22 mag 2007

Caso Unipol-Bnl, così Visco cercò di fermare la Finanza

Nel luglio del 2006 il viceministro dell’Economia Vincenzo Visco esercitò ripetute e pressoché quotidiane pressioni sul comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale, e gli pose un perentorio aut aut affinché azzerasse senza motivazioni l’intero vertice della GdF della Lombardia. Ufficiali impegnati, tra l’altro, in delicate indagini come quelle sulla scalata a Bnl da parte di Unipol e coop rosse. Visco aprì quindi una crisi istituzionale con il vertice del Corpo militare, arrivando a pronunciare un’oscura minaccia al comandante generale. Lamette a verbale lo stesso Speciale: «Visco mi disse - ha dichiarato nell’interrogatorio reso all’avvocato generale Manuela Romei Pasetti - che se non avessi ottemperato a queste direttive erano chiare le conseguenze cui sarei andato incontro». Pubblicamente, invece, il vice ministro in quegli stessi giorni cercava di stemperare ogni polemica. Liquidando il caso come «avvicendamenti unicamente riconducibili ad esigenze di servizio». Il Giornale ricostruisce invece, ora dopo ora, la storia di questa ingerenza, dell’intromissione del potere politico su un corpo militare. Con un vice ministro che prima ordina al capo della GdF di rimuovere ufficiali, quando per i trasferimenti c’è un apposito iter procedurale interno. Poi dispone di concordare le scelte con due sottoposti, facendo saltare lo stesso ordine gerarchico della Finanza. Fino al 17 luglio quando Speciale ventila le dimissioni: «Risposi al vice ministro che l’osservanza delle regole è stata da sempre il faro della mia vita. Di non poter pertanto assecondare queste sue ultime richieste e che pertanto ero pronto a rassegnare il mandato». La storia inizia alle 17 di giovedì 13 luglio quando, durante un drammatico incontro, Visco sventola sotto il naso del comandante generale un foglietto indicante i nomi dei quattro ufficiali da mandare via da Milano. Senza nemmeno preavvisare, come avviene invece di rito chiedendo persino un parere, la procura che coordina le indagini degli ufficiali coinvolti. Non solo. Visco dispose anche «perentoriamente », a detta di Speciale, di concertare ogni decisione d’impiego futura direttamente con due sottoposti, i generali Italo Pappa e l’allora capo dei reparti d’istruzione Sergio Favaro. Che il Vice Ministro aveva appena incontrato. Insomma, una sorta di «commissariamento», pregiudicando le prerogative e l’autonomia del comandante generale. Visco ordina quindi a Speciale di spostare i gradi vertice della Lombardia e di coinvolgere Favaro e Pappa. E così, sempre stando alla ricostruzione dello stesso Speciale, Pappa e Favaro prima si incontrano tra di loro, predisponendo le ipotesi di avvicendamenti. Poi Pappa va dal numero uno con il piano operativo. Ma arriva l’intoppo non previsto. Scende in capo il procuratore capo di Milano, Manlio Minale che, allarmato, chiede ragione delle voci su azzeramenti della GdF in Lombardia. Teme «serie problematiche alla prosecuzione delle delicate indagini in corso». Ovvero, Unipol, Bnl, Antonveneta e Telecom. Speciale dice chiaro e tondo che è stato Visco a ordinare, aprendo così uno scontro tra diversi poteri. Minale è allibito, chiede a Speciale «delucidazioni scritte », coinvolge la Procura generale e l’Avvocato generale. Che apre un fascicolo e lunedì 17 interroga in gran segreto sia Speciale che il capo di Stato Maggiore Emilio Spaziante. Prima però, venerdì, Speciale ricorda di esser stato sottoposto a pressioni di ogni tipo. Visco telefona, manda lettere, cerca il numero uno, fa chiamare dal proprio staff. Quei trasferimenti s’hanno da fare. Basta leggere qui a fianco il verbale del comandante generale per capire la portata di questa ingerenza. Speciale prende tempo, sa benissimo che se dispone i trasferimenti, compie un abuso. Deve seguire le norme, coinvolgendo gli interessati. Alle 20.15 trova una mezza misura: ordina a Pappa di far partire gli avvisi di avvio dei procedimenti di trasferimento. La situazione precipita domenica notte. Alle 22.50 l’Ansa dà notizia dell’azzeramento della Gdfmettendo in collegamento con le indagini Unipol. Visco s’infuria, chiede «immediata smentita » a Speciale. E intanto alle 24 ci pensa lui: normali avvicendamenti. In piena notte il comandante generale convoca d’urgenza i suoi collaboratori più stretti, Spaziante e il sottocapo Poletti. Più tardi la GdF esce con un imbarazzato comunicato. Ma ormai il vice ministro deve sentire che la vicenda sta sfuggendo di mano. L’indomani mattina si scontra con Speciale perché temporeggia, gli ordina ancora di trasferire gli ufficiali, pronuncia oscure minacce. Alle 12 Pappa e Favaro si rifanno vivi con il numero uno dicendogli di concordare con loro quanto scrivere a Minale. Ordine di Visco. Ma ormai la vicenda ha assunto una dimensione pubblica e politica: le indiscrezioni sono già sui giornali. Ma gran parte della storia non viene riportata dai media. Speciale blocca i trasferimenti. L’avvocatura generale di Milano interroga Speciale, Spaziante, Pappa e Favaro. Senza risposta la domanda cruciale: Visco perché voleva azzerare a ogni costo la gerarchia militare aMilano?

Fonte: ilgiornale.it

5 mag 2007

Voltagabbana tra fiori e letame

Un excursus tra i tanti campi di casacca della politica italiana e le polemiche relative. Bipartisan

Carrettate di letame, carrettate di fiori. Le reazioni alla scelta di Follini di passare al centrosinistra sono documenti storici straordinari.
Perché mostrano con accecante chiarezza come la politica italiana sia vissuta ormai, salvo eccezioni, come una guerra per bande. Dove conta una cosa sola: chi è con te, chi è contro di te. Fine. E al diavolo tutto il resto. A partire dalla coerenza. Ma come: quelli che oggi sommergono di insulti l'ex segretario dell'Udc non sono gli stessi che mesi fa lodavano la nobile e tormentata decisione di Sergio De Gregorio di piantare in asso la sinistra che l’aveva eletto? E quelli che ieri marchiavano d’infamia il senatore dipietrista reo di aver tradito per fare il presidente della Commissione Difesa coi voti polaroli non sono gli stessi che oggi plaudono alla meditata e sofferta rottura dell’ «Harry Potter» neodemocristiano? Per carità, sempre successo. Basti ricordare la diversità dei cori, divisi tra lo sdegno e l’approvazione, che accompagnarono nel '94 la scelta di Luigi Grillo di consentire con il suo voto la nascita al Senato del primo governo Berlusconi, contro cui aveva fatto parte della campagna elettorale nelle file del Ppi di Mino Martinazzoli. Oppure, sul versante opposto, il sollievo sorridente della sinistra e la schifata rivolta delle destre contro la decisione di Clemente Mastella ed altri di rompere nel '98 col Polo per consentire la nascita del primo governo D'Alema.
Ricordate, il debutto in Parlamento? Giuliano Urbani parlò di un «governo giuda». Gianfranco Micciché di un’accozzaglia di «saltimbanchi, truffatori, massoni, boiardi di Stato» capaci solo di «strisciare come vermi». Manlio Contento di una «compagine di viados della politica italiana». Gianfranco Fini di un esecutivo «di rigattieri». Ciò detto, rispolverò l'invettiva che Alberto Giovannini aveva usato per bollare i monarchici che avevano abbandonato Achille Lauro per arruolarsi nella Dc: «Puttani! ». E Silvestro Liotta detto Silvio arrivò a dire che a molti componenti del nuovo governo erano «andati trenta denari ». Parlava da un pulpito tutto suo: poche settimane prima, era stato lui, infatti, a far cadere Prodi tradendo la sinistra dopo aver tradito la destra con la quale era stato eletto. E incassando, al rientro, la benedizione di Gianfranco Micciché: «E' chiaro che quando gli abbiamo riaperto le porte del partito non c’è stato manco bisogno di dirgli che il suo collegio è lì che lo aspetta».

Va da sé che, a seconda di «chi tradiva chi», sono sempre cambiate le opinioni. E se certi vecchi naviganti della politica ne ridacchiavano come Francesco Cossiga («Il primo voltagabbana della storia fu San Paolo sulla via di Damasco») o Claudio Martelli («Anche Lutero era cattolico, prima di diventare protestante»), ci sono stati momenti in cui la destra, per bocca di Francesco D'Onofrio, arrivò ad affermare la necessità d’inserire nella nuova Costituzione «una legge contro il salto della quaglia». E altri in cui la stessa proposta è partita da sinistra. Anzi, sbottò un giorno il senatore verde Athos De Luca, «per quelli che cambiano partito si dovrebbe adottare il sistema degli indios Paes, che in Colombia gettano i traditori nelle acque di un lago».

Esagerati. Pronti comunque a spalancare le braccia ogni volta che il figliol prodigo di turno tornava a casa. E c'è chi, tirandosi dietro gli insulti degli alleati abbandonati, ha mangiato il vitello grasso sia per il ritorno a destra e sia per i ritorno a sinistra e magari poi di nuovo a destra. Come Rocco Buttiglione, Alessandro Meluzzi, l'Umberto Bossi e altri. O Totò Cuffaro, che in una sola legislatura di vitelli grassi, avanti e indré, è arrivato a mangiarne una quantità. Insomma: c'è voltagabbana e voltagabbana. Quello infame ti molla, quello buono ti soccorre. Mai però, a causa degli equilibri incerti del Senato, si è vista tanta ipocrita indignazione e tanta ipocrita soddisfazione quanto nell'incrociarsi delle scelte opposte di Sergio De Gregorio e di Marco Follini. Era commossa, la destra, quando il senatore eletto con la più antiberlusconiana delle liste, quella dipietrista, svoltò a destra. «La politica è anche assunzione di responsabilità», disse Gianfranco Fini, «il franco tiratore è un vile, chi invece si assume le proprie responsabilità merita rispetto». «E' un uomo di grande spessore», spiegò Gianfranco Rotondi.
«Chi li conosce, quelli di sinistra, li evita », gongolò Roberto Calderoli. «Renato Schifani gli ha telefonato stanotte per chiedergli se fosse disponibile a diventare il nostro candidato in commissione Difesa... », rivelò Paolo Guzzanti. E spiegò che per quelli come lui la Cdl era pronta a «offrire sponda». A sinistra, fulmini e saette. «Si è trattato di trasformismo e mercimonio», accusò Franco Giordano. «Una vera e propria compravendita», rincarò Gennaro Migliore. «Dopo essere stato eletto col centrosinistra, dovrebbe sentire il dovere di dimettersi», sibilò Vannino Chiti. «Giuda era e giuda rimane», sbottò Antonio Di Pietro. Al che Giampiero Catone saltò su indignato: lui un giuda? Noooo! «Quella a De Gregorio è una vergognosa aggressione! » E assicurò: «Per lui le porte della Democrazia Cristiana per le Autonomie sono sempre aperte».
Ieri, oplà, tutto rovesciato. Di qua Pierluigi Bersani diceva che lui Follini lo stimava «già prima» ed Enzo Carra dava «il benvenuto a Marco», di cui conosceva «la sofferenza personale che dura da anni », e Renzo Lusetti che si congratulava per l'arrivo di un «uomo di raffinato intuito politico, dalle ottime capacità propositive e di grande spessore morale». Di là, con l'eccezione di Giuliano Ferrara («chi lo aggredisce è un bischero») e rari altri, grandinavano insulti. Da Alessandra Mussolini («Scelte immorali») a Luigi Vitali («Compravendita di uomini»), da Sandra Monacelli («Un salto della quaglia») a Lorenzo Cesa («Fenomeni di trasformismo») a Piero Testoni: «L'Italia di mezzo è l'Italia dei mezzucci». E se domani il caro Marco tornasse di là? Vitello grasso! Vitello grasso! In fondo, per molti, è solo un gioco.
O no?

Fonte: Gian Antonio Stella

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