«In Italia c'è un indulto quotidiano»
Manganelli: ci troviamoin una situazione di «indulto quotidiano in cui tutti parlano, ma nessuno fa
ROMA - La certezza della pena non esiste più. Ci troviamo in una situazione di «indulto quotidiano», in cui tutti parlano ma nessuno fa. Il capo della Polizia, prefetto Antonio Manganelli, non usa mezzi termini per definire lo stato della certezza della pena in Italia.
NON SI E' FATTO NULLA - «Viviamo una situazione di indulto quotidiano - dice alle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia del Senato - di cui tutti parlano. Ma su cui non si è fatto nulla negli ultimi anni».
La pena, aggiunge Manganelli, «oggi è quando di più incerto esiste in Italia»; un qualcosa che rende «assolutamente inutile» la risposta dello Stato e «vanifica» gli sforzi di polizia e magistratura. «Non gioco a fare il giurista - prosegue il capo della Polizia - nè voglio entrare nelle prerogative del Parlamento, ma quella che abbiamo oggi è una situazione vergognosa».
CRIMINALITA' E CLANDESTINITA' - «La criminalità diffusa in Italia ha un segmento di fascia delinquenziale ben identificato che si chiama immigrazione clandestina» ha aggiunto il capo della polizia. «Il 30 per cento degli autori di reato di criminalità diffusa sono immigrati clandestini - ha spiegato ancora Manganelli - ma questa media nazionale del 30 per cento va disaggregata». Così, ha proseguito il capo della polizia, si scopre, che se al Sud i reati commessi da clandestini incidono relativamente poco («i reati compiuti da irregolari si attesta intorno al 30 per cento»), al Nord e in particolare nel Nord est «si toccano picchi del 60-70 per cento». La maggior parte degli immigrati clandestini, sottolinea poi Manganelli, entra in Italia non attraverso gli sbarchi ma con un visto turistico. «Solo il 10 per cento dei clandestini entra nel nostro Paese attraverso gli sbarchi a Lampedusa- dice il capo della polizia- mentre il 65-70 per cento arriva regolarmente e poi si intrattiene irregolarmente». E conclude: «Il 70 per cento di quei crimini commessi nel Nord est da irregolari è compiuta proprio da chi arriva con visto turistico e poi rimane clandestinamente sul nostro territorio». Per contrastare la clandetinità, riflette Manganelli, «occorre quindi non solo il contrasto all'ingresso, ma il controllo della permanenza sul territorio dei clandestini».
CPT - Dal primo gennaio a oggi, «le forze dell'ordine hanno fermato 10.500 immigrati clandestini per i quali è stata avviata la procedura di espulsione: ma solo 2.400 di loro hanno trovato posto nei Centri di permanenza temporanea» ha reso noto Manganelli. «È un dato che io trovo inquietante - ha ammesso Manganelli -, perchè significa che oltre 8 mila clandestini sono stati "perdonati" sul campo essendosi visti consegnare un foglietto su cui c'è scritto "devi andar via", che equivale a niente».
«Noi forze dell'ordine diciamo che l'immigrazione clandestina va contrastata con rigore, ma di fatto rinunciamo già in partenza a qualsiasi possibilità di farlo» ha detto ancora Manganelli. In tutto il 2007 - ha spiegato Manganelli - «gli immigrati clandestini fermati e avviati ad espulsione sono stati 33.897, ma solo 6.366 di loro hanno trovato posto nei Cpt: di fatto, 27 mila sono stati destinatari di un ordine scritto (di allontanamento), naturalmente non accolto nella stragrande maggioranza, se non nella totalità, dei casi».
Fonte: corriere.it
29 mag 2008
13 mag 2008
Consulenze in pompa magna e funebre
Il consulente ai funerali? Può sembrare assurdo, ma c'è anche questo incarico. E forse, alla luce della situazione politica in Campania descritta nell'inchiesta di copertina de L'espresso, tra le tante consulenze assegnate dal Consiglio regionale questa è la più azzeccata.
L'elenco comprende ben 152 nomine con la spesa di un milione di euro. L'avvocato che darà consigli sulla deontologia delle pompe funebri riceverà 3.000 euro. Per il sostegno e la valorizzazione delle piccole librerie interverrà un ingegnere, pagato con 7.000 euro. Altri 5.000 invece voleranno via per dare consigli sulla vigilanza delle spiagge libere. Notevole anche l'istituzione di una consula delle confessioni religiose con consulenza da 4500 euro o i mille euro per un'analisi delle proposte normative sui biodisel. Sorprende poi che l'assessore all'Ambiente del Comune di Salerno si faccia versare 5 mila euro per pareri sulla legislazione ambientale: è un esponente dei Verdi, forse avrebbe potuto rinunciare al compenso. Solo tredici incarichi non prevedono soldi. Ed è difficile pensare che una struttura sterminata come la Regione Campania non disponga di tecnici e professionisti interni a cui affidare le stesse mansioni. Ma al Corriere del Mezzogiorno, il presidente del Consiglio regionale ha difeso le scelte: «Abbiamo tagliato le spese del 30 per cento«. Di chi si tratta? Di Sandra Lonardo Mastella, tornata al suo posto dopo la scarcerazione.
Fonte: espresso.repubblica.it
L'elenco comprende ben 152 nomine con la spesa di un milione di euro. L'avvocato che darà consigli sulla deontologia delle pompe funebri riceverà 3.000 euro. Per il sostegno e la valorizzazione delle piccole librerie interverrà un ingegnere, pagato con 7.000 euro. Altri 5.000 invece voleranno via per dare consigli sulla vigilanza delle spiagge libere. Notevole anche l'istituzione di una consula delle confessioni religiose con consulenza da 4500 euro o i mille euro per un'analisi delle proposte normative sui biodisel. Sorprende poi che l'assessore all'Ambiente del Comune di Salerno si faccia versare 5 mila euro per pareri sulla legislazione ambientale: è un esponente dei Verdi, forse avrebbe potuto rinunciare al compenso. Solo tredici incarichi non prevedono soldi. Ed è difficile pensare che una struttura sterminata come la Regione Campania non disponga di tecnici e professionisti interni a cui affidare le stesse mansioni. Ma al Corriere del Mezzogiorno, il presidente del Consiglio regionale ha difeso le scelte: «Abbiamo tagliato le spese del 30 per cento«. Di chi si tratta? Di Sandra Lonardo Mastella, tornata al suo posto dopo la scarcerazione.
Fonte: espresso.repubblica.it
8 mag 2008
Corruzione, mafie, veleni in procura: casi di ordinario marasma
L'amara denuncia di Carlo Vulpio, dall'inchiesta «Why Not» all'informazione distratta
Mani sporche che soffocano il Sud
Mani in alto, questa non è una rapina. O forse sì: immaginate un posto dove i carabinieri indagano sui giudici e i giudici, per farsi dare le carte e sapere che cos'abbiano scoperto i carabinieri, una bella mattina mandano i poliziotti in caserma. Coi mitra puntati, le braccia levate e il colpo in canna (Policoro, giugno 2007). Oppure un paesino dove una brutta mattina la terra trema e tutte le case restano in piedi, tutte meno una scuola che ammazza 27 bambini e una maestra, ma guai a dire che questa scuola è crollata perché l'avevano costruita peggio d'un canile: meglio seppellire la verità sotto macerie di retorica («quei piccoli angeli!...») dare tutta la colpa al terremoto, assolvere progettisti e amministratori, infine incassare soldi pubblici per la ricostruzione che, altrimenti, non arriverebbero (San Giuliano, ottobre 2002).
Dove eravate. Fu la prima domanda senza interrogativo che Roberto Saviano ci fece dalla copertina d'un settimanale, quando la sua scandalosa Gomorra stupì tutti. Che Paese è: sarà la domanda con risposta incorporata che ossessiona chi legge Roba Nostra (Il Saggiatore), 254 indignate pagine di Carlo Vulpio, scandalo al sole di Calabria, Basilicata e dintorni criminali. Dov'eravamo quando succedeva tutto questo e che Sud lasceremo, quando il malaffare sarà ovunque: «Nessuno — scrive Marco Travaglio nell'introduzione —, grazie anche a questo libro, potrà più dire di non aver saputo».
Forse Beppe Grillo la fa troppo semplice con la casta stampata ed è un po' provinciale quel suo scappellarsi di fronte a Cnn e Al Jazeera simboli di libertà: non c'è bisogno d'un Pete Dexter per sapere quant'è pericoloso raccontare certi affari di famiglia, a qualunque latitudine, o per capire che la 'ndrangheta somiglia davvero ad Al Qaeda. C'è casta e casta, però. E nonostante tutto sopravvive anche qui un'informazione di nobilissimi paria, cronisti di provincia pagati cinque euro a pezzo, che scarpina nella «Lucky Lucania» e magari non ha spazio su troppi «giornali distratti e distraenti» (virgolettati di Vulpio) e che è pur sempre roba nostra. Giornalisti che ci mettono la firma e ci rimettono la pelle. Ma comunque. Mezzogiorno corrotto = nazione infetta.
Nella provincia di Reggio Calabria, cuore nero del malaffare, in vent'anni sono stati condannati tre tangentari: tre. Nel silenzioso Molise una cattolicissima coppia, lui deputato e lei ginecologa obiettrice di coscienza che faceva gli aborti illegali, per anni ha regnato seminando paura e raccogliendo un nomignolo: Ceausescu. E poi ci sono i soldi truffati all'Unione Europea, i massoni giudici che informano i massoni inquisiti, i potenti di tutti i partiti che intimidiscono, i treni che impiegano sette ore dal Tirreno all'Adriatico, i carabinieri troppo attivi che vengono promossi e spediti in Iraq, i co.co.pro. che devono versare mezzo stipendio ai politici che li raccomandano... Prendete Potenza, «nera, sconosciuta, rassegnata e ripiegata su se stessa».
Le mani sulla città sono un film in bianco e nero, racconta Vulpio: adesso le mani stanno dappertutto. E i Don Rodrigo del Sud non fanno sconti. Lui, inviato del Corriere della Sera, l'ha provato seguendo da vicino due magistrati come Luigi de Magistris e Clementina Forleo. Che hanno indagato giudici e ministri e pure un presidente del Consiglio, intercettato gente che non dovevano, facendo anche qualche errore e sbattendo su fragorosi proscioglimenti. Osando comunque troppo, pagando sempre di più: l'uno col trasferimento, l'altra con un'incredibile sequela di minacce, di disgrazie, di lutti familiari. Tutt'e due, con l'inevitabile strepitus d'insulti e diffamazioni. Giudici che azzannano giudici: «Malati di protagonismo!». Giornalisti che impallinano giornalisti: «Velinari delle Procure!». Affari loro o roba nostra?
Si sa che molte redazioni sono il bordello del pensiero, diceva Kraus, e talvolta anche bordelli veri, chiosava Biagi, dove non sempre si può scrivere quel che si vuole, ma è già tanto se si riesce a non scrivere quel che non si vuole. Vulpio va oltre. E in questo libro, che sta coi pm senza se e senza ma, che ci va duro ad accusare la grande informazione di connivenza o conformismo, riporta anche una conversazione con Paolo Mieli in piena stagione di veleni e di microspie, dopo che una manina aveva passato ai giornali le telefonate private dell'autore: «La cosa più grave, più terribile che possano fare a uno di noi — gli disse il direttore del Corriere — è questa, intercettarlo e metterlo sotto controllo in questo modo. Dopo di che, possono solo sparargli ». Why Not? Nella «democratura» del Sud, dittatura travestita da democrazia o viceversa, dice Vulpio che i segreti è meglio condividerli subito. Scrivere ogni cosa è un'assicurazione sulla vita e mica per niente è de Magistris a rinnovarsi la polizza: «Ma tu che credi, che in questi anni non abbia annotato tutto? Ho un diario mio, personale. Per tutelarmi da chi potrebbe farmi fuori fisicamente e professionalmente. Ma anche perché voglio che non si perda la memoria di tutto quello che è accaduto».
Narra il libro che per girare «The Passion», il film di Mel Gibson, i Sassi di Matera vennero trasformati in una verosimile Gerusalemme di cartapesta. La cosa piacque molto a due politici locali che, spenti i riflettori, proposero di lasciare la porta biblica «per sempre, così com'è nel film». Tutti risero. Ma pochi capirono che quell'idea era perfetta per un certo Meridione, una certa politica, una certa informazione: ritoccare tutto, perché nulla si tocchi.
Fonte: corriere.it
Mani sporche che soffocano il Sud
Mani in alto, questa non è una rapina. O forse sì: immaginate un posto dove i carabinieri indagano sui giudici e i giudici, per farsi dare le carte e sapere che cos'abbiano scoperto i carabinieri, una bella mattina mandano i poliziotti in caserma. Coi mitra puntati, le braccia levate e il colpo in canna (Policoro, giugno 2007). Oppure un paesino dove una brutta mattina la terra trema e tutte le case restano in piedi, tutte meno una scuola che ammazza 27 bambini e una maestra, ma guai a dire che questa scuola è crollata perché l'avevano costruita peggio d'un canile: meglio seppellire la verità sotto macerie di retorica («quei piccoli angeli!...») dare tutta la colpa al terremoto, assolvere progettisti e amministratori, infine incassare soldi pubblici per la ricostruzione che, altrimenti, non arriverebbero (San Giuliano, ottobre 2002).
Dove eravate. Fu la prima domanda senza interrogativo che Roberto Saviano ci fece dalla copertina d'un settimanale, quando la sua scandalosa Gomorra stupì tutti. Che Paese è: sarà la domanda con risposta incorporata che ossessiona chi legge Roba Nostra (Il Saggiatore), 254 indignate pagine di Carlo Vulpio, scandalo al sole di Calabria, Basilicata e dintorni criminali. Dov'eravamo quando succedeva tutto questo e che Sud lasceremo, quando il malaffare sarà ovunque: «Nessuno — scrive Marco Travaglio nell'introduzione —, grazie anche a questo libro, potrà più dire di non aver saputo».
Forse Beppe Grillo la fa troppo semplice con la casta stampata ed è un po' provinciale quel suo scappellarsi di fronte a Cnn e Al Jazeera simboli di libertà: non c'è bisogno d'un Pete Dexter per sapere quant'è pericoloso raccontare certi affari di famiglia, a qualunque latitudine, o per capire che la 'ndrangheta somiglia davvero ad Al Qaeda. C'è casta e casta, però. E nonostante tutto sopravvive anche qui un'informazione di nobilissimi paria, cronisti di provincia pagati cinque euro a pezzo, che scarpina nella «Lucky Lucania» e magari non ha spazio su troppi «giornali distratti e distraenti» (virgolettati di Vulpio) e che è pur sempre roba nostra. Giornalisti che ci mettono la firma e ci rimettono la pelle. Ma comunque. Mezzogiorno corrotto = nazione infetta.
Nella provincia di Reggio Calabria, cuore nero del malaffare, in vent'anni sono stati condannati tre tangentari: tre. Nel silenzioso Molise una cattolicissima coppia, lui deputato e lei ginecologa obiettrice di coscienza che faceva gli aborti illegali, per anni ha regnato seminando paura e raccogliendo un nomignolo: Ceausescu. E poi ci sono i soldi truffati all'Unione Europea, i massoni giudici che informano i massoni inquisiti, i potenti di tutti i partiti che intimidiscono, i treni che impiegano sette ore dal Tirreno all'Adriatico, i carabinieri troppo attivi che vengono promossi e spediti in Iraq, i co.co.pro. che devono versare mezzo stipendio ai politici che li raccomandano... Prendete Potenza, «nera, sconosciuta, rassegnata e ripiegata su se stessa».
Le mani sulla città sono un film in bianco e nero, racconta Vulpio: adesso le mani stanno dappertutto. E i Don Rodrigo del Sud non fanno sconti. Lui, inviato del Corriere della Sera, l'ha provato seguendo da vicino due magistrati come Luigi de Magistris e Clementina Forleo. Che hanno indagato giudici e ministri e pure un presidente del Consiglio, intercettato gente che non dovevano, facendo anche qualche errore e sbattendo su fragorosi proscioglimenti. Osando comunque troppo, pagando sempre di più: l'uno col trasferimento, l'altra con un'incredibile sequela di minacce, di disgrazie, di lutti familiari. Tutt'e due, con l'inevitabile strepitus d'insulti e diffamazioni. Giudici che azzannano giudici: «Malati di protagonismo!». Giornalisti che impallinano giornalisti: «Velinari delle Procure!». Affari loro o roba nostra?
Si sa che molte redazioni sono il bordello del pensiero, diceva Kraus, e talvolta anche bordelli veri, chiosava Biagi, dove non sempre si può scrivere quel che si vuole, ma è già tanto se si riesce a non scrivere quel che non si vuole. Vulpio va oltre. E in questo libro, che sta coi pm senza se e senza ma, che ci va duro ad accusare la grande informazione di connivenza o conformismo, riporta anche una conversazione con Paolo Mieli in piena stagione di veleni e di microspie, dopo che una manina aveva passato ai giornali le telefonate private dell'autore: «La cosa più grave, più terribile che possano fare a uno di noi — gli disse il direttore del Corriere — è questa, intercettarlo e metterlo sotto controllo in questo modo. Dopo di che, possono solo sparargli ». Why Not? Nella «democratura» del Sud, dittatura travestita da democrazia o viceversa, dice Vulpio che i segreti è meglio condividerli subito. Scrivere ogni cosa è un'assicurazione sulla vita e mica per niente è de Magistris a rinnovarsi la polizza: «Ma tu che credi, che in questi anni non abbia annotato tutto? Ho un diario mio, personale. Per tutelarmi da chi potrebbe farmi fuori fisicamente e professionalmente. Ma anche perché voglio che non si perda la memoria di tutto quello che è accaduto».
Narra il libro che per girare «The Passion», il film di Mel Gibson, i Sassi di Matera vennero trasformati in una verosimile Gerusalemme di cartapesta. La cosa piacque molto a due politici locali che, spenti i riflettori, proposero di lasciare la porta biblica «per sempre, così com'è nel film». Tutti risero. Ma pochi capirono che quell'idea era perfetta per un certo Meridione, una certa politica, una certa informazione: ritoccare tutto, perché nulla si tocchi.
Fonte: corriere.it
6 mag 2008
Enti locali generosi: gratifiche per tutti
La Corte dei conti boccia il super aumento ai dipendenti di Comuni e Regioni
Salari aumentati dell'1,5% per aver rispettato i tetti di spesa. La Corte dei conti: parametri troppo facili
ROMA — Se nella pubblica amministrazione il merito resta ancora un sogno, ci si accontenti almeno della «virtuosità». Grazie a questa parolina magica sarà distribuito a circa 550 mila dipendenti pubblici un aumento fino all’1,5 per cento del monte salari. Naturalmente oltre a quello del 4,85 per cento, uguale per tutti, stabilito dall’ultimo contratto nazionale e che costerà alle casse dello Stato 887 milioni di euro. Unica condizione per avere l’aumentino supplementare è che l’amministrazione di appartenenza sia considerata «virtuosa ». E come si valuta questa virtù? Non sulla base di una particolare produttività del lavoro, né sull’efficienza degli uffici, e neppure sulla qualità dei servizi resi ai cittadini. Semplicemente, si può essere considerati «virtuosi » se si rispetta un determinato tetto di spesa per il personale in rapporto alle entrate o alle uscite. Punto e basta.
Va subito precisato che non si tratta di una cosa nuova. Il principio era stato già introdotto con il precedente contratto degli enti locali, stipulato quando c’era il precedente governo di Silvio Berlusconi. Soltanto che ora i soldi destinati a quel regalino sono aumentati ancora, raggiungendo la ragguardevole somma di 175 milioni di euro. E regalino, se è vero quello che hanno scritto i giudici della Corte dei conti, è proprio il termine esatto. Perché, hanno rilevato i magistrati contabili, «dalla relazione tecnica dell’Aran risulta che l’83,2% degli enti locali raggiunge la condizione di virtuosità, mentre il 100% delle Regioni e delle città metropolitane (i comuni più grandi, ndr) raggiungono per intero il cosiddetto parametro di virtuosità per esse stabilito. Come appare evidente, questo parametro appare facilmente raggiungibile dalla quasi totalità degli enti».
Non che questo possa essere considerato stupefacente, in un Paese nel quale gli incentivi economici ai dipendenti pubblici vengono corrisposti prevalentemente sulla base di un criterio disarmante: la sola presenza sul luogo di lavoro. Ma il fatto che sia definito «virtuoso» l’ovvio rispetto di un tetto di spesa fissato per legge, e che il mancato rispetto di quel limite dia luogo non a una sanzione, ma soltanto a un mancato premio, dev’essere apparso tanto macroscopico al Tesoro da indurre il ragioniere generale dello Stato Mario Canzio a segnalare come «la condizione di virtuosità degli enti» fosse «ancorata a un unico e insufficiente parametro». Ma più di quello non ha potuto fare. Così al presidente della sezione della Corte dei conti che ha esaminato la faccenda, Rosario Elio Baldanza, non è rimasto, qualche settimana fa, che bocciare il contratto. Rilasciando una «certificazione non positiva ». Con questa motivazione: «La corresponsione di rilevanti risorse aggiuntive, fino all’1,5% del monte salari, risulta correlata a parametri non indicativi di una effettiva virtuosità gestionale, in mancanza di una finalizzazione delle risorse stesse a miglioramenti di produttività individuale e dei servizi».
Ciliegina sulla torta: quando si è fatto il contratto, lo Stato non conosceva nemmeno il numero esatto dei dipendenti degli enti locali a cui si doveva pagare l’aumento. La Ragioneria generale aveva infatti una cifra, e l’Aran, l’agenzia governativa incaricata di negoziare materialmente il contratto con i sindacati (e al cui vertice paradosso vuole che siedano sindacalisti del calibro dell’ex segretario confederale della Uil Giancarlo Fontanelli, e personalità almeno molto vicine al sindacato come il direttore della pubblicazione della Cgil Quaderni di Rassegna sindacale, Domenico Carrieri), ne aveva una diversa. Tremila persone in più. Ma stai a guardare il capello?
Fonte: corriere.it
Salari aumentati dell'1,5% per aver rispettato i tetti di spesa. La Corte dei conti: parametri troppo facili
ROMA — Se nella pubblica amministrazione il merito resta ancora un sogno, ci si accontenti almeno della «virtuosità». Grazie a questa parolina magica sarà distribuito a circa 550 mila dipendenti pubblici un aumento fino all’1,5 per cento del monte salari. Naturalmente oltre a quello del 4,85 per cento, uguale per tutti, stabilito dall’ultimo contratto nazionale e che costerà alle casse dello Stato 887 milioni di euro. Unica condizione per avere l’aumentino supplementare è che l’amministrazione di appartenenza sia considerata «virtuosa ». E come si valuta questa virtù? Non sulla base di una particolare produttività del lavoro, né sull’efficienza degli uffici, e neppure sulla qualità dei servizi resi ai cittadini. Semplicemente, si può essere considerati «virtuosi » se si rispetta un determinato tetto di spesa per il personale in rapporto alle entrate o alle uscite. Punto e basta.
Va subito precisato che non si tratta di una cosa nuova. Il principio era stato già introdotto con il precedente contratto degli enti locali, stipulato quando c’era il precedente governo di Silvio Berlusconi. Soltanto che ora i soldi destinati a quel regalino sono aumentati ancora, raggiungendo la ragguardevole somma di 175 milioni di euro. E regalino, se è vero quello che hanno scritto i giudici della Corte dei conti, è proprio il termine esatto. Perché, hanno rilevato i magistrati contabili, «dalla relazione tecnica dell’Aran risulta che l’83,2% degli enti locali raggiunge la condizione di virtuosità, mentre il 100% delle Regioni e delle città metropolitane (i comuni più grandi, ndr) raggiungono per intero il cosiddetto parametro di virtuosità per esse stabilito. Come appare evidente, questo parametro appare facilmente raggiungibile dalla quasi totalità degli enti».
Non che questo possa essere considerato stupefacente, in un Paese nel quale gli incentivi economici ai dipendenti pubblici vengono corrisposti prevalentemente sulla base di un criterio disarmante: la sola presenza sul luogo di lavoro. Ma il fatto che sia definito «virtuoso» l’ovvio rispetto di un tetto di spesa fissato per legge, e che il mancato rispetto di quel limite dia luogo non a una sanzione, ma soltanto a un mancato premio, dev’essere apparso tanto macroscopico al Tesoro da indurre il ragioniere generale dello Stato Mario Canzio a segnalare come «la condizione di virtuosità degli enti» fosse «ancorata a un unico e insufficiente parametro». Ma più di quello non ha potuto fare. Così al presidente della sezione della Corte dei conti che ha esaminato la faccenda, Rosario Elio Baldanza, non è rimasto, qualche settimana fa, che bocciare il contratto. Rilasciando una «certificazione non positiva ». Con questa motivazione: «La corresponsione di rilevanti risorse aggiuntive, fino all’1,5% del monte salari, risulta correlata a parametri non indicativi di una effettiva virtuosità gestionale, in mancanza di una finalizzazione delle risorse stesse a miglioramenti di produttività individuale e dei servizi».
Ciliegina sulla torta: quando si è fatto il contratto, lo Stato non conosceva nemmeno il numero esatto dei dipendenti degli enti locali a cui si doveva pagare l’aumento. La Ragioneria generale aveva infatti una cifra, e l’Aran, l’agenzia governativa incaricata di negoziare materialmente il contratto con i sindacati (e al cui vertice paradosso vuole che siedano sindacalisti del calibro dell’ex segretario confederale della Uil Giancarlo Fontanelli, e personalità almeno molto vicine al sindacato come il direttore della pubblicazione della Cgil Quaderni di Rassegna sindacale, Domenico Carrieri), ne aveva una diversa. Tremila persone in più. Ma stai a guardare il capello?
Fonte: corriere.it
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