La lista italiana del Liechtenstein è pubblica.
Le 157 posizioni, a cui corrispondono 390 nominativi e un ammontare complessivo di 1,3 miliardi (1.337.250.000) sono stati resi noti ieri.
Sono poi in consegna alle 37 Procure gli atti inviati dalla magistratura romana per competenza territoriale. Il reato ipotizzato è omessa e infedele denuncia dei redditi: ma il rischio-prescrizione è concreto, trattandosi di fatti risalenti a un'epoca che finisce nel 2002 e questi reati decadono in sette anni e mezzo.
Tra le novità dei nomi, spunta una scrittrice: Adriana Cartotti Oddasso, cifra in conto corrente pari a 34 milioni, considerata una studiosa di Santa Caterina da Siena e indicata come professoressa e scrittrice con proprietà immobiliari a Monaco.
Tra i titolari di conti più ricchi la famiglia Bax (20 milioni), Ryan (15 milioni) e gli industriali Pichler (35 milioni). Ci sono anche gli imprenditori Amenduni (15,5 milioni) e un gruppo familiare che fa capo all'ex direttore sportivo della Ferrari Marco Piccinini (60 milioni), la famiglia Groppo (13 milioni), Garbagnati (15 milioni), Alessandra ed Enrico Marcora (20 milioni).
Con importi pari a 200 milioni ci sono i conti che fanno riferimento al gruppo farmaceutico Mian, mentre quelli del gruppo Menarini ammonterebbero a 476 milioni.
In lista anche gli industriali Manini, l'azienda di cancelli automatici Faac spa, che sarebbero titolari di conti per 18 milioni. I titolari del Gruppo Pessina (costruzioni) sono indicati con conti per 32 milioni e il fiscalista Gianpaolo Corabi con 15 milioni.
La cantante Milva (7,5 milioni) è in lista con la figlia Martina Corgnati e la sorella Luciana. Vanno segnalati anche Carlo Mazzi, indicato come medico di Milano, 5 milioni; Eugenio Cremascoli, coinvolto in indagini sulla sanità a Milano, 3 milioni; gli imprenditori Romano Freddi (settore alimentazione), 8 milioni; Enrico Barbieri (pellicceria), 9 milioni e 300 mila euro; Giorgio Rocco (revisore contabile di società, Milano), 3 milioni; Franco Giovanni Niggeler (settore della nautica), 9 milioni.
Confermati anche i nomi già usciti: come Mario D'Urso, con 250mila euro, indicato come «politico con residenza in Gran Bretagna»; Tommaso Addario e la moglie (650mila), la stilista romana Simonetta Colonna (2 milioni) con il figlio fotografo; Pasquale De Vita (1 milione), presidente dell'Unione petrolifera, gli imprenditori Zanussi, il conte Pietro Arvedi D'Emili, Enrico Giuliano (5 milioni e 500 mila) del Partito italiani nel mondo, esponenti delle famiglie Sama e Ferruzzi (5 milioni 250mila); Francesco, Vito e Luca Bonsignore (5 milioni 600mila), Luigi Grillo (650 mila).
In realtà l'aspetto cruciale di tutta la vicenda si gioca nei prossimi giorni, perché c'è il pericolo che tutto finisca in una bolla di sapone e non solo per il rischio di prescrizione. Tra gli inquirenti, infatti, c'è il forte timore che le rogatorie che vanno inviate in Liechtenstein, per acquisire la documentazione in modo ufficiale e non irrituale rimangano lettera morta se i reati ipotizzati saranno quelli di omessa o infedele dichiarazione.
A Vaduz, insomma, solo in presenza di ipotesi di reato ben più gravi potrebbe esserci una risposta positiva alle richieste italiane. In questo senso un ruolo strategico potrebbe essere giocato dalla Procura di Palermo e dalla Direzione nazionale antimafia che, ognuna per conto suo, stanno verificando altre ipotesi, come il riciclaggio e in generale i profili di criminalità organizzata di stampo mafioso. La Dda di Palermo ha acquisito già la settimana prima di Pasqua, con un provvedimento firmato dal procuratore Francesco Messineo, l'elenco dei 400 nomi. L'ipotesi di reato su cui indagano il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato e il sostituto Antonio Ingroia è quella di riciclaggio. La procura siciliana, che ha delegato il Nucleo di polizia tributaria di Palermo della Guardia di finanza, sta seguendo tracce di soldi che sarebbero appartenuti all'ex sindaco Vito Ciancimino e che potrebbero essere confluiti proprio in Liechtenstein.
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Fonte: ilsole24ore.com
28 mar 2008
27 mar 2008
Schiava del circo a 19 anni. Il circo Marino, un tendone sbrindellato e due attrazioni: la vasca con 8 piranha e la teca con serpenti e tarantole
EBOLI (Salerno) — Il giorno di Pasqua avevano mangiato carne per la prima volta. Avanzi del pranzo dei padroni. Poi erano tornati nel cassone del camion, pieno di scarafaggi, la loro casa. Giusi tremante di freddo, la pelle raggrinzita come una vecchia nonostante i suoi 19 anni, Olga con la pancia dolorante, là dove un serpente aveva stretto troppo le sue spire. Il padre aveva spalmato un po' di pomata sulla ferita alla gamba che da giorni continuava a fargli male. Aveva chiesto di poter andare da un medico, ma i padroni avevano detto di no e gli avevano buttato la pomata. Poi erano arrivati i carabinieri.
GUARDA IL VIDEO
Questa è una storia che non vorresti fosse vera, ma che purtroppo lo è, fin nei più osceni dettagli. La storia di una famiglia di schiavi, liberati la sera di Pasqua dalle loro catene non solo metaforiche. Schiavi arrivati dalla Bulgaria ai primi di gennaio, e messi a lavorare in un circo che sembra uscito da un dagherrotipo dell'Ottocento.
Il circo Marino, un tendone sbrindellato, duecento sedie di plastica e due sole attrazioni in cartellone: una vasca d'acqua con otto piranha e una teca piena di serpenti e tarantole. Nell'acqua doveva tuffarsi Giusi, nella teca invece doveva stare Olga, 16 anni. Giusi in Bulgaria era stata operata due volte a un orecchio per un tumore. «Evita di immergerti nell'acqua», le avevano raccomandato i medici. Specialmente nell'acqua fredda. Invece l'acqua della vasca dove i padroni la obbligavano a stare era tenuta poco sopra lo zero, per addormentare i piranha e impedire che la mordessero. Lei ogni volta aveva paura, tremava prima ancora di tuffarsi là dentro. Ma una volta che aveva provato a schizzare fuori durante uno spettacolo, il padrone con una manata l'aveva brutalmente spinta di nuovo sotto. Era successo a Sicignano degli Alburni, uno dei tanti paesini che lo scalcagnato circo aveva in calendario. E uno spettatore era andato a dirlo ai carabinieri: quel gesto brutale raccontava una storia di sopraffazione meglio di mille parole.
I carabinieri avevano cominciato a seguire il girovagare del circo. Militari in borghese, con mogli e figli al seguito, avevano filmato le esibizioni di Giusi e di sua sorella, che sedeva nella teca mentre serpenti e tarantole le scivolavano addosso. Domenica sera, nella piazza di Petina dove il circo Marino aveva alzato le tende, Giusi e Olga avevano tenuto il loro ultimo spettacolo. E prima dell'alba i loro padroni erano chiusi dietro le sbarre di una cella. Accusati di riduzione in schiavitù. Erano rimasti soltanto sorpresi, ma non avevano nemmeno cercato di giustificarsi. Ora rischiano fino a 15 anni di galera.
Il capo è Enrico Ingrassia, 57 anni e una lunga serie di precedenti penali sulle spalle, quasi tutti per furto. Complice e sodale suo figlio William, 33 anni, anche lui con una robusta fedina penale. E infine Gaetano Belfiore, 25 anni, genero di Enrico, l'unico incensurato. Sua moglie, indagata anche lei, è rimasta in libertà solo perché ha un figlio di due anni da accudire. Le due ragazze bulgare e i loro genitori sono stati invece portati in una struttura protetta: rimarranno lì fino al processo. Dovranno raccontare di come erano stati comperati da un'organizzazione potente ed estesa in tutta la Bulgaria, che aveva prima assoldato il padre e Giusi, la figlia più grande. Un lungo viaggio su un minibus attraverso la Grecia, poi l'arrivo in Calabria, a lavorare in un altro circo. Paga buona, trattamento dignitoso. Poi però si erano fatti avanti gli Ingrassia, che avevano chiesto anche la mamma e la figlia più piccola. Padre e madre dovevano lavorare come facchini, domestici, cuochi, le ragazze invece avrebbero dovuto «esibirsi ». C'era da spaccarsi la schiena, anche venti ore al giorno a montare e smontare tendone e attrezzature. Per una paga teorica di 480 euro al mese, che alla fine erano diventati solo 100: «Il resto lo dovete versare all'organizzazione che vi ha ingaggiato », avevano spiegato gli Ingrassia. Nessuna possibilità di fuggire, e nemmeno di lamentarsi: una volta che la madre ci aveva provato, aveva rimediato solo botte. Due mesi vissuti così: fame, freddo, paura e il cassone di un camion come casa.
Fonte: corriere.it
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Questa è una storia che non vorresti fosse vera, ma che purtroppo lo è, fin nei più osceni dettagli. La storia di una famiglia di schiavi, liberati la sera di Pasqua dalle loro catene non solo metaforiche. Schiavi arrivati dalla Bulgaria ai primi di gennaio, e messi a lavorare in un circo che sembra uscito da un dagherrotipo dell'Ottocento.
Il circo Marino, un tendone sbrindellato, duecento sedie di plastica e due sole attrazioni in cartellone: una vasca d'acqua con otto piranha e una teca piena di serpenti e tarantole. Nell'acqua doveva tuffarsi Giusi, nella teca invece doveva stare Olga, 16 anni. Giusi in Bulgaria era stata operata due volte a un orecchio per un tumore. «Evita di immergerti nell'acqua», le avevano raccomandato i medici. Specialmente nell'acqua fredda. Invece l'acqua della vasca dove i padroni la obbligavano a stare era tenuta poco sopra lo zero, per addormentare i piranha e impedire che la mordessero. Lei ogni volta aveva paura, tremava prima ancora di tuffarsi là dentro. Ma una volta che aveva provato a schizzare fuori durante uno spettacolo, il padrone con una manata l'aveva brutalmente spinta di nuovo sotto. Era successo a Sicignano degli Alburni, uno dei tanti paesini che lo scalcagnato circo aveva in calendario. E uno spettatore era andato a dirlo ai carabinieri: quel gesto brutale raccontava una storia di sopraffazione meglio di mille parole.
I carabinieri avevano cominciato a seguire il girovagare del circo. Militari in borghese, con mogli e figli al seguito, avevano filmato le esibizioni di Giusi e di sua sorella, che sedeva nella teca mentre serpenti e tarantole le scivolavano addosso. Domenica sera, nella piazza di Petina dove il circo Marino aveva alzato le tende, Giusi e Olga avevano tenuto il loro ultimo spettacolo. E prima dell'alba i loro padroni erano chiusi dietro le sbarre di una cella. Accusati di riduzione in schiavitù. Erano rimasti soltanto sorpresi, ma non avevano nemmeno cercato di giustificarsi. Ora rischiano fino a 15 anni di galera.
Il capo è Enrico Ingrassia, 57 anni e una lunga serie di precedenti penali sulle spalle, quasi tutti per furto. Complice e sodale suo figlio William, 33 anni, anche lui con una robusta fedina penale. E infine Gaetano Belfiore, 25 anni, genero di Enrico, l'unico incensurato. Sua moglie, indagata anche lei, è rimasta in libertà solo perché ha un figlio di due anni da accudire. Le due ragazze bulgare e i loro genitori sono stati invece portati in una struttura protetta: rimarranno lì fino al processo. Dovranno raccontare di come erano stati comperati da un'organizzazione potente ed estesa in tutta la Bulgaria, che aveva prima assoldato il padre e Giusi, la figlia più grande. Un lungo viaggio su un minibus attraverso la Grecia, poi l'arrivo in Calabria, a lavorare in un altro circo. Paga buona, trattamento dignitoso. Poi però si erano fatti avanti gli Ingrassia, che avevano chiesto anche la mamma e la figlia più piccola. Padre e madre dovevano lavorare come facchini, domestici, cuochi, le ragazze invece avrebbero dovuto «esibirsi ». C'era da spaccarsi la schiena, anche venti ore al giorno a montare e smontare tendone e attrezzature. Per una paga teorica di 480 euro al mese, che alla fine erano diventati solo 100: «Il resto lo dovete versare all'organizzazione che vi ha ingaggiato », avevano spiegato gli Ingrassia. Nessuna possibilità di fuggire, e nemmeno di lamentarsi: una volta che la madre ci aveva provato, aveva rimediato solo botte. Due mesi vissuti così: fame, freddo, paura e il cassone di un camion come casa.
Fonte: corriere.it
26 mar 2008
Il figlio del boss veste i panni del picciotto, nella fiction antiracket su Silvana Fucito
Vincenzo Pirozzi, figlio di Giulio, braccio destro di Misso ha recitato nella serie «Il coraggio di Angela». Da anni è attore e videomaker
NAPOLI - Il figlio di un boss del quartiere Sanità interpreta la parte del guardaspalle di un camorrista nella fiction antiracket. È quanto segnala il blog «L'arca del minollo» che spulciando tra i credits della serie «Il coraggio di Angela» andata in onda su Raiuno e ispirata alla vicenda di Silvana Fucito. Sul blog si mette in evidenza che l'attore - che nel film veste i panni di Antonio, uno dei due «picciotti» del boss Ciro Marra (Gaetano Amato) - è Vincenzo Pirozzi. Il giovane, trentenne, è nato e vive nel quartiere Sanità di Napoli. Nessun problema, se non fosse che Vincenzo «è figlio di Giulio Pirozzi, braccio destro di Giuseppe Misso e reggente del clan durante la sua detenzione».
SDOGANATO
In verità, Vincenzo Pirozzi, videomaker, attivo da anni nel campo dello spettacolo è stato «sdoganato» da molto tempo. Lo stesso «minollo» ci tiene a precisare che l'attore 30enne «ha scelto dai tempi del diploma la recitazione e anche la regia, visto che ha curato due cortometraggi». Il primo intitolato «Spara»; un altro lavoro è «Anna '82» (guarda). È dal '95, inoltre, che partecipa a spettacoli in teatri minori e qualche apparizione a "Un posto al sole". «Non si discutono le doti artistiche di Vincenzo Pirozzi, non è quello che ci interessa. Ma - si chiede l'autore del blog - quanto è opportuno, in una fiction dedicata a un’eroina dell’anticamorra, peraltro finanziata dalla Regione Campania, far interpretare quel ruolo al figlio di un noto capoclan? Quale messaggio avrà trasmesso lo sceneggiato tv
L'ATTORE: «STUFO DI POLEMICHE»
Vincenzo, contattato da Corrieredelmezzogiorno.it, risponde per le rime: «Sono stufo di queste polemiche. Pura astrazione. È da quando avevo 12 anni, ora ne ho trenta, che ho fatto una scelta precisa: il teatro, il cinema, la recitazione. Tra le prime esperienze anche il film di Capuano "Pianese Nunzio". Il regista - ricorda - non conosceva affatto la mia storia. Mi ha scelto per le capacità attoriali. Punto. Ho vinto un premio a Saint Vincent con il cortometraggio "Spara" ma ho preferito non farne pubblicità per evitare polemiche, pensa un po'».
FUCITO: SE IN BUONA FEDE CHE MALE C'È?
«Mi spiace, non conosco questa vicenda - dice Silvana Fucito, l'imprenditrice antiracket alla cui storia è ispirata la fiction Rai -. Posso però affermare in linea di massima che se c'è buona fede nel ragazzo scelto per la fiction e nel regista che l'ha voluto sul set non vedo dove possa sorgere il problema. Del resto, sarebbe ingiusto - continua - emarginare i figli per le colpe dei padri, fermo restando che l'allontanamento dal mondo dei boss e della malavita dev'essere palese e acclarato, testimoniato da un nuovo stile di vita».
IL PRODUTTORE RINALDO
Interviene direttamente sul blog del minollo anche il produttore Rosario Rinaldo: «Vincenzo - dice - da anni svolge attività di attore e filmaker con intelligenza e sensibilità. Non vedo cosa possa esserci di male nell'incentivarlo a proseguire su questa strada»
Fonte: corrieredelmezzogiorno.it
NAPOLI - Il figlio di un boss del quartiere Sanità interpreta la parte del guardaspalle di un camorrista nella fiction antiracket. È quanto segnala il blog «L'arca del minollo» che spulciando tra i credits della serie «Il coraggio di Angela» andata in onda su Raiuno e ispirata alla vicenda di Silvana Fucito. Sul blog si mette in evidenza che l'attore - che nel film veste i panni di Antonio, uno dei due «picciotti» del boss Ciro Marra (Gaetano Amato) - è Vincenzo Pirozzi. Il giovane, trentenne, è nato e vive nel quartiere Sanità di Napoli. Nessun problema, se non fosse che Vincenzo «è figlio di Giulio Pirozzi, braccio destro di Giuseppe Misso e reggente del clan durante la sua detenzione».
SDOGANATO
In verità, Vincenzo Pirozzi, videomaker, attivo da anni nel campo dello spettacolo è stato «sdoganato» da molto tempo. Lo stesso «minollo» ci tiene a precisare che l'attore 30enne «ha scelto dai tempi del diploma la recitazione e anche la regia, visto che ha curato due cortometraggi». Il primo intitolato «Spara»; un altro lavoro è «Anna '82» (guarda). È dal '95, inoltre, che partecipa a spettacoli in teatri minori e qualche apparizione a "Un posto al sole". «Non si discutono le doti artistiche di Vincenzo Pirozzi, non è quello che ci interessa. Ma - si chiede l'autore del blog - quanto è opportuno, in una fiction dedicata a un’eroina dell’anticamorra, peraltro finanziata dalla Regione Campania, far interpretare quel ruolo al figlio di un noto capoclan? Quale messaggio avrà trasmesso lo sceneggiato tv
L'ATTORE: «STUFO DI POLEMICHE»
Vincenzo, contattato da Corrieredelmezzogiorno.it, risponde per le rime: «Sono stufo di queste polemiche. Pura astrazione. È da quando avevo 12 anni, ora ne ho trenta, che ho fatto una scelta precisa: il teatro, il cinema, la recitazione. Tra le prime esperienze anche il film di Capuano "Pianese Nunzio". Il regista - ricorda - non conosceva affatto la mia storia. Mi ha scelto per le capacità attoriali. Punto. Ho vinto un premio a Saint Vincent con il cortometraggio "Spara" ma ho preferito non farne pubblicità per evitare polemiche, pensa un po'».
FUCITO: SE IN BUONA FEDE CHE MALE C'È?
«Mi spiace, non conosco questa vicenda - dice Silvana Fucito, l'imprenditrice antiracket alla cui storia è ispirata la fiction Rai -. Posso però affermare in linea di massima che se c'è buona fede nel ragazzo scelto per la fiction e nel regista che l'ha voluto sul set non vedo dove possa sorgere il problema. Del resto, sarebbe ingiusto - continua - emarginare i figli per le colpe dei padri, fermo restando che l'allontanamento dal mondo dei boss e della malavita dev'essere palese e acclarato, testimoniato da un nuovo stile di vita».
IL PRODUTTORE RINALDO
Interviene direttamente sul blog del minollo anche il produttore Rosario Rinaldo: «Vincenzo - dice - da anni svolge attività di attore e filmaker con intelligenza e sensibilità. Non vedo cosa possa esserci di male nell'incentivarlo a proseguire su questa strada»
Fonte: corrieredelmezzogiorno.it
14 mar 2008
«Gomorra influisce sui giudici». E i casalesi chiedono lo spostamento del processo
In una lettera i boss Francesco Bidognetti e Antonio Iovine intimidiscono i pm antimafia, una giornalista del Mattino e Saviano
NAPOLI - I boss del clan casalesi puntano il dito contro una giornalista del Mattino, il pm antimafia Raffaele Cantone e «contestano» alcuni passaggi del bestseller Gomorra di Roberto Saviano definendolo «prezzolato pseudogiornalista». Prima sezione della corte d'assise d'appello a Napoli: l'avvocato che difende i boss legge nell'aula bunker una lunghissima lettera, 60 pagine, in cui Francesco Bidognetti e Antonio Iovine (latitante da 12 anni) chiedono di spostare il processo a loro carico - il superprocesso Spartacus - in altro distretto giudiziario, per «legittima suspicione» ossia per «carenza di libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo».
«GIUDICI NON SERENI» - Il sospetto cioè, a sentire le parole degli imputati affidate alla missiva, che nei loro confronti vi sia un'azione premeditata di condizionamento dei giudici. Una «trama» - è l'ipotesi inclusa nella lettera e riportata oggi dal Mattino - che sarebbe stata architettata dal pm Raffaele Cantone e dalla Dda di Franco Roberti nella gestione dei pentiti, dalla giornalista Rosaria Capacchione (che coraggiosamente si occupa di cronaca giudiziaria in provincia di Caserta) la quale avrebbe scritto «alcuni articoli di cronaca - è il testuale - che non hanno alcuna spiegazione se non quella di creare un condizionamento nella libertà di determinazione nei giudici del processo».
SU SAVIANO - In un lungo passaggio della lettera, i boss - già condannati in primo grado all'ergastolo per delitti di camorra - tirano in ballo l'autore di Gomorra: «L'intervento di Roberto Saviano sul silenzio legato alla sentenza Spartacus (nelle pagine di Gomorra, ndr) non può non turbare gli animi dei giudici definiti dal prezzolato pseudogiornalista come degli inetti, incapaci, insensibili alla sete di giustizia della collettività».
Prosegue: «È solo un invito rivolto al signor Saviano e ad altri come lui a fare bene il proprio lavoro e non a essere la penna di chi è mosso da fini ben diversi rispetto a quello di eliminare la criminalità organizzata». Ora il processo andrà in Cassazione. La Suprema corte stabilirà se ci sono i presupposti per spostare il processo.
BALESTRINI E «SANDOKAN» - Un processo «influenzato» da un romanzo. Non è la prima volta che un libro suscita la profonda irritazione del clan dei Casalesi. Anche all'uscita del libro «Sandokan» (soprannome del superboss Francesco Schiavone) di Nanni Balestrini, lo scrittore fu minacciato e gli avvocati presentarono istanza di «legittima suspicione» e spostamento del processo Spartacus in primo grado proprio a causa del contentuto dello scritto.
Fonte: corriere.it
NAPOLI - I boss del clan casalesi puntano il dito contro una giornalista del Mattino, il pm antimafia Raffaele Cantone e «contestano» alcuni passaggi del bestseller Gomorra di Roberto Saviano definendolo «prezzolato pseudogiornalista». Prima sezione della corte d'assise d'appello a Napoli: l'avvocato che difende i boss legge nell'aula bunker una lunghissima lettera, 60 pagine, in cui Francesco Bidognetti e Antonio Iovine (latitante da 12 anni) chiedono di spostare il processo a loro carico - il superprocesso Spartacus - in altro distretto giudiziario, per «legittima suspicione» ossia per «carenza di libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo».
«GIUDICI NON SERENI» - Il sospetto cioè, a sentire le parole degli imputati affidate alla missiva, che nei loro confronti vi sia un'azione premeditata di condizionamento dei giudici. Una «trama» - è l'ipotesi inclusa nella lettera e riportata oggi dal Mattino - che sarebbe stata architettata dal pm Raffaele Cantone e dalla Dda di Franco Roberti nella gestione dei pentiti, dalla giornalista Rosaria Capacchione (che coraggiosamente si occupa di cronaca giudiziaria in provincia di Caserta) la quale avrebbe scritto «alcuni articoli di cronaca - è il testuale - che non hanno alcuna spiegazione se non quella di creare un condizionamento nella libertà di determinazione nei giudici del processo».
SU SAVIANO - In un lungo passaggio della lettera, i boss - già condannati in primo grado all'ergastolo per delitti di camorra - tirano in ballo l'autore di Gomorra: «L'intervento di Roberto Saviano sul silenzio legato alla sentenza Spartacus (nelle pagine di Gomorra, ndr) non può non turbare gli animi dei giudici definiti dal prezzolato pseudogiornalista come degli inetti, incapaci, insensibili alla sete di giustizia della collettività».
Prosegue: «È solo un invito rivolto al signor Saviano e ad altri come lui a fare bene il proprio lavoro e non a essere la penna di chi è mosso da fini ben diversi rispetto a quello di eliminare la criminalità organizzata». Ora il processo andrà in Cassazione. La Suprema corte stabilirà se ci sono i presupposti per spostare il processo.
BALESTRINI E «SANDOKAN» - Un processo «influenzato» da un romanzo. Non è la prima volta che un libro suscita la profonda irritazione del clan dei Casalesi. Anche all'uscita del libro «Sandokan» (soprannome del superboss Francesco Schiavone) di Nanni Balestrini, lo scrittore fu minacciato e gli avvocati presentarono istanza di «legittima suspicione» e spostamento del processo Spartacus in primo grado proprio a causa del contentuto dello scritto.
Fonte: corriere.it
11 mar 2008
Scuola, rubati 13 milioni di euro. E' caccia alla talpa del ministero
Durante una verifica i funzionari hanno rilevato l'ammanco. I soldi su un conto Banco Posta Impresa
ROMA - C'è un buco di oltre tredici milioni di euro nelle casse del ministero della Pubblica Istruzione. Soldi depositati su un conto corrente on line aperto presso le Poste Italiane e svuotato da un gruppo criminale che avrebbe anche legami con la 'ndrangheta. Alcuni personaggi sospettati di aver partecipato al clamoroso furto sono infatti indagati dalla procura di Reggio Calabria per riciclaggio di denaro per conto delle cosche. La somma è stata rintracciata dagli investigatori della polizia postale in una banca del Cairo, la National Bank of Egypt. La magistratura sta adesso cercando di recuperarla e di scoprire chi sia la talpa che ha soffiato alla banda le indicazioni giuste. Ma anche di accertare se altri fondi siano stati occultati con lo stesso meccanismo. Importi inferiori che potrebbero essere sfuggiti ai controlli.
La denuncia del ministro Giuseppe Fioroni viene presentata il 16 gennaio scorso. Durante una delle verifiche periodiche, i funzionari si accorgono dell'ammanco di 13 milioni e centomila euro stanziati dall'Economia per i cosiddetti «bonus alle famiglie». I soldi erano stati accantonati su un conto Banco Posta Impresa. I primi accertamenti consentono di scoprire che sono stati spostati su un altro conto, intestato a una società di Bologna. Ma le ulteriori verifiche dimostrano che l'indirizzo corrisponde a un bar del centro della città: la società non esiste, i documenti utilizzati per aprire il deposito bancario sono falsi. La traccia è comunque buona perché rivela un ulteriore passaggio che porta ad un'altra azienda, la Egyptians for Investment and Tourism del Cairo e quindi al conto aperto presso la National Bank. Agli inizi di febbraio alcuni funzionari della Postale e dell'Interpol partono per l'Egitto, prendono contatti con la polizia locale e con i responsabili del-l'Istituto di Credito. Il conto viene messo «sotto osservazione». Proprio in quei giorni viene effettuato un prelevamento di 50.000 euro. A questo punto viene congelato. Il governo italiano ottiene la garanzia che nessuno potrà effettuare altre operazioni, ma la somma rimane bloccata. Per ottenerne la restituzione è infatti necessaria una rogatoria internazionale: l'Italia deve dimostrare che quei soldi sono stati rubati. A questo punto il ministero chiede alle Poste di mettere a disposizione i 13 milioni di euro e contesta le procedure di sicurezza.
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All'indagine penale si affianca così un accertamento della Corte dei Conti che dovrà verificare l'entità del danno subito dall'Istruzione e stabilire gli eventuali addebiti a carico di Poste Italiane. L'ufficio stampa assicura che «c'è la disponibilità a consegnare i soldi, in attesa che si sblocchi la procedura internazionale», ma al momento nessuna erogazione è stata effettuata. Intanto le indagini si concentrano su esecutori e mandanti del furto. Perché una nuova pista porta direttamente in Calabria e apre scenari nuovi per individuare chi possa aver rubato i soldi. Indagando su alcuni «colletti bianchi» che reinvestono i capitali delle famiglie di 'ndrangheta, i carabinieri captano una conversazione che potrebbe rappresentare la svolta per l'inchiesta. Un uomo che parla dal Cairo contatta un'amico che sta a Reggio e afferma: «Sono trattenuto, hanno scoperto la storia delle banche. Se ne sta occupando l'Interpol». Non immagina che quel telefono è sotto controllo e fornisce ulteriori dettagli e questo consente agli investigatori di comprendere che si riferisce a denaro sottratto al ministero dell'Istruzione. Potrebbe dunque essere proprio lui la persona che ha prelevato i 50.000 euro. Ulteriori verifiche sono appena cominciate per scoprire che tipo di legami abbia con il ministero o con le Poste. I soldi erano infatti depositati su un conto dedicato alle imprese e gli investigatori sono certi che le informazioni siano arrivate da una fonte interna. «Non c'è stata alcuna truffa telematica — assicura Poste Italiane — perché il trasferimento dei fondi è stato effettuato da qualcuno che ha presentato una falsa documentazione per dimostrare di essere autorizzato ad operare su quel conto corrente ». In realtà gli investigatori hanno accertato che il trasferimento dei soldi è avvenuto alterando le procedure informatiche e questo ha consentito di spostare i soldi da un conto all'altro attraverso la rete web fino al deposito finale nella banca egiziana.
Fonte: corriere.it
ROMA - C'è un buco di oltre tredici milioni di euro nelle casse del ministero della Pubblica Istruzione. Soldi depositati su un conto corrente on line aperto presso le Poste Italiane e svuotato da un gruppo criminale che avrebbe anche legami con la 'ndrangheta. Alcuni personaggi sospettati di aver partecipato al clamoroso furto sono infatti indagati dalla procura di Reggio Calabria per riciclaggio di denaro per conto delle cosche. La somma è stata rintracciata dagli investigatori della polizia postale in una banca del Cairo, la National Bank of Egypt. La magistratura sta adesso cercando di recuperarla e di scoprire chi sia la talpa che ha soffiato alla banda le indicazioni giuste. Ma anche di accertare se altri fondi siano stati occultati con lo stesso meccanismo. Importi inferiori che potrebbero essere sfuggiti ai controlli.
La denuncia del ministro Giuseppe Fioroni viene presentata il 16 gennaio scorso. Durante una delle verifiche periodiche, i funzionari si accorgono dell'ammanco di 13 milioni e centomila euro stanziati dall'Economia per i cosiddetti «bonus alle famiglie». I soldi erano stati accantonati su un conto Banco Posta Impresa. I primi accertamenti consentono di scoprire che sono stati spostati su un altro conto, intestato a una società di Bologna. Ma le ulteriori verifiche dimostrano che l'indirizzo corrisponde a un bar del centro della città: la società non esiste, i documenti utilizzati per aprire il deposito bancario sono falsi. La traccia è comunque buona perché rivela un ulteriore passaggio che porta ad un'altra azienda, la Egyptians for Investment and Tourism del Cairo e quindi al conto aperto presso la National Bank. Agli inizi di febbraio alcuni funzionari della Postale e dell'Interpol partono per l'Egitto, prendono contatti con la polizia locale e con i responsabili del-l'Istituto di Credito. Il conto viene messo «sotto osservazione». Proprio in quei giorni viene effettuato un prelevamento di 50.000 euro. A questo punto viene congelato. Il governo italiano ottiene la garanzia che nessuno potrà effettuare altre operazioni, ma la somma rimane bloccata. Per ottenerne la restituzione è infatti necessaria una rogatoria internazionale: l'Italia deve dimostrare che quei soldi sono stati rubati. A questo punto il ministero chiede alle Poste di mettere a disposizione i 13 milioni di euro e contesta le procedure di sicurezza.
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All'indagine penale si affianca così un accertamento della Corte dei Conti che dovrà verificare l'entità del danno subito dall'Istruzione e stabilire gli eventuali addebiti a carico di Poste Italiane. L'ufficio stampa assicura che «c'è la disponibilità a consegnare i soldi, in attesa che si sblocchi la procedura internazionale», ma al momento nessuna erogazione è stata effettuata. Intanto le indagini si concentrano su esecutori e mandanti del furto. Perché una nuova pista porta direttamente in Calabria e apre scenari nuovi per individuare chi possa aver rubato i soldi. Indagando su alcuni «colletti bianchi» che reinvestono i capitali delle famiglie di 'ndrangheta, i carabinieri captano una conversazione che potrebbe rappresentare la svolta per l'inchiesta. Un uomo che parla dal Cairo contatta un'amico che sta a Reggio e afferma: «Sono trattenuto, hanno scoperto la storia delle banche. Se ne sta occupando l'Interpol». Non immagina che quel telefono è sotto controllo e fornisce ulteriori dettagli e questo consente agli investigatori di comprendere che si riferisce a denaro sottratto al ministero dell'Istruzione. Potrebbe dunque essere proprio lui la persona che ha prelevato i 50.000 euro. Ulteriori verifiche sono appena cominciate per scoprire che tipo di legami abbia con il ministero o con le Poste. I soldi erano infatti depositati su un conto dedicato alle imprese e gli investigatori sono certi che le informazioni siano arrivate da una fonte interna. «Non c'è stata alcuna truffa telematica — assicura Poste Italiane — perché il trasferimento dei fondi è stato effettuato da qualcuno che ha presentato una falsa documentazione per dimostrare di essere autorizzato ad operare su quel conto corrente ». In realtà gli investigatori hanno accertato che il trasferimento dei soldi è avvenuto alterando le procedure informatiche e questo ha consentito di spostare i soldi da un conto all'altro attraverso la rete web fino al deposito finale nella banca egiziana.
Fonte: corriere.it
5 mar 2008
In Calabria un Comune globale dallo squallore totale
In Calabria un "Comune globale" da un milione e 100mila euro
Botricello, dunque, 4742 abitanti in provincia di Catanzaro, vuole diventare "Comune globale". Cosa vuol dire comune globale? Leggiamo il bando di gara, capiremo certamente. I botricellesi vogliono che il loro paese diventi una "iCity: una città virtuale per costruire identità attraverso la realizzazione, mediante l'utilizzo della rete, di ambienti di apprendimento e costruzione collaborativi, di una città digitale con spazi dedicati alla riflessione sul sé, sia lungo una dimensione temporale (il presente e il futuro) sia lungo la dimensione sociale del confronto con l'altro". Per "riflettere sul sé", servono un milione e centomila euro.
Era già vasta la casistica dei progetti dal tratto originale scaturiti dalla generosità dei fondi europei. Ma mai si era vista, nel quadro del sostegno comunitario allo sviluppo economico, una proiezione così filosofica dei soldi di Bruxelles. Invece il municipio calabrese ha deciso di affrontare anche la profondità dell'Io. Nel bando, che ha per oggetto forniture e servizi per fare di Botricello un "comune globale", si indica uno degli obiettivi essenziali dell'appalto: "sviluppare, identità digitali nella scuola: 'Chi sono', 'Chi sarò', 'Noi siamo' 'Come mi vedono gli altri/come vedo gli altri'".
Se l'impossibile è certo, il fantastico è alla portata di mouse. Un clic sarebbe dovuto servire a collegare le istituzioni ai cittadini, le imprese ai burocrati, i turisti agli alberghi. In cinque anni, e diversi milioni di euro stanziati, il clic nel sud Italia illumina, per adesso, solo diversi filoni di indagini giudiziarie. Portare internet nella pubblica amministrazione è stata una fatica di Sisifo: computer spesso imballati, portali nati già morti, reti civiche in disuso, home-page dimenticate.
Il disastro, dovuto alla assoluta inesistenza di qualunque interesse da parte della classe politica verso il mondo e la complessità della rete, è stato acuito dall'obbligo di spendere comunque. La tagliola della revoca infatti propone una soluzione ritenuta logica: dobbiamo spendere in fretta? E noi spendiamo. Il progetto, l'idea, non necessita più di alcuna coerenza o convenienza. Non c'è obbligo alla ragione, né di dare senso alle cose (riflettere su di sé?). Nulla è dovuto alla prudenza. Bisogna spendere. Ecco dunque spuntare Botricello e la sua idea. A prescindere, diceva Totò.
La riffa dell'innovazione l'ha così vinta Botricello. Sarà un comune "globale". Lui solo. E perché? E' più virtuoso dei vicini di casa? Sembrerebbe di no a confrontarlo con gli altri centri della sua stessa classe nella sua stessa regione. Dei 79 comuni calabresi della classe demografica che va dai 4mila ai 10mila abitanti, il premiato raggiunge il 61° posto per percentuale dei laureati, tra le più basse dell'universo di riferimento. E' al 53° posto per reddito pro capite e l'età media è piuttosto avanzata. Anche l'efficienza amministrativa del nostro "comune globale" potrebbe essere oggetto di molti commenti: il paese, che si affaccia sul mare, è pieno di seconde case ma l'autonomia finanziaria (la quota di entrate che il Comune si procura da sé) non supera il 20° posto della classifica. Aggiungere che ha gravi problemi di depurazione delle acque, precisare che c'è anche chi abita case senza fogne, dà il quadro delle ragioni che hanno spinto la regione a dare precedenza a questo progetto.
Al posto del depuratore un bel computer. Si spenderanno 23mila euro pro-capite contro i 6,5 euro (cifra già giudicata sproporzionata) della media nazionale.
Botricello avrà un mare un po' zozzo, liquami al sole, strade piene di buche, palazzi cadenti forse. Conti in disordine. E può darsi. Ma gli scolari rifletteranno "sul sé", la biblioteca sarà digitale, chi vorrà leggerà da casa, dal bar, dalla spiaggia si connetterà e, clic!, sfoglierà l'e-book. Gli amministratori si vedranno, è un ulteriore risultato del progetto in costruzione, sollecitati a cooperare tra di loro, a incontrarsi di più e a parlarsi, anche in videoconferenza. E in pizzeria il tavolo finalmente prenotato con un altro clic. Sì, Botricello sarà collegato al mondo, e il resto del mondo collegato a questo paese attraverso "totem informatici, ubicati in alcuni posti strategici (stazioni, aeroporti)".
E quando finalmente saremo lì, avremo "chioschi informativi per accedere ai diversi servizi della pubblica amministrazione", e potremo godere finalmente di una "segnaletica digitale: schermi a touch screen da parete o pavimento in grado di offrire al tempo stesso visualizzazione e interattività ai servizi e alle informazioni".
Contabilizzata la spesa, valorizzata l'impresa: "La realizzazione del progetto rappresenterebbe una boccata d'ossigeno alla preoccupante situazione occupazionale della comunità". Tra le nuove figure che scenderanno in campo, "tecnici chiamati ad operare in caso di guasti o temporanei disservizi, garantendo un tempestivo intervento". Tutto si tiene, il progetto è fantastico.
Fonte: repubblica.it
Botricello, dunque, 4742 abitanti in provincia di Catanzaro, vuole diventare "Comune globale". Cosa vuol dire comune globale? Leggiamo il bando di gara, capiremo certamente. I botricellesi vogliono che il loro paese diventi una "iCity: una città virtuale per costruire identità attraverso la realizzazione, mediante l'utilizzo della rete, di ambienti di apprendimento e costruzione collaborativi, di una città digitale con spazi dedicati alla riflessione sul sé, sia lungo una dimensione temporale (il presente e il futuro) sia lungo la dimensione sociale del confronto con l'altro". Per "riflettere sul sé", servono un milione e centomila euro.
Era già vasta la casistica dei progetti dal tratto originale scaturiti dalla generosità dei fondi europei. Ma mai si era vista, nel quadro del sostegno comunitario allo sviluppo economico, una proiezione così filosofica dei soldi di Bruxelles. Invece il municipio calabrese ha deciso di affrontare anche la profondità dell'Io. Nel bando, che ha per oggetto forniture e servizi per fare di Botricello un "comune globale", si indica uno degli obiettivi essenziali dell'appalto: "sviluppare, identità digitali nella scuola: 'Chi sono', 'Chi sarò', 'Noi siamo' 'Come mi vedono gli altri/come vedo gli altri'".
Se l'impossibile è certo, il fantastico è alla portata di mouse. Un clic sarebbe dovuto servire a collegare le istituzioni ai cittadini, le imprese ai burocrati, i turisti agli alberghi. In cinque anni, e diversi milioni di euro stanziati, il clic nel sud Italia illumina, per adesso, solo diversi filoni di indagini giudiziarie. Portare internet nella pubblica amministrazione è stata una fatica di Sisifo: computer spesso imballati, portali nati già morti, reti civiche in disuso, home-page dimenticate.
Il disastro, dovuto alla assoluta inesistenza di qualunque interesse da parte della classe politica verso il mondo e la complessità della rete, è stato acuito dall'obbligo di spendere comunque. La tagliola della revoca infatti propone una soluzione ritenuta logica: dobbiamo spendere in fretta? E noi spendiamo. Il progetto, l'idea, non necessita più di alcuna coerenza o convenienza. Non c'è obbligo alla ragione, né di dare senso alle cose (riflettere su di sé?). Nulla è dovuto alla prudenza. Bisogna spendere. Ecco dunque spuntare Botricello e la sua idea. A prescindere, diceva Totò.
La riffa dell'innovazione l'ha così vinta Botricello. Sarà un comune "globale". Lui solo. E perché? E' più virtuoso dei vicini di casa? Sembrerebbe di no a confrontarlo con gli altri centri della sua stessa classe nella sua stessa regione. Dei 79 comuni calabresi della classe demografica che va dai 4mila ai 10mila abitanti, il premiato raggiunge il 61° posto per percentuale dei laureati, tra le più basse dell'universo di riferimento. E' al 53° posto per reddito pro capite e l'età media è piuttosto avanzata. Anche l'efficienza amministrativa del nostro "comune globale" potrebbe essere oggetto di molti commenti: il paese, che si affaccia sul mare, è pieno di seconde case ma l'autonomia finanziaria (la quota di entrate che il Comune si procura da sé) non supera il 20° posto della classifica. Aggiungere che ha gravi problemi di depurazione delle acque, precisare che c'è anche chi abita case senza fogne, dà il quadro delle ragioni che hanno spinto la regione a dare precedenza a questo progetto.
Al posto del depuratore un bel computer. Si spenderanno 23mila euro pro-capite contro i 6,5 euro (cifra già giudicata sproporzionata) della media nazionale.
Botricello avrà un mare un po' zozzo, liquami al sole, strade piene di buche, palazzi cadenti forse. Conti in disordine. E può darsi. Ma gli scolari rifletteranno "sul sé", la biblioteca sarà digitale, chi vorrà leggerà da casa, dal bar, dalla spiaggia si connetterà e, clic!, sfoglierà l'e-book. Gli amministratori si vedranno, è un ulteriore risultato del progetto in costruzione, sollecitati a cooperare tra di loro, a incontrarsi di più e a parlarsi, anche in videoconferenza. E in pizzeria il tavolo finalmente prenotato con un altro clic. Sì, Botricello sarà collegato al mondo, e il resto del mondo collegato a questo paese attraverso "totem informatici, ubicati in alcuni posti strategici (stazioni, aeroporti)".
E quando finalmente saremo lì, avremo "chioschi informativi per accedere ai diversi servizi della pubblica amministrazione", e potremo godere finalmente di una "segnaletica digitale: schermi a touch screen da parete o pavimento in grado di offrire al tempo stesso visualizzazione e interattività ai servizi e alle informazioni".
Contabilizzata la spesa, valorizzata l'impresa: "La realizzazione del progetto rappresenterebbe una boccata d'ossigeno alla preoccupante situazione occupazionale della comunità". Tra le nuove figure che scenderanno in campo, "tecnici chiamati ad operare in caso di guasti o temporanei disservizi, garantendo un tempestivo intervento". Tutto si tiene, il progetto è fantastico.
Fonte: repubblica.it
4 mar 2008
La lega Lombardo
Assunzioni. Consulenze. Clientele. Dalla sanità agli enti pubblici. Così il leader dell'Movimento per le autonomie (Mpa) ha costruito il suo sistema di potere. Che piace a Silvio Berlusconi. Per vincere la sfida in Sicilia
La lettera della Tor di Valle Costruzioni porta la data del 21 gennaio e accusa la Provincia di non essere riuscita in cinque anni a espropriare i terreni dove dovrebbe sorgere la nuova caserma dei vigili del fuoco di Catania. Eppure solo una settimana prima decine di persone avevano assistito alla posa della prima pietra: una inaugurazione virtuale che, una volta smascherata, sarebbe diventata un de profundis per qualunque amministratore pubblico. Non per lui. Non per don Raffaele Lombardo da Grammichele, provincia di Catania, psichiatra e europarlamentare, presidente della provincia e leader del Movimento politico autonomista, ex carcerato (poi assolto) ed ex democristiano.
Una ricerca del 'Sole 24 Ore' racconta che nel 2007 gli elettori hanno collocato Lombardo al secondo posto tra i presidenti di provincia più graditi d'Italia. I sondaggi pronosticano che sarà lui, e non la democratica Anna Finocchiaro, a succedere a Totò Cuffaro sulla poltrona di governatore della Sicilia. Mentre Silvio Berlusconi, sebbene non ne ami né i baffi né il riporto di capelli, conta su Lombardo (125 mila preferenze alle europee e 13 per cento alle regionali) per ottenere nell'isola quel premio di maggioranza al Senato che a Roma gli permetterà di governare. E allora cosa volete che importi a Lombardo di quella lettera, inviata in copia anche alla Corte dei conti. Certo, dentro si legge che presto l'impresa potrebbe chiedere un risarcimento danni a causa "dell'incapacità dell'ente appaltante (la Provincia di Catania) a sbloccare la situazione"; che "la Provincia ha omesso di effettuare un atto necessario, ovvero l'esproprio dell'area". Ma Lombardo, intanto, è tranquillo. Ventiquattr'ore prima della cerimonia, aveva fatto sapere di non poter partecipare. E così per una volta la sua foto sui giornali non c'era finita.
In trent'anni di attività l'ex delfino del ministro dc Calogero Mannino ha del resto imparato che in politica il punto non è essere. È apparire. E anche se nell'incontro che ha sancito l'alleanza con Berlusconi, Lombardo ha snocciolato una serie di richieste in cui, Ponte sullo Stretto a parte, spicca la "lotta agli sprechi, a partire da quelli della sanità", lui e l'Mpa, badano più a occupare i centri di potere che ad amministrare. Paradossalmente infatti in Sicilia più si governa e più si ottiene consenso. Più saranno gli amministratori del tuo partito e più saranno i voti perché molti, anzi moltissimi, saranno i favori che si potranno elargire.
Così Angelo Lombardo, il fratello di don Raffaele, dopo essere entrato in Regione sull'onda di 25 mila preferenze, ha presentato un unico disegno di legge: quello che dovrebbe permettere la creazione di nuove province, a partire da Caltagirone che casualmente dista solo 13 chilometri dalla natia Grammichele. Altre province, altri stipendi e gettoni di presenza, altri amministratori, ovvero altri voti da aggiungere a quelli che già porta l'esercito dell'Mpa: 800 consiglieri comunali, 40 presidenti di consigli comunali, 50 sindaci, più tre assessori e dieci deputati regionali. Un'invincibile armata sempre più forte. Lombardo recluta nuovi colonnelli tra le fila del teorico nemico (l'ultimo è stato Giuseppe Lauricella, figlio dello storico leader Psi, due anni fa candidato all'Ars con i Ds); in altre regioni (in Campania il leader del movimento sarà l'ex ministro dc, Enzo Scotti); e soprattutto rafforza il suo formidabile apparato di vettovagliamento.
Sì, perché è nelle retrovie che sta la vera forza di Lombardo. A partire dal 2005, anno di nascita dell'Mpa, i suoi uomini hanno inesorabilmente conquistato gli enti pubblici, occupato le società partecipate, assunto o fatto assumere centinaia di precari. Che quella sia la sua tattica, lui non ne ha mai fatto mistero. Quando in tribunale si era ritrovato a difendersi dall'accusa di aver ricevuto parte delle tangenti versate dall'ex presidente dell'Inter Ernesto Pellegrini per accaparrarsi le forniture all'Usl 35, Lombardo aveva sostenuto di aver respinto le offerte di denaro, e di "essersi limitato a chiedere assunzioni".
E la decisione di uno dei manager di Pellegrini di avvalersi in aula della facoltà di non rispondere, dopo aver invece detto ai pm di avergli versato 200 milioni, aveva fatto il resto: Lombardo assolto con tanto di risarcimento di 33 mila euro per ingiusta detenzione. Stessa storia, o quasi, per i concorsi truccati della medesima Usl. Secondo i giudici la sua segreteria aveva anticipato ad alcuni candidati i temi di un concorso. Nella sentenza si legge che dalle intercettazioni telefoniche era emerso che uno dei membri del comitato dei garanti della Usl e Lombardo "erano uniti da enormi interessi in concorsi e pratiche di enti pubblici". Ma dopo la condanna per abuso d'ufficio. in appello era arrivata l'assoluzione.
Dal punto di vista giudiziario, insomma, don Raffaele è bianco come un giglio. Tanto da essere riuscito a prendere con sé l'ex procuratore generale di Catania, Giacomo Scalzo, e Romeo Palma, magistrato della Corte dei conti e fratello dell'ex procuratore aggiunto di Palermo, Anna Palma. Da quello politico, beh è tutta un'altra storia. Nella sanità siciliana (ma non solo) la militarizzazione prosegue spedita. Battendo le orme dell'amico Clemente Mastella, Lombardo, ha messo alla testa della Ausl di Enna suo cognato Francesco Judica, poi ha conquistato a Catania un direttore amministrativo all'ospedale Cannizzaro, un direttore sanitario all'ospedale Garibaldi, un direttore generale a quello di Caltagirone... L'elenco è lunghissimo e va aggiornato di continuo, anche con le altre poltrone di peso occupate nelle aziende dei rifiuti e nei parchi regionali.
Ma è all'aeroporto Fontanarossa di Catania che Lombardo ha compiuto il suo capolavoro. La Sac, la società che lo gestisce, è partecipata dalla Provincia. Così l'Mpa può intervenire sulle assunzioni, tramite la Sac Service capitanata da un uomo di Lombardo, e soprattutto occuparsi del costruendo aeroporto di Comiso, in società con Mario Ciancio Sanfilippo. E a Catania, Ciancio vuol dire la stampa, tutta la stampa (sono sue 'La Sicilia' e buona parte delle tv private). Se si considera poi che Ciancio è socio di un'importante iniziativa immobiliare di Ennio Virlinzi, sponsor di Lombardo fin dalla prima ora, diventa chiaro perché sulle metodologie dell'eurodeputato, l'opinione pubblica non sia pienamente informata.
Tutti i catanesi, per esempio, hanno ben presente che l'amministrazione del Comune da parte del medico personale di Berlusconi, Umberto Scapagnini, oggi dimissionario, è stata un disastro. Il municipio è a un passo dal fallimento. Nel 2007 sono mancati persino i soldi per illuminare interi quartieri, ma per tutti il colpevole è lui: l'etereo Scapagnini. In realtà in giunta e in consiglio negli ultimi tre anni l'ha fatta da padrone l'Mpa, che in città ha raccolto grazie a un gioco di prestigio (Lombardo aveva presentato quattro diverse liste, contando che familiari e amici di tutti i candidati sarebbero corsi a votare) il 20 per cento dei consensi. E soprattutto Catania è l'unica amministrazione d'Italia dove il capo del personale, l'ingegnere capo e il ragioniere generale, lavorano sia per la Provincia che per il Comune. Miracolo dei contratti di consulenza che Lombardo alla Provincia ha utilizzato con maestria.
Pippo Pignataro, un consigliere provinciale di centrosinistra, spiega che le consulenze servono a Lombardo per convincere gli uomini degli altri partiti a passare con lui: "A rotazione fa dimettere gli assessori per nominarne altri e ricompensare i dimissionari scegliendoli come consulenti o dando loro altri incarichi". Eclatante il caso dell'assessore allo Sport Daniele Capuana, dimessosi in vista delle regionali del 2006, poi tornato all'assessorato, e nell'intermezzo nominato consulente.
A scorrere l'elenco dei benificiati c'è da restare impressionati. Dentro c'è di tutto. Anche il vero Richelieu di Lombardo, il professor Elio Rossitto, un ex comunista, consigliere negli anni '80 del presidente della Regione, Rino Nicolosi, poi accusato dallo stesso Nicolosi di aver fatto parte del comitato di affari che spartiva tutti gli appalti siciliani, ma infine assolto. In totale fanno circa 300 persone, da aggiungere ai 760 dipendenti della Provincia, e ai 500 che ricevono invece lo stipendio dalla Publiservizi, una controllata di diritto privato che si può così permettere il lusso di assumere gente senza concorsi pubblici. Il risultato è che gli autisti della Publiservizi a volte sono consiglieri comunali (o loro parenti) di paesi dell'hinterland, e che tra gli altri assunti ve ne è uno la cui occupazione principale è pulire una voliera per uccelli. Per questo persino gli alleati di Forza Italia si lamentano. Dice il consigliere azzurro Carmelo Giuffrida: "Ha usato l'ente per aggregare persone di varie aree politiche. Appena insediato, aveva detto di volere giunte snelle. Due mesi fa invece ha nominato un ennesimo assessore, l'ex consigliere di An Filippo Condorelli, precedentemente nominato consulente alla protezione civile, e alle ultime comunali di Paternò candidato sindaco dell'Mpa". Come dire: attento Silvio, con Lombardo si vince, ma governare poi è tutta un'altra storia.
Fonte: espresso.repubblica.it
La lettera della Tor di Valle Costruzioni porta la data del 21 gennaio e accusa la Provincia di non essere riuscita in cinque anni a espropriare i terreni dove dovrebbe sorgere la nuova caserma dei vigili del fuoco di Catania. Eppure solo una settimana prima decine di persone avevano assistito alla posa della prima pietra: una inaugurazione virtuale che, una volta smascherata, sarebbe diventata un de profundis per qualunque amministratore pubblico. Non per lui. Non per don Raffaele Lombardo da Grammichele, provincia di Catania, psichiatra e europarlamentare, presidente della provincia e leader del Movimento politico autonomista, ex carcerato (poi assolto) ed ex democristiano.
Una ricerca del 'Sole 24 Ore' racconta che nel 2007 gli elettori hanno collocato Lombardo al secondo posto tra i presidenti di provincia più graditi d'Italia. I sondaggi pronosticano che sarà lui, e non la democratica Anna Finocchiaro, a succedere a Totò Cuffaro sulla poltrona di governatore della Sicilia. Mentre Silvio Berlusconi, sebbene non ne ami né i baffi né il riporto di capelli, conta su Lombardo (125 mila preferenze alle europee e 13 per cento alle regionali) per ottenere nell'isola quel premio di maggioranza al Senato che a Roma gli permetterà di governare. E allora cosa volete che importi a Lombardo di quella lettera, inviata in copia anche alla Corte dei conti. Certo, dentro si legge che presto l'impresa potrebbe chiedere un risarcimento danni a causa "dell'incapacità dell'ente appaltante (la Provincia di Catania) a sbloccare la situazione"; che "la Provincia ha omesso di effettuare un atto necessario, ovvero l'esproprio dell'area". Ma Lombardo, intanto, è tranquillo. Ventiquattr'ore prima della cerimonia, aveva fatto sapere di non poter partecipare. E così per una volta la sua foto sui giornali non c'era finita.
In trent'anni di attività l'ex delfino del ministro dc Calogero Mannino ha del resto imparato che in politica il punto non è essere. È apparire. E anche se nell'incontro che ha sancito l'alleanza con Berlusconi, Lombardo ha snocciolato una serie di richieste in cui, Ponte sullo Stretto a parte, spicca la "lotta agli sprechi, a partire da quelli della sanità", lui e l'Mpa, badano più a occupare i centri di potere che ad amministrare. Paradossalmente infatti in Sicilia più si governa e più si ottiene consenso. Più saranno gli amministratori del tuo partito e più saranno i voti perché molti, anzi moltissimi, saranno i favori che si potranno elargire.
Così Angelo Lombardo, il fratello di don Raffaele, dopo essere entrato in Regione sull'onda di 25 mila preferenze, ha presentato un unico disegno di legge: quello che dovrebbe permettere la creazione di nuove province, a partire da Caltagirone che casualmente dista solo 13 chilometri dalla natia Grammichele. Altre province, altri stipendi e gettoni di presenza, altri amministratori, ovvero altri voti da aggiungere a quelli che già porta l'esercito dell'Mpa: 800 consiglieri comunali, 40 presidenti di consigli comunali, 50 sindaci, più tre assessori e dieci deputati regionali. Un'invincibile armata sempre più forte. Lombardo recluta nuovi colonnelli tra le fila del teorico nemico (l'ultimo è stato Giuseppe Lauricella, figlio dello storico leader Psi, due anni fa candidato all'Ars con i Ds); in altre regioni (in Campania il leader del movimento sarà l'ex ministro dc, Enzo Scotti); e soprattutto rafforza il suo formidabile apparato di vettovagliamento.
Sì, perché è nelle retrovie che sta la vera forza di Lombardo. A partire dal 2005, anno di nascita dell'Mpa, i suoi uomini hanno inesorabilmente conquistato gli enti pubblici, occupato le società partecipate, assunto o fatto assumere centinaia di precari. Che quella sia la sua tattica, lui non ne ha mai fatto mistero. Quando in tribunale si era ritrovato a difendersi dall'accusa di aver ricevuto parte delle tangenti versate dall'ex presidente dell'Inter Ernesto Pellegrini per accaparrarsi le forniture all'Usl 35, Lombardo aveva sostenuto di aver respinto le offerte di denaro, e di "essersi limitato a chiedere assunzioni".
E la decisione di uno dei manager di Pellegrini di avvalersi in aula della facoltà di non rispondere, dopo aver invece detto ai pm di avergli versato 200 milioni, aveva fatto il resto: Lombardo assolto con tanto di risarcimento di 33 mila euro per ingiusta detenzione. Stessa storia, o quasi, per i concorsi truccati della medesima Usl. Secondo i giudici la sua segreteria aveva anticipato ad alcuni candidati i temi di un concorso. Nella sentenza si legge che dalle intercettazioni telefoniche era emerso che uno dei membri del comitato dei garanti della Usl e Lombardo "erano uniti da enormi interessi in concorsi e pratiche di enti pubblici". Ma dopo la condanna per abuso d'ufficio. in appello era arrivata l'assoluzione.
Dal punto di vista giudiziario, insomma, don Raffaele è bianco come un giglio. Tanto da essere riuscito a prendere con sé l'ex procuratore generale di Catania, Giacomo Scalzo, e Romeo Palma, magistrato della Corte dei conti e fratello dell'ex procuratore aggiunto di Palermo, Anna Palma. Da quello politico, beh è tutta un'altra storia. Nella sanità siciliana (ma non solo) la militarizzazione prosegue spedita. Battendo le orme dell'amico Clemente Mastella, Lombardo, ha messo alla testa della Ausl di Enna suo cognato Francesco Judica, poi ha conquistato a Catania un direttore amministrativo all'ospedale Cannizzaro, un direttore sanitario all'ospedale Garibaldi, un direttore generale a quello di Caltagirone... L'elenco è lunghissimo e va aggiornato di continuo, anche con le altre poltrone di peso occupate nelle aziende dei rifiuti e nei parchi regionali.
Ma è all'aeroporto Fontanarossa di Catania che Lombardo ha compiuto il suo capolavoro. La Sac, la società che lo gestisce, è partecipata dalla Provincia. Così l'Mpa può intervenire sulle assunzioni, tramite la Sac Service capitanata da un uomo di Lombardo, e soprattutto occuparsi del costruendo aeroporto di Comiso, in società con Mario Ciancio Sanfilippo. E a Catania, Ciancio vuol dire la stampa, tutta la stampa (sono sue 'La Sicilia' e buona parte delle tv private). Se si considera poi che Ciancio è socio di un'importante iniziativa immobiliare di Ennio Virlinzi, sponsor di Lombardo fin dalla prima ora, diventa chiaro perché sulle metodologie dell'eurodeputato, l'opinione pubblica non sia pienamente informata.
Tutti i catanesi, per esempio, hanno ben presente che l'amministrazione del Comune da parte del medico personale di Berlusconi, Umberto Scapagnini, oggi dimissionario, è stata un disastro. Il municipio è a un passo dal fallimento. Nel 2007 sono mancati persino i soldi per illuminare interi quartieri, ma per tutti il colpevole è lui: l'etereo Scapagnini. In realtà in giunta e in consiglio negli ultimi tre anni l'ha fatta da padrone l'Mpa, che in città ha raccolto grazie a un gioco di prestigio (Lombardo aveva presentato quattro diverse liste, contando che familiari e amici di tutti i candidati sarebbero corsi a votare) il 20 per cento dei consensi. E soprattutto Catania è l'unica amministrazione d'Italia dove il capo del personale, l'ingegnere capo e il ragioniere generale, lavorano sia per la Provincia che per il Comune. Miracolo dei contratti di consulenza che Lombardo alla Provincia ha utilizzato con maestria.
Pippo Pignataro, un consigliere provinciale di centrosinistra, spiega che le consulenze servono a Lombardo per convincere gli uomini degli altri partiti a passare con lui: "A rotazione fa dimettere gli assessori per nominarne altri e ricompensare i dimissionari scegliendoli come consulenti o dando loro altri incarichi". Eclatante il caso dell'assessore allo Sport Daniele Capuana, dimessosi in vista delle regionali del 2006, poi tornato all'assessorato, e nell'intermezzo nominato consulente.
A scorrere l'elenco dei benificiati c'è da restare impressionati. Dentro c'è di tutto. Anche il vero Richelieu di Lombardo, il professor Elio Rossitto, un ex comunista, consigliere negli anni '80 del presidente della Regione, Rino Nicolosi, poi accusato dallo stesso Nicolosi di aver fatto parte del comitato di affari che spartiva tutti gli appalti siciliani, ma infine assolto. In totale fanno circa 300 persone, da aggiungere ai 760 dipendenti della Provincia, e ai 500 che ricevono invece lo stipendio dalla Publiservizi, una controllata di diritto privato che si può così permettere il lusso di assumere gente senza concorsi pubblici. Il risultato è che gli autisti della Publiservizi a volte sono consiglieri comunali (o loro parenti) di paesi dell'hinterland, e che tra gli altri assunti ve ne è uno la cui occupazione principale è pulire una voliera per uccelli. Per questo persino gli alleati di Forza Italia si lamentano. Dice il consigliere azzurro Carmelo Giuffrida: "Ha usato l'ente per aggregare persone di varie aree politiche. Appena insediato, aveva detto di volere giunte snelle. Due mesi fa invece ha nominato un ennesimo assessore, l'ex consigliere di An Filippo Condorelli, precedentemente nominato consulente alla protezione civile, e alle ultime comunali di Paternò candidato sindaco dell'Mpa". Come dire: attento Silvio, con Lombardo si vince, ma governare poi è tutta un'altra storia.
Fonte: espresso.repubblica.it
3 mar 2008
Di padre in Stelvio
Un convegno a Bormio giusto ai piedi delle piste di sci. Tema dell'incontro: 'Finanziaria 2008'. Il titolo può sembrare generico. Ma poco importa. Qualche ora di dibattito e poi via, pronti a gustare le attrazioni turistiche dell'Alta Valtellina. Davvero una pacchia per Francesco Verbaro, dirigente di spicco del ministero della Funzione pubblica con i gradi di direttore per il personale della pubblica amministrazione. Dal 6 al 9 dicembre scorso Verbaro è stato ospite dell'Hotel Palace di Bormio. Il conto, 600 euro per tre giorni di pensione completa, lo ha pagato il Parco nazionale dello Stelvio. Del resto era stato proprio il presidente del parco Ferruccio Tomasi a invitare l'alto burocrate romano. Qualcuno si è domandato perché mai l'ente Parco abbia impiegato risorse proprie per finanziare un evento destinato agli amministratori locali. Non potevano pensarci i comuni della zona? Di certo non è la prima volta che le iniziative del presidente finiscono per suscitare malumori. Le polemiche sono cominciate fin dal 2004, quando Tomasi, classe 1936, maestro di sci, accanito cacciatore, nonché grande amico dell'allora ministro Franco Frattini (Forza Italia), venne designato al vertice del Parco nonostante fosse privo di qualifiche in campo ambientale e amministrativo.
A volte invece si tratta di affari di famiglia. Come quando il consorzio del Parco, a partire dal 2005, ha stanziato diverse decine di migliaia di euro per realizzare documentari naturalistici. L'incarico è stato affidato a +Valli Tv, la televisione locale dove lavora il figlio del presidente, Riccardo Tomasi. Il quale, sempre nel 2005, ha curato le riprese del convegno Stelvio 70, con una spesa di 9.300 euro a carico del comitato di gestione della parte trentina del parco. All'occorrenza Tomasi junior sa rendersi utile anche senza telecamera. Nel luglio 2007, a nome del gruppo Volkswagen, ha trattato con i vertici del parco l'organizzazione delle escursioni in fuoristrada riservate a persone disabili. Che si sappia, gli organi di controllo non hanno sollevato obiezioni. Le richieste di chiarimenti si sono invece concentrate sui rimborsi spese di Tomasi padre. Secondo il collegio dei revisori dei conti, nel 2005 il presidente del Parco avrebbe ricevuto circa 15 mila euro "in difformità ai chiarimenti" forniti dal ministero dell'Ambiente. Tema spinoso, che ha provocato discussioni tra gli stessi revisori. Fino a quando, nel 2007, un nuovo regolamento in materia ha messo fine alle polemiche. Gli amministratori del Parco hanno diritto ai rimborsi delle spese per i trasferimenti dalla loro residenza alla sede dell'Ente. E Tomasi vive a Bedizzole, in provincia di Brescia, a 200 chilometri da Bormio. Così nel 2007 le sue note spese, tra benzina e hotel, sono arrivate a un totale di 24.459 euro.
Fonte: espresso.repubblica.it
A volte invece si tratta di affari di famiglia. Come quando il consorzio del Parco, a partire dal 2005, ha stanziato diverse decine di migliaia di euro per realizzare documentari naturalistici. L'incarico è stato affidato a +Valli Tv, la televisione locale dove lavora il figlio del presidente, Riccardo Tomasi. Il quale, sempre nel 2005, ha curato le riprese del convegno Stelvio 70, con una spesa di 9.300 euro a carico del comitato di gestione della parte trentina del parco. All'occorrenza Tomasi junior sa rendersi utile anche senza telecamera. Nel luglio 2007, a nome del gruppo Volkswagen, ha trattato con i vertici del parco l'organizzazione delle escursioni in fuoristrada riservate a persone disabili. Che si sappia, gli organi di controllo non hanno sollevato obiezioni. Le richieste di chiarimenti si sono invece concentrate sui rimborsi spese di Tomasi padre. Secondo il collegio dei revisori dei conti, nel 2005 il presidente del Parco avrebbe ricevuto circa 15 mila euro "in difformità ai chiarimenti" forniti dal ministero dell'Ambiente. Tema spinoso, che ha provocato discussioni tra gli stessi revisori. Fino a quando, nel 2007, un nuovo regolamento in materia ha messo fine alle polemiche. Gli amministratori del Parco hanno diritto ai rimborsi delle spese per i trasferimenti dalla loro residenza alla sede dell'Ente. E Tomasi vive a Bedizzole, in provincia di Brescia, a 200 chilometri da Bormio. Così nel 2007 le sue note spese, tra benzina e hotel, sono arrivate a un totale di 24.459 euro.
Fonte: espresso.repubblica.it
Parco Nazionale degli Sprechi
Assunzioni in aumento. Eppure mancano biologi e veterinari. I boschi bruciano, la fauna soffre ma solo un decimo dei fondi serve per la natura. Il resto in paghe e opere inutili. Per coltivare feudi elettorali
Gli orsi muoiono ma gli organici si gonfiano. Capita in Abruzzo, fiore all'occhiello dei parchi nazionali: 22 enti che dovrebbero tutelare il tesoro verde nazionale, ma che sembrano ormai diventati carrozzoni mangiasoldi attenti più alle esigenze dei politici che alla conservazione della natura. Nel parco abruzzese le risorse per il sostentamento della fauna scarseggiano e il foraggiamento degli animali ne risente. Circostanza che ha pesato molto nella vita di Bernardo, un magnifico orso le cui foto facevano il giro del mondo. Spinto dalla fame Bernardo si è avventurato persino per le strade dei paesi dell'area protetta. E alla fine proprio la fame gli è stata fatale: morto avvelenato con bocconi di carne alla stricnina. Fatto secco proprio quando nel parco si gioiva per l'infornata di precari che dopo anni di pressioni politiche hanno ottenuto l'agognata stabilizzazione. Una circostanza che ha suscitato il disappunto della Corte dei conti, secondo la quale il parco spende troppo per il personale mentre non fa più nulla per sfamare gli animali.
E l'Abruzzo non è un episodio isolato di mala amministrazione. Un caso da manuale viene dal parco del Gargano, dove i dirigenti continuano a protestare per la carenza di fondi. Il parco pugliese ogni anno viene divorato dalle fiamme. Ci vorrebbe una sorveglianza più efficiente. Cosa si aspetta a realizzarla? "Non abbiamo soldi", sostiene il presidente Giandiego Gatta. Peccato però che Gatta le risorse le trovi per allietare i turisti: ha finanziato i concerti di Nicola Piovani e Renzo Arbore e lo spettacolo di Enrico Brignano, quest'ultimo a Manfredonia dove Gatta, esponente di An, ha il suo feudo elettorale e si è appena candidato a sindaco.
Ma c'è un altro capitolo, forse ancora più scandaloso: quello dei parchi impegnati a bruciare risorse per fornire ai comuni finanziamenti a pioggia per opere che servono solo a racimolare consenso elettorale. Dallo Stelvio al Pollino è tutto un fiorire di interventi: si va dagli impianti per la distribuzione del metano ai cinema, dalla ristrutturazione di chiese a musei chiusi per gran parte dell'anno. Una sagra dello spreco: "Bisogna ripensare il ruolo dei parchi", dice Fulco Pratesi, presidente onorario del Wwf: "Ormai sono visti da politici e amministratori soprattutto come un'opportunità da sfruttare per l'occupazione e lo sviluppo locale". Stessa riflessione del ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, che dopo essersi battuto per aumentare le risorse delle aree protette ha preteso un giro di vite: "Ho avviato un'indagine sull'utilizzo dei finanziamenti pubblici", annuncia il ministro, "ci vuole un drastico cambio di indirizzo".
Non sarà facile. La mala gestione dei parchi viene da lontano. E in un concerto di inadempienze tira in ballo tutte le istituzioni chiamate a dire la loro sulla vita delle aree protette. Per potere operare correttamente i parchi devono dotarsi per esempio di strumenti di programmazione come il piano, il regolamento e il progetto pluriennale di sviluppo economico. La legge di riforma del 1991 detta vincoli precisi per la loro adozione ma, dopo 17 anni, per quanto riguarda i piani parco sono in vigore solo in quello delle Dolomiti Bellunesi e in quello dell'Aspromonte; soltanto Dolomiti Bellunesi e Cilento sono riuscite a varare i piani di sviluppo economico, mentre nessuna area protetta ha ancora il regolamento. Un caos, insomma, moltiplicato dall'instabilità dei vertici (presidenti e direttori) di nomina ministeriale e dal balletto dei commissariamenti: nel 2006, alla fine del governo Berlusconi, erano ben 8 i parchi commissariati. Oggi i commissariamenti sono tre, Gran Sasso, Sila e Gargano, di cui gli ultimi due decretati il 26 febbraio per gravi irregolarità amministrative. Un passo avanti, conseguenza della decina di nomine di nuovi presidenti scelti da Pecoraro Scanio. Il ministro ha così fatto uscire gli enti dall'emergenza ma si è attirato anche l'accusa di lottizzazione per le designazioni di Gaetano Benedetto (Circeo), Leo Autelitano (Aspromonte) e Massimo Marcaccio (Sibillini), il primo suo vicecapo di gabinetto all'Ambiente, gli altri due in passato presidente dei Verdi calabresi e assessore alla provincia di Ascoli per lo stesso partito.
È in questo tourbillon di dirigenti che i parchi danno fondo alle risorse pubbliche per mantenere anzitutto i loro apparati. Sfogliando i bilanci si scopre che tutti bruciano in spese fisse la gran parte degli stanziamenti statali: 50 milioni nel 2006, oltre 63 nel 2007. Qualche esempio: il parco d'Abruzzo nel 2007 dei circa 3 milioni di contributo ne ha utilizzati in spese fisse 2 milioni 200 mila, pari a oltre il 70 per cento; il Gran Paradiso 3 milioni 400 mila su 4 milioni 400 mila; il Gran Sasso 2 milioni e mezzo su 4. Chiaro che alla fine di questo salasso per le attività istituzionali, dall'affitto dei boschi al foraggio, resta pochissimo: l'Abruzzo si è ridotto al 5 per cento del suo budget, il Gran Sasso al 10 per cento.
La voce più pesante di queste spese fisse è quella per il personale, oltre 500 dipendenti sparsi per l'Italia. Ci sono poi un centinaio di collaboratori, generalmente contabili, biologi, veterinari (ma non mancano le eccezioni negative come quella di Mario Scaramella, il consulente della Mitrokhin ingaggiato dal parco del Vesuvio) indispensabili per svolgere le attività più importanti (bilanci, controlli sugli animali) e dei quali, nonostante le infornate di personale, i parchi sono sprovvisti. Come mai? Gli enti sostengono di non aver mai potuto assumere per concorso. La verità è che hanno preferito gonfiare gli organici reclutando personale non qualificato caldeggiato dai politici, a cominciare dai sindaci che, grazie alla presenza negli organi di gestione (comunità del parco, consiglio direttivo, giunta esecutiva) influiscono nelle assunzioni. È quello che è capitato nel parco d'Abruzzo, costretto dopo una lunga vertenza a stabilizzare i suoi 74 precari, in gran parte senza specializzazione, in passato ingaggiati con contratti a tempo determinato e borse di studio che Aldo Di Benedetto, direttore uscente, definisce "di stampo clientelare, frutto delle relazioni perverse con gli enti territoriali, dove i sindaci segnalano e il parco assume". Che almeno l'infornata abbia risolto tutti i problemi? "No", aggiunge Di Benedetto: "Continua a mancarci un esperto di urbanistica, magari un architetto, per il controllo del territorio".
Sempre in tema di personale, c'è poi il capitolo dei lavoratori socialmente utili (Lsu) che molti parchi sono chiamati a utilizzare come fossero degli ammortizzatori sociali. Si tratta di manodopera generica (circa 250 in tutto) utilizzata nel Cilento, Gargano, Gran Sasso, Pollino e Vesuvio. Gente che i dirigenti dei parchi definiscono utili ma solo per evitare di inimicarsi sindaci e sindacati. Domenico Pappaterra, presidente del Pollino, di Lsu ne ha in carico 64. Si tratta perlopiù di operai che da un decennio il parco utilizza con contratti idraulico-forestali. Pur di tenerli occupati, le Regioni Calabria e Basilicata pagano i loro stipendi, il parco versa i contributi (150 mila euro). Ma siamo al puro assistenzialismo: vero che questi Lsu qualche lavoro lo fanno, ma Pappaterra (che segnala la carenza di di dottori forestali e veterinari) confessa che impiegherebbe volentieri quelle risorse per migliorare i servizi di sicurezza, i soli in grado di debellare gli incendi.
Identica musica al Gran Sasso dove gli Lsu sono 31. Molti sono operai in passato impiegati nella costruzione del traforo autostradale Roma-Teramo. Dopo tante peripezie 18 di loro sono in via di stabilizzazione: una buona notizia per gli interessati, ma che non risolve le esigenze del parco ancora sprovvisto di un veterinario.
Emblematica poi la vicenda dei 91 lavoratori socialmente utili del Vesuvio, una storia iniziata nel 1996. Racconta Ciro Seraponte: "Chi era metalmeccanico, chi ceramista. Insomma, non eravamo idonei per il parco. Facemmo un corso di formazione, ma non servì a nulla. Si andava in aula, un professore ci parlava un po' di Dante e un po' della storia del Vesuvio, a mezzogiorno mangiavamo il panino e andavamo via". Con questo background gli Lsu sono stati impiegati nell'area protetta. Ma a gennaio rischiavano di rimanere a spasso. Come hanno reagito? Occupando il parco e bloccando le loro attività. Alla fine hanno avuto quello che volevano: stipendio garantito (circa1.200 euro al mese) grazie a un intervento della Regione, ma l'ente di tutela, che dovrà impiegarli per altri sei mesi, spenderà per loro altri 300 mila euro.
Infine, il capitolo più dispendioso della mala gestione dei parchi: quello delle opere finanziate ai comuni. Franca Penasa, presidente del comitato trentino dello Stelvio, si è data molto da fare per dare fondi al comune di Rabbi: 183 mila euro per un campeggio, 250 mila per una pista da fondo. Piccolo dettaglio: la Penasa con una mano dava e con l'altra prendeva, visto che di Rabbi è sindaco in carica. Come Wolfgang Platter, primo cittadino di Lasa: anche lui, come presidente del comitato altoatesino del parco, è riuscito a finanziare il suo comune per la ristrutturazione della chiesa di San Marco (206 mila euro). Sovvenzioni a pioggia anche al Gran Sasso dove sono state ristrutturate chiese (Castel del Monte), realizzati impianti per la distribuzione del gas (Pietracamela) e persino l'illuminazione stradale (Pescosansonesco), mentre nel parco dell'Aspromonte restano negli annali i 650 mila euro spesi per un impianto per la produzione di idrogeno nel Villaggio De Leo mai realizzato. Come accade per tante opere foraggiate dal Pollino ('Un intervento in ogni comune', il suo slogan). Questo parco si distingue per i finanziamenti per i cinema (Castrovillari), i centri informativi in scuole abbandonate (San Lorenzo Bellizzi), ma soprattuto per le opere avviate e mai terminate, come la struttura polifunzionale di Aieta; il rifugio di Castronovo Sant'Andrea; il museo del costume Arberesh a Frascineto dove, con 150 mila euro, è stato ristrutturato un edificio ma del museo non c'è ancora traccia. E intanto i parchi calabresi rischiano un'altra estate di fuoco.
Fonte: espresso.repubblica.it
Gli orsi muoiono ma gli organici si gonfiano. Capita in Abruzzo, fiore all'occhiello dei parchi nazionali: 22 enti che dovrebbero tutelare il tesoro verde nazionale, ma che sembrano ormai diventati carrozzoni mangiasoldi attenti più alle esigenze dei politici che alla conservazione della natura. Nel parco abruzzese le risorse per il sostentamento della fauna scarseggiano e il foraggiamento degli animali ne risente. Circostanza che ha pesato molto nella vita di Bernardo, un magnifico orso le cui foto facevano il giro del mondo. Spinto dalla fame Bernardo si è avventurato persino per le strade dei paesi dell'area protetta. E alla fine proprio la fame gli è stata fatale: morto avvelenato con bocconi di carne alla stricnina. Fatto secco proprio quando nel parco si gioiva per l'infornata di precari che dopo anni di pressioni politiche hanno ottenuto l'agognata stabilizzazione. Una circostanza che ha suscitato il disappunto della Corte dei conti, secondo la quale il parco spende troppo per il personale mentre non fa più nulla per sfamare gli animali.
E l'Abruzzo non è un episodio isolato di mala amministrazione. Un caso da manuale viene dal parco del Gargano, dove i dirigenti continuano a protestare per la carenza di fondi. Il parco pugliese ogni anno viene divorato dalle fiamme. Ci vorrebbe una sorveglianza più efficiente. Cosa si aspetta a realizzarla? "Non abbiamo soldi", sostiene il presidente Giandiego Gatta. Peccato però che Gatta le risorse le trovi per allietare i turisti: ha finanziato i concerti di Nicola Piovani e Renzo Arbore e lo spettacolo di Enrico Brignano, quest'ultimo a Manfredonia dove Gatta, esponente di An, ha il suo feudo elettorale e si è appena candidato a sindaco.
Ma c'è un altro capitolo, forse ancora più scandaloso: quello dei parchi impegnati a bruciare risorse per fornire ai comuni finanziamenti a pioggia per opere che servono solo a racimolare consenso elettorale. Dallo Stelvio al Pollino è tutto un fiorire di interventi: si va dagli impianti per la distribuzione del metano ai cinema, dalla ristrutturazione di chiese a musei chiusi per gran parte dell'anno. Una sagra dello spreco: "Bisogna ripensare il ruolo dei parchi", dice Fulco Pratesi, presidente onorario del Wwf: "Ormai sono visti da politici e amministratori soprattutto come un'opportunità da sfruttare per l'occupazione e lo sviluppo locale". Stessa riflessione del ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, che dopo essersi battuto per aumentare le risorse delle aree protette ha preteso un giro di vite: "Ho avviato un'indagine sull'utilizzo dei finanziamenti pubblici", annuncia il ministro, "ci vuole un drastico cambio di indirizzo".
Non sarà facile. La mala gestione dei parchi viene da lontano. E in un concerto di inadempienze tira in ballo tutte le istituzioni chiamate a dire la loro sulla vita delle aree protette. Per potere operare correttamente i parchi devono dotarsi per esempio di strumenti di programmazione come il piano, il regolamento e il progetto pluriennale di sviluppo economico. La legge di riforma del 1991 detta vincoli precisi per la loro adozione ma, dopo 17 anni, per quanto riguarda i piani parco sono in vigore solo in quello delle Dolomiti Bellunesi e in quello dell'Aspromonte; soltanto Dolomiti Bellunesi e Cilento sono riuscite a varare i piani di sviluppo economico, mentre nessuna area protetta ha ancora il regolamento. Un caos, insomma, moltiplicato dall'instabilità dei vertici (presidenti e direttori) di nomina ministeriale e dal balletto dei commissariamenti: nel 2006, alla fine del governo Berlusconi, erano ben 8 i parchi commissariati. Oggi i commissariamenti sono tre, Gran Sasso, Sila e Gargano, di cui gli ultimi due decretati il 26 febbraio per gravi irregolarità amministrative. Un passo avanti, conseguenza della decina di nomine di nuovi presidenti scelti da Pecoraro Scanio. Il ministro ha così fatto uscire gli enti dall'emergenza ma si è attirato anche l'accusa di lottizzazione per le designazioni di Gaetano Benedetto (Circeo), Leo Autelitano (Aspromonte) e Massimo Marcaccio (Sibillini), il primo suo vicecapo di gabinetto all'Ambiente, gli altri due in passato presidente dei Verdi calabresi e assessore alla provincia di Ascoli per lo stesso partito.
È in questo tourbillon di dirigenti che i parchi danno fondo alle risorse pubbliche per mantenere anzitutto i loro apparati. Sfogliando i bilanci si scopre che tutti bruciano in spese fisse la gran parte degli stanziamenti statali: 50 milioni nel 2006, oltre 63 nel 2007. Qualche esempio: il parco d'Abruzzo nel 2007 dei circa 3 milioni di contributo ne ha utilizzati in spese fisse 2 milioni 200 mila, pari a oltre il 70 per cento; il Gran Paradiso 3 milioni 400 mila su 4 milioni 400 mila; il Gran Sasso 2 milioni e mezzo su 4. Chiaro che alla fine di questo salasso per le attività istituzionali, dall'affitto dei boschi al foraggio, resta pochissimo: l'Abruzzo si è ridotto al 5 per cento del suo budget, il Gran Sasso al 10 per cento.
La voce più pesante di queste spese fisse è quella per il personale, oltre 500 dipendenti sparsi per l'Italia. Ci sono poi un centinaio di collaboratori, generalmente contabili, biologi, veterinari (ma non mancano le eccezioni negative come quella di Mario Scaramella, il consulente della Mitrokhin ingaggiato dal parco del Vesuvio) indispensabili per svolgere le attività più importanti (bilanci, controlli sugli animali) e dei quali, nonostante le infornate di personale, i parchi sono sprovvisti. Come mai? Gli enti sostengono di non aver mai potuto assumere per concorso. La verità è che hanno preferito gonfiare gli organici reclutando personale non qualificato caldeggiato dai politici, a cominciare dai sindaci che, grazie alla presenza negli organi di gestione (comunità del parco, consiglio direttivo, giunta esecutiva) influiscono nelle assunzioni. È quello che è capitato nel parco d'Abruzzo, costretto dopo una lunga vertenza a stabilizzare i suoi 74 precari, in gran parte senza specializzazione, in passato ingaggiati con contratti a tempo determinato e borse di studio che Aldo Di Benedetto, direttore uscente, definisce "di stampo clientelare, frutto delle relazioni perverse con gli enti territoriali, dove i sindaci segnalano e il parco assume". Che almeno l'infornata abbia risolto tutti i problemi? "No", aggiunge Di Benedetto: "Continua a mancarci un esperto di urbanistica, magari un architetto, per il controllo del territorio".
Sempre in tema di personale, c'è poi il capitolo dei lavoratori socialmente utili (Lsu) che molti parchi sono chiamati a utilizzare come fossero degli ammortizzatori sociali. Si tratta di manodopera generica (circa 250 in tutto) utilizzata nel Cilento, Gargano, Gran Sasso, Pollino e Vesuvio. Gente che i dirigenti dei parchi definiscono utili ma solo per evitare di inimicarsi sindaci e sindacati. Domenico Pappaterra, presidente del Pollino, di Lsu ne ha in carico 64. Si tratta perlopiù di operai che da un decennio il parco utilizza con contratti idraulico-forestali. Pur di tenerli occupati, le Regioni Calabria e Basilicata pagano i loro stipendi, il parco versa i contributi (150 mila euro). Ma siamo al puro assistenzialismo: vero che questi Lsu qualche lavoro lo fanno, ma Pappaterra (che segnala la carenza di di dottori forestali e veterinari) confessa che impiegherebbe volentieri quelle risorse per migliorare i servizi di sicurezza, i soli in grado di debellare gli incendi.
Identica musica al Gran Sasso dove gli Lsu sono 31. Molti sono operai in passato impiegati nella costruzione del traforo autostradale Roma-Teramo. Dopo tante peripezie 18 di loro sono in via di stabilizzazione: una buona notizia per gli interessati, ma che non risolve le esigenze del parco ancora sprovvisto di un veterinario.
Emblematica poi la vicenda dei 91 lavoratori socialmente utili del Vesuvio, una storia iniziata nel 1996. Racconta Ciro Seraponte: "Chi era metalmeccanico, chi ceramista. Insomma, non eravamo idonei per il parco. Facemmo un corso di formazione, ma non servì a nulla. Si andava in aula, un professore ci parlava un po' di Dante e un po' della storia del Vesuvio, a mezzogiorno mangiavamo il panino e andavamo via". Con questo background gli Lsu sono stati impiegati nell'area protetta. Ma a gennaio rischiavano di rimanere a spasso. Come hanno reagito? Occupando il parco e bloccando le loro attività. Alla fine hanno avuto quello che volevano: stipendio garantito (circa1.200 euro al mese) grazie a un intervento della Regione, ma l'ente di tutela, che dovrà impiegarli per altri sei mesi, spenderà per loro altri 300 mila euro.
Infine, il capitolo più dispendioso della mala gestione dei parchi: quello delle opere finanziate ai comuni. Franca Penasa, presidente del comitato trentino dello Stelvio, si è data molto da fare per dare fondi al comune di Rabbi: 183 mila euro per un campeggio, 250 mila per una pista da fondo. Piccolo dettaglio: la Penasa con una mano dava e con l'altra prendeva, visto che di Rabbi è sindaco in carica. Come Wolfgang Platter, primo cittadino di Lasa: anche lui, come presidente del comitato altoatesino del parco, è riuscito a finanziare il suo comune per la ristrutturazione della chiesa di San Marco (206 mila euro). Sovvenzioni a pioggia anche al Gran Sasso dove sono state ristrutturate chiese (Castel del Monte), realizzati impianti per la distribuzione del gas (Pietracamela) e persino l'illuminazione stradale (Pescosansonesco), mentre nel parco dell'Aspromonte restano negli annali i 650 mila euro spesi per un impianto per la produzione di idrogeno nel Villaggio De Leo mai realizzato. Come accade per tante opere foraggiate dal Pollino ('Un intervento in ogni comune', il suo slogan). Questo parco si distingue per i finanziamenti per i cinema (Castrovillari), i centri informativi in scuole abbandonate (San Lorenzo Bellizzi), ma soprattuto per le opere avviate e mai terminate, come la struttura polifunzionale di Aieta; il rifugio di Castronovo Sant'Andrea; il museo del costume Arberesh a Frascineto dove, con 150 mila euro, è stato ristrutturato un edificio ma del museo non c'è ancora traccia. E intanto i parchi calabresi rischiano un'altra estate di fuoco.
Fonte: espresso.repubblica.it
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