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02/gen/2009

Romeo e l'appalto: non toccava a me, Rutelli s'arrabbiò

L'accusato: ira pure della Lanzillotta «De Mita era il mio vero interlocutore»

Case comunali concesse in affitto a fini elettorali, spartizione degli appalti per accontentare vari gruppi imprenditoriali. Il 23 dicembre scorso, durante il suo secondo interrogatorio nel carcere di Poggioreale, Alfredo Romeo — l'imprenditore arrestato con l'accusa di aver messo in piedi un «sistema» illecito per aggiudicarsi i lavori pubblici — si dice pronto a «disegnare la mappa degli interessi elettorali attraverso i contratti di locazione del Comune di Napoli o di quello di Roma». Non c'è alcun intento di collaborare nell'atteggiamento di Romeo. Anzi, l'obiettivo appare proprio quello di smentire che dietro l'aggiudicazione degli appalti ci siano patti illeciti con la politica.

«Da giovane sono stato comunista, ma dopodiché alla politica non ho mai appartenuto... a nessun partito. E posso dire che io a questa gente non gli chiedo niente, gli chiedo di non essere aggressivi nei miei confronti. Io non sono un corruttore, perché se fossi un corruttore non avrei avuto i rapporti che leggete qui dentro. È molto più semplice essere corruttori e risolvere tutto questo in un mese e mezzo. Io mi servo di questi solo per difendermi nelle gare. Null'altro, vi prego! Solo per difendermi dal fatto che non mi aggrediscano ». «Cavallette», «iene», «millantatori»: nel corso degli anni Romeo ha definito in svariati modi i politici con i quali aveva rapporti. E anche adesso cerca di prendere le distanze, nonostante a leggere le trascrizioni delle sue telefonate, sembra avesse con alcuni di loro contatti assidui. Parlava con Renzo Lusetti transitato dalla Margherita al Partito Democratico e con Italo Bocchino di Alleanza Nazionale: per entrambi i parlamentari i pubblici ministeri hanno sollecitato l'arresto. Sostiene di aver «visto una volta Francesco Rutelli» e un'altra volta «il ministro Beppe Fioroni». Ma il suo interlocutore privilegiato, assicura, «era De Mita, con lui avevo un rapporto eccellente».

Quando gli chiedono che cosa pensa degli amministratori che frequenta, lui non si tira indietro: «Se la risposta la lascia dentro il computer, non esce da questa stanza: incapaci». Quando parla delle «aggressioni» cita gli appalti del Comune di Roma e di quello di Milano. Dice che nella capitale «non dovevo vincere io e infatti mi sono trovato lì con l'ira della Lanzillotta e di Rutelli». Sostiene che anche nel capoluogo lombardo «mi definivano il camorrista amico di Bassolino e quando ho vinto hanno dovuto dare altri lotti a Edilnord e Pirelli». Racconta poi di aver fatto da consulente per la Regione Campania e quando i pubblici ministeri lo incalzano chiedendo «come mai con l'ufficio legale che hanno devono rivolgersi a lei», lui risponde serafico: «In Italia ci sono soltanto due esperti grossi in edilizia residenziale pubblica: uno sono gli Iacp, gli altri siamo noi». In alcuni momenti appare spavaldo. Eloquente è il botta e risposta con uno dei pubblici ministeri al quale Romeo si rivolge affermando: «La sua osservazione è giusta, perché lo leggo nelle carte e lo leggo anche come elemento essenziale di questa riunione che noi stiamo tenendo qui».

«Lei la chiama riunione — grida il magistrato — questo è un interrogatorio!». Gli chiedono nuovamente di chiarire il motivo dell'incontro con Fioroni e lui sostiene che è stata un'idea dell'assessore Gambale «perché non conoscevo il ministro Fioroni perché il ministero della Pubblica Istruzione voleva aderire alla convenzione Consip. Adesione che non è mai avvenuta... Abbiamo parlato due minuti perché il ministro mi ha anche arronzato sull'aspetto dell'adesione Consip ». Nega di aver mai ricevuto lavori in cambio di favori: «A questa gente non dò soldi, non dò utilità di nessun genere. Ogni tanto mi chiamano, le occupazioni, e siccome la nostra azienda è rigorosa, non passa nessuno se non qualcuno all'interno delle imprese di pulizie che gestiscono per conto nostro, allora lì qualche assunzione l'abbiamo fatta fare».

Fonte: corriere.it

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Il Minottino

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Il termine scandalo deriva dal greco skàndalon, che significa ostacolo, inciampo. Il significato più antico del termine rinvia ad azioni o discorsi che danno cattivo esempio.

Nell'accezione corrente uno scandalo è l'effetto di un'azione che, una volta divenuta di pubblico dominio, causa un turbamento della sensibilità morale pubblica, prevalentemente in materia di sesso, denaro ed esercizio del potere. Il turbamento deriva in genere, più che dall'infrazione di singole norme, dal fatto che le azioni considerate "scandalose" sono caratterizzate da una commistione impropria delle categorie citate, che tale commistione è stata resa pubblica e/o che le azioni "scandalose" hanno com protagonisti personaggi pubblici.

I motivi di scandalo variano quindi in funzione delle epoche, delle culture e delle classi sociali in cui tali comportamenti vengono messi in atto e resi noti. Essendo la notizia pubblica di un fatto il motore principale dello scandalo, nella società moderna essi vengono frequentemente amplificati - e spesso costruiti - dai media, che promuovono a scandalo (cioè a questione etica di interesse generale) pettegolezzi sulla sfera privata (familiare, affettiva, sessuale) di persone note.

Gli ambiti in cui possono avvenire gli scandali sono i più vari, in ambito politico-finanziario possono riguardare episodi di corruzione e abuso di potere; in ambito privato possono riguardare l'infedeltà coniugale, la sessualità o l'omosessualità delle persone coinvolte, l'abuso fisico a danni di soggetti deboli (es. la pedofilia); in ambito sportivo è spesso motivo di scandalo una condotta sleale (ad esempio, casi di corruzione e doping).

Concernendo azioni "discutibili", molto spesso gli scandali hanno conseguenze politiche e giudiziarie. Ancor più spesso vengono strumentalizzati a scopo politico o economico.


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