Raf ha undici anni. È un bambino di colore e a otto giorni dalla nascita venne "regalato" a una famiglia di spacciatori dei Quartieri Spagnoli.
Il padre naturale è un clandestino del Ghana che non ha mai ubbidito ai tre decreti di espulsione, vive a Castelvolturno ed è imputato a Santa Maria Capua Vetere in un processo per droga. Da anni non si hanno più tracce della madre, una nigeriana. Per Raf la sua famiglia è quella di uno "zio" libero vigilato e un "fratello" tossicodipendente. La madre "adottiva" lo prese tra le braccia da neonato e lo fece diventare un figlio degli ambienti criminali del cuore di Napoli.
Raf è cresciuto nell´illegalità. Ancora bambino prende sistematicamente il motorino della madre e scorrazza per i vicoli. Martedì ha esagerato, con le sue gimkane attorno ai cavalli di piazza Plebiscito. Naturalmente senza casco oltre che senza documenti perché non esiste. E quando è stato fermato dai vigili urbani si è scatenato il putiferio, con un bilancio di due caschi bianchi feriti a botte in un agguato tipico della camorra. Che voleva liberare il suo bambino Raf, portarlo a casa e risparmiargli il Centro di prima accoglienza.
Una storia dalle mille sfaccettature, quella che ieri si è conclusa con la mancata convalida dell´arresto, da parte del magistrato, dei due uomini - lo "zio" e il "fratello" di Raf - che hanno aggredito i vigili urbani. Ora di nuovo liberi, anche se senza il bambino. Tutto comincia con i controlli della polizia municipale martedì a piazza Trieste e Trento. Ci vuol poco a notare quel bambino sullo scooter senza casco che si diverte a disturbare i turisti all´interno di piazza Plebiscito off limits ai motori. Fermato. Non ha documenti, è troppo piccolo. Così finisce in questura per la prima volta in vita sua. Su disposizione della Procura dei minori, a tutela del bambino vanno prese le impronte e scattate le foto segnaletiche.
Ma quando i vigili urbani escono dagli uffici di via Medina per portare Raf al Centro di prima accoglienza, una piccola folla inferocita li aspetta in strada. Sono tutti scesi dai Quartieri per riprendersi Raf. L´auto dei caschi bianchi viene circondata, calci e pugni contro la carrozzeria, colpi di casco contro i vetri davanti alla sede della polizia che però non interviene in soccorso dei colleghi. Questi ultimi riescono ad allontanarsi verso piazza Dante. Sono inseguiti da un nugolo di motorini, in testa il "fratello" e lo "zio" di Raf, 28 e 42 anni. L´auto viene speronata, e la brusca frenata fa finire i due vigili - un uomo e una donna - con la testa nel parabrezza. Feriti. I falsi parenti cercano di aprire la portiera per prendere Raf ma falliscono, mentre i vigili riescono ad allontanarsi e ad affidare Raf al Centro di prima accoglienza. Intanto viene rintracciato il padre. Clandestino proprio ieri con l´udienza da imputato in un processo. È il motivo per cui è ancora in Italia senza permesso di soggiorno. «Mio figlio è stato dato a una donna dei Quartieri dopo la nascita...».
Viene rintracciata la donna. Che è poi la cognata del falso zio e la madre del falso fratello. Proprietaria dello scooter per cui viene denunciata per incauto affidamento. «Adottato? Ma se è sempre stato con me. L´ho anche mandato a scuola...». La storia di Raf è un groviglio di illegalità, cattive abitudini, crimine. Che si conclude con una aggressione per vendetta. Perché mentre i vigili urbani del generale Luigi Sementa cercano di chiarire fatti e responsabilità, la famiglia dei Quartieri Spagnoli parte per la spedizione punitiva contro le divise. Conoscono uno degli agenti che ha portato via Raf perché abita anche lui ai Quartieri. Una donna va dalla nuora del vigile titolare di un negozio: la picchia a calci e pugni. La manda in ospedale. Ma intanto la polizia municipale del tenente Enrico Fiorillo sta arrestando i responsabili dell´agguato di piazza Dante.
Quel controllo al bambino in moto comincia all´una del pomeriggio e finisce alle tre del mattino con due arresti, una denuncia e tre persone ferite. In attesa della conclusione del processo di Santa Maria Capua Vetere per avviare le pratiche eventuali di espulsione del padre ghanese. Ieri il processo per direttissima rimanda a casa i falsi zio e fratello. Motivo: la flagranza è trascorsa dall´agguato ai vigili (che avevano il bimbo in auto e dovevano proteggerlo) all´arresto dei finti familiari. Liberi, ma verranno processati per lesioni, resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento. E in tutta questa storia finalmente Raf esiste ma la sua casa è il Centro di prima accoglienza.
Fonte: napolionline.org
30 mag 2009
28 mag 2009
Da "Gomorra" alla realtà: "Pisellino" ospite di un matrimonio di camorra
Ciro Petrone al ricevimento per le nozze di uno dei fratelli Prinno, clan attivo nel centro storico vicino ai Sarno
NAPOLI - Ciro «Pisellino» Petrone, l'attore reso noto da Gomorra, di nuovo alle prese con scene da film di malavita. Due pregiudicati, i cugini Salvatore e Luigi Prinno, di 25 e 22 anni, affiliati all’omonimo gruppo camorristico attivo nel centro storico di Napoli e schierato a fianco del clan dei Sarno sono stati arrestati a Trecase, nella zona vesuviana, con le accuse di detenzione e porto illegale di armi durante il ricevimento per il matrimonio del fratello di Salvatore. E tra gli oltre cento invitati al banchetto identificati dai carabinieri c'era anche lui, l'attore appena tornato in Italia dal reality show «La Fattoria» e divenuto famoso grazie al successo ottenuto dal film Gomorra dove nel ruolo di «Pisellino» recitava nella parte di un aspirante camorrista, rampante e pronto a tutto pur di diventare un boss in stile Scarface sfidando i clan storici del casertano.
Dalla finzione cinematografica alla realtà i carabinieri, neutralizzata una «sentinella» con radiotrasmittente posta a guardia dell’ingresso del locale pubblico in cui si celebrava il matrimonio cui partecipava Petrone hanno bloccato Salvatore Prinno mentre cercava di allontanarsi armato di una pistola calibro 9. Una seconda pistola semiautomatica è stata trovata, pronta all’uso, vicino alla consolle per i musicisti. Nel corso di successiva perquisizione a casa di Luigi Prinno, sorpreso in un ristorante attiguo dove si era rifugiato per sfuggire ai militari sono state trovate altre due pistole, tenute in una cassaforte. Al ricevimento i carabinieri hanno identificato diverse persone ritenute vicine al clan Sarno, nonché alcuni personaggi minori del mondo dello spettacolo tra cui lo stesso Petrone.
Fonte: corrieredelmezzogiorno.it
NAPOLI - Ciro «Pisellino» Petrone, l'attore reso noto da Gomorra, di nuovo alle prese con scene da film di malavita. Due pregiudicati, i cugini Salvatore e Luigi Prinno, di 25 e 22 anni, affiliati all’omonimo gruppo camorristico attivo nel centro storico di Napoli e schierato a fianco del clan dei Sarno sono stati arrestati a Trecase, nella zona vesuviana, con le accuse di detenzione e porto illegale di armi durante il ricevimento per il matrimonio del fratello di Salvatore. E tra gli oltre cento invitati al banchetto identificati dai carabinieri c'era anche lui, l'attore appena tornato in Italia dal reality show «La Fattoria» e divenuto famoso grazie al successo ottenuto dal film Gomorra dove nel ruolo di «Pisellino» recitava nella parte di un aspirante camorrista, rampante e pronto a tutto pur di diventare un boss in stile Scarface sfidando i clan storici del casertano.

Dalla finzione cinematografica alla realtà i carabinieri, neutralizzata una «sentinella» con radiotrasmittente posta a guardia dell’ingresso del locale pubblico in cui si celebrava il matrimonio cui partecipava Petrone hanno bloccato Salvatore Prinno mentre cercava di allontanarsi armato di una pistola calibro 9. Una seconda pistola semiautomatica è stata trovata, pronta all’uso, vicino alla consolle per i musicisti. Nel corso di successiva perquisizione a casa di Luigi Prinno, sorpreso in un ristorante attiguo dove si era rifugiato per sfuggire ai militari sono state trovate altre due pistole, tenute in una cassaforte. Al ricevimento i carabinieri hanno identificato diverse persone ritenute vicine al clan Sarno, nonché alcuni personaggi minori del mondo dello spettacolo tra cui lo stesso Petrone.
Fonte: corrieredelmezzogiorno.it
8 mag 2009
Immobiliare mafia. Succursale nord
La cascina dei Belfiore è un centro culturale, La villa dei Papalia ospita la Croce Rossa
Milano, Torino, Genova dove i beni confiscati alle cosche abbondano e farli rivivere è dura come al Sud
«Dicono che nel centro storico di Genova ci sia la mafia. Lei che ne pensa?». Da dietro il bancone del bar il fratello del boss, canuto e distinto in cravatta rosa, allarga lento le braccia con una smorfia fra stupore e disgusto. Pausa, e subito riattacca il suo monologo sulla Resistenza in Sicilia, un modo elegante per dirci che alle domande, lui, non risponde. È rabbioso, e si capisce. Un’ora fa, a pochi carrugi da qui, il sindaco di Genova con Nando dalla Chiesa e i ragazzi dell’associazione «Libera» hanno alzato due saracinesche in vico Mele 14 annunciando che lo stanzone ammuffito diventerà uno spazio di aggregazione per la gente onesta del quartiere Maddalena, arcistufa di prostitute, magnaccia, spacciatori. E di mafiosi. Quelli come il gelese Rosario Caci, 54 anni, uomo degli Emmanuello affiliati a Madonia e signore della droga nel centro storico.
Il basso in vico Mele e il primo piano gli vengono confiscati nel 2005 ma lui ci resta altri due anni, minacciando gli operai che ne ristrutturano una parte per conto del Comune e costringendoli a lavorare sotto scorta. Sgomberi notificati e rinviati, ricorsi in tribunale, gli altri inquilini gravati pure delle sue quote condominiali, finché nel dicembre 2007 l’abusivo si decide ad andarsene e ora, ufficialmente invalido e nullatenente, alloggia in hotel a spese del Comune. Ma questa è un’altra storia. Per Christian Abbondanza dell’associazione «Casa della legalità», che ha denunciato pigrizie istituzionali, «a Locri sono più veloci». Locri, Corleone, Genova o Milano, ormai fa poca differenza. Le holding del crimine, ’ndrangheta su tutte, si globalizzano e non da ieri lavano e sbiancano soldi sporchi dove scorrono più soldi, cioè al Nord. Sugli 8.446 immobili sottratti ai patrimoni mafiosi, se 7.152 stanno al Sud (3.930 in Sicilia, 1.631 solo a Palermo) e 391 in Centro Italia, ben 903 sono invece nelle regioni settentrionali, e anche qui lo Stato non ha vita facile nel riconvertirli a scopi sociali come vuole la legge. A Garbagnate Milanese, il bar della stazione apparteneva ai picciotti del palermitano Gerlando Alberti, famoso per la sua frase sulla mafia: «Che è? Una marca di formaggi?».
Serrato dagli anni Ottanta, riaperto e richiuso per droga, solo l’anno scorso il bar è assegnato a una cooperativa che ne fa una bottega equa e solidale ma fatica a terminare la ristrutturazione. Ancora alle porte di Milano (capitale della ’ndrangheta, si deduce dall’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia), il bar Trevi di Buccinasco era l’«ufficio» dei Sergi, storica ’ndrina di Platì: dopo lunghe polemiche vi traslocherà un’associazione ambientalista. E la villetta bunker di Antonio Papalia, con la vasca da bagno come una piscina, oggi è sede della Croce Rossa cittadina. La Lombardia è la quarta regione, dopo Sicilia, Campania e Calabria, per beni confiscati alle mafie (610 di cui 170 a Milano: due in più di Reggio Calabria), seguita dai 102 del Piemonte, 72 in Veneto, 64 in Emilia. E 26 nella piccola Liguria, dove da Ventimiglia a Sarzana clan calabresi e siciliani ingrassano con la droga, la prostituzione, il gioco illegale. Il sindaco di Genova Marta Vincenzi sente odore di pizzo nel centro storico, e a Io donna dice: «Ho l’impressione che i commercianti siano impauriti. Il mio è un invito a indagare». È da qui che l’associazione “Libera” di don Ciotti, promotrice della legge 109 del ’96 per destinare a fini sociali gli immobili delle mafie, è partita con una tournée di concerti da Nord a Sud: in due settimane, la “carovana della legalità” guidata dai Modena City Ramblers (Onda libera, l’ultimo album) ha fatto conoscere luoghi simbolo di come, per colpire davvero le cosche, bisogna aggredire la loro roba. Il viaggio culmina stasera a Cinisi, il paese siciliano di Peppino Impastato, trucidato dalla mafia il 9 maggio di 31 anni fa.
E non è solo musica. «Libera» punta il dito contro gli anelli deboli della catena delle confische, chiedendo un testo unico di legge e un’agenzia nazionale che fluidifichi le fangose procedure: dopo la sentenza di confisca del bene, la gestione passa al Demanio dello Stato (che solo nel 2005 ha creato un database nazionale), fino all’assegnazione agli enti locali affinché lo trasformino in uffici pubblici o lo affidino al non profit. Un iter che si trascina per anni, perché il mafioso fa ricorso, maschera con intestazioni fittizie, intralcia con ipoteche a catena, mette in casa un disabile che la polizia non può cacciare (è accaduto a Bardonecchia nella villa principesca di don Ciccio Mazzaferro). Poi ride di gusto quando l’edificio cade a pezzi e per gli enti è un peso, più che una risorsa. Così, degli 8.446 beni confiscati in Italia, solo 4.372 sono stati riutilizzati. Su 508 i Comuni stanno decidendo che fare e altri 3.430 restano al Demanio. Fermi. «Di questi, la metà sono ipotecati» spiega Antonio Maruccia, commissario straordinario del governo per i beni confiscati, che da fine 2007 riordina il magma burocratico e ha sbloccato mille immobili. A Milano, per esempio, il Comune ha accettato di estinguere le ipoteche per 64 fra appartamenti, box e bar, e a febbraio 46 sono stati consegnati alle associazioni.
Il Comune di Torino ha scelto di acquistare mezza carrozzeria in via Salgari: l’altra metà era confiscata all’usuraio napoletano Ciro Peluso, classico caso di sequestro pro quota che paralizza il bene. Ora l’ex carrozzeria è un laboratorio multimediale gestito da ragazzi. Sono giovani pure le tre coppie che abitano alla Cascina Caccia, centro culturale, presto anche fattoria, sulle colline di San Sebastiano Po. La confisca nel ’96, il passaggio al Comune undici anni dopo, la gente del paese che raccoglie firme per non far “cacciare” l’anziano che ci vive. È il padre dei fratelli Belfiore di Gioiosa Jonica: Sasà, condannato per un sequestro d’eroina da 7 tonnellate (era il ’94, l’avvio del processo Cartagine), e Mimmo, mandante dell’omicidio del procuratore Bruno Caccia nell’83. «Erano benvoluti, regalavano pane e formaggio di capra» sorride Francesca Rispoli di «Libera». «Il paese preferiva loro all’idea iniziale di ospitare in cascina una comunità per tossicodipendenti». Insomma, il vecchietto ha un’ordinanza di sgombero ma nessun motivo per sloggiare. Finché la coraggiosa sindaco chiede aiuto al prefetto. Ma papà Belfiore ha tutto il tempo di comprarsi un’altra casa, poco distante. E di spaccare i pavimenti della cascina, incendiare l’impianto elettrico, distruggere i tubi dell’acqua. Se la roba è perduta, che sia almeno sfregiata.
Fonte: corriere.it
Milano, Torino, Genova dove i beni confiscati alle cosche abbondano e farli rivivere è dura come al Sud
«Dicono che nel centro storico di Genova ci sia la mafia. Lei che ne pensa?». Da dietro il bancone del bar il fratello del boss, canuto e distinto in cravatta rosa, allarga lento le braccia con una smorfia fra stupore e disgusto. Pausa, e subito riattacca il suo monologo sulla Resistenza in Sicilia, un modo elegante per dirci che alle domande, lui, non risponde. È rabbioso, e si capisce. Un’ora fa, a pochi carrugi da qui, il sindaco di Genova con Nando dalla Chiesa e i ragazzi dell’associazione «Libera» hanno alzato due saracinesche in vico Mele 14 annunciando che lo stanzone ammuffito diventerà uno spazio di aggregazione per la gente onesta del quartiere Maddalena, arcistufa di prostitute, magnaccia, spacciatori. E di mafiosi. Quelli come il gelese Rosario Caci, 54 anni, uomo degli Emmanuello affiliati a Madonia e signore della droga nel centro storico.
Il basso in vico Mele e il primo piano gli vengono confiscati nel 2005 ma lui ci resta altri due anni, minacciando gli operai che ne ristrutturano una parte per conto del Comune e costringendoli a lavorare sotto scorta. Sgomberi notificati e rinviati, ricorsi in tribunale, gli altri inquilini gravati pure delle sue quote condominiali, finché nel dicembre 2007 l’abusivo si decide ad andarsene e ora, ufficialmente invalido e nullatenente, alloggia in hotel a spese del Comune. Ma questa è un’altra storia. Per Christian Abbondanza dell’associazione «Casa della legalità», che ha denunciato pigrizie istituzionali, «a Locri sono più veloci». Locri, Corleone, Genova o Milano, ormai fa poca differenza. Le holding del crimine, ’ndrangheta su tutte, si globalizzano e non da ieri lavano e sbiancano soldi sporchi dove scorrono più soldi, cioè al Nord. Sugli 8.446 immobili sottratti ai patrimoni mafiosi, se 7.152 stanno al Sud (3.930 in Sicilia, 1.631 solo a Palermo) e 391 in Centro Italia, ben 903 sono invece nelle regioni settentrionali, e anche qui lo Stato non ha vita facile nel riconvertirli a scopi sociali come vuole la legge. A Garbagnate Milanese, il bar della stazione apparteneva ai picciotti del palermitano Gerlando Alberti, famoso per la sua frase sulla mafia: «Che è? Una marca di formaggi?».
Serrato dagli anni Ottanta, riaperto e richiuso per droga, solo l’anno scorso il bar è assegnato a una cooperativa che ne fa una bottega equa e solidale ma fatica a terminare la ristrutturazione. Ancora alle porte di Milano (capitale della ’ndrangheta, si deduce dall’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia), il bar Trevi di Buccinasco era l’«ufficio» dei Sergi, storica ’ndrina di Platì: dopo lunghe polemiche vi traslocherà un’associazione ambientalista. E la villetta bunker di Antonio Papalia, con la vasca da bagno come una piscina, oggi è sede della Croce Rossa cittadina. La Lombardia è la quarta regione, dopo Sicilia, Campania e Calabria, per beni confiscati alle mafie (610 di cui 170 a Milano: due in più di Reggio Calabria), seguita dai 102 del Piemonte, 72 in Veneto, 64 in Emilia. E 26 nella piccola Liguria, dove da Ventimiglia a Sarzana clan calabresi e siciliani ingrassano con la droga, la prostituzione, il gioco illegale. Il sindaco di Genova Marta Vincenzi sente odore di pizzo nel centro storico, e a Io donna dice: «Ho l’impressione che i commercianti siano impauriti. Il mio è un invito a indagare». È da qui che l’associazione “Libera” di don Ciotti, promotrice della legge 109 del ’96 per destinare a fini sociali gli immobili delle mafie, è partita con una tournée di concerti da Nord a Sud: in due settimane, la “carovana della legalità” guidata dai Modena City Ramblers (Onda libera, l’ultimo album) ha fatto conoscere luoghi simbolo di come, per colpire davvero le cosche, bisogna aggredire la loro roba. Il viaggio culmina stasera a Cinisi, il paese siciliano di Peppino Impastato, trucidato dalla mafia il 9 maggio di 31 anni fa.
E non è solo musica. «Libera» punta il dito contro gli anelli deboli della catena delle confische, chiedendo un testo unico di legge e un’agenzia nazionale che fluidifichi le fangose procedure: dopo la sentenza di confisca del bene, la gestione passa al Demanio dello Stato (che solo nel 2005 ha creato un database nazionale), fino all’assegnazione agli enti locali affinché lo trasformino in uffici pubblici o lo affidino al non profit. Un iter che si trascina per anni, perché il mafioso fa ricorso, maschera con intestazioni fittizie, intralcia con ipoteche a catena, mette in casa un disabile che la polizia non può cacciare (è accaduto a Bardonecchia nella villa principesca di don Ciccio Mazzaferro). Poi ride di gusto quando l’edificio cade a pezzi e per gli enti è un peso, più che una risorsa. Così, degli 8.446 beni confiscati in Italia, solo 4.372 sono stati riutilizzati. Su 508 i Comuni stanno decidendo che fare e altri 3.430 restano al Demanio. Fermi. «Di questi, la metà sono ipotecati» spiega Antonio Maruccia, commissario straordinario del governo per i beni confiscati, che da fine 2007 riordina il magma burocratico e ha sbloccato mille immobili. A Milano, per esempio, il Comune ha accettato di estinguere le ipoteche per 64 fra appartamenti, box e bar, e a febbraio 46 sono stati consegnati alle associazioni.
Il Comune di Torino ha scelto di acquistare mezza carrozzeria in via Salgari: l’altra metà era confiscata all’usuraio napoletano Ciro Peluso, classico caso di sequestro pro quota che paralizza il bene. Ora l’ex carrozzeria è un laboratorio multimediale gestito da ragazzi. Sono giovani pure le tre coppie che abitano alla Cascina Caccia, centro culturale, presto anche fattoria, sulle colline di San Sebastiano Po. La confisca nel ’96, il passaggio al Comune undici anni dopo, la gente del paese che raccoglie firme per non far “cacciare” l’anziano che ci vive. È il padre dei fratelli Belfiore di Gioiosa Jonica: Sasà, condannato per un sequestro d’eroina da 7 tonnellate (era il ’94, l’avvio del processo Cartagine), e Mimmo, mandante dell’omicidio del procuratore Bruno Caccia nell’83. «Erano benvoluti, regalavano pane e formaggio di capra» sorride Francesca Rispoli di «Libera». «Il paese preferiva loro all’idea iniziale di ospitare in cascina una comunità per tossicodipendenti». Insomma, il vecchietto ha un’ordinanza di sgombero ma nessun motivo per sloggiare. Finché la coraggiosa sindaco chiede aiuto al prefetto. Ma papà Belfiore ha tutto il tempo di comprarsi un’altra casa, poco distante. E di spaccare i pavimenti della cascina, incendiare l’impianto elettrico, distruggere i tubi dell’acqua. Se la roba è perduta, che sia almeno sfregiata.
Fonte: corriere.it
6 mag 2009
La «favela delle vacanze» a Baia Domizia. Le 5.000 costruzioni che nessuno abbatte
In questa zona comanda la camorra. Un anno fa la procura aprì un'inchiesta che non ha dato risultati.
CASERTA — Mare sporco e «favela» della vacanze. Il litorale dell'alto Casertano che arriva fino al Garigliano non avrà mai una bandiera blu non solo perché non funzionano depuratori, ma anche perché alle spalle di Baia Domizia - insediamento per trascorrere le vacanze dove c'era anche un «camping» degli svedesi - sorgono oltre 5.000 case tutte abusive realizzate in spregio di qualsiasi norma urbanistica.
FAR WEST EDILIZIO - Una edificazione selvaggia che non ha fogne, ma che dispone di acqua e corrente elettrica sorta in questo terreno che è di proprietà del demanio, in spregio a tutte le leggi e le normativa. Tutto questo in località «Pantano», un territorio diviso a mezzo fra i Comuni di Sessa Aurunca e Cellole dove da vent'anni chiunque voglia si sceglie un pezzo di terreno e costruisce. L'unico permesso che si deve chiedere è alla camorra. Se si ha il placet del clan si può fare tutto quello che si vuole. Così nel corso degli anni è nato un «quartiere delle vacanze» del tutto fuorilegge: dalle baracche in lamiera, stile favelas, a villette più o meno aggraziate.
NESSUN ABBATTIMENTO - Un anno fa la denuncia del «Corriere del Mezzogiorno» con la pubblicazione delle foto di questo incredibile e immenso abuso. La denuncia fece arrivare anche le telecamere di Rai-Ambiente Italia. Il procuratore aggiunto della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, Carlo Fucci (che tra l'altro villeggia proprio a Baia Domizia) promise che avrebbe fatto aprire un fascicolo su questa «favela» delle vacanze. Detto fatto: il sostituto incaricato dell'indagine inviò una lettera ai due comuni che hanno competenza sul «Pantano» chiedendo una relazione «entro 15 giorni». Anche la politica si mise in moto e chi più, chi meno promise che le case sarebbe state abbattute. Sono trascorsi dodici mesi: non è stato fatto nessun abbattimento e la relazione che doveva essere inviata in due settimane non solo non è stata mai spedita, ma neanche preparata.
SI CONTINUA A COSTRUIRE - E visto che la favela delle vacanze non è stata toccata si continua a costruire. Alcune villette sono in fase di ultimazione e saranno pronte prima delle case dei terremotati dell'Abruzzo. La camorra è capace, infatti, di far tirar su una villetta a due piani in una settimana. Qui non è stata violata solo la Legge Galasso (quella del 1985) che imponeva tutele paesaggistiche, ma anche le disposizioni che riguardano le infrastrutture e la concessione dei servizi. Le fogne non ci sono e i canali di scolo vanno a finire tutti in un budello che poi si getta nel Garigliano e quindi in mare dove si formano grandi macchie nere e lo rendono non balneabile. Altro che bandiere blu. Anche se «Gomorra» è (poco) lontana, a Pantano sono arrivati i casalesi che hanno cominciato il sacco dell'area demaniale con l'alleanza delle cosche locali loro alleate.
UN DEDALO DI STRADE STERRATE - Il Pantano venne prosciugato da Mussolini negli anni Trenta e da allora è un terreno demaniale. I canali di bonifica che vennero realizzati fecero sparire da questa zona la malaria e il drenaggio è stato fatto facendo sfociare questi canali, più o meno ampi nel vicino Garigliano. E proprio in questi canali finiscono gli scarichi fognari delle abitazioni della favela. Cioè un dedalo di viottoli per lo più sterrati che portano dalla statale domiziana fino al mare. E accanto alle costruzioni ci sono depositi di rifiuti, anche questi illegali, dove si vedono resti di impianti igienici, di eternit, di materiale di risulta e anche tanta spazzatura. Anche lo smaltimento dell'immondizia è illegale, e qualcuno si è organizzato e la ritira dalle villette dietro un piccolo compenso; dopodichè va a scaricare il tutto nei cassonetti oppure in discariche abusive create poco più in là. E naturalmente nessuno ha mai pensato di pagare la Tarsu. Così addio a bandiere blu o almeno a un mare minimamente balneabile. Chi ha una casa a Baia Domizia frequenta le piscine dei vari lidi o ne ha una nel condominio. Grazie a questa mostruosità il mare è sempre più lontano. E parliamo di una località «marittima».
Fonte: corrieredelmezzogiorno.it
CASERTA — Mare sporco e «favela» della vacanze. Il litorale dell'alto Casertano che arriva fino al Garigliano non avrà mai una bandiera blu non solo perché non funzionano depuratori, ma anche perché alle spalle di Baia Domizia - insediamento per trascorrere le vacanze dove c'era anche un «camping» degli svedesi - sorgono oltre 5.000 case tutte abusive realizzate in spregio di qualsiasi norma urbanistica.
FAR WEST EDILIZIO - Una edificazione selvaggia che non ha fogne, ma che dispone di acqua e corrente elettrica sorta in questo terreno che è di proprietà del demanio, in spregio a tutte le leggi e le normativa. Tutto questo in località «Pantano», un territorio diviso a mezzo fra i Comuni di Sessa Aurunca e Cellole dove da vent'anni chiunque voglia si sceglie un pezzo di terreno e costruisce. L'unico permesso che si deve chiedere è alla camorra. Se si ha il placet del clan si può fare tutto quello che si vuole. Così nel corso degli anni è nato un «quartiere delle vacanze» del tutto fuorilegge: dalle baracche in lamiera, stile favelas, a villette più o meno aggraziate.
NESSUN ABBATTIMENTO - Un anno fa la denuncia del «Corriere del Mezzogiorno» con la pubblicazione delle foto di questo incredibile e immenso abuso. La denuncia fece arrivare anche le telecamere di Rai-Ambiente Italia. Il procuratore aggiunto della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, Carlo Fucci (che tra l'altro villeggia proprio a Baia Domizia) promise che avrebbe fatto aprire un fascicolo su questa «favela» delle vacanze. Detto fatto: il sostituto incaricato dell'indagine inviò una lettera ai due comuni che hanno competenza sul «Pantano» chiedendo una relazione «entro 15 giorni». Anche la politica si mise in moto e chi più, chi meno promise che le case sarebbe state abbattute. Sono trascorsi dodici mesi: non è stato fatto nessun abbattimento e la relazione che doveva essere inviata in due settimane non solo non è stata mai spedita, ma neanche preparata.
SI CONTINUA A COSTRUIRE - E visto che la favela delle vacanze non è stata toccata si continua a costruire. Alcune villette sono in fase di ultimazione e saranno pronte prima delle case dei terremotati dell'Abruzzo. La camorra è capace, infatti, di far tirar su una villetta a due piani in una settimana. Qui non è stata violata solo la Legge Galasso (quella del 1985) che imponeva tutele paesaggistiche, ma anche le disposizioni che riguardano le infrastrutture e la concessione dei servizi. Le fogne non ci sono e i canali di scolo vanno a finire tutti in un budello che poi si getta nel Garigliano e quindi in mare dove si formano grandi macchie nere e lo rendono non balneabile. Altro che bandiere blu. Anche se «Gomorra» è (poco) lontana, a Pantano sono arrivati i casalesi che hanno cominciato il sacco dell'area demaniale con l'alleanza delle cosche locali loro alleate.
UN DEDALO DI STRADE STERRATE - Il Pantano venne prosciugato da Mussolini negli anni Trenta e da allora è un terreno demaniale. I canali di bonifica che vennero realizzati fecero sparire da questa zona la malaria e il drenaggio è stato fatto facendo sfociare questi canali, più o meno ampi nel vicino Garigliano. E proprio in questi canali finiscono gli scarichi fognari delle abitazioni della favela. Cioè un dedalo di viottoli per lo più sterrati che portano dalla statale domiziana fino al mare. E accanto alle costruzioni ci sono depositi di rifiuti, anche questi illegali, dove si vedono resti di impianti igienici, di eternit, di materiale di risulta e anche tanta spazzatura. Anche lo smaltimento dell'immondizia è illegale, e qualcuno si è organizzato e la ritira dalle villette dietro un piccolo compenso; dopodichè va a scaricare il tutto nei cassonetti oppure in discariche abusive create poco più in là. E naturalmente nessuno ha mai pensato di pagare la Tarsu. Così addio a bandiere blu o almeno a un mare minimamente balneabile. Chi ha una casa a Baia Domizia frequenta le piscine dei vari lidi o ne ha una nel condominio. Grazie a questa mostruosità il mare è sempre più lontano. E parliamo di una località «marittima».
Fonte: corrieredelmezzogiorno.it
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