Marco Basile, 50 anni, avrebbe provocato per imperizia la morte di un'anziana di 74 anni dopo 3 interventi
PESCARA - E' l'ennesimo caso di malasanità. Dovrà infatti rispondere di soppressione di atto pubblico, falso ideologico in atto pubblico e omicidio colposo, il medico dell'Ospedale Civile di Pescara arrestato oggi dalla polizia.
L'uomo, Marco Basile, 50 anni, originario di Roma, ma residente a Pescara, si trova agli arresti domiciliari.
L'INDAGINE - Il medico, che opera nel reparto di chirurgia 1 è indagato per la morte di una donna di 74 anni malata di tumore all'intestino, deceduta il 18 gennaio 2007 nel nosocomio pescarese, dopo essere stata sottoposta a tre interventi chirurgici. Durante uno di questi interventi le fu asportto un rene, ma il primario non ne fece alcuna menzione. L'assenza del rene sinistro è emersa dall'autopsia della donna. Per la polizia, comunque, il rene non è stato espiantato per essere reimpiantato in un altro paziente.
LA VICENDA - Ricostruendo le vicende della donna morta all'ospedale civile di Pescara, il dirigente della Mobile, Nicola Zupo ha spiegato che il 23 ottobre 2006 era stata sottoposta al primo intervento per un intervento all'intestino, per un tumore. Poi, il 27 novembre 2006, un secondo intervento perchè si era verificata un'infezione interna, legata al fatto che i punti di sutura del primo intervento non avevano tenuto. Di questo intervento è sparito il verbale, nel registro degli interventi chirurgici presente in sala operatoria. Il verbale è stato strappato ed è ricomparso nel registro solo più in là nel tempo, attraverso un fax che risulta inviato da Basile dopo l'avvio delle indagini. Il verbale in questione è stato consegnato all'autorità giudiziaria solo a molti mesi di distanza. Il 6 dicembre c'è stato il terzo intervento per un ematoma retroperitoneale, e a seguito di tale operazione è cominciata la dialisi, sempre in ospedale, nonostante la 74enne non avesse mai avuto problemi renali. A gennaio 2007 è morta.
L'AUTOPSIA - Dopo l'esposto presentato dalla figlia della donna il pm ha disposto l'autopsia e si è scoperto che nella salma manca il rene sinistro, al cui posto c'è un grumo di sangue, il che vuol dire che è stato asportato. Questo spiega la dialisi. È possibile, dicono gli investigatori, che il rene sia stato danneggiato durante uno degli interventi e se ne sia resa necessaria l'asportazione ma non ce n'è traccia nei verbali. Le indagini della mobile proseguono, visto che Basile non era solo in sala operatoria, e le equipe che hanno lavorato con lui sono state diverse di volta in volta. La squadra mobile confida nella collaborazione degli altri medici e Zupo parla di «una vicenda tutta in divenire».
Fonte: corriere.it
6 apr 2008
Sindacati, la casta in crisi. Diritto di veto e iscritti insofferenti. Il caso Alitalia e la difesa dei privilegi
Nella remota eventualità che riescano a mettersi d'accordo, le ultime quattro sigle delle 43 organizzazioni sindacali scolastiche potrebbero perfino convocare un tavolo di scopone scientifico, in virtù del loro solitario iscritto. Piano con lo stupore. Perché nel mondo parallelo delle confederazioni, le dimensioni non contano. Nel settore ippico ci sono il contratto di base e quello per i cavalli da corsa, anzi, quelli, al plurale perché le normative sono differenti per il trotto o il galoppo. Le imprese che producono ombrelli e ombrelloni godono di un'unica intesa, che però differisce da quella delle aziende che forniscono il manico del manufatto. Per stare sull'attualità: nel 2007, la più piccola delle 13 sigle dell'Enav, ente controllori di volo, cinque tesserati, uno zoccolo duro di sostenitori che starebbe largo in un monolocale, riuscì a far cancellare 320 voli in un solo giorno.
Domanda d'obbligo: queste giornate sono la riproduzione riveduta e corretta dell'autunno Ottanta? C'è la sensazione diffusa che rappresentino comunque un passaggio delicato nella vita del sindacato, che segnino una svolta nella sua credibilità. Sta arrivando un libro che si chiama "L'altra casta", e sembra essere un Atlante della crisi, o almeno un suo sintomo. Naturalmente, c'è un capitolo dedicato ai fasti di Alitalia, l'azienda più sindacalizzata d'Italia, nel quale si apprende — tra le altre cose — dell'esistenza sancita per contratto di una Banca dei riposi individuali, della speciale indennità riservata al personale viaggiante per la temporanea assenza del lettino a bordo di alcuni Boeing 767-300, centinaia di euro che per non creare odiose discriminazioni sono stati corrisposti anche a chi volava su aerei dotati delle cuccette in questione. D'accordo, così è troppo facile. Basta aneddoti. Ce ne sono tanti, troppi. Il problema è un altro. Alcuni libri hanno la fortuna o la capacità di cogliere lo spirito dei tempi, di intercettare uno stato d'animo comune, giusto o sbagliato che sia.
"L'altra casta", scritto da Stefano Livadiotti, giornalista de L'Espresso, è uno di questi libri. Un pamphlet, che opera una dissezione da autopsia dei sindacati italiani, definiti «macchina di potere e denaro». Ne elenca in modo analitico le storture, gli organici colossali con migliaia di dipendenti pagati dal contribuente, lo sterminato e parzialmente detassato patrimonio immobiliare, i vantaggi, i privilegi che autorizzano l'autore a usare il termine ormai negativamente iconico di «casta». Ma soprattutto, questo è forse l'aspetto più controverso, ne mette in luce la perdita di identità, le debolezze e i limiti nel recitare il ruolo importante che dovrebbero avere nel Paese. Nel mare di cifre, storie e statistiche forniti da Livadiotti, è questa accusa, la più empirica, che ferirà i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil. L'autore enuncia la tesi con una certa ruvidezza: «L'immagine del sindacato come di un soggetto responsabile, capace di farsi carico degli interessi generali del Paese, agli occhi degli italiani si è dissolta ormai da tempo».
Sempre più autoreferenziali, le confederazioni hanno perso il contatto con la vita vera, per diventare un soggetto autistico, abiurando alla loro storia, alla loro vera missione. «Un apparato che, presentandosi come legittimo rappresentante di tutti i lavoratori, in nome di una concertazione degenerata in diritto di veto, pretende di mettere becco in qualunque decisone di valenza generale, ma in realtà fa gli interessi dei suoi soli iscritti, ai quali sacrifica il bene collettivo, mettendosi ostinatamente di traverso a qualunque riforma rischi di intaccarne uno statu quo fatto di privilegi ». L'altra casta, è bene dirlo, è un'opera brutale, una specie di libro nero del sindacalismo, e in quanto tale destinato a dividere, a far discutere. Ma le frasi citate qui sopra non vanno controvento, perché rappresentano davvero un sentimento di insofferenza verso il sindacato, questo sindacato, che nell'Italia del 2008 si respira a pieni polmoni, e negarlo sarebbe stupido, persino autolesionistico. Nel cittadino medio, la percezione diffusa del sindacato è questa, piaccia o no. E una vicenda più di ogni altra contribuisce a cementarla. «Dove comandano loro», è il titolo programmatico del capitolo dedicato ad Alitalia, azienda che ha un tasso di sindacalizzazione bulgaro, il 77,9% tra gli assistenti di volo e l'87,1% tra i piloti. Le scoperte sono varie, indubbiamente sconfortanti, sempre istruttive. Si apprende ad esempio che grazie al Regolamento sui limiti di tempo di volo e di servizio e requisiti di riposo per il personale navigante, il giorno di riposo, «singolo libero dal servizio», per i piloti Alitalia comprende due notti e non deve essere mai inferiore alle 33 ore, Keplero e Copernico se ne facciano una ragione. Si viene a sapere inoltre dell'esistenza di un Comitato nomi, invenzione che sarebbe piaciuta tanto al compianto Beppe Viola, fondatore con Enzo Jannacci dell'Ufficio facce. Trentasei dipendenti per suggerire come battezzare i nuovi aerei, finché ci sono stati soldi per comprarli. Più seriamente, nel 2007, mentre il governo cercava col lanternino un compratore disposto a salvare la nostra compagnia di bandiera dal fallimento — ha perso 364 milioni di Euro in 365 giorni, di ventiquattro ore — piloti e hostess si sono fatti un giro di valzer sul Titanic sommando scioperi che hanno causato mancati introiti per un totale di 111 milioni di Euro. E gli ultimi eventi, il cestinamento dell'offerta di Air France, la penosa rincorsa ai suoi dirigenti per riportarli al tavolo delle trattative, portano acqua alla tesi di chi, Livadiotti è tra questi, vede in Alitalia il punto critico che fissa l'incapacità conclamata di conciliare gli interessi dei propri iscritti con quello generale.
Che brutta questa immagine di un sindacato privo di autorevolezza ma sempre pronto ad esternare su qualunque aspetto dello scibile umano. Nell'ultimo anno solare il capo della Cisl ha collezionato 607 titoli sul notiziario Ansa, una media di 1.7 esternazioni al giorno, compresi Natale, Capodanno e Ferragosto. Leggermente attardato Epifani (539), segue a ruota Angeletti (339). Nello stesso arco di tempo, annota Livadiotti, la percentuale di coloro che vedono i sindacati come il fumo negli occhi è volata dal 67,9% al 78,3%, dati Eurispes, mentre lo zoccolo duro che ancora si dichiara molto fiducioso nel loro operato è passato dal 10,1 al 4,1%. Ecco, ne L'altra casta c'è quasi tutto per chi cerca conferme alla propria disistima verso i sindacati, compresi certi toni davvero duri. Per gli altri, mancherà sicuramente un capitolo dove si dia conto dei meriti storici del sindacato italiano, anche senza prenderla troppo da lontano, Portella della Ginestra, le lotte del dopoguerra, cose che stanno nei libri di storia, o della sua capacità — intermittente — di essere una delle ultime istituzioni che porta i propri iscritti a ragionare anche di temi elevati, di ideali. Manca l'onore delle armi all'avversario. Ma forse, come le pipe di Magritte, un pamphlet è un pamphlet, null'altro che questo.
Fonte: corriere.it
Domanda d'obbligo: queste giornate sono la riproduzione riveduta e corretta dell'autunno Ottanta? C'è la sensazione diffusa che rappresentino comunque un passaggio delicato nella vita del sindacato, che segnino una svolta nella sua credibilità. Sta arrivando un libro che si chiama "L'altra casta", e sembra essere un Atlante della crisi, o almeno un suo sintomo. Naturalmente, c'è un capitolo dedicato ai fasti di Alitalia, l'azienda più sindacalizzata d'Italia, nel quale si apprende — tra le altre cose — dell'esistenza sancita per contratto di una Banca dei riposi individuali, della speciale indennità riservata al personale viaggiante per la temporanea assenza del lettino a bordo di alcuni Boeing 767-300, centinaia di euro che per non creare odiose discriminazioni sono stati corrisposti anche a chi volava su aerei dotati delle cuccette in questione. D'accordo, così è troppo facile. Basta aneddoti. Ce ne sono tanti, troppi. Il problema è un altro. Alcuni libri hanno la fortuna o la capacità di cogliere lo spirito dei tempi, di intercettare uno stato d'animo comune, giusto o sbagliato che sia.
"L'altra casta", scritto da Stefano Livadiotti, giornalista de L'Espresso, è uno di questi libri. Un pamphlet, che opera una dissezione da autopsia dei sindacati italiani, definiti «macchina di potere e denaro». Ne elenca in modo analitico le storture, gli organici colossali con migliaia di dipendenti pagati dal contribuente, lo sterminato e parzialmente detassato patrimonio immobiliare, i vantaggi, i privilegi che autorizzano l'autore a usare il termine ormai negativamente iconico di «casta». Ma soprattutto, questo è forse l'aspetto più controverso, ne mette in luce la perdita di identità, le debolezze e i limiti nel recitare il ruolo importante che dovrebbero avere nel Paese. Nel mare di cifre, storie e statistiche forniti da Livadiotti, è questa accusa, la più empirica, che ferirà i dirigenti di Cgil, Cisl e Uil. L'autore enuncia la tesi con una certa ruvidezza: «L'immagine del sindacato come di un soggetto responsabile, capace di farsi carico degli interessi generali del Paese, agli occhi degli italiani si è dissolta ormai da tempo».
Sempre più autoreferenziali, le confederazioni hanno perso il contatto con la vita vera, per diventare un soggetto autistico, abiurando alla loro storia, alla loro vera missione. «Un apparato che, presentandosi come legittimo rappresentante di tutti i lavoratori, in nome di una concertazione degenerata in diritto di veto, pretende di mettere becco in qualunque decisone di valenza generale, ma in realtà fa gli interessi dei suoi soli iscritti, ai quali sacrifica il bene collettivo, mettendosi ostinatamente di traverso a qualunque riforma rischi di intaccarne uno statu quo fatto di privilegi ». L'altra casta, è bene dirlo, è un'opera brutale, una specie di libro nero del sindacalismo, e in quanto tale destinato a dividere, a far discutere. Ma le frasi citate qui sopra non vanno controvento, perché rappresentano davvero un sentimento di insofferenza verso il sindacato, questo sindacato, che nell'Italia del 2008 si respira a pieni polmoni, e negarlo sarebbe stupido, persino autolesionistico. Nel cittadino medio, la percezione diffusa del sindacato è questa, piaccia o no. E una vicenda più di ogni altra contribuisce a cementarla. «Dove comandano loro», è il titolo programmatico del capitolo dedicato ad Alitalia, azienda che ha un tasso di sindacalizzazione bulgaro, il 77,9% tra gli assistenti di volo e l'87,1% tra i piloti. Le scoperte sono varie, indubbiamente sconfortanti, sempre istruttive. Si apprende ad esempio che grazie al Regolamento sui limiti di tempo di volo e di servizio e requisiti di riposo per il personale navigante, il giorno di riposo, «singolo libero dal servizio», per i piloti Alitalia comprende due notti e non deve essere mai inferiore alle 33 ore, Keplero e Copernico se ne facciano una ragione. Si viene a sapere inoltre dell'esistenza di un Comitato nomi, invenzione che sarebbe piaciuta tanto al compianto Beppe Viola, fondatore con Enzo Jannacci dell'Ufficio facce. Trentasei dipendenti per suggerire come battezzare i nuovi aerei, finché ci sono stati soldi per comprarli. Più seriamente, nel 2007, mentre il governo cercava col lanternino un compratore disposto a salvare la nostra compagnia di bandiera dal fallimento — ha perso 364 milioni di Euro in 365 giorni, di ventiquattro ore — piloti e hostess si sono fatti un giro di valzer sul Titanic sommando scioperi che hanno causato mancati introiti per un totale di 111 milioni di Euro. E gli ultimi eventi, il cestinamento dell'offerta di Air France, la penosa rincorsa ai suoi dirigenti per riportarli al tavolo delle trattative, portano acqua alla tesi di chi, Livadiotti è tra questi, vede in Alitalia il punto critico che fissa l'incapacità conclamata di conciliare gli interessi dei propri iscritti con quello generale.
Che brutta questa immagine di un sindacato privo di autorevolezza ma sempre pronto ad esternare su qualunque aspetto dello scibile umano. Nell'ultimo anno solare il capo della Cisl ha collezionato 607 titoli sul notiziario Ansa, una media di 1.7 esternazioni al giorno, compresi Natale, Capodanno e Ferragosto. Leggermente attardato Epifani (539), segue a ruota Angeletti (339). Nello stesso arco di tempo, annota Livadiotti, la percentuale di coloro che vedono i sindacati come il fumo negli occhi è volata dal 67,9% al 78,3%, dati Eurispes, mentre lo zoccolo duro che ancora si dichiara molto fiducioso nel loro operato è passato dal 10,1 al 4,1%. Ecco, ne L'altra casta c'è quasi tutto per chi cerca conferme alla propria disistima verso i sindacati, compresi certi toni davvero duri. Per gli altri, mancherà sicuramente un capitolo dove si dia conto dei meriti storici del sindacato italiano, anche senza prenderla troppo da lontano, Portella della Ginestra, le lotte del dopoguerra, cose che stanno nei libri di storia, o della sua capacità — intermittente — di essere una delle ultime istituzioni che porta i propri iscritti a ragionare anche di temi elevati, di ideali. Manca l'onore delle armi all'avversario. Ma forse, come le pipe di Magritte, un pamphlet è un pamphlet, null'altro che questo.
Fonte: corriere.it
4 apr 2008
Camorra, affari a Milano. I pm: aiuti da un deputato: «De Luca (Pdl), sospetti sull'intervento per un processo»
La Procura chiede i tabulati dell'onorevole, la Camera rinvia
MILANO — Per salvare parte del proprio patrimonio dalle confische di una inchiesta del 1999/2001 del pm Ilda Boccassini, il clan di camorra di Vincenzo Guida (condannato per associazione mafiosa e indagato per due omicidi) avrebbe fittiziamente intestato terreni e immobili a Milano (ora sotto sequestro «per un valore approssimativo di 20 milioni di euro») in pancia a una società rispettabile come la milanese «Diodoro Costruzioni srl»: una sigla che nel proprio curriculum può vantare di aver costruito la residenza alberghiera dell'ospedale San Raffaele (260 stanze per i parenti dei degenti, appalto da 14 milioni di euro) e di stare gettando le fondamenta dell'ospedale di Olbia (10 milioni), o di progettare l'edificazione «con contributi pubblici» di un hotel sull'appetita area dismessa ex Varesine.
Una società che tra i propri soci ha avuto un politico (fino al 26 settembre 2006 quando cede il suo 50%), prima di An e poi dell'Udc, due volte consigliere comunale a Milano nel 1997-2006, ex presidente della Commissione Urbanistica di Palazzo Marino, già vicepresidente della società del Comune (Sogemi) che gestisce l'Ortomercato, primo dei non eletti in Senato nel 2006: Emilio Santomauro, ferito alle gambe il 25 gennaio 2000 in un misterioso attentato attribuito all'epoca a «terroristi», e che oggi invece la Dia collega a controversi rapporti con una parente del boss. Ma quando il clan è angosciato da un processo in Cassazione per un terzo omicidio (poi assoluzione) e per associazione mafiosa (poi condanna), tramite la propria avvocato cerca (e al telefono pare trovare) l'interessamento di un altro politico. Un deputato. Che ora la Procura indaga per l'ipotesi di tentata corruzione in atti giudiziari, e di cui chiede alla Camera l'autorizzazione ad acquisire i tabulati telefonici: l'avvocato Francesco De Luca, eletto per Forza Italia nel 2006, passato poi alla Dc per le Autonomie di Rotondi, e oggi candidato (sicuro eletto con il prezioso numero 6) nelle liste del Popolo delle Libertà in Veneto 1.
Un clan a giudizio
È il quadro che emerge dagli atti depositati in due sedi. Nella Giunta per le Autorizzazioni della Camera, che sulla richiesta dei pm ha infine deciso di non decidere, concordando «all'unanimità un rinvio dell'esame » dopo che De Luca, assicurando di «non aver mai telefonato a un giudice di Cassazione », ha «osservato la coincidenza con la campagna elettorale ». E nell'udienza preliminare nella quale il 21 aprile il gip Marina Zelante vaglierà le 19 richieste di rinvio a giudizio formulate dal pm Massimo Meroni. Richieste di processo contro l'ala militare del clan per due omicidi. Poi per «associazione mafiosa», con 9 accusati d'aver vampirizzato anche due società di commercio al dettaglio con sede nel centro commerciale di Lacchiarella, un bar dietro il Duomo, un ristorante da 5 milioni a Peschiera Borromeo. E per «trasferimento fittizio di valori», addebitato tra gli altri anche a Santomauro. La vicenda di De Luca affiora invece da telefonate intercettate nell'autunno 2006 tra la legale dei Guida (pure indagata), un intermediario, e «un Franco» con il quale i «contatti », scrive la Dia, sono «finalizzati alla risoluzione di un ricorso alla V sezione della Cassazione relativo ad esponenti del gruppo Guida, e per il quale l'avvocatessa mira a un'opera di intermediazione di esponenti politici di importanza nazionale ». Chi? Lo si identifica solo l'8 novembre, perché la legale riceve il numero sul quale «Franco», appunto De Luca, vuole essere chiamato con urgenza.
Intercettazioni
Le dice: «Ti ricordi che mi scrivesti quell'appunto la prima volta che venni da te? E io l'ho dato a quella persona. Quella persona l'ha passato a un'altra persona. Mo' quella persona sta per andar via (...) chi lo sostituisce è amico. Me lo dovresti rimandare, eh! Mo' ti do il numero, mo' vado in Commissione alla Camera». Ma «prima fammi un colpo, perché non voglio che lo guardino troppe persone». La Dia: «È un fax del Senato». Ma appena ha la certezza che sia un parlamentare, la Procura ottempera alla legge in vigore a fine 2006 e interrompe le intercettazioni sulle utenze del deputato. Solo ora, a inchiesta chiusa sul clan, l'ufficio del procuratore Minale ha chiesto alla Camera l'ok a disporre dei tabulati dei tre telefonini emersi in uso a De Luca: uno suo, due intestati ad altri. Tra le carte inviate per l'esame, anche tre elementi evidenziati dalla Dia circa l'interessamento al ricorso in Cassazione. «L'onorevole, pur essendo avvocato, non è patrocinante in Cassazione. L'interessamento richiesto non appare legato neppure all'attività specifica (ancorché non esclusiva) in Parlamento», visto che «è membro della Commissione Attività Produttive». E «anche laddove l'interessamento non dovesse avere gli effetti sperati, rimane il sospetto del coinvolgimento di un uomo dello Stato per la soluzione, volente o nolente, di affari di mafia ».
Fonte: corriere.it
MILANO — Per salvare parte del proprio patrimonio dalle confische di una inchiesta del 1999/2001 del pm Ilda Boccassini, il clan di camorra di Vincenzo Guida (condannato per associazione mafiosa e indagato per due omicidi) avrebbe fittiziamente intestato terreni e immobili a Milano (ora sotto sequestro «per un valore approssimativo di 20 milioni di euro») in pancia a una società rispettabile come la milanese «Diodoro Costruzioni srl»: una sigla che nel proprio curriculum può vantare di aver costruito la residenza alberghiera dell'ospedale San Raffaele (260 stanze per i parenti dei degenti, appalto da 14 milioni di euro) e di stare gettando le fondamenta dell'ospedale di Olbia (10 milioni), o di progettare l'edificazione «con contributi pubblici» di un hotel sull'appetita area dismessa ex Varesine.
Una società che tra i propri soci ha avuto un politico (fino al 26 settembre 2006 quando cede il suo 50%), prima di An e poi dell'Udc, due volte consigliere comunale a Milano nel 1997-2006, ex presidente della Commissione Urbanistica di Palazzo Marino, già vicepresidente della società del Comune (Sogemi) che gestisce l'Ortomercato, primo dei non eletti in Senato nel 2006: Emilio Santomauro, ferito alle gambe il 25 gennaio 2000 in un misterioso attentato attribuito all'epoca a «terroristi», e che oggi invece la Dia collega a controversi rapporti con una parente del boss. Ma quando il clan è angosciato da un processo in Cassazione per un terzo omicidio (poi assoluzione) e per associazione mafiosa (poi condanna), tramite la propria avvocato cerca (e al telefono pare trovare) l'interessamento di un altro politico. Un deputato. Che ora la Procura indaga per l'ipotesi di tentata corruzione in atti giudiziari, e di cui chiede alla Camera l'autorizzazione ad acquisire i tabulati telefonici: l'avvocato Francesco De Luca, eletto per Forza Italia nel 2006, passato poi alla Dc per le Autonomie di Rotondi, e oggi candidato (sicuro eletto con il prezioso numero 6) nelle liste del Popolo delle Libertà in Veneto 1.
Un clan a giudizio
È il quadro che emerge dagli atti depositati in due sedi. Nella Giunta per le Autorizzazioni della Camera, che sulla richiesta dei pm ha infine deciso di non decidere, concordando «all'unanimità un rinvio dell'esame » dopo che De Luca, assicurando di «non aver mai telefonato a un giudice di Cassazione », ha «osservato la coincidenza con la campagna elettorale ». E nell'udienza preliminare nella quale il 21 aprile il gip Marina Zelante vaglierà le 19 richieste di rinvio a giudizio formulate dal pm Massimo Meroni. Richieste di processo contro l'ala militare del clan per due omicidi. Poi per «associazione mafiosa», con 9 accusati d'aver vampirizzato anche due società di commercio al dettaglio con sede nel centro commerciale di Lacchiarella, un bar dietro il Duomo, un ristorante da 5 milioni a Peschiera Borromeo. E per «trasferimento fittizio di valori», addebitato tra gli altri anche a Santomauro. La vicenda di De Luca affiora invece da telefonate intercettate nell'autunno 2006 tra la legale dei Guida (pure indagata), un intermediario, e «un Franco» con il quale i «contatti », scrive la Dia, sono «finalizzati alla risoluzione di un ricorso alla V sezione della Cassazione relativo ad esponenti del gruppo Guida, e per il quale l'avvocatessa mira a un'opera di intermediazione di esponenti politici di importanza nazionale ». Chi? Lo si identifica solo l'8 novembre, perché la legale riceve il numero sul quale «Franco», appunto De Luca, vuole essere chiamato con urgenza.
Intercettazioni
Le dice: «Ti ricordi che mi scrivesti quell'appunto la prima volta che venni da te? E io l'ho dato a quella persona. Quella persona l'ha passato a un'altra persona. Mo' quella persona sta per andar via (...) chi lo sostituisce è amico. Me lo dovresti rimandare, eh! Mo' ti do il numero, mo' vado in Commissione alla Camera». Ma «prima fammi un colpo, perché non voglio che lo guardino troppe persone». La Dia: «È un fax del Senato». Ma appena ha la certezza che sia un parlamentare, la Procura ottempera alla legge in vigore a fine 2006 e interrompe le intercettazioni sulle utenze del deputato. Solo ora, a inchiesta chiusa sul clan, l'ufficio del procuratore Minale ha chiesto alla Camera l'ok a disporre dei tabulati dei tre telefonini emersi in uso a De Luca: uno suo, due intestati ad altri. Tra le carte inviate per l'esame, anche tre elementi evidenziati dalla Dia circa l'interessamento al ricorso in Cassazione. «L'onorevole, pur essendo avvocato, non è patrocinante in Cassazione. L'interessamento richiesto non appare legato neppure all'attività specifica (ancorché non esclusiva) in Parlamento», visto che «è membro della Commissione Attività Produttive». E «anche laddove l'interessamento non dovesse avere gli effetti sperati, rimane il sospetto del coinvolgimento di un uomo dello Stato per la soluzione, volente o nolente, di affari di mafia ».
Fonte: corriere.it
3 apr 2008
Sicilia, a tutti i dipendenti un bonus e la promozione
In Sicilia è in arrivo un generoso regalo elettorale con la promozione in blocco dei 18mila dipendenti della Regione. Saranno tutti premiati utilizzando le risorse sottratte al Fondo creato per remunerare i lavoratori più produttivi.
La progressione economica e di carriera è prevista dal rinnovo del biennio economico del contratto nazionale 2006-2007 dei dipendenti della regione Sicilia (esclusi i dirigenti) che rende operativi anche gli aumenti economici medi del 4,85% (113,85 euro complessivi al parametro medio).
Ma iniziamo dalla distribuzione a pioggia dei 16 milioni del Famp, il fondo di amministrazione per il miglioramento delle prestazioni, che sono assegnati a tutti i dipendenti regionali, senza alcuna verifica sui risultati raggiunti. Con decorrenza 1° gennaio 2008 beneficeranno di una cifra che annualmente si attesta sui 755 euro medi (per il parametro C4), ma che raggiunge ai livelli apicali 1.474 euro (D6). Il "premio" che in media si aggira sui 63 euro mensili – per le posizioni economiche superiori sfiora i 123 euro – scatta per effetto della promozione che riguarda tutti i dipendenti che saliranno di un gradino: i 486 inquadrati al parametro C4 scivoleranno al C5, e così via.
Mercoledì i rappresentanti sindacali sono convocati per la firma dell'intesa all'Aran regionale. Non sfuggirà certo che soltanto pochi mesi fa nel Memorandum sul pubblico impiego, sindacati, governo, enti locali e amministrazioni autonome si impegnarono a premiare il merito per migliorare l'efficienza delle pubbliche amministrazioni, introducendo parametri di misurazione delle prestazioni e della qualità dei servizi.
Per questa operazione la Regione Sicilia ha previsto una deroga, in modo da aggirare il limite del 30% dell'utilizzo del Fondo produttività per le progressioni economiche dei dipendenti. Le risorse per le nuove posizioni economiche saranno assicurate per il 50% con gli accantonamenti da effettuare sul Fondo per il 2007 e per il restante 50% a valere sul 2008. Dal 2009, quando la misura entrerà a regime, l'impatto sarà totale e il Fondo (che attualmente ha una dote di 43 milioni) sarà decurtato al 100% per finanziare le progressioni economiche di tutti i dipendenti, che valgono 16 milioni di euro. Ciò significa che alla Regione Sicilia ci saranno sempre meno soldi per premiare i più meritevoli. Qualche sindacalista ammette che il contratto si poteva chiudere anche un mese fa – a gennaio sono state individuate le risorse con la Finanziaria regionale – e avanza il sospetto che volutamente la giunta regionale abbia approvato la direttiva d'indirizzo in prossimità delle elezioni. Un comunicato stampa della Regione siciliana spiega le ragioni di questa decisione: lo scopo è quello di «consentire almeno in parte il recupero del potere d'acquisto dei dipendenti». Non va trascurato che i trattamenti dei dipendenti della Regione sono considerati un modello, tanto da spingere circa un anno fa i Cobas e l'Mpa di Raffaele Lombardo a proporre l'estensione di questo contratto al personale di enti locali e sanità.
La firma del contratto sblocca anche gli aumenti del biennio 2006-2007 che in media si aggirano sui 113,85 euro, comprensivi dell'indennità di amministrazione (100 euro sul minimo tabellare). Complessivamente gli aumenti in busta paga vanno da un minimo di 73,50 ad un massimo di 139,71 euro, per un impatto finanziario che, a regime, sfiora i 27 milioni. Sul versante normativo – per il quadriennio 2006-2009 - sono state accolte le importanti novità disciplinari introdotte nei contratti nazionali sul licenziamento del dipendente arrestato perché colto in flagranza, a commettere reati di peculato, concussione o corruzione, se l'arresto è stato convalidato dal giudice per le indagini preliminari. È prevista la sospensione dal servizio e il taglio della retribuzione – da 11 giorni a 6 mesi – in caso di elusione dei sistemi di rilevamento elettronico della presenza, manomissione dei fogli di presenza (anche a carico di chi avalli o permetta simili comportamenti), alterchi gravi negli ambienti di lavoro anche con gli utenti.
Fonte: ilsole24ore.com
La progressione economica e di carriera è prevista dal rinnovo del biennio economico del contratto nazionale 2006-2007 dei dipendenti della regione Sicilia (esclusi i dirigenti) che rende operativi anche gli aumenti economici medi del 4,85% (113,85 euro complessivi al parametro medio).
Ma iniziamo dalla distribuzione a pioggia dei 16 milioni del Famp, il fondo di amministrazione per il miglioramento delle prestazioni, che sono assegnati a tutti i dipendenti regionali, senza alcuna verifica sui risultati raggiunti. Con decorrenza 1° gennaio 2008 beneficeranno di una cifra che annualmente si attesta sui 755 euro medi (per il parametro C4), ma che raggiunge ai livelli apicali 1.474 euro (D6). Il "premio" che in media si aggira sui 63 euro mensili – per le posizioni economiche superiori sfiora i 123 euro – scatta per effetto della promozione che riguarda tutti i dipendenti che saliranno di un gradino: i 486 inquadrati al parametro C4 scivoleranno al C5, e così via.
Mercoledì i rappresentanti sindacali sono convocati per la firma dell'intesa all'Aran regionale. Non sfuggirà certo che soltanto pochi mesi fa nel Memorandum sul pubblico impiego, sindacati, governo, enti locali e amministrazioni autonome si impegnarono a premiare il merito per migliorare l'efficienza delle pubbliche amministrazioni, introducendo parametri di misurazione delle prestazioni e della qualità dei servizi.
Per questa operazione la Regione Sicilia ha previsto una deroga, in modo da aggirare il limite del 30% dell'utilizzo del Fondo produttività per le progressioni economiche dei dipendenti. Le risorse per le nuove posizioni economiche saranno assicurate per il 50% con gli accantonamenti da effettuare sul Fondo per il 2007 e per il restante 50% a valere sul 2008. Dal 2009, quando la misura entrerà a regime, l'impatto sarà totale e il Fondo (che attualmente ha una dote di 43 milioni) sarà decurtato al 100% per finanziare le progressioni economiche di tutti i dipendenti, che valgono 16 milioni di euro. Ciò significa che alla Regione Sicilia ci saranno sempre meno soldi per premiare i più meritevoli. Qualche sindacalista ammette che il contratto si poteva chiudere anche un mese fa – a gennaio sono state individuate le risorse con la Finanziaria regionale – e avanza il sospetto che volutamente la giunta regionale abbia approvato la direttiva d'indirizzo in prossimità delle elezioni. Un comunicato stampa della Regione siciliana spiega le ragioni di questa decisione: lo scopo è quello di «consentire almeno in parte il recupero del potere d'acquisto dei dipendenti». Non va trascurato che i trattamenti dei dipendenti della Regione sono considerati un modello, tanto da spingere circa un anno fa i Cobas e l'Mpa di Raffaele Lombardo a proporre l'estensione di questo contratto al personale di enti locali e sanità.
La firma del contratto sblocca anche gli aumenti del biennio 2006-2007 che in media si aggirano sui 113,85 euro, comprensivi dell'indennità di amministrazione (100 euro sul minimo tabellare). Complessivamente gli aumenti in busta paga vanno da un minimo di 73,50 ad un massimo di 139,71 euro, per un impatto finanziario che, a regime, sfiora i 27 milioni. Sul versante normativo – per il quadriennio 2006-2009 - sono state accolte le importanti novità disciplinari introdotte nei contratti nazionali sul licenziamento del dipendente arrestato perché colto in flagranza, a commettere reati di peculato, concussione o corruzione, se l'arresto è stato convalidato dal giudice per le indagini preliminari. È prevista la sospensione dal servizio e il taglio della retribuzione – da 11 giorni a 6 mesi – in caso di elusione dei sistemi di rilevamento elettronico della presenza, manomissione dei fogli di presenza (anche a carico di chi avalli o permetta simili comportamenti), alterchi gravi negli ambienti di lavoro anche con gli utenti.
Fonte: ilsole24ore.com
Vendevano esami: sei arresti a Bari. In manette anche due docenti. I "prezzi": dai 500 euro per le prove più facili ai 3.000 per le più difficili.
BARI - Un vorticoso giro d'affari (circa 50.000 euro in soli otto mesi) per la compravendita di esami e di tesi di laurea nella facoltà di economia dell'Università di Bari. Sei persone, tra cui due docenti universitari, sono state poste agli arresti domiciliari dai carabinieri del reparto operativo del capoluogo pugliese a conclusione delle indagini su "Esamopoli". Le misure restrittive riguardano un docente ordinario di matematica per l'economia dimessosi dopo l'avvio dell'inchiesta, un suo assistente, il capo segreteria di un dipartimento, un funzionario a riposo e due addetti alle aule. Agli indagati vengono contestati i reati di associazione per delinquere finalizzata alla concussione, corruzione, falso e rivelazione del segreto d'ufficio. I fatti contestati fanno riferimento al periodo compreso tra il 2005 e oggi.
ELOGIO DI MUSSI A GIUDICI E FORZE DELL'ORDINE
Il commento del ministro dell’Università e della Ricerca, Fabio Mussi è stato di elogio per il lavoro dei giudici e delle forze dell'ordine «che hanno permesso di colpire una struttura di compravendita degli esami nell’Ateneo. Le forze dell’ordine e la magistratura - ha aggiunto - possono contare sul sostegno di un ministro e di quei rettori come quello di Bari prof. Corrado Petrocelli che non da oggi hanno posto la questione morale, la trasparenza, la legalità come questione centrale per il governo del sistema universitario».
FORMULA "ALL INCLUSIVE"
Le indagini hanno accertato che gli esami venivano venduti con formule "all inclusive" a cifre oscillanti tra i 500 euro per quelli più facili, ai 3.000 per i più difficili. Le vittime erano studenti italiani fuori sede e studenti greci, cioè coloro che incontravano maggiori difficoltà nel sostenere le prove. Dall'inchiesta emerge che uno studente ha sborsato 15 mila euro per superare una serie di esami anche perché - ha spiegato lui stesso ai militari - «chi accettava di pagare la prima volta cadeva nella spirale del malaffare e doveva pagare sempre, fino a quando decideva l'organizzazione». Le misure restrittive sono state emesse dal gip del tribunale di Bari Vito Fanizzi, su richiesta del procuratore Emilio Marzano e del sostituto inquirente, Francesca Pirrelli. Questi ultimi avevano chiesto al gip undici misure restrittive e sei provvedimenti interdettivi.
IL "TARIFFARIO"
Matematica per l'economia, matematica finanziaria, economia politica, diritto commerciale, tecnica bancaria e diritto del lavoro: sono questi gli esami che i due docenti e i quattro dipendenti della facoltà di economia arrestati sono accusati di aver venduto agli studenti. In 57 occasioni i carabinieri del reparto operativo, hanno accertato la corresponsabilità di studenti che avrebbero sborsato migliaia di euro per superare gli esami o per ottenere tesi di laurea riciclate. Il tutto sulla base di una sorta di listino prezzi: 2.000 euro per economia degli intermediari finanziari; 1.500-2.000 euro per matematica finanziaria, 1.500 euro per diritto commerciale e economia politica 1; 1.200 per tecnica bancaria; 1.000 euro per economia e amministrazione delle aziende, economia politica 2 e farmacologia generale; solo 500 euro per diritto del lavoro ed economia monetaria. Più costose le tesi: 2.650 euro per politiche di rientro dall'inflazione; 2.500 euro e 1.800 euro rispettivamente per statistica generale ed economia monetaria.
INCUBO MATEMATICA
Il docente di matematica arrestato, secondo l'accusa, arrestato aveva ordito un escamotage per permettere agli studenti di superare l'incubo dell'esame: bisognava frequentare un ciclo di lezioni private a pagamento (spendendo 3.500 euro) nell'Istituto Mediterraneo delle Scienze, presieduto dall'assistente del docente, anche lui finito in manette. Solo con l'iscrizione a quest'istituto - secondo l'accusa - veniva garantita la sistematica promozione non solo nella sessione d'esame ma nei confronti di più commissioni, comprese quelle di laurea. Inoltre, agli studenti - secondo i carabinieri - venivano fornite tesi di lauree già pronte, sottratte dagli archivi della facoltà di economia: le tesi venivano scannerizzate, veniva rifatta la copertina ed erano pronte per l'uso.
Fonte: corriere.it
ELOGIO DI MUSSI A GIUDICI E FORZE DELL'ORDINE
Il commento del ministro dell’Università e della Ricerca, Fabio Mussi è stato di elogio per il lavoro dei giudici e delle forze dell'ordine «che hanno permesso di colpire una struttura di compravendita degli esami nell’Ateneo. Le forze dell’ordine e la magistratura - ha aggiunto - possono contare sul sostegno di un ministro e di quei rettori come quello di Bari prof. Corrado Petrocelli che non da oggi hanno posto la questione morale, la trasparenza, la legalità come questione centrale per il governo del sistema universitario».
FORMULA "ALL INCLUSIVE"
Le indagini hanno accertato che gli esami venivano venduti con formule "all inclusive" a cifre oscillanti tra i 500 euro per quelli più facili, ai 3.000 per i più difficili. Le vittime erano studenti italiani fuori sede e studenti greci, cioè coloro che incontravano maggiori difficoltà nel sostenere le prove. Dall'inchiesta emerge che uno studente ha sborsato 15 mila euro per superare una serie di esami anche perché - ha spiegato lui stesso ai militari - «chi accettava di pagare la prima volta cadeva nella spirale del malaffare e doveva pagare sempre, fino a quando decideva l'organizzazione». Le misure restrittive sono state emesse dal gip del tribunale di Bari Vito Fanizzi, su richiesta del procuratore Emilio Marzano e del sostituto inquirente, Francesca Pirrelli. Questi ultimi avevano chiesto al gip undici misure restrittive e sei provvedimenti interdettivi.
IL "TARIFFARIO"
Matematica per l'economia, matematica finanziaria, economia politica, diritto commerciale, tecnica bancaria e diritto del lavoro: sono questi gli esami che i due docenti e i quattro dipendenti della facoltà di economia arrestati sono accusati di aver venduto agli studenti. In 57 occasioni i carabinieri del reparto operativo, hanno accertato la corresponsabilità di studenti che avrebbero sborsato migliaia di euro per superare gli esami o per ottenere tesi di laurea riciclate. Il tutto sulla base di una sorta di listino prezzi: 2.000 euro per economia degli intermediari finanziari; 1.500-2.000 euro per matematica finanziaria, 1.500 euro per diritto commerciale e economia politica 1; 1.200 per tecnica bancaria; 1.000 euro per economia e amministrazione delle aziende, economia politica 2 e farmacologia generale; solo 500 euro per diritto del lavoro ed economia monetaria. Più costose le tesi: 2.650 euro per politiche di rientro dall'inflazione; 2.500 euro e 1.800 euro rispettivamente per statistica generale ed economia monetaria.
INCUBO MATEMATICA
Il docente di matematica arrestato, secondo l'accusa, arrestato aveva ordito un escamotage per permettere agli studenti di superare l'incubo dell'esame: bisognava frequentare un ciclo di lezioni private a pagamento (spendendo 3.500 euro) nell'Istituto Mediterraneo delle Scienze, presieduto dall'assistente del docente, anche lui finito in manette. Solo con l'iscrizione a quest'istituto - secondo l'accusa - veniva garantita la sistematica promozione non solo nella sessione d'esame ma nei confronti di più commissioni, comprese quelle di laurea. Inoltre, agli studenti - secondo i carabinieri - venivano fornite tesi di lauree già pronte, sottratte dagli archivi della facoltà di economia: le tesi venivano scannerizzate, veniva rifatta la copertina ed erano pronte per l'uso.
Fonte: corriere.it
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