16 gen 2025

“Juan Bernabé sotto effetto di farmaci quando ha postato le foto. Voglio le scuse della Lazio”: parla il chirurgo che ha operato il falconiere

Vuole “una lettera di scuse” da parte della società Lazio, si dissocia dalle immagini pubblicate sui social media ma allo stesso tempo difende il suo paziente, sottolineando che era sotto l’effetto di farmaci dopo l’operazione che “possono aver influenzato la sua lucidità e capacità di giudizio“. Adesso a intervenire sul caso del falconiere della Lazio, Juan Bernabé, è il chirurgo ha eseguito l’intervento di impianto di protesi peniena, l’urologo-andrologo Gabriele Antonini. Bernabé, l’uomo che faceva volare l’aquila Olympia allo stadio prima dei match dei biancocelesti, è stato infatti licenziato in tronco dopo la circolazione, sui social, di un video in cui mostra, fiero, il suo pene appena rigenerato. Il presidente della Lazio, Claudio Lotito, ha dichiarato furioso di aver licenziato anche il chirurgo Antonini: “Subito, immediatamente, revocato il tesseramento”. Sentitosi chiamato in causa, il professionista tramite una nota ha voluto chiarire la sua posizione e il suo ruolo in tutta questa surreale vicenda. L’11 gennaio Bernabé è stato operato nella clinica “Nuova Villa Claudia” dall’urologo-andrologo Gabriele Antonini per impiantare una protesi al pene: al termine dell’intervento si è fatto filmare in splendida erezione, orgoglioso e sorridente della sua ritrovata virilità. “Mi dissocio completamente e con fermezza dalla pubblicazione delle immagini nude del pene di Bernabé sui social. Non sono stato avvisato né consultato in merito a questa azione e desidero sottolineare che non condivido assolutamente la divulgazione di tali contenuti, che reputo lesivi della riservatezza e dell’etica professionale”, spiega Antonini in una nota. “Desidero sottolineare che, in qualità di chirurgo di fama internazionale, non ho alcun bisogno di pubblicità mediatica né tantomeno di associare il mio nome a una società di calcio. Il mio unico obiettivo, come sempre, è quello di garantire il massimo livello di assistenza e cura ai miei pazienti, in linea con l’etica e la serietà che da anni caratterizzano il mio lavoro. Ogni altra interpretazione o speculazione su un mio coinvolgimento mediatico è priva di fondamento”, avverte l’urologo-andrologo. “L’intervento chirurgico, consistente nell’impianto di una protesi peniena idraulica, è stato effettuato esclusivamente per finalità mediche, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita del paziente. Tale procedura – spiega Antonini – è rivolta a pazienti con patologie vascolari del pene o a coloro che, a seguito di un tumore alla prostata, si trovano a fronteggiare una condizione di impotenza“. Prima della diffusione delle immagini sui social, era stato fatto un comunicato stampa dopo l’operazione: “Aveva esclusivamente l’intento di sensibilizzare il pubblico su tematiche delicate e spesso trascurate, come le disfunzioni sessuali secondarie a malattie oncologiche”, continua il chirurgo. Che poi rimarca un concetto: “Ribadisco che l’intervento è stato eseguito esclusivamente per tutelare la salute del paziente, nel rispetto delle mie competenze professionali e della mia etica medica, Parliamo di un intervento complesso, che implica l’impianto di dispositivi protesici, una procedura notoriamente associata a rischi significativi di complicanze, in particolare infezioni”. Rispetto al rapporto di lavoro con la Lazio, Antonini chiarisce alcuni aspetti: In primo luogo, sottolineo che non ho alcun rapporto di dipendenza con la Lazio e quindi mi risulta incomprensibile come possa essere ‘licenziato‘. Il mio ruolo è quello di consulente ed ho sempre operato con la massima disponibilità e professionalità, trattando numerosi casi relativi ai pazienti appartenenti alle maestranze, al personale di Formello, ai calciatori della prima squadra e della primavera e ai dirigenti. Tutto ciò è avvenuto sempre ed esclusivamente senza alcun obbligo contrattuale o economico con la società. Per tale ragione mi aspetto una lettera di scuse da parte della società sportiva Lazio della quale mi vanto di essere tifoso ed un ripristino immediato della nostra collaborazione“, scrive nella nota il chirurgo Antonini. Che poi conclude sottolineando in quale contesto è avvenuta la diffusione delle immagini sui social da parte del falconiere della Lazio: “Pur dissociandomi con forza dalla pubblicazione, ritengo opportuno contestualizzare il comportamento del signor Bernabé. Durante i colloqui con il paziente, ho compreso che le immagini erano state originariamente registrate per scopi privati e, a causa di un errore involontario, pubblicate per pochi minuti su un suo profilo privato. Tale breve intervallo è stato sufficiente affinché il contenuto venisse scaricato e diffuso senza il controllo del paziente stesso”. “È importante ricordare che il signor Bernabé è stato sottoposto una terapia antibiotica intensiva per prevenire infezioni post-operatorie. Questi fattori, uniti agli effetti dell’anestesia somministrata poche ore prima ‘dell’incidente’, possono aver influenzato la sua lucidità e capacità di giudizio“, conclude il medico. Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/01/15/intervista-chirurgo-antonini-falconiere-lazio-juan-bernabe-effetto-farmaci-foto-scuse/7837766/

La Lazio licenzia in tronco il falconiere Bernabé: ha pubblicato foto intime dopo un intervento

La Lazio ha deciso di interrompere con effetto immediato il contratto del falconiere del club Juan Bernabé dopo il video in cui ha pubblicato sui social le immagini del pene dopo l’operazione per l’impianto di una protesi peniena e dopo alcune surreali dichiarazioni rilasciate nel corso di un’intervista in radio. Con un comunicato ufficiale diramato nella tarda serata di lunedì 13 gennaio la Lazio ha annunciato il licenziamento in tronco dello storico falconiere Juan Bernabé, cioè colui che prima di ogni partita casalinga della squadra biancoceleste fa scendere sul terreno dell'Olimpico l'aquila Olimpia, simbolo della società capitolina. A scatenare l'ira del patron Claudio Lotito è stato un video, pubblicato dallo stesso 56enne, in seguito all'operazione per l'impianto di una protesi peniena cui si è sottoposto recentemente nella Clinica Nuova Villa Claudia di Roma. Video in cui lo spagnolo mostra il pene dopo l'intervento. Immagini a cui si sono aggiunte anche le successive dichiarazioni rilasciate dallo stesso Bernabé in un'intervista rilasciata sull'argomento alla trasmissione La Zanzara di Radio 24 in cui, oltre ad utilizzare un linguaggio esplicito per spiegare motivazioni e dettagli inerenti l'operazione cui ha deciso di sottoporsi e non mostrare alcun tipo di pentimento per le immagini che aveva deciso di rendere pubbliche, ha anche ammesso di ammirare tantissimo Benito Mussolini. Quasi inevitabile, dopo le enormi polemiche suscitate, la reazione della Lazio che ha affidato ad un comunicato diramato tramite i propri canali ufficiali la sua decisione riguardo al falconiere del club: "La S.S. Lazio S.p.a., allibita nel vedere le immagini fotografiche e in video del sig. Juan Bernabè e nel leggere le dichiarazioni che le hanno accompagnate, comunica di avere interrotto, con effetto immediato, ogni rapporto con costui, attesa la gravità del suo comportamento – si legge infatti nella nota pubblicata dalla società biancoceleste –. La Società si rende conto del dolore, peraltro condiviso, che ai tifosi provocherà la perdita dell'aquila nelle prossime gare casalinghe, ma ritiene che non è possibile essere associati, tutti, per di più con il simbolo storico dell'aquila, ad un soggetto che, con la sua iniziativa, ha reso inammissibile la prosecuzione del rapporto" chiosa dunque il comunicato con cui la Lazio ha di fatto annunciato il licenziamento in tronco del falconiere chiudendo la surreale vicenda. Fonte: https://www.fanpage.it/sport/calcio/la-lazio-licenzia-in-tronco-il-falconiere-bernabe-ha-pubblicato-foto-intime-dopo-un-intervento/

Boss latitante arrestato mentre protesta davanti al Parlamento Europeo

Finisce a Strasburgo, davanti al Parlamento Europeo, la fuga del boss Antonio Delli Paoli, non rientrato al carcere di Carinola dopo un permesso premio per le feste di Natale. Delli Paoli, che stava scontando l'ergastolo, è stato arrestato mentre partecipava a una manifestazione di protesta davanti alla sede del Parlamento Europeo dopo una indagine della Squadra Mobile di Caserta e dello Sco di Napoli, grazie a informazioni delle autorità di polizia francese. A Strasburgo dunque è stato eseguito un mandato di arresto europeo emesso in giornata dalla Procura generale della Corte di Appello di Napoli diretta da Aldo Policastro. Delli Paoli, detenuto dal 12 febbraio 1994 in quanto sottoposto alla pena definitiva dell'ergastolo per omicidio aggravato dal metodo mafioso, al termine del permesso premio concesso dal magistrato di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere - con decorrenza dal giorno 26 dicembre scorso e termine alle 18 del seguente 30 dicembre - non aveva fatto ritorno al carcere di Carinola. Delli Paoli è uno storico esponente del clan Piccolo, noto come "Quaqquaroni", operante nella zona di Marcianise, dove per circa un ventennio, dal 1986 al 2007, si è assistito ad una guerra tra due opposte fazioni criminali per il predominio sul territorio. Si tratta della guerra tra i Belforte, i "Mazzacane" di estrazione cutoliana, ed il gruppo Piccolo, gli "Quaqquaroni" collegati alla Nuova Famiglia, dai nomi delle famiglie leader attorno alle quali si aggregavano i rispettivi accoliti. La rivalità tra i clan facenti capo alle famiglie Piccolo e Belforte nasce dalla contrapposizione tra la "Nuova Camorra Organizzata" di Raffaele Cutolo e la "Nuova Famiglia", riconducibile ai tradizionali clan camorristici ed ha causato decine di omicidi di sponenti di entrambe le fazioni in lotta. Il predominio della Nco inizialmente era stato contrastato proprio da Delli Paoli, detto o "pullastriello". In questo contesto si inserisce anche l'omicidio di Salvatore Ruocchio avvenuto ad Ardea (Roma) il 27 giugno del 1990, fatto per il quale Delli Paoli è stato condannato alla pena dell'ergastolo nel 1993 dalla Corte di Assise di Appello di Roma. Fonte: https://www.casertanews.it/cronaca/boss-latitante-arresto-protesta-parlamento-europeo-delli-paoli.html

8 gen 2017

Le mille vite del «re dei peones» Domenico Scilipoti

Il senatore di Forza Italia e l’incarico alla Nato: storia del politico che ha combattuto scie chimiche e signoraggio bancario (con Sara Tommasi consulente), e che definì l’omosessualità una patologia

Se uno vale uno, quanto vale Scilipoti? Il senatore di Forza Italia Domenico Scilipoti è stato nominato vicepresidente della commissione Scienze, Tecnologia e Sicurezza della Nato. Dovrà pure occuparsi di Ucraina. Proprio lui, Mimmo Scilipoti, il «re dei peones» (come recita una sua biografia), il ginecologo che definì l’omosessualità una patologia, «atti animaleschi» che possono portare all’«estinzione della razza umana».

Scilipoti e la Nato! La notizia ha fatto scalpore. Su Scilipoti esiste un’aneddotica stramba da far invidia ai grandi capolavori del Surrealismo. Un politico che ha combattuto contro scie chimiche e signoraggio bancario, con consulenti del calibro di Alfonso Luigi Marra e Sara Tommasi. Un politico che con il sodale ed ex dipietrista Antonio Razzi voleva rappresentare l’Italia nel mondo.

Un bel giorno, Mimmo si è fatto aggiungere il cognome del padre, Isgrò, quasi per uscire dalla corte dei miracoli dei peones e proporsi come aspirante statista. È fin troppo facile ora cedere allo sghignazzo, usare Scilipoti Isgrò come sinonimo di «traditore» (nel 2010 salvò il governo Berlusconi cambiando casacca), prendersela con uno cui in Parlamento urlavano «Munnizza, munnizza» («Ma io sono una risorsa per il governo», ribatteva l’interessato).

Vero, è facile, ma è anche vero, come ci ricorda il saggio, che le marionette bramano di trasformarsi in impiccati. Visto che le corde sono già lì, bell’e pronte.

Fonte: corriere.it

Cgil, mail interna ai dirigenti:«Minimizzare sui voucher»

Dopo il caso dei pensionati dell’Emilia-Romagna è arrivata a tutti i dirigenti delle categorie una «nota alle strutture» della segreteria nazionale: «Meglio sarebbe stato usare maggiore attenzione. Il fenomeno va circoscritto ai pensionati»

Una «nota alle strutture» della segreteria nazionale Cgil a tutti i dirigenti delle categorie, nazionali e regionali su come affrontare mediaticamente il tema dei voucher. Dopo il caso dei pensionati dell’Emilia-Romagna, Tania Scacchetti e Nino Baseotto, membri della segreteria nazionale, hanno inviato una email informativa. «Meglio sarebbe stato — vi si ammette — usare maggiore attenzione sulla questione, specie una volta avviata la nostra campagna di raccolta firme (per il referendum abrogativo del Jobs act, ndr). Tuttavia, anche nella relazione con la stampa locale, il fenomeno va circoscritto a quello che è, un utilizzo per limitate attività meramente occasionali svolte da soli pensionati». E poi si spiega: «La Cgil non nega l’esigenza di uno strumento che possa rispondere al lavoro occasionale; nega che questo strumento siano i voucher come li conosciamo oggi». L’auspicio finale è che «questi possano essere i contenuti che saranno diffusi ad attivisti e delegati oltre che alla stampa locale interpellati sulla questione».

«Scelta di tutta la segreteria nazionale»

La «nota alle strutture», secondo quanto spiegato da Scacchetti a ilfattoquotidiano.it, «era un invito a tutti i nostri rappresentanti ad utilizzare la testa nella comunicazione pubblica, per evitare eventuali tensioni su una vicenda che, seppure non porterà ad alcun provvedimento interno, deve farci riflettere». E si tratta, comunque, «di una scelta condivisa da tutta la segreteria nazionale». Non è escluso che nei prossimi giorni sulla questione possa intervenire, questa volta rivolgendosi alla stampa e quindi al mondo esterno al sindacato, anche la segretaria Susanna Camusso.

Nel 2016 crescita del 32%

Nel 2016 l’utilizzo dei voucher, i buoni destinati al lavoro accessorio (ecco a cosa servono e chi li usa), è cresciuto del 32,3%, stando ai dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps relativi al periodo gennaio-ottobre confrontati con i primi 10 mesi del 2015. Nei primi dieci mesi del 2015 la crescita dell’utilizzo dei voucher, rispetto al 2014, era stata pari al 67,6%. Lo strumento continua a dividere il mondo del lavoro, tanto che uno dei tre referendum (sulla ui ammissibilità la Corte costituzionale si pronuncerà l’11 gennaio) chiesti dalla Cgil riguarda proprio l’abolizione del sistema dei voucher (gli altri due sono sul ripristino dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e sulle responsabilità in solido di appaltatore e appaltante). Anche sul «peso» dello strumento l’opinione pubblica è divisa: «È del tutto condivisibile — ha scritto Maurizio Sacconi, presidente della Commissione lavoro del Senato, nel blog dell’Associazione amici di Marco Biagi (www.amicimarcobiagi.com) — la rilevazione della Cgia di Mestre sul monte ore di lavoro remunerato con i voucher per cui, rappresentando solo lo 0,3% del totale, non costituisce un mercato del lavoro parallelo. Anzi, i bassi indici rilevati in Sicilia, Calabria e Campania descrivono un sommerso resistente anche a questa opportunità di emersione».

Fonte: corriere.it

L’imbarazzante caso dei pensionati Cgil che usano i «maledetti» voucher

I suoi dirigenti sono nell’occhio del ciclone. «Vogliamo abolirli, ma l’alternativa era il nero», è la difesa, che somiglia a quel che sostiene il governo

Con i suoi 640 mila pensionati iscritti, 6 mila attivisti e 300 leghe sparse sul territorio lo Spi-Cgil dell’Emilia-Romagna rappresenta il cuore del sindacalismo rosso e sicuramente una delle maggiori organizzazioni sociali dell’intera Europa. Da ieri i suoi dirigenti sono nell’occhio del ciclone perché, come ha scritto il Corriere di Bologna, utilizzano per il lavoro occasionale i famigerati voucher. Quelli che la Cgil vuole abolire chiamando al voto tutti gli italiani e sempre quelli che Susanna Camusso ha paragonato ai pizzini mafiosi. Il caso riguarda 50 persone che prestano servizio presso le sedi del sindacato meno di tre giorni a settimana e vengono retribuiti con i ticket del lavoro. Il segretario regionale dello Spi-Cgil, Bruno Pizzica, ieri ha spiegato che non si tratta di «occasionali» ma di pensionati attivisti dell’organizzazione che non si sarebbero potuti pagare in nessun altro modo. «Siamo per l’abolizione dei voucher, non dissentiamo dalla Cgil ma non potevano certo ricorrere a prestazioni in nero. E abbiamo usato l’unico strumento per non farlo». Ma proprio sostenendo che sono un rimedio contro il sommerso Pizzica finisce per avvalorare la posizione del governo Gentiloni che vuole riscrivere le norme per contrastare gli abusi ma intende confermare i voucher in funzione anti-evasione. Nel merito poi dei possibili emendamenti alla legge uno dei consulenti di Palazzo Chigi, Marco Leonardi, ha elencato in questi giorni sulla sua pagina Facebook almeno sette possibili soluzioni.

Campagne d’opinione e lo «sporcarsi le mani»

La vicenda rappresenta sicuramente un micidiale contropiede per la Cgil a pochi giorni dal verdetto della Consulta sull’ammissibilità dei tre referendum, di cui uno riguarda esplicitamente i ticket del lavoro. Esaurite però le polemiche il tema che emerge sullo sfondo è quello degli orientamenti di fondo del sindacato italiano. Da una parte c’è la tendenza a vivere di grandi campagne d’opinione, spalmate sul territorio e assistite da una continuità organizzativa esemplare; dall’altra la necessità in una fase contraddittoria come l’attuale di «sporcarsi le mani», di spendere la forza degli iscritti per negoziare soluzioni magari imperfette ma che in qualche maniera cercano di governare i profondi cambiamenti dell’economia e del lavoro. La scelta della Cgil finora è stata legata al primo modello e non è un caso che dalle campagne si sia passati alla raccolta delle firme per i referendum, in virtù di una sorta di radicata sfiducia sulle possibilità di ottenere risultati per altra via. Ma il rischio che il sindacalismo italiano corre adottando questa strategia è di confondersi con il grillismo, di trasformare la (legittima) protesta e il disagio sociale in rancore. Salvo poi incappare in clamorose contraddizioni quando, come nel caso dello Spi-Cgil, il sindacato è esso stesso datore di lavoro e si deve comportare con pragmatismo.

Contrattare il contrattabile

Non tutto il sindacato è però incamminato su questa strada. La Cisl, pur tra mille cautele, ha scelto la via di continuare a contrattare il contrattabile e ha avuto ragione a scommettere sul tramonto della rottamazione sindacale. Proprio ieri Tommaso Nannicini, indicato come l’estensore del prossimo programma del Pd, in un’intervista concessa alla Stampa ha indicato come obiettivo quello di re-intermediare investendo «nell’associazionismo, nei circoli, sulla rete e nel confronto con i corpi intermedi». Un secco dietrofront rispetto al primo renzismo. Accanto alla Cisl anche un altro spezzone del sindacalismo italiano, nientemeno che le tre sigle dei metalmeccanici Fiom-Fim-Uilm, ha di recente scelto di «sporcarsi le mani» firmando con la Federmeccanica un contratto che per affrontare insieme le sfide di Industria 4.0 e della valorizzazione del capitale umano individua nuove soluzioni e sceglie di affrontarle assieme. Un antidoto se non al populismo quantomeno al rancore.


Fonte: corriere.it

18 dic 2016

Fedeli: «Il diploma di laurea? Una leggerezza, ma troppa aggressività»

La ministra all’Istruzione e il curriculum corretto: «Se volevo truffare non avrei mai messo diploma di laurea ma solo laurea». Dal premier Gentiloni «piena fiducia»

Al termine di un’altra giornata segnata dagli attacchi delle opposizioni e dall’ironia sui social network, Valeria Fedeli, neoministro all’Istruzione, si rifugia nel suo nuovo ufficio. E si sfoga. «Perché posso aver commesso una leggerezza, ma finire sotto accusa in questo modo davvero non me lo sarei mai aspettato». È affranta, ma a mollare non ha mai pensato. «Scherziamo? Io sono una persona seria. Se volevo mentire o truffare non avrei mai messo nel mio curriculum diploma di laurea, ma avrei scritto laurea e basta».
LA MODIFICA ONLINE
Il caso è fin troppo noto. Denunciato con un messaggio inviato due giorni fa al sito Dagospia dall’ex deputato Pd Mario Adinolfi, diventato adesso uno dei leader del popolo del Family day. «La ministra — aveva evidenziato Adinolfi spalleggiato da Massimo Gandolfini, che del Family day è inventore e promotore — sostiene di avere un diploma di laurea in assistente sociale, ma mente. Quello è soltanto un diploma. Quindi deve dimettersi». Ieri la scheda ufficiale sul sito personale della ministra è stata modificata in modo, hanno spiegato i suoi collaboratori, «da evitare ogni ambiguità».
LA FIDUCIA DEL PREMIER
Il confronto avuto con il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni l’ha rassicurata, perché le è stata espressa «piena fiducia». I messaggi di solidarietà sono stati moltissimi. Ma certo gli attacchi bruciano «soprattutto per una come me che ha sempre fatto la sindacalista e non ha mai sfruttato nulla. Lo voglio ripetere in maniera chiara: questo titolo non l’ho mai usato, non mi è mai servito. Nel 1987 c’è stata la possibilità di farlo equiparare, ma io già facevo la sindacalista, avevo preso una strada completamente diversa».
LE POLEMICHE
Fedeli ha un temperamento forte, un carattere deciso. La sua chioma rosso fuoco è diventata famosa dentro e fuori il Parlamento. Convinta sostenitrice del Sì al referendum sulle riforme era intervenuta qualche giorno prima della consultazione a L’Aria che tira, programma di La7 condotto da Myrta Merlino, per assicurare che avrebbe lasciato la poltrona. E anche per questo adesso è finita al centro delle polemiche che infuriano contro tutti coloro — Renzi e Boschi in testa — che avevano preso l’impegno pubblico di «abbandonare la politica in caso di sconfitta». Fedeli è consapevole che la bufera non passerà in tempi rapidi, ma non si scoraggia. «Io vivevo a Milano e facevo la maestra d’asilo. Poi ho frequentato la Unsas, scuola laica per diventare assistente sociale, ma è un mestiere che non ho mai fatto. Sono andata a lavorare al Comune di Milano entrando al 7° livello e andando via allo stesso livello. Io sono sempre stata sindacalista. E non ho mai avuto alcun beneficio da quel pezzo di carta. Capisco e comprendo tutto, ma sono veramente sconcertata da tanta aggressività».
LA DIFESA
Due giorni fa, appena la vicenda era diventata pubblica aveva espresso la convinzione che fosse «un caso montato ad arte». Perché, aveva argomentato «guarda caso sono stati quelli del Family day a tirare fuori questa storia. Loro mi detestano per essermi schierata contro, per aver difeso la teoria del gender ed evidentemente non possono accettare che mi occupi di scuola. Eppure per me parla la mia storia politica, io sono sempre stata seria e coerente nell’affrontare i problemi. E lo farò anche adesso, senza farmi intimidire». Una posizione ribadita ieri: «Spero di potermi occupare della scuola, dei problemi veri. Di questo voglio parlare, degli studenti, degli insegnanti, di quello che si deve fare per far funzionare la pubblica istruzione». In attesa che la bufera passi davvero.

Fonte: corriere.it

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