davanti a una discoteca per entrare
Centinaia di ventenni si sono ritrovati giovedì sera al discobar «Mood» di Pozzuoli

Alcune centinaia di giovani si sono dati appuntamento giovedì sera per spazzare i rifiuti che da settimane ammorbano il capoluogo partenopeo dopo un passaparola via internet che ha ottenuto circa 20 mila contatti. Una nobile iniziativa, sul tipo di quella del 1966 con i volontari che affuirono a Firenze dopo l'alluvione, per dimostrare che la società civile napoletana non è in agonia e la salvezza può venire dai più giovani? Non proprio.

DISCOTECA
L'iniziativa, di per sé lodevole, era diretta a un obiettivo ben preciso. Non si volevano pulire dalla monnezza le piazze del centro o togliere i rifiuti dagli ingressi delle scuole delle periferie, che impediscono agli studenti di seguire le lezioni. No: i giovani si sono dati appuntamento davanti al discobar Mood a Pozzuoli (Na), un locale molto alla moda tra i giovani trendy napoletani. Qui, muniti di sacchi e guanti, si sono dati da fare dalle 23,30 sino alle 2 di notte prima di entrare in discoteca, così dicono gli organizzatori.

IDEA
L'idea era venuta due giorni fa al duo musicale 'Cinema 2', composto dalla romagnola Andrea Delogu e dalla venezuelana, ex Miss Italia nel mondo, Barbara Clara. In poche ore sono stati raccolti 300 sacchetti di spazzatura.

IL WWF PARTE CIVILE AL PROCESSO
Intante sul fronte giudiziario, nel maxi processo sui rifiuti che si è aperto il 19 gennaio presso l’aula bunker del Tribunale di Napoli i giudici hanno accolto la richiesta del Wwf di costituirsi parte civile in proprio ed in sostituzione delle 5 province Campane che sono invece assenti in quello che potrebbe essere uno dei più grandi processi per reati contro la salute e l’ambiente. Vi figurano tra i 28 imputati nomi di spicco del panorama politico-economico italiano i quali, se rinviati a giudizio, dovranno rispondere della gestione illecita ed inefficace in materia di rifiuti, che ha condotto al collasso delle istituzioni preposte alla gestione dei rifiuti e alla conseguente crisi cronica in questa regione. I Pm della Procura della Repubblica di Napoli hanno chiesto il rinvio a giudizio per abuso in atti ufficio, recupero illegale dei rifiuti, gestione illecita degli impianti, stoccaggio illegale ed altri reati ancora imprenditori come Paolo e Pier Giorgio Romiti e amministratori come il Governatore della Regione Campania, Antonio Bassolino, in qualità di commissario straordinario per l’emergenza rifiuti dal 2000 al 2004. «La coincidenza di questa buona notizia con quella dell’apertura dell’Anno giudiziario, inaugurato oggi in Corte di Cassazione, ci costringe a riflettere sul fatto che sul sistema giustizia grava spesso l’onere di tutelare la salute dei cittadini e dell’ambiente in sostituzione di una pubblica amministrazione troppe volte colpevolmente assente» ha dichiarato Michele Candotti, direttore generale del Wwf Italia.

Fonte: corriere.it

Cusumano, Barbato e gli altri: l'Aula è un arena.

C'è è chi insulta, chi sputa, chi sviene, chi urla, chi avvampa, chi sbanda, chi mena: se Romano Prodi voleva sbattere la porta mostrando agli italiani come un Parlamento possa trasformarsi in un rissoso bordello in cui strillano cesso e checca e merda, ce l'ha fatta.
Se invece sperava sul serio di portare (politicamente) a casa la pelle, gli è andata perfino peggio di quanto temesse. E sotto le macerie del suo governo, o se volete delle sue macerie personali, rischia ora di restare l'intera sinistra.
Non ha voluto sentire ragioni, il Professore.
Non i consigli di Giorgio Napolitano, che dal Quirinale gli aveva detto che forse non era il caso di sfidare il mondo intero sull'alternativa secca «o con me o contro di me».






Non gli ultimi avvertimenti, quasi accorati, di chi come Domenico Fisichella lo implorava: per favore, non costringermi a votarti contro. Non le invocazioni dei compagni di viaggio, preoccupatissimi all'idea di una sorta di ordalia parlamentare dopo la quale sarebbe stato difficilissimo tentare ricuciture capaci di evitare un'immediata corsa alle urne con l'Unione in pezzi, Walter Veltroni scardinato dal piedistallo sul quale era stato issato dalle (per quanto contestate) primarie e questa legge elettorale. Non le parole sferzanti di avversari come Francesco D'Onofrio: «Lei ha fatto un discorso livido questa sera, livido contro parti della sua maggioranza, livido contro quest'Aula». Niente da fare. Voleva cadere così, in Parlamento. Con la conta. Ed è caduto. «C'è qualcosa di magico, nella caduta», disse un giorno Giuliano Ferrara. E forse l'ormai ex presidente del consiglio è convinto davvero che un giorno, chissà, anche questa sua scelta verrà rivista col senno di poi come una solenne prova di fedeltà alle istituzioni. Di dignità. Di ossequio alle regole. Fino all'ultimo. Ma il «modo» in cui è andata la giornata di ieri, i toni, le parole, i sudori, le beffe («Lei, Presidente, prenderà tutte le ecoballe della Campania su di sè e con esse andrà a casa») hanno offerto l'impressione di una cosa diversa. Come se il Professore non fosse uscito solo battuto, cosa messa nel conto. Ma fosse stato sottoposto a una specie di «luxtratio simplex et tecnilocolorata». La «lezione» a base di pittura sulla faccia e sui capelli e sui vestiti, che gli studenti più anziani come lui infliggevano alle matricole in quegli anni Cinquanta in cui studiava alla Cattolica di Milano dove era stato avviato dal professore di italiano al Liceo che si chiamava Ermanno Dossetti, il fratello di Giuseppe.

C'è chi dice tra i suoi amici, come Angelo Rovati, che no, quello di ieri non è stato un atto di superbia intellettuale e politico da parte di chi ha dato mostra di essere talora po' ganassa («E-si-go!», «Parlo solo io!», «Ci metto un po' a decidere, ma poi vinco: ho sempre vinto») e si era convinto di essere l'unico collante capace di tenere insieme i cattolici e i trotzskisti, gli anticlericali e i focolarini, i gay esuberanti e le cattoliche penitenziali col cilicio ma piuttosto l'ultimo gesto di «amore per le istituzioni ». C'è chi invece, come Roberto Castelli, arriva a paragonare l'orgogliosa rivendicazione dei meriti del governo battuto («Mi rendo conto che il paragone per alcuni versi è ardito, perché allora eravamo in presenza di un'enorme tragedia e oggi alla più classica delle commedie all'italiana») al discorso di Mussolini al Lirico nel dicembre 1944: «Quando disse: "Qualunque cosa accada, il seme è destinato a germogliare" oppure "Il mio lavoro sta producendo ogni giorno frutti e sono certo che ne darà in futuro"». Certo è che il passo d'addio di quello che è stato per una dozzina di anni il punto di riferimento di una metà degli italiani, da quel giorno del '95 in cui Massimo D'Alema si alzò dalla terza fila del Teatro Umberto per incoronarlo («Lei è una persona seria e noi abbiamo deciso di conferirle la nostra forza »), è stato occasione per scattare istantanee indimenticabili. Che hanno mostrato come il Parlamento sia sul serio lo specchio del Paese. Nel bene e nel male. Ecco la piccola vanità intellettuale del professore Fisichella, che ammette certo di essere stato candidato dalla Margherita e di essere perciò grato a Rutelli ma aggiunge piccato «mi permetto di ricordare che non ero e non sono un tizio qualunque cui viene regalato un seggio parlamentare». Ecco il tormento comunista di Franco Turigliatto, che spiega che proprio non può, lui, votare per un governo come questo dopo che «la Sinistra ha ingoiato tutto senza riuscire ad ottenere nulla» al punto che «la crisi si materializza nella forma più politicista espressa dalla rottura dell'Udeur».





È stravolto, il trotzkista piemontese. E ancora più stravolto sarà al momento del voto, quando il suo «no» verrà accolto da urla di gioia e di approvazione dai banchi di tutti quelli che lui non sopporta. Applausi beffardi. Che sa gli verranno rimproverati al ritorno a Torino, da dove il capogruppo regionale dei comunisti italiani gli ha già fatto avere via Ansa il benvenuto: «Turigliatto: il miglior amico di Confindustria, chiesa e americani. Presto tornerà nella sua Torino e potrà fare solo danni minimali alla classe lavoratrice». Ecco gli slanci retorici del neo-democristiano Mauro Cutrufo che, forse per mostrarsi degno della laurea (taroccata) che sbandiera honoris causa alla «University of Berkley» (da non confondere con la vera Berkeley: tre «e») spiega a Prodi: «Ammiriamo la sua caparbietà e la volontà di una parlamentarizzazione della crisi, tuttavia, nel concreto e per il Paese, ha consentito solamente che si potesse mettere in scena una plateale morte del cigno: come il cigno, orgoglioso, sicuro dei propri mezzi e del proprio potere, ha provato strenuamente quanto inutilmente a dibattersi, ma le fauci della volpe che si nascondeva proprio tra le fila della sua maggioranza... ». E come dimenticare l'intervento di Francesco Nitto Palma? Timoroso che i colleghi abbiano scordato che un tempo fu magistrato, il senatore azzurro sversa sentenze latine una dietro l'altra. Meglio: parte col francese («"Après moi, le déluge!", "Dopo di me, il diluvio!", che mi auguro per lei la storiografia assegni a Luigi XV invece che a madame Pompadour »), poi si sfoga: «Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur», «obtorto collo», «Acta est fabula », «Acta est tragedia»... E la rifondarola Rina Gagliardi? Dopo avere implicitamente chiesto scusa al Professore di averlo fatto cadere dieci anni fa riconoscendo le buone ragioni di chi allora non era d'accordo («il futuro si prospetta, ahimè, molto peggiore del pur non splendido presente») la senatrice comunista non trova di meglio che affidarsi, in qualche modo, al buon Dio.

E «sperare nel miracolo che quest'Aula stasera dia la fiducia a questo Governo». Il meglio però, arriva quando parla Nuccio Cusumano. Siciliano di Sciacca, figlio come Pierluigi Bersani di un benzinaio, è un parlamentare di lungo corso, giacché entrò in Senato nel 1992, quando apparteneva alla Dc di Salvo Lima, ma è vistosamente emozionatissimo. Sbanda, si accartoccia, riprende fiato, va in affanno, si arrabatta in analisi sulla «complessiva ripartenza rispetto ad un quadro sfilacciato ed appesantito vistosamente dalle permanenti e intense iniziative dell'opposizione» e finalmente, dopo essersi lagnato di quei maligni che hanno confidato ai giornali che lui starebbe sul punto di piantare Mastella per restare fedele al governo a causa di un piacerino fatto a Filippo Bellanca, il suo segretario tuttofare, finalmente si decide: «Scelgo in solitudine, scelgo con la mia libertà, scelgo con la mia coerenza, senza prigionie politiche, ma con l'esaltante prigionia delle mie idee, della mia probità, scelgo per il Paese, scelgo per la fiducia a Romano Prodi». Non l'avesse mai detto! Dai banchi di An, elegantemente agghindato con un maglione rosso buttato con studiata nonchalance sulle spalle della giacca come il suo grande amico Franco Zeffirelli butta le sciarpe e i foulard, salta su Nino Strano. Che urla: «Cesso! Sei un cesso! Cesso!». E poi «Merda! Sei una merda! Merda!». Franco Marini tenta disperatamente di calmare gli animi sbattendo la capanella: «Colleghi senatori! Colleghi senatori!» L'assemblea è un inferno. «Checca!», strilla Strano, «Checca! Checca! Sei una checca squallida!». In quel momento scatta Tommaso Barbato, il capogruppo Udeur che si fionda sul collega ribelle urlandogli: «Vergogna! Vergogna! ». C'è chi giurerà: «Gli ha sputato. Uno sputo alla Totti». Sputo tentato o sputo consumato? «Consumato, consumato!», conferma Gerardo D'Ambrosio: «Consumato e aggravato». Cusumano sbianca, si piega su un fianco, si accascia... «Sta male!», urla qualcuno. «Fate largo, sono un medico», si offre un vicino senatore.

E via così, tra urla belluine. Destinate a ripetersi al momento del voto. Quando il «traditore», masticando una gomma americana per ostentare d'avere recuperato la padronanza di se stesso, passerà sotto la presidenza per dire il suo «sì». A proposito: «traditore» chi? Eh già, negli applausi e nei fischi finali c'è infatti una piccola contraddizione. Fischi e schiamazzi e insulti a Cusumano. Boati di entusiasmo per Lamberto Dini e Franco Turigliatto e Clemente Mastella e Domenico Fisichella che votano contro il governo nel cui nome erano stati eletti. Bizzarrie della storia. L'esatto contrario di quanto accadde dieci anni fa. Quando lo stesso Mastella e quelli come lui che avevano deciso di spostarsi a sinistra per far nascere il governo D'Alema, furono investiti da un uragano: «Ma come! Contro il popolo che li ha eletti! Contro chi li ha votati!». Il più sobrio fu Gianfranco Fini: «Siete dei puttani». Il più bellicoso Gianfranco Micciché: «Saltimbanchi, truffatori, massoni, boiardi, vermi!» Un'incoerenza? Boh, dettagli... «Prodi, accattate sta mortadella!», grida felice Nino Strano mangiandosi una bella fetta di roseo salume. E ammicca: «Io a Cusumano non volevo mica offenderlo chiamandolo checca. Sono quarant'anni che danno della checca a me... L'offesa era "checca squallida". Squallida...».

Fonte: corriere.it

24 gen 2008

Romano e le liti, dagli spinelli a Bush: 20 mesi di «maggioranza sexy»

L’ottimismo contro tutto: «Mediazioni? Mai. I comunisti? Folklore. E Mastella sarà una sorpresa»

«Fine de’a gita». Gli ultimi ed esausti respiri del governo Prodi, con quel malinconico applausino nell’aula deserta alla lettura dell’inutile fiducia ottenuta alla Camera, fanno venire in mente al diessino Gianni Cuperlo uno striscione allo stadio di Treviso all’epilogo dell’unica avventura in A chiusa con 23 sconfitte: «Fine de’a gita». Mai si era visto, in realtà, un gruppo di «gitanti» così rissoso. Fin dall’inizio. Da quella interminabile notte in cui, stremato dalla delusione per la «vittoria mutilata», quella vittoria che i sondaggi per mesi avevano dato come larghissima ed ora si rivelava sottile come carta velina, il Professore era apparso per dire: «Le elezioni le abbiamo vinte. Di un soffio, ma vinte». Al diavolo i dubbi e le offerte berlusconiane di una grande coalizione: «Posso governare cinque anni. La legge me lo permette». E via così. Con le citazioni di Bush che perfino al momento di decidere la guerra in Iraq (pur contando su un certo consenso trasversale) aveva al Senato un solo voto in più dei democratici e quelle di Churchill e Adenauer e «tanti altri che avevano un solo voto di maggioranza». E guai a ricordare che qui da noi la situazione era diversa perché dalle altre parti non capita che una coalizione sia costretta a contare sulla salute di sette senatori a vita: «Come va, caro, quel dolorino al nervo sciatico? ». Lui tirava dritto. Facendo coraggio a se stesso per far coraggio agli altri. Certo di durare? «È una squadra, la nostra, coesa e omogenea, dureremo cinque anni».

Proprio sicuro? «C’è l’impegno di tutti affinché questa coalizione vada avanti nei prossimi cinque anni. La coalizione è questa. Non cambia. Dura l’intera legislatura». E le risse interne? «Ogni motore va collaudato, vi assicuro che fra poco si sentirà armonia, come a sentire una Ducati o una Ferrari. Una Feraaaaari! ». E l’incapacità di decidere? «I ministri non possono esprimere opinioni, debbono esternare le decisioni, le conseguenze e le implementazioni ». E il rischio quotidiano di una caduta? Al che, lui allargava le mani come un Cristo Pantocratore per abbracciare nella benedizione tutti gli elettori delle circoscrizioni estere: «Abbiamo avuto l’incarico di governare dagli elettori di cinque continenti. Quindi governeremo». Il giorno dopo la vittoria uscì di casa a Bologna, per la sgroppatina quotidiana sotto i portici con una tuta azzurra attillatissima con scritto «Italia» sulla schiena e sprizzava il buonumore di chi era convinto che l’impresa più difficile, vincere le elezioni, fosse stata compiuta: il resto, bene o male, sarebbe stato meno complicato. Del resto, aveva già spiegato a Giampaolo Pansa come vedeva il futuro: «A me non piace mediare. Voglio governare. Ogni volta che si riunirà il Consiglio dei ministri, non si discuterà, ma si deciderà». Sì, ciao. Una tensione dopo l’altra.
Tutti i giorni. Sulla scelta di confermare la decisione berlusconiana di concedere agli americani l’aeroporto «Dal Molin», con Massimo D’Alema che diceva che «una retromarcia sarebbe stata letta come un atto ostile» e Manuela Palermi, capogruppo dei comunisti italiani in Senato, che tuonava: «Il governo deve dire no».

Sulle impronte digitali, che Luciano Violante invocava contro i clandestini che si cancellano i polpastrelli e Paolo Cento avversava perché «invece di fare leggi per acchiappare i potenti che evadono e che delinquono ce la prendiamo con qualche povero diavolo di immigrato ».
Sulla droga, col ministro Livia Turco da una parte e la mamma Turco Livia dall’altra: «Il più stupefatto, quando ho aumentato la dose minima consentita per uso personale, è stato mio figlio. Mi ha detto: "Mamma, non ti capisco". Gli ho detto: "Adesso ti spiego: come madre, se provi a farti uno spinello ti riempio di botte". Poi c’è la mia posizione come ministro. Gli ho domandato: "Secondo te è giusto che un tuo compagno di scuola al quale i genitori non hanno fatto una capa tanta come tuo padre e io l’abbiamo fatta a te, e che magari pensa che fumare uno spinello non sia pericoloso, corra il rischio di venire arrestato?».

Una via crucis. Nella prima stazione si contempla... Nella seconda... Per venti mesi, in mezzo ai flutti, agli scossoni, agli uragani, alle grandinate, Prodi non ha perso occasione per sottolineare d’esser il perno di tutto. Ironico: «Berlusconi dice che domani cadiamo? Lo dice tutti i giorni...». Tranquillo: «Sono sereeeeno. Fermo e sereeeeno». Sicuro: «Il nostro è un governo seeerio e coeso, coeso e seeerio!». Le bufere sui costi della politica? «Mo quello è un tema che ho inventato io! Entro giugno vareremo un disegno di legge!». Perplessità sull’obesità di un esecutivo di 102 persone? «Abbiamo dovuto cedere qualcosa... Ma nei punti chiave ho deciso io: Amato agli interni, Padoa Schioppa all' economia, D’Alema agli esteri... Squadra buonissima!».

E Mastella alla Giustizia? Rispondeva ficcandoti il dito indice nelle costole per rafforzare il concetto: «Io dico che Mastella sarà una sorpresa . Una sor-pre-sa!». «Ma c’è o ci fa?», si chiedevano i corrispondenti esteri che non capivano fino a che punto questo suo marmoreo ottimismo fosse un modo per caricare gli amici e irridere agli avversari o se ci credesse davvero.

Il massimo lo diede quando l’inviato del tedesco Die Zeit gli chiese: «La nostra signora Merkel fa già fatica a guidare una coalizione di due soli partner. Ci spieghi come farà a tenerne insieme nove ». E lui: «All’interno dei vostri due partiti di coalizione esistono quaranta diverse correnti, non solo nove! I tedeschi, mi perdoni la franchezza, hanno impiegato molto più tempo a stringere il patto di coalizione rispetto a noi. Ci hanno messo due mesi! In un mese io ho fatto eleggere i presidenti delle due Camere, un presidente della Repubblica, formato il governo e superato il voto di fiducia. Siamo italiani, ma mi sembra che da voi il tutto proceda con molta più fatica. Noi abbiamo solo più folklore, Rifondazione Comunista, i Comunisti Italiani...».

Mai una concessione a chi gli ricordava come il suo governo fosse sempre sull’orlo della crisi. Anzi, un giorno con Gianni Riotta si permise una battuta che gli sarebbe stata rinfacciata: «Ci sono stati quattro casi di coscienza sull’Afghanistan, è vero. Ma siamo ancora qui, mi pare. Avessimo vinto le elezioni con più agio sarebbe stato più facile ma così è più thrilling, c’è più avventura. Vuole la verità? È più sexy!».

Dieci anni fa, nel 1998, andò uguale: sorrise dell’ipotesi di andarsene fin quasi all’ultimo. Sempre ottimista a costo d’apparire giulivo: «Non è ancora l’epoca delle vacche grasse ma la stiamo preparando!», «Abbiamo l’attivo primario più alto del mondo!», «Ho il fiato corto? Durerò vent’anni! », «Problemi? Sono come quel personaggio del Carosello, "Ercolinosempreinpiedi". Solo che lui dondolava e io no». Anche ieri sera, mentre dai banchi del governo si avviava verso l’uscita, assicurava agli amici che lui non dondolava: «Andiamo fino in fondo». Anche molti dei suoi però, ieri sera, hanno spento la luce sospirando sullo slogan ulivista della campagna vincente di due anni fa e un millennio fa: «Domani è un altro giorno».

Fonte: corriere.it

23 gen 2008

Università, il crepuscolo dei baroni: rivolta nell'Ateneo dei privilegi

Non riesce proprio a farsene una ragione, l'oncologo Massimo Federico. "E' come se un calciatore avesse vinto la coppa Davis", dice. A Modena è accaduto di recente un fatto assai curioso: un professore associato in dermatologia è diventato ordinario in una prova bandita dal corso di laurea in odontoiatria. L'idoneo ha 36 anni e si chiama Giovanni Pellacani. E' il figlio del rettore, Giancarlo Pellacani (che ha anche un altro figlio docente a Giurisprudenza). Durante la seduta per la chiamata, tre professori hanno votato contro. Uno di questi è l'ex preside della facoltà di Medicina, Maurizio Ponz de Leon: "Non si è mai verificato, almeno negli ultimi trent'anni di storia della nostra facoltà, che un ricercatore riuscisse a diventare ordinario in soli 6 anni e 4 mesi dalla nomina a ricercatore. Certo, potrebbe avvenire per meriti eccezionali. Ma, come visto dall'esame del curriculum, questi meriti non esistono".

Il docente insegna da sei anni, ha un'esperienza all'estero di soli due mesi e i suoi punti di Impact factor (il riscontro dell'attività di ricerca nelle pubblicazioni scientifiche), riguardano solo la dermatologia: non il Med50, il settore, cioè, per il quale ha vinto il concorso. Altra stranezza: "Il concorso non ha visto la partecipazione di nessuno degli associati e dei ricercatori della nostra facoltà". Federico dal canto suo fa osservare che "in Italia esistono 26 professori associati" di quel settore ma nessuno ha fatto domanda. E aggiunge: "Data la delicatezza della decisione, trattandosi di un procedimento che riguarda il rettore, chiedo che la votazione avvenga dopo che la facoltà sia stata edotta delle conseguenze di una chiamata che potrebbe rientrare nel campo della presunzione di nepotismo".

Federico chiede informazioni su dodici punti e qualche settimana dopo, non ottenendo risposte, denuncia tutto alla Procura. Da allora sta perdendo ogni incarico: dalla presidenza della commissione contratti e contenzioso alla direzione della scuola di oncologia. Una convenzione con l'Istituto superiore di sanità, che ha promesso 148mila euro all'università per le ricerche da lui coordinate, è bloccata. E persino nel giornalino dell'università si evita accuratamente di parlare della pur prolifica attività di Federico e dei suoi collaboratori. Il professore, però, non molla. E pochi giorni fa è tornato a chiedere le dimissioni del rettore.

Il magnifico, dal canto suo, reagisce: ha querelato il professore ribelle, che aveva illustrato, in un incontro pubblico, le analogie tra le sue ricerche sulle sindromi familiari e "l'albero genealogico della famiglia Pellacani".

Quello di Modena è solo uno dei tanti fronti caldi della protesta contro i presunti casi di nepotismo nelle università. L'altro è la Sapienza di Roma, dove le polemiche per il mancato incontro con papa Benedetto XVI sono riuscite a far passare in secondo piano la bufera che s'era addensata sul rettore, Renato Guarini. Pochi giorni prima dell'invito del pontefice, Guarini è stato iscritto nel registro degli indagati per abuso d'ufficio: la procura di Roma indaga su un possibile scambio di favori con l'architetto Leonardo di Paola, docente di Estimo ma anche presidente della Cpc, la società che si è aggiudicata i lavori (8,8 milioni di euro) per la realizzazione del parcheggio della città universitaria.

Di Paola è anche il presidente della commissione che ha promosso Maria Rosaria Guarini, figlia del rettore, a ricercatrice in Estimo. Anche in questo caso la denuncia è partita da un docente universitario, Antonio Sili Scavalli, già autore di un'altra denuncia sull'intreccio tra cattedre e appalti.

Alla Sapienza insegna anche Tommaso Gastaldi, ricercatore di Statistica. Mesi fa previde: una rivoluzione sta per scuotere l'università italiana. "Si sta creando un incredibile fronte compatto di persone di buona volontà che va da Napoli a Siena... Possiamo veramente creare un'onda sismica... - scrisse nel suo blog, Concorsopoli". I casi di Modena e Roma mostrano che il terremoto è già in atto: è la rivolta contro il sistema di cooptazione dei professori universitari, spesso assimilato all'affiliazione mafiosa. Dopo i primi scandali di Bari, Bologna, Firenze, Siena, Macerata, Messina e le inchieste che sono seguite, la parola d'ordine è attaccare la "razza barona", la casta che manda in cattedra figli, nipoti, cugini e amanti - ma anche amici e compagni di partito, frammassoni, colleghi di cordata.

Siti come quello di Gastaldi (che ha creato un osservatorio per segnalare in anticipo i concorsi sospetti) si moltiplicano. Si chiamano Ateneo pulito, Malauniversitas, Università degli orrori, Ateneo palermitano. Diari dell'indignazione accademica curati da chi non regge più lo strapotere degli ermellini.
Il pretesto può essere anche un convegno, come quello che si terrà sabato a Pisa, organizzato dalla massoneria toscana. Su Il Senso della misura, il blog curato dal docente Giovanni Grasso, si fa notare che "a Roma e a Pisa l'università si apre al mondo in modo diverso. Credete che la libertà di parola dei massoni sarà messa in discussione a Pisa? Credete che frange estremistiche si ricorderanno che la Toscana è stato il cuore territoriale, quanto meno, della P2?".

Nel suo Universitopoli, Marco Lanzetta, primo chirurgo italiano ad aver effettuato un trapianto di mano, ha pubblicato invece la sentenza del consiglio di Stato che lo proclama finalmente vincitore contro l'università di Varese. "I giudici riportano la legalità nei concorsi universitari", scrive. La sua, alla vigilia della riforma del sistema concorsuale - annunciata dal ministro Fabio Mussi per le prossime settimane - è una convinzione diffusa. E così il Tar di Palermo ha restituito a Maria Rita Gismondo, microbiologa della clinica Sacco di Milano, il posto da ordinario che le era stato soffiato da docenti che, è risultato poi, avevano spacciato per pubblicazioni scientifiche dei semplici atti congressuali. Lo stesso è successo a Bari, dove alcuni docenti di Diritto si sono presentati a un concorso, vincendolo, con fotocopie "edite" da un'anonima stamperia di Benevento. Sempre a Bari è stato necessario l'intervento del Tar perché un professore di biochimica ottenesse il laboratorio che gli spettava, negatogli dall'endocrinologo Francesco Giorgino, peraltro indagato dalla procura, insieme al padre, per il suo concorso da ordinario, grazie al quale ha ereditato la direzione del reparto.

Molti docenti "arrabbiati", ora, cercano di organizzarsi in un network. Fanno il tifo per i magistrati e trovano alleati anche oltre gli atenei. Come Paolo Padoin, prefetto di Padova, che alle nefandezze universitarie dedica una sezione del suo sito Rinnovare le istituzioni, scrivendo: "Manteniamo fiducia nell'azione della magistratura che, anche se in tempi biblici, dovrebbe arrivare alla definizione delle tante azioni penali pendenti in diverse sedi universitarie. Soprattutto la vicenda di Trieste, nella quale sono coinvolti quasi tutti i big di agraria, denunciati dal professor Quirino Paris... ".

Paris, docente della University of California: è emigrato lì dopo un feroce scontro con i suoi colleghi italiani proprio sulle procedure di selezione. Ha inventato un modello matematico delle parentopoli italiane e lo ha fatto pubblicare su una rivista on line americana.

Ovunque si grida alla prova truccata. I professori scrivono ai magistrati, avvertono carabinieri e finanzieri: la vita accademica procede per via giudiziaria. Chiami un docente e ti risponde: "Non posso parlare, sono in procura". Un ricercatore romano segnala in continuazione al ministero - che le gira ai pm - le sue previsioni sui vincitori dei concorsi. "In questo momento - anticipa - ce ne sono in corso due a Roma. In uno è stato richiesto, addirittura, che i candidati presentassero solo tre pubblicazioni. Una follia: significa tagliar fuori chi vanta decine di pubblicazioni internazionali".

Il Tar di Palermo, del resto, ha già sentenziato che non si può scendere, per decenza, sotto una soglia minima di dieci pubblicazioni. A Messina, l'università dove si sono laureati molti figli della 'ndrangheta, non si riesce invece a concludere un concorso di audiologia, in gestazione dal 2002. Tra i candidati, quattro nomi eccellenti: i due fratelli Motta, figli dell'otorinolaringoiatra napoletano Giovanni, e i due fratelli Galletti, figli dell'otorino messinese Cosimo. Due di loro (uno per famiglia) sono vincitori del famigerato concorso del 1988 annullato dalla Cassazione perché sfacciatamente truccato.

A giudicarli, in commissione, saranno tre professori universitari messi in cattedra dai loro genitori. Intanto, nel capoluogo siciliano s'indaga su un altro concorso, quello di Veterinaria, per il quale un gip ha deciso di sospendere il rettore Tomasello. A Siena, invece, una docente, assistita dall'avvocato Massimo Rossi, ha fatto aprire una nuova inchiesta: le è bastato allegare alla denuncia una mail, da lei intercettata, scambiata tra i commissari di un concorso. "Non mi sono sentita in imbarazzo nell'avanzare la proposta di scorrimento della professoressa T. a professore di prima fascia. La candidata ha un curriculum serio".

In effetti, otto mesi dopo la professoressa ottiene lo "scorrimento" a professore ordinario. Ma in Italia divinare il nome del vincitore è quasi la norma: il nome dell'idoneo è deciso in anticipo dalla facoltà nel momento in cui "chiede" il posto. Tutto il resto (pubblicazione del bando in gazzetta ufficiale, elezione dei commissari, loro convocazione nella sede con relativa ospitalità in albergo, prove scritte e orali) è un'inutile messa in scena che per ogni "valutazione comparativa" costa, in media, 20mila euro alle casse dello Stato.

Mentre l'università vive la sua "Mani pulite", i concorsi languono. I posti da associati e ordinari non si bandiscono da maggio del 2006, quelli per ricercatore sono stati, nel 2007, 1188 contro i 1618 del 2006 e contro i 2514 del 2005. Ora, però, stanno per ripartire: Mussi ha stanziato 40 milioni di euro e ha varato un nuovo regolamento che dovrebbe limitare la sfera d'influenza dei commissari, sottoponendo in prima battuta tutti i candidati al giudizio di revisori anonimi. E si torneranno anche ad assumere associati e ordinari. Ma non con il vecchio sistema di concorsi, considerato "un atto di ostilità che ha devastato qualità e bilanci": la riflessione è di Pier Ugo Calzolari, rettore di Bologna, e apre un altro sito di "controinformazione" sugli scandali accademici, Scienzemedicolegali.

L'ateneo bolognese è stato il primo a tentare di reagire agli scandali con un codice etico per prevenire le assunzioni di parenti negli stessi dipartimenti, molto frequenti durante il rettorato precedente del potentissimo Fabio Roversi Monaco. In Paesi come la Nuova Zelanda o il Canada norme di questo tipo già da anni correggono i conflitti d'interesse non solo tra parenti ma anche tra amici o tra colleghi di studi professionali privati che insegnano nell'università. Lo rivendicano anche molti docenti che vogliono il cambiamento.

A Bari, per esempio, è la battaglia del magistrato (e docente di diritto canonico) Nicola Colaianni e dell'associato Carlo Sabbà, che ha fatto aprire, con le sue denunce, l'inchiesta sui concorsi pilotati a Medicina interna nella quale figurano, tra gli indagati - oltre all'ordinario di Medicina interna Giuseppe Palasciano - anche nomi eccellenti, come il milanese Pier Mannuccio Mannucci. Nel capoluogo pugliese, però, dove famiglie come i Massari o i Girone hanno fatto il pieno di cattedre e dove i baroni avevano, fino a poco tempo fa, persino i posti barca gratuiti sul lungomare, le resistenze sono ancora fortissime. Una prima bozza, però, è stata approvata a dicembre e vieta esplicitamente l'assunzione di parenti e altri docenti all'interno delle facoltà. Forse qualcosa cambierà.

Fonte: repubblica.it

22 gen 2008

Dentro le aule Processi che non finiscono mai: 3.612 istruttorie contro le toghe e 3.612 assoluzioni

Sprechi, lentezze e 7,7 miliardi di euro 200 mila prescrizioni: record europeo

Cosa avete in agenda il 27 febbraio 2020? «Che razza di domanda!», direte voi. Eppure un paio di braccianti pugliesi, quel giovedì che arriverà fra dodici anni abbondanti, quando sarà un vecchio rottame (calcisticamente) perfino il baby Pato, hanno dovuto segnarselo su un quaderno: appuntamento in tribunale. Così gli avevano detto: se il buon Dio li manterrà in salute (hanno già passato la settantina: forza nonni!), se quel giorno non verranno colpiti da un raffreddore, se il giudice non avrà un dolore cervicale, se il cancelliere non sarà in ferie, se gli avvocati non saranno in agitazione, se l’Italia non sarà bloccata da uno sciopero generale con paralisi di tutto, se non mancherà qualche carta bollata, se non salterà la corrente elettrica, Sua Maestà la Giustizia si concederà loro in udienza. E potranno finalmente discutere della loro causa contro l’Inps.

Dopo di che, auguri. Di rinvio in rinvio, col ritmo delle nostre vicende giudiziarie, già immaginavano una sentenza tra il 2025 e il 2030. Magari depositata, cascando su un giudice pigro, verso il 2035. Già centenari.Ma niente paura: sulla base della legge Pinto avrebbero potuto ricorrere in Appello contro la lentezza della giustizia. E ottenere l’«equa riparazione » per avere aspettato tanto. Certo, avrebbero dovuto avere pazienza: da 2003 al 2005 i ricorsi di questo tipo sono infatti raddoppiati (da 5.510 a 12.130) e in certi posti come Roma ci vuole già oggi un’eternità (due anni) per vedersi riconoscere di avere atteso un’eternità. Quanto ai soldi del risarcimento, ciao… Le somme che lo Stato è costretto a tirar fuori ogni anno continuano a montare, montare, montare…

E per quella lontana data non è detto che ci sia ancora un centesimo. Il presidente di Cassazione Gaetano Nicastro, del resto, l’ha già detto: «Se lo Stato italiano dovesse risarcire tutti i danneggiati dalla irragionevole durata dei processi, non basterebbero tre leggi finanziarie». Diagnosi infausta confermata il mese scorso dal ministero dell’Economia. Secondo il quale i cittadini che hanno «potenzialmente diritto all’indennizzo» per i processi interminabili sono «almeno 100mila» l’anno. Mettete che abbiano diritto a strappare in media 7 mila euro ciascuno e fate il conto. Erano già rassegnati, i due braccianti, a darsi tempi biblici quando il Tribunale, per evitare una figuraccia, li ha in questi giorni richiamati: era tutto un errore, l’appuntamento è solo nel 2013. Ah, solo nel 2013! Solo fra cinque anni! Ecco com’è, il libro sulla giustizia italiana scritto da Luigi Ferrarella e titolato, con un malizioso richiamo alla dannazione eterna, «Fine pena mai»: un libro sospeso tra il ridicolo e l’incubo.

Un formidabile reportage su un pianeta che tutti pensiamo di conoscere e che scopriamo di non conoscere affatto. Almeno non fino in fondo. Fino agli abissi di numeri e situazioni incredibili. Un racconto che trabocca di storie, aneddoti, personaggi curiosi e surreali ma che allo stesso tempo non concede un grammo al populismo, alla demagogia, al qualunquismo. E che proprio grazie a questa sobrietà ricca di humour ma esente da ogni invettiva caciarona, in linea con lo stile di Ferrarella che i lettori del Corriere bene conoscono, rappresenta la più lucida, netta e spietata requisitoria contro un sistema che rischia di andare a fondo. E di tirare a fondo l’intero Paese. Sia chiaro: non ci sono solo ombre, nella giustizia italiana. Di più: se ogni giorno si compie il miracolo di tanti processi che arrivano in porto, tante udienze che vengono aperte, tanti colpevoli che finiscono in galera e tanti innocenti che ottengono l’assoluzione, è merito di migliaia di persone perbene, giudici, cancellieri, impiegati, fattorini, che si dannano l’anima in condizioni difficilissime. Se non proprio disperate.

Ma certo, anche le luci mostrano quanto sia buio il contesto. Bolzano, che nonostante un buco del 45% negli organici riesce ad aumentare la produttività, ridurre l’arretrato e insieme dimezzare le spese abbattendo addirittura del 60% i costi delle intercettazioni fa apparire ancora più scandalosi i contratti stipulati separatamente dai diversi tribunali per l’affitto delle costose apparecchiature necessarie al «Grande Orecchio », affitto che configurava «uno sconcertante ventaglio dei costi da 1 a 18 per lo stesso servizio». Torino, «capace tra il 2001 e il 2006 di ridurre di un terzo il carico pendente del contenzioso ordinario civile: una performance che, se imitata da tutti i tribunali italiani, in cinque anni avrebbe ridotto di 238 giorni il tempo medio di attesa di una sentenza civile» dimostra quanto siano incapaci di una reazione all’altezza la stragrande maggioranza degli altri uffici, dove si è accumulato un «debito giudiziario» spaventoso: «4 milioni e mezzo di procedimenti civili e 5 milioni di fascicoli penali». Una «macchina» sgangherata e infernale. Che «consuma più di 7,7 miliardi di euro l’anno» e per cosa? «Per impiegare in media 5 anni per decidere se qualcuno è colpevole o innocente; per far prescrivere da 150 a 200mila procedimenti l’anno, record europeo; per incarcerare ben 58 detenuti su 100 senza condanne definitive; per dare ragione o torto in una causa civile dopo più di 8 anni, per decidere in 2 anni un licenziamento in prima istanza; per far divorziare marito e moglie in sette anni e mezzo; per lasciare i creditori in balia di una procedura di fallimento per quasi un decennio; per protrarre 4 anni e mezzo un’esecuzione immobiliare».

Ma certo che ci sono raggi di sole. A Milano, per esempio, dall’11 dicembre 2006 si possono «emettere decreti ingiuntivi telematici. Il risultato del primo anno è stato fare guadagnare a cittadini e imprese richiedenti dai 12 ai 14 milioni di euro: cioè i soldi fatti loro risparmiare, nella differenza tra costo del denaro al 4% e tasso di interesse legale al 2,50%, dal fatto di poter disporre con quasi due mesi d’anticipo dei 700 milioni di euro che costituiscono il valore dei circa 3.500 decreti ingiuntivi emessi. Un effetto leva pazzesco: 100mila euro spesi per investire nella tecnologia, ma già 12-14 milioni di euro di ritorno per la collettività nel primo anno». Qual è la lezione? Ovvio: occorre assolutamente investire sulle nuove tecnologie. Macché. «Fine pena mai» dimostra che, dovendo tagliare e non avendo il fegato di tagliare là dove si dovrebbe ma dove stanno le clientele, le amicizie, le reti di interessi, hanno via via deciso di tagliare in questi anni perfino le email, gli accessi a Internet, l’acquisto di programmi elettronici, la messa a punto di software specifici, l’assistenza informatica.

L’ultimo somaro sa che se non puoi contare su un’assistenza efficiente, addio: il tuo computer può improvvisamente diventare inutile come un’auto senza ruote. Bene: su questo fronte «la disponibilità del ministero per il 2006 copre appena il 5% del fabbisogno annuale ». Auguri. Per non dire del casellario ancora aggiornato in larga parte manualmente e che dovrebbe diventare totalmente informatico quest’anno (e vai!) nonostante dovesse esserlo già dal 1989 (diciotto anni fa) e per questa sua arretratezza ha consentito ad esempio a una nomade «fermata in varie città 122 volte per furti o borseggi, e condannata a segmenti di pena di 6/9 mesi per volta» di totalizzare «in teoria 20 anni di carcere senza mai fare nemmeno un giorno in prigione». Colpa dei ministri di destra e di sinistra che si sono succeduti ammucchiando «troppe riforme» spesso in contraddizione l’una con l’altra. Del Parlamento che ha via via affastellato leggi su leggi votando ad esempio 19 modifiche alla custodia cautelare in tre decenni.

Dei politici che non hanno mai trovato la forza, il coraggio, lo spirito di servizio per dare «insieme» una nuova forma a un sistema giudiziario che ormai è così sgangherato che riesce a recuperare «soltanto dal 3% al 5%» delle pene pecuniarie, con una perdita secca annuale di 750 milioni di euro, cioè sette miliardi in un decennio, «nonché di 112 milioni di euro di spese processuali astrattamente recuperabili ». Così cieco che, taglia taglia, offre per le spese agli uffici giudiziari di Campobasso 138 mila euro e poi ne spende un milione, sette volte di più, per risarcire i cittadini vittime della giustizia troppo lenta anche per mancanza di fondi. E i magistrati? Tutti assolti? Ma niente affatto, risponde Ferrarella. Il quale non fa sconti a nessuno. E se riconosce qualche buona ragione a chi tende a inquadrare certi ritardi «nel contesto», contesto che è «il migliore avvocato difensore » del giudice sotto accusa, non manca di denunciare assurdità che gridano vendetta. Possibile che perfino chi si «dimenticò » in galera 15 mesi un immigrato se la sia cavata con una semplice censura perché «era la prima volta»? Che non abbia pagato dazio neanche chi ha depositato sentenze «riguardanti cause decise più di sette anni prima»? Che 3.612 istruttorie aperte per accertare la responsabilità delle «toghe» in 3.612 casi di indennizzo per processi troppo lenti si siano concluse con 3.612 assoluzioni?

Fonte: corriere.it

20 gen 2008

Orvieto, l'ombra della camorra sulla discarica dei veleni

Il falso ingegnere, i danni ambientali e il via vai di "quei camion targati Napoli"
Nel sito il triplo d'immondizia prevista: olio, plastica e residui di vernici

ORVIETO - Se la metti a fuoco una volta, non te la togli più di torno. Taglia l'orizzonte della rocca del Duomo. Incombe sulla valle. Fa da quinta all'Autosole. La discarica "le Crete", la Grande Pattumiera dell'Umbria, è un cratere artificiale di 84 mila metri quadrati, aperto nei calanchi di argilla che chiudono la riva sinistra del fiume Paglia. E ha una storia che nessuno sembra abbia voglia di raccontare.

Perché in Umbria, l'omertà si chiama "riservatezza". Perché se dici rifiuti, pensi a Napoli. Se dici Camorra, pensi alla Campania. Se ascolti di amministratori locali scaltri, di avventurieri della "mondezza", immagini il nostro Meridione, non il paradiso degli ulivi. Non un gioiello d'arte dove, il 24 gennaio, un piccolo tribunale proverà a celebrare un processo che nessuno vuole. Per i nomi dei suoi imputati, per le responsabilità politiche che illumina.

La società che controlla "le Crete" si chiama "Sao" e ha cambiato padrone nel maggio 2006. La acquisisce la Acea nell'operazione con cui rileva la indebitata "Tea" (gruppo "Erg") per circa 150 milioni di euro. La discarica è un ottimo affare. Geologicamente (le argille plioceniche hanno un altissimo coefficiente di impermeabilità al percolato: un metro di penetrazione ogni 10 mila anni). E, soprattutto, per quel che può e si ha intenzione di farla diventare.

Ma, da almeno dieci anni, ha un problema. La procura della Repubblica di Orvieto si ostina a ficcare il naso in quel che avviene nel cratere e intorno al cratere. Tra il '97 e il '98, una prima indagine ha accertato che in quei calanchi si va tecnicamente a vista, affidandosi all'expertise di un geometra comunale. Che in coincidenza di robusti "eventi meteorologici", i liquami liberati dai rifiuti arrivano dritti dritti nel Paglia. Per non parlare dell'impianto di compostaggio dei rifiuti. Una selezione scadente produce un "compost" di pessima qualità, che non ha mercato e finisce in discarica. A fine anni '90, il sito viene chiuso, e si decide di aprire una nuova ferita nei calanchi, lungo lo stesso crinale.

Il progetto della nuova (e attuale) discarica viene affidato e realizzato da due geologi e un "tecnico": l'ingegnere Iginio Orsini. Che "ingegnere" non è mai diventato. Ha dato un solo esame, da studente, ma è un eccellente praticone, che ha ingannato molti (persino a Parigi) e si aiuta con qualche buon software di progettazione. Quando lo scoprono e gli chiedono conto in tribunale è troppo tardi: le ruspe sono già al lavoro. Nel 2001, con la nuova discarica a regime, la "Sao" e il comune di Orvieto, un monocolore rosso da mezzo secolo, fiutano il business. Le "Crete" - ragionano - possono coniugare le ragioni della "politica di solidarietà" con altre amministrazioni di sinistra e quella dei soldi facili per le casse dell'Amministrazione.

La Campania è in ginocchio di fronte ai rifiuti e le nuove "Crete" hanno spazio da vendere. Basta pagare. L'operazione è benedetta dalla Regione Umbria, dalla regione Campania, dall'allora sindaco di Orvieto, Stefano Cimicchi. E' un uomo il cui nome, ancora oggi, viene pronunciato dagli orvietani con un certo timore. Comunista, quindi diessino, è diventato sindaco nel '91, per poi essere rieletto nel '95 e nel '99. In quegli anni, sembra di capire, Orvieto è cosa sua. Non si muove paglia che lui non sappia o non voglia. Le potenzialità della discarica sono un suo pallino anche per il vantaggio che ne viene alle casse del comune. L'affare con la Campania si fa.

Per la umbra "Sao", a Napoli, opera informalmente un tale Rino Martini. E' un ex colonnello della Forestale che si è messo a fare il trader internazionale di rifiuti. Per i primi trasporti dal napoletano in Umbria aggancia la "Ecolog", società per lo smaltimento dei rifiuti del gruppo Fs e allora general contractor del consorzio campano. Dice di aver comprato delle volumetrie delle "Crete" per rifiuti extraregionali e fa un prezzo, che la Sao conferma. Iniziano i trasporti. Ma presto è chiaro che c'è qualcosa di poco trasparente.

Alla "Ecolog" lavora gente seria, convinta che, anche nel business dei rifiuti, sia possibile coniugare "redditività" e trasparenza. Quel genere di pignoli che fanno attenzione ai "formulari". Sono le bolle che accompagnano ogni tipo di rifiuto. Ne certificano la natura, la quantità, il punto di carico, il trasportatore, il trasformatore, il punto di scarico. Quando il rifiuto completa il suo tragitto, il "formulario" torna indietro, perché tutti coloro che vi hanno messo mano siano sicuri che a destinazione è arrivato esattamente ciò che è partito. Bene, nei formulari che tornano indietro dall'Umbria figurano finiti nelle "Crete" rifiuti mai caricati. Per tipo e per quantità. La prima volta, alla Ecolog, pensano a un errore. Al quinto "errore" corrono dai carabinieri e si sfilano.

Nel 2003, una nuova "emergenza". Orvieto e Napoli si tendono ancora una volta la mano per un accordo di programma. La prima esperienza lo sconsiglierebbe per molte ragioni (non ultima che il trasporto dei rifiuti non è stato saldato). Che, tuttavia, sembrano esattamente le stesse per cui l'accordo si conclude. Ufficialmente si tratta di spostare 20 mila tonnellate i rifiuti. Che, a 160 euro la tonnellata, più 25 euro di trasporto, fanno una discreta cifra.

E infatti accade qualcosa. Che Roberto Cetera, amministratore delegato di "Ecolog", racconterà al procuratore di Orvieto Calogero Ferrotti, il magistrato che, prima del suo trasferimento, riuscirà a portare in giudizio "le Crete". In quel 2003 - racconta a verbale Cetera - è accaduto che uno degli autotrasportatori napoletani che lavorano per la "Ecolog" si sia confidato. Degli "amici" lo hanno invitato a mollare la sua prestigiosa committenza per salire a bordo di un nuovo cartello di società "che hanno già firmato nuovi contratti con la Sao". Cetera si insospettisce. Chiede conto al commissario straordinario, che cade dalle nuvole. Salvo scoprire, che, in realtà, nuovi contratti sono stati firmati. Ma dal consorzio Napoli 3, presieduto da Mimmo Pinto.

Mimmo Pinto è stato tutto in vita sua. Ha fondato i "disoccupati organizzati" napoletani. E' stato in Lotta Continua. E' stato radicale, socialista, forza italiota. Si è infine acconciato a salire a bordo dell'amministrazione Bassolino, che lo ha messo a occuparsi di rifiuti. Per il nuovo "affare" umbro, la "Ecolog" è fuori. La "logistica" e il trasporto Napoli-Orvieto - accerterà l'inchiesta della magistratura - vengono subappaltate a due società nell'orbita della Camorra.

La "New Ecoservice srl" e la "Emambiente srl" (quest'ultima con sede sociale a Giugliano, il feudo dei Mallardo), cui l'affare porta 1,5 milioni di euro. Il solo denaro, per molto tempo, ad essere stato regolarmente saldato (dopo una transazione di 3,5 milioni di euro, "Sao" vanta tuttora crediti per oltre 3 milioni). Nelle "Crete" i camion che arrivano da Napoli scaricano tra le 50 e le 60 mila tonnellate di rifiuti. Tre volte il quantitativo previsto dall'accordo. Ma cosa sversano?

Il 24 di gennaio, alla domanda potrebbe dare risposta un processo in cui gli imputati sono 10. Funzionari e dirigenti della "Sao", l'ex sindaco di Orvieto Cimicchi, l'assessore regionale all'ambiente di Prc Danilo Monelli e Mimmo Pinto. Imputati di una lunga teoria di falsi, abusi e reati ambientali destinati a rapida prescrizione se il processo dovesse traslocare a Napoli. Vedremo cosa accadrà. C'è da dire che chi tocca i fili del business dell'immondizia, da queste parti, rimane folgorato.

Lo scrittore Luigi Malerba, nel lontano aprile '97, ha il coraggio di scrivere una lettera aperta su "Repubblica". Rivolgendosi a Cimicchi lo invita a desistere dall'allora progettato inceneritore che dovrebbe completare il "ciclo" della discarica. Con l'argomento di chi non ha girato la testa dall'altra parte. "Sa che di notte sono già arrivati alla discarica orvietana carichi di rifiuti su autocarri targati Napoli? (...) Credo che dietro tutta questa vicenda sciagurata ci sia una parola incriminata ed esorcizzata: "business"". Viene trascinato in un tribunale, dove sarà assolto. Ma ha visto lunghissimo.

Sono passati 11 anni. E il business sta per ricominciare. In altro modo. La provincia di Terni ha autorizzato la discarica ad accogliere rifiuti speciali per 130 mila tonnellate, il 10% della sua capienza (1 milione e 300 mila tonnellate). Si chiamano "rifiuti speciali non pericolosi". Sono lubrificanti, residui di vernici, adesivi, collanti, "esiti" della lavorazione dei metalli, della plastica, rifiuti da incenerimento. Al comune di Orvieto, andrà una fiches di 7 euro a tonnellata. E forse qualcosa di più, se avrà seguito una bozza di accordo che la nuova "Sao" ha sottoposto al nuovo sindaco, Stefano Mocio, il 27 novembre scorso.

"Facendo riferimento a intese intercorse", "Sao" propone di mettere una pietra sul passato con una transazione e di guardare avanti a un progetto che realizzi nel territorio del comune un polo di energie rinnovabili. Dovrebbe funzionare così. "Sao" verserà al comune 402 mila euro (70 mila per sponsorizzare "Winter Umbria Jazz"; 45 mila per "contributi a interventi di educazione ambientale; 287 mila per scordarsi il passato) e, oltre ad avere pieno sfruttamento della discarica, avrà via libera alla "realizzazione sul territorio della costruzione di nuovi impianti per le energie rinnovabili (...) impianti fotovoltaici, un impianto a bio-masse, un impianto per il trattamento dei rifiuti tossici dei termovalorizzatori". Orvieto osserva e tace tra i suoi ulivi.

Fonte: repubblica.it

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