29 set 2007

Rosignano Marittimo: perquisizioni in Comune, case e uffici

Carabinieri setacciano agende, documenti e computer di Nenci e Boccaccini

ROSIGNANO. Sembrava un mercoledì qualunque per Alessandro Nenci: atti da firmare, telefonate, appuntamenti, la preparazione del consiglio comunale (fissato per stamani). Così si era svegliato tranquillo, aveva lasciato l’abitazione di via Tagliamento a Castiglioncello con la sua Stilo grigio metalizzata. La solita strada da Castiglioncello a Marittimo per palazzo civico come tutte le mattine. Una tranquillità che si è frantumata quando gli è suonato il cellulare e il sindaco ha capito che quella non sarebbe stata una giornata come le altre: non erano ancora le 9 quando i carabinieri del Nucleo operativo di Livorno si sono presentati al primo piano del palazzo comunale in via dei Lavoratori. Avevano alcuni atti da notificare: gli avvisi di garanzia per sindaco e un assessore. Sono entrati nella stanza del sindaco, gli hanno comunicato dell’indagine che lo coinvolge per tentata concussione ed abuso di ufficio, poi hanno iniziato la perquisizione: controllate le agende del primo cittadino, i documenti nel cassetto, i files del computer.

I militari hanno ispezionato perfino il computer dell’ufficio della segreteria del sindaco. Un’operazione che andata avanti per alcune ore. Al vice sindaco Luca Arzilli è toccato invece sottoscriere il provvedimento di acquisizione degli atti firmato dai sostituti procuratori Antonio Giaconi e Massimo Mannucci (lo ha fatto lui perché il sindaco, indagato, non avrebbe potuto farlo). Si tratta di un quantitativo incredibile di faldoni e documenti che una normale auto non avrebbe potuto contenere. Fascicoli che vanno dall’attuale piano regolatore adottato dal Comune, con le osservazioni giunte, quelle relative al periodo della giunta Simoncini, il piano strutturale e perfino il vecchio piano regolatore. Tra gli atti richiesti figurano anche pratiche relative ai terreni delle Spianate, della Mazzanta e delle Morelline ed alcune concessioni edilizie. Materiale di urbanistica ed edilizia privata.

Mentre palazzo civico era scosso da questo terremoto altri militari del Nucleo operativo ispezionavano l’ufficio tecnico comunale in via Cairoli. Stavolta, però, si concentravano sulla stanza dell’assessore all’urbanistica Raffaele Boccaccini, anch’egli indagato per tentata concussione e abuso di ufficio. Un blitz operato da una trentina di carabinieri e che non si è esaurito nelle stanze comunali. Alle 11, nel ballatoio di palazzo civico a Marittimo che si apre sugli uffici di assessori e segretarie, la tensione si tagliava a fette. Un silenzio rotto solo da brusìi e facce sconvolte. Il sindaco non parla, anche perché ha ancora i carabinieri in ufficio. «Sarà rilasciato un comunicato stampa non appena possibile», dicono dalla segreteria. Nenci deve consultare il suo legale, l’avvocato Alberto Uccelli, che ha bisogno di conoscere le carte prima di predisporre con l’ufficio stampa il comunicato. Che arriverà alle 15,35 e sarà una replica molto netta alle accuse mosse. Intorno alle 12, però, il sindaco esce finalmente dall’ufficio. Ha l’aria stanca, è pallido. Saluta con la mano, i soliti ciao e buongiorno.

Incrocia con lo sguardo un assessore, un consigliere comunale di opposizione, alcuni dipendenti della segreteria. Con lui c’è un tenente dei carabinieri in borghese ed un altro militare. Scende lentamente le scale del municipio, tiene in mano la ventiquattrore di pelle marrone ed un mazzo di chiavi. Sono quelle della Stylo grigio, uguale a quella crivellata da 5 colpi di pistola quella notte del 22 settembre scorso. Ma non la stessa macchina. «Su quella - raccontano a palazzo - non ci vuol più salire». Anche l’abitazione al civico 2 viene perquisita, si controllano cassetti ed agende, si cerca qualcosa che possa confermare il quadro indiziario della Procura. Ed anche l’abitazione di Raffaele Boccaccini, l’assessore, viene scientificamente perlustrata.
In Comune l’aria è pesante. L’indagine a sindaco e assessore è un fulmine a ciel sereno. Anche perché all’inizio nessuno capisce quello che sta accadendo. Ma mentre i carabinieri sono in azione, le case di altri due indagati vengono perquisite.
Sono quelle dell’ingegner Giuseppe Quintavalle, noto imprenditore edilizio con studio a Castiglioncello e del dottor Franco Pardini, livornese, presidente dell’Aci e della nuova Banca cooperativa Costa Etrusca. Entrambi sono pronti a difendersi dalle accuse che vengono loro mosse mentre gli accertamenti della Procura vanno avanti.

Fonte: iltirreno.it

28 set 2007

Rosignano Marittimo, il sindaco prima scortato e poi indagato

Il primo cittadino del comune di Rosignano Marittimo, in provincia di Livorno, in pochi mesi da vittima è diventato indagato. Una ventina di carabinieri del nucleo operativo si sono presentati negli uffici comunali per perquisirli e notificare un avviso di garanzia al sindaco diessino Alessandro Nenci per tentata concussione e abuso d’ufficio.
Nulla di sorprendente nell’Italia di Tangentopoli, se non fosse che l’avviso notificato è arrivato dopo dodici mesi di indagini che hanno preso il via da un atto intimidatorio che aveva come vittima proprio Nenci.
La sera del 22 settembre 2006 la sua auto, una Fiat Stilo che aveva parcheggiato sotto casa, fu crivellata da cinque colpi di pistola. Un fatto per il quale il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza aveva disposto anche la scorta al sindaco. Le indagini iniziate, senza indicazioni precise da parte del sindaco sul possibile autore dell’atto e sul movente, si sono concentrate quasi immediatamente su Regolamento urbanistico del comune. Infatti già lo scorso febbraio, la magistratura aveva richiesto una prima acquisizione di documenti riguardanti l’edilizia privata e il piano strutturale.
Ma i pm di Livorno Antonio Giaconi e Massimo Mannucci della Procura della Repubblica non hanno riguardato solamente il primo cittadino: sono coinvolti anche l’assessore all’Urbanistica, Raffaele Boccaccini, (anche lui Ds e indagato per tentata concussione e abuso d’ufficio) e due importanti imprenditori livornesi indagati, invece, per tentata corruzione. Determinante pare sia stata la denuncia di un altro imprenditore della zona. Durante le perquisizioni sono stati sequestrati anche documenti relativi gli anni ’90. Questo potrebbe far supporre che l’inchiesta sia ancora aperta e che possa coinvolgere, nelle prossime settimane, anche altri politici delle precedenti amministrazioni.

Fonte: panorama.it

27 set 2007

Fa una domanda troppo lunga. Studente picchiato e arrestato con la pistola elettrica

Durante un forum con John Kerry, l'ex candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti, Andrew Meyer, 21 anni, si è dilungato in una domanda. Quando gli hanno tolto la parola lui si è infuriato e i poliziotti lo hanno prima strattonato e poi bloccato servendosi anche di una pistola elettrica

Gainesville (Florida - Stati Uniti), 18 settembre 2007 - Ha insistito troppo in una domanda così gli hanno tolto la parola, ma per farlo sono intervenuti i poliziotti. Andrew Meyer, 21 anni studente, è stato bloccato dagli agenti di Gainesville in Florida mentre stava partecipando ad un forum con l'ex candidato alla Casa Bianca e senatore democratico John Kerry. Il ragazzo è stato strattonato con violenza dai poliziotti che hanno cercato di allontanarlo dalla sala in cui si svolgeva la manifestazione. Ma egli ha reagito e per calmarlo gli agenti hanno utilizzato anche un taser, un arma non letale che immobilizza grazie ad una potente scarica elettrica rilasciata contro il corpo della sua vittima.

L'episodio, filmato da telecamere e cellulari è stato messo subito su internet e da YouTube ha fatto presto il giro del mondo. Il ragazzo stava chiedendo all'ex sfidante di Bush alle presidenziali americane perché aveva accettato la vittoria dell'avversario senza contestare l'esito del voto. Nel farlo si è dilungato troppo, ha sforato il tempo concesso e gli è stata tolta la parola con lo spegnimento del microfono. Ma lui non si è dato per vinto e ha cercato di concludere l'intervento, proprio mentre 4 poliziotti lo hanno accerchiato e hanno iniziato ad allontanarlo s spintoni. Mayer ha alzato le mani per dimostrare di essere inoffensivo ma si è anche rifiutato di uscire. Così i poliziotti lo hanno prima sollevato di peso, poi lo hanno sbattuto a terra e hanno usato il taser. Il giovane è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e disturbo alla quiete pubblica. Sarà processato giovedì prossimo.

Guarda il video

Fonte: quotidiano.net

La notte nera della politica

Privilegi, arroganza, furbizia: quando il cittadino non ne può più

Nell’immaginario collettivo da diverso tempo ormai politica è sinonimo di complotti, privilegi e imbrogli. Due esempi di contestazione popolar-mediatica hanno confermato e reso ancora più eclatante questo sentire comune: il successo editoriale del libro La casta e il Vday di Beppe Grillo. Il primo accusava con tanto di prove gli innumerevoli abusi di potere della classe politica italiana. Il secondo era un raduno urlato di contestazione contro i partiti e i loro rappresentanti in generale. Indubbiamente anche le fotografie dell’aereo che ha trasporato i ministri Rutelli e Mastella con amici e familiari in gita verso il Gran Premio di Monza hanno buttato ancora benzina sul fuoco riguardo al mal tollerato abuso di potere a spese dei contribuenti.

Proprio ieri, una nuovissima direttiva di Palazzo Chigi riduceva il privilegio dell’uso indiscriminato e poco controllato di aerei privati da parte dei politici. Credo che in linea di principio non sia giusto essere sempre e comunque contro i privilegi, sarebbe un comportamento ideologico. I privilegi vengono accettati qualora in cambio si ricevano servizi adeguati e qualche immediato beneficio comune. Diventano invece insopportabili per tutti a maggior ragione per la gente che non riesce ad arrivare alla fine del mese con i soldi dello stipendio. D’altro canto non credo sia giusto colpire i ricchi per risolvere i problemi dei poveri. Lo slogan “anche i ricchi piangano” coniato da Rifondazione Comunista su dei manifesti dove si vedeva un grande yacht alla fonda, non ha portato a nulla se non ad allontanare un certo numero di investimenti dal settore nautico che ha un grandissimo indotto in molte regioni italiane.

Certamente con i Vaffa day non si risolvono i problemi, anzi aumenta la confusione e l’incertezza. L’antipolitica non può essere una risposta ai guai del nostro paese. Non credo poi che tutti i problemi risiedano nella politica, ma piuttosto nella perdita di un’etica collettiva, di una visione globale di una società basata su valori comuni. Come può un cittadino essere animato da un interesse collettivo sociale se poi vede chi lo rappresenta politicamente pensare soltanto ad arricchire le proprie tasche? Per questo, per assurdo è comprensibile che la gente abbia una certa repellenza a pagare le tasse, se poi vede che i servizi non ci sono. E’ un grande lavoro quello che va fatto per ribaltare un modus vivendi ormai radicato dal dopoguerra. Bisogna ricostruire la fiducia e il rispetto verso le istituzioni, riprendere e riproporre i grandi temi sociali, stimolare un dibattito sincero, costruttivo e disinteressato.

Ad esempio Roma, la Capitale è un cantiere aperto, le strade sono piene di buche, la città è sporca e non più così sicura. Eppure i giornali parlano soltanto del successo della Notte Bianca e del prossimo Festival del Cinema. In un certo senso i problemi reali vengono sempre surclassati da effimere e superflue passerelle mediatiche.

Ho ricevuto un’educazione che mi porta ancor oggi a pensare che lo Stato dovrebbe essere un concetto nobile, un’istituzione di fondamentale importanza per la convivenza sociale e che per questo va servito con lealtà. Come può essere che i nostri politici non capiscano tutto ciò? Cosa altro deve succedere per far loro capire che è arrivato il momento di guardare con praticità alle esigenze dei cittadini?

Possibile che i giovani non riescano a trovare un lavoro e di conseguenza non possano investire sul loro futuro, avere una casa e una famiglia perché costa troppo? E’ giusto che i pensionati debbano arrivare a rubare nei supermercati per mangiare un pasto?
No, non è giusto. Chi è stato eletto per governare dovrebbe iniziare a riflettere seriamente.

Fonte: quotidiano.net

Falce e paletta

In testa un’Alfa 159 nuova fiammante con poliziotti in borghese. Poi una Lancia Thesis con lampeggiante blu e paletta rossa “Servizio di Stato”. Infine un’altra Alfa 159 con poliziotti. Alle 18 e 40 di venerdì 7 settembre gli automobilisti nell’area di servizio Reggello sull’Autostrada del Sole si sono incuriositi pensando che fosse arrivato il presidente della Repubblica in cerca di un panino Camogli. Invece era solo il segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano, diretto a Bologna per un dibattito alla Festa dell’Unità. Con una certa fretta: dopo breve sosta, l’aggressivo corteo è ripartito a tutto lampeggiante, sorpassando sulla corsia di emergenza i chilometri di coda che come ogni giorno affliggevano il tratto dell’Autosole tra Incisa e Firenze. A Giordano non piacciono nuove autostrade e terze corsie. Ecco perché: per la sua auto blu il traffico è sempre scorrevole.

Fonte: espresso.it

Indulto, le cifre ipocrite del ministro Mastella

Dopo l'indulto le rapine in banca sono raddoppiate. Immagino che per il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, questo dato sia parte della «campagna mediatica di rara virulenza e spregiudicatezza, fatta per guadagnarsi gli applausi delle curve» e per accreditare la «faziosa, ingiusta equazione, secondo la quale l'indulto avrebbe significato maggiore criminalità e maggiore delinquenza». Per il ministro e per il sottosegretario Luigi Manconi due dati smentiscono la campagna mediatica: a un anno dal provvedimento la percentuale di recidivi nelle carceri è addirittura scesa, dal 44% al 42%; e solo il 22% degli indultati è tornato in carcere, la metà del tasso di recidività medio tra tutti i reclusi.
È bene dirlo con chiarezza, a rischio di passare per un ultras della curva: questi dati non hanno nessun significato, statistico o concettuale, e l'interpretazione del ministro è totalmente destituita di ogni fondamento. Diffondendo un'interpretazione insensata dei dati, il ministro non soltanto ignora (o finge di ignorare) colpevolmente un problema reale, ma ne allontana sempre più l'unica vera soluzione: costruire più carceri.
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L'indulto abbuonava fino a tre anni di pena; dunque il dato veramente interessante lo conosceremo tra due anni, quando sapremo quanti reati sarebbero stati evitati se gli indultati fossero rimasti in carcere. A quel punto, ognuno potrà dire se il costo sociale dei reati commessi sarà stato superiore o inferiore al beneficio del temporaneo svuotamento delle carceri. Ma contrariamente a quanto dice il ministro, già ora sappiamo che l'indulto ha certamente causato più reati: perché abbia ragione il ministro, ai 6.200 reati accertati commessi finora dagli indultati dovrebbe corrispondere una diminuzione di pari entità di reati commessi da altri soggetti, e questo proprio grazie all'indulto. Il ministro è in grado di suggerire un meccanismo che abbia causato questa straordinaria coincidenza?
Il tasso di recidività tra gli indultati è basso rispetto alla media semplicemente perché si sta confrontando la percentuale degli indultati recidivi entro un anno con la percentuale di reclusi recidivi nell'arco di un'intera vita. Oltre al ministro, sono innumerevoli coloro che sono caduti in questa trappola o in qualche sua variante; perfino per il magistrato di Cassazione Luigi Marini (sul sito la voce.info) i dati di febbraio, con un tasso di recidività del 12% tra gli indultati, facevano giustizia delle «campagne di paura» organizzate da certa stampa «asservita agli interessi politici del momento», considerato che secondo uno studio del 1978 da amnistia e indulto ci si aspetta un tasso di recidività di lungo periodo quasi triplo. Ma come si può confrontare seriamente la percentuale di rientri in carcere dopo sei mesi con la stessa percentuale molti anni dopo il provvedimento? Ecco un indizio: nell'agosto 2007, la percentuale di febbraio era già raddoppiata al 22 per cento. Con questo trend, è molto probabile che tra tre anni il tasso di recidività tra gli indultati sia molto più alto della media. Ma, come abbiamo visto sopra, se anche non lo fosse sarebbe totalmente irrilevante: ciò che contano sono solo i reati commessi dagli indultati durante la vigenza del provvedimento.
E per rendersi conto di quanto sia assurdo pensare che l'indulto abbia contribuito a far scendere il tasso di recidività nelle carceri, è facile mostrare come quest'ultimo potrebbe scendere anche se tutti gli indultati fossero incarcerati nuovamente: basta che il tasso di recidività tra i nuovi incarcerati non indultati sia molto basso.
Ma come è possibile trattare una questione così fondamentale per la vita (letteralmente) di tutti gli italiani in modo così superficiale, per non dire incompetente? E come è possibile che una interpretazione tanto palesemente assurda venga ripresa così acriticamente dai media? Questa acriticità sembra peraltro smentire l'esistenza di una campagna mediatica denigratoria denunciata dal ministro come fonte di «odio» nei suoi confronti.
Il ministro Mastella e lo stesso Presidente Giorgio Napolitano a suo tempo giustificarono il provvedimento con la difficilissima situazione dei detenuti costretti a condizioni spesso inumane in carceri sovraffollate. L'intento era lodevole e ovviamente condivisibile, ma tutti coloro che hanno giustamente a cuore le sorti dei detenuti farebbero bene a prendere atto di un semplice dato, questo sì incontrovertibile. Le carceri italiane sono le più sovraffollate d'Europa nonostante la percentuale della popolazione detenuta sia tra le più basse di tutti i Paesi sviluppati; il motivo del sovraffollamento è dunque un doppio deficit di posti in carcere.
L'indulto ha permesso di iniziare lavori di ristrutturazione nelle carceri per aumentarne la capienza di circa 6mila unità. Ma l'Italia ha una carenza così drammatica di posti che necessita di qualcosa di ben diverso: nuove carceri, e molte. Senza di esse e i recenti provvedimenti che allargano i casi di detenzione, e l'intera discussione sul recupero di legalità nelle nostre città, sono destinati a rimanere lettera morta. L'idea di costruire nuove carceri ripugna a gran parte della nostra cultura e non appare in nessun programma politico, perché è considerata reazionaria e punitiva. Ma opporsi a nuove carceri è pura ipocrisia: chi ne va di mezzo sono gli stessi detenuti, e i cittadini più deboli, che sono maggiormente esposti alla criminalità piccola e grande.

Fonte: ilsole24ore.com

25 set 2007

Magistrati, un'altra casta

L'accusa di Tinti, procuratore a Torino: «Così le correnti si dividono i posti. Il merito non conta»

TORINO — «È accaduto nella magistratura qualcosa di molto simile a ciò che è accaduto all'esterno, nei palazzi della politica. Gruppi legittimi ma di natura privata, cioè le correnti, decidono su un bene pubblico, la giustizia, proprio come i partiti fanno nelle istituzioni». Bruno Tinti, procuratore aggiunto a Torino, uno dei magistrati italiani più esperti sul fronte della lotta ai reati finanziari, traccia nel suo libro fresco di stampa («Toghe rotte», per Chiarelettere, prefazione di Marco Travaglio) un affresco inquietante dei meccanismi che regolano l'autogoverno della sua categoria. Quei meccanismi che avrebbero dovuto preservarne l'autonomia dai «poteri forti» e che, invece, l'hanno trasformata in una Casta, con i propri rituali, i propri compromessi e le proprie spartizioni. E che ora suscitano polemiche all'interno della stessa magistratura, dando vita a nuovi gruppi e a una proposta- choc, l'astensione, in novembre, alle prossime elezioni dell'Associazione nazionale magistrati, il sindacato che rappresenta il 93% dei giudici italiani. C'è anche un blog (toghe.blogspot.com), al quale lo stesso Tinti partecipa, che racconta il malessere per «il male che le toghe fanno a se stesse».

LA LOTTIZZAZIONE
«Praticamente tutti i posti di potere sono ormai lottizzati dalle correnti - scrive Tinti - . Il sistema funziona più o meno così: a fare il presidente del Tribunale di Roncofritto ci mandiamo Michele, che è dei Gialli, così loro ci votano Luigi, che è dei nostri, a procuratore di Poggio Belsito. Alle prossime elezioni del Csm possiamo quindi candidare Carmelo…». Tinti descrive nei dettagli il funzionamento dei Consigli Giudiziari, i piccoli Csm regionali che a loro volta «pre-selezionano » i magistrati che poi il Consiglio superiore della magistratura dovrà scegliere per gli incarichi direttivi. «I candidati contattano i loro santi protettori… Le lodi si sprecano, ogni corrente sostiene il suo candidato, che certe volte è espertissimo e altre non ha mai ricoperto quel ruolo ma è proprio quello che si vuole, talvolta è il più anziano talvolta il meno anziano ma molto più bravo, e così via», spiega il magistrato torinese. E sul blog si trova il resto.

I RITARDI DEL CSM
A cominciare dalle parole di Mario Fresa, presidente della Commissione trasferimenti del Csm: «L'irragionevole durata delle pratiche del Csm nei concorsi si riverbera sulla irragionevole durata dei processi». Fresa cita il caso dei posti, rimasti a lungo scoperti, al Massimario della Cassazione (è l'ufficio che raccoglie le sentenze della Corte: in genere ci finiscono magistrati giovani, studiosi e appoggiatissimi da una corrente): «È parso evidente che le divisioni riguardavano schieramenti precostituiti, a prescindere dall'esame dei profili professionali… Il metodo che veniva seguito era quello della spartizione correntizia». C'è poi la proposta - citata e criticata sempre da Fresa - di assegnare nove posti di sostituto procuratore generale presso la Cassazione «secondo una sorta di favore ingiustificato a coloro che hanno ricoperto incarichi associativi (cioè a chi ha rappresentato le correnti, ndr) .

LO SFOGO ONLINE
Sul blog i magistrati si sfogano e ragionano a voce alta: «Molti di noi immaginano - ha scritto Pierluigi Picardi, consigliere di Corte d'Appello a Napoli - che se essi lavorano in maniera pazzesca sia così un po' ovunque o credono che i casi di incapacità organizzativa o sfaticatezza siano marginali ma le cose non stanno così. Certi casi come quello di Bari dove un magistrato ha ritardi nel deposito delle sentenze anche di quattro anni ed è ancora al suo posto, non sono frequentissimi, ma se non riusciamo a colpire le situazioni più evidenti come si può immaginare di affrontare con rigore la normalità?». E ancora: «Il Csm non è in grado di decidere nemmeno su un caso clamoroso come quello di padre e figlio rispettivamente procuratore aggiunto e avvocato penalista; potrei continuare parlandovi di un Tribunale nel quale in un anno il collegio ha deciso 8 (dico otto) cause penali in tutto».
Nel giugno scorso, dieci sostituti procuratori generali di Roma hanno rivolto un appello al vicepresidente del Csm, il senatore Nicola Mancino, sul modo nel quale si intendevano nominare un procuratore aggiunto e un sostituto procuratore generale nella loro città: «La discrezionalità del Consiglio si va mutando in inaccettabile arbitrio».

L'AMMISSIONE
Antonio Patrono, membro del Csm e segretario generale di Magistratura Indipendente, la corrente «di destra», ha poi riassunto così le posizioni sulla lottizzazione interna: «Noi sosteniamo che il correntismo esiste ed è un problema da risolvere tutti insieme; Magistratura Democratica e il Movimento per la Giustizia (la «sinistra» e i «Verdi», ndr) sostengono che esiste ma loro ne sono immuni e riguarda solo gli altri; Unità per la Costituzione (il «centro», ndr) sostiene che forse nemmeno esiste e comunque non è un problema… ».

«COLLEGHI, NON VOTATE»
Sul blog dei «ribelli», nasce così una proposta che non ha precedenti nella storia della magistratura: astenersi in massa dal voto per il Consiglio direttivo dell'Associazione, che sarà rinnovato tra poco più di un mese, il 12 e 13 novembre. Come scrive Stefano Racheli, sostituto procuratore presso la Corte d'Appello di Roma, «una contestazione forte», capace di «rompere col sistema» e di far sentire la voce di una base non più divisa in correnti ma organizzata «come una rete, da persone che non appartengono a nessuno e che non vogliono creare nuove appartenenze ». È presto per dire quanti accoglieranno l'appello. Ma, certo, mai come ora le vecchie correnti (e anche quelle più recenti, come «Movimento per la giustizia» e «I Ghibellini - Articolo 3») appaiono in discussione.

SERIE A E SERIE B
Le correnti e i mali interni della magistratura non sono l'unico oggetto del lavoro che Bruno Tinti ha scritto con la collaborazione di tre, anonimi colleghi. La depenalizzazione del falso in bilancio e la constatazione che la maggior parte dei procedimenti per reati finanziari non possono nemmeno cominciare o si concludono con la prescrizione occupa un capitolo chiave: «Oggi in prigione finiscono solo i poveracci e qualche spacciatore di droga, per poco tempo, e i magistrati come me rischiano la disoccupazione». «E non c'è alcuna differenza tra un governo e un altro - conclude il procuratore torinese - . Da Mani Pulite in poi, la preoccupazione è stata una sola: rendere non punibile la classe dirigente di questo paese».

Fonte: corriere.it

24 set 2007

I costi della politica salgono ancora: la casta promette e non mantiene

L'insofferenza dei cittadini, l'«antipolitica» e l'ascesa di Beppe Grillo

Cosa deve accadere, perché capiscano? Devono esplodere il Vesuvio, fallire l'Alitalia, rinsecchirsi il Po, crollare la Borsa, chiudere gli Uffizi, dichiarare bancarotta la Ferrari? Ecco la domanda che si stanno facendo molti cittadini italiani. Stupefatti dalla reazione di una «casta» che, nel pieno di polemiche roventi intorno a quanto la politica costa e quanto restituisce, pare ispirarsi a un antico adagio siciliano: «Calati juncu ca passa a china», abbassati giunco, finché passa la piena. Un giorno o l'altro la gente si rassegnerà...

Non sono bastati infatti mesi di discussioni su certi privilegi insopportabili di quanti governano a livello nazionale o locale, decine di titoli a tutta pagina di quotidiani e settimanali, ore e ore di infuocati dibattiti televisivi, code mai viste nelle librerie di lettori affamati di volumi che li aiutassero a capire. Non è bastata la sbalorditiva rimonta nella raccolta delle firme del referendum elettorale che dopo essere partita maluccio è arrivata in porto trionfalmente. Non sono bastate le piazze stracolme intorno a Beppe Grillo e le centinaia di migliaia di sottoscrizioni alle sue proposte di legge di iniziativa popolare.
Macché: non vogliono capire. Non tutti, certo. Ma in troppi non vogliono proprio capire. Lo dimostra, ad esempio, il bilancio appena varato della Camera dei deputati. Dove una cosa spicca su tutte: dopo tante dichiarazioni di buona volontà e pensosi inviti a rifiutare ogni tesi precostituita e sospirate ammissioni che alcuni «benefit » erano proprio indifendibili e solenni impegni a tagliare, le spese sono cresciute ancora. E ben oltre l'inflazione. Il palazzo presieduto da Fausto Bertinotti era costato nel 2006, quando i primi mesi erano stati gestiti dalla destra, 981.020.000 euro: quest'anno, alla faccia di quanti sostenevano che tutta la colpa fosse della maggioranza berlusconiana che aveva lasciato una «macchina » spendacciona, ne costerà 1.011.505.000. Con un aumento del 3,11 per cento: il doppio dell'inflazione.

GLI STIPENDI E GLI AFFITTI - Non basta. Nel 2008, stando alle previsioni del bilancio triennale, queste spese che già hanno sfondato (prima volta) la quota-choc di un miliardo di euro, cresceranno ancora. Fino a 1.032.670.000. Per impennarsi ulteriormente nel 2009 fino alla cifra sbalorditiva di 1.073.755.000. Sintesi finale: in soli tre anni i costi di Montecitorio, dopo tutto il diluvio di belle parole spese per arginare l'irritazione popolare, saranno aumentati del 9,2%. Con un aggravio sulle pubbliche casse di 92 milioni di euro in più rispetto al 2006.

Ricordate cosa avevano assicurato, per arginare la mareggiata di contestazioni, a proposito dello stipendio dei deputati? Che l'indennità, che stando alla politica degli annunci è già stata tagliata un mucchio di volte, sarebbe calata. Falso: costerà il 2,77 per cento in più: un punto abbondante oltre l'inflazione. E i vitalizi? Il 2,93 per cento in più. Per non dire delle retribuzioni del personale. Avete presente la denuncia dell'Espresso sulle buste paga dei dipendenti delle Camere? La scandalosa scoperta che un barbiere del Senato può arrivare a 133 mila euro lordi l'anno e cioè 36 mila euro più del Lord Chamberlain della monarchia inglese? Che un ragioniere della Camera può arrivare a 238 mila, cioè circa ventimila euro più dell'appannaggio del presidente della Repubblica? Bene: stando al bilancio di Montecitorio, il monte-paghe del personale costerà nell'anno in corso il 3,73 per cento in più.
Oltre il doppio dell'inflazione.

Quanto agli affitti per i palazzi a disposizione (insieme col Senato la Camera è arrivata, tra immobili di proprietà e in locazione, a 46) sono cresciuti del 6,6%: il quadruplo dell'inflazione. Eppure non è neppure questo il record. I traslochi e il «facchinaggio» erano costati nel 2006 la bellezza di 1.255.000 euro, con un rincaro di 45.000 euro sul 2005. Dissero: «Si è dovuta tenere in giusta considerazione la spesa aggiuntiva» dovuta alle «esigenze inevitabili nel corso del cambio di una legislatura ». Può darsi. Ma allora a cosa è dovuta quest'anno l'ulteriore aggiunta di altri 100 mila euro, pari a un aumento di oltre l'8 per cento? Siamo entrati, senza saperlo, in una nuova legislatura?

LE SPESE PER I VIAGGI - Quanto ai viaggi, le polemiche sull'uso spropositato degli aerei di Stato prima nell'era berlusconiana e poi nell'era unionista, sono scivolate via come acqua. Basti dire che le spese di trasporto, alla Camera, aumentano del 31,82%. Diranno: è perché da questa legislatura ci sono 12 deputati degli Italiani all'estero che devono tenere i rapporti con i nostri elettori emigrati. Costoso ma giusto. Tesi inesatta. È vero che 1.450.000 euro (121 mila per ogni parlamentare) se ne vanno in «trasporti aerei circoscrizione estero». Ma il costo complessivo dei viaggi aerei, al di là del via vai di questa pattuglia di deputati «esteri», salirà da 6 milioni a 7 milioni 550 mila. Un'impennata sconcertante.
Ma mai quanto quella dei costi dei gruppi parlamentari. La regola sarebbe chiara: si può dar vita a un gruppo parlamentare se si hanno almeno 20 deputati. Su questa base, all'inizio della legislatura avrebbero dovuto essere otto. Ma grazie alle deleghe concesse dal subcomandante Fausto sono saliti via via a quattordici. Con una moltiplicazione delle sedi (che ha costretto a prendere in affitto nuovi uffici nonostante i deputati potessero già contare su spazi procapite per 323 metri quadri), delle segreterie (più 12,3% sul 2006), delle spese varie. Al punto che i contributi ai gruppi, che nel 2005 erano pari a 28 milioni 700 mila euro e nel 2006 erano già saliti a quasi 33, sono cresciuti ancora fino a 34.300.000 euro. Cioè quasi 14 in più rispetto a sette anni fa. Il che vuol dire che nel quinquennio berlusconiano e in questa successiva stagione unionista, il peso di questi gruppi sulle pubbliche casse è cresciuto del 67,4 per cento.

DEMOCRAZIA E ANTIPOLITICA - Tutti «costi della democrazia»? Pedaggi obbligatori che altri paesi non pagano (non così, non così!) ma che gli italiani dovrebbero essere felici di versare per tenersi stretti «questo» sistema parlamentare, «questa» macchina pubblica, «questi» governi statali, regionali, provinciali, comunali che i loro protagonisti presentano, facendo il verso al «Candido» voltairiano, come il migliore dei mondi possibili? Tutti costi impossibili da ridurre al punto che il bilancio della Camera prevede già di costare come prima e più di prima anche negli anni a venire a dispetto di ogni dubbio e di ogni critica? Dice la storia che la Regina Elisabetta, invitata dal governo inglese a tagliare, ha preso così sul serio questo impegno che la spesa pubblica per la Corona è scesa dai 132 milioni di euro del 1991-1992 a meno di 57 milioni.
Eppure, guai a ricordarlo. C'è subito chi è pronto a levare l'indice ammonitore: attenti a non titillare l'antipolitica, attenti a non gonfiare il qualunquismo, attenti a non fare della demagogia. Ne sappiamo qualcosa noi, ne sa qualcosa chiunque in questi mesi ha rilanciato con forza alcune denunce, ne sa qualcosa Beppe Grillo. Ma certo, non tutto quello che ha detto il «giullare- à-penser» genovese può essere condiviso. Dall'invettiva del «Vaffanculo Day» lanciata in un Paese che ha bisogno come dell'ossigeno di un linguaggio più sobrio fino all'appoggio alle tentazioni di rivolta fiscale. Un acerrimo avversario dello Stato italiano come Sylvius Magnago, straordinario protagonista di durissimi scontri in difesa dei sudtirolesi di lingua tedesca, lo ha spiegato benissimo sottolineando di sentirsi «un patriota austriaco ma un cittadino italiano»: «prima» si devono pagare le tasse, «poi» si può dare battaglia.

Ma quale autorevolezza hanno per liquidare Grillo quanti per anni e anni non sono riusciti a dimostrare la volontà, la capacità, la credibilità, la forza per cambiare sul serio questo Paese? L'Umberto Bossi che intima a Grillo che «occorre stare attenti a non esagerare» non è forse lo stesso Bossi che diceva che «il Vaticano è il vero nemico che le camicie verdi affogheranno nel water della storia»? Gerardo Bianco che al Grillo che vorrebbe un limite massimo di due legislature risponde dicendo che «non bisogna seguire la piazza a rimorchio di istrioni della suburra» non è lo stesso che siede in Parlamento dal 1968? E il Massimo D'Alema che liquida gli attacchi di Grillo ai partiti dicendo che per sua esperienza «se si eliminano i partiti politici dopo arrivano i militari e governano i banchieri» non è lo stesso che nei giorni pari dice che «la politica rischia di essere travolta come nel 1992» e nei dispari che «i costi della politica sono un'invenzione di giornalisti sfaccendati»?
E la destra che, Udc a parte, ha firmato col proprio questore il bilancio della Camera e poi si è rifiutata di votarlo nella speranza di cavalcare la tigre, non è quella stessa destra che governava con una maggioranza larghissima nei cinque anni in cui le spese delle principali istituzioni pubbliche sono cresciute di quasi il 24 per cento oltre l'inflazione? Per quel po' di esperienza che abbiamo fatto in questi mesi dopo l'uscita del nostro libro, incontrando diverse migliaia di persone, ci andremmo molto cauti, prima di liquidare l'insofferenza di milioni di cittadini, confermata inequivocabilmente dai sondaggi e dalle analisi di Ilvo Diamanti, come «tentazioni antipolitiche». Noi abbiamo visto piuttosto crescere una nuova consapevolezza. Quella che «prima» del legittimo diritto di ognuno di noi di sentirsi di destra o di sinistra, abbiamo tutti insieme un problema: una politica che ha allagato la società. E che, come dimostra il dibattito di queste settimane, non ha la forza non solo per risolvere i problemi ma neppure per metterli sul tavolo.

BILANCI TRASPARENTI - È «antipolitico» chiedere come mai non vengono neppure ipotizzati l'abolizione delle province o l'accorpamento dei piccoli comuni? Che tutte le amministrazioni pubbliche siano obbligate a fare bilanci trasparenti dove «acquisto carta da fax» si chiami «acquisto carta da fax» e «noleggio aerei privati» si chiami «noleggio aerei privati» così da spazzare via tanti bilanci fatti così proprio per essere illeggibili? Che anche il Quirinale metta in Internet il dettaglio delle proprie spese come Buckingham Palace? Che venga rimossa quella specie di «scala mobile» dell'indennità dei parlamentari ipocritamente legata a quella dei magistrati due decenni abbondanti dopo l'abolizione del meccanismo per tutti gli altri italiani? Insomma: viva le istituzioni, viva il Parlamento, viva i partiti. Però diversi: diversi. E soprattutto: è antipolitico chiedere che certi politici italiani la smettano di essere così presuntuosi da pretendere di identificarsi automaticamente con la Democrazia?

Fonte: corriere.it

21 set 2007

Falce e carrello, la denuncia di Mr. Esselunga

Bernardo Caprotti ha scritto un libro - j'accuse contro gli ostacoli posti al suo gruppo nelle regioni rosse. Seguirà esposto in procura

MILANO - Da tempo denuncia la sua difficoltà ad accedere al mercato della grande distribuzione in alcune regioni italiane, dove a suo dire vige un vero e proprio regime di sudditanza nei confronti delle Coop. La protesta di Bernardo Caprotti, 81enne fondatore di Esselunga, è diventata ora un libro dall'evocativo titolo di «Falce e carrello», edito da Marsilio. E scaturirà presto anche in una vera e propria azione penale: il patron della catena di supermercati più diffusa del nord Italia ha infatti annunciato di voler presentare in procura un esposto proprio per denunciare questa sorta di conventio ad excludendum che amministrazioni locali e operatori economici vicini alla sinistra starebbero attuando nei suoi confronti.

«MERCATO DISTORTO»
Già lo scorso gennaio Caprotti aveva parlato della questione con il commissario della Ue alla concorrenza, Neelie Kroes: «Le ho raffigurato la situazione di cui sono stato vittima e testimone - ha raccontato Caprotti alla presentazione del libro -: una distorsione della Repubblica attraverso un vero e proprio controllo territoriale che ti impedisce di entrare in certe zone del Paese con vari sistemi: piani regolatori, decisioni delle sovrintendenze, velate minacce ai costruttori. Il controllo del territorio comporta una tendenza al monopolio: è questa che abbiamo denunciato all'Unione europea». E «Falce e carrello» è dedicato proprio «a ciò che ho dovuto subire per mani delle Coop».

VOCI DI VENDITA
La presentazione del libro è stata anche l'occasione per affrontare il nodo della possibile vendita di Esselunga, dopo la voce di un interessamento da parte del gruppo tedesco Rewe. Caprotti ha precisato che «al momento non c'è interesse alla vendita» anche perché «l'azienda va bene». Ma ha evidenziato come, qualora intendesse passare di mano il suo gruppo, questo potrebbe essere fatto solo di fronte a candidati affidabili dal punto di vista della qualità. «Ci sono solo tre o quattro gruppi che potrebbero prendere in mano il nostro e mantenerne la qualità e lo spirito - ha spiegato il gran capo di Esselunga -. Wal Mart e Tesco, ad esempio, sono l'antitesi di Esselunga». Esclusa infine la cessione a fondi di private equity e all’amico Carlo Pesenti, consigliere delegato di Italcementi: «Andiamo a caccia insieme volentieri, ma lui fa cementi», mentre quello del retailer è un mestiere che può fare «solo chi è colpito dal bacillo».

«NESSUNA FRETTA»
In ogni caso, ha spiegato Caprotti, non c'è particolare fretta: «E’ vero - ha detto - che sono anziano, un vegliardo, ma qui siamo quasi tutti italiani e l’anno scorso abbiamo scelto per sette anni un presidente della Repubblica che qualche mese fa ha compiuto i miei stessi anni ed è attivissimo: è tutti i giorni in tv. Lavora quasi come me, anche se io non ho i corazzieri. Ma a lui non chiedete che cosa succede se muore prima di Natale o Pasqua. Io mi diverto a fare girare questa baracca».

Fonte: corriere.it

Burlando contromano in autostrada: "sono deputato", niente multa

Il governatore della Liguria fermato su una superstrada: aveva percorso un chilometro e mezzo sulla corsia sbagliata. Poi mostra il tesserino (scaduto) di parlamentare e se ne va

GENOVA - Per un chilometro e passa ha guidato contromano, rischiando una mezza dozzina di scontri frontali con le vetture che stavano per imboccare il casello autostradale. Fermato da una pattuglia della polizia, invece della patente ha mostrato la tessera da deputato. Che tra l'altro è scaduta da un paio d'anni. Dicono non sembrasse turbato più di tanto, anzi. "Hanno ragione", ha detto serenamente Claudio Burlando - ex ministro dei Trasporti e già sindaco di Genova, fino al 2005 in Parlamento con i Ds, attuale presidente della Regione Liguria - indicando gli automobilisti fermi ai lati della carreggiata e sotto shock per lo spavento.

Gli agenti hanno calmato gli animi, preso nota del documento, telefonato in centrale. Poi lo hanno lasciato andare. Nemmeno l'ombra di una multa. E massima discrezione. I poliziotti qualche ora più tardi hanno sottoscritto - "per dovere d'ufficio" - una relazione di servizio. Che avrebbe dovuto restare chiusa in un cassetto.

E' successo domenica scorsa. "Verso le ore 12,15 la pattuglia veniva inviata dal locale Centro Operativo Autostradale presso il casello di Genova-Aeroporto", scrivono gli agenti. Poco prima la centrale ha raccolto le telefonate - terrorizzate, infuriate - di alcuni automobilisti. "Giunti sul posto venivamo avvicinati da tre persone". Sono gli occupanti dell'ultima vettura che stava per essere centrata dalla macchina del Presidente. Al volante c'è un signore di 59 anni, con la figlia e il fidanzato di lei. "Asserivano di essersi trovati l'autovettura Mitsubishi Space Runner targata AH... procedere contromano".

Raccontano i tre di essersi avvicinati furibondi alla macchina per prendersela con il guidatore. E che quello restava chiuso all'interno dell'abitacolo, ignorandoli, il telefonino incollato all'orecchio.

Ma chi è l'automobilista? "Alla guida della Mitsubishi si trovava tale Burlando Claudio, nato a Genova il 27.04.1954, identificato mediante tessera della Camera dei Deputati numero 938...". Precisano gli agenti: "Quest'ultimo ammetteva quanto sostenuto dagli utenti senza dare un giustificato motivo alla manovra effettuata". E in coda alla relazione: "La pattuglia, non avendo comunque accertato l'infrazione in oggetto, si asteneva dal contestare alcun tipo di sanzione, limitandosi ad informare il comandante telefonicamente e a redigere la presente".

Secondo la ricostruzione dei poliziotti, il presidente ligure proveniva dagli Erzelli, una collina dove sono depositati i container vuoti del porto di Genova. Voleva dirigersi verso il mare, ma ha sbagliato strada. All'altezza dell'ingresso autostradale con ogni probabilità intendeva fare inversione e passare sull'altra carreggiata. E però le due strade sono divise prima da una barriera di catene, poi dal guard-rail in cemento. Così è partito in contromano, tenendosi rasente ad un muraglione sulla sinistra, forse sperando di trovare uno spazio nella barriera ed infilarcisi.

Il fatto di aver incrociato alcune macchine nell'opposto senso di marcia, di aver sfiorato più volte lo scontro, non lo ha indotto a desistere. Al contrario, ha percorso più di un chilometro. Resta da capire perché la Stradale, nonostante Burlando abbia ammesso le sue colpe, non abbia elevato alcuna contravvenzione. Codice alla mano, per la guida contromano sono previsti quattro punti in meno sulla patente. Dieci in caso di curve e strade divise da carreggiate separate.

Fonte: repubblica.it

13 set 2007

"Ho pagato e non mi pento, questo è il paese dei furbi"

Parla uno dei giovani baresi coinvolti nell'inchiesta sui test d'ammissione alla università: "Solo un aiutino"

BARI - Lui ha pagato. "Non so quanto, questo chiedetelo a mio padre. Ma vi assicuro che ho studiato. Quell'esame l'ho superato per merito soprattutto. Certo un aiutino...".

I messaggini sul telefono con le risposte giuste le sembrano un aiutino?
"Chi nella sua vita agli esami, ai compiti in classe, non ha copiato una volta o almeno ci ha provato? Avanti, provate a dirmelo. Rispetto a prima sono cambiati soltanto i metodi: prima c'erano le fisarmoniche, i libri piccolini, le fotocopie. E ora ci sono i telefonini. Non capisco perché la gente si scandalizza".

Antonio (non si chiama così) è uno dei cinquanta sospettati dalla procura di Bari nell'inchiesta sui test d'ingresso all'Università di Bari. L'esame lo ha superato. Ma la sua prova dovrebbe essere annullata.
"Non esiste".

Come, scusi?
"Io non ho fatto niente di male e quindi io mi sento a tutti gli effetti uno studente dell'Università di Bari".

Lei ha barato.
"Ho fatto quello che si è sempre fatto durante un esame. Niente di più, niente di meno".

Ma come: le centrali operative, gli auricolari bluetooth, le staffette...
"Quelle sono le esagerazioni dei giornali. Semplicemente i tempi avanzano e noi ci adeguiamo con le tecnologie. Ma ripeto, non mi va di passare come un analfabeta. Mi sono diplomato con un ottimo voto, ho studiato come un pazzo per cinque anni e quest'estate con il professor Pollice anche. Nessuno mi ha regalato nulla".

Perché se era così bravo ha pagato?
"Io ho pagato le lezioni private, non per superare l'esame. Nessuno mi ha garantito di essere promosso, se fossi stato bocciato nessuno avrebbe restituito a mio padre quel denaro: certo, le percentuali erano alte. Si sa che chi segue i corsi di Pollice ce la fa quasi sempre. Ma perché è preparato. Non per altro".

Quando ha cominciato a studiare per il test?
"A fine aprile, i primi di maggio. Dovevo preparare anche gli esami di maturità e la chimica, la fisica, servono sempre. Non erano lezioni individuali ma di gruppo. Ci vedevamo una, io anche due volte alla settimana".

Che facevate?
"Seguivamo le lezioni. Preparavamo i test con le simulazioni. Studiavamo molto anche a casa, non sono mai stato così tanto sui libri in vita mia. Sono bianco: se bastava pagare avrei passato l'estate a Corfù con i miei amici, e non in un villaggio a Polignano".

Un secchione.
"No, ma nemmeno un delinquente".

Lei ora potrebbe essere indagato per associazione a delinquere finalizzata alla truffa. Cosa dirà agli investigatore quando sarà interrogato?
"Che non ho fatto niente. E se insistono mi avvarrò della facoltà di non rispondere, si dice così, no?".

Lei aveva il telefonino?
"Sì".

Non si può, è vietato.
"Non hanno le prove. Nessuno mi ha scoperto".

Potrebbe essere stato intercettato.
"Forse no".

Aveva cambiato la scheda e anche il telefonino?
"Questo non lo posso dire".

Ma non si sente in colpa nei confronti dei suoi colleghi? Avete giocato la stessa partita ad armi impari: che gusto c'è a vincere così?
"Ho vinto perché ero più preparato. E forse perché sono stato più furbo. Questo è il paese dei furbi".

Fonte: repubblica.IT

10 set 2007

Università, sette indagati per i test agevolati

Nel mirino della Guardia di Finanza gli atenei di Bari, Chieti e Ancona
Gli studenti arrivavano a pagare fino a 40mila euro per avere la certezza di essere ammessi alle Facoltà di Medicina e Odontoiatria

BARI - Sette persone sono indagate dalla Procura della Repubblica di Bari, nell'ambito delle indagini condotte dalla Guardia di Finanza sui test di ingresso alle Facoltà di Medicina e Odontoiatria delle Università di Bari, Chieti e Ancona. Secondo le indagini della guardia di Finanza alcuni studenti hanno pagato fino ad 8.000 euro per frequentare un corso di preparazione con la garanzia di essere «assistiti» durante il test, e poi fino a 30.000 se effettivamente l'esame veniva superato. Tanto poteva costare la prova di ammissione alla facoltà di medicina e odontoiatria nelle università di Bari, Ancona e Chieti.
COINVOLTO ANCHE UN DOCENTE - I finanzieri hanno documentato l'esistenza di una organizzazione composta tra l'altro da un docente universitario e da un dipendente amministrativo che ha provveduto a fornire ad almeno una cinquantina di studenti le risposte esatte dei test nel corso dell'ultima prova di ammissione che si è svolta il 4 e il 5 settembre scorso.
TELEFONATE E SMS - Gli investigatori hanno intercettato nel corso dello svolgimento della prova telefonate e sms, hanno filmato movimenti di persone che riuscivano a fare arrivare le domande dei test ad una vera e propria sala operativa dove i quesiti venivano risolti e inviati per sms o per telefono ai candidati. L'organizzazione aveva fatto in modo da far iscrivere alla prova per ogni studente almeno una o più persone che lo avrebbero aiutato, ed aveva concordato anche la composizione delle aule. Questo tentativo, almeno nell'università di Bari, è stato sventato grazie al rettore che, poco prima del concorso, ha deciso di ricollocare gli studenti in aula in base all'età.

Fonte: corriere.it

7 set 2007

Il malato è un affare privato

Il Ssn ha delegato a laboratori e case di cura quasi la metà dei suoi compiti. Ma nessuno li controlla. Così la spesa lievita per esami e cure inappropriate

Centinaia di addetti, migliaia di pazienti in gioco: lo ripetono come un mantra gli amministratori lombardi. Perché sanno che è su questo binomio che fa perno l'impunità di chi fa soldi a palate a spese del Sistema sanitario nazionale: il bisogno di salute cresce, cresce, cresce, e sono i privati a soddisfarlo in larga parte, tappando le falle del Sistema sanitario nazionale che non riesce né a rispondere al bisogno di tutti, né, ed è ancor più grave, a calmierare questo bisogno, spesso drogato.

Così finisce che il Ssn sembra sempre più abdicare al suo ruolo di erogatore e garante della salute degli italiani, delegando al privato quasi la metà delle sue funzioni, e mancando di controllare ciò che le strutture accreditate fanno col denaro pubblico: 30 miliardi di euro circa nel 2005, di cui otto e mezzo andati alle case di cura. Che si traducono in milioni di pazienti dirottati fuori da ospedali e Asl ad alimentare un business retto, com'è ovvio, per lo più da imprese che fanno le cose per bene e in piena legalità; ma che non hanno alcun interesse, né ne hanno il mandato istituzionale, a calmierare le ansie e le richieste spesso inutili.

Non solo, i dati sui costi dei ricoveri, forniti in esclusiva al 'L'espresso' dal ministero della Salute, mostrano che chiunque sostenga che ricorrere al privato accreditato fa risparmiare il Ssn si sbaglia di grosso. Un ricovero costa all'erario in media 3.021 euro in ospedale e 2.870,48 in clinica; la media però nasconde che gli interventi più costosi (dai trapianti alla chirurgia oncologica alla neurochirurgia di punta) si eseguono in larga parte nelle strutture pubbliche. Non solo: sono sempre i dati ministeriali a rivelare che ogni ricoverato in Lombardia costa 3.100 euro in ospedale e di più, 3.200, in clinica. In Sicilia: 2.750 contro 2.872. E in Liguria: 3.338 contro 6.743.


Così la spesa lievita, e il Ssn arranca: è tra i migliori del mondo, è vero, stando alle statistiche, ma per quanto ancora? E poi: quelle statistiche assomigliano sempre più al pollo della parabola, perché a fronte di regioni del Paese dove si registrano eccellenza ed efficienza, ce ne sono altre che sprofondano, abdicano al privato spesso rapace, e mancano di garantire il minimo consentito dalla decenza. E così, il Paese nel suo complesso, nei confronti internazionali, fa una gran bella figura, ma andatelo a chiedere a un cittadino campano, siciliano o abruzzese se si sente nel migliore dei Ssn possibili. O a un lombardo, che sa di vivere al centro dell'eccellenza scientifica internazionale, perché viene spinto in clinica da un sistema che ha privilegiato il privato svuotando di risorse gli ospedali.

A sottolineare l'incongruo di una mole di denaro così ingente trasferita senza chiederne conto ai privati è anche il Cnel che, in un documento dell'aprile 2007 annota: "Non si può non notare che, ad oggi, in molte realtà ci troviamo di fronte a un doppio sistema sanitario, là dove le prestazioni erogate dal privato accreditato superano il 50 per cento del totale". Con trend in ascesa: la specialistica accreditata sale dell' 8,5 per cento l'anno, l'assistenza, cioè i ricoveri, del 7,2.

Specialistica, ovvero centri diagnostici e laboratori di analisi, innanzitutto. E qui, più che altrove, il privato la fa da padrone. Con situazioni paradossali: in Lombardia il 60 per cento della diagnostica è svolto in centri, nel Lazio il 74 per cento, in Sicilia l'82. La sintesi la fa il rapporto Oasi della Bocconi che mostra come la diagnostica in convenzione decolli in certe regioni e implichi prestazioni inappropriate e aumenti di spesa: 2,2 laboratori accreditati ogni 100 mila abitanti in Piemonte, 11,4 nel Lazio, 20,7 in Campania, 29,1 in Sicilia. Così accade che la spesa pro capite in accertamenti diagnostici spesso inutili passi dai 14 euro degli umbri ai 101 euro dei laziali, dai 29 euro degli emiliani ai 59 dei lombardi.

Perché stiamo parlando di un comparto, la diagnostica, che ogni anno si porta via 3 miliardi e mezzo di euro. Le ragioni di uno shift così ingente al privato sono, di fatto, legate all'incapacità delle strutture pubbliche di far fronte alla richiesta. E per un Giovanni Bissoni, assessore alla Sanità dell'Emilia Romagna che soddisfatto dichiara che dalle sue parti solo il 7 per cento dei fondi per la diagnostica va alle strutture convenzionate e che la diagnostica più costosa (Tac e risonanze) si fa solo in ospedale, c'è un Lazio che batte tutti i record: i due terzi delle prestazioni diagnostiche sono fatte dai privati accreditati, che si accaparrano anche il grosso delle costosissime Tac e Rmn (232 mila su 340 mila nel 2005).

Eppure delle 49 apparecchiature attive nella regione, solo 17 sono private: che fanno le 32 risonanze laziali tutto il giorno? La risposta, almeno in parte, la fornisce la commissione d'indagine sul Ssn del Senato presieduta dal forzista Antonio Tomassini che, in margine a un'ispezione compiuta al nuovo Polo oncologico romano (Ifo), annota: "Ci sono solo cinque Pet nell'Italia centrale. Di cui due all'Ifo. Potrebbero eseguire 20 prestazioni al giorno, ma ne forniscono 20 alla settimana". Per non parlare della Moc (l'esame per verificare la densità ossea previsto per ogni donna in menopausa); le apparecchiature ci sono, ma il servizio è sospeso per mancanza di personale. Con milioni di donne che vanno in clinica.

La situazione rilevata all'Ifo dai senatori della Commissione è emblematica dell'abdicazione: la struttura pubblica non ce la fa a governare richieste e prestazioni, e manda la gente in laboratorio. O in casa di cura. Come in Sicilia, dove più di un quinto dei denari erogati dal Ssn (esclusi quelli per i farmaci e per i medici di base) va alle cliniche. Come stupirsene se, nel corso della loro ispezione all'ospedale Villa Sofia Cto di Palermo i senatori della Commissione hanno trovato che su quattro stanze a disposizione delle partorienti, tre sono vuote e ingombre di masserizie, ancorché tinteggiate di fresco, e solo una ospita effettivamente alcune puerpere. Delle due, l'una: o a Palermo non nascono più bambini, o la spinta è ad andare a partorire in casa di cura. Peraltro questa tendenza a delegare è ben rappresentata da una nota del direttore sanitario della struttura, Salvatore Requirez, che ha lasciato "perplessi" i senatori. Il Villa Sofia, dice Requirez, è l'unica struttura palermitana a erogare la terapia del dolore che, però, costa troppo e "va esternalizzata".

Con che garanzie, poi, il Ssn lascia ai privati il compito di curare gli italiani? Leggiamo il documento del Cnel: "L'applicazione delle norme in materia di accreditamento è stata nella maggior parte delle Regioni disattesa. Ciò ha determinato conseguenze negative sia sulle prestazioni che sul terreno economico". Ed è lo stesso Consiglio a chiedersi se la disgregazione del sistema non si traduca in una "disparità" tra i cittadini di fronte alla malattia.

"Il federalismo sanitario ha spaccato il Paese perché ha consentito a chi aveva le spalle robuste di camminare più in fretta. Ma ha tagliato le gambe a chi era già in difficoltà", spiega Giovanni Bissoni da Bologna. Così chi è stato capace di governare le risorse e responsabilizzare tutti gli attori, dai primari agli infermieri ai sindaci, ce l'ha fatta. Chi ha sprecato in clientele e convenzioni, no.

Così sono andate le cose, a sentire gli esperti, ma la questione rimane aperta. Di fronte a 21 autorità sanitarie riottose e ben decise a non mollare una briciola, né di denari né di autonomia. Col susseguirsi quasi giornaliero di scandali e ruberie. Come facciamo a parlare ancora di Ssn? Non sarà che è morto e che nessuno vuole dirlo? "Non è morto", chiude Bissoni: "Ma se non risolviamo il problema del Lazio, della Campania, della Sicilia, allora, certo, si fa fatica a parlare di Ssn".

Fonte: espresso.it

Case di cura e di truffa

Milioni sottratti al Sistema sanitario. Grazie a un gioco di cartelle truccate e a funzionari compiacenti. Ecco come le cliniche di Rotelli, il San Raffaele e altri istituti milanesi sono finiti nel mirino della magistratura

San Raffaele, San Carlo, San Donato, Sant'Ambrogio, San Giuseppe, Santa Rita e San Pio X: la crème della sanità privata lombarda è nel mirino dell'autorità giudiziaria. E pezzi da novanta come Giuseppe Rotelli, Mario Cal, Francesco Paolo Pipitone, la famiglia Ciardo sono indagati da Guardia di finanza, Nas e Squadra mobile. Sospettati, loro che hanno trasformato la salute in Lombardia in un business da un miliardo e 200 milioni di euro l'anno, di avere corretto, se non corrotto, parte del sistema.

A fare luce sulla nuova sanitopoli lombarda sono tre inchieste della Procura di Milano affidate congiuntamente ai pm Tiziana Siciliano, Grazia Pradella e Sandro Raimondi, e quindi, praticamente, unificate in un'unica maxi-indagine. Che ha rovinato le vacanze a un bel po' di big. Perché gli avvisi di garanzia per i reati di truffa al Sistema sanitario nazionale e falso ideologico nella compilazione delle cartelle cliniche stavolta hanno colpito in alto.

Fino a Giuseppe Rotelli, il re della sanità lombarda, consulente al ministero della Salute con Gerolamo Sirchia, proprietario di 17 case di cura private, con 3.700 posti letto e un fatturato annuo di 650 milioni di euro, quattro delle quali a Milano, finite nel setaccio della Procura. Ma Rotelli possiede anche il 5 per cento di Rcs Mediagroup che lo porta a un passo dal patto di sindacato, e ha amicizie importanti in Mediobanca. Oltre che in Regione, dove, negli anni '80 ha collaborato in maniera importante all'estensione del Piano sanitario, firmato dal socialista Sergio Moroni. Del suo gruppo sono state perquisiste le cliniche San Donato, San Siro, Sant'Ambrogio e Galeazzi e sono state sequestrate cartelle cliniche che dimostrerebbero, secondo gli inquirenti, palesi falsificazioni finalizzate a ottenere rimborsi ingiustificati per milioni di euro dalla Regione.


Dopo il magnate Rotelli, l'onda dell'inchiesta ha raggiunto persino il San Raffaele dell'intoccabile don Luigi Verzè. La Procura di Milano ha avviato un'inchiesta su ricoveri irregolari eseguiti nella casa di cura San Raffaele-Villa Turro. Risultato: il legale rappresentante della Fondazione San Raffaele, Mario Cal, il direttore sanitario e alcuni responsabili di reparto sono indagati per gli stessi reati contestati al gruppo di Rotelli.

Gli stessi reati vengono contestati anche a imprenditori meno noti, come il notaio siciliano Francesco Paolo Pipitone, titolare della Casa di cura Santa Rita, uno dei poli più dinamici della sanità privata nel capoluogo lombardo. Come pure sono sotto indagini della Squadra mobile milanese gli ex proprietari della Casa di cura San Giuseppe, mentre i Nas indagano sui frati camilliani proprietari della clinica Pio X, i cui nuovi vertici, dopo gli esami dei bilanci, hanno deciso di dimettersi. Addirittura in manette è poi finita buona parte della famiglia Ciardo, proprietaria della clinica San Carlo, i cui vertici sono stati azzerati dagli arresti.

Quella che gli inquirenti disegnano come una gigantesca truffa ai danni del Ssn è tutta scritta nella sintesi di 8 milioni di cartelle cliniche emesse dal 2003 al 2006 da tutti gli ospedali pubblici e privati convenzionati della Lombardia. Che il colonnello della Guardia di Finanza Cesare Maragoni, comandante del Gruppo tutela spesa pubblica del nucleo di Polizia tributaria di Milano, porta sempre con sé. Nel suo computer ci sono milioni di dati incrociati, a giustificazione di un'indagine che scuote l'intero sistema della sanità privata lombarda.

Dodici finanzieri, assistiti dai periti del Tribunale, in un anno hanno esaminato poco meno della metà delle cartelle degli istituti clinici privati accreditati. Ma hanno già scoperto che nella regione che investe il 74 per cento del suo bilancio nella sanità, facendo dei centri privati il suo fiore all'occhiello, nessuno controlla dove va a finire quel miliardo e 200 milioni di euro all'anno erogato in rimborsi alle strutture accreditate.Ottantamila di quelle cartelle sarebbero state truccate, gonfiate, falsificate per ottenere rimborsi illeciti per almeno 18 milioni di euro.

Finiti a rimborsare asportazioni di nei pagati fino a 14 mila euro; interventi di chirurgia estetica su transessuali affetti da Hiv spacciati per interventi legati alle patologie indotte dal virus, a carico dalla Regione per 12 mila euro; presunte operazioni chirurgiche complesse addebitate per 50 mila euro, di fatto semplici interventi in day hospital. E poi esami eseguiti su pazienti ricoverati per tre giorni (il massimo della convenienza per una struttura accreditata) che si sarebbero potuti fare ambulatorialmente. Il trucco era semplice: bastava cambiare il codice numerico e il gioco era fatto. Insomma, falsificazioni talmente grossolane che oggi molti tra gli inquirenti si chiedono come mai nessuno se ne fosse accorto.

O forse qualcuno faceva solo finta di non accorgersene. Come sembrano indicare alcune intercettazioni telefoniche eseguite dal Nas Milano nel corso dell'indagine sulla clinica San Carlo. Sulla graticola c'è finita Paola Navone, responsabile del nucleo operativo di controllo della Asl Città di Milano, indagata per favoreggiamento poiché avrebbe invitato i suoi collaboratori a ostacolare il lavoro del comandante Giovanni Maria Jacobazzj del Nas che guidava le indagini alla San Carlo. "Frasi in libertà dette dalla mia cliente che sono state male interpretate dai carabinieri", sostiene l'avvocato della signora Navone, Piero Magri.

Ben altro secondo gli inquirenti, che hanno disposto l'arresto della proprietaria della San Carlo, Marina Sassaroli, 79 anni, da subito ai domiciliari, e dei figli che sedevano nel consiglio di amministrazione, Grazia e Alberto Ciardo. Oltre a loro, in carcere è finito anche Alberto Palmesi, presidente del cda di Eukos, la società dei Ciardo che possiede la clinica, il consigliere d'amministrazione Carlo Schwarz, il direttore sanitario Alberto Fantini (83 anni, anche lui ai domiciliari), il responsabile di Chirurgia generale Carlo Zampori e il chirurgo Gianluca Campiglioe.

Nell'ufficio di Paola Navone, rimasta alla sua scrivania fino a luglio nonostante l'avviso di garanzia, ben 12 impiegati avevano il compito di controllare le cartelle cliniche di 30 istituti di ricovero e 160 ambulatori di prestazioni diagnostiche in convenzione. Le falsificazioni, osservano oggi gli inquirenti, erano talmente banali da non poter passare inosservate: a un codice di intervento deve corrispondere un codice di rimborso prestabilito e codificato. Non solo, nemmeno serve chiamare in causa la fallacia: tutti gli errori esaminati dal Nas provocavano rimborsi maggiori, mai il contrario.

Ma se alla Asl qualcuno faceva il pesce in barile, l'inchiesta milanese ha rilevato che le inadempienze stanno più in alto. Nello stesso sistema di controlli messo in piedi dalla Regione Lombardia, francamente a maglia larga. Basti pensare che la regola regionale era quella di esaminare soltanto il 5 per cento delle cartelle di ogni istituto. Non solo, era sempre l'assessorato alla Sanità a stabilire che i controlli fossero preannunciati con almeno 48 ore di anticipo e che i funzionari dovessero specificare alla struttura da controllare quali cartelle cliniche sarebbero state prelevate. Un sistema che sembra fatto apposta per coprire chi vuole nascondere cartelle cliniche truccate, e che soltanto una delibera del 30 marzo 2007 (a inchiesta ormai esplosa) ha corretto, consentendo ispezioni a sorpresa e possibilità di estendere il campione di cartelle in caso di sospetti.

E il clamore dell'inchiesta ha alfine svegliato anche la dormiente opposizione, che oggi chiede di rivedere il sistema di accreditamento e la sospensione delle convenzioni alle cliniche sotto indagine. "Ci sono centinaia di addetti e migliaia di pazienti in gioco", sbuffa Carlo Lucchina, il direttore generale della Sanità lombarda: "Non possiamo smettere di garantire un pubblico servizio come quello degli istituti di cura". E infatti, l'assessorato ha sospeso la convenzione solamente alla clinica San Carlo, che nel 2006 ha fatturato 10 milioni di euro, di cui un milione oggetto della presunta truffa. Per un mese. Finché gli azionisti della Eukos spa, proprietaria della clinica, dalla cella di San Vittore hanno delegato il commercialista Generoso Galluccio di presentarsi come uomo di garanzia in grado di bonificare la società: la convenzione è stata ripristinata il 12 febbraio scorso.

Fonte: espresso.it

5 set 2007

Tintarella in orario di lavoro, la Fiom li difende

È sacrosanta, per il sindacato, la difesa del diritto dei lavoratori. Anche quando i lavoratori non lavorano, e il diritto è quello all'abbronzatura. «Noi della Fiom siamo fatti così - hanno detto i rappresentanti della potente sigla dei metalmeccanici agli allibiti dirigenti della Fincantieri di Sestri Ponente -. E pertanto contestiamo i provvedimenti disciplinari, due giorni di sospensione dal servizio, che sono stati inflitti ai nostri operai». I quali, sempre a sentire i loro tutor di fabbrica, sarebbero responsabili di nulla: «Che volete che sia?» è la difesa a spada tratta dei due dipendenti, sorpresi a prendersi la tintarella in orario di lavoro e in costume da bagno. D’altronde il sole dardeggiava a picco sul cantiere e la temperatura non invogliava a moltiplicare gli sforzi. Senza contare che Sestri Ponente, delegazione un tempo balneare ma ormai inglobata a Genova, non è distante dalle spiagge più rinomate della Riviera ligure.
Insomma: tutto congiurava a favore di uno stacco da parte dei due dipendenti che, nel primo pomeriggio, hanno deciso di togliersi la tuta e mettersi in libertà. Per non disturbare i colleghi, si sono scelti un luogo appartato, ma pur sempre in zona cantiere. È lì che il responsabile della vigilanza li ha sorpresi in «fragrante» (nel senso dell'inconfondibile afrore di olio solare). Il dirigente ha contestato l'evidenza: abbandono del posto, in orario di lavoro, per futili motivi. «Ma quali futili motivi? Qui i motivi ci sono tutti» la replica dei giovinotti, risoluti a rivendicare il diritto a prendersi la dose giornaliera di raggi. È scattata la sanzione, subito contestata dagli interessati, che, iscritti al sindacato autonomo, ma non sentendosi abbastanza tutelati, hanno stracciato la tessera per aderire alla Fiom. Tutt'altra musica: la sigla più amata dalla sinistra radicale ha preso in mano la situazione, decisa a far valere le ragioni dei colletti blu e delle facce di bronzo (nel senso della tintarella). La questione è finita alla Direzione provinciale del lavoro. Con un'arringa di difesa assolutamente originale: «Non è compito della vigilanza - hanno precisato gli esperti della Fiom - controllare l'operato dei dipendenti sul posto di lavoro». Neanche se prendono la tintarella, e, contemporaneamente, maturano lo stipendio. Mentre fuori dai cancelli c'è la fila di giovani visi pallidi che vorrebbero lavorare. Sul serio.

Fonte: ilgiornale.it

4 set 2007

Il ricorso dopo la bocciatura. «Non erano stati preparati» Il Tar: «Sì alla maturità bis»

Gli alunni del prof assenteista,il Tar: «Si rifaccia la maturità»
L'insegnante fuori dall'aula 7 ore su 10. E anche ieri non si è presentato

MILANO — A luglio sono stati bocciati. «Siamo vittime del professor M., il super assenteista», hanno subito attaccato. Avevano ragione, almeno secondo la giustizia amministrativa. Ieri il Tar della Lombardia ha accolto il ricorso di cinque ragazzi dell'istituto tecnico commerciale Moreschi di Milano: entro settembre, potranno ripetere l'orale della maturità. Sentenza rara. Perché straordinaria è la vicenda: «Non hanno ricevuto una preparazione sufficiente — dice il loro avvocato —. Il giudice ne ha tenuto conto». Storia paradossale di un professore allergico all'insegnamento. Nel 2002-2003 raggiunge il record del 72 per cento di assenze, quasi sempre per una malattia che fatalmente inizia di lunedì. Seguono trasferimenti, ispezioni e centinaia di certificati. Mesi trascorsi lontano dalla cattedra. Con effetti devastanti. Tra questi, la «strage» di bocciati alla scorsa maturità. Il caso esplode a luglio: gli studenti del Moreschi affrontano gli esami finali. Su 40 candidati (due classi del professor M.), una commissione ne respinge 9, quattro privatisti e cinque «interni». Una Caporetto.

Soprattutto in economia aziendale, la materia del docente refrattario all'insegnamento. Scoppia la polemica. «La colpa è anche della scuola — denunciano i genitori, che presentano ricorso — : per anni i nostri figli hanno fatto lezione a singhiozzo ». Sotto accusa anche i commissari: «Non hanno considerato la storia dei ragazzi ». Quella storia, invece, è stata esaminata punto per punto dal Tribunale amministrativo della Lombardia. Che ieri ha stabilito: «Si dispone la convocazione della commissione d'esame, la quale dovrà curare la predeterminazione dei criteri di valutazione della prova e la ripetizione della stessa». L'orale si ripeterà. Entro la fine del mese. Battaglia vinta, almeno in parte. L'avvocato dei cinque ex-bocciati, Enzo Barilà, spiega: «L'ordinanza cautelare del Tar, cui seguirà la sentenza definitiva, conferma un'irregolarità nello svolgimento degli esami: la commissione non aveva indicato i criteri con cui valutare i ragazzi». Questo il cavillo grazie al quale gli studenti ripeteranno l'orale. «In realtà — continua il legale — è stato considerato il fatto che questi giovani, loro malgrado, non sono stati preparati adeguatamente ». È stato questo l'elemento determinante per strappare il sì del Tar (è rarissimo che vengano accolti i ricorsi degli studenti bocciati). «Ma in questo caso le colpe erano evidenti», aggiunge Pino Fasulo, il padre di uno dei cinque. Rimettersi alla prova, una seconda volta. Con un piccolo ostacolo in più: la commissione sarà la stessa che a luglio ha bocciato i cinque ragazzi. Qualcuno, nei corridoi del Moreschi, già mormora: «Andrà peggio di prima. I prof si vendicheranno ». Più tranquille le famiglie: «Non abbiamo paura. Speriamo che la valutazione sia serena». Resta una questione in sospeso: «Non escludiamo — continuano i genitori — di intentare un'azione risarcitoria nel caso in cui i nostri figli non ce la facessero». Se ne parlerà a esame concluso. Per adesso, i ragazzi studiano insieme, si fanno coraggio, sperano. «Siamo fiduciosi », dicono. E il professor M.? Dopo due trasferimenti per «incompatibilità ambientale » e due indagini aperte (la Procura della Repubblica sul piano penale, quella della Corte dei conti sul piano contabile), la direzione scolastica lombarda lo ha assegnato a un incarico ammin istrativo. Avrebbe dovuto cominciare ieri.

La storia, ancora una volta, si è ripetuta: assente. Ma il direttore scolastico regionale, Annamaria Dominici, non ha nessuna intenzione di fargliela passare liscia: «Gli abbiamo inviato un provvedimento di diffida. Entro 15 giorni deve prendere servizio ». Altrimenti? Sospiro: «Altrimenti vediamo».

Fonte: corriere.it

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