I pm lo incriminano per i rifiuti. Il turismo è in crisi. L'economia langue. Ma il presidente è sempre più forte. Ecco perché
Cattura la new wave di Alessandra Mammì e Sabina Minardi Nostalgia di vacanze? Voglia di fuga? Settembre è la stagione migliore. Che porta nuove mete, volti, mode ed eventi Per Napoli il governatore non ha fatto niente. Invece ad Afragola, sopra i suoi terreni, ha fatto costruire l'Ikea, Leroy Marlin e la stazione dell'Alta velocità. Pazzesco. E la sa una cosa che mi ha detto un amico fidatissimo? Il sindaco si prende i quadri dei musei e se li appende in salotto, a Posillipo. E un altro mi ha giurato che la moglie è proprietaria della Gestline e degli autobus rossi che portano in giro i turisti. Uno schifo... Il tassista è un fiume in piena, ed è infuriato nero. Colpa forse del caldo e degli affari che vanno male: in città gli alberghi sono mezzi vuoti, le prime stime parlano di una flessione dei turisti del 20-30 per cento.
Così il tassista Giuseppe fa in cinque minuti la summa completa delle leggende metropolitane che da qualche mese circolano su Antonio Bassolino, sessant'anni appena compiuti, due volte sindaco, già ministro del Lavoro e dal 2000 governatore della Campania. Dicerie senza alcun riscontro ma che, più dell'inchiesta sulla monnezza, rischiano di distruggere un politico che sull'immagine e sulla comunicazione ha sempre puntato moltissimo. Magistrati in azione, rancore degli elettori, fallimento di un'esperienza amministrativa iniziata nel 1993: intellettuali e giornalisti ammettono che il clima che si respira in città è quello del pre-Tangentopoli. Al tempo fu travolta la rete dei Gava, dei Cirino Pomicino, dei De Lorenzo. Oggi, sperano gli avversari, potrebbe essere il turno del tentacolare sistema di potere messo in piedi da quello che lo storico Paolo Macrì definisce "l'uomo più potente in Campania dal dopoguerra in poi".
Anche se il regno di Bassolino sembra sulla via del tramonto, in città nessuno si schiera. Politici ed élite stanno in silenzio, in attesa degli eventi. La richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Napoli è stato un colpo durissimo, ma le accuse di truffa aggravata e frode che il governatore avrebbe commesso in qualità di commissario per l'emergenza rifiuti per ora hanno fatto meno danni del previsto. Don Antonio ha collezionato solo attestati di stima. Da Fassino a D'Alema, da Rosy Bindi a Veltroni, dal cardinale Crescenzio Sepe fino ad alcuni esponenti dell'opposizione. Prima di attaccare o' Presidente, infatti, ci si pensa due volte.
In tre lustri Bassolino ha messo in piedi un sistema di relazioni istituzionali ed economiche che abbraccia tutti i settori della vita pubblica: dai politici ai professionisti, dagli intellettuali ai giornalisti, dagli imprenditori ai sindacati. Nessuno, a Roma come in Campania, vuole mettersi contro chi ha in mano milioni di voti. "Bassolino è in crisi, ma ha ancora un potere enorme", commenta il filosofo Biagio De Giovanni, ex parlamentare europeo dei ds: "Un'egemonia che si fonda su corporazioni, lobby, complesse articolazioni del consenso. Il suo partito personale gestisce interessi giganteschi. Un simile monstrum non crolla in quattro e quattr'otto. E da garantista, non posso neanche augurarmi che cada sotto i colpi della magistratura".
Il partito del Presidente
La strategia politica di Bassolino nasce nel 1993, dopo la vittoria su Alessandra Mussolini, ed è figlia di un appartato professore universitario che si è trasformato negli anni in uno degli uomini più influenti di Napoli: Mauro Calise, politologo, non ha (quasi) mai avuto incarichi ufficiali, ma è il consulente più ascoltato dal governatore. Ha un ruolo ombra che ne fa il demiurgo del partito del Presidente: sfruttando i nuovi poteri assegnati al sindaco, Bassolino e Calise tagliano fuori i partiti della maggioranza da ogni decisione reale. Il professore indica gli uomini giusti, arbitra le carriere e consiglia gli assetti delle giunte. La gestione della cosa pubblica è affidata solo a fedelissimi.
Il modello di Calise è mutuato dall'esperienza di Ross Perot, il magnate statunitense candidato alla Casa Bianca: sfruttando il vuoto di potere post-gaviano, la coppia riesce a imporre in città un presidenzialismo all'americana con forti connotati populistici. Vincenzo De Luca, sindaco ulivista di Salerno e da anni in cima alla lista dei nemici del governatore, ci va giù pesante: "Il risultato è che oggi ci troviamo di fronte a un sistema clientelare di massa. La Regione è gestita come una bottega privata. Non c'è alcuna attività del palazzo che non abbia il marchio della fedeltà, non troverà neanche un usciere che non sia legato alla sua corrente".
La cupola del potere
Nel 2003 un saggio curato dalla sociologa Enrica Amaturo disegnò per la prima volta una mappa degli uomini che contano sotto il Vesuvio: i bassoliniani la facevano, già allora, da padroni indiscusssi. Dopo quattro anni 'L'espresso' ha ascoltato opinion maker, politici e osservatori neutrali, tentando di aggiornare la piramide, inserendo le nomenclature in ascesa e i potenti che agiscono dietro le quinte. La musica non cambia. Tutto ruota ancora intorno al governatore. "Chi critica Bassolino viene sistematicamente messo da parte", ragiona De Giovanni: "Il potere deve invece accettare il dissenso costruttivo, altrimenti rischia l'entropia. Non è un caso che la classe dirigente di cui si è circondato sia così mediocre". Il vicerè ha sempre fatto spallucce e aperto la stanza dei bottoni solo agli amici.
Oggi i suoi uomini-chiave sono Andrea Cozzolino, assessore regionale alle Attività produttive; Ennio Cascetta, ras dei Trasporti che zitto zitto si sta costruendo un enorme potere personale; Teresa Armato, assessore all'Università; Rocco Papa, ex vicesindaco di Rosa Russo Iervolino ("Lei conta pochissimo", dicono gli osservatori più cinici), e infine Annamaria Carloni, senatrice ds, presidente della lobby rosa Emily e moglie dello stesso Bassolino. La Carloni, si legge nell'analisi della Amaturo, ha addirittura più influenza dei partiti dell'Ulivo. Altro personaggio decisivo della rete è Enrico Soprano, avvocato della Napoli bene e superconsulente in varie questioni relative all'amministrazione pubblica, alle Asl e alle discusse società miste controllate dalla Regione. Soprano è a libro paga anche come esperto per la gestione dei rifiuti. "Il suo studio ha svolto un ruolo determinante", chiosa De Luca: "È stato il luogo di compensazione di tutti gli interessi politici ed economici delle élite napoletane".
Il settore dell'arte contemporanea, grande pallino del presidente, viene invece delegato a un ex giornalista, Eduardo Cicelyn, oggi direttore del Museo Madre e patron indiscusso - inizialmente sotto la supervisione di Achille Bonito Oliva - di ogni evento culturale in città. Fin dalle prime installazioni in piazza Plebiscito emargina università, accademie e gallerie, snobba le produzioni locali e fa arrivare a Napoli i soliti (questa l'accusa) nomi internazionali. Se il teatro San Carlo va verso il fallimento e il sovrintendente Nicola Spinosa fa miracoli con quattro soldi per difendere i beni culturali della città, Cicelyn sembra invece avere credito illimitato.
Un fiume di denaro
L'attuale potere di Bassolino si fonda infatti non solo sull'abilità politica e sull'innegabile carisma personale, ma anche sul controllo di enormi somme di denaro. Se la spesa pubblica regionale è ormai arrivata al 19,5 per cento del Pil, i fondi europei nel periodo 2000-2006 superano i 7,7 miliardi di euro. Un fiume di soldi gestito direttamente dall'assessore Cozzolino. Gli aiuti di Bruxelles, a parte gli investimenti nella metropolitana, non vengono destinati a opere strutturali per il rilancio dell'economia, ma polverizzati in migliaia di rivoli che spesso non creano nessun valore aggiunto. Le statistiche sono impietose: nonostante le risorse Ue, la Campania resta tra le regioni più povere d'Europa, il numero degli occupati è fermo al palo (all'inizio del 1994 erano di più), e in dieci anni 250 mila persone sono state costrette a emigrare verso Nord.
Per i critici epigoni di Nicola Rossi, l'economista ex ds autore di un saggio sugli sprechi di risorse pubbliche nel Sud, i vari Por, i patti territoriali e i contratti d'area sarebbero usati dalla Regione come 'minicasse del Mezzogiorno', adibite anche al mantenimento dei gruppi economico-politici che portano consenso. La debole industria campana fa parte del gioco, dal momento che sopravvive grazie alle elargizioni di Palazzo Santa Lucia e ai miliardi pubblici della legge 488. Contro il clan Bassolino si è schierato apertamente solo l'ex presidente di viale dell'Astronomia, Antonio D'Amato, mentre i leader degli industriali napoletani (Tommaso Iavarone prima, Giovanni Lettieri poi), hanno preferito mantenere buoni rapporti. Commercianti, artigiani, costruttori e industriali hanno ricevuto sovvenzioni e appalti per milioni, ma senza riuscire a trasformare gli aiuti in crescita: dal 2000 al 2005, secondo Bankitalia, il valore aggiunto delle aziende campane è calato in media del 3,5 per cento l'anno, peggio che in tutto il resto del Mezzogiorno.
I conti non tornano
Gli indicatori socio-economici non perdonano. Nonostante 15 anni di potere incontrastato, il bilancio dell'amministrazione Bassolino è magrissimo. A parte i cumuli di spazzatura e le faide di camorra che hanno disintegrato il mito del 'Rinascimento napoletano' (quello del recupero del centro storico grazie ai fondi del G7, del restauro dei parchi, del metrò dell'arte omaggiato dal 'Times' e della Città della Scienza), i grandi progetti per lo sviluppo sono rimasti sulla carta. Uniche eccezioni di rilievo il boom del centro orafo Tarì, del Polo della Qualità dedicato alla moda e dell'Interporto di Nola. Troppo poco. L'Italsider ha chiuso battenti nel 1992, gli stabilimenti petrolchimici della Q8 della zona est sono stati smantellati due anni dopo, ma nell'anno di grazia 2007 la riconversione è ancora al punto di partenza.
Per Bagnoli si parla ancora di bonifica dei suoli, e oggi Palazzo San Giacomo sta tentando di traslocare a caro prezzo migliaia di tonnellate di materiale inquinato a Piombino. Sarà colpa anche della burocrazia e della storica assenza della 'cultura del fare', non c'è dubbio. Ma negli ultimi dieci anni, mentre Torino si accaparrava le Olimpiadi e trasformava i vecchi stabilimenti Fiat in aziende hi-tech, mentre Genova si godeva il nuovo porto e Milano tagliava i nastri della Fiera, Napoli perdeva anche il Banco, la Coppa America, l'Expò sognato da Luigi Nicolais oltre a un milione e mezzo (dato regionale della Svimez) di turisti.
Sanità alla carica
Nonostante gli insuccessi, Bassolino e Iervolino vincono a man bassa anche le ultime tornate elettorali con percentuali bulgare. L'opposizione della Cdl, per usare parole di De Giovanni, "non esiste, è un buco nero". Alle Comunali il dissenso interno si materializza nella candidatura del maestro di strada Mario Rossi-Doria, ma l'intellighenzia di Chiaia e del Vomero prima lo appoggia, poi lo abbandona al suo destino: dalla lista si ritirano d'improvviso tutti i nomi capaci di attrarre voti. Ai plebisciti che premiano la sindaca e il governatore collabora anche il cittadino più illustre di Nusco, l'intramontabile Ciriaco De Mita, il capo della Margherita con cui il partito del Presidente deve venire a patti nel 2000 per formare la prima giunta regionale. L'alleanza tra Bassolino e De Mita si basa (tuttora) su un patto di lottizzazione con regole ferree: a Bassolino e ai Ds i fondi europei, a De Mita e alla Margherita la grande fabbrica di consenso della Sanità pubblica.
Secondo Marco Demarco, direttore del 'Corriere del Mezzogiorno' e autore de 'L'altra metà della storia', saggio sull'epopea del potere a Napoli da Lauro ai giorni nostri, Bassolino all'inizio "tenne duro, cercando di influenzare le nomine attraverso il ds Giuseppe Petrella, che finirà persino in un'inchiesta della magistratura. Ma quando il demitiano Angelo Montemarano conquista la poltrona dell'assessorato regionale, il governatore è costretto alla resa". I vertici della Soresa, la società nata per cartolarizzare l'enorme debito sanitario della Regione, vengono spartiti. A Salerno la difficile ricerca della quadra fa saltare cinque direttori dell'Asl in cinque anni: un record. Alla fine il bottino di De Mita è ricco: con una spesa annua di oltre 9 miliardi di euro, ben il 63 per cento del bilancio regionale, si paga infatti lo stipendio a 65 mila tra medici, infermieri, tecnici e amministrativi e si rimborsano farmacie, cliniche e ambulatori privati. La dimostrazione plastica del votificio-Sanità è data dal trionfo del rampollo di Montemarano, il giovanissimo Emilio, che nel 2006 risulta il consigliere comunale più votato (7.547 preferenze) dopo Silvio Berlusconi.
Uomini d'oro
Conquistati imprenditori e politici, tocca alla società civile. Oltre all'indiscusso fascino, lo strumento di Bassolino è quello delle commissioni speciali, delle consulenze e delle società miste. Di queste ultime dal 2001 al 2006 ne vengono costituite 33. In tutto sono 37, e contano circa 250 consiglieri di amministrazione e oltre 6 mila dipendenti. "Ce ne è una inventata da Cascetta che ha un solo dipendente e 25 consiglieri", racconta Demarco: "Ma il record di spesa è appannaggio del commissariato sui rifiuti: 500 parcelle per 9 milioni di euro".
Nessuno viene scelto per concorso: architetti, professori, giornalisti, notai, avvocati, ragionieri e ingegneri vengono cooptati nel sistema quasi sempre per chiamata diretta, assicurandosi stipendi d'oro, gettoni di presenza e l'ingresso nella cerchia che conta. La produttività è scarsa: le 21 teste d'uovo del Comitato tecnico scientifico si incontrano raramente, potere decisionale zero. Contemporaneamente, i bassoliniani fondano una lobby, chiamata Diametro, capeggiata da Cascetta, Petrella, l'avvocato ds Vincenzo Siniscalchi, la Armato e Dino Di Palma, un verde che diventerà presidente della Provincia. L'associazione non farà molta strada, ma le richieste di adesione saranno centinaia, perfino da parte di esponenti di Forza Italia.
Perché a Napoli chi non è nelle grazie di Bassolino, è fuori dal sistema. E chi è fuori dal network, conta poco. Non stupisce che a volte si sia sfiorata anche la farsa, andata infine in scena al teatro Mercadante. Dove per non far dispiacere a nessuno vennero piazzati quattro consiglieri artistici, oltre al presidente e al direttore. "Nomi di gran prestigio", narrano gli addetti ai lavori: "Ma per forza di cose nella stesura del cartellone la confusione regnava sovrana. Una Babele".
Fonte: espresso.it
31 ago 2007
Casa Nostra
Ministri, presidenti delle Camere, sindacalisti, politici. Attuali ed ex. Hanno acquistato attici e appartamenti da enti pubblici o da privati a prezzi di favore. Rendendo doppio il privilegio che spesso già avevano come inquilini. Ecco nomi e cifre dell'ultimo scandalo immobiliare
Ci sono ministri e leader di partito, ex presidenti del Parlamento e della Repubblica, magistrati e giornalisti. La nazionale dell'acquisto immobiliare scontato è talmente vasta e assortita che ci si potrebbe fare un ottimo governo di coalizione. Si va dall'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ai presidenti della Camera e del Senato del primo governo Prodi: Luciano Violante e Nicola Mancino.
Dalla famiglia del presidente dell'Udc Pier Ferdinando Casini a quella del ministro della Giustizia Clemente Mastella passando per la figlia del deputato di An Francesco Proietti. C'è il candidato leader del Partito democratico, Walter Veltroni e il presidente del Senato Franco Marini. Non mancano la Borsa, con il presidente della Consob Lamberto Cardia e il mondo del lavoro con il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. C'è il senatore Udc Mario Baccini e il responsabile della Margherita in Sicilia Salvatore Cardinale. Situazioni diverse tra loro che talvolta convivono nello stesso palazzo.
Prendiamo lo stabile Inpdai di via Velletri, a due passi da via Veneto. Al primo piano la moglie di Walter Veltroni ha comprato più o meno allo stesso prezzo pagato dall'ex sottosegretario Marianna Li Calzi che abita al quarto. Ma le due storie sono diverse. Li Calzi ha ottenuto il suo attico alla vigilia della svendita a seguito di una discussa procedura pubblica. Veltroni invece è nato nelle case dell'ente previdenziale dei dirigenti. L'Inpdai aveva affittato sin dal 1956 un appartamento al padre, dirigente Rai. Nel 1994 i Veltroni restituirono all'ente i due alloggi nei quali vivevano Walter e la mamma per averne in cambio uno più grande, il famoso primo piano di via Velletri da 190 metri quadrati che nel 2005 è stato acquistato dalla moglie del sindaco, Flavia Prisco, per 373 mila euro. Il prezzo è basso per effetto non di un'elargizione personale ma per il meccanismo degli sconti collettivi concessi a tutti allo stesso modo. Altra cosa ancora sono gli acquisti delle case dell'Ina ora finite a Generali e Pirelli. Questi colossi privati in alcuni casi si sono comportati come spietati alfieri del libero mercato.
Altre volte hanno fatto prezzi bassi per blocchi di appartamenti finiti poi a famiglie dai nomi noti come Mastella e Casini. Scelte discutibili per società quotate in Borsa come Pirelli e Generali che dovrebbero puntare solo al profitto e che, evidentemente, hanno pensato di fare gli interessi dei propri azionisti cedendo appartamenti ai politici e ai loro amici a valori bassi. Insomma, ci sono differenze radicali tra venditore privato e ente pubblico ma anche all'interno delle due categorie. Se non bisogna far di tutta l'erba un fascio però ci sono due cose che accomunano i protagonisti della nostra inchiesta: sono potenti che hanno pagato troppo poco ieri per l'affitto e oggi per l'acquisto.
Inoltre nella maggioranza dei casi in quegli immobili sono entrati grazie a conoscenze, entrature e amicizie. Questa disparità di trattamento con i comuni mortali non è una novità. Emerse con violenza populista nel 1996 durante il primo Governo Prodi grazie alla campagna 'Affittopoli' de 'il Giornale' di Vittorio Feltri. Oggi quegli stessi immobili affittati dieci anni fa ad equo canone sono stati svenduti definitivamente e il privilegio è stato reso eterno.
Per fare qualche esempio: Lamberto Cardia, presidente Consob, pagava 1 milione e 100 mila lire al mese di affitto nel 1996 e ha comprato nel 2002 a 328 mila euro 10 vani e due posti auto a due passi dal Palaeur. Maura Cossutta, onorevole dei Comunisti Italiani, pagava 1 milione e 50 mila lire allora e compra nel 2004 quattro camere, due bagni e balconi a due passi da San Pietro a 165 mila euro. Franco Marini pagava 1 milione e 700 mila lire allora e compra nel 2007 a un milione di euro due piani ai Parioli. A rendere 'svendopoli' ancora più odiosa di 'affittopoli' c'è il peggioramento drastico del mercato della casa. Il trattamento di favore diventa un'offesa insopportabile per chi è costretto a combattere ogni giorno con l'ufficiale giudiziario che vuole sfrattarlo.
Per capire 'svendopoli' bisogna iniziare il nostro viaggio da via Clitunno, nel quartiere Trieste. In questa strada immersa nel verde, ci sono due palazzi che facevano parte del patrimonio Ina-Assitalia e che rappresentano bene il confine tra i sommersi e i salvati delle dismissioni. Lì abitava, prima della separazione, Pier Ferdinando Casini con la prima moglie Roberta Lubich e le due figlie minorenni. Nello stabile accanto abitava una coppia di dipendenti Assitalia: Davide Morchio e la moglie Maria Teresa.
Negli anni Novanta le famiglie Morchio e Casini sono uguali: entrambi inquilini delle Generali, pagano un canone basso e sperano di poter comprare l'appartamento con lo sconto. Poi arrivano le vendite tanto attese e l'uguaglianza svanisce: la famiglia Lubich-Casini rileva a prezzi di saldo tutto il palazzo. Morchio insieme ad altre 19 famiglie deve andar via. Nessuna offerta per lui dalla nuova proprietà, che per ironia della sorte è Caltagirone, il nuovo suocero di Casini. Gran parte degli inquilini, come l'ex ministro verde Edo Ronchi che può permettersi di comprare lì vicino, lascia il campo. La famiglia Morchio invece resiste all'ufficiale giudiziario che chiede l'intervento della forza pubblica. "Abbiamo un contratto che ci dà il diritto di prelazione", spiega Davide Morchio, "ed è stato ignorato. Nel palazzo vicino hanno potuto comprare a prezzi di favore. È un'ingiustizia".
Anche l'immobile dove vive la prima moglie di Casini è stato ceduto in blocco ma con una procedura atipica. Ha comprato a un prezzo basso, 1 milione e 750 mila euro, la Clitunno Spa, società creata appositamente da un manager bolognese di area Udc, amico di Casini e della prima moglie. Si chiama Franco Corlaita e ha già rivenduto tutto. Indovinate a chi? Alla famiglia Lubich. Nel novembre del 2006 la mamma di Roberta compra per 586 mila euro il secondo piano. Ad aprile del 2007 la prima moglie di Casini compra il piano terra, a 323 mila euro. Passano due mesi e il 21 giugno scorso l'operazione si chiude con la cessione alle due figlie minori di Casini del terzo piano (306 mila euro per 5 vani catastali) e del primo piano (8,5 vani per 586 mila euro).
Casini partecipa all'atto (mediante un procuratore) in qualità di genitore anche se il notaio precisa che paga tutto la moglie. Per convincere il giudice tutelare ad autorizzare la stipula dell'atto, i genitori presentano una perizia da cui risulta che l'acquisto è 'molto conveniente'. Generali non fa una piega. Inutile dire che gli inquilini del palazzo vicino sono infuriati e ipotizzano una simulazione dietro questo strano giro. Nella sostanza, dicono, la famiglia Casini ha comprato con lo sconto e noi no. Alla beffa contro i vicini, si aggiunge quella agli inquilini, senza alcuna distinzione di rango. Al primo piano del palazzetto Lubich-Casini vive in affitto Roberto Barbieri, senatore del centrosinistra e presidente della Commissione parlamentare sui rifiuti. Paga un canone di ben 3 mila euro ma è stato trattato come gli altri. Nessuno gli ha detto che il suo appartamento è diventato della figlia di Casini. Nessuno gli ha proposto l'acquisto a 586 mila euro. Con tremila euro al mese avrebbe potuto accendere un mutuo per comprare. Invece a maggio del 2008 dovrà lasciare.
Anche il caso della famiglia Mastella dimostra che non sempre le società private sono così cattive. Il ministro della Giustizia abita all'ottavo piano di un palazzo sul lungotevere Flaminio che ha fatto la stesa trafila di quello di via Clitunno. Da Ina-Assitalia a Initium, società di Pirelli e Generali. Initium è proprietaria anche dei condomini di via Nicolai alla Balduina, dove abita l'ex ministro Baccini e di via Visconti a Prati, dove vive Francesco Cossiga. Gli inquilini di questi palazzi non sono stati trattati come quelli di via Clitunno. Stavolta Initium ha concesso prelazione e sconto. Così nel 2004 Baccini ha comprato la sua reggia da 15 vani, due terrazze e 4 bagni per 875 mila euro e Cossiga è diventato proprietario di casa, soffitta e magazzino per 710 mila euro.
Nel caso di Mastella però Initium ha fatto di più. Il 3 dicembre del 2004 nello studio del notaio Claudio Togna (dell'Udeur anche lui) c'era una riunione familiare. I Mastella al gran completo facevano la fila per stipulare atti e il povero Togna sfornava atti come una pizzeria di Ceppaloni. Sandra Mastella ha comprato l'appartamento dove dorme il marito e si è impegnata a prendere la residenza lì per ottenere le agevolazioni fiscali. Per lei un ottimo affare: 500 mila euro per un appartamento che include una veranda abusiva (condonata) e la terrazza su tre lati che guarda il Tevere e Monte Mario dall'ottavo piano. Subito dopo la moglie del ministro ecco arrivare i figli Elio e Pellegrino.
Comprano altri quattro appartamenti, due a testa. I prezzi erano davvero allettanti. A Pellegrino vanno il primo piano da 4,5 vani per 175 mila euro e altri 6 vani al quarto piano per 300 mila euro. Va ancora meglio al fratello che si accaparra un terzo piano con 5,5 vani per soli 200 mila euro e un miniappartamento con ingresso, camera, bagno e terrazza a livello per 67.500 euro, nemmeno il costo di un box in periferia. Le case sono state pagate in gran parte grazie ai mutui concessi da San Paolo (400 mila euro alla moglie) e Bnl (un milione e 100 mila euro ai figli che dovranno versare una rata mensile di 6.430 euro). E che nessuno vada in giro più a dire che Initium è cattiva con gli inquilini.
Anche Francesca Proietti, socia di Daniela Fini e figlia di Francesco, deputato di An e braccio destro di Gianfranco, ha comprato un appartamento a un prezzo d'occasione: 267 mila euro per un secondo piano con terrazza su tre lati, salone e due camere all'Eur. Sempre dal patrimonio ex Ina arrivano gli immobili di Nicola Mancino e Luciano Violante. L'ex magistrato torinese ha pagato con la moglie 327 mila euro nel 2003 un gioiello incastonato tra i Fori Imperiali e piazza Venezia: due terrazzette, tre livelli e una settantina di metri quadrati coperti.Nicola Mancino ha comprato insieme alla figlia Chiara nel 2001 una dimora da 10 vani più una soffitta autonoma su Corso Rinascimento, a due passi dal Senato per 1 miliardo e 550 mila lire del vecchio conio. Sempre dal gruppo Pirelli Giuliano Ferrara ha acquistato l'appartamento ex Ina da 7,5 vani in piazza dell'Emporio al Testaccio nel palazzo che un tempo veniva chiamato 'il Cremlino' per l'alta percentuale di comunisti. Ferrara, che un tempo tuonava contro De Mita per il suo affitto a Fontana di Trevi, ha rilevato un sesto piano con terrazzo a 890 mila euro.
Molto più bassi i prezzi praticati dagli enti previdenziali. Grazie al doppio sconto (30 per cento più 15 a chi compra tutto il palazzo) le parlamentari Franca Chiaromonte e Maura Cossutta hanno stipulato un atto collettivo per due appartamenti in via della stazione San Pietro rispettivamente per 113 mila e 165 mila euro. Notevole anche il caso di Raffaele Bonanni. Il segretario della Cisl ha conquistato nel 2005 un grande appartamento dell'Inps al sesto piano in via del Perugino, nel cuore del quartiere Flaminio: otto vani a 201 mila euro. Con quella cifra in zona si compra solo un garage.
L'anno scorso ha fatto il colpo del secolo anche l'ex ministro e deputato della Margherita siciliana Totò Cardinale. In via degli Avignonesi, una strada bellissima tra il Tritone e via Veneto, ha messo le mani su un terzo piano da otto vani con affaccio su via delle Quattro Fontane : un gioiellino da due milioni sul mercato libero portato via per 844 mila euro. L'ultimo è stato Franco Marini. Il presidente del Senato ha stipulato il rogito il 23 aprile scorso. Un milione di euro per aggiudicarsi la casa assegnata alla moglie dall'Inpdai in via Lima: due livelli per 14 vani nel cuore dei Parioli.
Se Marini è il politico che ha pagato il prezzo più alto (per una casa che vale comunque il doppio) l'oscar del rapporto qualità-prezzo spetta al senatore UdcFrancesco Pionati. L'uomo che ha sfornato per anni pastoni per i telespettatori del Tg1 ha comprato un attico e superattico da favola in via Traversari. L'appartamento è aggrappato alla collina di Monteverde ed è affacciato su Trastevere. Grazie al solito doppio sconto ha speso un'inezia. L'allora mezzobusto del Tg uno aveva fatto ricorso al Tar per ridurre ulteriormente la valutazione e in Parlamento gli amici dell'Udc avevano presentato pure un'interrogazione parlamentare per contestare il prezzo esorbitante: 509 milioni di lire nel 2001 per 10 vani con doppia terrazza. Sì, un prezzo veramente scandaloso.
Fonte: espresso.it
Ci sono ministri e leader di partito, ex presidenti del Parlamento e della Repubblica, magistrati e giornalisti. La nazionale dell'acquisto immobiliare scontato è talmente vasta e assortita che ci si potrebbe fare un ottimo governo di coalizione. Si va dall'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ai presidenti della Camera e del Senato del primo governo Prodi: Luciano Violante e Nicola Mancino.
Dalla famiglia del presidente dell'Udc Pier Ferdinando Casini a quella del ministro della Giustizia Clemente Mastella passando per la figlia del deputato di An Francesco Proietti. C'è il candidato leader del Partito democratico, Walter Veltroni e il presidente del Senato Franco Marini. Non mancano la Borsa, con il presidente della Consob Lamberto Cardia e il mondo del lavoro con il segretario della Cisl Raffaele Bonanni. C'è il senatore Udc Mario Baccini e il responsabile della Margherita in Sicilia Salvatore Cardinale. Situazioni diverse tra loro che talvolta convivono nello stesso palazzo.
Prendiamo lo stabile Inpdai di via Velletri, a due passi da via Veneto. Al primo piano la moglie di Walter Veltroni ha comprato più o meno allo stesso prezzo pagato dall'ex sottosegretario Marianna Li Calzi che abita al quarto. Ma le due storie sono diverse. Li Calzi ha ottenuto il suo attico alla vigilia della svendita a seguito di una discussa procedura pubblica. Veltroni invece è nato nelle case dell'ente previdenziale dei dirigenti. L'Inpdai aveva affittato sin dal 1956 un appartamento al padre, dirigente Rai. Nel 1994 i Veltroni restituirono all'ente i due alloggi nei quali vivevano Walter e la mamma per averne in cambio uno più grande, il famoso primo piano di via Velletri da 190 metri quadrati che nel 2005 è stato acquistato dalla moglie del sindaco, Flavia Prisco, per 373 mila euro. Il prezzo è basso per effetto non di un'elargizione personale ma per il meccanismo degli sconti collettivi concessi a tutti allo stesso modo. Altra cosa ancora sono gli acquisti delle case dell'Ina ora finite a Generali e Pirelli. Questi colossi privati in alcuni casi si sono comportati come spietati alfieri del libero mercato.
Altre volte hanno fatto prezzi bassi per blocchi di appartamenti finiti poi a famiglie dai nomi noti come Mastella e Casini. Scelte discutibili per società quotate in Borsa come Pirelli e Generali che dovrebbero puntare solo al profitto e che, evidentemente, hanno pensato di fare gli interessi dei propri azionisti cedendo appartamenti ai politici e ai loro amici a valori bassi. Insomma, ci sono differenze radicali tra venditore privato e ente pubblico ma anche all'interno delle due categorie. Se non bisogna far di tutta l'erba un fascio però ci sono due cose che accomunano i protagonisti della nostra inchiesta: sono potenti che hanno pagato troppo poco ieri per l'affitto e oggi per l'acquisto.
Inoltre nella maggioranza dei casi in quegli immobili sono entrati grazie a conoscenze, entrature e amicizie. Questa disparità di trattamento con i comuni mortali non è una novità. Emerse con violenza populista nel 1996 durante il primo Governo Prodi grazie alla campagna 'Affittopoli' de 'il Giornale' di Vittorio Feltri. Oggi quegli stessi immobili affittati dieci anni fa ad equo canone sono stati svenduti definitivamente e il privilegio è stato reso eterno.
Per fare qualche esempio: Lamberto Cardia, presidente Consob, pagava 1 milione e 100 mila lire al mese di affitto nel 1996 e ha comprato nel 2002 a 328 mila euro 10 vani e due posti auto a due passi dal Palaeur. Maura Cossutta, onorevole dei Comunisti Italiani, pagava 1 milione e 50 mila lire allora e compra nel 2004 quattro camere, due bagni e balconi a due passi da San Pietro a 165 mila euro. Franco Marini pagava 1 milione e 700 mila lire allora e compra nel 2007 a un milione di euro due piani ai Parioli. A rendere 'svendopoli' ancora più odiosa di 'affittopoli' c'è il peggioramento drastico del mercato della casa. Il trattamento di favore diventa un'offesa insopportabile per chi è costretto a combattere ogni giorno con l'ufficiale giudiziario che vuole sfrattarlo.
Per capire 'svendopoli' bisogna iniziare il nostro viaggio da via Clitunno, nel quartiere Trieste. In questa strada immersa nel verde, ci sono due palazzi che facevano parte del patrimonio Ina-Assitalia e che rappresentano bene il confine tra i sommersi e i salvati delle dismissioni. Lì abitava, prima della separazione, Pier Ferdinando Casini con la prima moglie Roberta Lubich e le due figlie minorenni. Nello stabile accanto abitava una coppia di dipendenti Assitalia: Davide Morchio e la moglie Maria Teresa.
Negli anni Novanta le famiglie Morchio e Casini sono uguali: entrambi inquilini delle Generali, pagano un canone basso e sperano di poter comprare l'appartamento con lo sconto. Poi arrivano le vendite tanto attese e l'uguaglianza svanisce: la famiglia Lubich-Casini rileva a prezzi di saldo tutto il palazzo. Morchio insieme ad altre 19 famiglie deve andar via. Nessuna offerta per lui dalla nuova proprietà, che per ironia della sorte è Caltagirone, il nuovo suocero di Casini. Gran parte degli inquilini, come l'ex ministro verde Edo Ronchi che può permettersi di comprare lì vicino, lascia il campo. La famiglia Morchio invece resiste all'ufficiale giudiziario che chiede l'intervento della forza pubblica. "Abbiamo un contratto che ci dà il diritto di prelazione", spiega Davide Morchio, "ed è stato ignorato. Nel palazzo vicino hanno potuto comprare a prezzi di favore. È un'ingiustizia".
Anche l'immobile dove vive la prima moglie di Casini è stato ceduto in blocco ma con una procedura atipica. Ha comprato a un prezzo basso, 1 milione e 750 mila euro, la Clitunno Spa, società creata appositamente da un manager bolognese di area Udc, amico di Casini e della prima moglie. Si chiama Franco Corlaita e ha già rivenduto tutto. Indovinate a chi? Alla famiglia Lubich. Nel novembre del 2006 la mamma di Roberta compra per 586 mila euro il secondo piano. Ad aprile del 2007 la prima moglie di Casini compra il piano terra, a 323 mila euro. Passano due mesi e il 21 giugno scorso l'operazione si chiude con la cessione alle due figlie minori di Casini del terzo piano (306 mila euro per 5 vani catastali) e del primo piano (8,5 vani per 586 mila euro).
Casini partecipa all'atto (mediante un procuratore) in qualità di genitore anche se il notaio precisa che paga tutto la moglie. Per convincere il giudice tutelare ad autorizzare la stipula dell'atto, i genitori presentano una perizia da cui risulta che l'acquisto è 'molto conveniente'. Generali non fa una piega. Inutile dire che gli inquilini del palazzo vicino sono infuriati e ipotizzano una simulazione dietro questo strano giro. Nella sostanza, dicono, la famiglia Casini ha comprato con lo sconto e noi no. Alla beffa contro i vicini, si aggiunge quella agli inquilini, senza alcuna distinzione di rango. Al primo piano del palazzetto Lubich-Casini vive in affitto Roberto Barbieri, senatore del centrosinistra e presidente della Commissione parlamentare sui rifiuti. Paga un canone di ben 3 mila euro ma è stato trattato come gli altri. Nessuno gli ha detto che il suo appartamento è diventato della figlia di Casini. Nessuno gli ha proposto l'acquisto a 586 mila euro. Con tremila euro al mese avrebbe potuto accendere un mutuo per comprare. Invece a maggio del 2008 dovrà lasciare.
Anche il caso della famiglia Mastella dimostra che non sempre le società private sono così cattive. Il ministro della Giustizia abita all'ottavo piano di un palazzo sul lungotevere Flaminio che ha fatto la stesa trafila di quello di via Clitunno. Da Ina-Assitalia a Initium, società di Pirelli e Generali. Initium è proprietaria anche dei condomini di via Nicolai alla Balduina, dove abita l'ex ministro Baccini e di via Visconti a Prati, dove vive Francesco Cossiga. Gli inquilini di questi palazzi non sono stati trattati come quelli di via Clitunno. Stavolta Initium ha concesso prelazione e sconto. Così nel 2004 Baccini ha comprato la sua reggia da 15 vani, due terrazze e 4 bagni per 875 mila euro e Cossiga è diventato proprietario di casa, soffitta e magazzino per 710 mila euro.
Nel caso di Mastella però Initium ha fatto di più. Il 3 dicembre del 2004 nello studio del notaio Claudio Togna (dell'Udeur anche lui) c'era una riunione familiare. I Mastella al gran completo facevano la fila per stipulare atti e il povero Togna sfornava atti come una pizzeria di Ceppaloni. Sandra Mastella ha comprato l'appartamento dove dorme il marito e si è impegnata a prendere la residenza lì per ottenere le agevolazioni fiscali. Per lei un ottimo affare: 500 mila euro per un appartamento che include una veranda abusiva (condonata) e la terrazza su tre lati che guarda il Tevere e Monte Mario dall'ottavo piano. Subito dopo la moglie del ministro ecco arrivare i figli Elio e Pellegrino.
Comprano altri quattro appartamenti, due a testa. I prezzi erano davvero allettanti. A Pellegrino vanno il primo piano da 4,5 vani per 175 mila euro e altri 6 vani al quarto piano per 300 mila euro. Va ancora meglio al fratello che si accaparra un terzo piano con 5,5 vani per soli 200 mila euro e un miniappartamento con ingresso, camera, bagno e terrazza a livello per 67.500 euro, nemmeno il costo di un box in periferia. Le case sono state pagate in gran parte grazie ai mutui concessi da San Paolo (400 mila euro alla moglie) e Bnl (un milione e 100 mila euro ai figli che dovranno versare una rata mensile di 6.430 euro). E che nessuno vada in giro più a dire che Initium è cattiva con gli inquilini.
Anche Francesca Proietti, socia di Daniela Fini e figlia di Francesco, deputato di An e braccio destro di Gianfranco, ha comprato un appartamento a un prezzo d'occasione: 267 mila euro per un secondo piano con terrazza su tre lati, salone e due camere all'Eur. Sempre dal patrimonio ex Ina arrivano gli immobili di Nicola Mancino e Luciano Violante. L'ex magistrato torinese ha pagato con la moglie 327 mila euro nel 2003 un gioiello incastonato tra i Fori Imperiali e piazza Venezia: due terrazzette, tre livelli e una settantina di metri quadrati coperti.Nicola Mancino ha comprato insieme alla figlia Chiara nel 2001 una dimora da 10 vani più una soffitta autonoma su Corso Rinascimento, a due passi dal Senato per 1 miliardo e 550 mila lire del vecchio conio. Sempre dal gruppo Pirelli Giuliano Ferrara ha acquistato l'appartamento ex Ina da 7,5 vani in piazza dell'Emporio al Testaccio nel palazzo che un tempo veniva chiamato 'il Cremlino' per l'alta percentuale di comunisti. Ferrara, che un tempo tuonava contro De Mita per il suo affitto a Fontana di Trevi, ha rilevato un sesto piano con terrazzo a 890 mila euro.
Molto più bassi i prezzi praticati dagli enti previdenziali. Grazie al doppio sconto (30 per cento più 15 a chi compra tutto il palazzo) le parlamentari Franca Chiaromonte e Maura Cossutta hanno stipulato un atto collettivo per due appartamenti in via della stazione San Pietro rispettivamente per 113 mila e 165 mila euro. Notevole anche il caso di Raffaele Bonanni. Il segretario della Cisl ha conquistato nel 2005 un grande appartamento dell'Inps al sesto piano in via del Perugino, nel cuore del quartiere Flaminio: otto vani a 201 mila euro. Con quella cifra in zona si compra solo un garage.
L'anno scorso ha fatto il colpo del secolo anche l'ex ministro e deputato della Margherita siciliana Totò Cardinale. In via degli Avignonesi, una strada bellissima tra il Tritone e via Veneto, ha messo le mani su un terzo piano da otto vani con affaccio su via delle Quattro Fontane : un gioiellino da due milioni sul mercato libero portato via per 844 mila euro. L'ultimo è stato Franco Marini. Il presidente del Senato ha stipulato il rogito il 23 aprile scorso. Un milione di euro per aggiudicarsi la casa assegnata alla moglie dall'Inpdai in via Lima: due livelli per 14 vani nel cuore dei Parioli.
Se Marini è il politico che ha pagato il prezzo più alto (per una casa che vale comunque il doppio) l'oscar del rapporto qualità-prezzo spetta al senatore UdcFrancesco Pionati. L'uomo che ha sfornato per anni pastoni per i telespettatori del Tg1 ha comprato un attico e superattico da favola in via Traversari. L'appartamento è aggrappato alla collina di Monteverde ed è affacciato su Trastevere. Grazie al solito doppio sconto ha speso un'inezia. L'allora mezzobusto del Tg uno aveva fatto ricorso al Tar per ridurre ulteriormente la valutazione e in Parlamento gli amici dell'Udc avevano presentato pure un'interrogazione parlamentare per contestare il prezzo esorbitante: 509 milioni di lire nel 2001 per 10 vani con doppia terrazza. Sì, un prezzo veramente scandaloso.
Fonte: espresso.it
29 ago 2007
In Sudafrica ritirati milioni di preservativi potenzialmente pericolosi
Il dipartimento di Salute del Sud Africa sta procedendo al ritiro di 20 milioni di preservativi potenzialmente difettosi, molti dei quali sono stati distribuiti nel corso di piani governativi anti Aids. Sembra che una delle aziende produttrici di preservativi, la Zalatex, con cui il Governo aveva un contratto, abbia corrotto un funzionario statale sudafricano per farsi certificare come a norma quasi 4 milioni di profilattici in realtà difettosi.
Il Governo sta quindi procedendo al ritiro di tutti i profilattici della marca Choice prodotti e distribuiti dall'azienda a partire dallo scorso anno e il cui ammontare si aggira attorno ai 20 milioni. L'avvocato della Zalatex, James Ndebele - riporta la Bbc - respinge le accuse, definendole «false, offensive, diffamatorie», e dichiara che l'azienda rimande a dispozione per ogni ulteriore indagine.
In Sud Africa ci sono, secondo le stime, 5 milioni di persone affette dal virus dell'Hiv, e vengono contate circa mille morti al giorno a causa dell'Aids. La distribuzione gratuita di milioni di preservativi ogni anno è una parte fondamentale dello sforzo del Governo per contrastare la diffusione della malattia.
Fonte: ilsole24ore.com
Il Governo sta quindi procedendo al ritiro di tutti i profilattici della marca Choice prodotti e distribuiti dall'azienda a partire dallo scorso anno e il cui ammontare si aggira attorno ai 20 milioni. L'avvocato della Zalatex, James Ndebele - riporta la Bbc - respinge le accuse, definendole «false, offensive, diffamatorie», e dichiara che l'azienda rimande a dispozione per ogni ulteriore indagine.
In Sud Africa ci sono, secondo le stime, 5 milioni di persone affette dal virus dell'Hiv, e vengono contate circa mille morti al giorno a causa dell'Aids. La distribuzione gratuita di milioni di preservativi ogni anno è una parte fondamentale dello sforzo del Governo per contrastare la diffusione della malattia.
Fonte: ilsole24ore.com
28 ago 2007
Toglietegli tutto a un mafioso ma non il suo patrimonio
Lo dicono e lo ripetono magistrati, esperti e politici. Lo intuì nel 1980 - con intelligenza superiore ai colleghi - un giovane magistrato che, dalla procura di Trapani dove aveva maturato una grande esperienza nei reati valutari, si spostò in quella di Palermo. Il suo nome era Giovanni Falcone.
La lotta ai patrimoni illeciti dei mafiosi - da allora lo ripetono in coro tutti - è forse il più importante strumento a disposizione per arginare la potenza economica (e dunque sociale) della criminalità organizzata. "Un mafioso - dichiara Francesco Forgione - può mettere nel conto la galera ma non la sottrazione dei beni". Ma i patrimoni immobili sottratti a Cosa Nostra, ‘ndrangheta, Camorra e Sacra Corona unita sono poca cosa. Dal 2000 a oggi sono stati confiscati 6.912 immobili, di cui solo la metà assegnati in via definitiva. Le regioni interessate sono quelle a classica matrice mafiosa: Sicilia, Calabria, Campania e Puglia ma non mancano casi in Lazio, Lombardia e altre aree del Centro-Nord: la criminalità organizzata, ormai, conquista spazio in tutta Italia. Quanto al valore si tratta di qualche centinaio di milioni: quisquilie, bazzecole direbbe Totò, visto che ogni anno le mafie fatturano in Italia almeno 100 miliardi. Per assegnare un bene strappato alle cosche - protesta il presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Francesco Forgione - passano fino a 15 anni. Un tempo intollerabile, concorda il vice ministro all'Interno, Marco Minniti.
Per ovviare a ritardi, inefficienze, lentezze burocratiche e interessi occulti (spesso, infatti, i beni rimangono misteriosamente nella disponibilità dei mafiosi) l'onorevole Beppe Lumia due mesi fa ha presentato un disegno di legge - firmato da otto colleghi dell'Ulivo - che giace ora nelle aula di Montecitorio. Il provvedimento, a parole apprezzato da molti - anche se non da tutti perché la mafia ha tentacoli ovunque, dagli uffici ministeriali a quelli comunali, dai corridoi di un Tribunale a quelli del Parlamento - prevede procedure snelle, compiti chiari e poteri a un'Agenzia nazionale. Intanto, mentre la politica parla e promette e mentre magistrati e amministratori giudiziari (quelli seri) fanno di tutto per restituire alla collettività i beni dei criminali, le cooperative di produzione - dalla Sicilia alla Calabria, dalla Puglia alla Campania - fanno maturare i frutti sulle terre strappate ai più feroci clan. Vino, pasta e generi alimentari biologici che poi si trovano sempre più spesso sulle tavole degli italiani. Perché in fondo - per l'Italia onesta - non c'è niente di meglio che godere dei sapori della legalità o di un sorso di vino che va di traverso alla mafia.
Fonte: ilsole24ore.com
La lotta ai patrimoni illeciti dei mafiosi - da allora lo ripetono in coro tutti - è forse il più importante strumento a disposizione per arginare la potenza economica (e dunque sociale) della criminalità organizzata. "Un mafioso - dichiara Francesco Forgione - può mettere nel conto la galera ma non la sottrazione dei beni". Ma i patrimoni immobili sottratti a Cosa Nostra, ‘ndrangheta, Camorra e Sacra Corona unita sono poca cosa. Dal 2000 a oggi sono stati confiscati 6.912 immobili, di cui solo la metà assegnati in via definitiva. Le regioni interessate sono quelle a classica matrice mafiosa: Sicilia, Calabria, Campania e Puglia ma non mancano casi in Lazio, Lombardia e altre aree del Centro-Nord: la criminalità organizzata, ormai, conquista spazio in tutta Italia. Quanto al valore si tratta di qualche centinaio di milioni: quisquilie, bazzecole direbbe Totò, visto che ogni anno le mafie fatturano in Italia almeno 100 miliardi. Per assegnare un bene strappato alle cosche - protesta il presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Francesco Forgione - passano fino a 15 anni. Un tempo intollerabile, concorda il vice ministro all'Interno, Marco Minniti.
Per ovviare a ritardi, inefficienze, lentezze burocratiche e interessi occulti (spesso, infatti, i beni rimangono misteriosamente nella disponibilità dei mafiosi) l'onorevole Beppe Lumia due mesi fa ha presentato un disegno di legge - firmato da otto colleghi dell'Ulivo - che giace ora nelle aula di Montecitorio. Il provvedimento, a parole apprezzato da molti - anche se non da tutti perché la mafia ha tentacoli ovunque, dagli uffici ministeriali a quelli comunali, dai corridoi di un Tribunale a quelli del Parlamento - prevede procedure snelle, compiti chiari e poteri a un'Agenzia nazionale. Intanto, mentre la politica parla e promette e mentre magistrati e amministratori giudiziari (quelli seri) fanno di tutto per restituire alla collettività i beni dei criminali, le cooperative di produzione - dalla Sicilia alla Calabria, dalla Puglia alla Campania - fanno maturare i frutti sulle terre strappate ai più feroci clan. Vino, pasta e generi alimentari biologici che poi si trovano sempre più spesso sulle tavole degli italiani. Perché in fondo - per l'Italia onesta - non c'è niente di meglio che godere dei sapori della legalità o di un sorso di vino che va di traverso alla mafia.
Fonte: ilsole24ore.com
Sperperiamo-anche-i-vostri.it
Un sito turistico da 45 milioni. Altri 37 per un portale culturale. Più centinaia di costosissime iniziative locali. E migliaia di pc regalati agli onorevoli. Così la pubblica amministrazione getta i soldi on line.
Per favore, visitate il sito Web, per favore visitate l'Italia. Per favore, visitate il nostro paese: noi vi accoglieremo calorosamente... Il tormentone corre sul Web con un video in cui il vicepremier Francesco Rutelli, in un inglese non proprio da Oxford, invita gli stranieri a venire in Italia. Il leader della Margherita parla dall'ultimo sito della pubblica amministrazione: Italia.it, il portale del turismo italiano pensato per ospitare tutte le indicazioni utili per visitare il nostro paese. Indicazioni che l'Italia pagherà a peso d'oro: 45 milioni di euro è la somma stanziata per il progetto, la cui piattaforma tecnologica (7.850.040 euro, Iva esclusa) è messa a punto dalle tre aziende che si sono aggiudicate il bando per la sua realizzazione Ibm, Its, e Tiscover. Una cifra impressionante soprattutto se si considerano i prezzi di mercato: con alcune centinaia di migliaia di euro al massimo si realizzano portali Internet con i fiocchi.
Il webmostro Italia.it è nato nella scorsa legislatura quando, nel 2003, all'allora ministro per l'Innovazione Lucio Stanca venne affidato il compito di sostenere progetti 'di rilevanza strategica e di preminente interesse nazionale'. Così fu istituito il Fondo di finanziamento per i progetti strategici nel settore informatico. Per il periodo 2002-2004 il fondo ebbe 154,938 milioni di euro e nella finanziaria del 2004 si autorizzò la spesa di ulteriori 181 milioni e mezzo di euro per il 2004-2006. Con un decreto ministeriale del 28 maggio 2004, il progetto 'Scegli Italia' (poi divenuto Italia.it) venne finanziato: 45 milioni di euro, appunto.
Ma è in questa legislatura che il portale vede la luce. E il 20 febbraio 2007, ancora in fase di realizzazione, viene messo on line, in tempo per presentarlo alla Bit (Borsa internazionale del turismo), come fortemente voluto dal ministro per i Beni culturali Rutelli. Immediate le reazioni su Internet: molti blogger parlano di un progetto poco interattivo, con contenuti obsoleti e con evidenti errori di programmazione. Sul blog Scandalo Italiano (scandaloitaliano. wordpress.com), nato per l'occasione, ci sono gustosi resoconti di chi ha intrapreso un viaggio in Italia attraverso le pagine del portalone, pieno di errori, di traduzioni sommarie e con alcune stranezze (fra i personaggi toscani sono citati sullo stesso livello Dante Alighieri e il campione di scherma Aldo Montano...). E per il prossimo 31 marzo è stato organizzato un evento pubblico presso l'Università Bicocca di Milano (www.ritalia.eu) dove chiunque (programmatori, project manager, grafici, creativi etc) potrà intervenire per proporre migliorie al sito.
Ma Italia.it, in nome dello spreco digitale, ha pure un fratello gemello. Anzi, tanti fratellini. Infatti mentre nelle stanze del Ministero dell'Innovazione si preparava il sito turistico nazionale, nove regioni - poi diventate 12 - si mettevano d'accordo per realizzare, con le sovvenzioni dello Stato (legge 135/2001 "per il co-finanziamento di progetti dei sistemi turistici locali interregionali e sovraregionali"), un portale interregionale di promozione turistica. Capofila la Liguria, partecipanti: Basilicata, Calabria, Campania, Friuli, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Valle d'Aosta e Veneto. La domanda delle regioni venne accolta nella Dgr n.3304 del 21 novembre 2003 che stanzia i primi 200 mila euro. Praticamente un doppione di Italia.it, realizzato inoltre con un approccio quindi esattamente contrario a quello del sito ministeriale che prevedeva un sistema di prenotazione gestito a livello centrale. Il progetto per il portale interregionale è stato preso molto sul serio dalle regioni coinvolte, che hanno investito milioni di euro nella realizzazione di quei siti regionali che dovevano essere veicolati dal portale sovraregionale. Così, per esempio, la Puglia a novembre 2006 ha presentato solo agli operatori del settore (ma si può vedere all'indirizzo http://138.66.34.243/turismo/) il suo portale, finanziato con 3.273.719 euro, come si evince dal documento di programmazione per il turismo della regione che destina per l'anno 2007 ulteriori 900 mila euro. Anche la Campania nel frattempo ha fatto il suo sito (www.turismoregionecampania.it) per un costo di 3,719 milioni (più altri 3,5 milioni di euro per un portale "di supporto all'Internazionalizzazione nel bacino mediterraneo", finora non realizzato).
"Portali come Italia.it", spiega Marco Calvo, amministratore di E-Text, azienda che realizza siti Internet, "possono essere messi a punto al massimo con un milione di euro. Il problema sta nelle gare per l'assegnazione del progetto che richiedono fatturati minimi (dell'ordine dei 100 milioni di euro) sempre più alti da parte dei proponenti. Possono partecipare quindi sempre aziende molto grandi che fanno pagare anche il loro marchio. Ma la storia dell'informatica dimostra che i prodotti migliori arrivano da aziende molto piccole: Google, Skype, Kazaa e altri software che hanno rivoluzionato Internet sono nati dalla testa di un paio di persone".
Se il turismo genera sprechi pubblici in Rete, anche la cultura non scherza. Il caso di Internet Culturale (www.internetculturale.it) ne è un esempio. Nella scorsa legislatura per il sito vennero stanziati 37,3 milioni di euro (7,1 dal comitato dei ministri per la Società dell'informazione e 30,2 dal ministero dei Beni culturali) per un progetto di un motore di ricerca (che quindi rimanda ad altri siti) per versioni digitali di opere di pubblico dominio (libri, musica e così via). Un intento lodevole se non che la Rete è piena di iniziative pubbliche e private che già assolvono questo ruolo. Forse era sufficiente un semplice accordo con una di queste realtà per risparmiare un bel po' di denaro. A realizzare la piattaforma del portale è stata la cordata formata da Ibm (azienda di cui era top manager Lucio Stanca prima di diventare ministro, e presente anche in Italia.it), Finsiel (società che dalla fine del 2005 ospita nel suo Cda Paolo Vigevano, ex capo della Segreteria Tecnica e consigliere politico di Stanca) e Società Servizi Bancari.
Mentre lo Stato spendeva 37 milioni, la Campania si faceva il suo sito culturale ad hoc (www.culturacampania.rai.it) costato altri tre milioni di euro. Peccato sia solo in italiano e per la promozione del patrimonio culturale campano non pare una scelta lungimirante.
Altrettanto antieconomico è il modo in cui sono stati realizzati i 657 siti Web che fanno riferimento ai 25 ministeri e alla Presidenza del Consiglio. Se infatti 300 appartengono al ministero degli Esteri con le sue ambasciate, gli altri 357 hanno i compiti più disparati e sono realizzati ciascuno con una grafica diversa e con tecnologie diverse: se si fosse usato un solo modello per tutti si sarebbero potuti risparmiare milioni di euro. Peraltro i siti non sono neanche costruiti nel modo migliore. Usando lo strumento di valutazione del W3C (il consorzio internazionale che fra l'altro detta le linee guida per realizzare siti Web accessibili anche ai disabili) 'L'espresso' ha per esempio osservato che 15 siti (14 ministeri più quello del governo) non rispondono a tutti i requisiti del W3C: fra questi ci sono quello del ministero degli Esteri, della Giustizia, della Difesa, della Salute, delle Politiche comunitarie e dell'Ambiente. Ci sono poi tutti gli strafalcioni e le sviste sui contenuti. Una per tutte: il sito del ministero delle Infrastrutture ha le informazioni sulla viabilità stradale, ferroviaria, aerea e marittima ferme al settembre 2006.
E pensare che nel 2002 il ministero per l'Innovazione e le Tecnologie aveva introdotto dieci obiettivi sui quali orientare le attività negli anni successivi. A distanza di cinque anni solo uno è stato raggiunto (firma digitale); cinque hanno superato il 60 per cento di realizzazione (servizi on line prioritari, trasparenza, mandato di pagamento, uso dell'e mail e alfabetizzazione informatica), due hanno superato il 30 per cento (Carta di identità elettronica e Carta Nazionale dei servizi e servizi dotati di un sistema di soddisfazione dell'utente); dell'obiettivo di svolgere un terzo dell'attività di formazione via Internet (e learning) non c'è traccia e dell'e procurement (acquisto-vendita di beni) il Cnipa (Centro nazionale per l'informatica nella Pubblica amministrazione) consiglia una revisione in toto del progetto.
Se poi dai siti passiamo alle stanze dei ministeri, si va di in male in peggio. Secondo il Cnipa per l'acquisto di beni e servizi informatici nel 2005 lo Stato ha speso 1.676 milioni di euro. La spesa si concentra sulle grandi amministrazioni: sei (Economia e Finanze, Tesoro, Giustizia, Interno, Difesa, Inps e Inail) hanno impegnato il 66,5 per cento della dotazione informatica. Guardando poi il numero di computer per dipendente 'da ufficio' (cioè con una scrivania e a cui un pc può dare una mano) si scopre che in quasi tutti i ministeri ci sono più terminali che lavoratori, con picchi degni di una azienda che sviluppa software. Al ministero delle Politiche agricole ci sono per esempio 2,4 pc per dipendente, agli Esteri 1,6, al Lavoro 1,4 e alla Salute 1,4. E, come se non bastasse, molti di questi computer vengono usati solo come macchine da scrivere: solo il 48,3 per cento delle postazioni della Pubblica amministrazione centrale è collegato a Internet. Ma anche se fossero connessi, quanti sarebbero stati in grado di usarli? Pochi, molto pochi. Fra tutte le amministrazioni centrali solo tre (Agenzia delle Entrate, Carabinieri e Presidenza del Consiglio) hanno più del 50 per cento dei dipendenti a bassa formazione informatica.
La spesa informatica per postazione è in media, fra le amministrazioni centrali, di quasi 4.500 euro, anche qui con dei picchi interessanti: l'Agenzia per le erogazioni in agricoltura ha speso (nel 2005) 199 mila per postazione, un cifra da sommare ai 123 mila euro del 2004; alle Politiche fiscali hanno speso (nel 2005) 21mila euro, al Tesoro 11 mila e all'Istruzione 9 mila.
Non contento, lo Stato regala soldi a deputati e senatori per dotarsi di strumenti informatici: i primi hanno la possibilità di spendere fino a 3 mila euro in una legislatura, i secondi 4 mila. Denari pubblici con cui gli onorevoli si fanno un paio di ottimi pc portatile, presumibilmente, visto che in Parlamento hanno tutte le postazioni fisse che vogliono. Gli acquisti informatici della Pa vengono effettuati con trattativa privata per il 32 per cento del volume di spesa, con gara nel 30 per cento, e intorno al 28 per cento con affidamento 'in house', cioè tramite società di proprietà pubblica con cui le amministrazioni hanno un accordo (per esempio Sogei e Aci Informatica) e in convenzione solo per circa il 10 per cento della spesa. Per favorire la razionalizzazione della spesa il Consip, una società per azioni del ministero dell'Economia, è stato incaricato di stipulare delle convenzioni con fornitori scelti da esperti dell'ente sulla base del rapporto qualità-prezzo oppure attraverso un mercato virtuale (www.acquistiinretepa.it) dove i fornitori, una volta registrati, possono pubblicare i loro listini. Molto attivi su beni e servizi tradizionali, gli esperti del Consip non si sono però ancora misurati a pieno con il reparto informatico. Poche le convenzioni stipulate, ma anche sfogliando queste poche si può capire come il sistema di acquisto in convenzione, se solo fosse sfruttato a pieno, si tradurrebbe in un risparmio. Un pc da tavolo di ultima generazione con schermo piatto, per esempio, non costa più di 550 euro, stesso prezzo che si paga per un portatile. Il pacchetto Office di Windows, l'unico fornitore di software per ora considerato, costa intorno ai 300 euro. Ma senza convenzione, come vengono fatti la maggior parte degli acquisti, i prezzi schizzano. E, per esempio, per un pacchetto Office più antivirus si possono spendere quasi 800 euro.
Da queste cifre è facile intuire che i costi informatici potrebbero essere abbattuti. E di molto. Soprattutto guardando il software. Un'associazione di Caserta , la Hacklab, ha lanciato in merito una petizione on line (http://81100.eu.org/petizione/) che ha già raccolto quasi 5 mila firme per chiedere al governo di puntare più sul software open source (gratis e replicabile per tutte le amministrazioni a costo praticamente nullo) per abbattere gran parte dei costi degli applicativi che nel 2005 hanno toccato quota 474 milioni di euro. "Guardando le spese informatiche nella pubblica amministrazione", dice Giorgio Sebastiano di Adiconsum, "viene da chiedersi: perché non c'è un unico software per tutti i comuni che per esempio gestisca l'operatività standard? Perché ogni comune ha fatto una gara per comprare un programma che sarebbe potuto essere acquistato a livello centrale consentendo risparmi notevoli?". Un esempio sono i cosiddetti software Gis (Geographic Information System) utili per la navigazione. Ogni amministrazione, centrale o locale, ne acquista uno a un prezzo variabile, nella maggior parte dei casi, da circa 10 mila a 20 mila euro. Senza contare che ne esistono di gratis in Rete, lo Stato ne potrebbe acquistare uno da girare a tutte le amministrazioni. E invece ogni regione, provincia o comune conduce una trattativa separata.
Intanto le amministrazioni locali producono nuovi portali a suon di milioni. In Lombardia, per esempio, il sito della Regione (www. regione.lombardia.it) è costato 1.291.513 euro (790 mila finanziati dallo Stato). L'Italia è poi il paese delle piccole comunità ed ecco allora i progetti delle reti civiche. In Sicilia queste iniziative sono 46 per un totale di 33 milioni di euro di finanziamenti. Il valore unitario è variabile: da poco più di 160 mila euro del progetto per la rete civica di Alcantara presentato dal Comune di Roccella Valdemone al piano del Comune di Castrofilippo che, insieme ad altri 13 municipi della provincia di Agrigento, ha dato vita al progetto Mercurio per una sovvenzione di un milione. Oppure c'è il progetto Eureka del Comune di Siracusa, valutato 1,2 milioni di euro e oggetto di gara a gennaio 2006 aggiudicata per una cifra superiore agli 800 mila euro. Ma del sito, per ora, non ci sono tracce.
Fonte: spreconi.it
Per favore, visitate il sito Web, per favore visitate l'Italia. Per favore, visitate il nostro paese: noi vi accoglieremo calorosamente... Il tormentone corre sul Web con un video in cui il vicepremier Francesco Rutelli, in un inglese non proprio da Oxford, invita gli stranieri a venire in Italia. Il leader della Margherita parla dall'ultimo sito della pubblica amministrazione: Italia.it, il portale del turismo italiano pensato per ospitare tutte le indicazioni utili per visitare il nostro paese. Indicazioni che l'Italia pagherà a peso d'oro: 45 milioni di euro è la somma stanziata per il progetto, la cui piattaforma tecnologica (7.850.040 euro, Iva esclusa) è messa a punto dalle tre aziende che si sono aggiudicate il bando per la sua realizzazione Ibm, Its, e Tiscover. Una cifra impressionante soprattutto se si considerano i prezzi di mercato: con alcune centinaia di migliaia di euro al massimo si realizzano portali Internet con i fiocchi.
Il webmostro Italia.it è nato nella scorsa legislatura quando, nel 2003, all'allora ministro per l'Innovazione Lucio Stanca venne affidato il compito di sostenere progetti 'di rilevanza strategica e di preminente interesse nazionale'. Così fu istituito il Fondo di finanziamento per i progetti strategici nel settore informatico. Per il periodo 2002-2004 il fondo ebbe 154,938 milioni di euro e nella finanziaria del 2004 si autorizzò la spesa di ulteriori 181 milioni e mezzo di euro per il 2004-2006. Con un decreto ministeriale del 28 maggio 2004, il progetto 'Scegli Italia' (poi divenuto Italia.it) venne finanziato: 45 milioni di euro, appunto.
Ma è in questa legislatura che il portale vede la luce. E il 20 febbraio 2007, ancora in fase di realizzazione, viene messo on line, in tempo per presentarlo alla Bit (Borsa internazionale del turismo), come fortemente voluto dal ministro per i Beni culturali Rutelli. Immediate le reazioni su Internet: molti blogger parlano di un progetto poco interattivo, con contenuti obsoleti e con evidenti errori di programmazione. Sul blog Scandalo Italiano (scandaloitaliano. wordpress.com), nato per l'occasione, ci sono gustosi resoconti di chi ha intrapreso un viaggio in Italia attraverso le pagine del portalone, pieno di errori, di traduzioni sommarie e con alcune stranezze (fra i personaggi toscani sono citati sullo stesso livello Dante Alighieri e il campione di scherma Aldo Montano...). E per il prossimo 31 marzo è stato organizzato un evento pubblico presso l'Università Bicocca di Milano (www.ritalia.eu) dove chiunque (programmatori, project manager, grafici, creativi etc) potrà intervenire per proporre migliorie al sito.
Ma Italia.it, in nome dello spreco digitale, ha pure un fratello gemello. Anzi, tanti fratellini. Infatti mentre nelle stanze del Ministero dell'Innovazione si preparava il sito turistico nazionale, nove regioni - poi diventate 12 - si mettevano d'accordo per realizzare, con le sovvenzioni dello Stato (legge 135/2001 "per il co-finanziamento di progetti dei sistemi turistici locali interregionali e sovraregionali"), un portale interregionale di promozione turistica. Capofila la Liguria, partecipanti: Basilicata, Calabria, Campania, Friuli, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Valle d'Aosta e Veneto. La domanda delle regioni venne accolta nella Dgr n.3304 del 21 novembre 2003 che stanzia i primi 200 mila euro. Praticamente un doppione di Italia.it, realizzato inoltre con un approccio quindi esattamente contrario a quello del sito ministeriale che prevedeva un sistema di prenotazione gestito a livello centrale. Il progetto per il portale interregionale è stato preso molto sul serio dalle regioni coinvolte, che hanno investito milioni di euro nella realizzazione di quei siti regionali che dovevano essere veicolati dal portale sovraregionale. Così, per esempio, la Puglia a novembre 2006 ha presentato solo agli operatori del settore (ma si può vedere all'indirizzo http://138.66.34.243/turismo/) il suo portale, finanziato con 3.273.719 euro, come si evince dal documento di programmazione per il turismo della regione che destina per l'anno 2007 ulteriori 900 mila euro. Anche la Campania nel frattempo ha fatto il suo sito (www.turismoregionecampania.it) per un costo di 3,719 milioni (più altri 3,5 milioni di euro per un portale "di supporto all'Internazionalizzazione nel bacino mediterraneo", finora non realizzato).
"Portali come Italia.it", spiega Marco Calvo, amministratore di E-Text, azienda che realizza siti Internet, "possono essere messi a punto al massimo con un milione di euro. Il problema sta nelle gare per l'assegnazione del progetto che richiedono fatturati minimi (dell'ordine dei 100 milioni di euro) sempre più alti da parte dei proponenti. Possono partecipare quindi sempre aziende molto grandi che fanno pagare anche il loro marchio. Ma la storia dell'informatica dimostra che i prodotti migliori arrivano da aziende molto piccole: Google, Skype, Kazaa e altri software che hanno rivoluzionato Internet sono nati dalla testa di un paio di persone".
Se il turismo genera sprechi pubblici in Rete, anche la cultura non scherza. Il caso di Internet Culturale (www.internetculturale.it) ne è un esempio. Nella scorsa legislatura per il sito vennero stanziati 37,3 milioni di euro (7,1 dal comitato dei ministri per la Società dell'informazione e 30,2 dal ministero dei Beni culturali) per un progetto di un motore di ricerca (che quindi rimanda ad altri siti) per versioni digitali di opere di pubblico dominio (libri, musica e così via). Un intento lodevole se non che la Rete è piena di iniziative pubbliche e private che già assolvono questo ruolo. Forse era sufficiente un semplice accordo con una di queste realtà per risparmiare un bel po' di denaro. A realizzare la piattaforma del portale è stata la cordata formata da Ibm (azienda di cui era top manager Lucio Stanca prima di diventare ministro, e presente anche in Italia.it), Finsiel (società che dalla fine del 2005 ospita nel suo Cda Paolo Vigevano, ex capo della Segreteria Tecnica e consigliere politico di Stanca) e Società Servizi Bancari.
Mentre lo Stato spendeva 37 milioni, la Campania si faceva il suo sito culturale ad hoc (www.culturacampania.rai.it) costato altri tre milioni di euro. Peccato sia solo in italiano e per la promozione del patrimonio culturale campano non pare una scelta lungimirante.
Altrettanto antieconomico è il modo in cui sono stati realizzati i 657 siti Web che fanno riferimento ai 25 ministeri e alla Presidenza del Consiglio. Se infatti 300 appartengono al ministero degli Esteri con le sue ambasciate, gli altri 357 hanno i compiti più disparati e sono realizzati ciascuno con una grafica diversa e con tecnologie diverse: se si fosse usato un solo modello per tutti si sarebbero potuti risparmiare milioni di euro. Peraltro i siti non sono neanche costruiti nel modo migliore. Usando lo strumento di valutazione del W3C (il consorzio internazionale che fra l'altro detta le linee guida per realizzare siti Web accessibili anche ai disabili) 'L'espresso' ha per esempio osservato che 15 siti (14 ministeri più quello del governo) non rispondono a tutti i requisiti del W3C: fra questi ci sono quello del ministero degli Esteri, della Giustizia, della Difesa, della Salute, delle Politiche comunitarie e dell'Ambiente. Ci sono poi tutti gli strafalcioni e le sviste sui contenuti. Una per tutte: il sito del ministero delle Infrastrutture ha le informazioni sulla viabilità stradale, ferroviaria, aerea e marittima ferme al settembre 2006.
E pensare che nel 2002 il ministero per l'Innovazione e le Tecnologie aveva introdotto dieci obiettivi sui quali orientare le attività negli anni successivi. A distanza di cinque anni solo uno è stato raggiunto (firma digitale); cinque hanno superato il 60 per cento di realizzazione (servizi on line prioritari, trasparenza, mandato di pagamento, uso dell'e mail e alfabetizzazione informatica), due hanno superato il 30 per cento (Carta di identità elettronica e Carta Nazionale dei servizi e servizi dotati di un sistema di soddisfazione dell'utente); dell'obiettivo di svolgere un terzo dell'attività di formazione via Internet (e learning) non c'è traccia e dell'e procurement (acquisto-vendita di beni) il Cnipa (Centro nazionale per l'informatica nella Pubblica amministrazione) consiglia una revisione in toto del progetto.
Se poi dai siti passiamo alle stanze dei ministeri, si va di in male in peggio. Secondo il Cnipa per l'acquisto di beni e servizi informatici nel 2005 lo Stato ha speso 1.676 milioni di euro. La spesa si concentra sulle grandi amministrazioni: sei (Economia e Finanze, Tesoro, Giustizia, Interno, Difesa, Inps e Inail) hanno impegnato il 66,5 per cento della dotazione informatica. Guardando poi il numero di computer per dipendente 'da ufficio' (cioè con una scrivania e a cui un pc può dare una mano) si scopre che in quasi tutti i ministeri ci sono più terminali che lavoratori, con picchi degni di una azienda che sviluppa software. Al ministero delle Politiche agricole ci sono per esempio 2,4 pc per dipendente, agli Esteri 1,6, al Lavoro 1,4 e alla Salute 1,4. E, come se non bastasse, molti di questi computer vengono usati solo come macchine da scrivere: solo il 48,3 per cento delle postazioni della Pubblica amministrazione centrale è collegato a Internet. Ma anche se fossero connessi, quanti sarebbero stati in grado di usarli? Pochi, molto pochi. Fra tutte le amministrazioni centrali solo tre (Agenzia delle Entrate, Carabinieri e Presidenza del Consiglio) hanno più del 50 per cento dei dipendenti a bassa formazione informatica.
La spesa informatica per postazione è in media, fra le amministrazioni centrali, di quasi 4.500 euro, anche qui con dei picchi interessanti: l'Agenzia per le erogazioni in agricoltura ha speso (nel 2005) 199 mila per postazione, un cifra da sommare ai 123 mila euro del 2004; alle Politiche fiscali hanno speso (nel 2005) 21mila euro, al Tesoro 11 mila e all'Istruzione 9 mila.
Non contento, lo Stato regala soldi a deputati e senatori per dotarsi di strumenti informatici: i primi hanno la possibilità di spendere fino a 3 mila euro in una legislatura, i secondi 4 mila. Denari pubblici con cui gli onorevoli si fanno un paio di ottimi pc portatile, presumibilmente, visto che in Parlamento hanno tutte le postazioni fisse che vogliono. Gli acquisti informatici della Pa vengono effettuati con trattativa privata per il 32 per cento del volume di spesa, con gara nel 30 per cento, e intorno al 28 per cento con affidamento 'in house', cioè tramite società di proprietà pubblica con cui le amministrazioni hanno un accordo (per esempio Sogei e Aci Informatica) e in convenzione solo per circa il 10 per cento della spesa. Per favorire la razionalizzazione della spesa il Consip, una società per azioni del ministero dell'Economia, è stato incaricato di stipulare delle convenzioni con fornitori scelti da esperti dell'ente sulla base del rapporto qualità-prezzo oppure attraverso un mercato virtuale (www.acquistiinretepa.it) dove i fornitori, una volta registrati, possono pubblicare i loro listini. Molto attivi su beni e servizi tradizionali, gli esperti del Consip non si sono però ancora misurati a pieno con il reparto informatico. Poche le convenzioni stipulate, ma anche sfogliando queste poche si può capire come il sistema di acquisto in convenzione, se solo fosse sfruttato a pieno, si tradurrebbe in un risparmio. Un pc da tavolo di ultima generazione con schermo piatto, per esempio, non costa più di 550 euro, stesso prezzo che si paga per un portatile. Il pacchetto Office di Windows, l'unico fornitore di software per ora considerato, costa intorno ai 300 euro. Ma senza convenzione, come vengono fatti la maggior parte degli acquisti, i prezzi schizzano. E, per esempio, per un pacchetto Office più antivirus si possono spendere quasi 800 euro.
Da queste cifre è facile intuire che i costi informatici potrebbero essere abbattuti. E di molto. Soprattutto guardando il software. Un'associazione di Caserta , la Hacklab, ha lanciato in merito una petizione on line (http://81100.eu.org/petizione/) che ha già raccolto quasi 5 mila firme per chiedere al governo di puntare più sul software open source (gratis e replicabile per tutte le amministrazioni a costo praticamente nullo) per abbattere gran parte dei costi degli applicativi che nel 2005 hanno toccato quota 474 milioni di euro. "Guardando le spese informatiche nella pubblica amministrazione", dice Giorgio Sebastiano di Adiconsum, "viene da chiedersi: perché non c'è un unico software per tutti i comuni che per esempio gestisca l'operatività standard? Perché ogni comune ha fatto una gara per comprare un programma che sarebbe potuto essere acquistato a livello centrale consentendo risparmi notevoli?". Un esempio sono i cosiddetti software Gis (Geographic Information System) utili per la navigazione. Ogni amministrazione, centrale o locale, ne acquista uno a un prezzo variabile, nella maggior parte dei casi, da circa 10 mila a 20 mila euro. Senza contare che ne esistono di gratis in Rete, lo Stato ne potrebbe acquistare uno da girare a tutte le amministrazioni. E invece ogni regione, provincia o comune conduce una trattativa separata.
Intanto le amministrazioni locali producono nuovi portali a suon di milioni. In Lombardia, per esempio, il sito della Regione (www. regione.lombardia.it) è costato 1.291.513 euro (790 mila finanziati dallo Stato). L'Italia è poi il paese delle piccole comunità ed ecco allora i progetti delle reti civiche. In Sicilia queste iniziative sono 46 per un totale di 33 milioni di euro di finanziamenti. Il valore unitario è variabile: da poco più di 160 mila euro del progetto per la rete civica di Alcantara presentato dal Comune di Roccella Valdemone al piano del Comune di Castrofilippo che, insieme ad altri 13 municipi della provincia di Agrigento, ha dato vita al progetto Mercurio per una sovvenzione di un milione. Oppure c'è il progetto Eureka del Comune di Siracusa, valutato 1,2 milioni di euro e oggetto di gara a gennaio 2006 aggiudicata per una cifra superiore agli 800 mila euro. Ma del sito, per ora, non ci sono tracce.
Fonte: spreconi.it
27 ago 2007
Coca e alcol, video choc a Trastevere
L'iniziativa dell'onorevole Francesco Giro, coordinatore regionale di Forza Italia
Stamani darà la cassetta al prefetto Serra. L'assessore: scoperta l'acqua calda
Sniffate sugli specchietti delle auto, giovani barcollanti, spacciatori indisturbati
Protestano i residenti. Il Comune: abbiamo già rafforzato la vigilanza
ROMA - All'ennesima notte insonne l'onorevole ha detto stop. Imbracciata la telecamera, alle due del mattino il deputato e coordinatore regionale di Forza Italia, Francesco Giro, s'affaccia alla finestra di casa, cuore di Trastevere, e filma: ragazzine minorenni che prima voltano lo specchietto del motorino, poi ci sniffano la coca; spacciatori che incassano sorridendo, giovani che sciamano con in mano le bottiglie che un'ordinanza del prefetto vieta di vendere loro la notte. E le "canne" arrotolate tra le auto in sosta, le pipì liberatorie sui portoni, gli scrivani metropolitani al lavoro sui muri...
Storie di degrado in un condensato notturno di quattro ore: per due notti consecutive Giro ha acceso la telecamera alle due e l'ha spenta alle quattro. Poi ha chiamato giornali e il prefetto: "Mi auguro che il sindaco Veltroni finalmente ci ascolti - dice Giro - perché a Roma esiste un'emergenza sociale e per accorgersene basta passeggiare per le vie del Centro, da Testaccio a San Lorenzo a Campo dè Fiori e ora a Trastevere. E non osiamo immaginare cosa accade in periferia". "Giro lo conosciamo tutti: ha fatto la scoperta dell'acqua calda", replica gelido l'assessore alle Politiche giovanili, Jean Leonard Touadi, elencando le mosse del Comune: dalla Ztl notturna "per garantire serenità acustica" all'ordinanza che vieta la vendita delle bottiglie la notte "chiesta insistentemente e ottenuta dal prefetto"; dagli "sforzi ingenti in uomini e denaro per il decoro urbano" alla "video sorveglianza nelle aree calde".
Tant'è: Giro ha alzato il telefono e ha chiamato il prefetto, raccontandogli le notti bianche di vicolo del Bologna, che in pratica è il lato B di una delle piazze più bollenti delle notti romane, quella di Trilussa in cui il presidio delle forze dell'ordine è costante. "Lui - racconta - mi ha detto: Giro, ma ce l'hai con me? Ma, no, prefetto, sono le immagini parlano da sole. Alla fine mi ha dato appuntamento per domani". Cioè oggi, quando andrà a portargli il suo "video choc", consegnato ieri al Tg5 che lo ha mandato in onda nell'edizione serale.
Roma tossica e degradata? Serra, che tra pochi giorni lascerà per un altro incarico, è laconico: "Se fumano marjiuana e si ubriacano non è reato". Giro chiede un'auto della polizia tutte le notti, quando chiudono i locali e l'anti-movida conquista la piazzetta sotto casa sua. "Massì, certo... mettiamone una in ogni strada", dice ironico. Certo è che in vicolo del Bologna i residenti sono infuriati. Hanno paura, ma con l'anonimato lo sfogo è torrentizio: "Sono un primario pediatra di sinistra, la situazione è pesante. Ieri mi hanno smontato il contachilometri del motorino. L'altro giorno quattro ragazzi facevano pipì sul muro accanto al mio portone, ho provato a protestare e mi hanno risposto: "Ma che vuoi? Se era un cane te ne stavi zitto, no?"". Nei giorni scorsi, raccontano altri, "è nata una lite da uno scherno a un residente gay". È finita con l'occhio nero di un altro residente". E quel che fa paura è la polvere bianca, che stravolge i volti e alza l'adrenalina. "Purtroppo arriva coca a prezzi sempre più popolari - dice Touadi - e insieme all'alcol sta entrando pericolosamente nella vita notturna dei giovani".
Fonte: repubblica.it
Stamani darà la cassetta al prefetto Serra. L'assessore: scoperta l'acqua calda
Sniffate sugli specchietti delle auto, giovani barcollanti, spacciatori indisturbati
Protestano i residenti. Il Comune: abbiamo già rafforzato la vigilanza
ROMA - All'ennesima notte insonne l'onorevole ha detto stop. Imbracciata la telecamera, alle due del mattino il deputato e coordinatore regionale di Forza Italia, Francesco Giro, s'affaccia alla finestra di casa, cuore di Trastevere, e filma: ragazzine minorenni che prima voltano lo specchietto del motorino, poi ci sniffano la coca; spacciatori che incassano sorridendo, giovani che sciamano con in mano le bottiglie che un'ordinanza del prefetto vieta di vendere loro la notte. E le "canne" arrotolate tra le auto in sosta, le pipì liberatorie sui portoni, gli scrivani metropolitani al lavoro sui muri...
Storie di degrado in un condensato notturno di quattro ore: per due notti consecutive Giro ha acceso la telecamera alle due e l'ha spenta alle quattro. Poi ha chiamato giornali e il prefetto: "Mi auguro che il sindaco Veltroni finalmente ci ascolti - dice Giro - perché a Roma esiste un'emergenza sociale e per accorgersene basta passeggiare per le vie del Centro, da Testaccio a San Lorenzo a Campo dè Fiori e ora a Trastevere. E non osiamo immaginare cosa accade in periferia". "Giro lo conosciamo tutti: ha fatto la scoperta dell'acqua calda", replica gelido l'assessore alle Politiche giovanili, Jean Leonard Touadi, elencando le mosse del Comune: dalla Ztl notturna "per garantire serenità acustica" all'ordinanza che vieta la vendita delle bottiglie la notte "chiesta insistentemente e ottenuta dal prefetto"; dagli "sforzi ingenti in uomini e denaro per il decoro urbano" alla "video sorveglianza nelle aree calde".
Tant'è: Giro ha alzato il telefono e ha chiamato il prefetto, raccontandogli le notti bianche di vicolo del Bologna, che in pratica è il lato B di una delle piazze più bollenti delle notti romane, quella di Trilussa in cui il presidio delle forze dell'ordine è costante. "Lui - racconta - mi ha detto: Giro, ma ce l'hai con me? Ma, no, prefetto, sono le immagini parlano da sole. Alla fine mi ha dato appuntamento per domani". Cioè oggi, quando andrà a portargli il suo "video choc", consegnato ieri al Tg5 che lo ha mandato in onda nell'edizione serale.
Roma tossica e degradata? Serra, che tra pochi giorni lascerà per un altro incarico, è laconico: "Se fumano marjiuana e si ubriacano non è reato". Giro chiede un'auto della polizia tutte le notti, quando chiudono i locali e l'anti-movida conquista la piazzetta sotto casa sua. "Massì, certo... mettiamone una in ogni strada", dice ironico. Certo è che in vicolo del Bologna i residenti sono infuriati. Hanno paura, ma con l'anonimato lo sfogo è torrentizio: "Sono un primario pediatra di sinistra, la situazione è pesante. Ieri mi hanno smontato il contachilometri del motorino. L'altro giorno quattro ragazzi facevano pipì sul muro accanto al mio portone, ho provato a protestare e mi hanno risposto: "Ma che vuoi? Se era un cane te ne stavi zitto, no?"". Nei giorni scorsi, raccontano altri, "è nata una lite da uno scherno a un residente gay". È finita con l'occhio nero di un altro residente". E quel che fa paura è la polvere bianca, che stravolge i volti e alza l'adrenalina. "Purtroppo arriva coca a prezzi sempre più popolari - dice Touadi - e insieme all'alcol sta entrando pericolosamente nella vita notturna dei giovani".
Fonte: repubblica.it
26 ago 2007
Avvocatesse a luci rosse: in tribunale con i vibratori
Milano, 25 agosto 2007 - Sarà che i tempi della giustizia sono quelli che sono, e il tempo - quando c’è da aspettare - bisogna pur impiegarlo in qualche maniera. Sarà il gusto del proibito, del divieto da infrangere nel santuario di leggi e codici. O forse è il luogo, quel labirinto di corridoi, angoli ciechi e anfratti, che moltiplica le occasioni per l’anarchia ormonale.
Quale che sia la causa, finisce che in tribunale a Milano - austero palazzo di marmi, burocrazia e sentenze - ci scappino spesso scene da quartiere proibito, lanterne rosse e sexy shop. L’ultima, quella di due avvocatesse «hard». A distanza di una manciata di giorni l’una dall’altra, «fotografate» dagli scanner della vigilanza con un inconsueto corredo forense chiuso in borsa: fascicoli, ricorsi, agende. E due vibratori.
Qualcosa di personale, stavolta, ma a Palazzo ne raccontano di ogni. C’è chi tra quegli uffici ha trovato moglie e marito, chi s’è fatto l’amante, chi - nelle lunghe giornate - trova il tempo per una scappatella in qualche recesso nascosto dell’edificio (e l’edificio ne è pieno). Magistrati che finiscono per sposare magistrati distanti due uffici, cancellieri con cancellieri, polizia giudiziaria con polizia giudiziaria, avvocati, personale amministrativo e umanità varia. Tutti rinchiusi nello stesso groviglio di scale bagni ascensori e stanzini, tutto il giorno e tutti i giorni. Sempre le stesse facce che tornano, sempre quelle. E il Palazzo che fornisce l’occasione. Il resto è un libero scambio di estasi e pecoreccio.
Ed è così che poteva esistere una «stanza del sesso», bugigattolo spoglio con vista su Milano ricavato in fondo a una scala al settimo piano del tribunale, lontano da occhi e orecchie indiscrete, dove gli amanti andavano a consumare prima che un giudice ne scoprisse gli intrighi - scatenando le ire del presidente dei gip - e una mano abbondante di vernice cancellasse dalle pareti le memorie scritte dagli habitué dell’alcova. Da allora, niente più stanza e niente più sesso. Almeno, in fondo alla scala del settimo piano.
Tra realtà e leggende metropolitane, quella delle due avvocatesse a luci rosse è solo l’ultima della vicende poco ortodosse per il palazzo di giustizia. Niente di grave, e tutto molto umano. Lì, davanti allo scanner, hanno sorriso i vigilantes e sono arrossite le due donne. Imbarazzata visione a raggi x, la sagoma inequivocabile che consegna alla guardia giurata un memorabile imprevisto.
Altro che cellulari, chiavi, portaocchiali, penne stilografiche come ne passano a centinaia ogni giorno sotto le macchine della sicurezza. E sfortunate le due, che se non si fossero scordate la tessera di avvocato non sarebbero state costrette a passare sotto le forche di röntgen, con la privacy che va a farsi benedire. Proprio quel giorno. Sempre che quella non fosse la prima volta.
Fonte: quotidiano.net
Quale che sia la causa, finisce che in tribunale a Milano - austero palazzo di marmi, burocrazia e sentenze - ci scappino spesso scene da quartiere proibito, lanterne rosse e sexy shop. L’ultima, quella di due avvocatesse «hard». A distanza di una manciata di giorni l’una dall’altra, «fotografate» dagli scanner della vigilanza con un inconsueto corredo forense chiuso in borsa: fascicoli, ricorsi, agende. E due vibratori.
Qualcosa di personale, stavolta, ma a Palazzo ne raccontano di ogni. C’è chi tra quegli uffici ha trovato moglie e marito, chi s’è fatto l’amante, chi - nelle lunghe giornate - trova il tempo per una scappatella in qualche recesso nascosto dell’edificio (e l’edificio ne è pieno). Magistrati che finiscono per sposare magistrati distanti due uffici, cancellieri con cancellieri, polizia giudiziaria con polizia giudiziaria, avvocati, personale amministrativo e umanità varia. Tutti rinchiusi nello stesso groviglio di scale bagni ascensori e stanzini, tutto il giorno e tutti i giorni. Sempre le stesse facce che tornano, sempre quelle. E il Palazzo che fornisce l’occasione. Il resto è un libero scambio di estasi e pecoreccio.
Ed è così che poteva esistere una «stanza del sesso», bugigattolo spoglio con vista su Milano ricavato in fondo a una scala al settimo piano del tribunale, lontano da occhi e orecchie indiscrete, dove gli amanti andavano a consumare prima che un giudice ne scoprisse gli intrighi - scatenando le ire del presidente dei gip - e una mano abbondante di vernice cancellasse dalle pareti le memorie scritte dagli habitué dell’alcova. Da allora, niente più stanza e niente più sesso. Almeno, in fondo alla scala del settimo piano.
Tra realtà e leggende metropolitane, quella delle due avvocatesse a luci rosse è solo l’ultima della vicende poco ortodosse per il palazzo di giustizia. Niente di grave, e tutto molto umano. Lì, davanti allo scanner, hanno sorriso i vigilantes e sono arrossite le due donne. Imbarazzata visione a raggi x, la sagoma inequivocabile che consegna alla guardia giurata un memorabile imprevisto.
Altro che cellulari, chiavi, portaocchiali, penne stilografiche come ne passano a centinaia ogni giorno sotto le macchine della sicurezza. E sfortunate le due, che se non si fossero scordate la tessera di avvocato non sarebbero state costrette a passare sotto le forche di röntgen, con la privacy che va a farsi benedire. Proprio quel giorno. Sempre che quella non fosse la prima volta.
Fonte: quotidiano.net
25 ago 2007
Consulenze d'oro
Un miliardo e mezzo l'anno speso da Stato e regioni per incarichi inutili. Concesso ad amici, politici, faccendieri. E Palazzo Chigi frena la trasparenza.
Una città di 261 mila abitanti, tanti sono i consulenti esterni della nostra pubblica amministrazione. Una massa enorme che succhia ogni anno un miliardo e mezzo di euro dalle casse pubbliche. Architetti, ingegneri, avvocati, commercialisti, ma anche personaggi in cerca di contratto senza alcuna competenza, figli di ministri, amanti, clienti e famigli, portatori di voti, politici trombati e manager arrestati. Tutti in fila per incassare la loro fetta della grande torta. Il ministero della Funzione pubblica tra poche settimane presenterà in Parlamento la sua relazione sugli incarichi. 'L'espresso' è in grado di anticiparne il contenuto. A leggere le tabelle, riferite al 2005, ultimo anno censito, c'è da restare a bocca aperta.
I consulenti esterni sono 156 mila e 500, la popolazione di un capoluogo di regione come Cagliari, vecchi e bambini compresi, a cui vanno aggiunti i 105 mila pubblici dipendenti che eseguono prestazioni extra per altri enti fino ad arrivare a un totale di 261 mila persone. Una città grande come Venezia che galleggia sulla spesa pubblica. Basterebbe abolire le consulenze e si potrebbe rimborsare l'imposta sulla prima casa a due italiani su tre. Ma non si può. Il fenomeno è ormai strutturale: nulla riesce a combatterlo. Rispetto al 2004 la spesa è ferma a 1 miliardo e 500 milioni di euro. E anche se gli incarichi sembrerebbero diminuire, il condizionale è d'obbligo: i burocrati tardano nel consegnare gli elenchi degli ingaggi e quasi sempre il dossier finale lievita di mese in mese, con rialzi di centinaia di milioni.
La spesa per gli incarichi esterni è ormai una montagna difficile da ignorare anche per la politica italiana. La Finanziaria del 2005 aveva posto dei limiti precisi al potere discrezionale degli amministratori, poi erano intervenuti il ministero con una circolare e la Corte dei Conti. La Procura Regionale del Lazio, quella competente sugli organi centrali, ha dato un segnale inequivocabile, mettendo all'indice i vertici di 14 colossi pubblici. Si va dall'ex commissario dell'Unire, l'ente delle razze equine, al quale sono stati contestati 147 mila euro , fino alle consulenze elargite dai tre ultimi ministri della giustizia: Fassino, Diliberto e Castelli. Dal direttore generale dell'Istruzione, sotto accusa per 90 mila euro di parcelle, all'Asi, l'Agenzia spaziale italiana, che avrebbe mandato in orbita assegnazioni illegittime per un totale di 381 mila euro.
Chi non pubblica paga
L'onda però è proseguita ignorando anche i fulmini della magistratura contabile, fino a quando i senatori della Sinistra democratica, Cesare Salvi e Massimo Villone, hanno tirato fuori dal cilindro un'arma letale contro le consulenze facili dello Stato. Un comma inserito nella manovra per il 2007, che rappresenta una miccia accesa nel sottobosco della politica: "Nessuna consulenza può essere pagata se non sia stata resa nota, con tanto di nome e compenso, sul sito Web dell'amministrazione". E se l'incarico non viene pubblicizzato, scatta una punizione micidiale: chi ordina il pagamento e chi ne beneficia deve restituire i soldi di tasca sua.
Sembrava l'uovo di Colombo, in grado di trasformare il Palazzo in una casa di vetro. Tutti avrebbero saputo in tempo reale con un click i nomi dei 223 consulenti delle agenzie fiscali, dei 14 mila uomini d'oro della sanità e soprattutto dei 4 mila e 563 prescelti dai ministeri. Purtroppo, l'Eden della trasparenza telematica non si è realizzato. Cavilli, circolari e ricorsi burocratici hanno depotenziato l'arma letale. E alla fine più della metà dei ministeri ha mantenuto il silenzio. Nella lista dei buoni figurano Funzione pubblica, Comunicazioni, Interno, Solidarietà sociale, Commercio estero, Salute, Sviluppo economico, Attuazione del programma, Affari regionali, Economia. Mentre tra i bocciati troviamo a sorpresa un paladino della lotta alle consulenze fasulle come Alfonso Pecoraro Scanio. Il ministero degli Esteri, pur non avendo ancora sul sito la lista, non ha avuto difficoltà a consegnarla a 'L'espresso', come hanno fatto anche l'Enav, l'Unire e l'Aams. Va detto però che il cattivo esempio viene dall'alto. I dipartimenti e gli uffici di Palazzo Chigi non hanno ancora pubblicato l'elenco dei consulenti. "Ma nel frattempo", spiega il segretario generale Carlo Malinconico, "i pagamenti degli incarichi conferiti dopo la finanziaria del 2007 sono sospesi".
I beneficiati
Chi è sul Web invece può incassare. Ed ecco spuntare una lista infinita di avvocati, ingegneri, commercialisti, architetti o semplici ragionieri. Pochi i nomi noti. Come Pellegrino Mastella, figlio del Guardasigilli e consulente di Bersani allo sviluppo economico per 32 mila euro. Nelle liste dell'Inpdap spunta il manager informatico Elio Schiavi. Chi è? Secondo Visco è stato una vittima dello spoils system di Tremonti. E Schiavi, definito dal viceministro diessino "l'inventore del fisco telematico", potrà consolarsi con un contratto da 150 mila euro. Alla Farnesina si segnala invece il rientro sulla scena dell'ex procuratore di Roma Vittorio Mele. Sottoposto a procedimento disciplinare nel 1998 per i suoi rapporti disinvolti con il re delle cliniche Luigi Cavallari, Mele aveva lasciato la magistratura evitando il giudizio del Csm. Ha appena firmato un contratto da 24 mila euro per quattro mesi e mezzo. Altri 25 mila euro andranno invece a Giovanni Lombardi, rappresentante dei Ds nel consiglio degli italiani all'estero, per progettare il museo dell'emigrazione.
Le Poste pubblicano la lista più completa: 194 gli incarichi e un paio di curiosità: i 200 mila euro a Maurizio Costanzo e gli 8 mila euro a Giovanni Floris. Gran parte dei soldi però vanno agli studi legali, come quello dell'onorevole di An Giuseppe Consolo (126 mila euro per il 2007) o quello fondato da Giulio Tremonti che ha preso 25 mila euro. L'Anas invece mostra un profilo fin troppo basso. Stando alle striminzite comunicazioni del sito, avrebbe speso finora poco più di 400 mila euro per sei incarichi. Una carestia rispetto ai 41 milioni del 2003 e ai 20,4 milioni dell'ultimo anno. Dov'è finita l'azienda sprecona che regalava 2 milioni e mezzo di euro in consulenze come buonuscita ai consiglieri? Basta fare un paio di verifiche per scoprire che il lupo cambia colore politico ma non il vizio. Sul sito non appare, per esempio, l'ingaggio da 100 mila euro all'ex consigliere Alberto Brandani, vicino all'Udc. Perché? Risposta burocratica: la commissione di cui fa parte è anteriore alla nuova legge. Esemplare la vicenda di Giuseppe D'Agostino. Un collaboratore da 50 mila euro l'anno, ignorato nella lista pubblica, ma attivo in tutto il mondo, dove incontra ministri per conto dell'Anas. In Moldavia ha presentato un accordo, seduto accanto al premier, per rifare tutte le strade . Non figurano sul sito neanche i due giovanissimi avvocati Sergio Fidanzia e Angelo Gigliola. Trent'anni a testa, iscritti all'albo dal 2005, hanno ricevuto dall'Anas un paio di arbitrati e la difesa della società nelle cause più importanti, quelle contro le autostrade davanti al Tar e alla Corte di giustizia europea. Per le stesse controversie è stato arruolato anche Marco Annoni, legale arrestato dal pool di Mani Pulite che ha patteggiato la sua condanna per tangenti. Il loro compenso è top secret. Ma quella degli avvocati in carriera non è un'eccezione. Perché con una direttiva firmata da Romano Prodi molte categorie sono state escluse dalla trasparenza. Una deroga che regala l'anonimato a tanti professionisti della parcella: tra loro artisti, società di revisione e soprattutto avvocati patrocinanti. Particolare piccante: il segretario generale di Palazzo Chigi che sta seguendo la partita delle consulenze è l'ex avvocato Carlo Malinconico, titolare dell'omonimo studio, chiuso dopo l'approdo a Palazzo Chigi, nel quale hanno mosso i primi passi i giovani Fidanzia e Gigliola.
Agenzie reticenti
L'Anas è in buona compagnia. Anche le agenzie fiscali seguono la linea dell'ermetismo. A fine agosto, territorio, dogane, monopoli ed entrate dichiarano sui rispettivi siti in tutto 21 consulenze. Nel 2004, secondo il ministero, le agenzie elargivano 223 incarichi. Che fine hanno fatto? Una parte importante si trova nel calderone della Sogei, che fornisce personale e servizi alle agenzie, e che però copre i suoi consulenti con il silenzio. È il caso del braccio destro del direttore dei Monopoli, Giorgio Tino. Si chiama Guido Marino e lo accompagna persino alle audizioni in Parlamento. Proprio a Marino, il direttore Tino ordina al telefono (intercettato dal solito pm Woodcock) nell'aprile del 2005: "Procurami tutte le carte. Poi leva da tutti i computer e lascia solo sul tuo senza farlo vedere ai colleghi". Oggi Marino sul sito non c'è, anche se il suo incarico, ottenuto da Sogei con una sorta di gara, potrebbe valere circa 2 milioni di euro.
Situazione analoga all'Ice. L'Istituto per il commercio estero non espone la sua lista e così è impossibile sapere quanto guadagna la società Triumph, controllata da Maria Criscuolo, imprenditrice molto amica di Umberto Vattani, come è emerso dalle intercettazioni di un'inchiesta contro il capo dell'Ice. Anche la Triumph sarebbe oscurata dalla solita direttiva Prodi. Attacca Cesare Salvi: "Quella circolare limita moltissimo l'obbligo di trasparenza e va contro la legge. Comunque non ci fermiamo. La strada è quella giusta e anche il premier lo sa. Ora vogliamo chiedere che nella Finanziaria si includa l'obbligo di pubblicare tutti gli atti di spesa. Anche se il vero problema sono gli enti locali, sui quali non possiamo intervenire. Lì accadono gli abusi peggiori".
Bengodi locale
L'autonomia delle regioni è diventata libertà di spreco. L'Eldorado delle consulenze è in Lombardia: il censimento parziale del 2004 segnalava 45.500 incarichi con 185 milioni di euro liquidati. E tutto calcolato per difetto: un quinto del totale nazionale. Un sistema di potere parallelo, in parte all'insegna della cultura del fare, nella presunzione che il professionista esterno nominato direttamente faccia prima e meglio. Il modello caro a Letizia Moratti, che in un anno a Palazzo Marino ha assegnato 91 incarichi. In parte però questo network nutre anche il sottobosco del potere. L'ultimo scandalo è recentissimo, emerso alla vigilia di Ferragosto con un'istruttoria penale per truffa. Al centro un progetto finanziato dal Pirellone per costruire sul lago di Como il Museo di Leonardo. Viene perquisita la Glr Consulting, controllata dal consigliere regionale Gianluca Rinaldin di Forza Italia. In Piemonte, nel 2005, regione, province e comuni hanno inghiottito consulenze per 18 milioni di euro, un terzo dei quali ritenuto privo dei requisiti. A Genova, le Fiamme Gialle hanno contestato un danno erariale superiore ai 20 milioni: sotto accusa nove amministratori dell'Istituto tumori. La Guardia di finanza spiega che, "a fronte di enormi investimenti effettuati, non è stata prodotta alcuna attività scientifica". Nel Lazio il meccanismo si è evoluto per aggirare i controlli. E le designazioni vanno a carico delle società a partecipazione regionale. Secondo una denuncia dei sindacati, Sviluppo Lazio ne ha assegnate per un importo di 27 milioni; la Filas per 8,2 milioni, la Bic per 5. In Abruzzo tra gli ingaggi della giunta guidata da Ottaviano Del Turco si segnala il fotografo personale del presidente e il vignettista. Il primo costa 60 mila euro, il secondo 32 mila per occuparsi, tra l'altro, del cartoon 'Capitan Abruzzo'. Il fumettista è figlio del sindaco di Collelongo, comune della Marsica che ha dato i natali a Del Turco.
Certo, a Sud la situazione è peggiore. C'è il caso Calabria che spicca fra tutti. Quando i magistrati sono andati a mettere il naso negli incarichi della Regione, si sono messi a piangere. In soli tre mesi ne erano stati assegnati una valanga: metà con importi non specificati, l'altra metà per oltre 487 mila euro. E tutti, ma proprio tutti, illeciti. Persino quelli destinati all'attuazione del 'piano di legalità' non rispettavano le regole. In altre regioni gli incarichi sono quasi dei benefit. In Molise lo scorso anno il presidente della giunta ha nominato due consiglieri personali costati 115 mila euro. Nella lista non manca una ricerca sui molisani a Stoccarda per 41 mila euro e un intervento sperimentale sulle lepri da 15 mila.
In Sicilia, invece, consulenza è sinonimo di favore. Talvolta anche agli amici degli amici. Come nel caso di Francesco Campanella, il mafioso ed ex presidente del consiglio di Villabate, oggi collaboratore di giustizia. Anche lui non si lasciò sfuggire un bel contratto. Nessuno oggi è in grado di stabilire quanti siano i consulenti: c'è stato persino un esperto per la 'prevenzione dei rischi connessi al diffondersi del bioterrorismo'. Un caso limite? No: a Rosolini, comune in provincia di Siracusa, c'è stato l'esperto per la lettura delle bollette telefoniche. A Catania ancora ricordano l'affascinante Miriam Tekle. La splendida top model eritrea, dopo aver partecipato alle finali di Miss Italia nel mondo, venne nominata alle dirette dipendenze dell'assessorato comunale all'Industria, per svolgere funzioni di 'supporto dell'attività d'indirizzo'. Per quell'incarico, la bella Miriam avrebbe dovuto percepire poco più di 24 mila euro all'anno. Dopo le proteste non se fece nulla, perché Miriam, così c'è scritto, aveva 'poca attitudine al ruolo'.
Fonte: espresso.it
Una città di 261 mila abitanti, tanti sono i consulenti esterni della nostra pubblica amministrazione. Una massa enorme che succhia ogni anno un miliardo e mezzo di euro dalle casse pubbliche. Architetti, ingegneri, avvocati, commercialisti, ma anche personaggi in cerca di contratto senza alcuna competenza, figli di ministri, amanti, clienti e famigli, portatori di voti, politici trombati e manager arrestati. Tutti in fila per incassare la loro fetta della grande torta. Il ministero della Funzione pubblica tra poche settimane presenterà in Parlamento la sua relazione sugli incarichi. 'L'espresso' è in grado di anticiparne il contenuto. A leggere le tabelle, riferite al 2005, ultimo anno censito, c'è da restare a bocca aperta.
I consulenti esterni sono 156 mila e 500, la popolazione di un capoluogo di regione come Cagliari, vecchi e bambini compresi, a cui vanno aggiunti i 105 mila pubblici dipendenti che eseguono prestazioni extra per altri enti fino ad arrivare a un totale di 261 mila persone. Una città grande come Venezia che galleggia sulla spesa pubblica. Basterebbe abolire le consulenze e si potrebbe rimborsare l'imposta sulla prima casa a due italiani su tre. Ma non si può. Il fenomeno è ormai strutturale: nulla riesce a combatterlo. Rispetto al 2004 la spesa è ferma a 1 miliardo e 500 milioni di euro. E anche se gli incarichi sembrerebbero diminuire, il condizionale è d'obbligo: i burocrati tardano nel consegnare gli elenchi degli ingaggi e quasi sempre il dossier finale lievita di mese in mese, con rialzi di centinaia di milioni.
La spesa per gli incarichi esterni è ormai una montagna difficile da ignorare anche per la politica italiana. La Finanziaria del 2005 aveva posto dei limiti precisi al potere discrezionale degli amministratori, poi erano intervenuti il ministero con una circolare e la Corte dei Conti. La Procura Regionale del Lazio, quella competente sugli organi centrali, ha dato un segnale inequivocabile, mettendo all'indice i vertici di 14 colossi pubblici. Si va dall'ex commissario dell'Unire, l'ente delle razze equine, al quale sono stati contestati 147 mila euro , fino alle consulenze elargite dai tre ultimi ministri della giustizia: Fassino, Diliberto e Castelli. Dal direttore generale dell'Istruzione, sotto accusa per 90 mila euro di parcelle, all'Asi, l'Agenzia spaziale italiana, che avrebbe mandato in orbita assegnazioni illegittime per un totale di 381 mila euro.
Chi non pubblica paga
L'onda però è proseguita ignorando anche i fulmini della magistratura contabile, fino a quando i senatori della Sinistra democratica, Cesare Salvi e Massimo Villone, hanno tirato fuori dal cilindro un'arma letale contro le consulenze facili dello Stato. Un comma inserito nella manovra per il 2007, che rappresenta una miccia accesa nel sottobosco della politica: "Nessuna consulenza può essere pagata se non sia stata resa nota, con tanto di nome e compenso, sul sito Web dell'amministrazione". E se l'incarico non viene pubblicizzato, scatta una punizione micidiale: chi ordina il pagamento e chi ne beneficia deve restituire i soldi di tasca sua.
Sembrava l'uovo di Colombo, in grado di trasformare il Palazzo in una casa di vetro. Tutti avrebbero saputo in tempo reale con un click i nomi dei 223 consulenti delle agenzie fiscali, dei 14 mila uomini d'oro della sanità e soprattutto dei 4 mila e 563 prescelti dai ministeri. Purtroppo, l'Eden della trasparenza telematica non si è realizzato. Cavilli, circolari e ricorsi burocratici hanno depotenziato l'arma letale. E alla fine più della metà dei ministeri ha mantenuto il silenzio. Nella lista dei buoni figurano Funzione pubblica, Comunicazioni, Interno, Solidarietà sociale, Commercio estero, Salute, Sviluppo economico, Attuazione del programma, Affari regionali, Economia. Mentre tra i bocciati troviamo a sorpresa un paladino della lotta alle consulenze fasulle come Alfonso Pecoraro Scanio. Il ministero degli Esteri, pur non avendo ancora sul sito la lista, non ha avuto difficoltà a consegnarla a 'L'espresso', come hanno fatto anche l'Enav, l'Unire e l'Aams. Va detto però che il cattivo esempio viene dall'alto. I dipartimenti e gli uffici di Palazzo Chigi non hanno ancora pubblicato l'elenco dei consulenti. "Ma nel frattempo", spiega il segretario generale Carlo Malinconico, "i pagamenti degli incarichi conferiti dopo la finanziaria del 2007 sono sospesi".
I beneficiati
Chi è sul Web invece può incassare. Ed ecco spuntare una lista infinita di avvocati, ingegneri, commercialisti, architetti o semplici ragionieri. Pochi i nomi noti. Come Pellegrino Mastella, figlio del Guardasigilli e consulente di Bersani allo sviluppo economico per 32 mila euro. Nelle liste dell'Inpdap spunta il manager informatico Elio Schiavi. Chi è? Secondo Visco è stato una vittima dello spoils system di Tremonti. E Schiavi, definito dal viceministro diessino "l'inventore del fisco telematico", potrà consolarsi con un contratto da 150 mila euro. Alla Farnesina si segnala invece il rientro sulla scena dell'ex procuratore di Roma Vittorio Mele. Sottoposto a procedimento disciplinare nel 1998 per i suoi rapporti disinvolti con il re delle cliniche Luigi Cavallari, Mele aveva lasciato la magistratura evitando il giudizio del Csm. Ha appena firmato un contratto da 24 mila euro per quattro mesi e mezzo. Altri 25 mila euro andranno invece a Giovanni Lombardi, rappresentante dei Ds nel consiglio degli italiani all'estero, per progettare il museo dell'emigrazione.
Le Poste pubblicano la lista più completa: 194 gli incarichi e un paio di curiosità: i 200 mila euro a Maurizio Costanzo e gli 8 mila euro a Giovanni Floris. Gran parte dei soldi però vanno agli studi legali, come quello dell'onorevole di An Giuseppe Consolo (126 mila euro per il 2007) o quello fondato da Giulio Tremonti che ha preso 25 mila euro. L'Anas invece mostra un profilo fin troppo basso. Stando alle striminzite comunicazioni del sito, avrebbe speso finora poco più di 400 mila euro per sei incarichi. Una carestia rispetto ai 41 milioni del 2003 e ai 20,4 milioni dell'ultimo anno. Dov'è finita l'azienda sprecona che regalava 2 milioni e mezzo di euro in consulenze come buonuscita ai consiglieri? Basta fare un paio di verifiche per scoprire che il lupo cambia colore politico ma non il vizio. Sul sito non appare, per esempio, l'ingaggio da 100 mila euro all'ex consigliere Alberto Brandani, vicino all'Udc. Perché? Risposta burocratica: la commissione di cui fa parte è anteriore alla nuova legge. Esemplare la vicenda di Giuseppe D'Agostino. Un collaboratore da 50 mila euro l'anno, ignorato nella lista pubblica, ma attivo in tutto il mondo, dove incontra ministri per conto dell'Anas. In Moldavia ha presentato un accordo, seduto accanto al premier, per rifare tutte le strade . Non figurano sul sito neanche i due giovanissimi avvocati Sergio Fidanzia e Angelo Gigliola. Trent'anni a testa, iscritti all'albo dal 2005, hanno ricevuto dall'Anas un paio di arbitrati e la difesa della società nelle cause più importanti, quelle contro le autostrade davanti al Tar e alla Corte di giustizia europea. Per le stesse controversie è stato arruolato anche Marco Annoni, legale arrestato dal pool di Mani Pulite che ha patteggiato la sua condanna per tangenti. Il loro compenso è top secret. Ma quella degli avvocati in carriera non è un'eccezione. Perché con una direttiva firmata da Romano Prodi molte categorie sono state escluse dalla trasparenza. Una deroga che regala l'anonimato a tanti professionisti della parcella: tra loro artisti, società di revisione e soprattutto avvocati patrocinanti. Particolare piccante: il segretario generale di Palazzo Chigi che sta seguendo la partita delle consulenze è l'ex avvocato Carlo Malinconico, titolare dell'omonimo studio, chiuso dopo l'approdo a Palazzo Chigi, nel quale hanno mosso i primi passi i giovani Fidanzia e Gigliola.
Agenzie reticenti
L'Anas è in buona compagnia. Anche le agenzie fiscali seguono la linea dell'ermetismo. A fine agosto, territorio, dogane, monopoli ed entrate dichiarano sui rispettivi siti in tutto 21 consulenze. Nel 2004, secondo il ministero, le agenzie elargivano 223 incarichi. Che fine hanno fatto? Una parte importante si trova nel calderone della Sogei, che fornisce personale e servizi alle agenzie, e che però copre i suoi consulenti con il silenzio. È il caso del braccio destro del direttore dei Monopoli, Giorgio Tino. Si chiama Guido Marino e lo accompagna persino alle audizioni in Parlamento. Proprio a Marino, il direttore Tino ordina al telefono (intercettato dal solito pm Woodcock) nell'aprile del 2005: "Procurami tutte le carte. Poi leva da tutti i computer e lascia solo sul tuo senza farlo vedere ai colleghi". Oggi Marino sul sito non c'è, anche se il suo incarico, ottenuto da Sogei con una sorta di gara, potrebbe valere circa 2 milioni di euro.
Situazione analoga all'Ice. L'Istituto per il commercio estero non espone la sua lista e così è impossibile sapere quanto guadagna la società Triumph, controllata da Maria Criscuolo, imprenditrice molto amica di Umberto Vattani, come è emerso dalle intercettazioni di un'inchiesta contro il capo dell'Ice. Anche la Triumph sarebbe oscurata dalla solita direttiva Prodi. Attacca Cesare Salvi: "Quella circolare limita moltissimo l'obbligo di trasparenza e va contro la legge. Comunque non ci fermiamo. La strada è quella giusta e anche il premier lo sa. Ora vogliamo chiedere che nella Finanziaria si includa l'obbligo di pubblicare tutti gli atti di spesa. Anche se il vero problema sono gli enti locali, sui quali non possiamo intervenire. Lì accadono gli abusi peggiori".
Bengodi locale
L'autonomia delle regioni è diventata libertà di spreco. L'Eldorado delle consulenze è in Lombardia: il censimento parziale del 2004 segnalava 45.500 incarichi con 185 milioni di euro liquidati. E tutto calcolato per difetto: un quinto del totale nazionale. Un sistema di potere parallelo, in parte all'insegna della cultura del fare, nella presunzione che il professionista esterno nominato direttamente faccia prima e meglio. Il modello caro a Letizia Moratti, che in un anno a Palazzo Marino ha assegnato 91 incarichi. In parte però questo network nutre anche il sottobosco del potere. L'ultimo scandalo è recentissimo, emerso alla vigilia di Ferragosto con un'istruttoria penale per truffa. Al centro un progetto finanziato dal Pirellone per costruire sul lago di Como il Museo di Leonardo. Viene perquisita la Glr Consulting, controllata dal consigliere regionale Gianluca Rinaldin di Forza Italia. In Piemonte, nel 2005, regione, province e comuni hanno inghiottito consulenze per 18 milioni di euro, un terzo dei quali ritenuto privo dei requisiti. A Genova, le Fiamme Gialle hanno contestato un danno erariale superiore ai 20 milioni: sotto accusa nove amministratori dell'Istituto tumori. La Guardia di finanza spiega che, "a fronte di enormi investimenti effettuati, non è stata prodotta alcuna attività scientifica". Nel Lazio il meccanismo si è evoluto per aggirare i controlli. E le designazioni vanno a carico delle società a partecipazione regionale. Secondo una denuncia dei sindacati, Sviluppo Lazio ne ha assegnate per un importo di 27 milioni; la Filas per 8,2 milioni, la Bic per 5. In Abruzzo tra gli ingaggi della giunta guidata da Ottaviano Del Turco si segnala il fotografo personale del presidente e il vignettista. Il primo costa 60 mila euro, il secondo 32 mila per occuparsi, tra l'altro, del cartoon 'Capitan Abruzzo'. Il fumettista è figlio del sindaco di Collelongo, comune della Marsica che ha dato i natali a Del Turco.
Certo, a Sud la situazione è peggiore. C'è il caso Calabria che spicca fra tutti. Quando i magistrati sono andati a mettere il naso negli incarichi della Regione, si sono messi a piangere. In soli tre mesi ne erano stati assegnati una valanga: metà con importi non specificati, l'altra metà per oltre 487 mila euro. E tutti, ma proprio tutti, illeciti. Persino quelli destinati all'attuazione del 'piano di legalità' non rispettavano le regole. In altre regioni gli incarichi sono quasi dei benefit. In Molise lo scorso anno il presidente della giunta ha nominato due consiglieri personali costati 115 mila euro. Nella lista non manca una ricerca sui molisani a Stoccarda per 41 mila euro e un intervento sperimentale sulle lepri da 15 mila.
In Sicilia, invece, consulenza è sinonimo di favore. Talvolta anche agli amici degli amici. Come nel caso di Francesco Campanella, il mafioso ed ex presidente del consiglio di Villabate, oggi collaboratore di giustizia. Anche lui non si lasciò sfuggire un bel contratto. Nessuno oggi è in grado di stabilire quanti siano i consulenti: c'è stato persino un esperto per la 'prevenzione dei rischi connessi al diffondersi del bioterrorismo'. Un caso limite? No: a Rosolini, comune in provincia di Siracusa, c'è stato l'esperto per la lettura delle bollette telefoniche. A Catania ancora ricordano l'affascinante Miriam Tekle. La splendida top model eritrea, dopo aver partecipato alle finali di Miss Italia nel mondo, venne nominata alle dirette dipendenze dell'assessorato comunale all'Industria, per svolgere funzioni di 'supporto dell'attività d'indirizzo'. Per quell'incarico, la bella Miriam avrebbe dovuto percepire poco più di 24 mila euro all'anno. Dopo le proteste non se fece nulla, perché Miriam, così c'è scritto, aveva 'poca attitudine al ruolo'.
Fonte: espresso.it
24 ago 2007
Com'è galante quel Galan
"Certe consulenze che fanno ricchi avvocati e professionisti potrebbero essere evitate sfruttando le risorse interne". Angelo Pavan, anziano senatore dc, oggi alla guida dei cento comuni dell'Anci trevigiana, è l'ultimo a criticare la sbornia di incarichi in Veneto, terza regione in Italia con 117 milioni di euro finiti in parcelle e 22.998 consulenti. Spesso per attività di chiaro stampo elettorale.
Nel febbraio 2006 la giunta di centrodestra finanzia con 25 mila euro la 'cerimonia di presentazione del recupero e dello sviluppo della portualità veneziana'. I discorsi di rito li tengono il governatore Galan e il ministro Lunardi e i 25 mila euro servono per pagare il pranzo agli elettori. Designata è la società di pr Bmc Broker con sede a San Marino, di cui fanno parte l'ex segretaria di Galan, Claudia Minutillo, e il suo ex capo ufficio stampa, Gianluca Latorre. Per lo stesso evento la Bmc Broker riceve altri 150 mila euro dall'Autorità portuale di Venezia e 60 mila dalla società regionale Veneto Acque. La Bmc ha avuto 130 mila euro per pubblicizzare il sistema metropolitano regionale.
Luca Zaia, leghista e vicegovernatore, ha speso 900 mila euro per organizzare a Jesolo un triennio di Miss Italia nel Mondo. E ci è scappato anche il rinnovo a Mario Maffucci, ex capostruttura di Raiuno, da 25 mila euro nel 2006 a 33 mila 600 nel 2007. Compito: portare il Veneto nelle trasmissioni Rai. E An? A marzo il direttore generale dell'Arpav, l'agenzia regionale per l'ambiente, Andrea Drago ha affidato un incarico promozionale per 80 mila euro a Davide Manzato, geometra, consigliere comunale a Vicenza: entrambi hanno la tessera di An. Ma la consulenza forse più importante è quella al portavoce di Galan, Franco Miracco, per 126 mila euro annui: è lui il regista della sfida culturale contro Cacciari e delle mosse future dell'ultimo doge.
Fonte: espresso.it
Nel febbraio 2006 la giunta di centrodestra finanzia con 25 mila euro la 'cerimonia di presentazione del recupero e dello sviluppo della portualità veneziana'. I discorsi di rito li tengono il governatore Galan e il ministro Lunardi e i 25 mila euro servono per pagare il pranzo agli elettori. Designata è la società di pr Bmc Broker con sede a San Marino, di cui fanno parte l'ex segretaria di Galan, Claudia Minutillo, e il suo ex capo ufficio stampa, Gianluca Latorre. Per lo stesso evento la Bmc Broker riceve altri 150 mila euro dall'Autorità portuale di Venezia e 60 mila dalla società regionale Veneto Acque. La Bmc ha avuto 130 mila euro per pubblicizzare il sistema metropolitano regionale.
Luca Zaia, leghista e vicegovernatore, ha speso 900 mila euro per organizzare a Jesolo un triennio di Miss Italia nel Mondo. E ci è scappato anche il rinnovo a Mario Maffucci, ex capostruttura di Raiuno, da 25 mila euro nel 2006 a 33 mila 600 nel 2007. Compito: portare il Veneto nelle trasmissioni Rai. E An? A marzo il direttore generale dell'Arpav, l'agenzia regionale per l'ambiente, Andrea Drago ha affidato un incarico promozionale per 80 mila euro a Davide Manzato, geometra, consigliere comunale a Vicenza: entrambi hanno la tessera di An. Ma la consulenza forse più importante è quella al portavoce di Galan, Franco Miracco, per 126 mila euro annui: è lui il regista della sfida culturale contro Cacciari e delle mosse future dell'ultimo doge.
Fonte: espresso.it
E a Firenze arrivano le Fiamme Gialle
Gli incarichi sporchi non si lavano nemmeno in Arno.
Così la Corte dei conti di Firenze ha formalizzato le ipotesi d'accusa contro 60 dirigenti della Regione Toscana, tutti nel mirino per le consulenze elargite tra il 2002 e il 2003. Il bello è che l'indagine delle Fiamme Gialle si basa su un mansionario pubblicato per magnificare le professionalità della Regione. Bene: ma se i dipendenti sono così bravi, che bisogno c'è di affiancargli una falange di collaboratori esterni?
Sono spuntati una marea di doppioni, con un danno erariale da oltre 3 milioni Nella lista nera lo studio da 100 mila euro sulla spiritualità femminile, 50 mila per la navigazione interna, 40 mila per monitorare le televendite e un corso per fuoristrada da 80 mila. Il governatore Claudio Martini si è detto fiducioso nei risultati finali. E l'inchiesta erariale ha subito sortito effetti miracolosi. La spesa per consulenti in un anno si è dimezzata, passando da 16,6 milioni del 2004 a 8. Segno di quanto inutili fossero quegli incarichi.
I controlli si sono poi estesi al Comune. A Palazzo Vecchio il blitz dei finanzieri potrebbe far ipotizzare 2 milioni di parcelle inutili: sono al vaglio le posizioni di 29 funzionari. Il caso più importante è l'incarico da 600 mila euro per progettare il nuovo palazzo di giustizia, assegnato senza appalto. Ci sono poi 12 mila euro per un piano di comunicazione: secondo gli inquirenti negli uffici c'erano 19 persone che potevano occuparsene. Ma tra Regione e Provincia fa capolino anche il vizio del contentino agli ex. Un'indagine penale è stata aperta sul funzionario che ha ingaggiato il coordinatore cittadino dei ds. E da anni si discute per la consulenza ad Antonio Bargone, ex sottosegretario di punta del governo D'Alema.
Fonte: espresso.it
Così la Corte dei conti di Firenze ha formalizzato le ipotesi d'accusa contro 60 dirigenti della Regione Toscana, tutti nel mirino per le consulenze elargite tra il 2002 e il 2003. Il bello è che l'indagine delle Fiamme Gialle si basa su un mansionario pubblicato per magnificare le professionalità della Regione. Bene: ma se i dipendenti sono così bravi, che bisogno c'è di affiancargli una falange di collaboratori esterni?
Sono spuntati una marea di doppioni, con un danno erariale da oltre 3 milioni Nella lista nera lo studio da 100 mila euro sulla spiritualità femminile, 50 mila per la navigazione interna, 40 mila per monitorare le televendite e un corso per fuoristrada da 80 mila. Il governatore Claudio Martini si è detto fiducioso nei risultati finali. E l'inchiesta erariale ha subito sortito effetti miracolosi. La spesa per consulenti in un anno si è dimezzata, passando da 16,6 milioni del 2004 a 8. Segno di quanto inutili fossero quegli incarichi.
I controlli si sono poi estesi al Comune. A Palazzo Vecchio il blitz dei finanzieri potrebbe far ipotizzare 2 milioni di parcelle inutili: sono al vaglio le posizioni di 29 funzionari. Il caso più importante è l'incarico da 600 mila euro per progettare il nuovo palazzo di giustizia, assegnato senza appalto. Ci sono poi 12 mila euro per un piano di comunicazione: secondo gli inquirenti negli uffici c'erano 19 persone che potevano occuparsene. Ma tra Regione e Provincia fa capolino anche il vizio del contentino agli ex. Un'indagine penale è stata aperta sul funzionario che ha ingaggiato il coordinatore cittadino dei ds. E da anni si discute per la consulenza ad Antonio Bargone, ex sottosegretario di punta del governo D'Alema.
Fonte: espresso.it
23 ago 2007
Rivoltante elogio delle BR
Fanny Ardant in pieno delirio: "Renato Curcio, eroe di libertà"
PARIGI, - "Renato Curcio? Un eroe che ha combattuto per una scelta di libertà e che non si è arricchito come altri ex terroristi diventati uomini d'affari". La dichiarazione choc è dell'attrice Fanny Ardant ed è stata mandata in onda oggi dal Tg2 delle ore 13 che ha ripreso alcuni brani di un'intervista rilasciata ad una testata transalpina dalla Ardant, prossimamente ospite alla Mostra Internazionale del Cinema. In pieno delirio, l'attrice francese si è lanciata in un'appassionato elogio delle Brigate Rosse. Nemmeno una parola per le centinaia di vittime dei terroristi negli anni di piombo né tantomeno per i loro familiari.
La sortita della Ardant sta scatenando un pandemonio in Francia, Paese notoriamente ospitale verso i terroristi italiani sino a quando all'Eliseo non è arrivato Sarkozy. Tant'è vero che ieri è stata arrestata Marina Petrella, condannata all'ergastolo con sentenza definitiva al termine del processo Moro ter e latitante Oltralpe da quindici anni.
Durissime le reazioni anche in Italia: "Fanny Ardant chieda scusa ai familiari delle vittime e all'Italia'' -attacca Isabella Bertolini vicepresidente dei deputati di Fi - ''Vergogna, vergogna, vergogna. La signora Ardant chieda immediatamente scusa alle migliaia di famiglie italiane colpite negli affetti dalle Brigate Rosse e all'Italia. Affermare che Curcio e' un 'eroe' - aggiunge - e' semplicemente raccapricciante. Curcio era forse un eroe quando dal carcere rivendicava ed applaudiva l'assassinio di Aldo Moro e, parafrasando Lenin, affermava che abbattere un nemico di classe era il piu' alto atto di umanita' in una societa' divisa in classi? Alla signora Ardant un consiglio: prima di parlare di vicende che hanno portato tanti lutti nella storia di un paese, si informi meglio. Il fenomeno brigatista - prosegue Isabella Bertolini - purtroppo, e' riuscito a vivere e a prosperare anche grazie a tanti radical-chic che ritenevano i brigatisti degli eroi, proprio come ha fatto lei. Signora Ardant eviti commenti del genere ed evitera' di offendere la memoria di magistrati, poliziotti, carabinieri, politici, imprenditori, operai e gente comune assassinata anche grazie al suo 'eroe' Renato Curcio''.
«Pur di rimanere sulla scena e di ritagliarsi uno spazio sui media, in questo caso effimero, si dicono le peggiori idiozie». Così Marco Zacchera (An) commenta le parole dell'attrice francese Fanny Ardant, che in un'intervista ha definito Renato Curcio un «eroe», aggiungendo di avere sempre considerato il fenomeno delle Brigate Rosse «molto coinvolgente e passionale». «Certo è - replica Zacchera - che la signora Fanny dovrebbe essere subito sconfessata dal governo francese. Ha offeso il popolo italiano, si vergogni. Abbiamo pietà di lei: quando la scena comincia a spegnersi e le luci si affievoliscono, si cerca in ogni modo di mettersi in mostra. Ha tentato l'ultima carta ma, purtroppo per lei, è salita sulla scena a luci spente e sul palco sbagliato. Domani nessuno si ricorderà di lei, ma le resterà il rimorso delle sue azioni».
Fonte: quotidiano.net
PARIGI, - "Renato Curcio? Un eroe che ha combattuto per una scelta di libertà e che non si è arricchito come altri ex terroristi diventati uomini d'affari". La dichiarazione choc è dell'attrice Fanny Ardant ed è stata mandata in onda oggi dal Tg2 delle ore 13 che ha ripreso alcuni brani di un'intervista rilasciata ad una testata transalpina dalla Ardant, prossimamente ospite alla Mostra Internazionale del Cinema. In pieno delirio, l'attrice francese si è lanciata in un'appassionato elogio delle Brigate Rosse. Nemmeno una parola per le centinaia di vittime dei terroristi negli anni di piombo né tantomeno per i loro familiari.
La sortita della Ardant sta scatenando un pandemonio in Francia, Paese notoriamente ospitale verso i terroristi italiani sino a quando all'Eliseo non è arrivato Sarkozy. Tant'è vero che ieri è stata arrestata Marina Petrella, condannata all'ergastolo con sentenza definitiva al termine del processo Moro ter e latitante Oltralpe da quindici anni.
Durissime le reazioni anche in Italia: "Fanny Ardant chieda scusa ai familiari delle vittime e all'Italia'' -attacca Isabella Bertolini vicepresidente dei deputati di Fi - ''Vergogna, vergogna, vergogna. La signora Ardant chieda immediatamente scusa alle migliaia di famiglie italiane colpite negli affetti dalle Brigate Rosse e all'Italia. Affermare che Curcio e' un 'eroe' - aggiunge - e' semplicemente raccapricciante. Curcio era forse un eroe quando dal carcere rivendicava ed applaudiva l'assassinio di Aldo Moro e, parafrasando Lenin, affermava che abbattere un nemico di classe era il piu' alto atto di umanita' in una societa' divisa in classi? Alla signora Ardant un consiglio: prima di parlare di vicende che hanno portato tanti lutti nella storia di un paese, si informi meglio. Il fenomeno brigatista - prosegue Isabella Bertolini - purtroppo, e' riuscito a vivere e a prosperare anche grazie a tanti radical-chic che ritenevano i brigatisti degli eroi, proprio come ha fatto lei. Signora Ardant eviti commenti del genere ed evitera' di offendere la memoria di magistrati, poliziotti, carabinieri, politici, imprenditori, operai e gente comune assassinata anche grazie al suo 'eroe' Renato Curcio''.
«Pur di rimanere sulla scena e di ritagliarsi uno spazio sui media, in questo caso effimero, si dicono le peggiori idiozie». Così Marco Zacchera (An) commenta le parole dell'attrice francese Fanny Ardant, che in un'intervista ha definito Renato Curcio un «eroe», aggiungendo di avere sempre considerato il fenomeno delle Brigate Rosse «molto coinvolgente e passionale». «Certo è - replica Zacchera - che la signora Fanny dovrebbe essere subito sconfessata dal governo francese. Ha offeso il popolo italiano, si vergogni. Abbiamo pietà di lei: quando la scena comincia a spegnersi e le luci si affievoliscono, si cerca in ogni modo di mettersi in mostra. Ha tentato l'ultima carta ma, purtroppo per lei, è salita sulla scena a luci spente e sul palco sbagliato. Domani nessuno si ricorderà di lei, ma le resterà il rimorso delle sue azioni».
Fonte: quotidiano.net
Il finanziamento dei partiti e la faccia tosta della politica
“Basta demagogia, facciamo sul serio”: il tesoriere dei ds, Ugo Sposetti, con la sua intervista al Giornale vuol lanciare una “battaglia democratica per reintrodurre il finanziamento pubblico ai partiti”. L’ex ferroviere è uno che guarda al sodo, dice pane al pane e vino al vino senza farsi condizionare dagli umori della pubblica opinione. Anzi.
Del resto, chi meglio di lui (che ha praticamente ripianato i debiti dei Ds) sa quanti soldi e fatica ci vogliono per mandare avanti l’enorme baraccone dei partiti?
E così, in pieno trend “anti casta”, senza nemmeno preoccuparsi di nascondere la mano, ha lanciato il suo sasso: nello stagno della politica e anche contro chi a quella casta ha fatto i conti in tasca. Ben sapendo che si sarebbe attirato gli anatemi di molti, anche nel suo schieramento. E pur ridimensionando in parte il tono dell’intervista al Giornale (”Io non ho mai chiesto di tornare al finanziamento pubblico dei partiti così com’era prima del referendum radicale del ‘93″) ha addiritttura rilanciato sostenendo che ‘’non c’è alternativa: o si lascia spazio solo ai grandi patrimoni o alla corruzione…'’. Una sorta di minaccia all’elettore.
Ma la verità è un’altra: i partiti ricevono molti più soldi ora con il rimborso elettorale di quanti ne percepissero prima con il finanziamento pubblico.
Ecco perché questo saltare sulla sedia da parte dei politici italiani (di entrambi gli schieramenti) per il caso Sposetti è sorprendente, visto che il meccanismo del finanziamento pubblico ai partiti non è mai stato abrogato davvero. Era stato introdotto con la legge del maggio 1974 n. 195, all’indomani dello scandalo petroli, uno dei primi clamorosi casi di tangenti, in nome della trasparenza e delle pari opportunità nella competizione politica. Ma quasi venti anni dopo, sempre in piena bufera Tangentopoli era stato bocciati: la stragrande maggioranza degli italiani (più di 31 milioni, cioè il 90,3% di quelli che andarono a votare il referendum radicale) si erano espressi per la sua abrogazione nel ‘93.
Risultato? Per i quattro anni successivi i partiti italiani si sono finanziati grazie alle donazioni dei privati, al tesseramento, alle feste e ai compensi che gli eletti giravano ai loro movimenti. Troppo poco per sopravvivere. E così lo spirito referendario venne di fatto tradito con la legge 2 del gennaio ‘97, quello che i radicali definirono “il pasticcio del 4 per mille”. Cioè: non più un finanziamento decretato per legge, ma legato ai contributi volontari dei cittadini che, attraverso la destinazione ai movimenti e partiti politici del quattro per mille dell’Irpef, potevano esplicitamente dichiarare la propria volontà di finanziare l’attività politica. Ma sulle cifre che gli italiani avrebbero sottoscritto nelle loro denunce dei redditi non sono mai stati forniti dati certi. Anche perché i fondi anticipati preventivamente dallo Stato non corrispondevano mai a quelli versati volontariamente dai cittadini (qualcuno parlò di un anticipo di 110 miliardi a fronte di una ventina di miliardi volontariamente versati dai contribuenti nel ‘98).
A rimpinguare le casse ormai allo stremo dei partiti ci pensò nel 1999 una nuova legge, che introduceva il rimborso elettorale, voluta e varata dal primo governo dell’Ulivo, appena in tempo per le elezioni europee del 13 giugno e per le regionali dell’anno successivo. La norma abbassava dal 4% all’1% la soglia minima di voti per partecipare al “banchetto” delle risorse pubbliche.
Vinte le elezioni nel 2001, è stato poi il governo di centrodestra, con la nel 2002, a preoccuparsi di aumentare il rimborso elettorale, innalzandolo a 1 euro per elettore per ogni anno di durata della legislatura. E a stabilire che le somme fossero corrisposte in unica soluzione, anziché frazionate di anno in anno. Cioè: se fino ad allora era previsto un finanziamento di 4 mila lire per ogni elettore, da dividere in proporzione ai consensi ottenuti dai partiti che avessero almeno un parlamentare eletto, la nuova legge stabilisce che il contributo ammonti a un euro per ciascun elettore ma il fondo totale viene ripartito non una volta sola a legislatura, ma per ogni anno dei cinque cui la legislatura è composta (quindi, in una legislatura, è prevista una cifra di 5 euro a elettore). Inutile dire che passò a larghissima maggioranza nei due rami del Parlamento.
Tirando le somme, le forze politiche hanno intascato 125 milioni di euro nel 2002 e nel 2003 mentre negli ultimi tre anni della legislatura, dal 2004 al 2006, la cifra è salita a 153 milioni.
E a quanto ammonta il gruzzolo per le elezioni dell’aprile 2006? La prima tranche del rimborso è già stata deliberata dai presidenti delle Camere ed è una cifra strabiliante: 487.273.610 euro. Per ottenerla basta moltiplicare 1 euro per tutti i cittadini italiani iscritti nelle liste elettorali della Camera e del Senato (cioè 97.454.722 di euro annui), che vanno poi moltiplicati per i 5 anni di attività parlamentare.
Un ultimo paradosso? La legge dispone che i partiti percepiscano il rimborso proporzionalmente ai voti ricevuti, ma che questo è calcolato in base all’intera platea elettorale, cioè agli aventi diritto al voto. E ciò vuol dire che i partiti prendono i soldi anche per chi, magari per protesta contro l’attuale panorama politico, rientra nel sempre più numeroso esercito degli astenuti.
Fonte: panorama.it
Del resto, chi meglio di lui (che ha praticamente ripianato i debiti dei Ds) sa quanti soldi e fatica ci vogliono per mandare avanti l’enorme baraccone dei partiti?
E così, in pieno trend “anti casta”, senza nemmeno preoccuparsi di nascondere la mano, ha lanciato il suo sasso: nello stagno della politica e anche contro chi a quella casta ha fatto i conti in tasca. Ben sapendo che si sarebbe attirato gli anatemi di molti, anche nel suo schieramento. E pur ridimensionando in parte il tono dell’intervista al Giornale (”Io non ho mai chiesto di tornare al finanziamento pubblico dei partiti così com’era prima del referendum radicale del ‘93″) ha addiritttura rilanciato sostenendo che ‘’non c’è alternativa: o si lascia spazio solo ai grandi patrimoni o alla corruzione…'’. Una sorta di minaccia all’elettore.
Ma la verità è un’altra: i partiti ricevono molti più soldi ora con il rimborso elettorale di quanti ne percepissero prima con il finanziamento pubblico.
Ecco perché questo saltare sulla sedia da parte dei politici italiani (di entrambi gli schieramenti) per il caso Sposetti è sorprendente, visto che il meccanismo del finanziamento pubblico ai partiti non è mai stato abrogato davvero. Era stato introdotto con la legge del maggio 1974 n. 195, all’indomani dello scandalo petroli, uno dei primi clamorosi casi di tangenti, in nome della trasparenza e delle pari opportunità nella competizione politica. Ma quasi venti anni dopo, sempre in piena bufera Tangentopoli era stato bocciati: la stragrande maggioranza degli italiani (più di 31 milioni, cioè il 90,3% di quelli che andarono a votare il referendum radicale) si erano espressi per la sua abrogazione nel ‘93.
Risultato? Per i quattro anni successivi i partiti italiani si sono finanziati grazie alle donazioni dei privati, al tesseramento, alle feste e ai compensi che gli eletti giravano ai loro movimenti. Troppo poco per sopravvivere. E così lo spirito referendario venne di fatto tradito con la legge 2 del gennaio ‘97, quello che i radicali definirono “il pasticcio del 4 per mille”. Cioè: non più un finanziamento decretato per legge, ma legato ai contributi volontari dei cittadini che, attraverso la destinazione ai movimenti e partiti politici del quattro per mille dell’Irpef, potevano esplicitamente dichiarare la propria volontà di finanziare l’attività politica. Ma sulle cifre che gli italiani avrebbero sottoscritto nelle loro denunce dei redditi non sono mai stati forniti dati certi. Anche perché i fondi anticipati preventivamente dallo Stato non corrispondevano mai a quelli versati volontariamente dai cittadini (qualcuno parlò di un anticipo di 110 miliardi a fronte di una ventina di miliardi volontariamente versati dai contribuenti nel ‘98).
A rimpinguare le casse ormai allo stremo dei partiti ci pensò nel 1999 una nuova legge, che introduceva il rimborso elettorale, voluta e varata dal primo governo dell’Ulivo, appena in tempo per le elezioni europee del 13 giugno e per le regionali dell’anno successivo. La norma abbassava dal 4% all’1% la soglia minima di voti per partecipare al “banchetto” delle risorse pubbliche.
Vinte le elezioni nel 2001, è stato poi il governo di centrodestra, con la nel 2002, a preoccuparsi di aumentare il rimborso elettorale, innalzandolo a 1 euro per elettore per ogni anno di durata della legislatura. E a stabilire che le somme fossero corrisposte in unica soluzione, anziché frazionate di anno in anno. Cioè: se fino ad allora era previsto un finanziamento di 4 mila lire per ogni elettore, da dividere in proporzione ai consensi ottenuti dai partiti che avessero almeno un parlamentare eletto, la nuova legge stabilisce che il contributo ammonti a un euro per ciascun elettore ma il fondo totale viene ripartito non una volta sola a legislatura, ma per ogni anno dei cinque cui la legislatura è composta (quindi, in una legislatura, è prevista una cifra di 5 euro a elettore). Inutile dire che passò a larghissima maggioranza nei due rami del Parlamento.
Tirando le somme, le forze politiche hanno intascato 125 milioni di euro nel 2002 e nel 2003 mentre negli ultimi tre anni della legislatura, dal 2004 al 2006, la cifra è salita a 153 milioni.
E a quanto ammonta il gruzzolo per le elezioni dell’aprile 2006? La prima tranche del rimborso è già stata deliberata dai presidenti delle Camere ed è una cifra strabiliante: 487.273.610 euro. Per ottenerla basta moltiplicare 1 euro per tutti i cittadini italiani iscritti nelle liste elettorali della Camera e del Senato (cioè 97.454.722 di euro annui), che vanno poi moltiplicati per i 5 anni di attività parlamentare.
Un ultimo paradosso? La legge dispone che i partiti percepiscano il rimborso proporzionalmente ai voti ricevuti, ma che questo è calcolato in base all’intera platea elettorale, cioè agli aventi diritto al voto. E ciò vuol dire che i partiti prendono i soldi anche per chi, magari per protesta contro l’attuale panorama politico, rientra nel sempre più numeroso esercito degli astenuti.
Fonte: panorama.it
Ma quale austerità: nel 2008 più soldi ai politici
Doppio aumento in vista per deputati e senatori, proprio quando i vertici di Camera e Senato hanno deciso un pacchetto di austerità per ridurre le pensioni dei parlamentari e alcune voci della loro busta paga. La paradossale situazione è figlia del meccanismo che aggancia lo stipendio base dei parlamentari a quello del primo presidente della Corte di cassazione, cioè il magistrato italiano di grado più alto.
Ogni tre anni per tutti i magistrati scatta un aumento calcolato in base a un complicato sistema di previsione dell’indice Istat. Nel gennaio 2008, data del prossimo scatto, esso sarà del 4 per cento circa; di pari percentuale si rivaluterà l’indennità dei parlamentari, cioè la voce più consistente della loro busta paga. Ma non basta, è in arrivo un altro aumento, assai più consistente. E sempre per “via giudiziaria”.
La nuova legge sull’ordinamento della magistratura, in via di approvazione, allinea tutti gli stipendi a quelli dei giudici amministrativi. Attualmente ai componenti di Tar e Consiglio di Stato, a parità di grado, è riconosciuta un’anzianità di 8 anni in più rispetto ai magistrati ordinari, e dunque uno stipendio più alto. Per metterli alla pari, il Parlamento dovrà quindi approvare una legge che conceda a questi ultimi un aumento valutabile intorno al 12 per cento. Anche in questo caso, beneficiandone il primo presidente di Cassazione se ne avvantaggeranno anche deputati e senatori.
Tutto grazie all’unione con i magistrati nella buona e nella cattiva sorte. Ma in questo caso non occorre aspettare la morte per separarsi. Basterebbe una legge per sganciare la retribuzione dei parlamentari da quella del primo presidente di Cassazione. Ma il Parlamento la approverà mai?
Fonte: panorama.it
Ogni tre anni per tutti i magistrati scatta un aumento calcolato in base a un complicato sistema di previsione dell’indice Istat. Nel gennaio 2008, data del prossimo scatto, esso sarà del 4 per cento circa; di pari percentuale si rivaluterà l’indennità dei parlamentari, cioè la voce più consistente della loro busta paga. Ma non basta, è in arrivo un altro aumento, assai più consistente. E sempre per “via giudiziaria”.
La nuova legge sull’ordinamento della magistratura, in via di approvazione, allinea tutti gli stipendi a quelli dei giudici amministrativi. Attualmente ai componenti di Tar e Consiglio di Stato, a parità di grado, è riconosciuta un’anzianità di 8 anni in più rispetto ai magistrati ordinari, e dunque uno stipendio più alto. Per metterli alla pari, il Parlamento dovrà quindi approvare una legge che conceda a questi ultimi un aumento valutabile intorno al 12 per cento. Anche in questo caso, beneficiandone il primo presidente di Cassazione se ne avvantaggeranno anche deputati e senatori.
Tutto grazie all’unione con i magistrati nella buona e nella cattiva sorte. Ma in questo caso non occorre aspettare la morte per separarsi. Basterebbe una legge per sganciare la retribuzione dei parlamentari da quella del primo presidente di Cassazione. Ma il Parlamento la approverà mai?
Fonte: panorama.it
L’arte siciliana di tagliare gli stipendi (altrui) e tenersi stretto il privilegio
Autonomia in Sicilia ha fatto spesso rima con privilegio. La casta abita qui. Ma nel dibattito che si è aperto a livello nazionale sui costi della politica anche la Regione Sicilia vuol dire la sua. Così all’Ars, l’Assemblea regionale siciliana, simbolo dell’autonomia e della “specialità” dell’isola, si vivono giorni infuocati. E invece di vacanze, sole e mare, i novanta (contro i 70 di una regione come la Lombardia) onorevoli regionali si arroventano sulla discussa legge elettorale per gli enti locali.
La sorpresa è venuta quando, a scrutinio segreto, l’assemblea ha votato un emendamento del capogruppo dei Ds, Antonello Cracolici, che riduce del 30 per cento le indennità dei sindaci, dei presidenti di provincia e dei consiglieri, adeguandole a quelle dei loro colleghi di oltre lo Stretto. Ma non quelle degli eletti al Parlamentino regionale. Il taglio dei costi “è un problema di cultura politica”, ha (ben) detto l’onorevole diessino aggiungendo che l’autonomia speciale di cui gode la Sicilia “non può essere intesa come riserva di privilegi, ma come capacità di fare meglio delle altre regioni”.
L’iniziativa del deputato ha scatenato non poche polemiche fra i colleghi, che gli rimproverano di fare demagogia a danno dei più deboli. Ad aprire le danze il presidente dell’Ars, Gianfranco Micciché: “Da un punto di vista etico, la riduzione degli emolumenti dei sindaci è un provvedimento vergognoso”. E continua: “I cinquecento euro in più o in meno dati ai primi cittadini non incidono significativamente sul bilancio. Bisognerebbe intervenire piuttosto sugli sprechi reali, come le consulenze pagate a peso d’oro che si rivelano poi perfettamente inutili”.
Gli fa eco il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro: “È inammissibile pensare a un parlamento che creda di risolvere il nodo del costo della politica, tagliando tout court, di oltre il 30%, le indennità dei sindaci e dei consiglieri comunali. Tutto questo senza prima, con gesto di responsabilità, decurtare i propri emolumenti”.
Già perché l’idea del diessino prevede che non vengano messe le mani nelle tasche dei deputati consiglieri di Palazzo dei Normanni. Intenzione che ha invece il governatore Cuffaro: “Se l’emendamento non verrà bocciato, si sottoporrà all’esame dell’aula anche il testo che prevede la riduzione del 20 % delle indennità dei parlamentari regionali”.
Ma il provvedimento del compagno Cracolici non è piaciuto neanche agli amministratori locali diessini: “Così l’onorevole Cracolici ha salvato noi siciliani dalla fame”, scrive ironicamente in un sms inviato ai suoi sostenitori, Gabriele Astuto, assessore veltroniano di un piccolo comune del siracusano: “Quant’è il 30% di 15mila euro del loro stipendio? Ecco, basterebbe a coprire più di un anno della mia indennità (379 euro mensili). Senza tagli”.
Fonte: panorama.it
La sorpresa è venuta quando, a scrutinio segreto, l’assemblea ha votato un emendamento del capogruppo dei Ds, Antonello Cracolici, che riduce del 30 per cento le indennità dei sindaci, dei presidenti di provincia e dei consiglieri, adeguandole a quelle dei loro colleghi di oltre lo Stretto. Ma non quelle degli eletti al Parlamentino regionale. Il taglio dei costi “è un problema di cultura politica”, ha (ben) detto l’onorevole diessino aggiungendo che l’autonomia speciale di cui gode la Sicilia “non può essere intesa come riserva di privilegi, ma come capacità di fare meglio delle altre regioni”.
L’iniziativa del deputato ha scatenato non poche polemiche fra i colleghi, che gli rimproverano di fare demagogia a danno dei più deboli. Ad aprire le danze il presidente dell’Ars, Gianfranco Micciché: “Da un punto di vista etico, la riduzione degli emolumenti dei sindaci è un provvedimento vergognoso”. E continua: “I cinquecento euro in più o in meno dati ai primi cittadini non incidono significativamente sul bilancio. Bisognerebbe intervenire piuttosto sugli sprechi reali, come le consulenze pagate a peso d’oro che si rivelano poi perfettamente inutili”.
Gli fa eco il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro: “È inammissibile pensare a un parlamento che creda di risolvere il nodo del costo della politica, tagliando tout court, di oltre il 30%, le indennità dei sindaci e dei consiglieri comunali. Tutto questo senza prima, con gesto di responsabilità, decurtare i propri emolumenti”.
Già perché l’idea del diessino prevede che non vengano messe le mani nelle tasche dei deputati consiglieri di Palazzo dei Normanni. Intenzione che ha invece il governatore Cuffaro: “Se l’emendamento non verrà bocciato, si sottoporrà all’esame dell’aula anche il testo che prevede la riduzione del 20 % delle indennità dei parlamentari regionali”.
Ma il provvedimento del compagno Cracolici non è piaciuto neanche agli amministratori locali diessini: “Così l’onorevole Cracolici ha salvato noi siciliani dalla fame”, scrive ironicamente in un sms inviato ai suoi sostenitori, Gabriele Astuto, assessore veltroniano di un piccolo comune del siracusano: “Quant’è il 30% di 15mila euro del loro stipendio? Ecco, basterebbe a coprire più di un anno della mia indennità (379 euro mensili). Senza tagli”.
Fonte: panorama.it
Sesso fuori dal matrimonio, frustato a sangue
È successo in Iran. Amnesty: «Una pratica comune in quel Paese»Il giovane è stato condannato da una tribunale religioso: «Violate le leggi morali». Sentenza eseguita davanti a mille persone
TEHERAN - Un ragazzo di 25 anni è stato frustato a sangue dalla polizia per le strade di Qazvin, 144 chilometri a ovest di Teheran, e la drammatica sequenza fotografica è finita sulle pagine del "Daily Mail". Accusato di abuso di alcool e di aver fatto sesso fuori dal matrimonio, contravvenendo così alle severe leggi morali iraniane, il venticinquenne Saeed Ghanbari è stato condannato a 80 pubbliche frustate da una tribunale religioso e la sentenza è stata eseguita da due ufficiali che, coperti da un passamontagna, hanno colpito il giovane 40 volte per ciascuno, sferrando le micidiali scudisciate con una canna rigida, che ha trasformato la schiena e le spalle del prigioniero in una poltiglia sanguinolenta.
MILLE PERSONE - Per impedire che fuggisse o si muovesse, Ghanbari è stato fatto adagiare a pancia in giù su una panchina di metallo, mentre un poliziotto gli teneva bloccate le gambe e un altro le braccia. Il raccapricciante spettacolo è andato in scena davanti a oltre mille persone, che si sono assiepate sulla piazza per assistere alla pubblica umiliazione del giovane Saeed. Molti hanno scattato fotografie con i telefoni cellulari e c’è persino chi è salito sui lampioni e sui semafori per non perdere neanche uno dei colpi sferrati dal boia in passamontagna, mentre altri agenti armati controllavano la regolare esecuzione della sentenza.
AUMENTO CONDANNE - Sebbene il ricorso alle frustate sia di routine nelle carceri iraniane, soprattutto nei casi di comportamenti giudicati moralmente riprovevoli, la fustigazione sulla pubblica via è, invece, un fatto abbastanza raro, anche se le associazioni per i diritti umani hanno denunciato come negli ultimi mesi in Iran si sia assistito ad un incremento vertiginoso di tali condanne. Stando a un rapporto di Amnesty International, che si è detta molto preoccupata per le continue violazioni dei diritti umani nel paese islamico, dall'inizio dell'anno sarebbero state ben 120 le persone vittime della fustigazione. Fra queste, anche una donna accusata di aver indotto alla prostituzione una bimba di 8 anni e condannata a 99 frustate, e un uomo colpito a sangue perché gli era stata trovata una copia della Bibbia in macchina.
Fonte: corriere.it
22 ago 2007
Tenta di murare statuetta della Madonna. Paese del lecchese contro musulmano
A Cascina Rimoldo frazione brianzola di Valaperta, un extracomunitario
voleva cancellare l'immagine votiva davanti casa. Fermato da due anziane cugine
Il sindaco: "Iniziativa individuale arbitraria ed incivile che però non deve pregiudicare gli sforzi per una convivenza civile".
LECCO - Ha cercato di murare una statua della Madonna, ma il paese si è ribellato. E' accaduto a Cascina Rimoldo nella frazione brianzola di Valaperta, nel comune di Casatenovo, in provincia di Lecco. Protagonista del singolare gesto un immigrato di fede musulmana, che voleva far sparire uno dei simboli religiosi cristiani della zona, che secondo gli esperti si può far risalire alla metà dell'ottocento.
L'immigrato appena arrivato nella sua nuova casa, si è subito mostrato insofferente all'edicola votiva e ha tentato il blitz, armato di cazzuola e cemento. Ma due anziane cugine sono intervenute con prontezza: "Cosa stai facendo? Non ti vergogni?", hanno detto le donne che hanno salvato la loro Madonnina in extremis. Il paese è così tornato in possesso della statuina per sistemarla non si sa ancora dove. Agli angioletti invece non è andata così bene: sono finiti murati dietro una parete di mattoni e cemento.
"Abito qui da 53 anni e quella Madonna c'è sempre stata - commenta una delle due anziane -. Ogni casa ha la sua statuetta e non capisco come queste persone possano pensare di portarcele via senza nemmeno chiedere il permesso. Oltretutto non sono i padroni di tutto. In quella casa ci sono altri abitanti che non sono d'accordo, che non avrebbero mai voluto rinunciare alla madonnina e ora invece devono guardare un muro in cemento. E per fortuna che noi siamo riuscite a portarla via".
Ora c'è apprensione anche per un'altra edicola votiva dove abita un altro extracomunitario. Uno dei proprietari dell'abitazione dove si trova l'altare però è di origine brianzola e ha assicurato che nessuno potrà toccarla. Intanto è atteso il primo sopralluogo degli incaricati del comune dopo lo sfogo del sindaco Antonio Colombo, indignato dall'accaduto.
"Siamo di fronte ad un'iniziativa individuale arbitraria ed incivile", ha detto il primo cittadino. "Tuttavia - ha aggiunto Colombo - questo gesto inqualificabile ed intollerante non deve pregiudicare gli sforzi che tutti dobbiamo compiere per una convivenza veramente civile, fondata sul rispetto reciproco delle idee, delle tradizioni e delle convinzioni religiose di ciascuno". Secondo Colombo "è presumibile che si giunga immediatamente all'emissione di un'Ordinanza di ripristino dell'edicola votiva di Cascina Rimoldo".
Fonte: Repubblica.it
voleva cancellare l'immagine votiva davanti casa. Fermato da due anziane cugine
Il sindaco: "Iniziativa individuale arbitraria ed incivile che però non deve pregiudicare gli sforzi per una convivenza civile".
LECCO - Ha cercato di murare una statua della Madonna, ma il paese si è ribellato. E' accaduto a Cascina Rimoldo nella frazione brianzola di Valaperta, nel comune di Casatenovo, in provincia di Lecco. Protagonista del singolare gesto un immigrato di fede musulmana, che voleva far sparire uno dei simboli religiosi cristiani della zona, che secondo gli esperti si può far risalire alla metà dell'ottocento.
L'immigrato appena arrivato nella sua nuova casa, si è subito mostrato insofferente all'edicola votiva e ha tentato il blitz, armato di cazzuola e cemento. Ma due anziane cugine sono intervenute con prontezza: "Cosa stai facendo? Non ti vergogni?", hanno detto le donne che hanno salvato la loro Madonnina in extremis. Il paese è così tornato in possesso della statuina per sistemarla non si sa ancora dove. Agli angioletti invece non è andata così bene: sono finiti murati dietro una parete di mattoni e cemento.
"Abito qui da 53 anni e quella Madonna c'è sempre stata - commenta una delle due anziane -. Ogni casa ha la sua statuetta e non capisco come queste persone possano pensare di portarcele via senza nemmeno chiedere il permesso. Oltretutto non sono i padroni di tutto. In quella casa ci sono altri abitanti che non sono d'accordo, che non avrebbero mai voluto rinunciare alla madonnina e ora invece devono guardare un muro in cemento. E per fortuna che noi siamo riuscite a portarla via".
Ora c'è apprensione anche per un'altra edicola votiva dove abita un altro extracomunitario. Uno dei proprietari dell'abitazione dove si trova l'altare però è di origine brianzola e ha assicurato che nessuno potrà toccarla. Intanto è atteso il primo sopralluogo degli incaricati del comune dopo lo sfogo del sindaco Antonio Colombo, indignato dall'accaduto.
"Siamo di fronte ad un'iniziativa individuale arbitraria ed incivile", ha detto il primo cittadino. "Tuttavia - ha aggiunto Colombo - questo gesto inqualificabile ed intollerante non deve pregiudicare gli sforzi che tutti dobbiamo compiere per una convivenza veramente civile, fondata sul rispetto reciproco delle idee, delle tradizioni e delle convinzioni religiose di ciascuno". Secondo Colombo "è presumibile che si giunga immediatamente all'emissione di un'Ordinanza di ripristino dell'edicola votiva di Cascina Rimoldo".
Fonte: Repubblica.it
20 ago 2007
Chavez cambia il fuso orario del Venezuela
La motivazione: ci serve una giornata più lunga per lavorare
Dal 2008 ci sarà una nuova ora ufficiale: lancette in avanti di 30 minuti e distacco da Greenwich portato da 4 a 3 ore e mezza
Il prossimo passo sarà probabilmente quello di imitare lo scomparso presidente del Turkmenistan Saparmyrat Nyýazow, che era arrivato a modificare il nome dei mesi, in polemica antioccidentale. Del resto se agosto si chiama così in onore di Cesare Augusto perchè non poter fare altrettanto?
Così non poteva essere da meno il presidentissimo venezuelano Hugo Chavez che, ha deciso che dall'anno prossimo ci sarà una nuova ora «ufficiale»: in tutto il Paese (dove non esiste nemmeno l'ora legale) le lancette dell'orologio di mezz'ora in avanti rispetto ad adesso, a partire dal 1 gennaio 2008, recuperando così 30 minuti di scarto rispetto al meridiano di Greenwich, che attualmente è di quattro ore ma che scenderà a tre e mezza. In pratica, la giornata venezuelana diverrà più lunga, permettendo alla «Nuova Rivoluzione Bolivariana» avviata nove anni fa dall'ex golpista di avere più tempo utile a disposizione per progredire.
L'annuncio del bizzarro provvedimento è stato dato dallo stesso Chavez nel corso di un torrenziale e non sempre lucidissimo soliloquio in diretta, della durata di ben sette ore, coinciso con la trasmissione del programma «Alo, Presidente!» alla radio nazionale; a far da spettatore, e da occasionale interlocutore, il solo ministro per la Scienza e la Tecnologia, Hector Navarro. Il leader di Caracas non ha fornito indicazioni approfondite per giustificare il mutamento di orario, se non uno sbrigativo «È una questione di metabolismo, il cervello umano è condizionato dalla luce solare». Navarro a sua volta ha giustificato la propria presenza nello studio radiofonico spiegando che la maggiore durata del tempo diurno «agevolerà tutti i venezuelani, nel lavoro e nello studio». Chavez si è quindi ripreso la parola, precisando che la Legge sulla Meteorologia sarà emendata di conseguenza, per essere uniformata alla novità: non è tuttavia chiaro se, grazie a essa, il Paese sud-americano subirà anche un trasloco sulla mappa dei fusi orari.
Fonte: Corriere.it
Dal 2008 ci sarà una nuova ora ufficiale: lancette in avanti di 30 minuti e distacco da Greenwich portato da 4 a 3 ore e mezza
Il prossimo passo sarà probabilmente quello di imitare lo scomparso presidente del Turkmenistan Saparmyrat Nyýazow, che era arrivato a modificare il nome dei mesi, in polemica antioccidentale. Del resto se agosto si chiama così in onore di Cesare Augusto perchè non poter fare altrettanto?
Così non poteva essere da meno il presidentissimo venezuelano Hugo Chavez che, ha deciso che dall'anno prossimo ci sarà una nuova ora «ufficiale»: in tutto il Paese (dove non esiste nemmeno l'ora legale) le lancette dell'orologio di mezz'ora in avanti rispetto ad adesso, a partire dal 1 gennaio 2008, recuperando così 30 minuti di scarto rispetto al meridiano di Greenwich, che attualmente è di quattro ore ma che scenderà a tre e mezza. In pratica, la giornata venezuelana diverrà più lunga, permettendo alla «Nuova Rivoluzione Bolivariana» avviata nove anni fa dall'ex golpista di avere più tempo utile a disposizione per progredire.
L'annuncio del bizzarro provvedimento è stato dato dallo stesso Chavez nel corso di un torrenziale e non sempre lucidissimo soliloquio in diretta, della durata di ben sette ore, coinciso con la trasmissione del programma «Alo, Presidente!» alla radio nazionale; a far da spettatore, e da occasionale interlocutore, il solo ministro per la Scienza e la Tecnologia, Hector Navarro. Il leader di Caracas non ha fornito indicazioni approfondite per giustificare il mutamento di orario, se non uno sbrigativo «È una questione di metabolismo, il cervello umano è condizionato dalla luce solare». Navarro a sua volta ha giustificato la propria presenza nello studio radiofonico spiegando che la maggiore durata del tempo diurno «agevolerà tutti i venezuelani, nel lavoro e nello studio». Chavez si è quindi ripreso la parola, precisando che la Legge sulla Meteorologia sarà emendata di conseguenza, per essere uniformata alla novità: non è tuttavia chiaro se, grazie a essa, il Paese sud-americano subirà anche un trasloco sulla mappa dei fusi orari.
Fonte: Corriere.it
18 ago 2007
L'idea innovativa di Reggio Calabria: star della tv a spasso per le strade
L'iniziativa si è concretizzata durante la notte bianca del 10 settembre 2006
Passeggiare fa bene al corpo e ritempra il portafoglio. Ne sa qualcosa Lele Mora che ha organizzato a Reggio Calabria un nuovo modo di fare spettacolo. Ha chiesto agli artisti di camminare lentamente. Null'altro. Camminare, passeggiare per le vie della città, sorridere e stringere mani, come da contratto sottoscritto con la giunta comunale.
Le notti bianche sono l'ultima entusiasmente catena delle feste night and day. Non c'è città oramai che non programmi almeno una notte di baldoria. Parigi è stata l'apripista, Roma ha ampiamente sviluppato l'idea organizzando eventi-monstre, poi Napoli, Milano e giù fino a Reggio Calabria.
Ogni amministrazione che si rispetti ha imposto nel calendario degli appuntamenti da non perdere, la notte colorata, suoni e luci, musica e teatro. Città piene di cose da vedere e da fare, mani che si stringono, famiglie in piazza, festa di popolo larga e condivisa.
Il 30 settembre, per esempio, i napoletani si godranno la fantastica sceneggiatura notturna.
Meno di quindici giorni fa è però toccato ai reggini apprezzare l'idea. E sebbene il municipio sia arrivato all'appuntamento col fiato grosso, la festa, bisogna dirlo, si è sviluppata secondo i ritmi programmati, bella e piena di gente, ricca e allegra. La giunta si è riunita il 7 settembre e ha approvato per il giorno 10 un cartellone di eventi di prima grandezza, sontuoso e irragiungibile per molte amministrazioni. Il sindaco Scopelliti, giovane e sempre al centro dell'attenzione, ha voluto che la città dello Stretto fosse inondata di attori e cantanti, grandi e piccole firme dello spettacolo. Un piano meraviglioso descritto nella sua lunga e articolata espressione artistica dallo slogan: "Svegliati! E' notte".
A Reggio Calabria, non c'è nemmeno da ricordarlo: anche i neonati hanno fatto l'alba. Svegli e felici. Per renderli così l'amministrazione comunale ha deciso di spendere circa 650 mila euro. Tanto davvero. Non arriva alle vette di Roma, ma quasi.
Reggio Calabria ha bisogno di ritagliarsi un nome e sebbene i malanni cittadini siano diversi e tutti angoscianti (in molte case manca l'acqua, per esempio. In altre l'acqua c'è ma è rossastra), l'operazione di marketing territoriale non può subìre contrazioni. E così il 10 settembre a Reggio c'era un sacco di gente: il rock di Piero Pelù, il ritmo del dj Claudio Coccoluto, jazz e funky, concerti di musica classica e diverse performance teatrali.
Il sindaco, come al solito strageneroso, ha voluto offrire ai concittadini una super sorpresa: fargli trovare in strada artisti e personaggi di grande fama. Quindi ha chiesto a Lele Mora, il grande press agent amico dei grandi (chi non lo ricorda quest'estate al Billionaire con Berlusconi?) di cogliere l'idea e svilupparla. E Lele Mora cosa ha fatto? Una cosa bellissima: ha chiesto a un numero davvero ampio di star (ventiquattro) di lasciarsi libera la serata del 10 e di raggiungerlo a Reggio Calabria. Insieme, tutte insieme, le stelle del firmamento televisivo, letterine, vallettine, passaparoline, modelline, meteorine hanno preso l'aereo e sono atterrate a Reggio. Con una cartina geografica davanti Lele Mora ha dislocato, come un generale in guerra, nei punti nevralgici le sue stelle: Costantino Vitagliano e Alessia Ventura, Federica Ricolfi e le Meteorine, Mascia Ferri e Daniele Interrante. Anche Irene Pivetti e Patrick, Nina Moric e Simone Corrente. A tutta questa gente è stato chiesto un impegno indedito ma altrettanto faticoso: camminare su e giù per la città, camminare e sorridere sempre, camminare e lasciarsi abbracciare dai fans, camminare e firmare autografi.
Ventiquattro artisti. La città, inconsapevole, li ha incontrati agli angoli delle strade, al banco dei bar. Impazzite le ragazzine e i ragazzini, deliziati i giovani, ubriachi di gioia perfino gli anziani. Brividi per tutti.
La serata è stata bellissima e Lele Mora, accompagnando tutta questa gente, ha inaugurato il camminamento lento a pagamento. Per questa megapasseggiata ha chiesto solo centoventimila euro. Spiccioli se si tien conto di quel che la città ha ricevuto.
Fonte: repubblica.it
Passeggiare fa bene al corpo e ritempra il portafoglio. Ne sa qualcosa Lele Mora che ha organizzato a Reggio Calabria un nuovo modo di fare spettacolo. Ha chiesto agli artisti di camminare lentamente. Null'altro. Camminare, passeggiare per le vie della città, sorridere e stringere mani, come da contratto sottoscritto con la giunta comunale.
Le notti bianche sono l'ultima entusiasmente catena delle feste night and day. Non c'è città oramai che non programmi almeno una notte di baldoria. Parigi è stata l'apripista, Roma ha ampiamente sviluppato l'idea organizzando eventi-monstre, poi Napoli, Milano e giù fino a Reggio Calabria.
Ogni amministrazione che si rispetti ha imposto nel calendario degli appuntamenti da non perdere, la notte colorata, suoni e luci, musica e teatro. Città piene di cose da vedere e da fare, mani che si stringono, famiglie in piazza, festa di popolo larga e condivisa.
Il 30 settembre, per esempio, i napoletani si godranno la fantastica sceneggiatura notturna.
Meno di quindici giorni fa è però toccato ai reggini apprezzare l'idea. E sebbene il municipio sia arrivato all'appuntamento col fiato grosso, la festa, bisogna dirlo, si è sviluppata secondo i ritmi programmati, bella e piena di gente, ricca e allegra. La giunta si è riunita il 7 settembre e ha approvato per il giorno 10 un cartellone di eventi di prima grandezza, sontuoso e irragiungibile per molte amministrazioni. Il sindaco Scopelliti, giovane e sempre al centro dell'attenzione, ha voluto che la città dello Stretto fosse inondata di attori e cantanti, grandi e piccole firme dello spettacolo. Un piano meraviglioso descritto nella sua lunga e articolata espressione artistica dallo slogan: "Svegliati! E' notte".
A Reggio Calabria, non c'è nemmeno da ricordarlo: anche i neonati hanno fatto l'alba. Svegli e felici. Per renderli così l'amministrazione comunale ha deciso di spendere circa 650 mila euro. Tanto davvero. Non arriva alle vette di Roma, ma quasi.
Reggio Calabria ha bisogno di ritagliarsi un nome e sebbene i malanni cittadini siano diversi e tutti angoscianti (in molte case manca l'acqua, per esempio. In altre l'acqua c'è ma è rossastra), l'operazione di marketing territoriale non può subìre contrazioni. E così il 10 settembre a Reggio c'era un sacco di gente: il rock di Piero Pelù, il ritmo del dj Claudio Coccoluto, jazz e funky, concerti di musica classica e diverse performance teatrali.
Il sindaco, come al solito strageneroso, ha voluto offrire ai concittadini una super sorpresa: fargli trovare in strada artisti e personaggi di grande fama. Quindi ha chiesto a Lele Mora, il grande press agent amico dei grandi (chi non lo ricorda quest'estate al Billionaire con Berlusconi?) di cogliere l'idea e svilupparla. E Lele Mora cosa ha fatto? Una cosa bellissima: ha chiesto a un numero davvero ampio di star (ventiquattro) di lasciarsi libera la serata del 10 e di raggiungerlo a Reggio Calabria. Insieme, tutte insieme, le stelle del firmamento televisivo, letterine, vallettine, passaparoline, modelline, meteorine hanno preso l'aereo e sono atterrate a Reggio. Con una cartina geografica davanti Lele Mora ha dislocato, come un generale in guerra, nei punti nevralgici le sue stelle: Costantino Vitagliano e Alessia Ventura, Federica Ricolfi e le Meteorine, Mascia Ferri e Daniele Interrante. Anche Irene Pivetti e Patrick, Nina Moric e Simone Corrente. A tutta questa gente è stato chiesto un impegno indedito ma altrettanto faticoso: camminare su e giù per la città, camminare e sorridere sempre, camminare e lasciarsi abbracciare dai fans, camminare e firmare autografi.
Ventiquattro artisti. La città, inconsapevole, li ha incontrati agli angoli delle strade, al banco dei bar. Impazzite le ragazzine e i ragazzini, deliziati i giovani, ubriachi di gioia perfino gli anziani. Brividi per tutti.
La serata è stata bellissima e Lele Mora, accompagnando tutta questa gente, ha inaugurato il camminamento lento a pagamento. Per questa megapasseggiata ha chiesto solo centoventimila euro. Spiccioli se si tien conto di quel che la città ha ricevuto.
Fonte: repubblica.it
17 ago 2007
Catania dimentica i debiti sui taxi di Londra
Il Comune deve 700 milioni alle banche, ma la città si promuove nelle capitali europee. Con i soldi dell'Ue.
«Visit Metaponto», diceva il cartello pubblicitario piazzato da quel Comune della Basilicata all'aeroporto di Shanghai. E una pensata così, probabilmente, non la batterà mai nessuno. Ma anche Catania non scherza, con l'invocazione che balena fra Buckingham Palace e Piccadilly Circus: «Catania tra fuoco e mare: scopri la città con il vulcano attivo più alto d'Europa». È questo l'inno che si può leggere sulle fiancate dei taxi londinesi. Ed è pure, in un certo senso, politicamente griffato: l'ideatore dello slogan è infatti Salvo Scibilia, lo stesso creativo che coniò lo slogan elettorale «Prodi: più lo votiamo, meglio si governa ». Accanto all'invocazione, sulle fiancate dei taxi, c'è la sagoma azzurrina dell'Etna; poi i simboli della Regione Siciliana, del Comune etneo, della società «Catania città metropolitana». E infine, il logo dell'Unione Europea: che è forse il più appropriato di tutti, visto che i fondi per questa iniziativa lanciata in mezzo mondo vengono proprio dall'Unione Europea. Quasi un milione e mezzo di euro (non c'erano molte alternative: il Comune di Catania affonda nei debiti, 700 milioni solo quelli pendenti con le banche secondo l'ultima ispezione ministeriale). Per la precisione, questa volta sono stati usati 1.471.600 euro, residuo di 40 milioni già destinati da Bruxelles alla creazione di strutture alberghiere: il Comune li ha investiti nel progetto denominato «Pit n. 35 Catania Città Metropolitana, Misura 4.18 Azione A», allo scopo di «promuovere la propria immagine all'estero attraverso azioni pubblicitarie che hanno come oggetto l'offerta turistica del territorio metropolitano».
In altre parole, una campagna mondiale di pubblicità, sui giornali e sui mezzi di trasporto: su 500 taxi a Londra, su 300 vagoni della metropolitana e 3 linee di filobus a Mosca, e su 300 autobus di Madrid. E ancora spazi pubblicitari in Germania, negli Stati Uniti e in Giappone. Mai si era visto un Comune lanciarsi da solo alla conquista di una così vasta platea di potenziali turisti.
Il merito dell'iniziativa va all'ex assessore comunale al turismo di Catania, Nino Strano, che è anche ex assessore regionale al turismo e attuale senatore di An. «Avevo saputo che c'erano lì quei fondi residui, ed ho chiesto alla Regione di utilizzarli — ricorda —, altrimenti sarebbero andati perduti ». E al momento della presentazione della campagna, nel novembre 2006, si disse «doppiamente contento, sia perché tutto si è ben realizzato, sia perché la gara è stata assegnata ad un raggruppamento di imprese siciliane». Vinsero in tre: la Grafiservice Advertising, la Gap (concessionaria di Mondadori per la Sicilia) e la Trimondo Service. E così, ancora parole di Strano, «Catania ha migliorato l'offerta turistica sotto tutti i punti di vista, grazie al lavoro e alla realizzazione della giunta Scapagnini ». Anche il primo cittadino Umberto Scapagnini, a suo tempo, esultava: «Possiamo sviluppare un forte vocazione di Catania sfruttando in maniera adeguata beni e risorse, grazie ad una programmazione e razionalizzazione importante della nostra immagine». Ma nel momento in cui l'iniziativa è in pieno svolgimento (la campagna è partita in aprile e si concluderà alla fine dell'anno) è diventato più meditativo: «Mi rendo conto che rischia di essere solo una goccia nel mare. Anch'io ho avuto e ho forti perplessità sulla possibilità di riuscire a catturare turisti in questo modo». E aggiunge: «Io ho girato il mondo e so quanto sia vasta la platea a cui è destinata questa campagna promozionale. Ecco perché sono perplesso». Eppure, in quel novembre dell'anno scorso si precisava che «la strategia prevede piani di intervento "mediatici" modulati in funzione dell'area geografica d'intervento e degli obiettivi di comunicazione ». Cioè: ci faremo pubblicità là dove possiamo attirare più clienti potenziali, getteremo l'amo là dove ci sono più pesci, e prepareremo anche l'esca adatta per loro; solo iniziative mirate, niente tiri a casaccio. Ma — obiettano i critici dell'iniziativa — sul metrò di Mosca, dove non viaggiano i miliardari russi alla Abramovich, quanti potranno essere i futuri turisti avidi di granite, solleone e cannoli, pronti a involarsi per le nostre spiagge o per sciare sull'Etna?». «Ci vorranno almeno due o tre anni per vedere i primi risultati — dicono i responsabili della campagna promozionale —, possiamo dire che per ora abbiamo fatto una semina, poi si vedrà come sarà il raccolto».
In attesa di vedere che frutti darà quel milione e mezzo di euro seminato per il mondo, Catania si può consolare sapendo di non essere sola in questo genere di pensate pubblicitarie: prima di lei, sulle fiancate sponsorizzate dei taxi londinesi, sono arrivati gli aborigeni di Uluru in Australia, gli albergatori miliardari di Aruba, e quelli di Cuba, di Las Vegas, della Malesia. E anche, dopo il successo delle Olimpiadi invernali a Torino, la Regione Piemonte. Ma tutti senza il vulcano, mai nessuno «tra fuoco e mare».
Fonte: corriere.it
«Visit Metaponto», diceva il cartello pubblicitario piazzato da quel Comune della Basilicata all'aeroporto di Shanghai. E una pensata così, probabilmente, non la batterà mai nessuno. Ma anche Catania non scherza, con l'invocazione che balena fra Buckingham Palace e Piccadilly Circus: «Catania tra fuoco e mare: scopri la città con il vulcano attivo più alto d'Europa». È questo l'inno che si può leggere sulle fiancate dei taxi londinesi. Ed è pure, in un certo senso, politicamente griffato: l'ideatore dello slogan è infatti Salvo Scibilia, lo stesso creativo che coniò lo slogan elettorale «Prodi: più lo votiamo, meglio si governa ». Accanto all'invocazione, sulle fiancate dei taxi, c'è la sagoma azzurrina dell'Etna; poi i simboli della Regione Siciliana, del Comune etneo, della società «Catania città metropolitana». E infine, il logo dell'Unione Europea: che è forse il più appropriato di tutti, visto che i fondi per questa iniziativa lanciata in mezzo mondo vengono proprio dall'Unione Europea. Quasi un milione e mezzo di euro (non c'erano molte alternative: il Comune di Catania affonda nei debiti, 700 milioni solo quelli pendenti con le banche secondo l'ultima ispezione ministeriale). Per la precisione, questa volta sono stati usati 1.471.600 euro, residuo di 40 milioni già destinati da Bruxelles alla creazione di strutture alberghiere: il Comune li ha investiti nel progetto denominato «Pit n. 35 Catania Città Metropolitana, Misura 4.18 Azione A», allo scopo di «promuovere la propria immagine all'estero attraverso azioni pubblicitarie che hanno come oggetto l'offerta turistica del territorio metropolitano».
In altre parole, una campagna mondiale di pubblicità, sui giornali e sui mezzi di trasporto: su 500 taxi a Londra, su 300 vagoni della metropolitana e 3 linee di filobus a Mosca, e su 300 autobus di Madrid. E ancora spazi pubblicitari in Germania, negli Stati Uniti e in Giappone. Mai si era visto un Comune lanciarsi da solo alla conquista di una così vasta platea di potenziali turisti.
Il merito dell'iniziativa va all'ex assessore comunale al turismo di Catania, Nino Strano, che è anche ex assessore regionale al turismo e attuale senatore di An. «Avevo saputo che c'erano lì quei fondi residui, ed ho chiesto alla Regione di utilizzarli — ricorda —, altrimenti sarebbero andati perduti ». E al momento della presentazione della campagna, nel novembre 2006, si disse «doppiamente contento, sia perché tutto si è ben realizzato, sia perché la gara è stata assegnata ad un raggruppamento di imprese siciliane». Vinsero in tre: la Grafiservice Advertising, la Gap (concessionaria di Mondadori per la Sicilia) e la Trimondo Service. E così, ancora parole di Strano, «Catania ha migliorato l'offerta turistica sotto tutti i punti di vista, grazie al lavoro e alla realizzazione della giunta Scapagnini ». Anche il primo cittadino Umberto Scapagnini, a suo tempo, esultava: «Possiamo sviluppare un forte vocazione di Catania sfruttando in maniera adeguata beni e risorse, grazie ad una programmazione e razionalizzazione importante della nostra immagine». Ma nel momento in cui l'iniziativa è in pieno svolgimento (la campagna è partita in aprile e si concluderà alla fine dell'anno) è diventato più meditativo: «Mi rendo conto che rischia di essere solo una goccia nel mare. Anch'io ho avuto e ho forti perplessità sulla possibilità di riuscire a catturare turisti in questo modo». E aggiunge: «Io ho girato il mondo e so quanto sia vasta la platea a cui è destinata questa campagna promozionale. Ecco perché sono perplesso». Eppure, in quel novembre dell'anno scorso si precisava che «la strategia prevede piani di intervento "mediatici" modulati in funzione dell'area geografica d'intervento e degli obiettivi di comunicazione ». Cioè: ci faremo pubblicità là dove possiamo attirare più clienti potenziali, getteremo l'amo là dove ci sono più pesci, e prepareremo anche l'esca adatta per loro; solo iniziative mirate, niente tiri a casaccio. Ma — obiettano i critici dell'iniziativa — sul metrò di Mosca, dove non viaggiano i miliardari russi alla Abramovich, quanti potranno essere i futuri turisti avidi di granite, solleone e cannoli, pronti a involarsi per le nostre spiagge o per sciare sull'Etna?». «Ci vorranno almeno due o tre anni per vedere i primi risultati — dicono i responsabili della campagna promozionale —, possiamo dire che per ora abbiamo fatto una semina, poi si vedrà come sarà il raccolto».
In attesa di vedere che frutti darà quel milione e mezzo di euro seminato per il mondo, Catania si può consolare sapendo di non essere sola in questo genere di pensate pubblicitarie: prima di lei, sulle fiancate sponsorizzate dei taxi londinesi, sono arrivati gli aborigeni di Uluru in Australia, gli albergatori miliardari di Aruba, e quelli di Cuba, di Las Vegas, della Malesia. E anche, dopo il successo delle Olimpiadi invernali a Torino, la Regione Piemonte. Ma tutti senza il vulcano, mai nessuno «tra fuoco e mare».
Fonte: corriere.it
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