31 lug 2009

Regali ai primari per le protesi. Nelle carte il sistema Tarantini

Dall'imprenditore auto, donne e aiuti politici

È il solito Tarantini, quello che emerge dalle carte dell'ultimo filone di inchiesta sulla sanità barese. Imprenditore ricco e ormai famoso che con regali e favori riesce a convincere i medici a comprare le sue protesi, a utilizzare esclusivamente i prodotti della sua azienda. È accusato di averlo fatto nel 2002, quando aveva meno di trent'anni, ma era già alla guida della Tecnohospital. E di aver continuato a farlo anche negli ultimi mesi, offrendo auto di grossa cilindrata al primario di neurochirurgia del policlinico del capoluogo pugliese.

E forse altri benefici che adesso il pubblico ministero Giuseppe Scelsi dovrà individuare. Appare come un pozzo senza fondo l'indagine che coinvolge Gianpaolo Tarantini. Perché con la perquisizione ordinata ieri si torna al punto di partenza: gli appalti e le commesse per ospedali e Asl. In mezzo ci sono centinaia di intercettazioni partite agli inizi del 2008 che hanno rivelato come l'imprenditore si fosse trasformato in procacciatore di donne per Silvio Berlusconi. Prostitute e ragazze immagine che ingaggiava per farle partecipare alle feste nelle residenze del premier: Palazzo Grazioli, Villa Certosa. A volte sarebbe andato ad Arcore. E poi a Cortina, oppure nel centro benessere di Mességué in Umbria. La tariffa concordata era di 2.000 euro.

Tarantini si occupava del pagamento, ma se l'interessata rifiutava di rimanere per la notte il compenso veniva dimezzato. Lo ha raccontato Patrizia D'Addario, convocata come testimone dal magistrato quando il suo ruolo è emerso proprio dalle conversazioni che la Guardia di Finanza aveva captato perché aveva trascorso una notte a palazzo Grazioli con Berlusconi. Lo hanno confermato le altre, rivelando che con alcune il presidente del Consiglio sarebbe stato più generoso e avrebbe regalato buste con 10.000 euro. L'indagine è ormai nella fase conclusiva, intanto altri dettagli emergono sul ruolo di «Gianpy». Perché ci sono le generose dosi di cocaina che avrebbe ceduto agli ospiti durante le feste organizzate nella sfarzosa villa che nell'estate del 2008 aveva affittato a Porto Cervo. E ci sono i «regali» ai medici, che secondo l'accusa rappresentano la merce della corruzione. Tra il 2002 e il 2004 Tarantini avrebbe fornito soldi contanti, donne, auto, appoggi dei suoi amici politici per le promozioni e addirittura buoni benzina ai primari di ortopedia che facevano acquistare le sue protesi agli ospedali dove lavoravano. Qualche giorno fa un nuovo testimone ha rivelato agli investigatori che il metodo seguito dall'imprenditore è ancora attivo. «Andate a vedere con che macchina gira il professor Ciappetta», ha dichiarato. Pasqualino Ciappetta a Bari è un nome noto: primario di neurochirurgia al policlinico, è anche professore universitario. Non c'era ieri mattina quando i finanzieri hanno perquisito il suo reparto e portato via i documenti sulle protesi vertebrali comprate su sua disposizione. È in ferie, ma dovrà tornare per essere interrogato e spiegare come mai, dopo aver scelto il materiale prodotto dalla Tecnohospital, abbia ottenuto almeno un'auto di grossa cilindrata da Tarantini. L'accusa è pesantissima: Ciappetta avrebbe falsato le cartelle cliniche e obbligato anche i suoi collaboratori a farlo per ottenere la fornitura di protesi che costano tra i 18.000 e i 30.000 euro. Le verifiche patrimoniali sono state avviate per scoprire se in cambio abbia ottenuto altro.

Fonte: corriere.it

Multata per un volantino (tra i tappetini degli abusivi)

Diciassette anni, dava depliant di un ristorante. Era in strada perchè il marciapiede era occupato dai venditori abusivi. Loro se la sono data a gambe, gli agenti hanno multato la ragazza. Torselli: «E' assurdo»

FIRENZE - Multata per una manciata di centime­tri. Multata perché distribuiva volantini pubblicitari non sul marciapiede, come prescrive il regolamento di polizia urba­na che proprio in questi giorni festeggia il suo primo compleanno, ma sulla stra­da. Multata dai vigili e portata al coman­do mentre intorno a lei si scatenava il fug­gi- fuggi dei venditori abusivi. A portare alla luce la storia, accaduta una settimana fa a un passo da Ponte Vecchio, è France­sco Torselli, consigliere comunale del Pdl, che ha annunciato un’interrogazione al sindaco Matteo Renzi su quanto acca­duto.

SU LUNGARNO ARCHIBUSIERI
Lungarno Archibusieri, dieci del matti­no, assediata come sempre dai venditori abusivi e dai loro tappetini di merce con­traffatta. Nicoletta, 17 anni, distribuisce volantini per pubblicizzare un ristorante in mezzo alle frotte di turisti che si muo­vono tra gli Uffizi e Palazzo Vecchio. Arriva una pattuglia dei vigili urbani. I venditori iniziano a scappare, scena già vista milioni di volte. Lei, Nicoletta, che pensa di essere l’unica in regola in mezzo a tutta quella ressa, resta ferma aspettan­do che passi la bufera. I vigili sembrano non accorgersi di quello che sta accaden­do intorno a loro, i senegalesi sono già lontani quando si avvicinano alla ragazzi­na che ha i volantini pubblicitari in ma­no. Le chiedono un documento di identi­tà, è minorenne, per questo la portano al comando e chiamano il padre che dovrà andare a riprenderla. Padre e figlia tornano a casa con una multa di 160 euro, in base al comma 1 del­l’articolo 37 del regolamento di polizia ur­bana che consente il volantinaggio pur­ché non si sporchi e non si crei intralcio al traffico, anche quello dei pedoni. Lei ef­fettivamente era in strada, non sul mar­ciapiede. «Faremo ricorso contro questa multa — dice Raffaele, uno dei proprietari del ristorante finito sotto accusa — E non per i soldi, solo per una questione di prin­cipio. Farei ricorso anche per soli dieci eu­ro».

SCENE QUOTIDIANE
Quando si fanno i conti tutti i giorni con la stessa scena — vigili che arrivano, senegalesi che scappano, turisti che ven­gono travolti, vigili che si allontanano, se­negalesi che ritornano, turisti che contrat­tano — parlare di intralcio di fronte a una ragazzina che ha oltrepassato la linea di confine di un marciapiede per pubbli­cizzare un ristorante francamente sem­bra troppo. «È ridicolo, sul verbale è stato scritto che sporcava la strada e creava intralcio ai passanti. E tutti quei venditori abusivi al­lora cosa fanno? La verità — dice — è che siamo tartassati dai vigili mentre chi vive nell’illegalità continua a farlo. Pochi gior­ni fa ci hanno fatto una multa perché c’era una pianta fuori posto, al garage qui vicino hanno fatto una multa una volta perché c’erano i vetri sporchi, la successi­va perché stavano lavando i vetri. Sembra di assistere alle comiche». «Mi pare assurdo che ci si accanisca con una ragazza che stava qualche metro sotto il marciapiede peraltro occupato dai tappetini — ribatte Torselli —. Siamo i primi a portare avanti le battaglie per il ri­spetto della legalità. I regolamenti sono fatti per essere applicati e quando si sba­glia bisogna pagare, ma non si può pre­scindere dal buon senso. Altrimenti diven­ta follia». Torselli presenterà l’interrogazione per sapere se l’episodio sia stato un atto isola­to o se la polizia municipale ha davvero intenzione di multare, d’ora in poi, chiun­que faccia volantinaggio in centro, anche se questo avviene laddove palesemente si verificano infrazioni decisamente più gra­vi».

Fonte: corriere.it

Al banchetto di nozze della nipote del boss (pentito) anche il sindaco di Pompei (Pd)

È parente del boss carmine alfieri. il primo cittadino: io, arrivato da pochi minuti

I carabinieri hanno identificato 32 pregiudicati e diversi affiliati ai clan camorristici Tamarisco e Gallo-Cavalieri

NAPOLI - Tra gli invitati al banchetto di nozze di una nipote dell’ex boss della camorra Carmine Alfieri (pentito da diversi anni) oltre a numerosi affiliati a clan e a diversi pregiudicati c’era anche il sindaco di Pompei (Napoli) Claudio D’Alessio, del Pd. La scoperta è stata fatta dai carabinieri della compagnia di Torre Annunziata che ieri sera, in collaborazione con i militari del comando provinciale di Avellino, hanno interrotto il banchetto di nozze in corso in un locale di Lauro, in provincia di Avellino. I carabinieri hanno identificato tutti i circa 200 invitati tra i quali 32 pregiudicati e diversi affiliati ai clan camorristici Tamarisco e Gallo-Cavalieri di Torre Annunziata. Un 43enne affiliato al gruppo Tamarisco è stato denunciato in stato di libertà per violazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di Torre Annunziata. Tra gli invitati vi era anche il sindaco di Pompei, eletto al suo secondo mandato nel giugno scorso.

IL COMMENTO DEL SINDACO - D'Alessio si dice molto amareggiato della vicenda. «La sposa è una ragazza - spiega - che conosco da bambina e abita nel palazzo in cui faccio studio (il sindaco è un avvocato, ndr). Sono andato per riprendere mia moglie e pochi minuti dopo il mio arrivo sono arrivati i carabinieri».

Fonte: corrieredelmezzogiorno.it

Anni di piombo, quei terroristi pentiti con la pappa nel cuore

In omaggio al vecchio vizio retorico italiano, chi si è macchiato di omicidio usa parole sentimentali rosa vicino al rosso del sangue versato

Il prossimo settembre sarà presentato a Toronto il film «Prima linea» di Renato De Maria, tratto dal libro autobiografico di Sergio Segio, l’ex terrorista colpevole dell’assassinio dei magistrati Emilio Alessandrini e Guido Galli, della guardia giurata Francesco Rucci e di William Vaccher. Del film si potrà parlare solo dopo averlo visto. Con Segio sono stato brevemente in contatto perché, quando era in carcere, mi aveva scritto alcune lettere, che ho letto e cui ho risposto. Con quel rispetto che si deve ad ognuno, anche macchiato di efferati delitti—perché nessun crimine cancella la dignità umana di chi l’ha commesso— e col rispetto che, in quel caso specifico, meritavano quelle lettere per il loro tono. Non mi è mai passato per la mente di considerarmi migliore di chi ha commesso degli assassini. La vita non mi ha mai posto in una situazione in cui potessi essere spinto all’omicidio e dunque non so e non posso sapere come mi sarei comportato. So però che l’assassinio è un delitto — atroce e quasi sempre idiota— di cui il responsabile deve pagare le conseguenze, sempre tutelato nei suoi diritti umani e civili.

Di ognuno si può narrare la storia, perché ogni vita è degna di attenzione e va compresa anche nelle sue aberrazioni. Ben vengano dunque i libri e i film che ci aiutino a capire l’anima di un terrorista rosso, del killer dell’avvocato Ambrosoli assassinato per ordine di Sindona, dell’ignoto o degli ignoti che hanno provocato la strage di Bologna, di un torturatore dei Lager, dei responsabili delle migliaia di morti a Bhopal per le tonnellate di isocianato di metile nella fabbrica dell’Union Carbide in cui erano stati disattivati gli impianti di sicurezza, delittuose catastrofi che in varie forme vanno ripetendosi, e così via. Tutto aiuta a capire il passato, come è stato detto a proposito del film di De Maria, e ben venga tutto ciò che aiuta a capire. C’è tuttavia modo e modo di capire e mi auguro che il film non indulga a quella falsa e zuccherosa comprensione che implica una sostanziale, anche se compunta e melliflua, approvazione. Bisogna capire tutti; anche le Ss, comprendere come e perché— individualmente, politicamente — hanno agito e potuto agire in quel modo. Detto questo, resta ben preciso il giudizio sulle Ss.

Spesso, nei doverosi tentativi di comprendere i terroristi delle Brigate Rosse e di contigue conventicole, si insinua invece una stupida e complice fascinazione, che li vede quasi come protagonisti; quasi maestri sia pur deviati che avrebbero qualcosa da insegnare, magari più delle loro vittime, oltraggiosamente e vilmente dimenticate, con un vero insulto alla loro memoria e al dolore di chi le amava e le ama. In ogni stortura umana c’è un nocciolo di irriducibile umanità. Ma quell’umanità sussiste non grazie a quelle storture, bensì nonostante esse. Il mafioso che uccide Falcone o Borsellino e Sergio Segio che uccide Emilio Alessandrini non si riducono solo alla loro ebete mano che ha premuto il grilletto; possiamo e dobbiamo ascoltarli, ma perché sono esseri umani e dunque nonostante quella feroce violenza che, di per sè, va solo buttata nel cestino. Sembra invece che spesso gli ex terroristi vengano ascoltati con untuosa retorica come se, per il fatto di aver ammazzato qualcuno, la sapessero più lunga degli altri. Sotto il piombo delle Brigate Rosse, («Quei miserabili che disonorano un colore per noi sacro», disse Pertini) sono cadute alcune figure dell’Italia migliore, quella più libera e aperta e democratica, che avrebbe potuto e dovuto essere diversa da quella di oggi: il professor Vittorio Bachelet, l’operaio comunista Guido Rossa, i magistrati Emilio Alessandrini e Guido Galli, il giornalista Carlo Casalegno, per nominarne solo alcuni. Se chi li ha uccisi voleva un’Italia peggiore, era un delinquente intelligente; se chi li ha uccisi pensava di costruire un’Italia migliore, era un delinquente stupido.

Chi ha pagato il proprio debito con la giustizia deve essere reintegrato pienamente e a tutti gli effetti nella vita civile. Se ad esempio è un valente scienziato di finanza o di entomologia è giusto intervistarlo per conoscere la sua opinione sulla crisi delle banche o su un nuovo tipo di blatta eventualmente scoperto, anche se in passato ha ammazzato qualcuno. Ma è insensato chiedergli—come talora è accaduto —un illuminato e autorevole parere su un argomento di cui non ha particolare competenza solo perché ha ammazzato qualcuno. Anni fa, un ex terrorista che aveva assassinato il giornalista del Corriere Walter Tobagi scontata la pena si sposò e alla cerimonia ecclesiastica del suo matrimonio ebbe sei sacerdoti concelebranti. Io, quando mi sono sposato, ne ho avuto uno. Credo che anche per lui uno sarebbe stato sufficiente; il fatto di aver ucciso non doveva penalizzarlo ma neanche festeggiarlo sei volte più di me. Sarebbe giusto considerarci pari. Dostoevskij ci fa amare Raskolnikov anche se ha ucciso, ma ci fa pure capire che le due donne da lui uccise non valgono certo meno di lui e che lui è anche un povero studente che si lascia esaltare dalla lettura di libri letti male. Parecchi anni orsono un ex terrorista, uscito dal carcere e rientrato giustamente a pieno diritto nella vita civile — dove esercitava con competenza una professione intellettuale— dichiarò che, avendo nel frattempo avuto una bambina, aveva capito «che non si può uccidere un papà».

Uno zio, evidentemente, invece sì. Questo mi tranquillizza, perché, appartenendo anch’io alla categoria dei papà, mi sento più al sicuro, ma non è un indizio di grande profondità intellettuale o politica, come non lo è la solidarietà pubblicamente espressa da Toni Negri a Berlusconi il 3 maggio 2003 in quanto entrambi perseguitati dalla magistratura. La penna fulminea e inesorabile di Francesco Merlo ha fatto più volte giustizia della farsesca supponenza di tanti ex terroristi e della loro pretesa di essere considerati una controparte politica. La retorica sugli ex terroristi diventa facilmente cattiva letteratura. Nel suo splendido libro «La città degli untori», Corrado Stajano — autore fra l’altro di un memorabile libro su Ambrosoli e inflessibile difensore di quell’Italia migliore che è stata insanguinata dal terrorismo e infangata dalla solidale melma della corruzione — paragona la prosa di Sergio Segio a quella della sua vittima, il magistrato Guido Galli. Segio, rivolgendosi ai figli dei terroristi, dice che i loro genitori «sono stati persone leali. Che hanno lottato, con errori spesso gravi, ma anche con generosità e coraggio, per un mondo migliore e più giusto». Pappa del cuore, vecchio vizio retorico italiano, posta sentimentale rosa vicina al rosso del sangue versato. Dice invece l’ultimo biglietto di Guido Galli, lasciato al figlio uscendo di casa incontro alla morte: «Alex, se fai le spese comprami un po’ di caffè. Ciao, papà». Lo stile, è stato detto, è l’uomo.

Fonte: corriere.it

30 lug 2009

Senza soldi, ma con 100 auto

Risulta intestatario di ben 118 veicoli fra ciclomotori, moto ed automobili di tutti i tipi ma è nullatenente e seguito dai servizi sociali. E soprattutto senza patente perché non ha mai fatto l’esame.Scoperto il trucco e denunciato.

IL MISTERO
Eppure numerosi suoi veicoli sono risultati coinvolti in incidente, sempre condotti da cittadini extracomunitari. Una particolarità che ha destato la curiosità della Polizia Municipale che, dopo una serie di indagini e accertamenti coordinati dal sostituto Procuratore della Repubblica Luca Turco, hanno portato alla denuncia di V.A, 51 anni, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

TROPPI INCIDENTI, TROPPE FUGHE
Tutto è iniziato dopo una serie di incidenti stradali rilevati dai vigili: dal 2004 ben 13 incidenti con veicoli intestati a V.A. di cui quattro privi di copertura assicurativa. Inoltre in cinque occasioni il conducente si era dato alla fuga senza prestare soccorso alle persone ferite. I veicoli risultavano essere sempre condotti da cittadini extracomunitari ma erano, appunto, di proprietà di V.A. che si dichiarava sempre estraneo ai fatti.

LA SCOPERTA
La Polizia Municipale attraverso indagini accurate, perquisizioni domiciliari in diverse località, accertamenti presso agenzie di pratiche automobilistiche è riuscita a ricostruire i fatti. V.A. si faceva pagare da cittadini extracomunitari privi di permesso di soggiorno, per farsi intestare i veicoli che poi venivano da loro usati. Nella casa dell’uomo stati rinvenute numerose foto di cittadini extracomunitari: erano inoltre presenti anche tre cittadine di nazionalità honduregna risultate prive di permesso di soggiorno.

VIVEVA NELLE CASE POPOLARI
V.A., oltre ad essere seguito dagli assistenti sociali, è assegnatario di un alloggio Erp ed ha un debito nei confronti dell’Amministrazione comunale di oltre 21.000 euro per sanzioni al codice della strada non pagate. Dieci dei veicoli rintracciati dai vigili sono stati sequestrati: per sei si tratta di un sequestro amministrativo per mancanza della copertura assicurativa e per questi il Prefetto, su richiesta della Polizia Municipale, ha già provveduto a disporre la confisca. Per gli altri quattro è scattato il sequestro penale preventivo disposto dal Gip. V.A. è stato rinviato a giudizio per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Per quanto riguarda l’alloggio, infine, i vigili hanno già iniziato la procedure per la revoca dell'assegnazione.

Fonte: ilreporter.it

28 lug 2009

Mafia, condannato a 10 anni e 8 mesi l'ex deputato regionale Mercadante

La decisione dei giudici di palermo dopo più di 17 ore di camera di consiglio

L'ex parlamentare sotto processo con altre 8 persone accusate di mafia, estorsione e favoreggiamento

PALERMO - Per il gip che, nel 2006, ne ordinò l'arresto, sarebbe stato tanto vicino al capomafia Bernardo Provenzano da far parte di «una Cosa sua», più che di Cosa Nostra.
Un'espressione che spiega bene lo stretto legame che univa il padrino di Corleone a Giovanni Mercadante, il medico eletto all'Assemblea Regionale Siciliana nelle fila di Forza Italia, condannato per mafia a 10 anni e 8 mesi.
La sentenza è stata pronunciata dai giudici della II sezione del tribunale di Palermo poco prima delle 2 di notte, dopo oltre 17 ore di camera di consiglio. Radiologo, 61 anni, parente dello storico boss di Prizzi Tommaso Cannella, Mercadante sarebbe stato medico di fiducia delle cosche e punto di riferimento dei boss nel mondo della politica. Indagato già in passato, la sua posizione venne archiviata per due volte. Poi, nel 2006, la svolta nell'inchiesta e l'arresto.
A carico dell'ex deputato, alle accuse dei pentiti, si sono aggiunte le intercettazioni ambientali realizzate nel box del capomafia Nino Rotolo, luogo scelto dai clan per i loro summit. Nei colloqui, registrati per oltre un anno, il nome di Mercadante è emerso tante volte, collegato sempre ad affari illeciti. Per i pm Nino Di Matteo e Gaetano Paci, l'ex parlamentare azzurro sarebbe stato «pienamente inserito nel sodalizio criminoso».
Il medico radiologo era sotto processo a Palermo insieme ad altre otto persone accusate, a vario titolo, di mafia, estorsione e favoreggiamento aggravato. Tra gli imputati proprio i boss Bernardo Provenzano e Lorenzo Di Maggio, il medico Antonino Cinà e quattro commercianti. Sedici anni la pena inflitta a Cinà, già condannato per associazione mafiosa, ritenuto uomo di fiducia del boss Totò Riina. Il capomafia Bernardo Provenzano, imputato di tentata estorsione, ha avuto, sei anni. A nove anni e quattro mesi è stato condannato il boss Lorenzo Di Maggio. Assolto invece Marcello Parisi, ex consigliere di circoscrizione di Fi. Infine sono stati assolti i commercianti Maurizio Buscemi, Calogero Immordino e Vito Lo Scrudato, che negando di avere ricevuto richieste estorsive, secondo la Procura, avrebbero favorito Cosa nostra; condannato invece a sei mesi un quarto commerciante, Paolo Buscemi. Il processo scaturisce dall'indagine denominata Gotha, che portò all'arresto di decine di colonnelli e gregari del boss Bernardo Provenzano.

«PROVATI RAPPORTI ALTO LIVELLO CON POLITICA»
«Questa sentenza è il primo riconoscimento, che arriva dai giudici, dell'esistenza di un rapporto tra mafia e politica a un livello molto alto». È il commento del pm Nino Di Matteo, che con il collega Gaetano Paci ha sostenuto l'accusa nel processo «Gotha» a Palermo. La condanna di Giovanni Mercadante a 10 anni e 8 mesi rappresenta, secondo la Dda, la conferma alle molteplici accuse rivolte a un appartenente al mondo politico, con compiti e ruoli di livello e considerato molto vicino alle cosche. Nessun commento invece da parte degli avvocati Leo Mercurio (presente in aula stanotte) e Grazia Volo, legali dell'ex parlamentare regionale di Forza Italia. Mercadante, che si trova agli arresti domiciliari per motivi di salute, si era più volte difeso sostenendo di essere stato 'vittimà della propria parentela col boss di Prizzi Tommaso Cannella.

Fonte: corriere.it

24 lug 2009

Fabbricavano e vendevano falsi pass per la sosta, denunciati 16 vigili

I tagliandi taroccati venduti a prezzi dagli 80 ai 150 euro

I «ghisa», fra cui quattro ufficiali, sono stati scoperti dai loro colleghi. Venti persone già usavano i permessi

MILANO - Un pass per poter parcheggiare liberamente, a Milano, dove si vuole, anche sulle strisce gialle o blu: e chi non lo vorrebbe? Com'è ovvio, però, questi particolari tagliandi di «sosta libera» vengono rilasciati soltanto in particolari occasioni e ad alcune categorie ben precise, per esempio gli infermieri e le autorità di pubblica sicurezza. Ma c'è chi aveva pensato di lucrare su questi preziosi pass, confezionandone di falsi e vendendoli a un prezzo che andava dagli 80 ai 150 euro. A gestire il giro illecito erano proprio alcuni insospettabili agenti della polizia locale di Milano: sedici «ghisa» sono stati denunciati con l'accusa di corruzione e falso in atto pubblico. A scoprirli sono stati i loro colleghi del Comando della polizia municipale della Zona 2: il comandante Paolo Pizzero e la sua collaboratrice Marina Melandri si sono insospettiti per la presenza di troppi di quei pass «speciali» su auto parcheggiate sulle strisce gialle nella loro zona, e non hanno esitato a far scattare un'indagine interna.

36 LE DENUNCE - L'indagine interna al Corpo dei Vigili è stata condotta in 36 ore, tra giovedì e venerdì, dal vice comandante della Polizia Municipale di Milano Tullio Mastrangelo. Le verifiche e gli interrogatori, che si sono protratti per tutta la notte, hanno permesso di individuare 4 ufficiali e 12 agenti della polizia municipale responsabili dell'illecito e 20 cittadini, in gran parte commercianti, che avevano acquistato i pass falsi. Tutti e 36 sono stati denunciati alla Procura di Milano. Nella casa di un agente sono stati trovati 98 pass in bianco e una plastificatrice. In totale, sono 128 i falsi permessi di sosta sequestrati, di cui 30 già utilizzati da venti cittadini (alcuni di loro ne possedevano più di uno), quasi tutti commercianti, che sono stati denunciati con l'accusa di corruzione. Del caso si sta occupando il pm Sangermano, che dovrà accertare se sia trattato di un fenomeno isolato o se coinvolga altri cittadini e vigili.

Fonte: milano.corriere.it

23 lug 2009

«Conosco chi conta». E Di Canio blocca il traghetto

L’ex calciatore fermato da una pattuglia, litiga con i finanzieri e imbarca l’auto. Denunciato

PORTO SANTO STEFANO (Grosseto) — Al molo d’imbar­co è arrivato alle 11.45, spaval­do come sempre, a bordo della sua Mercedes 320 Cdi bianca, inseguito da qualche turista ro­mano (fede laziale) che lo ha salutato e gli ha chiesto pure qualche autografo. Il solito rito estivo prima delle vacanze al­l’Isola del Giglio, per Paolo Di Canio, l’ex giocatore della La­zio, famoso non solo per la grinta in campo, ma soprattut­to per le simpatie di estrema destra, i saluti romani e qual­che clamorosa scazzottata. Sta­volta però l’inizio delle vacan­ze ha avuto un prologo atipico e l’ex calciatore ha dovuto fare i conti con una pattuglia della guardia di finanza di Porto San­to Stefano che lo ha denuncia­to per resistenza e minacce a pubblico ufficiale.

Le fiamme gialle hanno fer­mato l’auto di Di Canio per un controllo sugli «indici di capa­cità contributiva», un accerta­mento diventato quasi la nor­ma all’Argentario dove quoti­dianamente arrivano vip e ma­gnati con yacht e macchine di lusso. I finanzieri hanno chie­sto a Di Canio documenti per­sonali, libretto di circolazione e di firmare un verbale di accer­tamento. La risposta dell’ex la­ziale, secondo il rapporto della Finanza, sarebbe stata violen­ta. Di Canio ha iniziato a offen­dere gli agenti, minacciandoli di farli trasferire e di chiamare a Roma persone «che conta­no » e pare li abbia apostrofati con una raffica di parolacce.

Infine, dopo aver urlato ai fi­nanzieri di «andare a cercare i brigatisti invece di rompere le scatole agli onesti cittadini», Di Canio ha messo in moto la Mercedes ed è salito sul tra­ghetto. Inseguito dai finanzie­ri, che hanno bloccato l’imbar­cazione carica di passeggeri. «Dovete portarmi via in manet­te, altrimenti io non scendo», avrebbe urlato l’ex calciatore agli agenti. Poi, grazie anche al­l’intervento di alcuni passegge­ri infastiditi dal ritardo del tra­ghetto, si sarebbe convinto ad abbandonare la nave e seguire gli agenti in caserma.

La giornata per l’ex bomber è finita nel modo peggiore: ha perso il traghetto, ha dovuto passare più di un’ora in caser­ma e si è preso pure una de­nuncia. Al Giglio è arrivato nel pomeriggio con tre ore di ritar­do.

Fonte: corriere.it

21 lug 2009

Al Consiglio Regionale posti per gli amici dei politici. La Campania assume l’esercito dei «comandati»

La denuncia del vicepresidente Ronghi: «infornata» di distaccati da società a partecipazione pubblica

ROMA — Parolina magica: comanda­to. Per un dipendente pubblico essere co­mandato significa il trasferimento dal­l’amministrazione che lo ha assunto a un altro ufficio. Più comodo, più prestigioso, soprattutto meglio retribuito. Insomma, un destino super ambito. Anche perché dovrebbe essere riservato a pochi fortuna­ti destinatari di incarichi che non si po­trebbero ricoprire in altro modo. Tranne che al Consiglio regionale della Campania, dove i comandati da altre am­ministrazioni sono la bellezza di 223: per un costo di almeno una dozzina di milioni l’anno.

Sono arrivati da tutte le parti. Dalle Asl. Dall’Inps. Dai mini­steri dell’Istruzione, delle Infrastrutture, dell’Economia, dei Beni Culturali, della Di­fesa, della Giustizia. Dai Comuni: perfino da quello di Siena. Dalle Province. Dalle Università. Ma c’è chi è stato comandato al Consiglio regionale della Campania an­che dalle Poste e dall’Atm: proprio così, anche l’azienda di trasporti controllata dal Comune di Milano. Siccome i distaccati dalle altre ammini­strazioni pubbliche non bastavano, allora con una leggina regionale del 2002 si è estesa la possibilità di far distaccare nel brutto palazzone del centro direzionale di Napoli dove ha sede il Consiglio, pure i di­pendenti delle imprese pubbliche. Ma nemmeno controllate completamente dal­lo Stato o dagli enti locali, visto che per farsi recapitare nel dorato mondo della politica campana era sufficiente risultare dipendente di una società nella quale la partecipazione pubblica non fosse «infe­riore al 49 per cento».

Il giochino era sem­plice: bastava far assumere una persona da una società del Comune o della Regio­ne, dove si può entrare per chiamata diret­ta, e farla poi distaccare presso la segrete­ria di un politico. Dove, guarda caso, si trova la maggior parte dei comandati. Scorrendo il loro elenco si scopre che i di­pendenti di società, amministrazioni ed enti pubblici distaccati presso strutture politiche, come i gruppi dei partiti, sono circa 150. Alla segreteria di Alessandrina Lonar­do, presidente del Consiglio regionale nonché consorte dell’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, ci sono 14 comandati. Quelli del gruppo Pd sono 22: fra loro, secondo la lista, ci sarebbe anche una persona proveniente da Enel distribuzione spa, società che fa parte di un gruppo nel quale la partecipazione pubblica è ben inferiore al 49% previsto dalla legge regionale. Ben otto sono nel gruppo del Nuovo Psi. Una dozzina in quello di Forza Italia. E ben sei sono alle dipendenze del questore al personale Ful­vio Martusciello. Nel tentativo di mettere un freno a que­sto meccanismo infernale, qualche anno fa si decise di bloccare il flusso dei coman­dati dalle aziende pubbliche. Inutile dire che il promotore di questa iniziativa, il vi­cepresidente del consiglio regionale Salva­tore Ronghi, ora esponente del Movimen­to per le autonomie, non si fece molti ami­ci. Ma non aveva previsto l’inevitabile col­po di coda. Un giorno di gennaio del 2008, mentre si votava la legge finanziaria locale, passò senza colpo ferire un emen­damento trasversale che prevede di fatto la stabilizzazione nei ruoli del consiglio re­gionale del personale in posizione di co­mando proveniente da altre amministra­zioni: compresi, ovviamente, i circa 80 di­pendenti delle imprese pubbliche e para­pubbliche. Erano le tre del mattino. La norma in questione è l’articolo 44 della legge regionale numero 1 del 2008 e stabi­lisce che i comandati possono venire col­locati in un’apposita graduatoria e accede­re a «corsi concorsi» a loro riservati per passare a tutti gli effetti alle dipendenze del Consiglio.

Per gestire questa procedu­ra è stata nominata il 2 luglio scorso una commissione di nove (nove!) persone pre­sieduta da un dirigente dell’amministra­zione, Girolamo Sibilio, ma con forti vena­ture politiche. Ovviamente bipartisan. Per dirne una, ne fa parte anche Anna Fer­razzano, vice presidente della giunta pro­vinciale di Salerno, già commissario di Forza Italia nella città campana. Secondo Ronghi ce n’è abbastanza per far scoppiare uno scandalo, mettendo an­che in azione la magistratura: «E’ del tut­to illegale assumere in questo modo i co­mandati provenienti dalle aziende a parte­cipazione pubblica. La legge stabilisce che non si possa venire assunti in una pubbli­ca amministrazione se non tramite con­corso pubblico, e sottolineo pubblico. I corsi concorsi previsti dall’articolo 44 ser­vono soltanto per aggirarlo facendo di­ventare dipendenti del consiglio regiona­le gli amici dei politici assunti fittiziamen­te dalle società miste». Non sarà un caso che da quando è nata la Regione Campania, nel 1970, nel consi­glio regionale non è mai entrato un dipen­dente per concorso pubblico. Il primo con­corso (per 36 posti) è stato bandito nel 2005, ma non è stato ancora fatto. E la pro­spettiva della stabilizzazione di tutti i co­mandati non lascia molte speranze a chi punta su quello per avere un lavoro. An­che perché costoro sono circa metà di tut­ti i dipendenti del consiglio. Che grazie ai comandi e ai distacchi sono diventati ne­gli anni più numerosi di quelli di Buckin­gham Palace, e oltre il doppio, in propor­zione agli eletti, rispetto alla Camera. Per ognuno dei 60 consiglieri regionali cam­pani ci sono circa otto dipendenti, a fron­te dei tre per ogni deputato che si conta­no a Montecitorio.

Fonte: corrieredelmezzogiorno.it

16 lug 2009

A Strasburgo gli stipendi sono uguali per tutti. "Una miseria questi 290 euro" Mastella protesta per la diaria

L'eurodeputato del Pdl: "Questi non sanno quanto si prende a Montecitorio"

STRASBURGO - "Una diaria di 290 euro! 'Sta miseria. Non ci si sta dentro. Questi non sanno cosa si prende al Parlamento italiano". Clemente Mastella esterna il suo disappunto per le nuove "durezze" a cui sono sottoposti i 736 eurodeputati. "Si prende meno che in Italia". Lo urla in ascensore, sventolando furioso le carte che via via gli porgono i suoi assistenti. Studia i chilometraggi. Chiede a Cristiana Muscardini, storica eurodeputata di An, ora nel Pdl assieme all'ex ministro di Prodi, come funzionino le firme-presenze per essere pagati.

Per albergo e vitto la Ue paga ai deputati 295 euro al giorno. Più una correzione legata alla durata del viaggio e alla distanza fra casa e aeroporto (tre euro al chilometro). Fino a questa legislatura gli euro erano 250: l'aumento è legato alla nuova normativa scattata all'Europarlamento. Da quest'anno tutti i deputati guadagnano uguale: 7.666,31 lordi al mese, indicizzati sull'inflazione. Al netto, sono 5.700 euro. Con pensione dopo cinque anni, finito il mandato. Finora invece gli stipendi erano equiparati a quelli dei parlamentari nazionali: gli italiani erano i Paperoni e adesso prendono meno; ma per lituani, bulgari, e molti altri è una pacchia.

Nel conto, poi, ci sono 4.402 euro al mese per spese generali: vere o no, non si deve dimostrare nulla. Solo essere presenti in aula almeno sette volte all'anno. Altri 17.570 euro mensili, invece, sono per l'indennità di segreteria: stipendi e spese degli assistenti scelti dal deputato. Finora anche questa cifra era intascata senza ricevute, magari per collaboratori condivisi fra deputati.

I biglietti aerei per la prima volta non sono rimborsati a forfait: i rimborsi di business class per biglietti low cost o per viaggi di gruppo in auto erano prassi diffusa. Così ora è obbligatoria la ricevuta. Idem per la benzina: 0,49 euro al km. Infine, 4.148 euro sono destinati a viaggi fuori dai rispettivi Stati e 149 euro al giorno, hotel escluso, per missioni extra-Ue. Finisce così l'escamotage di incassare 1.500 euro in nero a settimana per i viaggi aerei che i deputati compiono per le tre settimane mensili di sedute a Bruxelles o Strasburgo. Alcuni, peraltro, si facevano vedere all'Europarlamento anche la quarta settimana, quella destinata al collegio di casa. Altri 1.500 euro.

Fonte: repubblica.it

PD: Napoli, da Fuorigrotta al Vomero, viaggio tra i baroni delle tessere

In un circolo boom del 366%. A Torre Annunziata via il commissario. In città 80mila iscritti, quattro volte quelli di Roma

NAPOLI - Sei milioni di euro. Occorrono non più di sei milioni, a 15 euro a tessera, per fare un'Opa totalitaria sul Pd. Neanche quel che costa rilevare una microazienda in difficoltà, forse meno di quello che Berlusconi spende ogni anno per Villa Certosa. I baroni delle tessere napoletani, cui piace la quantità, si sono così scatenati alla vigilia del congresso non tanto per la scalata al partito, ma per conservare in loco la genia intramontabile dei castosauri partenopei, la "cacicchità" degli amministratori locali evocata da Massimo D'Alema quando citò come esempio non proprio commendevole i capi delle comunità tribali nell'America centro-meridionale ai tempi dell'occupazione spagnola.

Per godere di visibilità congressuale contano le percentuali, per cui a Milano se si vuole contare basta spendere poco e avere ottomila tesserati (120 mila euro), invece degli 80 mila, quattro volte quelli di Roma e cinque quelli della Liguria, che la principesca megalomania partenopea impone, conquistando più di un quinto del totale nazionale delle tessere. Ma, si sa, qui le cose si fanno in grande.

Prendiamo un caso piccolo, ma - come dire? - di scuola. Circolo piddì di Fuorigrotta, via Cariteo 59, stesso stabile del municipio di zona, intonaci dei balconi che cascano, marciapiedi coperti di eiezioni canine, inquinamento a mille nell'ingorgo perenne, in un quartiere di melting pot assoluto, disoccupati, operai, impiegati, professori, professionisti. Al primo piano, sotto un ritratto di Lenin, vigila di pomeriggio il segretario Giorgio, che ha al suo attivo un record: l'incremento del 366 per cento delle tessere, lievitate da poche centinaia a 2.177. Il quartiere, ultima roccaforte di sinistra, partecipa più degli altri. Ma si narra che di quelle tessere sia effettivo titolare il consigliere regionale Tonino Amato, bassoliniano, se nel frattempo la topografia rapidamente mutevole non ne ha cambiato la location. Tanto più che alle primarie del 2007, in piena crisi dei rifiuti, fu qui che si cercò un'oasi favorevolmente fresca per la candidatura di Bassolino all'assemblea fondante del Pd, ma a sorpresa prevalse l'ignota signora Fortuna Caccavale, operatrice sociale, che poi non ci mise molto a farsi cooptare dal pupillo bassoliniano Andrea Cozzolino, assessore regionale e neoparlamentare europeo.

Cambio scena rispetto alla calura olezzante di Fuorigrotta. Salerno l'altro ieri: quaranta forzuti impediscono, tra schiaffi e scontri corpo a corpo, che si tenga il congresso dei Giovani democratici. Il segretario regionale Michele Grimaldi dice che sono "camorristi fascisti", sia pur tesserati Pd. Off the record, come si dice, sarebbero invece i "bravi" del sindaco di Salerno democratico Vincenzo De Luca, storico nemico di Bassolino.

Sarà vero? Ridacchia amaro, al racconto dei dettagli di battaglia metropolitana salernitana, il consigliere comunale di Torre Annunziata Pier Paolo Telese che se la vide con le "presenze inquinanti" e i "loschi figuri" tesserati della sua città: "Contammo persino dei latitanti in quella massiccia affluenza degenerata". Fu azzerato il tesseramento e nominato commissario Aldo Cennamo, che si è appena dimesso perché dice che il partito continua ad essere inquinato da "guerre per bande", come non esita a definirle anche Telese. Storiacce di provincia profonda?

Macché, giura Telese, che propende per la segreteria nazionale del partito a Bersani, ma non cambierebbe una virgola di quel che dice Ignazio Marino: "Torre Annunziata come tutta la Campania è la fotografia del sistema feudale che vige a Napoli e probabilmente a Roma: vassalli, valvassori, valvassini. Geografia identica di un partito amorfo e pieno di lupi voraci".
"Sì - filosofeggia il professor Eugenio Mazzarella, deputato lettiano, nel senso di Enrico Letta - c'è il confuso assemblaggio di destini personali di un ceto politico alla ricerca di una scialuppa di salvataggio". Ma secondo lui è persino meglio così che la realtà di un partito "non scalabile fino al compiersi tardivo del ciclo biologico, come quello di Berlusconi". Ma è difficile leggere come un segno di salute il dato di un partito come il Pd apparentemente contendibile con un'Opa tutto sommato poco costosa sulle tessere. Anche se a Berlusconi la Lega Nord costò meno in termini monetari.

Marco Follini, ex segretario dell'Udc e oggi senatore campano del Pd, ha vissuto nella Dc la sindrome del partito delle correnti e delle tessere e oggi, smaliziato, fa la morale: "Sa qual è la vera sindrome? La somma del tesseramento stile democristiano, più il vecchio apparato comunista, più la propensione meridionale".
Propensione a che, lui non lo dice, ma è abbastanza evidente che si riferisca al "familismo amorale", come lo battezzò il sociologo americano Edward C. Banfield. Soccorre, semmai, per spiegare gli effetti della sindrome, lo statuto del Pd, un documento che sembra scritto da un autore pazzo medievale. O da Stranamore, come sostiene l'ex presidente del Senato Franco Marini. "Un dottor Stranamore non solo pazzo, ma per di più di pessimo umore", aggiunge Follini, che rivendica il ripensamento urgente e totale di un sistema che si è rivelato un mostro, cercando invano di mettere insieme l'happening delle elezioni primarie con le esigenze bulimiche dell'apparato dell'ex Pci.

Persino a Firenze le primarie che incoronarono Matteo Renzi, nuovo sindaco-ragazzo, si narra che furono gonfiate dalle truppe berlusconiane di Denis Verdini. E, per di più, gratis. "Ah, Fanfani!": pure questo va registrato nel "confuso assemblaggio" del Pd della vigilia congressuale. Debora Serracchiani? Il buon giovanotto Giuseppe Civati? Diceva il saggio Fanfani, come sadicamente ricorda Follini: "Hovvia! Chi l'è bischero, l'è bischero anche a vent'anni!".
Resta da stabilire chi sono i principali baroni napoletani delle tessere, i castosauri partenopei i cui nomi da Fuorigrotta al Vomero, dalla Riviera di Chiaia a Castel dell'Ovo, pochi osano pronunciare. Eppure, sono sulla bocca di tutti. Primo Andrea Cozzolino, il pupillo ex socialista di Bassolino, indagato tra l'altro per la costruzione di una centrale a biomasse a Caserta.

E' un miracolo vivente: da assessore regionale è diventato parlamentare europeo con 120 mila preferenze per un partito ridotto in Campania al 23 per cento. Secondo, il boss della sanità Angelo Montemarano, la cui potenza fu testata quando suo figlio Emilio, sfrecciante in Porshe cabriolet per via Caracciolo, risultò primo degli eletti in consiglio comunale con 7.500 preferenze e nominò tra i suoi amici un assessore del comprensivo sindaco Rosetta Russo Iervolino. Come direttore demitiano dell'Asl numero 1 di Napoli il suo papà già tanti anni fa aveva avallato un contratto per la gestione degli immobili con Alfredo Romeo, il re degli appalti pubblici truccati. Non va invece a Strasburgo, pur con 80 mila preferenze, Pasquale Sommese, che di Romeo fu il primo sponsor nella Regione dell'era bassoliniana. Incidenti. Ma Bassolino rivendica orgogliosamente la sua storia di cacicco. Chi portò nel 2006 quelle poche decine di migliaia di voti che consentirono a Prodi di salire a Palazzo Chigi? I baroni a Napoli sono di casa. Lasciategli la terra da coltivare, se no con pochi soldi fanno l'Opa.

Fonte: repubblica.it

«Baia Domizia, niente forze dell'ordine». Si fermano le demolizioni alle «favelas»

Nota della prefettura impone un nuovo stop alle ruspe: «Non possiamo garantire il servizio di sicurezza»

CASERTA — Era in pro­gramma per oggi la ripresa degli abbattimenti nella «fa­vela delle vacanze» di Baia Domizia, dopo la sospensio­ne sancita il 2 luglio. Ma una nota della prefettura pervenuta alla Regione lu­nedì sera ha imposto un nuovo imprevisto stop: «Ci hanno comunicato — spie­ga il dirigente del settore re­gionale Urbanistica, Barto­lomeo Sciannimanica — che non potevano garantir­ci il servizio di tutela delle forze dell’ordine che aveva­mo richiesto quindici gior­ni fa . Ovviamente, in assen­za di adeguata protezione l’impresa non può prose­guire nell’opera di demoli­zione: l’abbiamo fatto pre­sente per iscritto e ora at­tendiamo una risposta a stretto giro. Anche perché, tenere i mezzi allertati com­porta dei costi aggiuntivi. Altrimenti saremo costretti a far slittare tutto a settem­bre» .

LO SCEMPIO - Sono migliaia (forse addi­rittura 5 mila, secondo i cal­coli dei tecnici del luogo) gli edifici abusivi sorti in lo­calità Pantano, a poche cen­tinaia di metri dal centro di Baia Domizia, a partire dai primi anni ’80, in un’area demaniale sottoposta dal 1985 al vincolo della legge Galasso che prevede l’inedi­ficabilita assoluta. Alcune sono baracche di lamiera, ma la maggioranza è costi­tuita da ville dotate di tutti i comfort, persino di pisci­ne. Però la gran parte è sprovvista degli impianti di depurazione e ha «risol­to » il problema allacciando gli scarichi ai canali di sco­lo dei consorzi di bonifica, che serpeggiano per chilo­metri a cielo aperto e fini­scono il loro corso nel ma­re. Nel 1991 il prefetto Cor­rado Catenacci aveva prova­to a porre argine orinando un centinaio di demolizio­ni. Dopo il suo trasferimen­to, però, il fenomeno aveva ripreso a dilagare.

LA DIFFIDA - Il primo luglio, a seguito di una diffi­da della Regione, il Comu­ne di Cellole — che ha giuri­sdizione sul 95% degli edifi­ci abusivi — ha decretato i primi 11 abbattimenti, 5 dei quali eseguiti: una quo­ta poco più che simbolica. In seguito Sciannimanica ha imposto una brusca ac­celerazione al processo di ri­pristino della legalità. E l’ente ha già inoltrato ri­chiesta alla Cassa depositi e prestiti per l’accensione di un mutuo con i fondi dedi­cati alla lotta all’abusivi­smo: nei prossimi mesi le demolizioni dovranno ave­re un ritmo assai più serra­to.

Fonte: corrieredelmezzogiorno.it

La succursale dei Casalesi a Modena. Così il clan gestiva racket e bische, 44 ordinanze

La succursale dei Casalesi a Modena
Raffica di arresti dal Casertano all'Emilia

In manette anche la moglie e la figlia del boss Diana

CASERTA - La provincia di Modena da terra di conquista è diventata una roccaforte del clan dei Casalesi. Lo dimostrano le 44 ordinanze di custodia cautelare emesse dal giudice su richiesta della procura distrettuale antimafia di Napoli. I carabinieri del comando provinciale di Modena, che hanno illustrato i dettagli dell’operazione insieme ai magistrati della Dda di Napoli, il procuratore aggiunto Federico Cafiero De Raho e il pm Raffaello Falcone, hanno arrestato nella prima mattinata dodici affiliati al clan, due dei quali scovati nelle loro case nel bolognese, tutti accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso finalizzata al controllo del gioco d’azzardo e alle estorsioni.

LE INDAGINI - Gli arresti sono il frutto dell’indagine partita dopo la gambizzazione di un imprenditore edile a Castelfranco Emilia (Modena) nel maggio 2007. Fermati i membri del commando che sparò ad Antonio Pagano, i carabinieri misero a segno altri arresti il primo aprile 2008 incastrando anche coloro che diedero supporto logistico per l’agguato. Un duro colpo che segue la cattura del boss Raffaele Diana (detto Rafilotto), capozona di Modena, scovato qualche mese fa dalla squadra mobile di Caserta in un nascondiglio bunker. Gli arrestati, alcuni dei quali si trovano già in carcere, gestivano i rapporti tra Modena e la provincia di Caserta per conto della famiglia Schiavone che aveva investito del ruolo di capozona per Modena prima Giuseppe Caterino, arrestato nel 2005 a Tropea, e poi proprio Rafilotto.

PERSONE NATE E VISSUTE NEL MODENESE - Fra le persone arrestate dai carabinieri su richiesta della Dda di Napoli ci sono anche persone nate e sempre vissute nel modenese, affiliate alla camorra: un indice del grado di penetrazione dell’organizzazione criminale, emersa nel corso della conferenza stampa nella quale gli inquirenti hanno ricostruito l’operazione che ha portato alle 44 ordinanze di custodia cautelare emesse dalla Dda di Napoli. A Modena, in particolare, c’era la bisca clandestina sequestrata, che rimpinguava con migliaia di euro ogni mese le casse dell’organizzazione e serviva per riciclare denaro sporco. A gestire la bisca Giuseppe Arrighi, 60enne nato nell’appennino modenese e residente nel capoluogo emiliano, vecchia conoscenza degli investigatori. Oltre ad Arrighi, in manette sono finiti altri affiliati di origine modenese, e non campana come era avvenuto fino a questo momento. Si tratta di Giovanni Aversano e Franco Berselli nati e residenti a Modena; Luigi Biolchini nato e residente a Pavullo nel Frignano; e Loris Pinelli nato a Vignola e residente a Modena. La Dda di Napoli ha accertato inoltre che Nicola Natale ed Enrico Diana, nipoti del boss Rafilotto, si recavano mensilmente a Modena per contattare gli imprenditori edili da minacciare e riscuotere i soldi della bisca.

ANCHE TRE DONNE IN MANETTE - Tra gli arrestati ci sono anche tre donne: Maria Capone e Angela Diana, rispettivamente moglie e figlia del boss Raffaele Diana, detto «Rafilotto», catturato dopo sei anni di latitanza il 4 maggio scorso a Casal di Principe. La terza è Barbara Crisci, moglie e madre di altri due arrestati nell’operazione di questa mattina, rispettivamente Peppino e Francesco Caterino. Due persone sono riuscite a sfuggire alla cattura, mentre il resto dei provvedimenti della magistratura sono stati notificati in carcere a persone già detenute per altri motivi. I due indagati sfuggiti alla cattura sono Antonio Aquilone, di 25 anni e Costantino Garofalo, di 24, entrambi di Casapesenna. L’accusa nei loro confronti è di associazione per delinquere di tipo camorristico, detenzione e porto abusivo di armi e munizioni e gioco d’azzardo. A San Cipriano d’ Aversa è stato arrestato anche Corrado Carcarino, proprietario dell’appartamento nel quale fu trovato il rifugio bunker di Antonio Iovine, esponente di vertice del clan e latitante da oltre tredici anni, e di Raffaele Diana. Altre due ordinanze di custodia cautelare emesse dalla Procura di Modena sono state eseguite in nottata a Toro (Campobasso): i destinatari si trovano attualmente rinchiusi nel carcere del capoluogo.

Fonte: corrieredelmezzogiorno.it

Partecipate, ecco i compensi dei rappresentanti del Comune di Napoli

Napoli: le retribuzioni di chi siede nei cda, dall'anm a bagnolifutura

NAPOLI - Sul sito del Comune di Napoli è stato pubblicato il prospetto 2009 relativo al primo semestre dell'anno sui rappresentanti dell'amministrazione comunale nei cda delle società partecipate. Una curiosità: nel prospetto compare per errore l'attuale assessore Agostino Nuzzolo come consigliere del cda dell'Anm.

L'ELENCO - Un elenco non lunghissimo composto da poco più di cinquanta nomi. Con relativi compensi. Da un raffronto rapido con il prospetto 2008 si notano due voci in più: la citata Anea e anche il consorzio di gestione e manutenzione degli impianti di depurazione liquami; un ente, scusate il gioco di parole, in corso la liquidazione da parte del Comune. Nel board del consorzio siedono tra gli altri il presidente Eduardo Petrone (60mila 828 euro) e due consiglieri, Giuseppe Gallo e Antonio Aprea, 24.331 euro a testa. Tra le partecipate di maggior rilievo spiccano invece i 67.500 euro di Emilio Maraini (presidente di Metronapoli spa), 67.370 euro di Antonio Simeone (numero uno Anm), i 67.379 di Maurizio Barracco (amministratore unico Arin) e Rocco Papa (Bagnolifutura). I compensi più «bassi» sono per i consiglieri della società Sirena (risanamento centro storico): 7600 euro circa. Retribuzione simbolica invece per Gennaro Nasti: 1.549 euro per la carica di presidente dell'Anea (agenzia napoletana energia e ambiente).

Guarda l'elenco: Compensi partecipate Comune Napoli

Fonte: corrieredelmezzogiorno.it

14 lug 2009

Castello, nuove accuse all’ex assessore Biagi

Secondo i pm fece «pressioni indebite»
Prima la corruzione, ora gli viene contestato il reato di turbativa d’asta. Sarà interrogato in procura questa settimana

Le pressioni ci furono. E furono «indebite». Ecco perché andò semideserta la gara indetta dalla Provincia di Firenze che l’aveva bandita il 18 gennaio 2008 per trovare nuovi uffici. Ecco perché l’ex assessore Gianni Biagi, indagato per corruzione nell’inchiesta su Castello, ora viene accusato di turbativa d’asta. L’attuale funzionario della Regione, difeso dall’avvocato Pier Matteo Lucibello, sarà interrogato in Procura la prossima settimana: ammesso che voglia parlare, di cose ne avrà da spiegare. È questo l’ultimo sviluppo investigativo dell’inchiesta del Ros, coordinato dai pm Giuseppina Mione, Gianni Tei e Giulio Monferini. Tanto per essere chiari: il pool dei magistrati — creato dal procuratore capo Giuseppe Quattrocchi — è un «treno in corsa». Ha un unico biglietto d’andata: scoprire cosa sia accaduto allo sviluppo urbanistico della piana di Castello, circa 168 ettari di proprietà di Fondiaria-Sai tra l’autostrada A1, l’aeroporto e la ferrovia Milano-Roma.

UNA NUOVA FIRENZE
Ci doveva nascere una «nuova Firenze», fu sequestrata a novembre dello scorso anno. I carabinieri del Comando provinciale, nei giorni scorsi, hanno notificato all’ex assessore Biagi un «invito a presentarsi »: in quelle pagine si trovano il nuovo capo d’accusa (turbati­va d’asta) e nuovi particolari sul­l’ipotesi di corruzione. Reato, questo, che si porta in dote an­che le figure di Salvatore Ligre­sti, l’avvocato Fausto Rapisar­da, Gualtiero Giombini e i pro­gettisti Vittorio Savi e Marco Ca­samonti, poi arrestato: secondo l’accusa aveva pilotato una gara d’appalto indetta dal Comune di Terranuova Bracciolini relati­va alla ristrutturazione di un edificio in zona Macelli. Anche a Firenze, secondo gli inquirenti, il meccanismo ha funzionato: fu Biagi, «mediante collusioni con gli imprenditori interessati alla partecipazione» alla gara, a mandare a monte l’appalto. Come? «L’unica offer­ta presentata si riferiva alla pro­posta di vendita della società (omissis, ndr)» relativa all’ex immobile Telecom, «privo di re­quisiti urbanistici richiesti». Risultato: la Provincia non dette seguito alla gara, «dichia­randosi disinteressata all’offer­ta ». Una conclusione investigati­va non scontata, che arriva a ol­tre otto mesi di distanza e che è racchiusa in un frame investiga­tivo ben preciso: era il 27 no­vembre scorso quando il Ros se­questrò, negli uffici della Pro­vincia, l’intero iter amministra­tivo della gara sospetta. E l’allora presidente Matteo Renzi, che ora è sindaco di Fi­renze, disse: «Massima disponi­bilità nei confronti dei carabi­nieri. Valuteremo, semmai, se costituirci parte civile». Deci­sione, questa, che ora spetta ad Andrea Barducci. Gara deserta, dunque.

UN DOPPIO FILO
Grazie a un comportamento, quello di Biagi, che gli inquirenti legano — a doppio filo — alle «condot­te corruttive che si articolavano nella fase di attuazione» della convenzione urbanistica stipula­ta il 18 aprile 2005 tra Comune e Consorzio Castello. Perché Bia­gi — il tecnico prestato alla poli­tica che siglò le sue dimissioni con una lettera a Domenici, scri­vendogli «mi hai chiamato tu 10 anni fa» — ha adottato «ini­ziative e provvedimenti in con­trasto con gli interessi pubbli­ci » di Palazzo Vecchio. Tutto ruota attorno al parco, proprio a quel parco che a Do­menici faceva «cagare», come disse in un’intercettazione fini­ta agli atti dell’inchiesta. Un par­co ritenuto «parte essenziale» della convenzione, che doveva «essere realizzato dal Consorzio Castello (nei limiti di un costo complessivo di dieci milioni di euro)», scrivono i magistrati. Favorire Fondiaria per trarne benefici. Quali? Biagi impose al gruppo Ligresti che fossero uti­lizzati due progettisti di sua fi­ducia: Savi e Casamonti. E fece di tutto affinché «la Provincia si impegnasse a trasferire le pro­prie sedi istituzionali in area Ca­stello, nonché ad acquistare dal Consorzio Castello le aree su cui avrebbero dovuto realizzarsi i relativi edifici pubblici».

PRESSIONI INDEBITE
I pm scelgono parole precise per chiarire il suo atteggiamen­to: Biagi ostacolò «le determina­zioni del presidente della Pro­vincia ( Renzi, ndr ), addottando iniziative per dissuadere gli im­prenditori fiorentini potenzial­mente interessati» al bando di gara. Biagi impartì «disposizio­ni affinché le prime concessioni relative alla realizzazione degli edifici di edilizia privata fossero rilasciate senza che alcuna con­creta determinazione fosse sta­ta assunta con riguardo alla rea­lizzazione del parco pubblico». E indusse «i dirigenti dell’Uffi­cio urbanistica a rilasciare le pri­me concessioni edilizie per l’edificazione privata, in as­senza della concreta adozione dei provvedimenti atti a realiz­zare le opere di urbanizzazione primaria nell’area Castello». Un giro di soldi stimato in 28 milio­ni quando si doveva fare, per la legge Merloni, una gara comuni­taria. Non solo: Biagi consentì che «si desse esecuzione alla Convenzione anche nella parte in cui prevedeva di riconoscere al Consorzio la facoltà di scom­putare dagli oneri di urbanizza­zione i costi di realizzazione di urbanizzazione primaria». Castello, insomma: un inve­stimento da un milione di euro finito sotto sequestro il 27 novembre scorso. Acca­de otto mesi fa. Sembra ieri.

Fonte: corriere.it

Caserta: sequestrati beni al clan dei casalesi per oltre 50 milioni di euro

I beni erano il frutto dell'attività di riciclaggio dei boss

I patrimoni erano intestati a 30 prestanome delle formazioni camorristiche del casertano

CASERTA - Oltre cento agenti del Centro Operativo della Dia di Napoli hanno eseguito quattro decreti di sequestro emanati, su proposta del direttore della Dia (la Direzione investigativa antimafia), dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere, nei confronti di oltre 30 prestanome di persone appartenenti al clan dei Casalesi. Il sequestro, per oltre 50 milioni di euro, è il più grande effettuato nel Casertano dai tempi dell'operazione «Spartacus» che, alcuni anni fa, assestò un durissimo colpo alla camorra.

IL SEQUESTRO - L'operazione è frutto di indagini patrimoniali che hanno portato all'emissione di provvedimenti nei confronti di cinque persone e di 30 prestanome ricollegabili alle stesse, dietro ai quali si celavano le attività di reimpiego e di riciclaggio dei proventi dell'attività criminale del clan dei Casalesi. I provvedimenti della magistratura sono stati notificati in carcere, dove sono detenuti per altri reati, a Giosuè Fioretto, Antonio Della Ventura, Nicola Verolla, Giuseppe Setola e Pasquale Setola. Quest'ultimo, fratello di Giuseppe, leader della cosiddetta ala stragista dei Casalesi, è un imprenditore attivo nel settore degli appalti pubblici, attraverso la società «General Impianti sas di Pagano Massimiliano & C.», di Casal di Principe. Pasquale Setola, oltre ad essere affiliato al clan del Casalesi, è stato anche individuato quale terzo intestatario di numerosi dei beni illecitamente accumulati, che sono stati sequestrati nel corso dell'operazione. Pasquale Setola era già titolare di imprese commerciali, poi cedute a terzi per evitare i sequestri una volta che il fratello Giuseppe era divenuto un personaggio noto, a seguito delle stragi e dei molti omicidi avvenuti nell'estate del 2008. Le indagini patrimoniali hanno messo in luce l'esistenza di numerosi altri immobili e società intestate ad insospettabili terzi nel tentativo di aggirare le attività investigative e la conseguente attuazione della normativa antimafia.

Fonte: corriere.it

8 lug 2009

«Regali e festini in cambio di appalti». I pm spiegano il «sistema Tarantini»

«Gianpi» e la cocaina agli amici. Corruzione per il nipote di Matarrese

BARI — Ai primari e ai direttori delle Asl che dovevano acquistare i prodotti della sua azienda avrebbe versato mazzette, ma anche costosi regali.
Pagava lui i viaggi a Cuba, le vacanze a Riccione e a New York, auto di grossa cilindrata, buoni benzina, cene per decine di ospiti. Si occupava di fare pressioni sui politici per favorirli nelle nomine e negli incarichi. E quando organizzava le feste per gli amici più intimi nella sua villa di Giovinazzo, la cocaina non sarebbe mai mancata.
Eccolo il «sistema Tarantini» svelato dalla procura di Bari.Il pubblico ministero Roberto Rossi chiude il primo filone di indagine sulla Tecnohospital e accusa Gianpaolo Tarantini, 35 anni, di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione insieme a suo fratello Claudio e a Salvatore Greco, il politico del Pdl soprannominato Tato, nipote di Antonio Matarrese e coordinatore della campagna elettorale di Raffaele Fitto con la lista «La Puglia prima di tutto».

La rete che porta a Patrizia
L'imprenditore accusato di induzione alla prostituzione per aver portato ragazze a pagamento nelle residenze di Silvio Berlusconi deve rispondere anche di detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio. Le carte processuali che riguardano la sua attività dal 2001 al 2006, svelano la rete dei suoi contatti per procurarsi la polvere bianca, gli ordinativi di dosi fatti al telefono, la lista degli ospiti. Tra i nomi citati c'è quello di Massimo Verdoscia. È Max, l'uomo che presentò a Tarantini Patrizia D'Addario, la donna di 42 anni che ha raccontato di aver preso mille euro per partecipare a una serata organizzata a palazzo Grazioli a metà ottobre scorso e di essere tornata quindici giorni dopo per trascorrere la notte con il presidente del Consiglio. Di quell'incontro intimo, avvenuto mentre era in corso l'elezione di Barack Obama, ha conservato le registrazioni che ha poi consegnato alla magistratura. E per dimostrare di esserci stata si è anche ripresa con il telefonino in bagno e nella camera da letto.
Anche il nome di Tato Greco è legato a quello di Patrizia: fu proprio lui a candidarla nella lista di Fitto per il comune di Bari. Inizialmente ha negato addirittura di conoscerla, ma è stato smentito da un sms di auguri che le inviò lo scorso Natale, ben prima che la vicenda venisse scoperta dai pubblici ministeri.

Affari e mazzette: il socio occulto
Negli atti depositati ieri Greco viene definito «socio occulto della Global System Hospital», società che fa capo ai fratelli Tarantini.
Scrive il pubblico ministero nel capo di imputazione: «I tre sono associati, operando congiuntamente e allo stesso fine anche se con relativa autonomia ma con un comune collegamento reso evidente dal medesimo modus operandi sul territorio regionale, quali promotori fra loro e con altre persone al fine di realizzare rilevanti illeciti profitti mediante la commissione di un numero indefinito di reati contro la pubblica amministrazione, in particolare mediante condotte illecite a danno del servizio sanitario nazionale, il turbamento della libertà degli incanti, la falsificazione di provvedimenti amministrativi ovvero a mezzo di atti corruttivi diretti a pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio». Un sistema che — questa è la tesi della Procura — Tarantini avrebbe continuato a utilizzare anche dall'estate del 2008, quando divenne assiduo frequentatore di Silvio Berlusconi. Secondo l'ipotesi accusatoria l'imprenditore ingaggiava ragazze da portare nelle residenze del premier per ottenere vantaggi economici e per questo gli viene contestato il reato di induzione e favoreggiamento della prostituzione.
Oltre a Patrizia, altre donne hanno già confermato ai pubblici ministeri di aver preso soldi per andare a Palazzo Grazioli e Villa Certosa, ma in alcune telefonate intercettate si parlerebbe anche di serate nella residenza di Arcore.

L'incarico per la Nazionale
Con i medici e i dirigenti delle Asl Tarantini sapeva essere convincente quando si trattava di piazzare protesi e altri articoli sanitari. E infatti loro giustificavano gli ordinativi effettuati con procedura d'urgenza grazie a una formula standard: «Si tratta di prodotti unici, insostituibili ed infungibili». Sono venti i professori che adesso dovranno difendersi dall'accusa di averlo fatto in cambio di mazzette. La maggior parte ha ottenuto soldi e regali, qualcuno ha preferito invece una raccomandazione. È il caso di Vincenzo Petruzzi, che nel 2003 era direttore sanitario della ex Ausl Bari5. L'uomo è accusato di aver «compiuti atti contrari ai suoi doveri accettando la promessa rivoltagli da Salvatore Greco circa il suo personale interessamento presso i vertici della Lega Calcio, sotteso a farlo tornare a ricoprire un ruolo di caratura internazionale, mondiale, presso la sede di Coverciano, visto che il Petruzzi ha fatto parte dello staff medico della Nazionale di Calcio».

Telefonate e cocaina
Sono state le conversazioni intercettate a rivelare i contatti di Tarantini con una rete fidata di spacciatori, ora finiti con lui nell'inchiesta. Sono una ventina le feste che avrebbe organizzato tra il 2002 e il 2003 dopo acquistate la cocaina e in due casi avrebbe provveduto a farla recapitare a casa ai suoi amici. «Bartolomeo Rossini — è scritto nel capo di imputazione — deteneva e spacciava cocaina a Gianpaolo Tarantini il quale, oltre a consumarla in proprio, la cedeva gratuitamente ad altri in occasione di incontri conviviali che organizzava nella sua villa di Giovinazzo o presso la Masseria Torre Coccaro, ai quali partecipava tra gli altri la sua compagna Angela De Venuto e, almeno in due occasioni, Verdoscia con sua moglie».

Fonte: corriere.it

6 lug 2009

La legge sul mare gratis? Violata da 4 bagni su 5

Biglietti per accedere al bagnasciuga. Le peggiori sono Liguria e Lazio. I Verdi: pochi e maltenuti i litorali liberi

ROMA - Ma il mare è di tut­ti? Sì, forse, dipende. Il mare è di tutti, ma in Italia non in tutte le Regioni costiere ci si può arri­vare liberamente. Nel senso di scendere a riva, sostare, passeg­giare, farsi un bagno, senza es­sere costretti a metter mano al portafogli. La legge dice che sì, certo che si può, ci manchereb­be, la Finanziaria 2006 obbliga i gestori degli stabilimenti bal­neari a consentire l’accesso gra­tuito alla battigia anche finaliz­zato alla balneazione. Ma poi ogni estate la guerra del mare gratuito ricomincia. È tutto scritto in un dossier dei Verdi: degli oltre 7.000 chi­lometri di spiagge italiane più del 45 per cento è reso inacces­sibile dal cemento e dagli stabi­limenti. Ma, cosa ancora più grave, solo 2-3 gestori di stabili­menti balneari su dieci, nelle re­gioni tirreniche e in alcuni trat­ti della costa abruzzese, consen­tono l’accesso gratuito ai ba­gnanti per arrivare al mare. Gli altri fanno pagare l’ingresso. «Abbiamo già ricevuto centina­ia di proteste - dice Angelo Bo­nelli dei Verdi -. La norma del 2006 è quasi completamente disattesa. Ma c’è di più: quel­la stessa norma obbligava le Regioni a fare un piano per il riequilibrio delle zo­ne in concessione e delle aree destinate a spiaggia libera. Nessuna l’ha fat­to».

Dov’è soprattutto che o paghi o ti cacciano via, pure in malo modo? In Liguria (75 per cento), Lazio (75 per cento), Campania (70 per cento), Toscana (65 per cen­to), Abruzzo (60 per cento). Nel dossier si citano luoghi e prez­zi. Pontecagnano (Salerno): si paga 3 euro per entrare nei lidi. «Prima succedeva, è vero, ma da un paio di anni non è più co­sì - si sorprende il capo della guardia costiera Sandro Deside­rio -. Noi controlliamo con due squadre al giorno, segna­lazioni non ne abbiamo avu­te, e comunque a Pontecagna­no ci sono molte spiagge libe­re». Ecco, appunto, le spiagge li­bere. Se ce ne fossero di più, se non fossero lontane, ma al­ternate agli stabilimenti, e se fossero tenute pulite invece di essere una discarica a cielo aperto, lo scenario cambie­rebbe. Invece sono poche, di­slocate male, e sporche. «Da noi o ci sono le rocce o c’è un grave problema di erosione della spiaggia - spiega Michele Bonomo presidente di Legambiente Campania -. Quello che man­ca è una pur minima pianifica­zione, per rendere fruibili le po­che spiagge libere esistenti, che invece sono abbandonate».

Sorrento, lì ci sono solo roc­ce e palafitte sul mare gestite dagli stabilimenti balneari: chie­dere di arrivare al mare senza pagare, manco a parlarne. Pre­go, sborsare dai 5 ai 10 euro. Vi­co Equense, poco lontano. Più spiagge, ma stessi problemi. «Sono anni che ogni estate scoppia questa polemica - si difende Riccardo Scarselli, pro­prietario di uno degli stabili­menti balneari più rinomati di Vico Equense, il Bikini, e presi­dente onorario del Sib, il sinda­cato italiano balneari -. Se mi chiedono di entrare non nego l’accesso, ma poi è lo stesso ba­gnante a rendersi conto che è assurdo. Che può fare? Il ba­gno, si asciuga un po’ in quei cinque metri di battigia conces­si dalla legge e se ne va. Che ci viene a fare qui? Qui si viene per avere dei servizi. Il punto è un altro: io chiederei ai Comuni di avere più spiagge libere».

Fregene, Ostia. Ci sono solo stabilimenti e bisogna pagare, dai 4 ai 10 euro. «A Ostia abbia­mo fatto una ricognizione - racconta Cristiana Avenali, di Legambiente Lazio -. Su 54 sta­bilimenti solo 13 hanno consen­tito l’accesso ai nostri volonta­ri». Saliamo ancora. Livorno? Qui i prezzi salgono: da 10 a 15 euro per l’ingresso. «Solo stabi­limenti, in città. La spiaggia li­bera sono lembi, francobolli - ironizza Gabriele Volpi, respon­sabile della campagna Mare Li­bero -. Abbiamo fatto di tutto, esposti alla magistratura, diffi­de, ma il Comune dice che da noi per ragioni di morfologia della costa la legge del 2006 non è applicabile». A Genova, s’infervora Stefa­no Salvetti di Adiconsum. Lui questa battaglia la conduce da tempo e non molla. «Su Corso Italia, in città, ci sono cento me­tri di spiaggia libera, altre zone sono abbandonate e chiuse da cancellate, il resto solo stabili­menti, che poi sono baracche, dove si paga l’ingresso da 5 a 7 euro. La prima spiaggia libera vera è a 20 chilometri. Abbia­mo aperto un tavolo di concer­tazione che non ha portato a nulla. E si continua a pagare».

Fonte: corriere.it

3 lug 2009

Infrazioni in bicicletta, ora si perdono anche i punti della patente.

La legge sulla sicurezza equipara le sanzioni accessorie del codice anche per chi usa le due ruote a pedali

Ciclisti attenti. Il disegno di legge sicurezza, recentemente diventato legge, comporta, in caso di infrazioni del codice della strada sulle due ruote a pedali, la possibilità di perdere punti della patente automobilistica se il ciclista ne è in possesso. Lo rileva il quotidiano economico «Italia Oggi».

LA NUOVA NORMA - L'articolo 3 comma 48- 1 e 2 della legge recentemente approvata prevede alcune importanti modifiche del codice della strada. Dice testualmente la legge: «Nell’ipotesi in cui, ai sensi del presente codice, è disposta la sanzione amministrativa accessoria del ritiro, della sospensione o della revoca della patente di guida e la violazione da cui discende è commessa da un conducente munito di certificato di idoneità alla guida di cui all’articolo 116, commi 1-bis e 1-ter, le sanzioni amministrative accessorie si applicano al certificato di idoneità alla guida secondo le procedure degli articoli 216, 218 e 219. In caso di circolazione durante il periodo di applicazione delle sanzioni accessorie si applicano le sanzioni amministrative di cui agli stessi articoli. Si applicano, altresì, le disposizioni dell’articolo 126-bis. 2. Se il conducente è persona munita di patente di guida, nell’ipotesi in cui, ai sensi del presente codice, sono stabilite le sanzioni amministrative accessorie del ritiro, della sospensione o della revoca della patente di guida, le stesse sanzioni amministrative accessorie si applicano anche quando le violazioni sono commesse alla guida di un veicolo per il quale non è richiesta la patente di guida. In tali casi si applicano, altresì, le disposizioni dell’articolo 126-bis». In pratica da un lato si introduce nel codice della strada una norma la 219-bis che introduce il patentino a punti anche per i motocicli. Dall'altro si estende la punibilità con la conseguente sottrazione di punti se si è in possesso di una qualsiasi patente di guida, anche a tutti quelli che guidano una bicicletta o magari un carro trainato da cavalli o dai buoi e commettono un'infrazione. Questo naturalmente crea una disparità tra chi ciclista, possiede una patente di guida (ed è sanzionabile) e chi invece non la possiede (e quindi non è sanzionabile). Inoltre è logico pensare che se ai ciclisti è applicabile una sanzione accessoria qual è la perdita dei punti della patente, non sia applicabile anche la sanzione principale, vale a dire la multa nella maggior parte dei casi.

Fonte: corriere.it

Calcio e diritti tv: 5,9 miliardi sfumati. Tutti spesi per giocatori e allenatori. Nessuno stadio costruito e due miliardi di debiti

La telerivoluzione del calcio compie dieci anni. Avrebbe dovuto produrre ricchezza, si è trasformata in un manifesto dello spreco. La sintesi in cifre è questa: 5.060 milioni di euro incassati (per i diritti criptati, venduti soggettiva­mente più 849 milioni per i diritti in chiaro, ceduti in forma collettiva, in tutto 5.909 milioni di euro), per ritro­varsi con un debito vicino ai 2.000 milioni. Anno 1999: i diritti tv criptati (quelli visibili attraverso i decoder) diventano soggettivi, sulla spinta del­l’allora presidente della Roma Fran­co Sensi che si era battuto perché la vendita centralizzata riguardasse so­lo i diritti in chiaro (quelli di «90˚ mi­nuto », Coppa Italia e poco altro).

Dal­l’ 1 luglio 2010, torneranno a essere collettivi, in base a quanto previsto dalla legge Melandri, approvata nella primavera 2007: la Lega delle società di serie A e B ha affidato la vendita di tutti i diritti (in chiaro e criptati) a un advisor, Infront, che ha promesso un minimo garantito di 900 milioni di euro all’anno per due anni (fino al 2012). I diritti tv sono stati sempre una specie di Eldorado per i club di A e B, perché fino all’81 (quando si era mos­so Canale 5) andava di moda la famo­sa formula post sintesi di una partita trasmessa dalla Rai: «La trasmissio­ne è stata effettuata con la collabora­zione della Lega nazionale calcio». Una specie di dovere nei confronti del servizio pubblico. Nel ’90, la Lega era riuscita a cedere i diritti dei cam­pionati per 324 miliardi di lire per un triennio. Dal ’93 (e per tre anni), una novità: ai 423 miliardi e 109 milioni di lire (diritti in chiaro alla Rai), si era aggiunto il contratto con Telepiù per l’anticipo di B al sabato e il posti­cipo di A alla domenica per 148.409.740.000 lire. Nell’ultimo tri­ennio di cessione collettiva (’96-’99), le 38 società erano riuscite a portare a casa 1.198 miliardi di lire, fra diritti in chiaro (Rai) e criptati, con la nasci­ta di Telecalcio (minimo garantito di 270 miliardi), cioè la prima possibili­tà di vedere con il decoder la partita di una squadra in diretta.

La svolta ha coinciso con l’introdu­zione dei diritti individuali. Nella pri­ma stagione, le società di A e B aveva­no incassato 401 milioni di euro, che hanno toccato i 687 milioni della sta­gione che si è appena conclusa, gra­zie anche ai ricavi legati al digitale terrestre, che funziona dal gennaio 2005. La contrattazione individuale ha portato a una diseguaglianza fra club, apparsa subito evidente: Juve, Milan e Inter avevano trovato l’inte­sa con un anno di anticipo (luglio ’98), prendendo tutti in contropiede e suscitando subito l’ira degli altri club, al punto che era nata persino una piattaforma alternativa, Stream, prima che tutto confluisse in Sky. Per capire la differenza fra i club, nel campionato 2007-2008, la Juve ave­va incassato 92 milioni, l’Inter 87, il Milan 84, ma l’Atalanta 14, l’Empoli 12 e il Siena 11. Al di là della lotta fra le società medio-piccole o piccole contro le grandi, la cifra versata dalle tv è imponente, sia pure in linea con quanto succede all’estero. La domanda è semplice: come so­no stati utilizzati questi soldi dalle so­cietà? La prima risposta è altrettanto semplice: nel peggior modo che si potesse immaginare. Nessuna socie­tà, con l’unica eccezione della Juve (dal 2008), ha pensato di destinare parte di questi ricavi alla costruzione di uno stadio di proprietà.

L’improv­visa ricchezza ha prodotto invece una scarsissima differenziazione del­le entrate, al punto che i diritti tv hanno finito per diventare la più im­portante fonte di ricchezza e hanno ridotto l’attenzione per altri possibili cespiti di ricavo (lo sviluppo del mer­chandising, l’impegno contro la con­traffazione dei marchi, l’aumento del­le presenze negli stadi, dove si sono persi continuamento spettatori). La diretta conseguenze dell’ipotetico te­le benessere ha viceversa prodotto una lievitazione dei costi con società in crisi, bilanci in rosso fuoco, neces­sità di un ridimensionamento, richie­sta al Parlamento di intervenire per una riduzione delle imposte fiscali. A partire dal ’99, si è scatenata una cor­sa all’acquisto al rialzo dei giocatori, soprattutto quelli stranieri (molti mi­steriosi), anche per motivi non sem­pre comprensibili, a un allargamen­to sconsiderato delle rose e a una lie­vitazione degli ingaggi dei giocatori. I quali, a loro volta, hanno fatto a ga­ra ad alzare il livello delle richieste economiche, con la benedizione del sindacato. Si è assistito, negli anni, a ripetute richieste di ritocchi di ingag­gio, anche in una sola stagione. Ulti­mo caso, quello di Maicon, che batte cassa per la seconda correzione d’in­gaggio in sei mesi. Non solo, ma i soldi degli stipendi in serie A sono stati distribuiti a piog­gia, offrendo ingaggi fuori mercato non soltanto ai migliori, ma anche al­la fascia mediana dei giocatori: strap­pare un contratto triennale ha signifi­cato (e continua a significare) poter vivere di rendita per due o tre genera­zioni. È sempre mancata una strate­gia chiara e si è andati avanti con pro­clami isolati ed estemporanei, ulti­mo fra tutti quello del presidente del Palermo, Zamparini, che il 25 giugno si è presentato in Lega annunciando: «Proporrò ai presidenti di abbattere gli stipendi del 30%. È la prima cosa che dobbiamo fare». La serie B, da questo punto di vi­sta, ha rappresentato un esempio an­cor meno virtuoso di quello della A. Abituata a essere sovvenzionata dai club della serie maggiore, attraverso la cosiddetta mutualità derivante dal­la vendita dei diritti in chiaro, la B si è abituata a spendere molto più di quanto incassato. Non solo, ma si è arrivati al punto che alcune società sono andate a strappare giocatori ai giocatori dei club di A, che versava­no soldi per consentire alla serie B di sopravvivere.

Oggi il piano di ridimensionamen­to ha prodotto una consistente ridu­zione dei costi, anche attraverso una revisione dei contratti in corso (le co­siddette spalmature su più anni), ma, senza i soldi della mutualità, i club di B continuano a spendere tre volte quello che incassano. Clamoro­so quanto accaduto nell’estate 2006: grazie alla presenza di Juve, Napoli e Genoa, la serie B si era trovata nella condizione di strappare un contratto tv quanto mai vantaggioso, ma inve­ce di puntare su un accordo plurien­nale, ha optato per un’intesa di un anno. Conseguenza: per tutto il 2007-2008, senza Juve, Napoli e Ge­noa, promosse in A, la B ha vissuto senza un vero contratto tv. E i debiti delle società aumentano.

Fonte: corriere.it

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